Il successo di Sade e Justine

“Justine” di Sade ebbe un immediato successo. Lo dimostra la prima segnalazione sul giornale dei librai del 1791, che pubblichiamo qui. Il commento è esemplare sia della ricezione che dell’interesse censorio suscitato fino al secondo ‘900. Ma dove nasce tanto scandalo nell’epoca dei libertini? Forse perché de Sade non pone al centro della sua opera l’eros e la morte dei romantici ma il discorso inaccettabile di ogni Potere

La prima edizione senza indicazione dell’autore né dell’editore figura stampata in Olanda come accadeva spesso per i testi che rischiavano il sequestro

Nel 1791 la Francia ha appena finito di scrivere la Costituzione basata sulle idee di Montesquieu e di Rousseau. I filosofi e i loro libri hanno in quegli anni di rivoluzione un peso che oggi possiamo solo immaginare. Ma si scrive di ogni cosa con grande slancio. Si scrive di storia, di morale, di viaggi e naturalmente si scrivono prose d’invenzione. La produzione è tutt’altro che avara, tant’è vero che si pubblica un bollettino di novità: La Feuille de correspondance du libraire, ou Notice des ouvrages publiés dans les différents journaux qui circulent en France e dans l’étranger. Nel dicembre di quell’anno cruciale i titoli sono centinaia. Dal primo giugno 1791 (quando si inizia a stampare “La Feuille” sostituendo “Annonces de bibliographie moderne”) al 15 dicembre, i titoli recensiti sono 2005. Tra questi compare Justine, ou les Malheurs de la vertu.

Justine, tra i best-sellers

Il frontespizio di una edizione del 1797 di Justine

Il libro, diviso in due volumi, stampato su carta pregiata, non riporta il nome dell’autore, il marchese Alphonse Donatien François de Sade. E come accade spesso per le opere che scottano, il frontespizio non riferisce neppure il nome dell’editore. Il testo risulta stampato in Olanda come tante altre opere clandestine. Per il marchese de Sade, uscito dalla prigione della Bastiglia appena tre anni prima, dove ha scritto l’opera, è il suo primo libro stampato. Ha 51 anni e sarà costretto a trascorrerne un’altra ventina in manicomio, vale a dire fino alla sua morte. Eppure, nell’immediato, non è la storia di Justine che lo mette nei guai. Il libro attira l’attenzione di molti intellettuali e avrà alcuni estimatori. Ma per capire meglio la portata della narrazione sadiana non è affatto il caso di richiamare le pagine ottocentesche di Heine o, più tardi, quelle di Breton. E’ esattamente un bollettino anonimo a mostrare l’interesse che suscita Justine in un lettore di fine Settecento.

La prima recensione di “Justine”

La Feuille de correspondance del dicembre 1791 non è semplicemente un elenco di titoli. La redazione si occupa spesso di aggiungere delle note di commento, di pubblicare brevi estratti e riprendere le critiche che i testi hanno già avuto. C’è anche una sezione, per così dire, politica, una rubrica in cui si parla delle “Opere relative alle attuali circostanze”…C’è insomma ben più dell’essenziale. Il fatto stesso che vi compaiano opere clandestine è una novità. La censura è stata abolita nel 1789 e se il romanzo di de Sade non indica editore e autore, ciò è dovuto al timore di incorrere comunque in una ritorsione visto che i temi sono inerenti la morale dell’individuo e della società.

Su 2005 titoli i commenti della redazione riguardano però solo la metà dei libri e quando questo accade le osservazioni non vanno di norma oltre le tre o quattro righe. Jean-Jacques Pauvert, coraggioso editore di de Sade negli anni Cinquanta (per questo finirà in carcere) e poi studioso e biografo dell’autore, scrive in Sade vivant: « Deux douzaines seulment des notices comptent 17 lignes ou davantage». Per lo più a guadagnarsi 17 righe sono di libri di viaggi o di filosofia. L’unico romanzo che sollecita tanta attenzione è quello di de Sade, venduto in quel mese a 7 lire e 10 soldi. L’incipit della recensione va al cuore di quello che sarà il tema principale dell’opera per altri due secoli:

Sade in un ritratto immaginario

«Se, per far amare la virtù, c’è necessità di conoscere l’orrore del vizio per intero, e le atrocità che questo può far compiere a quelli che non sanno mettere un freno ai loro desideri, questo libro può essere letto con profitto; è parimenti possibile, che spaventati dall’affresco orrendo che l’Autore ha saputo fare dei crimini, i più rivoltanti, della dissolutezza più malvagia, i lettori finiscano per vergognarsi di essersi abbandonati a tramiti così esecrabili e come l’eroina di questo romanzo, riprendano il sentiero della virtù, dopo averlo mille volte insozzato. Ma come essere contenti di un simile successo quando è dimostrato che di tutte le corruzioni, è quella del cuore la più incurabile?

Questo libro è quindi quantomeno molto pericoloso, e se noi ne facciamo conoscere qui l’esistenza, è perché proprio come il titolo potrebbe indurre in errore dei giovani senza esperienza, che si impregnerebbero dunque del veleno che contiene, vogliamo preavvertire le persone incaricate di vegliare sulla loro educazione, affinché abbiano modo di sottrarlo accuratamente alla loro vista, o farne leggere i passaggi più adatti perché si ribellino, semmai per la loro immaginazione sono assolutamente necessarie suggestioni forti e terribili.»

Lo scandalo in 4 edizioni… e il suo seguito

Il 28 agosto 1804, il marchese de Sade è in prigione; in questa lettera rivolge una supplica al ministro della Polizia, Fouché. Nel 1793 era già stato arrestato e condannato a morte per due lettere anti-repubblicane, ma per un fortunato errore la sentenza non venne eseguita. Nel 1801 è nuovamente arrestato con il suo editore. Lo scrittore che non è stato condannato (né lo sarà mai in seguito a questo arresto), lamenta nella lettera a Fouché la detenzione arbitraria.

Questa è dunque la ricezione dell’opera dei contemporanei e questo il registro morale prevalente e persino più disponibile rispetto a quello futuro, quando l’opera di de Sade nel suo complesso sarà interdetta. Nel 1792 Justine viene ristampato in una nuova edizione (oggi si direbbe “in economica”) che costa 6 lire, ma c’è il sospetto che in realtà sia la terza perché alcuni bibliografi segnalano un’altra edizione in diciottesimo (un piccolo formato) ancora nel 1791 ed è del 1796 una quarta edizione. E’ inoltre probabile che vi siano state altre stampe con incisioni pornografiche come accadeva di frequente per i libri erotici che circolavano anonimi (fu il caso per esempio della Pulzella d’Orleans di Voltaire, anche questa comparsa prima anonima). Certamente Justine ha appena cominciato ad attirare gli strali che consegneranno l’autore, senza alcuna giustificazione, al manicomio di Charenton. Ancora nel 1792 sul supplemento di Affiches, annonces et avis divers, ou Journal général de France, figura un lunghissimo articolo dove si riassume l’intera storia del romanzo. Anche qui l’interesse del libro è ovvio e, come accade con il “Bollettino” indicato, il redattore chiude la sua fatica con alate parole morali di ammonimento: «…leggetelo per vedere dove conduce l’immaginazione umana; ma subito dopo, gettatelo tra le fiamme: è il consiglio che darete a voi stessi se avete la forza di leggerlo interamente.»

