Ferrari,  “L’idiota di famiglia” e altre sciagure

C’è un mondo in cui passato e presente sono fusi insieme, dove i ricordi vengono pescati in modo “randomico” (come dice l’autore stesso), e il futuro non esiste, ma a compensazione, persone di generazioni diverse possono sedere attorno allo stesso tavolo, tutte egualmente giovani e le ragazze magari vestite di rosso. È il mondo in cui vive “il Nieri”, Franco Nieri professore di Storia e Filosofia e bolscevico in pensione, noto anche come Herr Professor. Geograficamente sta a Viareggio, ma per tutto il resto, lasciamo stare, perché con l’Alzheimer non si sa mai. “Il Nieri” si trova in un posto dove è facile confondere Cosmo, nipote ottenne imbronciato, con Igor, figlio mai all’altezza di cotanto padre, o “la Manola”, tuttofare della casa ormai ultrasettantenne, con la Clio, sogno erotico delle medie.

Qui tutti prima o poi hanno l’articolo davanti al nome, come a precisarne meglio l’identità, e quindi viene subito da chiedersi chi è L’idiota di famiglia che dà il titolo al romanzo: il padre brillante, onnisciente e rigido scivolato nella demenza o il figlio Igor, destinato a disattendere sempre le velleità paterne, a partire dal nome? Herr Professor, gli assegna un nome russo e lui nella vita che fa? Fa il traduttore, dall’inglese, di romanzi nordamericani, per giunta. Igor vive a Roma, o meglio ci viveva fino a quando una sorella allarmatissima, Ester, gli comunica che lo stato di salute del padre richiede un suo rientro immediato e per un tempo indefinito a Viareggio. Igor torna, ovviamente, e si tuffa nella realtà parallela di casa Nieri. Lo fa con ironia, rabbia, dolcezza e abnegazione. Questi aggettivi apparentemente contrastanti aprono al lettore le porte di un romanzo che ricalca la vita con grande verosimiglianza, finalmente. Niente racconto famigliare, niente saga con continui rintocchi di passato, L’idiota di famiglia di Dario Ferrari inscena invece in modo genuino, ma accorto e con una scrittura fluida e molto ben strutturata, la realtà, con tutto il suo côté di personaggi e avvenimenti improbabili.

Igor, ovvero dell’ironia e dell’autoironia

Come conseguenza, si ride tantissimo, a dispetto dei presupposti tragici profilati dalla trama. Si ride soprattutto grazie all’autoironia di un protagonista che conosce fin troppo bene i propri limiti di essere umano. Igor si vede come un intellettuale di seconda fila, uno che non è capace di creare nulla, al massimo trasla le creazioni altrui, crede di essere poco brillante e fin troppo assennato, e soprattutto, è calvo. Ed ancora giovane, per esserlo. La sua autoironia lo spinge a ripescare dal vissuto famigliare proprio quegli aneddoti che di preferenza vengono eclissati. Due su tutti. Quando sulla scia del padre decide di leggere L’idiota di Fëdor Dostoevskij, che “il Nieri” considera il capolavoro assoluto della letteratura e, naturalmente, non lo capisce, mettendo una pietra tombale su qualsiasi possibilità di recuperare punti agli occhi di un genitore fin troppo severo. E quando tutta la famiglia se ne va a Berlino dopo la caduta del muro. Il giovane Igor raccoglie tutti i suoi fondi per comprarsi onestamente un paio di pezzi di muro a titolo di souvenir, mentre sua sorella Ester, pensa bene di rubarli riempiendosi lo zainetto di preziosi calcinacci. Ecco, questa è Ester, eccentrica, un po’ svitata, che poltrisce beatamente sulle aspettative inesistenti che i genitori nutrono nei suoi confronti. La sorellina a cui viene perdonato tutto. Compreso l’arrivo di un figliolo di padre ignoto. Ester e il piccolo Cosmo vivono con il nonno, nella casa di famiglia; qui si andrà ad incastrare Igor, con il suo pc da traduttore a partita Iva e le ovvie domande sul futuro lavorativo che gli arrivano dall’intero creato. Che fine farà un traduttore, ora che c’è l’IA?

La letteratura accanto alla vita

Si apre così il secondo grande tema del libro, la letteratura accanto alla vita. Herr Professor ha dimenticato i connotati della moglie morta prematuramente, dei figli e degli amici, ricorda benissimo invece a chi va riferita una delle frasi più famose dell’Idiota: «la bellezza salverà il mondo». No, non la dice il principe il principe Myškin, a lui viene solo attribuita da un comprimario, e posta come una domanda: «la bellezza salverà il mondo?». Il professor Nieri in zona l’Alzheimer risponderebbe qualcosa come «frottole, perché questo è un mondo pieno di stronzi». Uno degli effetti collaterali della malattia è l’inserimento abbondante di volgarità varie, tra cui stronzo è di gran lunga la prediletta, in un vocabolario fino a lì ineccepibile. Domande filosofiche a parte, Dario Ferrari si prende il tempo, tra una traversia e l’altra dei suoi personaggi, di fare una serie di riflessioni interessanti sul mondo della letteratura, dall’uso della lingua fin giù ai concorsi letterari di grande spolvero e al business della formazione diretta agli aspiranti scrittori e traduttori. Non a caso proprio a Viareggio viene attribuito ogni anno uno dei premi italiani più prestigiosi che, tra le pagine de L’idiota di famiglia, farà da cornice all’incontro tra Igor e la sua ex fidanzata, Marta. Una nota, quest’ultima, a servizio esclusivo della trama, che non mancherà di stupire il lettore con una serie di interessanti personaggi secondari. Per altro la storia in sé non mette a disposizione grandi colpi di scena, ad un certo punto Franco Nieri muore, di lui si scopriranno nel frattempo molte altre doti oltre all’intelligenza. all’impegno politico e all’integrità. Più in generale sulla famiglia Nieri per intero, l’inaffidabile Ester compresa, il lettore avrà modo di farsi un’opinione che sarebbe uno spreco anticipare ora.

