Il dottor Bergelon e i personaggi in fuga di Simenon

La fuga, lo straniamento a cui il personaggio va incontro allontanandosi dalle consuetudini, è uno dei temi che fondano la narrativa di Georges Simenon. Attraverso questo snodo narrativo Simenon racconta sia l’evasione, sia il trauma e la trasformazione del personaggio. Accade anche in Il dottor Bergelon  proposto ora nella traduzione per Adelphi di Laura Frausin Guarino che riprende il più netto originale, “Bergelon”, del 1939.  In questo caso è un evento inatteso a sradicare la vita quotidiana del protagonista, medico condotto in una cittadina di provincia  sulle rive della Loira. Bergelon ha appena fatto amicizia con il chirurgo proprietario di una lussuosa clinica e gli ha procurato il primo cliente, la moglie di un impiegato che, per la nascita del suo primo figlio, vuole il miglior trattamento possibile. Ma accade l’imprevisto. La donna deve essere operata, il chirurgo lascia la sua casa di notte quasi sbronzo insieme al dottor Bergelon e consorte. In una manciata di minuti la sorte si accanisce, il bambino e la donna muoiono. Ora bisognerà tacitare la coscienza. Soprattutto nel momento in cui il marito della vittima, Cosson, intuisce che qualcosa gli è stato nascosto e inizia a perseguitare il medico. Non il proprietario e chirurgo intervenuto ma proprio il modesto Bergelon, suo pari, quasi suo confidente. Con la consueta essenzialità, Simenon scrive l’incontro del giorno dopo: «Cosson ha le palpebre orlate di rosso, la cravatta allentata. Fuma una sigaretta che tiene con le dita macchiate di nicotina. Batte sul vetro, perché l’autista non si è fermato in tempo. Guarda Bergelon. Bergelon volta la testa dall’altra parte. Perché leggere un’accusa negli occhi del suo compagno? Non è proprio lui, invece, che sta facendo nascere quel dubbio, quel sospetto?»

La svolta

Nel mondo di Bergelon l’inquietudine si fa strada con lentezza. I rapporti con la moglie, timorosa d’ogni passo, e i due figli piccoli, appaiono sempre più aleatori. Cosson invece si fa minaccioso e infine recapita al medico una minaccia di morte. Ma Bergelon non lo teme, anzi circoscrive con curiosità intellettuale i suoi fastidi: osserva Cosson abbandonare il suo lavoro con una scusante, visita la prostituta con il quale l’uomo trascorre intere giornate, parla ad entrambi.  Si fa notare nel quartiere con la donna che, del resto, già conosceva a causa delle visite periodiche che svolgeva nel suo ambulatorio per le passeggiatrici…E infine non bada a nient’altro che al suo crescente spaesamento. Si direbbe anzi che il dottor Bergelon non aspettasse che uno scossone capace di sradicare la sua vita. Così con la scusa delle minacce anticipa la villeggiatura al mare, incontra una donna e, quando è raggiunto dalla moglie, sale su un treno. Destinazione: Le Havre, Anversa, Parigi. La fuga è però tale solo rispetto alla sua vita perché il medico avrà cura di far recapitare il nuovo indirizzo al minaccioso Cosson perché lo raggiunga e biglietti evasivi e rassicuranti alla moglie. Ad Anversa un vecchio compagno di scuola incontrato per caso lo invita a imbarcarsi con lui su un mercantile. Ma le cose prendono un’altra strada.

Rispecchiamento

Per quanto possa apparire paradossale, il medico in fuga si rispecchia in Cosson. Entrambi non vogliono conciliarsi con le loro vite. Ma non è un passato ingombrante a renderli più fragili. Bergelon vorrebbe rinunciare alla sua tranquillità priva di passioni; Cosson non accetta di pari passo il suo destino.