Il romanzo sarà ristampato ancora per cura dello stesso de Sade. A causa di questo, della nuova versione, ovvero La nouvelle Justine e dell’ Histoire de Juliette, sarà arrestato con il suo editore e tutte le copie verranno sequestrate. Ma mentre l’editore Nicolas Massé sarà liberato qualche giorno dopo, Donatien de Sade rimarrà detenuto in manicomio sino alla fine dei suoi giorni.

Lo sguardo collettivo

Juliette, edizione 1954 di Jean-Jacques Pauvert. L’autore e l’editore sono ancora legati nel secondo Novecento dalla censura repubblicana. Dopo la condanna (1956) solo il nuovo processo in appello restituirà la libertà di pubblicare il marchese de Sade. Tra i testimoni della difesa: Jean Cocteau, Georges Bataille, André Breton, Jean Paulhan

E’ curioso osservare che dal primo riscontro sul Bollettino bibliografico, fino agli anni Sessanta del Novecento, la disposizione dell’intellettuale, del moralista e del politico coincidano (sia pure con alcune eccezioni: Maurice Heine, Gustave Flaubert, André Breton, naturalmente il Georges Bataille di La letteratura e il male). Per tutti gli altri il desiderio di immergersi nella lettura di Sade e di ragionarvi è pari solo al desiderio di censurarlo a cose fatte. Il che appare vero non solo rispetto a un codice morale o religioso con il quale confrontarsi, ma anche rispetto all’ampia rassegna del successo letterario più osé di Eros e Thanatos. Dissoluzione morale e morte sono frequenti nel Settecento di Sade: Restif de la Bretonne (che a garanzia del successo di Sade scrive “L’Anti Justine”), Giacomo Casanova, Choderlos de Laclos, e successivamente Octave Mirbeau, a voler tacere dei versanti gotici e del vampirismo romantico. Lo scarto rispetto a questa letteratura è che la pagina di Sade non suggerisce né allude, e neppure crea un’atmosfera emotiva. Il tema sottostante della letteratura sadiana è quello rilevato da Roland Barthes: ogni gesto osceno è prima un discorso sull’oscenità, ogni trasgressione è, prima di essere rappresentazione, una parola che dirime e preordina la trasgressione. I personaggi sadiani non sono in definitiva reali ma sono incarnazioni di un discorso. E la voce del narratore che li pronuncia chiama ogni volta in causa, con l’eros, il potere. Un potere perentorio e trasversale. In scena non è solo il borghese, ma il nobile, l’ecclesiastico, il magistrato, fin là dove l’esemplarità sembra trascendere la storia. Ciò che alla fine il lettore percepisce (e a maggior ragione lo fa nell’allucinato Le centoventi giornate di Sodoma) non è il desiderio della carne o la sua fragilità, né lo scarto rispetto alla norma erotica accettata, ma la presenza gratuita del potere. «Le tonnerre» che Maurice Heine sentiva nelle pagine di Justine forse identificava propriamente questa qualità.

Marco Conti

 © Marco Conti, Il successo di Sade e Justine, Le muse inquiete.it

Mansour, l’eros dei tempi

Un inedito confronto tra il surrealismo mediterraneo della poetessa e le radici della classicità. Irruenza e sensualità sono tuttavia la filigrana di questa originalissima lirica del ‘900

Joyce Mansour nella sua casa a Parigi

Quali corrispondenze segrete, dialogano tra loro, quale temperie spirituale possono condividere, senza disagio, forzatura, due poesie, non solo in tecnica, ma particolarmente, in mentalità e sensibilità lontanissime tra loro, una appartenente poniamo all’età classica, un autore tra i lirici greci e una al ’900, al periodo del surrealismo? Cosa hanno in comune, che vibrazioni, simili se non identiche, ti possono dare due poesie, con la stessa tematica, la donna, Saffo in “A me beato sembra come un dio” e Breton, fondatore del
surrealismo in “Unione libera”?

Saffo, come tutti lirici greci (anche per l’incanto che di per sé il frammento aggiunge), è l’immediatezza, la semplicità del verso; Breton è l’ambiguità stilistica, l’abbondanza di dati contraddittori che può portare al paradosso, all’incomprensione del testo, a fuorviare da una linea
chiara interpretativa, con diverse linee parallele , in fuga, non convergentetra loro, per usare un’annotazione critica che Brodiskij in “Il canto del pendolo” adopera per la storiografia, ma che, a mio parere, ben si adatta a molta poesia del novecento, dal futurismo, all’ermetismo e, in specie, per la ridondanza di rimandi e sotterranee , inconsce convergenze , al surrealismo appunto.

Dalla misura classica al surrealismo

Saffo (Pompei, pittura vascolare)

Saffo e i lirici greci sono la chiarezza estrema, il sentimento o la natura che si fa parola e immagine, senza mai far apparire, come se fosse estraneo, il pensiero; in loro c’è armonia, non solo e tanto nel ritmo della composizione, quanto nel rapporto della fugacità del vivere deciso
dalla divinità, dal destino, accettato senza ribellione e angoscia , massimo c’è l’accenno nostalgico
( “noi siamo come foglie” in Mimnermo)
Breton e il surrealismo, in mutate condizioni interpretative della realtà, nella sfiducia nella ragione e del suo ottimismo, è disagio continuo, contestazione, ribellione e avviene l’affidamento ad altre forze, a cominciare dall’inconscio, della possibilità di carpire e dirigere la parola e il costrutto, non più equilibrato e significante, del vivere umano.

Dove nel mondo classico è quasi contemplazione e movimento lento e circoscritto, nel surrealismo è inquietudine, fuga, assurdità. La natura, in quest’ultimo, non si amalgama come seconda pelle alla cultura e viceversa; anzi c’è una discrepanza, tale però che natura, cultura, riferimenti di altro
genere, servono a creare estraniamento, e, nello stesso tempo, se la poesia è sublime, anche maggior attenzione e densità di immagini rispetto al soggetto trattato.