Gli altri personaggi e due note finali

Dario Ferrari, oltre ad essere un autore di grandi doti narrative, colto ma senza peli sulla lingua, ha la capacità rara di tratteggiare personaggi ai quali risulta davvero difficile non affezionarsi. A Viareggio i lettori di questo romanzo avranno dei nuovi amici, non solo tutti i Nieri, anche la Milagros, l’Ofelia, Idargo, Botero. Attenzione a Botero, che ne combinerà una delle sue, proprio durante il funerale di Herr Professor.

Due note finali: il titolo, come ricorda lo stesso Ferrari in margine alla narrazione, è il ricalco dell’omonimo saggio di Jean Paul Sartre su Gustave Flaubert; invece in merito a Dostoevskij si illustra che il principe Myškin, eroe fin troppo ingenuo e buono, così come lo pronunciamo in italiano, Miskin, farebbe per cognome “piccolo orso”, traducibile in vena nobiliare con Orsini. Un bel cognome. Ma la pronuncia corretta in russo sostituisce alla “i” una specie di “ü” e significa piccolo topo, topino, topastro. Myškin, il principe Del Topo. Anche al grande russo, l’ironia non mancava, accanto alla proverbiale, inevitabile tristezza.  

Laura Boerio

Dario Ferrari, L’idiota di famiglia, pp. 528, Sellerio, 2026; euro 18,00

Ingeborg Bachmann e le ragioni del tempo

Ingeborg Bachmann. (Foto di Fleur Jeaggy, da Il libro di Franza, Adelphi, 2009).

Vita autentica o vita banale, cioè in una parola, inautentica. Per Martin Heidegger l’uomo comune si vota alla quotidianità e alla norma, a sua volta informata dalla storia; l’uomo autentico si conosce quando ascolta il proprio vivere come un’esperienza originale e irripetibile. Ma per Ingeborg Bachmann  questi concetti espressi in Essere e Tempo, non dicono l’essenziale. Per la studentessa austriaca che, nel 1950, discute la sua tesi di laurea proprio su Heidegger, la scelta proposta è del tutto astratta poiché vi è assente un criterio morale capace di distinguere il giusto dall’ingiusto. La riflessione della futura scrittrice ha alle spalle il disastro del secondo conflitto mondiale, il nazismo, le ideologie che, attraverso la griglia formale ed esistenzialista di Heidegger, potrebbero legittimare qualsiasi scelta.  L’affondo è quindi deciso per quanto proprio il concetto fondante di Essere e Tempo sia destinato ad accompagnare la Bachmann per l’intera sua breve vita: quello di «essere per la morte». Proposizione che non vuole costituire una ricerca della fine ma, al contrario, definire la vita nella consapevolezza del limite. «Col mio assassino, il tempo, io sono sola» scrive nella breve lirica “Corrente”, oggi antologizzata tra le poesie sparse. Bachmann costeggerà nell’intera sua opera questa nozione come un totem che non può essere eluso. Per la poetessa di Il tempo dilazionato, il testo che dà il titolo al primo libro, il tempo dell’esistenza è un tempo “a credito”; quindi anche se l’esistenza non si declina come essere per la finitudine – come vorrebbe il filosofo tedesco – la precarietà  resta comunque una continua presenza nel quotidiano. Tanto da poter diventare una ragione per discutere intorno alle istituzioni politico-sociali: in I modi del morire (libro che la scrittrice austriaca non concluderà) parlerà della violenza sugli uomini, invisibile e normata, vale a dire un “morire” accettato dal mondo borghese come normale.

