Con Griffi sulle ferrovie del Messico

Una mappa ideale del romanzo “Ferrovie del Messico”

«I tedeschi trascinavano il corpo morto dell’Italia furibondi come Achille sotto le mura di Troia, non avevo notizie di Firmino da quando era tornato dalla Russia, mia madre cucinava pietanze che sapevano di polvere e a me restava una settimana per realizzare una mappa ferroviaria del Messico.»

Nel febbraio 1944, Francesco Magetti, detto Cesco, milite della Guardia ferroviaria nazionale di Asti, ha un indomabile mal di denti e un compito tanto perentorio quanto folle: disegnare una mappa delle ferrovie del Messico. L’ordine arriva dal comando di Torino e questo dal comando tedesco che esegue un imperativo categorico di Berlino. Lo spunto narrativo su cui  Gian Marco Griffi scrive circa ottocento pagine sembra esile ma da qui si diramano le voci dei personaggi  e, con loro, decine di storie che intrecciano la sorte del protagonista consegnandoci un romanzo che, nella narrativa italiana di questi anni,  vive in splendida solitudine. Griffi costeggia e cita talvolta esplicitamente alcuni capitoli della letteratura più innovativa del Novecento, avvicinandosi e distanziandosi in questo modo a diversi registri letterari. Non per nulla la postfazione di Marco Drago parla di «romanzo enciclopedico»  chiamando in causa la letteratura postmoderna e il saggio sulla molteplicità di Italo Calvino nelle pagine delle Cinque lezioni americane.

I personaggi e le voci

Calvino  inscrive nella sua analisi una sequenza di esperienze  eterogenee: dal Flaubert di Bouvard et Pécuchet alle diverse scritture che convivono nell’Ulisse di  Joyce  e, avvicinandoci a noi, al mondo di Jorge Luis Borges e all’espressionismo stratificato,  tra lingua colta e dialetto, di Carlo Emilio Gadda.  Ora Griffi, come Joyce, cambia registro di capitolo in capitolo, passa da quello mimetico  e monologante 1, a quello lirico 2, dalla descrizione metaforica e surreale 3 al comico 4, alla lingua d’invenzione 5 e al grottesco con brani che lo avvicinano in un paio di occasioni ad un autore per nulla canonico come Boris Vian.  Ferrovie del Messico utilizza inoltre  tanto il lessico piemontese quanto la locuzione preziosa o  aulica ma lascia prevalere una sorvegliata, comune, lingua d’uso. Questa continua variazione di registro  è però subordinata a un immaginario singolare. Lo scrittore astigiano connette l’espansione della sua storia (Francesco Magetti alle prese con la carta ferroviaria del Messico) alle avventure di profili improbabili: una colta bibliotecaria borderline, due necrofori con un passato di picari in Sudamerica, un bibliofilo aristocratico, due disertori,  un sedicente poeta che classifica la rilevanza degli autori in base al loro suicidio, un impiegato tedesco troppo ligio al dovere, un profilo di Hitler guancia a guancia con Eva in cerca dell’arma letale e risolutiva in una visione del Terzo Reich iù vicina al teatro di Ubu Roi  che a qualsiasi nozione storica. Ma proprio questo è il luogo d’elezione del romanzo. Le avventure tragicomiche di Cesco Magetti con le diversioni e i sentieri intrapresi dalla sua umanità, vivono nel cuore di un immaginario che – attraverso citazione e parodia 6, attraverso la frammentazione dei registri – sembra scaturire da un sentimento di nostalgia per le storie, o meglio… per la tradizione, in una parola per il canone.

Picari, anarchici, poeti

La libertà con cui lo scrittore percorre i sentieri della narrazione scorre  parallela alla libertà dei suoi personaggi: dal protagonista investito dal compito assurdo di redigere una mappa ferroviaria,  all’impiegato tedesco Bardolf Graf che riceve in regalo un libro intitolato  Storia poetica e pittoresca delle ferrovie del Messico, tutti sono in conflitto con l’ambiente circostante. La galleria di Griffi convoca un mondo di emarginati e anarchici per vocazione che marciano sull’orlo del baratro. Il contesto storico, tratteggiato a larghe pennellate, ritrae la precarietà della guerra e dell’invasione, ma è di pari passo caratterizzato da contesti immaginari di cui è esempio eloquente la “Divisione ferroviaria del dipartimento suicidi statali assistiti” nella Berlino del 1943, vale a dire  unna caricatura della burocrazia.

Sulle tracce degli antecedenti che portano il comando tedesco a richiedere una mappa delle ferrovie messicane, l’autore spalanca dunque una porta che, trascorrendo dal comico al surreale, declina l’architettura goffa e pretenziosa del potere. La Divisione ferroviaria tedesca è un palazzo «composto d’un numero indefinito e forse infinito, di piani ottagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, circondati da ballatoi con ringhiere intarsiate a mano» dove si può scoprire l’esistenza di un “Ufficio per il controllo dei regali ai dipendenti”. Il contraltare di tanta architettura sarà invece il club clandestino dell’Aquila agonizzante dove nottetempo si incontra l’umanità di resistenti e fuggitivi astigiani.