«Pari agli dèi mi appare lui, quell’uomo
che ti siede davanti e da vicino
ti ascolta: dolce suona la tua voce
e il tuo sorriso
accende il desiderio. E questo il cuore
mi fa scoppiare in petto: se ti guardo
per un istante, non mi esce un solo
filo di voce,
ma la lingua è spezzata, scorre esile
sotto la pelle subito una fiamma,
non vedo più con gli occhi, mi
rimbombano
forte le orecchie,
e mi inonda un sudore freddo, un tremito
mi scuote tutta, e sono anche più pallida
dell’erba, e sento che non è lontana
per me la morte.
Ma tutto si sopporta, poiché …»

***

André Breton
L’unione libera

La mia donna dalla capigliatura di fuoco di legna
Dai pensieri di lampi di calore
Dal busto di clessidra
La mia donna dal busto di lontra fra i denti della tigre
La mia donna dalla bocca di coccarda e di mazzo di stelle d’ultima grandezza
Dai denti d’impronte di topi bianchi sulla terra bianca
Dalla lingua d’ambra e vetro strofinati
La mia donna dalla lingua d’ostia pugnalata
Dalla lingua di bambola che apre e chiude gli occhi
Dalla lingua di pietra incredibile
La mia donna dalle ciglia come aste di scrittura di un bambino
Dalle sopracciglia d’orlo di un nido di rondine
La mia donna dalle tempie d’ardesia d’un tetto di serra
E di vapore sui vetri
La mia donna dalle spalle di champagne
E di fontana a teste di delfini sotto il ghiaccio
«Pari agli dèi mi appare lui, quell’uomo
che ti siede davanti e da vicino
ti ascolta: dolce suona la tua voce
e il tuo sorriso
accende il desiderio. E questo il cuore
mi fa scoppiare in petto: se ti guardo
per un istante, non mi esce un solo
filo di voce,
ma la lingua è spezzata, scorre esile
sotto la pelle subito una fiamma,
non vedo più con gli occhi, mi
rimbombano
forte le orecchie,
e mi inonda un sudore freddo, un tremito
mi scuote tutta, e sono anche più pallida
dell’erba, e sento che non è lontana
per me la morte.
Ma tutto si sopporta, poiché …»
La mia donna dai polsi di fiammiferi
La mia donna dalle dita d’azzardo e d’asso di cuori
Dalle dita di fieno tagliato
La mia donna dalle ascelle di martora e di faggine
Di notte di San Giovanni
Di ligustro e nido di scalarie
Dalle braccia di schiuma marina e di chiusa
E di miscela del grano e del mulino
La mia donna dalle gambe di razzo
Dai movimenti d’orologeria e disperazione
La mia donna dai polpacci di midollo di sambuco
La mia donna dai piedi d’iniziali
Dai piedi di mazzi di chiavi dai piedi di calafati che bevono
La mia donna dal collo d’orzo perlato
La mia donna dalla gola di Val d’Or
Di appuntamento nel letto stesso del torrente
Dai seni di notte
La mia donna dai seni a monticello di talpa marina
La mia donna dai seni di crogiolo del rubino
La mia donna dai seni di spettro della rosa sotto la rugiada
La mia donna dal ventre come l’apertura a ventaglio dei giorni
Dal ventre d’artiglio gigante
La mia donna dal dorso d’uccello che fugge in verticale
Dal dorso d’argento vivo
Dal dorso di luce
Dalla nuca di pietra rotolata e di gesso bagnato
E di caduta d’un bicchiere nel quale si è appena bevuto
La mia donna dalle anche di navicella
Dalle anche di lampadario e penne di freccia
E steli di piume di pavone bianco
Di bilancia insensibile
La mia donna dalle natiche d’arenaria e d’amianto
La mia donna dalle natiche di dorso di cigno
La mia donna dalle natiche di primavera
Dal sesso di gladiolo
La mia donna dal sesso di terra aurifera e d’ornitorinco
La mia donna dal sesso d’alga e di caramelle d’un tempo
La mia donna dal sesso di specchio
La mia donna dagli occhi pieni di lacrime
Dagli occhi di panoplia viola e d’ago calamitato
La mia donna dagli occhi di savana
La mia donna dagli occhi d’acqua da bere in prigione
La mia donna dagli occhi di legno sempre sotto la scure
Dagli occhi di livello d’acqua di livello d’aria di terra e di fuoco”.

Joyce Mansour e André Breton, Parigi anni ’60

L’incontro degli opposti

Pure, se andate a leggere la poesia della Mansour, trovate, quasi per un miracolo di convergenza, una vicinanza tra queste due epoche così estranee tra loro; è quasi che in lei, donna, che sa vivere contemporaneamente l’esperienza del mondo europeo e quella orientale (l’Egitto da cui proviene)
si sia saldata una frattura di tempi, luoghi, modalità di sentire per cui il mondo greco, limpido, quieto, nell’abbandono della fisicità, vada incontro a quello estraneo del surrealismo e quest’ultimo sia in cammino per un incontro con il mondo classico: la Mansour diventa tramite tra due sponde diverse, rinserrando in sé, come un fiume e acqua fervida e inquieta di percorsi nuovi,
correnti disparate che non la rendono tumultuosa o le fanno correre il rischio di rompere gli argini, ma sa, nel suo delta ampio e luminoso, far coesistere voci, sommovimenti, tumulti differenti che interagiscono tra loro.
La Mansour è capace di liricità greca, sognante, quasi una linea vibrante di Fidia e poi della poesia più libera, scatenante nel verso e nelle immagini rutilanti , nei barocchismi visivi o immagini assurde, grottesche, con graffiante ironia, propri del surrealismo.

“una donna creava in lei il sole
E le sue mani erano belle da vedere
La terra s’apriva sotto i suoi piedi fertili
E l’avvolgeva col suo fiato d’arancio
Fecondando così la serenità”

Non sentite Saffo, e quella commozione della natura, fatta donna, corpo fervido di luce e tenera passione? ”così in ritmo danzavano un giorno le cretesi/ con i teneri piedi intorno al bell’altare/ dell’erba il fiore tenero sfiorando dolcemente” (Saffo). Basta già quell’identico uso dell’imperfetto per creare sospensione, leggerezza e incanto. Ma anche nella sua appartenenza alla temperie culturale e di atteggiamento mentale delsurrealismo, la Mansour ha una sua spiccata diversità e personalità.

Fisicità e visualità

La sua femminilità e l’appartenenza a due esperienze diverse (europea e orientale), danno alla sua poesia una connotazione difforme, sia per il discorde senso di contestazione (che non è solo sessuale, ma è anche morale e socio-politico) , sia all’uso, veloce e tagliente, di notizie storiche,
culturali, artistiche che non rendono il verso ridondante e affollato, (come avviene in un quadro in cui si perde la centralità della visione per la presenza di molteplici dettagli, rischiando
un’incomprensibile lettura): avviene in altri poeti surreali e anche artisti, dove prevale la tecnica, il talento a discapito della genialità: si pensi a Dalì.
Nella Mansour, i riferimenti che adopera sono come folate di vento che diradano un’aria che rischia di essere densa, fino a diventare nebbia che nasconde il senso e la visione.