Le fughe nella narrativa di Simenon sono ugualmente  speculari: in Bergelon come in La fuga del signor Monde i protagonisti agiscono in cerca di scrollarsi di dosso la vecchia identità; ma in altre opere come Il signor Cardinaud (vedi la recensione su questo sito) e nel magistrale Il piccolo libraio di Archangelsk , la prospettiva del narratore è rovesciata perché sono i protagonisti di entrambi questi romanzi a subire la fuga della consorte e a doversi confrontare con  un mondo privo di senso e soprattutto con l’immagine di sé riflessa negli occhi degli altri. Figure speculari che in realtà nascondono  i pensieri esclusi e censurati della propria intimità, del sé segreto del personaggio. Mai tuttavia la censura sulla propria vita e il corrispettivo desiderio di altrove, di un’esistenza percepibile come una fuga a capofitto dentro il caos è stata presente come in L’uomo che guardava passare i treni. Antisegnano e forse capostipite delle fughe, il romanzo venne pubblicato nel 1938. Come in un testo lirico, l’immagine del commerciante Kees Popinga, che Simenon pone nelle prime pagine del libro, sintetizza il paradigma: nell’oscurità l’uomo  ha l’abitudine di osservare il passaggio di un treno, una visione che lo emoziona  «un treno della notte soprattutto, dalle tendine calate sul mistero dei viaggiatori.» Anche Bergelon potrebbe, in fondo, dire lo stesso.

Marco Conti

Georges Simenon, Il dottor Bergelon, pp. 195, Adelphi, 2022. Euro 18,00

Il  dialogo tra i vivi e i morti nella tradizione greco-romana

Orfeo

La mitologia greco-romana narra, spesso, le avventure di eroi che discendono nel Mondo dei morti per superare una prova o per accrescere la propria conoscenza: Eracle, la cui dodicesima fatica consiste nel rapire Cerbero dall’Ade; Teseo e Piritoo, che discendono agli Inferi per rapire Persefone e che, a seconda delle diverse versioni, vengono salvati da Eracle; Orfeo, che si reca nel regno di Plutone e Proserpina per impetrare la restituzione dell’amata sposa; Odisseo, che si ferma sulla soglia attendendo di parlare con l’ombra di Tiresia; Enea, che compie il viaggio, seguendo le indicazioni dell’ombra del padre, per conoscere la sua discendenza.

I morti, nel mondo classico, sono ombre che appaiono e parlano ai vivi in sogno come Anchise, che invita Enea a recarsi dalla Sibilla cumana, affinché lo accompagni nel viaggio ultraterreno (Eneide, V, vv. 721-740), oppure come Patroclo, “l’ombra del povero Patroclo”, che chiede ad Achille di essere sepolto per poter passare le porte dell’Ade, dal quale è escluso (Iliade, XXIII, vv. 65-92).

Le sepolture

La richiesta di sepoltura per poter entrare nel Mondo dei morti è un altro topos della letteratura greco-latina. I riti riservati ai defunti sono, infatti, fondamentali e preservano le ombre dal destino terribile di vagare fuori dagli Inferi a tempo indeterminato per i Greci, o per cento anni per i Romani (Eneide, VI, v. 325-330) Se nell’Iliade la supplica proviene dall’amato Patroclo, che chiede inoltre di essere sepolto insieme ad Achille, nell’Odissea questa preghiera è rivolta a Ulisse dal compagno Elpenore, il cui corpo è rimasto “insepolto” e “incompianto” sull’isola di Circe (Odissea, XI, 51-78). Quest’ultima ombra fornisce un ulteriore elemento: bruciare il suo corpo insieme alle sue armi ed erigere un tumulo in riva al mare preserverà Odisseo dall’ira divina (Odissea, XI, 72-75). I morti dialogano con i vivi, in ben precise circostanze. Le ombre dei morti, oltre ad apparire nei sogni, interagiscono con i vivi durante le loro catabasi, ovvero le discese negli Inferi, o quando vengono evocati.