Assurdo e postmodernità

Tirando le fila del romanzo, disperse tra le sorti dei personaggi,  le nozioni di assurdo e di comico si legano alla ricchezza del linguaggio e delle storie che si ritagliano capitolo dopo capitolo. Ma vale la pena di soffermarsi sulle implicazioni della scrittura di Griffi. Guido Almansi, citato in postfazione, parlò del romanzo postmoderno di Thomas Pynchon dicendo che esso deve contenere una «analisi dello sfacelo, la coscienza del collasso, una testimonianza della frammentazione, una critica radicale del concetto di verità». Sembra una descrizione parziale dell’atmosfera e del modo di procedere di Ferrovie del Messico. Parziale perché i registri usati e i punti di vista  (si parla in prima persona o in terza e a raccontare sono tanto i personaggi contemporanei alla vicenda quanto quelli citati e vissuti in un tempo precedente) trovano un accordo unanime nel disegno complessivo, nel piacere dell’affabulazione in sé e nella nostalgia di un tempo capace di produrre avventura. E’ forse anche ciò che si avverte in certe pagine di Roberto Bolaño, in qualche caso (I detective selvaggi) analogamente segmentate. Ma i luoghi d’elezione della postmodernità si identificano altrove: in Rayuela di Cortázar, nel Georges Perec di La vie mode d’emploi , nel Calvino de Il castello dei destini incrociati  dove è sempre qualificante la leggerezza del gioco combinatorio: pagine dove intelletto e immaginario vivono, algidi, lontano dalla fisicità e dall’emozione e dall’esperienza. Rispetto a quest’ultima biblioteca ideale Gian Marco Griffi  si smarca. Le sue pagine richiamano una fisicità fortemente connotata e referenziale;  l’eterogeneità delle voci non si offre mai come gioco intellettuale o digressione concettuale.  Il registro del comico convive con l’iperbole dell’immaginario, il “parlato” include tanto lo gnommero di Gadda e le preziosità quanto il lessico piemontese (un glossario esemplificativo vi include: il gheddu, cioè il guizzo intellettuale; rancare per estirpare;  frustacadreghe per pigrone). E come una promessa di poetica, uno dei suoi personaggi, Tilde, dice: «Essere lirici e ironici è la sola cosa che ci protegge dalla disperazione assoluta. Io abito il mio lirismo, Cesco, per continuare ad amare la vita».

Griffi ci suggerisce di amare la narrazione come le ama lui. Scrive per Ferrovie del Messico  un sottotitolo esplicito: Romanzo d’avventura; insiste sulla centralità dell’atto narrativo nella sua valenza più essenziale. E in questo contesto scrive la pagina conclusiva del romanzo qualificandola come “Seconda parte”.  Venti righe, non di più, in cui l’autore annuncia la prosecuzione  delle vicende in Messico, in Argentina  e altrove.  Griffi insomma è ben lontano dal fornire una riproposta della narrazione postmoderna. Ferrovie del Messico viceversa ne usa la strategia e alla biforcazione del sentiero prende una strada affatto diversa. Di questo romanzo sentiremo parlare a lungo.

Marco Conti

Gian Marco Griffi, Ferrovie del Messico, pp. 816, Laurana Editore, 2022; euro 22,00

*

1. «E insomma hanno ordinato per me un panino al prosciutto, senza neppure sapere se mi piacesse, il prosciutto, fortuna che ne sono ghiotto, e me lo hanno fatto mangiare in santa pace, mentre lo mangiavo ho pensato a cosa significasse essere un tipo solitario, ma quello che teneva la sigaretta spenta ha interrotto il flusso dei miei pensieri». Pag. 87

2. «(…) è il cinquantadue e nascosta in soffitta leggi un’altra cartolina mentre Dio ha fatto un temporale che esplode sopra i tetti, i tuoni rimbalzano sulle tegole come palloni calciati dalla luna, il vento uggiola tra le imposte e strilla tra le chiome degli alberi, le travi cigolane e le voci umane si confondono nel battito martellante della grandine sui coppi e sui teloni della serra». Pag. 283

3. «Mario Emilio Camillo Bertone venne al mondo il sedici dicembre, mercoledì, una notte che la luna era simile a un seme di girasole, accanto a un fiume dispiegato nella bordura delle colline; si narra fu accolto nelle pianure ubriache di vino fumante e perforato dal trapano dell’amore, in cinque minuti scarsi fu strappato dall’ombra, venuto nel mutismo delle allodole e delle cicale, nel mortorio degli insetti, subito fu braccato dal freddo e lambito dai lupi». Pp. 336-7