Cito, a mo’ di esempio: acqua di Colonia ( pag.105),merletti di Bruges ( pag. 109), Gallè ( pag. 147), George Sand (pag.161), ecc. e li usa sempre accompagnandoli con aggettivi, tattili, visivi: il morbido
mediterraneo (pag.109). Come diverso è il senso della fisicità e il rapporto tra il corpo di donna e quello dell’uomo. La donna è espressa nelle sue più varie componenti, emotive, seduttive e allegoriche: dal seno alle gambe, alla sua sessualità e i vari rimandi culturali e simbolici. Il corpo della donna è raccontato nel “sesso implorante”, nel mestruo, nelle cosce esplorate, i brividi, nelle carezze, nella bocca, negli
occhi, nelle ascelle ecc. Inoltre, è presente l’abbigliamento intimo e seduttivo della donna: le calze, ecc.

L’edizione di riferimento del saggio (prima traduzione italiana con testo originale a fronte e apparati critici. Vedi in queste pagine de Le Muse Inquiete la presentazione dell’autore: https://lemuseinquiete.it/joyce-mansour-poesia-ed-eros/

L’eros femminile

La donna è l’eros e quindi capacità di dialogo, democrazia; l’uomo è solo libidine, sesso, imposizione di potere, predatore e violento.
E’ come se la Mansour avesse accettato e modificato, a favore della donna, in posizione femminista, l’espressione di Paul Eluard “il pensiero non ha sesso”. Invece lo ha se il pensiero è determinazione, fisicità che parla, agisce e cambia il mondo, se è voglia di riscatto ed è donna.
La Mansour, magistralmente, adopera tecniche, vocaboli e modalità espressive che fanno intuire un’ esperienza espressiva consumata e una genialità sicura.
Spesso ha un incalzare ossessivo, martellante, nel ripetere alcune immagini e vocaboli chiave per arrivare in modo ineludibile alla sensibilità e all’attenzione del fruitore. “vuoi il mio ventre per nutrirti vuoi i miei capelli per sfamarti…” sono diverse le composizioni nelle quali adopera, in un crescente ritmico, la ripetitività.

A reggere i periodi, nei testi di Joyce Mansour, le metafore, più che eventi concreti, sono spesso aggettivi musicali, visivi, giochi di parole, rimandi biblici, culturali, mai banali, anzi rinnovati e capaci di creare attesa, spaesamento. Esemplare è, a mio vedere, la costruzione in tal senso della lirica “Quando Myriam emerse dall’estasi”, con trasposizione e personalizzazione finanche di
accenti biblici, dalla parabola dell’obolo della vedova a atmosfera Anche chi se ne sta zitto e sopporta è responsabile “ indecente il bavaglio/ osceno l’imbavagliato”.

Joyce Mansour, 1970 (Courtesy Samir Mansour)

La Mansour, se può avere la stessa cruda delicatezza della Duras, ha però maggior grinta, inquietudine, capacità di assimilare altre esigenze ed esperienze; e ha intelligenza nel saper cambiare, senza subire la moda dei tempi o il ruolo asfissiante delle ideologie. Per cui, anche se non in sistematicità di saggio e argomentazione (per altro impossibile in libri di poesie) lei ci indica una propria estetica e una propria morale, lei così ribelle, trasgressiva, fautrice
delle forze magmatiche del subconscio (non certo però della codificazione della psicanalisi: si veda l’ironia graffiante in ”Dall’asino all’analista e ritorno”) e contestatrice.
Affermare come principio estetico che “l’arte comincia dove il desiderio finisce” è quasi una riedizione dell’assunto heideggeriano “Ciò che è più vicino anticamente (“das ontisch Nächste“) è anche il più lontano ontologicamente”
Tra vita concreta, individuale e capacità di crearne nuove, universali, nella scrittura, ci dev’essere una giusta distanza, altrimenti si cade o nel sentimentalismo o nel freddo intellettualismo.

Eros e Thanatos

La Mansour, invece, ci coinvolge nel senso magma7co, effervescente, fisico, concreto della vita, ma sempre nel rigoroso saper andare oltre il contingente e il vissuto individuale, diventando lei emblema di un’epoca, anzi oltre la sua epoca stessa, se la sua forza dirompente sa raccogliere, come già annotato, sensibilità antiche (classiche) e sa sfuggire finanche alle maglie di una stagione folgorante come quella del surrealismo. Sa che la sua funzione e aspirazione è il senso dell’eternità, blasfemo, ma ineludibile per l’artista vero”…versi/ testimoni inaffidabili del mio crimine contro Dio”
Eros e thanatos non sono altro che la significazione, nella sofferenza e godimento della carne e nella predisposizione a generare, della lotta tra il transeunte, la finitudine e l’eternità e l’assoluto.
E sono anche la trasposizione dell’atto sessuale, genera7vo che avviene nella scrittura con la sua ambivalenza di aspirare all’immortalità, morendo al proprio tempo e alla propria vita individuale.
Come programma etico la Mansour afferma: “io odio i soddisfatti/ gli sterili benestanti”.
È un insegnamento morale che tiene conto di più aspetti: di Platone (che disprezza chi fa il bene per pigrizia), del Vangelo ( “sono venuto a portare il fuoco e cosa voglio se non che bruci”?) e trova singolare convergenza con Borges in Frammenti di un vangelo apocrifo. Confrontate ciò che dice Borges, il surreale per eccellenza della scrittura del novecento, e la Mansour in Blu come il deserto: “felici i solitari/ quelli che seminano cieli nella sabbia avida/ quelli che cercano la vita sotto le gonne del vento/ quelli col fiato in gola che corrono dietro un sogno svanito/perché loro sono il sale della terra” (nella traduzione di Marco Conti).
C’è la stessa volontà di cambiare atteggiamenti, finanche lo stesso Vangelo (quello però recepito male, come sostenne Brodskij relativamente alla massima “porgi l’altra guancia”): il saggio, sia nella Mansour che in Borges è molto più vicino al “folle” di Nietzsche ( aforisma 125 della La gaia scienza), o al Cristo che scaccia i mercanti dal tempio e non alle edulcorazioni pastorali e teologiche “sciagurato colui che piange, perché ha già l‘abitudine miserabile del pianto” (Borges, nel frammento citato).

A proposito dei colori

Un’ultima considerazione, sulla sonorità rutilante dei colori e sugli accostamenti a situazioni e cose pure agli odori: la “visionarietà” di Joyce Mansour è anche la partecipazione totale, di tutti i sensi, alla costruzione della parola.
Già il titolo dell’antologia Blu come il deserto può riferirsi, anche negli accostamenti (il deserto e la bruciante estate) al Rimbaud di Essenze : “le sere blu d’estate”. Questo richiamo cromatico ricorre spesso: mano blu, sbuffi blu, con la variante viola “ caramella viola”, “violetta d’estate ditirambica”.
I cromatismi sono costanti: il giallo, il rosso, il verde: fiori rossi, sopracciglia verdi, acqua verde e diverse varianti come ombra rosa, pigiama arancione, capogiro giallo ecc. E’ presente pure l’alternarsi del nero e bianco: in lutto l’autunno, pelle nera, notti bianche intese come desertificazione.
Anche in questa scelta di colori forti, senza mezze tinte, come l’indicazione golosa di vari frutti nella sua poesia sta ad indicare nella Mansour una voluttà e voracità del vivere, molto simile – mutatis mutandis – quella di Piaf; una voracità che sa indicare il senso vero del vivere: “il mio cuore corre crescendo/ con i folli”.