I sacrifici di Odisseo

Odisseo, nel libro XI del poema dedicato al suo ritorno a casa, compie i sacrifici necessari ad evocare le ombre dei morti, seguendo le indicazioni di Circe, per parlare con Tiresia e farsi rivelare il futuro. Tagliate le gole degli animali (Odissea, XI, vv. 34 e sgg) fuori dall’Erebo si affollano donne, ragazzi, vecchi e guerrieri attirati dal sangue e dopo aver parlato con l’indovino, Ulisse dialoga con la madre, con Agamennone, con Achille e con altre ombre. Di cosa parlano le ombre? Di argomenti diversi. Tiresia predice il futuro e ripete più volte che i morti dicono il vero; la madre racconta della sua morte e spiega a Ulisse che le ombre sono incorporee, non possono essere abbracciate; Agamennone narra della sua morte al rientro da Troia per opera della moglie e mette in guardia dalle donne;  Achille chiede notizie del padre e del figlio Pirro/Neottolemo (avuto da Deidamia) e manifesta il rimpianto, affermando che preferirebbe essere un bifolco, un servo, un diseredato (Odissea, XI, vv. 488- 491) invece di ritrovarsi fra le ombre.

Nel ventiquattresimo libro ritorna l’Oltretomba ma questa volta i morti parlano fra loro, si raccontano, narrano della propria fine, anche se non è presente un vivente con cui dialogare.

Orfeo ed Enea, la discesa agli Inferi

Orfeo, Euridice, Hermes, V secolo a. C. (Museo archeologico di Napoli)

Nei poemi omerici si parla di morti, di ombre disposte al dialogo ma lo spazio del regno di Ade non è delineato. Le catabasi di Orfeo e di Enea configurano, invece, l’Aldilà latino. Orfeo ed Enea scendono realmente negli Inferi, anche se con finalità diverse: ottenere la restituzione della sposa morta e conoscere il destino. Il mito della discesa agli Inferi di Orfeo è raccontato dettagliatamente da Virgilio e Ovidio in epoca augustea. Il famoso citaredo ha una voce melodiosa, che ammansisce persino le belve feroci e, quando l’amata Euridice muore, decide di scendere negli abissi infernali per convincere Plutone e Proserpina a restituirgliela. La vicenda è narrata da Virgilio nelle Georgiche, in chiusura del quarto libro (vv. 454-530), e da Ovidio nelle Metamorfosi nel libro decimo (vv. 1-75).

L’Orfeo virgiliano scende suonando la cetra e le ombre si affollano intorno a lui mentre la ruota di Issione si ferma e Cerbero resta in silenzio con le tre bocche spalancate. Gli dèi infernali si lasciano commuovere e permettono agli amanti di ritornare verso la luce del sole, fissando, però, la condizione che il citaredo non si volti a guardare l’amata. Orfeo si volta e infrange il patto divino. L’ombra di Euridice parla e chiede allo sposo quale follia li abbia portati a pensare di poter sconfiggere la morte. Orfeo tenta invano di abbracciarla, come Odisseo aveva provato per tre volte a stringere la madre, mentre lei scompare per sempre. In Ovidio la vicenda è analoga ma l’ombra della fanciulla sussurra solo un impercettibile addio. In entrambi i testi il nocchiero dello Stige impedisce ad Orfeo una nuova discesa. Perché si volta? Virgilio attribuisce la perdita di Euridice all’amore e alla mancanza di memoria, in quanto il sentimento erotico genera la dementia. Il protagonista ovidiano è invece impaziente di guardare la sua sposa e non si fida completamente delle divinità infernali, dalle quali teme di essere preso in giro.

Orfeo, tornato sulla Terra, continua a cantare l’amata perduta e in questo modo, nel ricordo dei vivi, i defunti sopravvivono e la morte è sconfitta. La catabasi di Enea, nel libro sesto dell’Eneide, crea l’Oltretomba con una distinzione fra il buio Tartaro, sede dei dannati, e i Campi Elisi, un luogo luminoso, in cui si trovano i giusti.