Il centenario della nascita (1926-1973)

Il centenario della nascita di Ingeborg Bachmann (1926 – 1973) richiama oggi l’attenzione sulle pagine dell’opera letteraria, ma indirettamente anche sulla storia recente. Quell’impersonalità della vita inautentica  descritta da Heidegger, forse oggi sarebbe diversamente raccolta dalla riflessione della scrittrice davanti alla sterminata impersonalità implicita prima nel processo di globalizzazione e poi in quello della digitalizzazione  dell’esperienza.  E se non ha rilievo la storia fatta di ipotesi, sicura è invece la voce dell’autrice che queste idee accompagna in poesia e in prosa con il paradigma dell’autenticità.  A lungo si è parlato del suo percorso letterario insolito, nato con la poesia e proseguito con la narrativa. La frattura, osservata in vari modi e tempi dalla critica, sembrea oggi aleatoria se non apparente. Il linguaggio di Ingeborg Bachmann rimase saldamente ancorato al dettato esistenziale: un linguaggio traslato in modi e registri (simbolici, lirici, immaginativi), che si possono leggere fin dall’ esordio con il già citato Il tempo dilazionato del 1953. Un libro straordinariamente maturo (l’autrice aveva 27 anni) in cui verso e strofe incidono con forza il conflitto tra l’individuo e la storia, qui ripreso nella traduzione di Maria Teresa Mandalari:

S’avanzano giorni più duri.
Il tempo dilazionato e revocabile
già appare all’orizzonte.
Presto dovrai allacciare le scarpe
e ricacciare i cani ai cascinali:
le viscere dei pesci nel vento
si sono fatte fredde.
Brucia a stento la luce dei lupini.
Lo sguardo tuo la nebbia esplora:
il tempo dilazionato e revocabile
già appare all’orizzonte.


Laggiù l’amata ti sprofonda nella sabbia,
che le sale ai capelli tesi al vento,
le tronca la parola,
le comanda di tacere,
la trova mortale
e proclive all’addio
dopo ogni amplesso.


Non ti guardare intorno.
Allacciati le scarpe.
Rimanda indietro i cani.
Getta in mare i pesci.
Spengi i lupini!


S’avanzano giorni più duri.

Le immagini sono raccolte in rapida successione, gli oggetti sono nominati per il loro valore, al contempo marginale ed emblematico: la partenza attraverso l’immagine della scarpa, cani e cascinali intesi come scampoli della quotidianità più umile, l’orizzonte come segno dello spazio che identifica ugualmente il tempo, i pesci nel vento o nell’aria come visione e ricordo prelevato dalla descrizione del diluvio universale nelle Metamorfosi di Ovidio e nelle Odi di Orazio (I, 2): in queste ultime si legge: «piscium et summa genus haesit ulmo» («la razza dei pesci rimasta incastrata in cima all’olmo, [“dov’era prima il nido delle colombe”, scrive]»); rievocazione che rinforza in entrambi i poeti latini (e ora nella Bachmann), l’idea di sovvertimento.

Le riedizioni e l’assenza della poesia

Stupisce che in occasione del centenario della nascita non vi siano state riedizioni dell’opera poetica pur avendo questa rappresentato il fulcro della fortuna letteraria dell’autrice. L’edizione italiana dei due volumi (Il tempo dilazionato e Invocazione all’Orsa Maggiore accresciuta da liriche apparse in alcune riviste) è del 1987, grazie alla curatela di Maria Teresa Mandalari, per Guanda, col titolo Poesie. Adelphi, oggi editore di molte altre opere di narrativa e prosa, ha stampato nel 2023 la sola raccolta Invocazione all’Orsa Maggiore, curata del germanista Luigi Reitani.

Le riedizioni per il centenario hanno dato spazio alla prosa e alla  saggistica, in forza probabilmente di un maggiore impatto in libreria.  Adelphi ha pubblicato la raccolta di saggi e discorsi A occhi aperti (2025) e riproposto i racconti di Il trentesimo anno, mentre una nuova collana, Microgrammi, ha accolto Requiem per Fanny Goldmann: un frammento narrativo che appartiene al ciclo Todesarten, cioè Cause di morte.  Di pari passo anche Malina e Il libro di Franza (ugualmente progettati dall’autrice come capitoli di quel ciclo narrativo) sono presenti nel catalogo Adelphi (con alcune varianti di edizione: Il Libro di Franza  è stato preceduto da Il Caso Franza unito a  Requiem per Fanny Goldmann in una stampa del 1988).  Dello stesso editore sono i racconti di Tre sentieri per il lago e alcuni saggi tra cui il celebre  Letteratura come utopia e la recente raccolta di discorsi A occhi aperti (2025).

Per chi ha amato i versi e si è interrogato sulla figura della scrittrice, la novità più interessante è un agile libro di Fleur Jeaggy, Gli ultimi giorni di Ingeborg (ancora Adelphi), uscito anche in tedesco lo scorso giugno: un percorso fatto dei ricordi dell’amicizia con la Bachmann e di note diaristiche, spesso straordinariamente vivaci e incredule davanti alla morte della scrittrice austriaca, avvenuta a soli 47 anni in circostante mai del tutto chiarite. Ingeborg viveva a Roma dal 1953 e morì nell’incendio del suo appartamento. 

Non ultimi sono da segnalare i saggi sull’opera editati in questo scorcio: Un viaggio a Klagenfurt di Uwe Johnson  (L’orma Editore, 2026) e, di Rita Svandrlik,  Scrivere per esistere, vita e opere di Ingeborg Bachmann,  pubblicato quest’anno da Carocci: eterogeneo itinerario nel mondo letterario e nella vita della scrittrice, mai come in questo caso intimamente legati. Svandrlik evita infatti una storia cronologica lineare, preferendo incrociare lettere, opere, vita e rispecchiamenti nella ricezione critica.