Gianni Mazzei




Reverdy, il palpito delle ali

Pierre Reverdy autografo da Le chant des morts. Tériade Editeur, 1948

La poesia di Pierre Reverdy ha il fascino di certe immagini per un attimo baluginanti su uno schermo: distanti ed eloquenti sembrano chiederci una storia che continuamente evitano, aggirano, sottraggono. Una strada sconosciuta, il vento, un muro, il suono di una voce, «ces paysages confus ces jours mystérieux». Il mondo scorre, come su  uno schermo, senza che vi sia la possibilità di conoscerlo davvero. Reverdy stesso lo ha detto: « La poesia è il legame tra me e il reale assente. E’ da questa assenza che nascono le poesie».(En Vrac, Mercure de France, 1989) E ancora: «La poesia è in quello che non c’è. In quello che ci manca».

Nato a Narbonne il 13 settembre 1899, Reverdy morì all’abbazia di Solesmes nel 1960

C’è nei versi di Reverdy l’incanto dell’immagine  ma questa seduzione nasce nel suo avvertire l’ impenetrabilità del reale, la divisione tra il sé e il mondo. Le finestre da cui guarda, non meno dei sentieri che percorre, delimitano una alterità dello spazio che è soprattutto una alterità dell’anima. Il reale resta un luogo sconosciuto, un “al di là” oltre la superficie ingannevole delle apparenze, della materia e delle illusioni.
Soprattutto dopo l’esperienza parigina, la poesia di Reverdy sarà quella  di un contemplativo che  prende a piene mani  dalla natura  per distillare immagini nette, per dire l’immateriale e  l’ansia di assoluto. Nondimeno l’immaginario della sua poesia fu una delle esperienze più importanti precedenti il surrealismo benché del tutto autonoma.

Increspature del tempo

Più grido più il vento è forte
La porta si chiude
Trascina pelliccia e piume
E la carta che vola
Corro sulla strada dietro le foglie
Che s’involano
 
Il tetto si solleva
Fa caldo
Il sole è una calamita
Che ci sostiene
 
Chilometri distante
Mi piace il rumore che fai
Con i piedi
Mi si dice che corri
Ma non arriverai mai
 
Il vecchio cultore d’arte ha un sorriso idiota
Falsario e scassinatore
Una bestia nuova
Gli fa tutto paura
Inaridisce in un museo
E partecipa alle esposizioni
L’ho messo in un volume sull’ultimo scaffale
 
Non cade più la pioggia
Chiudi l’ombrello
Che possa vedere le tue gambe
Illuminarsi al sole
 
 Increspature del tempo, trad. M. Conti da “ La lucarne ovale” (1916)

Strada

Sulla soglia nessuno
                  Oppure la tua ombra
Un ricordo che rimarrà
La strada scorre
           E gli alberi parlano più vicini
Cosa c’è dietro
                Un muro
                               delle  voci
Le nuvole che s’alzarono
Nell’istante in cui passavo là
E lungo una transenna
                Dove stanno quelli che non entreranno

“Strada”, trad. M. Conti da “Les ardoises du toit” (1918)

La vertigine di vivere

Le figure attraverso cui scorrono i versi sono strutturali: il cielo, il giorno, la notte, il mare, il moto dell’aria. Elementi che non rinviano mai alla loro fisicità ma che vivono, indefiniti, nella tensione dello spazio. Così gli amori, la soggettività, i “tu” che si affacciano frequenti nell’opera, escludono ogni confessione e contingenza per partecipare a questa vertigine del cosmo e del nulla: «Tutto ciò che mi somiglia- scrive Reverdy- scappa nello stesso senso».

da Marco Conti, “Questi giorni misteriosi”, in La mosca di Milano, n. 19, 2008

Biobibliografia

Pierre Reverdy fece i suoi studi al liceo di Tolosa e al collegio di Narbona. Nel 1907 gli affari di famiglia subirono un tracollo e tre anni dopo Pierre partì per Parigi dove trovò lavoro come correttore di bozze. La collina di Montmartre (abiterà in rue Cortot accanto alla più famosa rue des Saules, uno dei pochi angoli che non sono stati del tutto stravolti dal tempo) lo avvicinò alla cerchia di pittori e scrittori cubisti: Picasso, Braque, Apollinaire, Gris, Jacob. In quello stesso periodo conobbe André Breton e Louis Aragon. Furono anni cruciali sotto il profilo letterario ma estreamente duri nella vita quotidiana. Nel 1915 raccolse le sue prime poesie col titolo Poèmes en prose, l’anno dopo pubblicò La lucarne ovale che introdusse con queste parole: «In quel tempo il carbone era diventato prezioso e raro come pepite d’oro ed io scrivevo in un solaio dove la neve cadendo tra le fessure del tetto diventava blu». Intanto Reverdy si era impegnato come volontario al fronte prima di essere riformato, nel 1916.

Pierre Reverdy. Disegno di Robert Hadley


Nel 1917 pubblicò Le voleur du talan (Il ladro di talento, un poema in Italia tradotto da Antonio Porta per la collezione bianca di Einaudi); nel 1921 Coeur du chêne, quindi Cravates de chanvre, Les Epaves du ciel, Ecumes de la mer, sequenza che poi confluirà in Plupart du temps (1945). Nel 1926, abbandonata Parigi, scelse di vivere nelle vicinanze dell’abbazia di Solesmes in seguito a una propria radicale scelta religiosa. Trascorrerà qui il resto della sua vita, tranne qualche viaggio a Parigi, in Italia, Grecia, Spagna, Inghilterra: percorsi che non lasceranno sensibili tracce nella poesia. La sua produzione continuò tuttavia con numerose raccolte, riflessioni sulla poesia e un romanzo. Tra le sue opere: Grande Nature, La peau d’homme (romanzo), Pierre Blanche, Ferraille, Plein verre, Le chant des morts con 125 litografie di Picasso e alcune prose autobiografiche: Le gant de crin, Le livre de mon bord, En vrac.