Enea e la Sibilla Cumana

Il pio Enea è accompagnato dalla Sibilla cumana e dopo aver effettuato i sacrifici rituali i due entrano nel Vestibolo, dove trovano i mali che tormentano gli esseri umani e i mostri mitologici. Arrivati sulle rive dell’Acheronte vedono la folla di ombre accalcarsi verso la riva ma coloro che non hanno ricevuto sepoltura (come nei testi omerici) vengono respinti dal traghettatore infernale. Fra questi c’è Palinuro, il timoniere di Enea, che chiede, invano, ai due viaggiatori di portarlo con loro dall’altra parte del fiume. Il nocchiero che in prima istanza si rifiuta di far salire Enea sulla sua barca, perché «vietato è portar corpi vivi sullo stigio traghetto», (Eneide, VI, v. 391) è Caronte, descritto come un vecchio con una lunga barba e con gli occhi di fiamma (Eneide, VI, vv. 298-300). Questa descrizione del traghettatore di anime diventa iconica e si ritrova anche nel poemadantesco (Commedia, III, vv. 82-83; vv. 97-99; v.109):

Eneide (edizione 1776)
Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo […]

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier della livida palude
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote […]

Caron dimonio, con gli occhi di bragia

Enea e la Sibilla raggiungono l’altra sponda dell’Acheronte, dove nell’Antinferno affrontano Cerbero, il mostruoso cane a tre teste, reso inoffensivo da una focaccia di miele e sonnifero. Dopo aver superato il mostruoso canide addormentato vedono Minosse che scuote l’urna e indaga le colpe delle ombre. Come Caronte, anche questi personaggi sono ripresi da Dante nella costruzione dell’Inferno, in questo modo la Commedia unisce il mondo infero immaginato da Virgilio con quello cristiano del Medioevo occidentale.

Giancarla Savino

Il colore del danno: storia di una reporter

Francesca Mannocchi

Francesca Mannocchi  è una giornalista free lance che in questo periodo entra nelle nostre case più volte al giorno, tramite La7, per raccontarci il  conflitto in Ucraina. E’ anche ammalata di sclerosi multipla; l’ ha scoperto nel 2017, sei mesi dopo aver partorito un bimbo, Pietro, che oggi ha quattro anni e mezzo. In Bianco è il colore del danno (Einaudi), ci racconta la sua malattia: «la scrittura libera e aggiunge dignità!» dice in una presentazione. Bianco è un non-colore che può avere qualunque significato: nella diagnostica neurologica segnala la presenza delle “placche”, lesioni cerebrali che causano la progressiva paralisi: di qui le TAC, le risonanze magnetiche, i «potenziali evocati». Se la coraggiosa giornalista si fosse ammalata negli anni ’90 sarebbe su una sedia a rotelle … o molto peggio. Per fortuna la ricerca sulle malattie neurodegenerative negli ultimi decenni ha molto progredito e, sebbene non abbia ancora sconfitto la sclerosi multipla, permette a Francesca di condurre una vita normale e di svolgere il suo lavoro di inviata di guerra, pur con una diagnosi di patologia conclamata.

Una lingua in cui le parole mancano

Conscia di questo fatto, come tutti i malati passa attraverso domande senza risposta: perché è successo? Perché adesso, perché non prima? E non dopo? I medici non sanno rispondere, non sono dei guaritori, la medicina non è una scienza esatta, procede per errori. In questo momento di pandemia ci domandiamo tutti: perché? Domande che straziano e basta: perché è successo a me? ora che cosa faccio? Mi do alla disperazione? Reagisco? Con quali forze? Non ci hanno insegnato a cadere, non ci hanno insegnato a dire: sono fallibile, siamo cresciuti pensando che tutto fosse risolvibile, che ogni male fosse curabile. Non è così: prima o poi ci troviamo di fronte a una “narrazione”, come si usa dire oggi, completamente diversa.

Allora si fanno strada nuovi concetti, nuovi nomi, “una nuova lingua in cui le parole ci mancano… ci sembra troppo crudele, spaventoso, punitivo”. Sono parole difficili anche da pronunciare: vulnerabilità, fragilità, handicap, invalidità. Il titolo dell’ intervista (che vi consiglio di leggere, in rete) che Francesca Mannocchi  ha rilasciato alla Associazione Sclerosi Multipla è “Raccontare la fragilità è già un pezzo di cura”. L’autrice ricorda che, quando il medico le ha consegnato l’attestato di malata cronica, per potere avere i medicinali gratuiti, le ha detto di non vergognarsi: la vergogna è un sentimento molto comune, in noi disabili. C’è chi preferisce rinunciare ai suoi diritti compensativi come se fossero privilegi. E’ una battaglia di civiltà ancora lunga da metabolizzare.