Georges Simenon scrittore senza domeniche

La prolificità e rapidità di scrittura di Georges Simenon sono celebri e celebrati. Il romanzo che Adelphi ha appena pubblicato, Domenica, appartiene a un anno, il 1958,  in cui Simenon si trova in Svizzera nella sua residenza del castello di Echandens. Alla fine di febbraio mette la parola fine al romanzo Il passaggio della linea; tra il 26 giugno e il 3 luglio scrive Domenica e a ottobre si dedica alla detective-story di Maigret e i testimoni recalcitranti.  In quello stesso anno uscivano intanto nelle librerie francesi Maigret si mette in viaggio (tradotto anche col titolo Maigret e i miliardari), Streap-tease, Gli scrupoli di Maigret, Il presidente e infine l’appena citato Le passage de la ligne.

Produzione e successo

E’ uno dei pochi casi in cui l’autorialità dello scrittore (il mondo da cui attinge e la forma originale che ne consegue) si sposa ad una produzione di tale intensità. Nella norma gli scrittori di successo in libreria hanno cadenze di pubblicazione più modeste (un titolo all’anno) e l’autorialità è pressoché nulla o, quando viene reclamata,  lo è per il breve periodo del successo editoriale. La popolarità dei numeri non si sposa con la qualità. Simenon fa eccezione. Le sue immersioni nella creazione lo occupavano interamente per una quindicina di giorni dai quali emergeva smagrito e spossato. Solo due anni prima di Domenica aveva scritto sulla Costa Azzurra uno dei suoi capolavori, Il piccolo libraio di Arkhangelsk, mentre altri “romans durs” di intensità e scavo psicologico, sono generalmente più arretrati nel tempo della sua biobibliografia: L’uomo che guardava passare i treni è del 1938; Tre camere a Manhattan  fu portato a termine in sei giorni, nel 1946, Ai tempi di Anaïs  (titolo variamente tradotto) è del 1950. In particolare a raccontarci il forte radicamento personale e la genesi dell’autorialità è Tre camere a Manhattan, scritto nel Québec dopo l’incontro e la storia passionale con Denyse Ouimet, destinata diventare poi la sua seconda moglie.

Il romanzo

In questa sequenza creativa, proprio Domenica occupa un posto particolare. Non è da considerarsi una delle opere più riuscite. La storia è messa in moto piuttosto lentamente, con le riflessioni del protagonista che prima toccano luoghi e circostanze di vita (una locanda sulla Costa Azzurra), poi il disagio di un matrimonio che nasce male e continua peggio. Émile è un bravo cuoco che si sente schiacciato dalla sua stessa scelta, quella di aver sposato una donna che non ama.  Berthe (i paesani la chiamano “il frigidaire”) lo controlla passo a passo senza infierire ma con puntualità. Proprio per questo, dopo una prima avventura con un’ospite dell’albergo, di proprietà della famiglia di Berthe, Émile si compiace e si sente appagato dalla relazione con una cameriera, una figura quasi selvatica, marginale ma devota all’amante. Il protagonista vive però una situazione claustrofobica che prosegue anche quando la sua relazione clandestina viene scoperta e a mal partito accettata.

Rispetto alla genesi della narrazione e all’autorialità prima richiamata, va detto che nel 1958 anche la storia coniugale che Simenon stava vivendo era insostenibile. La sua situazione matrimoniale con Denyse Ouimet, la donna che aveva ispirato Tre camere a Manhattan , stava volgendo al termine. Ma i punti di contatto con la biografia finiscono qui. Diversamente dalla protagonista del romanzo, Denyse, per quanto riferiscono le biografie, era divenuta ossessiva, controllava la posta di Simenon, beveva e mostrava segni di disagio psichico. La figura femminile protagonista di Domenica,  esercita invece un silenzioso e distaccato  controllo:  quello di una donna pragmatica, attenta, sobria fino al tedio dell’ovvietà, devota soprattutto alla contabilità della sua locanda. Una gabbia da cui Émile vorrà uscire a ogni costo. E precisamente in questa tensione verso l’inevitabile, cadenzata e protratta magistralmente in queste pagine, lo scrittore dà il proprio meglio.

François Morane

Georges Simenon, Domenica, pp.159, Adelphi 2026; euro 18,00

Cfr. su questo sito 14 parole per fare un Simenon, e altre recensioni sull’autore

I convitati di pietra, ovvero la riffa di  Michele Mari

Luglio è il mese che si è appena lasciato alle spalle gli esami di maturità, ed è anche quello in cui si decide il vincitore del Premio Strega,  rassegna in cui, quest’anno, proprio Mari è dato come favorito dopo essersi aggiudicato il premio Strega Giovani 2026. E’ quindi il mese ideale per riflettere sull’ultimo discusso romanzo di Michele Mari.