4. «Questa cosa del Partito nazionalsocialista, domandò Eva, è un lavoro vero? Talvolta me lo chiedo anch’io, disse Adolf. E mi rispondo che no, non è un lavoro. Eì una vocazione. Baciami, testone, disse Eva».p. 224

5. «Allora ho inforcato le barde di mocoletto e mi sono sporto per allumarla meglio, e che i viscosi (…)» P. 139

6. «E allora adiόs, mi querida Norah, adiόs, lascia che vada ora, per certi angiporti celati da cespugli di lentischi spinosi, e siepi di cosmee gialle e azzurre, mil veces adiόs, lascia che viva in sbandati ricoveri nelle stanze pulciose di motel fuori mano dove misuro la mia vita con palle da tennis squarciate e bicchieri vuoti (…) ». P. 624. Griffi fa la parodia dei primi celebri versi de “Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock” di  T.S. Eliot nella traduzione di Roberto Sanesi:  

«Allora andiamo, tu ed io,

Quando la sera si stende contro il cielo

Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;

Andiamo, per certe strade semideserte,

Mormoranti ricoveri

Di notti senza riposo in alberghi di poco prezzo

E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche (…)»

Tempo d’opera, l’ultimo libro di Alberto Toni

I frammenti della vita, il paesaggio visto una volta da un balcone, una domanda che sopravviene improvvisa e subito si mescola con il vissuto, con l’incedere quieto di una passeggiata: un sasso, un uccello sulla via, una soglia: tutto nella poesia di Alberto Toni diviene misura della finitudine, tema di riflessione e allegoria. Lo conferma quest’ultimo libro, Tempo d’opera, accompagnato da una bella introduzione dove Roberto Deidier ricorda le occasioni e gli anni di un lungo sodalizio.

Alberto Toni (1954-2019) «al momento della sua scomparsa – avverte la terza di copertina – stava lavorando a un nuovo libro di versi, del quale aveva già potuto abbozzare la struttura e decidere il titolo». La compattezza della voce e dell’itinerario risultano  evidenti: si ritrovano non solo i modi ma i temi che hanno contrassegnato i libri precedenti dando riscontro a quanto scrive Deidier: «Tempo d’opera è, insieme, viatico e testamento». L’esordio era avvenuto con La chiara immagine nel 1987; una promessa subito confermata dalle poesie di Partenza l’anno successivo. Ma le tappe forse più importanti furono quelle della raccolta Dogali (1997), Alla lontana alla prima luce del mondo (2009) e di Vivo Così nel 2015, dove si legge una scrittura di sapienza lirica lieve come un semplice appunto:

Decidemmo la strada.
Il grosso sarebbe giunto di lì a poco,
l’atteso, il non nominato giudizio.
Avevo scelto con te tra le pieghe
dell’abito, il più portabile, l’unico
forse che non casca male,
un blu solito tra i tanti.
E l’entusiasmo per dirlo.

I versi e lo specchio dell’arte

Commentando una selezione della poesia di Toni sull’Almanacco dello specchio del 2009, Alberto Bertoni ha scritto che il verso dell’autore affonda in una radice comune « configurandosi come esperienza di religiosità laica dentro gli avvenimenti della storia e di un vissuto privato». Sotto molti aspetti Tempo d’opera sembra confermare questo percorso ma con valenze del tutto originali. Fin dal primo testo si affaccia un verso che riflette sull’atto della scrittura, «il segno che decifra»…Tanto che altrove annota: «Ogni poeta ha una sua forma grafica./ E’ un tratto distintivo, una forma del cuore,/ il visto o solo immaginato che torna,/ si stende in forma come l’ombra del ramo/ qui sotto visto/ o solo immaginato.» Ma ancora più cospicua è la sequenza referenziale di opere d’arte e pittori che, in questo contesto, porgono la loro creatività come speculare alla riflessione di Toni e diventano occasione di dialogo intimo. La galleria convocata cita il «verde Bonalumi», la paurosa magrezza e instabilità delle figure di Giacometti, la vita appesa ad un filo nell’imagerie surreale di Calder, oppure ancora reinterpreta  per traslato il «taglio netto di Fontana» in una lirica che si tende dalla storia alla metafisica, dal luogo circoscritto all’interrogazione esistenziale; Osvaldo Licini  è un’altra presenza, per niente occasionale:

Un’anima pura. E dove vai tu, perso dietro un Licini appena mosso nello spazio,

l’Angelo che sospeso ti guarda e giudica?

Uno specolo pittorico che con analoga valenza verso la trascendenza è ripreso da un altro testo di questa raccolta, “Quella mela in giardino poi non l’ho più vista”, dove la lirica così conclude:

(…) tornava a casa, sfogliava i libri, tutto in poche

parole essenziali, pensava che il desiderio si aprisse in alto,

alla Chagall.

La lingua, le forme

Osvaldo Licini, L’angelo maledetto. Part.