Laura Prete

Francesca Mannocchi, Bianco è il colore del danno, Pp. 216, Einaudi; euro 17,00

Anteprima/ Una scrittrice sul sentiero del sale

Centinaia di miglia sulla costa occidentale sud dell’Inghilterra. Una costa ventosa, ruvida di arbusti, di rododendri giganteschi, di precipizi improvvisi a pochi metri dal sentiero. E’ in questo scenario fitto di solitudini e sorprese che i protagonisti del romanzo di Raynor Winn, marito e moglie cinquantenni, si inoltrano dopo aver perso la loro fattoria. Il sentiero del sale è un viaggio nel cuore della natura ma anche la scoperta di una nuova identità. Partono con una tenda per il campeggio e pochi soldi, 48 sterline a settimana da centellinare come un whisky raro.  Zaino in spalla giorno dopo giorno risalgono la costa, dormono al riparo dei cespugli, qualche volta nel vuoto metafisico di nebbie improvvise, del boato del mare, qualche volta ignorando che a pochi metri si scivola in un precipizio.

Viaggiatori nella natura

Ma è in questa cornice che si avverte prepotente la fisicità della natura. O forse è un nuovo sguardo che si fa avanti giorno per giorno nella voce autobiografica della narrazione: Raynor si rende conto che l’urbanità di cui fino a ieri è stata parte integrante ha attributi inattesi. Come quando, in poche pagine, racconta di aver perso qualche sterlina davanti a un negozio di alimentari per un banale incidente. La moneta finisce nella griglia di un chiusino. E Raynor si china sul marciapiede, infila una mano nella griglia, cerca la sterlina. «Che ti piglia, sei ubriaca?» le chiede una donna uscendo dal negozio. «Per un attimo restai basita dalla sua supposizione.» Eppure essere scambiati per barboni è ciò che i due viaggiatori debbono considerare accanto al loro coraggio, ai trasalimenti lirici nella natura, all’avventura nata per non aver nulla da perdere.

g.s.

Raynor Winn, Il sentiero del sale, pp. 320, Feltrinelli, 19,00. In vendita dal 7 aprile

In riva al mare con Chaplin e Churchill

L’amicizia tra Charlie Chaplin e Winston Churchill comincia nel 1927  durante  una festa in riva al mare nella villa dell’attrice Marion Davies. Si concluderà solo con la morte di Churchill. Ma se a prima vista niente sembra poter avvicinare il vagabondo con bombetta e ombrello allo statista, di famiglia aristocratica alla guida del partito conservatore, la storia e persino l’autobiografia di Chaplin dicono il contrario. E dice il contrario anche un condiviso senso per l’ironia più smagata. Chi non ricorda lo scambio di battute tra la prima donna entrata nel parlamento inglese, Lady Astor, e il primo ministro:

Lady Astor: «Winston, se fossi tua moglie, metterei del veleno nel tuo caffè». E Churchill di rimando: «Nancy, se fossi tuo marito, lo berrei». Di fatto dopo quell’incontro Winston va a trovare Chaplin agli studios di Los Angeles, e assiste alle riprese di Luci della città.

Michael Köhlmeir

Lo scrittore austriaco Michael Köhlmeir con il romanzo Due signori in riva al mare. Lo strano incontro tra Chaplin e Churchill,  ha preso in consegna l’amicizia tra i due personaggi con un esito decisamente singolare.  La voce narrativa finge un approccio autobiografico con la precisione e i documenti del reporter, percorrendo  entrambe le vite dei protagonisti e un sodalizio che durò un quarantennio. Köhlmeir introduce tuttavia il lettore attraverso una terza storia, una cornice, che gli consentirà di frugare tra i documenti, (gli stessi “Memoriali” di Churchill), circostanze note, meno note e d’invenzione. La voce narrante è quella del figlio di un appassionato di storia che ha intenzione di scrivere una biografia di Churchill e durante un convegno riesce a conquistare l’attenzione e la stima dell’ex segretario privato del primo ministro: incontro da cui scaturisce un gigantesco carteggio. Non solo. Ecco il primo approccio lieve e casuale:

«Mio padre conobbe Chaplin e Churchill nella stessa occasione, da bambino, nella nostra cittadina. Entrambi lo notarono e gli fecero i complimenti. Ma questa storia la racconterò più avanti. Mio padre crebbe con quei due modelli, figurandosi con altrettanta convinzione che da grande avrebbe fatto il clown o lo statista. Invece diventò ispettore del mercato comunale (…)».