Comincia tutto dai 30 allievi della classe IIIA del liceo Giovanni Berchet, scuola milanese con pedigree di lusso e sede in via della Commenda 26, che a quanto dice Wikipedia è stata insignita del premio Unesco come primo liceo d’Italia per qualità dell’insegnamento nel 2011. Con questo preambolo si può sostenere che di certo i diplomati del Berchet, seppure nell’anno 1974, perdipiù sezione A (da che mondo è mondo quella in cui stanno gli insegnanti migliori e gli allievi delle migliori famiglie) proprio proprio dei mediocri non potevano essere. Mediocri no, ma eccentrici di sicuro. Sarà uno di loro – gli studenti stessi faranno fatica a ricordare esattamente chi – a  partorire la bizzarra idea della Riffa, accolta e sottoscritta con incoscienza giovanile da tutti.

Patto di sangue e denaro

Nella tradizione letteraria e operistica “il convitato di pietra” è un’ospite poco gradito in arrivo dall’aldilà. L’esempio più noto è quello del Commendatore del Don Giovanni di Mozart che, ucciso dal protagonista a inizio del dramma, ricompare sottoforma di statua parlante alla tavola del suo assassino per trascinarlo nell’abisso infernale. Nel romanzo di Mari tutti e trenta gli studenti della IIIA sono convitati di pietra.

La Riffa è un patto di sangue e denaro, che per spietatezza ed ingegno va oltre l’immaginazione dei sodalizi da college americano, già al centro di molta letteratura e altrettanta televisione, e dietro ai quali c’è di solito un segreto cruento. Preferibilmente un ammazzamento. Sempre di morte si parla, anche qui, ma in prospettiva. I 30 ritrovatisi un anno dopo l’esame di maturità mettono in moto una lotteria, ogni anno ognuno di loro versa una quota, il capitale così formato viene investito, e solo gli ultimi tre che resteranno in vita potranno beneficiare del tesoretto accumulato. Il tesoretto, amministrato con dovizia da Rivadeneira, rampollo di una famiglia d’affari che gode di autorità tra i compagni, diventa nel tempo una somma considerevole, da capogiro. Si ammonticchia inesorabilmente dal 1975 fino al 2053, dimostrando che la tenacia può essere la più appagante delle virtù.

Negli oltre 70 anni che nel frattempo trascorrono, i ragazzi della IIIA si ritrovano ogni luglio a cena, sempre nello stesso ristorante vicino al Duomo, per aggiornare la lista dei viventi, il bollettino delle patologie, e prendere atto delle disgrazie eventualmente occorse. Si conteranno duplici incidenti mortali, incendi, suicidi, almeno una morte per avvelenamento ed un’altra da arma da fuoco – in una sede che sarebbe peccato spoilerare – accanto a molteplici tentativi di assassinio per mezzo di maldestri riti voodoo. Immaginate una vita intera in cui non ci si libera mai dei propri compagni di scuola, con rancori, invidie, amori repressi, e desideri di rivalsa al seguito. Forse, basterebbe questo per volere la morte di qualcuno, anche al netto del jackpot.

Una narrazione distaccata e ironica

L’autore non fa mai aperte deduzioni, in questo senso, si limita a delineare i propri personaggi in modo piuttosto bidimensionale, connotandoli con un paio di caratteristiche fondanti (il cognome per tutti, un attributo vergognoso per molti), per piazzarli sulla scacchiera della Riffa e muoverli a proprio piacimento. Da un punto di vista strettamente formale il libro è raccontato da un io narrante onnisciente, tutto accade nelle sue mani. Non ci sono dialoghi, si prende atto dei fatti e di come si svolgono lungo l’asse temporale attraverso una narrazione in terza persona, asciutta e grottesca. Mari fa sfoggio di un’ironia distaccata, dissemina citazioni come fossero perle – alcune preziose, altre in realtà alla portata di tutti – e rende i lettori edotti sulla toponomastica della città di Milano, non mancando mai di segnalare via e numero civico esatti di ogni accadimento. Forse, a darsi la pena di unire i puntini della scacchiera / cartina su cui si muovono i 30 compagni di scuola si troverebbe una qualche raffigurazione: il viso stilizzato di Gene Hackman, il profilo perso nella bruma di un castello in Ungheria, oppure quello di una donna in sedia a rotelle.

Poco importa, qui scadiamo nel possibilismo, mentre ne I convitati di pietra tutto è come appare, al netto del personaggio della Podesta, quasi un cameo oracolare nella narrazione. Abbiamo onanisti ad oltranza, truffatori, giocatori d’azzardo, dominatori e schiavi fuori tempo massimo, e via così in un catalogo assai variegato. Questo spietato realismo, basato per altro su un presupposto che mette a dura prova la sospensione dell’incredulità (perché dei ragazzi così giovani dovrebbero pensare alla senilità e alla morte?), tende a mettere l’autore sotto una luce di altezzosità che può rendere la lettura disturbante. Un giudizio che vale per buona parte del romanzo, ma visto che il libro conta meno di 200 pagine, l’invito è quello di andare avanti fino alla fine, come fanno i suoi protagonisti. Non solo per scoprire il nome dei 3 vincitori (ci sarà un bel colpo di scena), ma per godere della ritrovata umanità dell’autore che,  alla fine, concede ai suoi personaggi, complice forse la senilità, il lusso dell’amicizia e della compassione, e la gioia inestimabile del ricordo. E se qualcosa ancora può finire bene, lo farà.

