
L’esordio poetico di Jon Fosse sembrava voler replicare nel discorso lirico la visualità e la tangibilità della pittura. Fosse aveva sognato d’essere pittore prima che romanziere e poeta e proprio da qui parrebbero scaturire i tanti dettagli e i colori evocati nella prima raccolta del 1986, Angelo con acqua negli occhi, che oggi leggiamo nell’antologia dell’opera, Ascolterò gli angeli arrivare, curata da Andrea Romanzi dopo il premio Nobel conferito all’autore l’anno scorso.
Il villaggio norvegese in cui Fosse è nato, la neve, i cieli continuamente mossi, sono presenze significative in quel primo libro, accanto a una rievocazione dell’infanzia scandita in versi di poche immagini: «la neve era/ come stare sotto il lampione/ E dietro ci sono le nuvole segrete// dietro le mani c’erano giorni profondi, e lei si nascondeva ridendo dalla lampadina// in autunno, in inverno.» E’ una lingua tersa, stringata, quella dell’esordiente per quanto tenda alla visionarietà come prefigura il titolo e come accade in questo incipit: «Il treno, nel cuore è lungo/ come il vento, lungo/ come un albero nero. Mia madre ha/ il vento in sacchi di plastica arancioni.» Il clima della lirica d’esordio di Fosse è segnato da questa rievocazione del quotidiano in scorci straniati. Ma già dal suo secondo libro nel 1990, I movimenti del cane (Fosse scrisse nel frattempo due romanzi tra cui l’insolito Chitarra chiusa dove l’intera narrazione è un flusso di coscienza), il registro cambia e il lettore percepisce subito la presenza di una lingua lirica che dialoga con la condizione umana. Proprio il cane sembra divenire l’emblema, il richiamo all’esemplarità dell’essere nella casualità del mondo ma, soprattutto, si delinea per la prima volta un concetto che sarà la filigrana di Fosse, quello cioè che i versi predicano attraverso il movimento dell’«apparire » e dello «scomparire».
I movimenti del cane
l’eterno silenzio del cane al centro
del pensiero che scompare
ritorna
scompare, ritorna cambia
ed è lì
nel movimento che appare e scompare del pensiero (…)
Altrove pronuncia:
il cane ascolta il vento
con il cuore
in corsa prima
che l’improvvisa solitudine
lo assalga, e lui corre
verso una parola verde
che non capisce
(ma comunque così verde)
(…)
E’ quasi impossibile leggere la raccolta senza rievocare l’ala fantasmatica dei romanzi di Beckett dove la figura del cane si direbbe abbia ruolo sia per raccontare l’assurdità della vita, sia per dire l’isolamento dei personaggi dello scrittore irlandese. Ma in questi testi la poesia di Fosse insiste parallelamente su un concetto che accompagnerà l’intera opera in versi, vale a dire il movimento cui ho già accennato dell’apparire e scomparire: una oscillazione data come del tutto congrua alle cose e all’essere al mondo. L’apparire non si ha quindi in Fosse come istante caricato di valore, ma come identità e differenza, costante che richiama il concetto di Différence di Jacques Deridda e non una generica «indicibilità » cui si alluse forse per sepmplicità durante il conferimento del Nobel, col seguito sodale di alcune recensioni.

Alterità, io è un altro
Ormai distante da una certa nozione di visualità associata alla memoria e al dato empirico, Fosse porta quindi altrove la sua scrittura attraverso la dialettica tra materia e spirito. Cane e Angelo (1992) sono una coppia del tutto complementare, già annunciata nel libro precedente: «I. anche tu/ come pioggia su foglie secche// scompari// quando io/ ti tiro verso di me/ mentre mi allontano//II. ma con i capelli molto più lunghi// si toccavano// per caso// le nostre dita// (cane e angelo, cane e angelo)». I due termini, cane e angelo, partecipano dunque allo stesso mondo come contingenza ed essenza. L’impressione è che sia questo, assieme al concetto deriddiano, il centro gravitazionale dell’intera lirica del norvegese. Lo mostrano le pagine nelle quali lo scrittore si interroga sulla autorialità:
chi sta scrivendo? sono io
oppure c’è qualcuno che scrive dentro di me e che
scrive ciò che io scrivo
attraverso di me, forse sono io che scrivo
La riflessione va oltre le implicazioni di Rimbaud e di Breton perché l’autore precisa:
se sono io che scrivo
allora sono io tutti questi io così diversi
(…)
Ancora una volta, partendo dalla morte dell’autore di Barthes («la scrittura è distruzione di ogni voce»), Fosse pare riprendere i fili di un tema esistenziale dove è centrale la complessità dell’essere e la percezione del differimento nella scrittura. «L’artista – dice Fosse in un saggio dedicato a John Ashbery – non deve comprendere la propria arte». Ma proprio questo interesse per Ashbery (che si diceva influenzato dal surrealismo) pare confermare che il premio Nobel ha riletto l’autorialità come voce sconosciuta e “differente” nel senso dato a questo termine Déridda. Parallelamente Cane e Angelo compensa l’assenza di visualità e dettagli dei primi due libri con un dettato ritmico dove prevale l’iterazione e l’anafora con un minimalismo che contrasta con gli elementi evocativi che vi si affacciano. Gli stessi titoli di alcune poesie posti tra parentesi mantengono per così dire sottotraccia la voce lirica, come accade in “(scarpe rosse )” che riduce a contingenza ciò che è pronunciato, esattamente come il rifiuto della lettera maiuscola all’inizio del testo, in un ideale approccio monologico sottolineato dagli spazi bianchi sua nel singolo verso che tra coppie o singoli versi:
ora che sei scomparsa
e tutto è silenzio nel silenzio così silenzioso
allora che cosa vediamo
allora che cosa sentiamo/ allora che cosa facciamo
(…)
Tu cammini
lungo questa strada
e guardi le tue scarpe
la neve che scompare Vedi
che le colline diventano verdi Quindi lasciami scrivere
questa canzone
anche se non hai mai
avuto nuove belle scarpe rosse
ma la neve è arrivata, si è sciolta ed è scomparsa
(…)
L’ultimo tempo della poesia di Jon Fosse (l’antologia riunisce una scelta delle raccolte fino all’ultima del 2016) propone una ricomposizione della referenzialità e della presenza dello stesso poeta:
stare a guardare una montagna
mi fa bene
il cuore si calma
e la neve su una montagna
solleva il mio volto verso un luogo
dentro la neve luminosa
e la neve
nella luce
mi dice
questo è per te
e allora penso
che ci sia un posto
che anche io troverò
dove il vento parla sottovoce
e dove l’amore respira
nel suo luminoso silenzio
di cielo e di terra
ed è un posto dove riposare
in una nuvola che scivola via
La linearità essenziale di questa “Canzone della neve” (dalla raccolta del 2013 Pietra su pietra) assegna un posto allo sguardo dell’autore in una visione che procede dall’esterno all’interno. Ma Jon Fosse non ha disegnato un itinerario con circolarità quasi perfetta, tornando al villaggio da cui scaturivano i primi versi scolpiti dal vuoto. L’ultimo atto dell’antologia crocettiana (Poesie, 2016) richiama gli angeli di un tempo ma in una visione di conciliazione, anziché di frattura, nel tempo della condizione umana.
Marco Conti
Jon Fosse, Ascolterò gli angeli arrivare, (traduzione e cura di Andrea Romanzi), pp. 207, Crocetti Editore, 2024; euro 17,00