Storia di storie

Il fascino più spiccato di questo romanzo nasce tuttavia dalla capacità di Michael Köhlmeir di avvicendare innumerevoli storie nella memoria della rievocazione. S’inizia con l’inatteso: la voce interiore che entrambi i protagonisti ascoltano, fino al punto di parlare della seduzione condivisa per il  suicidio. Ma la continuazione è tutt’altro, dividendosi tra i vagabondaggi dello statista,  le riprese chapliniane de “Il circo”, le passioni e la quotidianità.  Di passeggiata in passeggiata, di lettera in lettera, si dipanano altrettanto nettamente i ruoli che Chaplin e Churchill assumono nel tormentato ventennio.  Churchill come coraggioso artefice delle operazioni che dettero speranza all’esercito britannico contro Hitler; Chaplin ugualmente alle prese con Il grande dittatore, vale a dire il suo primo film sonoro e persino con i misteri che portano il suo segretario giapponese a dimettersi senza ragione. Un puntuale trascorrere della voce narrativa dal timbro del reportage a quello dell’invenzione, dai fatti alle testimonianze, ai molti specchi dell’interiorità, fanno del racconto di Köhlmeir, un libro destinato a più di una lettura.

f.m.

 Michael Köhlmeir, Due signori in riva al mare. Lo strano incontro tra Chaplin e Churchill; trad. S. Carusi, pp. 240; Archinto, 2021; Euro 24,00

Michel Houellebecq, l’ultima riva dell’Occidente

Michele Houellebecq si è addolcito?  L’humor nero e il sarcasmo sulla società occidentale  sono stati placati? La lettura di Annientare, ultimo e  decimo romanzo di Houellebecq, ha fatto sorgere queste domande  in alcuni recensori francesi. La storia e il registro usati sembrano giustificare questi interrogativi ma  forse solo per quell’attimo che trascorre tra l’ultima pagina dell’opera  e le voci a cui ci eravamo abituati: voci di personaggi in rotta di collisione con il mondo e isolati dal loro male oscuro.

I personaggi

Il primo romanzo di Houellebecq, nel 1994,  Estensione del dominio della lotta, aveva per protagonista uno sradicato, insofferente alla mondanità e depresso; Le particelle elementari (1998), chiamavano in causa due fratellastri complementari e altrettanto emarginati: uno scienziato senza emozioni e un docente di letteratura erotomane sovrastato dalla sua sensibilità  e dal caos interiore. Nel 2010 con La carta e il territorio l’autore assume un registro formalmente più composto: chiama in causa un fotografo, un personaggio altrettanto poco comune  che sbeffeggia il mondo di icone di cui è circondato; con Sottomissione (2015) il docente universitario che parla in prima persona svolge una critica acuminata della società occidentale ormai morente e sulla sua vita «senza gioia» per la quale non riesce neppure a provare alcuna disperazione. In Serotonina (2019)https://lemuseinquiete.it/serotonina-houellebecq-e-linfelicita-del-xxi-secolo/, Florent-Claude Labrouste, compagno di una giapponese dedita all’eros di gruppo, sopravvive alla sua depressione assumendo farmaci e guarda con fatalismo il nuovo paesaggio della globalizzazione  dove la morte della civiltà sembra tacitamente promessa. Ridurre con spese di piacere il suo conto in banca troppo cospicuo, è uno dei suoi ultimi vacui impegni.