Rispondendo a una intervista, Alberto Toni precisò il suo approccio creativo: «La mia poesia parte sempre da un dato reale, che poi diventa percorso mentale, astratto, senza però perdere le coordinate. Da una cosa ne nasce un’altra, magari lontanissima».Più che altrove Tempo d’opera rende visibilissimo questo processo creativo. Per esempio nella lirica appena qui sopra appena citata dove il referente fisico si accompagna a un registro basso, a locuzioni tolte dal quotidiano ma si conclude, con la stessa voce, attraverso la riflessione sui motivi pittorici di Chagall.

Di questo carattere è segnale ricorrente il primo verso pronunciato in medias res. Il che accade per esempio con “Quel vaso di felci, non lo guardo mai”:

Quel vaso di felci, non lo guardo mai,

ed è come se stesse lì da un’eternità (…) Oppure e di pari passo con:

«La vita poi ce la riprendiamo sempre» e l’incipit pascoliano di pagina 67: «Il cipressetto infantile sta sul mio confine, proprio/ in angolo, cresciuto sbanda, vuole parlare,/ dice che è l’ultimo sole della mattina».

Il discorso lirico procede quindi con un verso ora monologante, ora teso sull’ immagine, fino a porgere una riflessione formalmente compiuta per il testo e “aperta” per il lettore.

Le cinque: si apre il mattino e il primo merlo,
poi il tordo sassello prima luce e la cincia.

Saresti così gentile, chiedo, saresti così gentile
da ricordarmi la vita, tutto il tempo che ho trascorso,
diciamo, il più lontano e di scarsa memoria.  
(...) 

L’homme di Giacometti

Confrontando gli esiti più luminosi di quest’ultimo libro con quelli che li precedono, l’impressione più viva rimane impregnata di una incessante interrogazione etica, di una tensione leopardiana proferita nel tempo della storia e nel secolo dove la contingenza è fatta misura: «Il corpo è qui, l’anima sta sopra, l’altezza/ non vista, eppure basta un niente per aprire/ il cancello», scrive in Alla lontana, alla prima luce del mondo.  Con poche eccezioni questa voce ha continuato a circoscrivere questa fisionomia di precarietà nel mondo, da Vivo così (“Vivo così, d’attesa”), a Tempo d’opera, di cui potrebbe essere esemplare l’evocazione figurale dell’uomo di Giacometti: «Si ritirava a questo punto, nel vuoto l’indice/ della mano destra come l’homme di Giacometti del ’47, magro da far paura nella sua magrezza,/ o in cammino al tempo sempre vuoto e senza direzione»…

Marco Conti

Alberto Toni, Tempo d’opera (a cura di Roberto Deidier)  Pp. 108, Il ramo e la foglia edizioni, 2022; euro 13,00

 

Némirowsky, Scrivere fa passare il tempo

Irène Némirowsky. Da “La vita di Irène Némirowsky” di Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt

«Irène trasferita oggi improvvisamente destinazione Pithiviers (Loiret).» Con queste parole Michel Epstein comunica a André Sabatier, redattore della casa editrice Albin Michel, che la moglie, Irène Némirovsky, è stata arrestata il 13 luglio 1942. Il marito della scrittrice chiede di intervenire a chiunque gli venga in mente fra le personalità di spicco con cui gli Epstein erano in rapporto prima della guerra. Passa giorni frenetici a scrivere telegrammi e lettere senza riuscire ad avere notizie sulla sorte della moglie ebrea apolide, come definita per motivarne l’arresto.

La fama

Irène Némirovsky è una scrittrice molto nota sia in Francia sia in altri paesi dalla pubblicazione di David Golder, nel 1929. Questo romanzo richiama l’attenzione del pubblico perché l’editore, dopo aver letto il manoscritto, cerca di rintracciare l’anonimo autore tramite un annuncio sul giornale. Némirovsky, infatti, aveva lasciato come recapito una cassetta di fermoposta ma, occupata dalla gravidanza, non ne aveva potuto controllare il contenuto. Quando si presenta all’editore Grasset risponde a molte domande per convincerlo di essere l’autrice di quell’opera che lo aveva tanto affascinato. Da cosa nascono i dubbi di Grasset? Probabilmente dal fatto che non si aspetta che a scrivere un libro finito e maturo sia la piccola ed esile brunetta che si trova dinanzi. Nelle interviste degli anni successivi alla pubblicazione emerge dalle descrizioni della giovane scrittrice il contrasto fra la ragazza che sembra una liceale e la sua scrittura che, spesso, duramente tratteggia personaggi meschini. Il romanzo due anni dopo la pubblicazione ha un adattamento cinematografico e ciò rende Irène Némirovsky molto famosa.