 


 


Schwarz, poesia e desiderio

Lione. Basilica di Fourvière

Il silenzio dell’ora blu, prima dell’alba, le risonanze dei gesti e dei suoni…Pensava forse a questo tessuto di immagini il filosofo Gaston Bachelard quando, nel 1952, ringraziò l’autore delle poesie di Avant que le coq ne chante, Arturo Schwarz, poiché la lettura di quei versi – disse – gli aveva dato «energia ».
Schwarz ha detto dal canto suo che quelle sue prime liriche erano nate esattamente nelle prime ore del giorno, in una piccola cella, alla luce di una lampadina quando era prigioniero ad Abukir.
Versi scritti in francese dove l’immagine e l’analogia marcano il ritmo e mostrano come l’esperienza del surrealismo sia stata un motore di energie a tutto campo, ben al di fuori e al di sopra delle semplificazioni che chiamano in causa – ancora oggi – scrittura automatica e onirismo.
Se ne accorge non solo il lettore che segue gli itinerari di Aragon, di Desnos, di Char o Mansour, ma anche chi sfoglia l’opera completa in versi (o quasi) di Arturo Schwarz, Tutte le poesie, o quasi (1941-2007), edite da Moretti & Vitali.

Primi versi

Non so perché
il rumore dei miei passi
di notte
nella strada
deserta
evoca in me
il rumore che fanno
quando si disturbano
i ricordi


Il testo (qui tradotto da me) è in francese, prima lingua dell’autore, come tutte le raccolte liriche dal 1942 al 1956: il già citato Avant que le coq ne chante, Malgré tout (1952), Choix de poèmes (1956). In questa filigrana corre una voce che senza rinunciare al dominio dell’immagine si fa discorso, cadenzata da un verso essenziale:

les rues de Milan
à trois heures du matin
ne sont pas plus désertes
que le sentiers de l’amour

j’ai démonté le ciel
étoile par étoile
j’ai denudé les fleurs
pétale par pétale

je n’ai rien trouvé

(…) da “Les soeurs oubliées in Avant que le coq ne chant)

Incisione su legno. da Wikimedia Commons

L’amore, il desiderio

IL timbro sarò sorretto dal desiderio, dall’eros, per gran parte del percorso lirico autoriale, in modo non dissimile da quanto accade con la poesia di Éluard. L’amore, la notte come luogo privilegiato non solo del sogno, ma dell’alterità, costituiscono il nord e il sud di queste pagine:

la nuit coulée dans tes yeux
est plus légère ce soir
qu’une fleur de cendre


è la terzina con cui inizia Au bord de la nuit;

fleurir la demeure de la nuit
cette chambre claire où une lampe
s’est allumée après son passage


fa eco la poesia successiva di Erox nella raccolta nel 1985 Satyavatī dove il francese ancora si affaccia come del resto accadrà ancora e a ragione poiché spesso si ha l’impressione che nel passaggio alla lingua d’adozione il ritmo si faccia meno sicuro. E’ il caso delle “Metamorfosi” o meglio le Méta-morphoses presenti in quella che è forse la raccolta più cospicua di Schwarz, Lettere a mia figlia, metamorfosi ecc… (1964-1978) dove l’estro per l’associazione tra oggetti e idee (a lungo perseguito dal surrealismo bretoniano) trova una nuova, ennesima, accezione:

le ciel a la forme de l’habitude
la terre a la forme d’une culbute
la mer a la forme de l’intelligence
la lune a la forme de la mémoire

La poesia è il reale

Simboli alchemici. Tramite Wikimedia Commons

Bretoniano, Schwarz lo è stato del resto nel senso più stringente. Lo ricorda Anna Sikos nell’introduzione al volume corroborata dallo stesso autore che cita con Breton, Novalis: «La poesia è il reale, il reale veramente assoluto». Convinzione che si sposa con quella di un umanesimo altrettanto totalizzante dove si prefigurano «i canti/dell’uomo amante dell’uomo» come voleva il surrealismo coniugando la parola d’ordine di Marx (cambiare il mondo) con quella di Rimbaud (cambiare la vita). Non per nulla in giovinezza è stato trockijsta, progettualità ideologica che com’è noto era condivisa da Breton. A fianco di questa prospettiva si colloca anche l’ebraismo di Schwarz che in alcuni versi ne richiama precisamente la storia novecentesca (Les Rosenbergs) e in un unico testo (Oratio de hominis dignitate) i nomi, e solo i nomi dei luoghi, dove si sono svolti gli eccidi – da Artemovsk a Semlin – fino a farne allegoria («ebreo errante/ ho vagato tutta la vita/ lungo il labirinto della mente/ rincorrendo il senso del Tutto…».

Ultime

La vitalità dell’ albero surrealista non ha impedito ad Arturo Schwarz di innestare un discorso lirico in cui si staglia via via un dettato più spoglio. Soprattutto a partire dagli anni Novanta. I Nove testi a forma di haiku sono forse il segno più forte di questa nuova tensione che all’immagine concede solo il necessario, fino a raggiungere nelle ultime raccolte una misura in cui l’immagine diviene strumento delal riflessione: «è difficile vivere/ senza la propria ombra/ palma solitaria/ in isola deserta/ con la compagnia/ d’una fede smarrita// ora sono notte/ lei era luce// era l’aria/che faceva volare il cielo/(…)».
Le sorprese di questa poesia restano notevoli. Attestata ormai da un quarantennio l’adozione dell’italiano, anche le antologie e la storia letteraria potranno avvantaggiarsene.

Marco Conti

Paul Gauguin, Changement de residence. Wikimedia Commons.

La legna secca dorme
e ricorda la gioventù

nelle mani verdi dell’alba
sono parole non dette

tutta la vita ho atteso
che il pugno chiuso
un giorno si aprisse

una mano come colomba
innamorata mi carezzò
la fronte fredda e dura
chiusi gli occhi incredulo

il silenzio più pesante
delle piramidi d’Egitto

fu finalmente rotto
la voce che ascoltavo
non era più un sogno
venne la sempre attesa
dal passo leggero
come una speranza

la memoria del sole
fracassò la notte
in mille pezzi
e così anche il vetro
che mi separava dalla vita

la legna secca è verde
la fronte non è gelida
e la mano si è aperta
cammino dove l’amore
è presente come il sole


Arturo Schwarz, La legna secca dorme… da “Cinque notti di dicembre” (2004), Moretti & Vitali




















Nadja, la speranza di Breton

“Nadja” copertina dell’edizione 1928. Collage di Marcel Maric

Nadja“, perché in russo è l’inizio della parola che vuol dire «speranza»: così Nadja aveva spiegato ad André Breton il suo nome una sera di ottobre del 1926 durante il loro primo incontro. Nella realtà Nadja si chiamava Léona Delcourt, era nata nel 1902 nei sobborghi di Lille e quando incontrò l’autore del Manifesto del Surrealismo, cercava di sopravvivere a Parigi come poteva, per lo più rivendendo piccole quantità di cocaina. Un incontro in cui Breton avvertì il fascino della casualità, del disorientamento e di quelle consonanze che scorrono immediatamente al di sotto dei codici della quotidianità.

«Chi sono, io?»