Annientare

Il filo conduttore dell’ultimo romanzo di Houellebecq si chiama invece Paul Raison, è un mite, equilibrato  funzionario ministeriale  che,  con sua sorpresa, recupera il legame con la moglie dopo anni di indifferenza.  Non solo. A dispetto di ogni straniamento e deragliamento dell’attualità, egli cita (nome omen) Blaise Pascal. La riduzione della carica morale eversiva di Houellebecq,  per cui qualcuno ha parlato di un autore ormai apaisé (placato), fa capo a questa scelta, vale a dire ad una oggettivazione diversamente specchiata dei temi e delle tesi sulla società contemporanea. Ma forse questa oggettivazione è più ferale di quanto non lo sia nella precedente narrativa proprio in virtù di una figura ordinaria.  Attraverso il suo protagonista Houellebecq   regge comunque le fila di tre storie: la prima inerente il lavoro di Raison,  funzionario al ministero dell’Economia francese e in rapporto di amicizia con il ministro e futuro “premier” coinvolto direttamente nelle elezioni presidenziali; la seconda  gravitante intorno ad attacchi terroristici annunciati sul web con modalità formali misteriose senza precedenti; la terza infine è propriamente la vicenda esistenziale del cinquantenne: distante da ogni passione ma non dalla famiglia e dagli affetti.

La società

Paul Raison vede coincidere il proprio microcosmo individuale con quello di una società in declino, spaventosamente rimodellata dalla cultura imperante.  Certo, quest’ultimo tratto non diventa una forza dinamica della narrazione. Ma con potente perentorietà brilla in filigrana come si legge in alcune riflessioni: « Svalutare il passato e il presente a favore del divenire, svalutare il reale per preferire una virtualità situata in un vago futuro».  Questo è nulla di meno che un caposaldo germinato nelle scuole occidentali e nella considerazione comune con cui viene oggi osservata la vecchiaia, un tempo momento di bilancio e valore.  Ma Paul Raison vive nelle stanze del potere e su questo argomento, come di fronte alle trasformazioni sociali prese di mira dal terrorismo (l’infertilità; la pressione migratoria), osserva: «Un uomo politico poteva davvero influire sul corso delle cose?»….«E poi c’era qualcos’altro, una forza oscura, segreta, la cui natura poteva essere psicologica, sociologica, semplicemente biologica, non si sapeva cosa fosse ma era terribilmente importante perché da essa dipendeva tutto il resto, la demografia come la fede religiosa e, in definitiva, la voglia di vivere degli uomini e l’avvenire della loro civiltà. Il concetto di decadenza poteva anche essere difficile da circoscrivere, ma ciò non voleva dire che non fosse una realtà potente; e anche questo, soprattutto questo, gli uomini politici non erano in grado di influenzarlo.» (pp. 608-609). Se Houellebecq torna sui suoi passi è semmai nella considerazione della prassi politica, non certo rispetto alla visione complessiva del mondo occidentale.   Tra chi lo considera scrittore di “destra” spicca quel mondo intellettuale che, dopo aver taciuto per trent’anni sulla deriva e trasformazione delle motivazioni politiche della sinistra, è ora tutt’al più proteso a custodire la barzelletta del “politicamente corretto”, vale a dire a coprire le gambe delle sedie come in epoca vittoriana.

Paul Raison e l’umanesimo di Houellebecq

Se la vita diurna del protagonista è quella di un benestante borghese, quella notturna possiede sogni devastanti: la narrazione procede quasi con puntualità attraverso queste due sensibilità; la prima pascaliana, la seconda visionaria,  fitta di terrori e di paesaggi catastrofici. Un’analoga divisione struttura l’intero romanzo: da un canto la quotidianità  spesa nella forme della consuetudine dei personaggi principali, dall’altro l’inatteso;  da un canto l’organizzazione della campagna elettorale (o la spartizione in comparti del frigo per le cose pertinenti al protagonista e quelle della moglie) e sull’altro versante gli atti terroristici contro un mercantile, una banca del seme e un barcone di migranti; tra la stabilità dei ruoli professionali e un clima sociale dove  ha attenzione solo il futuro, vale a dire il presente per il futuro.