Gli ultimi libri

La fama, però, non la mette al sicuro dai rastrellamenti, nonostante le aspettative del mondo culturale che la circonda. Tra il 1940 e il 1942 continua a pubblicare le sue opere e i suoi racconti ricorrendo a pseudonimi, Pierre Nérey e Charles Blancat, e facendosi pagare con versamenti a favore della donna cattolica e ariana alla quale verrà alla fine ceduta la patria potestà delle figlie. Quindi tra la nascita del governo di Vichy e la data della deportazione Némirovsky continua a scrivere e a essere pubblicata, anche se le leggi antisemite non lo consentono. La figlia Denise racconta in Sopravvivere e vivere che la madre «scriveva in modo febbrile», come se si rendesse conto di non avere più tempo. In quell’ultimo soggiorno a Issy-l’Évêque, lontana dalla sua vita parigina, Irène scrive racconti e Suite francese, l’ultimo romanzo incompiuto e inedito fino agli anni Duemila, consapevole che le sue opere si pubblicheranno postume come dichiara a André Sabatier un paio di giorni prima dell’arresto («Saranno opere postume, temo, ma scrivere fa passare il tempo», 11 luglio 1942).

In cerchio tenendosi la mano

Il 13 luglio 1942, quindi, i gendarmi si presentano a casa Epstein per arrestare Irène, le ordinano di preparare una valigia mentre le bambine vengono mandate al piano di sopra e non possono ascoltare nulla. Al momento di partire, secondo l’usanza russa, si tengono tutti per mano in silenzio e, come ricorda Denise, non versano lacrime. Da quel momento il marito invia lettere e telegrammi a editori, intellettuali, ambasciatori, funzionari della Croce Rossa, cerca di dimostrare che la moglie è un’importante scrittrice, antibolscevica, convertita al cattolicesimo e malata di asma cronica e che «l’internamento in un campo di concentramento significherebbe per lei la morte» (Michel Epstein all’ambasciatore di Germania Otto Abetz, 27 luglio 1942). Le sue lettere, alcune pubblicate in appendice a Suite francese, non ottengono i riscontri sperati e a settembre, scrivendo ad André Sabatier, propone uno scambio perché lui sarebbe più utile al posto di Irène o in alternativa chiede di essere portato vicino a lei. Non sa che un certificato di Auschwitz indica come data di morte di Irène Némirovsky il 19 agosto 1942, alle ore 15 e 20. Michel non sa nemmeno che la moglie è ad Auschwitz mentre continua a scrivere alla ricerca di notizie e, quando viene arrestato a sua volta insieme alle bambine, in ottobre, pare quasi sollevato, o questa è perlomeno l’impressione che ne ricava la figlia maggiore. Ma la sua sorte è segnata: presto anche il marito finirà nelle camere a gas di Auschwitz.

La sorte delle figlie

Al momento dell’arresto, però, un ufficiale tedesco, mostrando una fotografia della propria figlia, libera le due bambine e il padre affida a Denise una valigia marrone e la sorellina più piccola, che ha cinque anni. Pochi giorni dopo Denise si salva da un arresto grazie alla sua maestra che la nasconde in camera da letto, ma questo evento decreta l’inizio della fuga delle giovani Epstein accompagnate da Julie Dumot, la cattolica ariana che ne ha la potestà. Di nascondiglio in nascondiglio Denise trascina la valigia marrone contenente fotografie, carte e il “quaderno” di mamma, che non è un diario ma il manoscritto di Suite francese, l’ultimo romanzo incompiuto. Denise ha due ricordi indelebili di quella fuga: dover nascondere il naso perché secondo Julie poteva rivelare l’origine ebraica e imbavagliare con una sciarpa la sorella di cinque anni per impedirle di piangere o ridere e per costringerla a tacere. Anche a distanza di anni, racconta Denise, le capita di nascondere con la mano il naso incontrando degli estranei per strada e non indossa sciarpe o foulard.

Successo e inediti

Finita la guerra termina anche la loro fuga e quando i primi sopravvissuti dai campi iniziano a rientrare a Parigi anche le due sorelline vanno ad attenderli con in mano il cartello con scritti i loro nomi. Osservando, però, quei volti Denise si rende conto che se anche i suoi genitori le passassero davanti lei non li riconoscerebbe e alla fine decide di non andare più né in stazione né all’Hôtel Lutetia perché «un giorno dici basta anche a questa dolorosa ricerca divenuta insopportabile e cominci invece a fantasticare». Denise è convinta che i suoi genitori prima o poi ritorneranno come molti “enfants cachés” che attendono inutilmente per tutta la vita di rivedere i propri cari. Intanto a Parigi riprendono le pubblicazioni delle opere della madre, che l’editore aveva atteso a dare alle stampe. Anche dall’estero arrivano richieste per pubblicare le opere di I. Némirovsky. Nel dicembre del 1945 un giornalista olandese, W. Tiderman, cerca di contattare la scrittrice, scrivendole presso la casa editrice Albin Michel, al fine di ottenere un racconto originale da far uscire a puntate sul giornale in Olanda. Albin Michel pochi giorni dopo risponde che la lettera non può essere trasmessa alla sua destinataria perché «la signora Némirovsky, infatti, è stata arrestata nel luglio 1942 e poi, pare, deportata in Polonia. Dal giorno del suo arresto nessuno ha più saputo niente di lei».