Léona Delcourt (1902-1941). Sulla donna e il personaggio ha scritto un ampio saggio la scrittrice olandese Hester Albach: “Léona, héroine du surréalisme “, Actes Sud, 2009 . Una ricerca durata sette anni, fatta sulle poche tracce biografiche rimaste al di là delle lettere e delle testimonianze legate a Breton e ai surrealisti.

Il racconto di Breton inizia con questa domanda: «Chi sono, io? Se per una volta mi rifacessi a un proverbio: in fondo potrei forse domandarmi semplicemente qui je hante: chi frequento, chi infesto. Debbo riconoscere che questa espressione mi porta fuori strada, in quanto tende a stabilire tra certi esseri e me rapporti più singolari, meno evitabili, più conturbanti, di quanto non pensassi». La speculazione potrebbe sembrare oziosa ma è tutt’altro e Breton lo chiarisce qualche riga dopo dicendo che, al di là di inclinazioni, affinità, attrazioni egli si sforza di «capire in cosa consista, se non da cosa dipenda, la mia differenza».
La vulgata sul Surrealismo si accontenta di interpretare il movimento mostrando come paradigmi estetici le immagini oniriche, le analogie insolite e subliminali. Ma in realtà il pensiero più profondo di Breton e persino dei dissidenti (Leiris, Bataille, Artaud) cercava di frequentare e conoscere un’idea diversa di essere al mondo. Nadja va letto in questo contesto anziché in quello più romantico ed evanescente della relazione amorosa che, è vero, sta al centro del ‘romanzo’ ma che travalica sia il senso comune, sia una certa accezione della letteratura della follia e della trasgressione.

Una passeggiata in centro

In Nadja Breton si racconta come non farà mai più. Dice di voler riferire gli episodi più incisivi della sua vita, quelli che nascono nella casualità. Per esempio l’incontro con Paul Eluard alla “prima” del dramma di Apollinaire Couleur du Temps. E’ lì che uno sconosciuto gli si avvicina, balbetta e si scusa dicendo che aveva scambiato Breton con un suo amico, dato per morto in guerra. Pochi giorni dopo, tramite un altro scrittore, entra in corrispondenza con Eluard senza che nessuno dei due abbia la minima idea della fisionomia dell’altro. Solo quando Paul Eluard ottiene una licenza i due poeti si riconoscono. Ugualmente cita la circostanza per cui settimanalmente si trova senza volerlo in Boulevard de Strasbourg. «Non so perché sia proprio là che mi portano i miei passi, là che mi reco quasi sempre senza uno scopo preciso, senza alcun motivo determinante salvo l’oscura sensazione che è in quel luogo che ciò (?) accadrà.»

Il 4 ottobre 1926

La narrazione di André Breton ha quindi uno dei suoi temi centrali nella scoperta del fiume delle sensazioni e intuizioni che accompagna il reale e, di pari passo, in quei fatti e segnali, in cui il reale mostra la sua ambiguità lasciando in primo piano il soggetto che percepisce e interpreta. La libertà di immaginazione, il sogno, il gioco sono stati del resto i primi interessi del surrealismo. E tra i primi bersagli “letterari” di Breton ci fu esattamente il determinismo del romanzo, della psicologia dei personaggi fatta a tavolino.
Quando Breton, il 4 ottobre del 1926, incontra Nadja, nota subito il suo passo leggero, la fragilità, i suoi vestiti poveri e l’incedere a testa alta «al contrario di tutti gli altri passanti». Nota il trucco mal fatto, il bordo degli occhi annerito come ha visto fare in teatro, e le rivolge la parola. Poco dopo lei gli parla con fiducia: il fidanzato che ha lasciato, le sue difficoltà economiche. E gli fornisce un nome falso: Nadja, perché in russo è l’inizio della parla speranza e perché – aggiunge con acume – «è soltanto l’inizio».

Le lettere

Una lettera di Léona Delcourt

Gli incontri tra André e Leona proseguono sulla pagina della narrazione, così come nella realtà, ogni giorno fino al 13 ottobre. Via via il coinvolgimento è sempre più stretto, i passanti li osservano, il dialogo diventa serrato e talvolta straniato dalle visioni di Nadja: viaggi immaginari che avvicinano la figura della donna al mondo subliminale che Breton persegue (del resto senza ingenuità perché ha capito subito che in qualche caso Nadja ha usato per sopravvivere il suo indiscutibile charme)… Tutto converge ma tutto improvvisamente implode. Breton sembra impaurito dalla irruenza della donna, dagli episodi più violenti della sua vita passata che lei gli racconta nei particolari. Lo scrittore sembra aver toccato qualcosa di «irrimediabile»: «Piangevo all’idea che avrei dovuto rinunciare a vedere Nadja». Di fatto non sarà così, come lo stesso Breton annota. Ma nel frattempo Nadja rivendica il suo amore, la sua dedizione assoluta e sempre più spesso delirante: gli scrive 27 lettere, l’ultima delle quali è datata 4 marzo 1927; corrispondenza che sarà di dominio pubblico solo molto tempo dopo (e nel 2004 saranno vendute all’asta dagli eredi Breton per 140 mila euro). Ma andiamo con ordine.
Il 21 marzo 1927 Leona crede di intravedere nella notte degli uomini sul tetto dell’albergo Bequerel dove risiede. Urla, sveglia pensionanti e proprietari che fanno intervenire la polizia. Portata in un ambulatorio, gli sarà diagnosticata una psicosi. Non sarà mai più libera.

Con la fine del mio respiro

La donna dagli «occhi di felce», la donna che racconta di aver «errato per un’intera notte in compagnia di un archeologo nella foresta di Fontainebleu alla ricerca di indefinite vestigia, aveva già la mente sconvolta. Dopo il distacco, Breton scrive che incontrò Nadja più volte. Ma in una prospettiva diversa. Lo scrittore cerca di valorizzare i disegni di Nadja, la presenta a Naville per una mostra (prima del ricovero dunque) senza avvertire un reale coinvolgimento della donna «Come c’erano giorni in cui pareva vivere della mia sola presenza», scrive, dubita ora del suo influsso positivo nel cercare di aiutarla a risolvere le difficoltà quotidiane. Ricorda il tono della sua voce nel pronunciare certe frasi che ha annotato: «Con la fine del mio respiro che è l’inizio del tuo»; «Sei il mio signore. Non sono che un atomo che respira a lato delle tue labbra o che spira. Voglio toccare la serenità con un dito bagnato di lacrime».

Collage. Gli occhi di Nadja

Disegnando una sirena

Nadja inventa “Il fiore degli amanti”: lo disegna durante una colazione in campagna e lo corregge più volte per dare agli occhi, che combaciano con la forma dei petali, una espressione diversa. Su di un altro foglio disegna il volto dello scrittore con i capelli dritti «come aspirati in alto dal vento, simili a lunghe fiamme» scrive nella narrazione. Ma Breton trova che sia il disegno fatto il 18 novembre 1926 quello più simbolico di lei e di sé: una sirena vista di spalle che porta in mano un rotolo, forse una lettera, un muso di gatto che esce da un vaso la cui forma coincide con un’aquila.