Più che in altre opere Houellebecq  sfrangia qui la narrazione con le fisionomie  dei personaggi secondari. La stessa famiglia del protagonista riflette identità complesse: un padre pensionato dei servizi segreti colpito da ictus e “trafugato” dai familiari dalla residenza sanitaria, dove è costretto per legge solo perché ormai incapace di esprimersi; un fragile fratello minore restauratore di arazzi, sposato a una cinica giornalista che ricorre al seme di uno sconosciuto per la propria gravidanza pur non avendone necessità di coppia; una sorella cattolica capace di autentica pietas, una moglie che in tarda età ha scoperto il culto wiccan. E anche in questa galleria ogni figura sembra, se non  il contraltare dell’altra, il tassello di un mosaico sconnesso dove la discontinuità è però argomento narrativo. Il tema di fondo, come ogni tema davvero autoriale, resta quello che ha informato dal principio la narrativa di Houellebecq: il deragliamento della cultura occidentale.

Marco Conti

Michel Houellebecq, Annientare, pp. 743, La nave di Teseo, euro 23,00

Ulisse compie cento anni

E’ il 2 febbraio 2022, è il giorno dell’orso ed essendo una bella giornata l’orso è tornato nella grotta: farà freddo ancora, gelate, forse pioggia, forse neve, l’inverno continuerà. E’ anche il giorno di compleanno del romanzo di Joyce, Ulisse, un’idea, un paradigma per la narrativa occidentale, stampato e messo in vendita esattamente cento anni fa a Parigi da Sylvia Beach, di cui parlo in un altro articolo qui accanto (Shakespeare and Company, l’Ulisse e Sylvia Beach- Recensioni – Le Muse Inquiete). Un libro che non voleva nessuno per la sua prospettiva audace nell’eros, non perché difficile, come sappiamo tutti, come ci dicono i traduttori. Tra questi Gianni Celati che, nella sua versione einaudiana spiega in prefazione come ci siano nell’Ulisse, non solo i gerghi irlandese, britannico, sopravvivenze del gaelico, ma anche stratificazioni della lingua e «un ventaglio di versioni canterine che sono la spina dorsale joyciana per scavalcare tutti i discorsi e intendersi con diversi richiami musicali: dall’opera lirica alla filastrocca oscena, da un canto gregoriano» «al rumore della carrozza del viceré che passa sul lungofiume (“Clapclap, Crilelap”), dai nursery rhymes a una poesia tedesca sul canto delle sirene».

Le canzoni di James Joyce

Eppure  si parla di una giornata del signor Leopold Bloom. Se ne parla soprattutto con la mente, con il sogno, con il monologo con se stessi e come la filigrana di un foglio ovunque compare la canzone, il verso, il rinvio ad una armonia o a un ritmo.  Celati scrive che avendo attraversato la traduzione del romanzo come un oceano in tempesta ha avuto l’impressione che Joyce «non riuscisse a pensare a nulla che non fosse un fenomeno musicale al di là di tutte le imperanti categorie di verità logica o di certezza dialettica, che l’Umanesimo ha lasciato in eredità a tutto l’Occidente.»

Un compleanno e qualche domanda sul presente

A distanza di un secolo mentre celebriamo Ulisse c’è tuttavia un pensiero che risulta assai poco celebrativo: oggi Ulisse avrebbe trovato subito uno stampatore, qualcuno come Sylvia Beach ma poi non troppo come lei visto che la libraia aveva sostenuto le spese? Occorse un ventennio perché Joyce, già famoso, fosse remunerato con un contratto editoriale. La differenza sta tutta in questa domanda: oggi ce ne saremmo accorti? Poniamo nel 2032, Joyce avrebbe ottenuto il contratto editoriale? Oppure  Ulisse sarebbe rimasto impigliato nel chiacchiericcio dei social, nella marea di  cose stampate da piccoli e grandi editori?  Sarebbe stato insomma un testo tra gli altri e, come altri, nascosto da un gratuito e cospicuo ottenebramento per effetto dei media? La critica letteraria, o più esattamente cosa è rimasto in sua vece, se ne sarebbe accorta al di là della trasgressione di quelle pagine (il “politicamente corretto” oggi, la sessualità ieri)? E infine: davvero il XXI secolo è in cerca di qualcosa e quel qualcosa  non ha niente a che fare con quanto scriveva Marsall McLuhan: « Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre»?

Dall’alto a sinistra: James Joyce, i figli Giorgio e Lucia e la moglie Nora Bernacle
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