Laura Boerio

Michele Mari, I convitati di Pietra, pp. 168, Einaudi, 2025; Euro:17,50

Veronesi, tutti i racconti di Caducità

Nei romanzi La forza del passato e Il colibrì i protagonisti rileggono il proprio tempo attraverso scoperte casuali: nel primo un taxista racconta con dovizia come il padre del suo ospite sia stato una spia del Kgb. Vecchi album, immagini ormai dimenticate in un cassetto diventano allora indizi di una storia misteriosa, la filigrana di una vita borghese che ne nasconde un’altra insospettata. Nelle pagine di Il colibrì (2019) il narratore scopre una raccolta di romanzi di fantascienza della collana Urania appartenuta al padre, quanto basta per dar vita ad un nuovo volto e ad un nuovo affondo nella vita della famiglia.

Caducità. Tutti i racconti, non fa eccezione perché il percorso (o il destino) dei suoi personaggi è ugualmente franto da scoperte o da documenti o testimoni che alterano la visione delle cose, da elementi che come magneti attraggono e portano altrove l’attenzione, dentro un passato che da quel momento può essere ricostruito diversamente. Persino la musica, il pop, che torna frequentemente come indizio strutturale della narrativa di Veronesi, diviene in qualche caso un termine di confronto e svelamento. Le 32 storie incluse in questa raccolta, che riunisce testi scritti tra il 1983 e il 2024, accompagnano la stessa mediazione del tempo e dell’identità. A cominciare da Profezia che apriva la sequenza della precedente raccolta Baci scagliati altrove (editato nel 2012), dove una cartella clinica viene falsificata per nascondere al padre del protagonista la verità.

Il passato, i legami, l’impegno civile

Accanto as una continua revisione del passato e all’ombra costante della precarietà, l’altro motivo fondante della narrativa di Veronesi è il contrappasso dei legami, del vincolo familiare inteso come una sorta di apotropaico contro la caducità o al disordine inappellabile delle esistenze. Caos calmo (2006) ha come proprio fulcro narrativo l’accettazione della morte della moglie del protagonista in una sospensione dell’esistenza, un limbo privo di progetti e desideri, mentre nella storia di  XY (2010) la dialettica narrativa propone una serie di inspiegabili morti improvvise capace di mettere a soqquadro un paese: in ogni contesto, per quanto diverso, la parabola narrativa di Veronesi propende per l’accettazione della fattualità, senza ricorrere a risposte consolatorie razionali nella scienza, oppure mistiche nella religione. Questo percorso è puntualmente ribadito o alluso nelle brevi storie di Caducità che comprendono  tuttavia anche una diversione sostanziale. Un affondo nella storia contemporanea attraveglio alcuni scritti di impegno civile come Cani d’estate, testo con cui Veronesi focalizza la gestione della crisi dei migranti nel Mar Mediterraneo nell’estate del 2018 contestando la chiusura dei porti e i “latrati” di politica e media che l’accompagnarono.

Le forme della narrazione

La raccolta di Caducità consente ad ognuno di osservare l’evoluzione dello stile, dei modi con cui Sandro Veronesi ha affrontato la pagina letteraria e i suoi temi ricorrenti. Gli sfiorati (1990) sembra risentire dell’influenza pop del decennio precedente con una scrittura frammentaria, talvolta digressiva, quando non intrusiva rispetto alla lingua dei media. Da qui si distilla (e gli esempi tra i racconti sono tanti) uno stile più stringato a partire forse dal linguaggio concomitante del  romanzo La forza del passato alla fine del millennio, nel tondo 2000. Di pari passo il racconto di Veronesi affina il registro con una prosa che si fa più riflessiva, quasi ossessionata dall’analisi introspettiva. Nella narrativa breve compare così una maggiore focalizzazione sul tema, sul particolare assunto a segno eloquente, mentre le ridondanze del linguaggio (epocale e generazionale) sono del tutto rimosse. Se lo scrittore sembra più a suo agio con la macchina narrativa in sé (Il colibrì per certi aspetti è l’equivalente di un romanzo epistolare del XXI secolo ma con il web a disposizione anziché col postino e la carta da lettera) e le pagine si articolano così anche con frequenti salti nel tempo o nel cuore dei personaggi convocati, sul versante più specifico della prosa, della lingua, Veronesi punta all’essenziale. Nel bene come nel male senza cercare ulteriori seduzioni.