L’ultimo romanzo incompiuto

Nella primavera del 2004, dopo oltre sessanta anni dalla morte dell’autrice, la figlia Denise consegna a Olivier Rubinstein direttore delle edizioni Denoël la copia del racconto incompleto, scritto con un inchiostro azzurro e una grafia minuta su quel quaderno, che si era portata dietro nella valigia marrone. Il lavoro di decodifica fatto con una lente di ingrandimento aveva occupato quasi due anni ed era rimasto poi a disposizione della famiglia nella libreria di casa. Suite francese vede, così, la pubblicazione nonostante ci siano solo due parti delle cinque previste da Irène Némirovsky.

Nella libreria di casa in una cartellina, però, è conservata anche una copia dattiloscritta della prima parte del romanzo incompiuto; questa stesura definitiva era svolta, secondo le parole del nipote, da Michel Epstein che aveva il compito di battere a macchina gli scritti della moglie. Nell’ottantesimo anniversario della morte di Irène Némirovsky Adelphi edizioni pubblica Tempesta in giugno, la prima parte nella sua seconda versione con quattro nuovi capitoli.

Giancarla Savino

Denise Epstein, Sopravvivere e vivere, pp. 181, Adelphi, 2010

Olivier Philipponnat, Patrick Lienhardt, La vita di Irène Némirowsky, pp.515, Adelphi, 2009

Irène Némirowsky, Suite francese, pp  415, Adelphi, 2005

Malet, La vita è uno schifo

«Mi sarebbe piaciuto avere dieci anni. La vita era uno schifo. La conferma veniva ogni giorno. Mi sarebbe piaciuto avere dieci anni. Non so perché ma mi sarebbe piaciuto avere dieci anni. Un immenso desiderio di avere dieci anni. La vita era uno schifo, era un ignobile, spaventoso ingranaggio, e noi tutti contribuivamo a perpetuarne la merda.»

Jean Fraiger, la voce che parla in prima persona in questa pagina, sta per compiere un assalto ad un furgone portavalori. Ma a disgustarlo non è l’azione ormai decisa e irrevocabile, ma la notizia letta in quei minuti su un quotidiano: “Sangue durante lo sciopero dei minatori. Gli scioperanti non rispettano le intimazioni e i militari sono costretti a far uso delle armi. Bilancio provvisorio: quattro morti e numerosi feriti…” Tra questi titoli, Jean legge dell’uccisione di una bambina di dieci anni che accompagnava il padre alla manifestazione.  

Surrealismo e anarchia

In copertina Léo Malet (1909-1996)

Nelle prime pagine di La vita è uno schifo, c’è quasi per intero lo spirito e la narrativa noir di Léo Malet, riconosciuto maestro del genere, spesso amato per il suo lessico spiccio, venato di argot ma capace al tempo stesso di improvvisi squarci lirici.  Eppure in questo romanzo non c’è solo l’appartenenza a un genere, c’è la rivendicazione anarchica, prima nel temperamento che nella politica e c’è l’appartenenza al movimento surrealista che, in quegli anni, fornì un nuovo statuto e una nuova lettura del noir come del cinema horror, del fumetto, dell’erotismo. In breve  quella che sarebbe poi stata semplificata per i consumatori degli anni Sessanta come cultura pop. Ma ciò che di quel mondo interessava a Malet e ai surrealisti schierati con Breton,  era tutt’altro: era la valenza trasgressiva, l’immaginario più libero cacciato dalla letteratura accademica e rigenerato dagli autori marginali. Malet, sedicenne (e già da diversi anni orfano dei genitori) approdò a Parigi in quel clima irriverente e fecondo, diventò chansonnier nel 1925 e sei anni dopo, nel 1931, fu invitato personalmente da Breton nel suo circolo di “apostati” laici.

La Trilogia

Oggi Di Léo Malet l’editore Fazi ristampa il lascito forse più importante, il trittico Trilogia Nera che riunisce i romanzi La vita è uno schifo (già pubblicata da Fazi nel 2000) , Il sole non è per noi, e Nodo alle budella, testo quest’ultimo rimasto a lungo misconosciuto finché nel 1969 le edizioni La Terrain Vague non ne fecero il terzo volume della Trilogia. A quel tempo Malet, pure  famoso in tutti gli ambienti letterari parigini, era noto principalmente per i polizieschi e per il personaggio del suo investigatore, Nestor Burma, un profilo destinato a rivaleggiare con il Maigret di Simenon e negli anni Sessanta con Sanantonio di Fréderic Dard. Ma il salto tra il noir e la vicenda poliziesca non è, come generalmente si crede, fatto di pochi gradini. E’ un balzo che rovescia invece le carte in tavola, che rivolge al lettore domande del tutto differenti rispetto alla detective-story e che ha solo un’ esile parentela con l’hard-boiled di Raymond Chandler.