Sirena, vaso in forma d’aquila e felino, da “Nadja” di André Breton, 1963 Gallimard; Einaudi, traduzione di Giordano Falzoni, 1972

Il surrealismo di Léona

Alcune opere di Léona Delcourt inserite fin dalla prima edizione di “Nadja” del 1928. Nel 1963 Breton rivede il testo apportando alcuni cambiamenti per renderlo più scorrevole, come scrive lui stesso nella nota autoriale che accompagna il testo

Per quanto alla fine si riveli doloroso l’incontro con Leona, Breton aveva saputo guardare intuitivamente al di là delle apparenze. Capì lo straniamento della ragazza, insieme lessero i versi di Rimbaud (che lei, senza cultura letteraria accademica, prediligeva), trovò nella disegnatrice un’immaginazione che sposava quella surrealista, comprese, prima della crisi del marzo 1927, lo “strappo” dell’anima che aveva subito, quello che i medici (e Breton aveva studiato alla facoltà di medicina) chiamarono «État psychopathique polymorphe à prédominance de négativisme et de maniérisme.» (Thierry Clermont intervista Hester Albach per “Le figaro“, 18 giugno 2009): definizione che in realtà offre una semplice e vaga indicazione clinica.
Si potrebbe naturalmente discutere a lungo sull’incontro tra la qualità letteraria, artistica ed ermeneutica che Breton postula con il Surrealismo e i margini screziati che la follia tocca con l’immaginario. Ma nulla toglierebbe alla verità estetica innervata talvolta dalla follia.

Nadja e la poetica

«L’assenza ben nota – scrive Breton nelle ultime pagine del libro – d’una qualsiasi frontiera tra la follia e la non follia non mi dispose ad accordare valore differente alle percezioni e alle idee che si attribuiscono all’una e all’altra».
Questa probabilmente è una delle eredità più preziose che hanno lasciato Breton e il Surrealismo, qualche volta concepiti solo nell’involucro della storia. In realtà Nadja è uno dei libri più vitali del Novecento: la stessa scelta di inserire fotografie e disegni (come accade sempre più spesso nel romanzo di oggi) rimette in gioco la narrazione e le sue frontiere. Che lo scrittore abbia eliminato dal testo del 1963 la notte trascorsa con Léona in un hotel di Saint-Germain-en-Laye (scelta lungamente rimproverata dai suoi amici surrealisti), non cambia di un millimetro l’impatto che l’opera ha avuto e continua ad avere. Riflettendo sulla scrittura, Breton già nel 1928 dice: «Se rileggessi questa storia, con l’occhio paziente e disinteressato che avrei certamente, non so più, per essere fedele al punto di vista che ho attualmente su me stesso, quanto ne lascerei sussistere». Le osservazioni che svolge, persino nella nota al testo in cui, per comparazione, ricorda di aver osservato un pittore che aggiusta il dipinto mentre il sole tramonta, rilevano il fascino del non-finito, dei work in progress; rilevano contemporaneamente la necessità, per usare una locuzione importante, “dell’opera aperta”… «Il suo quadro, finito per lui e per me il più non finito del mondo, mi parve molto triste e molto bello».

La trasparenza

André Breton (1896-1966)

Nadja dovrebbe figurare tra i testi irrinunciabili del Novecento accanto all’Ulisse di Joyce, alla “Recherche” proustiana, alla “Coscienza di Zeno” e all’opera di Kafka. Il suo stile disadorno, la sua lingua d’uso vicina e quasi sovrapponibile al “grado zero di scrittura” che Roland Barthes leggeva in Camus, prelude alla fine degli stilemi del tempo: quello realista, quello espressionista, quello psicologista, esattamente come accade negli altri autori citati. Lino Gabellone, nella nota che accompagna l’edizione einaudiana di “Nadja”, già rilevava con questa narrazione un nuovo attributo: la trasparenza. Scriveva: «Si disegna così un mito (non nuovo in Breton) che fonda la legittimità del suo sguardo sul banale quotidiano e lo differenzia da altri tipi di sguardo (naturalista, realista, psicologico, contemplativo e voyeristico): il mito della trasparenza». Gabellone lo lega a un modello culturale: quello «della trasparenza delle origini e dell’inesistenza della colpa, se non come asservimento storico». Questa trasparenza è però prima rilevabile sotto il profilo della scrittura e accanto al “farsi” dell’opera con l’ instabilità che Breton rivendica nelle ultime pagine del libro, portando l’esempio del non-finito pittorico dove si offre la misura della prospettiva letteraria aperta. Una prospettiva che
costituisce il rovescio della maschera metaforica, là dove vive il sogno in cui ha corso la profondità dell’immaginario. Ma mentre il codice onirico e l’automatismo hanno identificato nella storia la qualità del Surrealismo, il disordine della trasparenza e del non – finito non hanno avuto lo stesso privilegio…Benché il testo bretoniano non abbia, è chiaro, la consistenza e la suggestione dei paradigmi novecenteschi appena citati.

Ancora un disegno di Léona Delcourt

La bellezza sarà convulsa

Se si pensa alla scrittura automatica, cioè al puro sopravvenire dell’immagine senza la razionalità della sintassi, si può tranquillamente sostenere che metafora, sogno, analogia, le “maschere” cui accennavo, sono ugualmente e paradossalmente il segno di una “trasparenza”. Certo, costituiscono il rovescio dell’altra, ma escludono entrambe l’identità puramente storica e con questa lo sguardo precostituito di uno stile. L’ultima frase della narrazione arriva dopo una non-digressione, ovvero uno sfasamento del discorso centrale: «Un giornale del mattino basterà sempre a darmi notizie di me “X…, 26 dicembre. L’impiegato addetto alla stazione radiotelegrafica sita nell’Ile de Sable, ha captato un frammento di messaggio che sarebbe stato lanciato domenica sera all’ora tale dal… Il messaggio diceva tra l’altro: ‘C’è qualcosa che non va’ ma non indicava la posizione dell’aereo (…)
La bellezza sarà CONVULSA o non sarà.»

Marco Conti


La morte di Léona Delcourt avvenne il 15 gennaio 1941 nell’istituto psichiatrico di Bailleul. Aveva 39 anni.

Secondo il referto medico morì di “cachessia neoplastica”. In realtà la diagnosi, esatta o sbagliata che fosse, nascondeva la politica di sterminio nazista approvata dal governo di Vichy, il quale aveva ridotto al minimo sia gli aiuti alimentari, sia gli aiuti ospedalieri e farmaceutici. Furono 78 mila i malati mentali morti nella Francia occupata.
Tra le carte di Breton è stato ritrovato un documento medico proveniente dall’ospedale psichiatrico e inerente lo stato di salute di Léona. Non si sa se lo scrittore sia andato a Bailleul
Nella foto André Breton e Léone Delcourt