François Morane

Sandro Veronesi, Caducità. Tutti i racconti, pp. 400, La nave di Teseo, 2026; euro 22,00

Ammaniti e la fiaba nera del Custode

Niccolò Ammaniti esordisce nel 1994 con il movimento dei “Cannibali”: sono passati più trent’anni e l’autore continua ad inseguire la giovinezza. E quando batti il territorio dell’adolescenza hai a che fare inevitabilmente con il presente e l’eterno. Qui, si muove, di fatto, Il Custode,  un libro ambientato nel trapanese della mafia, in una località di mare secondaria, dalla lunghissima spiaggia di un giallo africano. Triscina, come Mazzara del Vallo è vicinissima alla Tunisia. Ci vanno in estate soprattutto i locali, che affollano villette apertamente abusive costruite con una geografia quasi marziale, lungo una serie di viottoli diritti che scendono perpendicolari verso il mare. Case a un piano o castelli, non fa differenza.  Non ne fa in generale, figuriamoci nella brutta stagione, quando i turisti tornano nell’entroterra, lasciando Nilo e quelli come lui in un paesaggio vuoto, solitario, costellato da cani semi randagi che si muovono in gruppo sulla battigia. Nilo è la voce narrante, un tredicenne che vive con la madre e la zia Rosi in un seminterrato. Alla luce del sole le due sorelle hanno una ditta di marmi, nella penombra della loro casa sono moderne sacerdotesse di Atena colluse con la malavita locale.

Medusa

Per capire come sia possibile, bisogna entrare nella narrativa “ammanitiana”, un luogo in cui diventa plausibile che un ragazzino mangi il budino Cameo in soggiorno, mentre nel bagno una Gorgone scalpita tacchettando, imprigionata da una serie di lucchetti, «cinque passi in avanti, cinque passi indietro». Il preparato per budino della Cameo è stato messo sul mercato negli anni ’50, Medusa, se non l’avesse decapitata Perseo, avrebbe più di 3.500 anni. Per intendersi. E nel mondo de Il custode, Medusa non solo è viva ma, oltre al nido di serpenti in testa, ha in dotazione anche la vita eterna.  Quindi si presume che la famiglia Vasciaveo, che l’ha custodita, accudita e nascosta dalla notte dei tempi, prosegua così per il resto dell’eternità.

L’infanzia e l’amore

Nilo è l’erede di tutto questo. Chissà quanto pesa il suo zaino quando si avvia sulla bici elettrica verso la scuola. Tutti i ragazzini di Ammaniti (e sono parecchi quelli dei libri passati) portano grandi pesi, e restano puri solo fino a quando appartengono ancora al regno dell’infanzia. Entrare nel mondo degli adulti corrisponde a morire, come ha giustamente notato Michele Mari nella sua recensione de Il custode.  

Nel libro di gente ne muore parecchia, con un sistematico tocco pulp, le sorelle Vasciaveo buttano i morti ammazzati della mafia nel cesso con Medusa, tirano fuori delle statue di marmo, molto belle (Medusa ha classe, comunque), le polverizzano e ci fanno pezzi di arredo, piani per le cucine, per dirne uno. Tutto regolare, finché non arrivano tre elementi di disturbo che cambiano la routine familiare per sempre. Un ciclista francese prima, una madre con la figlia subito dopo. Si chiamano Arianna e Saskia, si installano in affitto una villetta di Agata e Rosi, e nella vita quasi tutta al femminile di Nilo. Insieme arriva anche l’amore. Che ci frega tutti, Nico compreso. Un ragazzino che si innamora di una donna fatta e finita, evidentemente stonata, che si tira dietro una figlia undicenne quasi più matura di lei, è una grana. Senza entrare nei dettagli, la storia non può che finire male.

La giovinezza sull’orlo del mondo

La sequenza narrativa non è molto articolata, nonostante un triplo salto mortale con botto sull’ ultima pagina. Il romanzo si muove su binari che un tempo avremmo chiamato cinematografici ed ora possiamo mutuare come “netflixiani”, ma questo è Ammaniti, e torniamo al punto iniziale. L’autore descrive un mondo squisitamente contemporaneo, con richiami al presente così evidenti da sembrare ruffiani. Arianna ha un profilo Onlyfans, ci fa dei soldi su. Arianna  fa coppia con una specie di agente che la maltratta, ma che lei sembra amare lo stesso, con la stessa necessità fisica di certi animali domestici. Arianna è bella e dannata. Di certo è un cliché, ma la narrativa ne è intrisa, il lettore se ne accorge davvero solo quando il racconto “sta” nell’oggi. È più facile. Per contro all’autore probabilmente non interessa.

Arianna e Medusa, in parallelo, sono il motore che fa girare la storia. Come ci sono finite a Triscina? Questa è la domanda fondamentale. Sulla trama si è già detto moltissimo, quindi non si faranno aggiunte in questa sede, il libro è breve, meglio godersi qualche sorpresa. Non ci si aspetti una lingua letteraria o densa, la prosa è semplice, a tratti stiracchiata, neppure la storia è troppo articolata, passano rapidamente davanti agli occhi del lettore diverse intuizioni interessati ma poco sviluppate. Un elemento, quest’ultimo, che indebolisce l’idea fortissima alla base del romanzo: portare l’eterno nel quotidiano, portare la giovinezza sull’orlo della fine del mondo. Ma tutto rientra nella scrittura “ammanitiana”, più o meno riuscita a seconda delle opere. Si potrebbe dire, per chiudere, che Ammaniti fa sempre la stessa cosa, ma sarebbe poco generoso. Ammaniti ha inventato uno stile, come certi cantautori, e come loro canta le sue canzoni. A giudicare dalle vendite, il pubblico continua ad amarlo.