Il Giallo e il Noir

L’edizione francese originale La Terrain Vague con la copertina di René Magritte

Dice bene Luigi Bernardi curatore della prima edizione di La vita è uno schifo: «Il noir autentico è romanzo psicologico intorno alla figura di una vittima, la scrittura noir è sempre dal punto di vista della vittima, che si racconta o si fa raccontare nella propria discesa (o precipizio che dir si voglia)  verso un punto di non ritorno.» E’ dunque l’esatto opposto del giallo o del poliziesco dove l’ordine sociale viene sovvertito da un evento delittuoso e il compito dell’investigatore è quello di individuare il male e ristabilire l’ordine. Per dirla con lo strutturalismo il poliziesco risponde alle domande chi e perché in ordine ai fatti. Viceversa per il noir di Malet o di Simenon solo perché e come sono interrogazioni implicite che impegnano l’esistenza, la psiche, le relazioni. Di pari passo il giallo presuppone  la chiarezza della logica investigativa o almeno l’intuito di un Maigret per raggiungere la trasparenza degli avvenimenti. Nel noir dello stesso Georges Simenon, la storia non propone alcuna soluzione, personaggi e ambienti mutano, il tempo non risana come in questo La vita è uno schifo, programmatico fin dal titolo come lo saranno i successivi della trologia

L’ultima trasgressione

In Léo Melet la struttura del noir è spesso circolare: la fine è solo una declinazione del principio, il personaggio lungi dall’intraprendere una catarsi si immerge completamente nel proprio mondo, come accade nel primo romanzo della trilogia. L’esito in sostanza era implicito; il caos rigenera se stesso. L’autore in una nota commentò il suo romanzo dicendo che non vi era estranea la psicoanalisi di Freud a sua volta investigatore della psiche. Ma di pari passo scrisse: «In fin dei conti è un romanzo d’amore e di passione, una disperata ricerca dell’assoluto affettivo, in cui ogni pagina porta in filigrana l’immagine onnipotente della donna, imperiosamente campeggiante sopra i tacchi a forma di pugnale delle sue scarpe assassine, con nei capelli e negli occhi i riflessi mortali dell’oro.» Un commento in cui riecheggia ancora la visione surrealista, il paesaggio straniante di Magritte che, non a caso, illustrò la prima edizione della Trilogia Nera.

François Morane

Léo Malet, Trilogia Nera, Fazi Editore; euro 19,00

Bacà: una “Nova” esuberante

E’ raro trovare nelle opere degli autori italiani degli ultimi vent’anni il romanzo che interpella direttamente un tema, lo circoscrive, e rischia continuamente la tesi. Sia pure attraverso la ricchezza di una contraddizione o di una domanda senza risposta. Il romanzo di Fabio Bacà, Nova, è però uno di questi.

Il prologo della narrazione preleva dalla cronaca un episodio cruciale: nel maggio del 2013 Adam Kabobo, un ghanese, uccide tre persone con un piccone rubato in un cantiere lungo le strade di Milano. Ma se in quelle stesse ore qualcuno, minacciato dallo psicopatico, avesse segnalato la circostanza alla polizia, il bilancio non sarebbe stato così grave. «Non è sorprendente? Una coppia di tranquilli cittadini sfugge alle lusinghe potenzialmente fatali di un evidente squilibrato, ma nessuno dei due spende mezzo minuto per una telefonata alla polizia.» La voce narrativa non intende con questo approcciare il tema dell’indifferenza, del cinismo, dell’insensibilità. Al contrario sostiene «che per tutti noi la violenza è un fatto emotivamente alieno.»

L’incidente

Con questa premessa Fabio Bacà riflette la vicenda del suo protagonista, Davide, un neurochirurgo che conduce un’esistenza tranquilla, borghese fino al midollo, insieme alla moglie, Barbara, logopedista e vegana,  e un figlio adolescente appassionato di astronomia. La narrazione, ampiamente ed eccessivamente descrittiva, procede senza soprassalti fin tanto che il medico non diviene spettatore di un episodio di idiozia belluina nel ristorante dove si appresta a pranzare con la famiglia. Un ubriaco molesta pesantemente la moglie di Davide  mentre quest’ultimo si affaccia all’ingresso del ristorante tra la folla di clienti. Davide non ha la prontezza e il coraggio di intervenire. Lo fa invece uno sconosciuto che mette in un angolo l’aggressore impedendogli qualsiasi mossa e minacciandolo. Il medico è sconvolto, ma soprattutto si vergogna della propria inettitudine e vigliaccheria.  Proprio per questo, quando casualmente intravede l’uomo che ha difeso la sua famiglia, lo segue in auto per poterlo ringraziare. Non ci riuscirà. Sarà invece lo sconosciuto, Diego, a riaffacciarsi e a divenire amico e guida di Davide.