Laura Boerio

Niccolò Ammaniti, Il custode, pp.176 , Einaudi, 2026; euro 16,50

Emilio Jona, Quattro donne per aver salva la vita

Negli anni Quaranta i tram uniscono valli e paesi e risalgono i fianchi delle montagne biellesi. E’ alla fermata Balma, in valle Cervo, che il giovane Emilio Jona, quindicenne di famiglia ebraica, arriva un giorno di dicembre del 1943.
Quattro donne, ultimo romanzo di Emilio Jona è una autobiografia e la straordinaria testimonianza di un microcosmo ormai distante.

“Cadavere squisito”, se la fantapolitica è horror

La disumanità non è soltanto una ricetta fatta di assenza di empatia, ferocia, volontà di sopraffazione e sopravvivenza. Semmai è un modo di vedere l’altro — che sia oggetto, animale o persona — o meglio di non riconoscerlo affine a noi stessi, e perciò di reificarlo e disprezzarlo. Nel caso di Cadavere squisito, romanzo dell’argentina Agustina Bazterrica che le è valso il premio Clarín e mezzo milione di copie vendute in tutto il mondo, questa modalità di guardare ciò che ci circonda riguarda gli esseri umani.

Nella distopia edita in Italia da Eris (piccola casa editrice torinese) con la traduzione di Francesca Signorello, un virus letale ha colpito tutti gli animali portando la collettività a spingere i governi ad autorizzare l’allevamento e la commercializzazione di carne umana, chiamata ora “speciale”. Un fatto che viene presto normalizzato — forse una delle trovate più sconvolgenti per il lettore nelle prime pagine, capace di generare un’inquietudine che si propaga per tutto il libro — facendo dimenticare la provenienza di ciò che viene servito in tavola. Tutto è regolamentato in modo stringente: chi si avvicina agli esseri umani allevati, talvolta modificati geneticamente per migliorarne qualità e sapore, rischia la macellazione al Mattatoio Comunale. Intanto, alimentarsi con questi nutrienti diventa uno status sociale riconosciuto e centrale.

Bazterrica: «L’umanità sono le nostre parole»

Con una scrittura semplice e lineare, ma mai banale, veniamo catapultati in medias res nella quotidianità di Marcos Tejo che, per lavoro, tratta i migliori capi di bestiame ed è considerato uno dei massimi esperti nel settore. Fin da subito entriamo in contatto con i suoi pensieri, capendo che l’uomo non è entusiasta di questa rivoluzione, ma per sostentamento e competenze ha continuato a operare in tale ambito: «Lui non la chiama carne speciale. Lui usa termini tecnici per parlare di ciò che è un umano ma non sarà mai persona, di ciò che rimarrà sempre un prodotto».

In un contesto in cui i funerali non si celebrano più e molti anziani finiscono al macello per saldare i debiti, la scelta di occuparsi del padre e di continuare a tenerlo in una casa di riposo, mentre la sorella evita persino di fargli visita, sembra un’ulteriore presa di posizione. È lui il faro di Marcos, soprattutto nei ricordi delle visite allo zoo, ma è anche uno dei pochi che non ha più voce in capitolo: «Suo padre è una persona integra, per questo è impazzito». L’insistenza della Bazterrica sulle parole dei personaggi fa capire che molta dell’umanità ancora presente si gioca proprio nel linguaggio. Come nel caso della moglie Cecilia, ora lontana dopo la perdita di un figlio. Lei è un’altra colonna nell’esistenza del protagonista, capace di illuminare il buio calato sulla terra: «Le parole di Cecilia erano un fiume di luci, un torrente aereo, simili a lucciole splendenti». Purtroppo, «dopo quello che è successo col bambino, le parole di Cecilia si sono riempite di buchi neri, risucchiano se stesse». Infine, il sistema di valori di Marcos sarà ulteriormente messo alla prova da un regalo inaspettato ricevuto da uno dei suoi facoltosi clienti.

Un’intervista all’Irish Times

L’opera della scrittrice argentina, al di là della trama e del dissidio interiore, vuole metterci in guardia dalle storture del capitalismo, che rischia di diventare cannibalismo a detrimento di persone e valori. Bazterrica in un’intervista all’Irish Times ha dichiarato: «Ci fagocitiamo l’un l’altro in molti modi e a vari livelli: traffico umano, guerra, lavoro precario, schiavitù moderna, povertà, violenza di genere sono solo alcuni esempi di violenza estrema. Oggettivizzare e depersonalizzare gli altri ci permette di rimuoverli dalla categoria degli esseri umani (nostri pari) e di metterli nella categoria del mero “altro”, verso cui possiamo essere violenti e che possiamo uccidere, discriminare, ferire». L’invito allora è quello di lottare, facendo tesoro della nostra interiorità positiva, per guardare ciò che ci sta attorno in modo diverso. Un po’ come Marcos, che combatte tra traumi e ricordi di umanità, ma forse con esiti differenti.

Lorenzo Germano

Agustina Bazterrica, Cadavere squisito, pp. 250, Eris 2024; euro:16,00

Back to Top
errore: Content is protected !!