Due personaggi complementari

I due personaggi, Davide e Diego, sono così l’uno di fronte all’altro (alla maniera in cui procede il romanzo a tesi; si pensi ad altra latitudine storica e filosofica ad Hermann Hesse con il suo lirico Narciso e Boccadoro) per completarsi o, sotto un altro profilo, per rispondere alla stessa domanda sulla violenza insita nell’uomo e nella società e sulla risposta che appare più accettabile per l’uomo di cultura. Diego  nonostante la sua fisionomia tagliata con l’accetta, nonostante l’esordio minaccioso nel ristorante, è un monaco zen. La sua storia, o meglio la retrospezione del personaggio circoscritta in un unico capitolo, è forse uno dei momenti migliori del romanzo. Davide, pur continuando la sua routine, diviene in breve un allievo del monaco zen che lo accompagna in un percorso dove la riflessione, la forma fisica, la capacità oppositiva di fronte al mondo, sono tutt’uno. La violenza è tema interpellato allora da un Kōan, vale a dire un paradosso o meglio una aporia irrisolvibile, che costituisce il banco di prova e la meditazione del protagonista per cui l’aggressività è e non è risolutiva generando altra violenza e intridendo il mondo di se stessa.

Sotto il profilo narrativo il lettore percepisce la svolta di Davide ma lo fa attraverso la reattività violenta alla violenza, dunque con un adeguamento puramente psicologico. La narrazione si sposta a questo punto tra gli “sguardi” di Davide e Barbara e del figlio Tommaso fino a un apice di violenza conclusiva, il metaforico passaggio di una nova, ovvero di una stella che improvvisamente accresce la sua luminosità facendo deflagrare quanto la circonda prima di tornare alle sue condizioni normali.

La lingua, lo stile

Il romanzo di Bacà (esordito con Benevolenza cosmica) segna, come accennavo all’inizio, una apertura diversa e interessante della narrativa italiana. La lingua che lo scrittore usa, come la stella a cui si allude nel titolo, troppo spesso fa però deflagrare la scena che vorrebbe rendere sensibile. Diversamente da quanto si è scritto, la lingua di Bacà  non è propriamente aulica, non è solenne, ma di una eloquenza barocca e ricercata. Ecco come descrive i tratti somatici del volto di Diego: «Aveva i capelli rasati, e gli occhi scuri erano inseriti in un viso concepito come un trionfo ecumenico  di trigonometria – isosceli naso e mento, scalena l’attaccatura dei capelli, acuta la sporgenza delle orbite» (pag. 46).  Un bussolotto è così traslato: «All’apice della scalinata una porta circolare orbitava pigra su se stessa: da quando lavorava a Campo di Marte, Davide non aveva mai visto interrompersi la sua torpida rivoluzione » (pag. 29).  Più articolata nel percorso immaginativo esorbitante di aggettivazione metaforica e non, la descrizione di una periferia suburbana degradata: «Era apparsa una corta stradina: più in là, lo sfondo inaspettato di una larga radura ondulata, in mezzo alla quale c’era un boschetto attraversato dalla timida lucentezza del Serchio. Le colline all’orizzonte sembravano sbalzate dal bulino di un incisore» (pp. 120-121). 

Può essere che a fronte del  linguaggio di molta narrativa contemporanea volgente ad una trascuratezza che più nulla ha a che fare con  le neutre di Barthes, il florilegio di aggettivazione risulti un contraltare tonico. Ma qui l’espressionismo dei Gadda non ha cittadinanza. Meglio sarebbe un colpo di lima, semmai due.

Marco Conti

Fabio Bacà, Nova, pp 279, Adelphi, 2021; euro 19,00

L’eredità di Franz Kafka, una storia lunga un secolo

E’ una fortuna per la letteratura che Max Brod non abbia eseguito la volontà di Kafka, almeno quanto lo è che Ottaviano non abbia bruciato l’Eneide di Virgilio, così come gli era stato chiesto dal poeta. Ma tutto sommato Virgilio ha avuto più fortuna perché la storia dei manoscritti di Kafka è tormentata per non dire davvero kafkiana. Infatti, così come Brod non se l’era sentita di dare alle fiamme le opere dell’amico, la catena di volontà testamentarie tradite era destinata a continuare. La storia comincia con la morte dell’autore nel 1924.

Kafka dà all’amico Max, giornalista e scrittore egli stesso, un compito preciso. Vuole che siano conservati i manoscritti di La Metamorfosi (1915) che peraltro ha pubblicato nel 1916, La colonia penale (1919), Un medico di campagna (1919),  Il digiunatore (1922) e due narrazioni giovanili scritte nel 1913, Bambini sulla via maestra e Il verdetto. Questo il lascito già espresso in una lettera del 20 novembre 1922. Kafka chiedeva inoltre che fossero bruciate le lettere inviate a Felice B.

Le opere da salvare

Max Brod allo scrittoio in due epoche diverse

La sua richiesta di certo teneva conto del fatto che i romanzi e molti racconti erano rimasti incompiuti (così come lo era l’Eneide di Virgilio). Ma Brod non resiste, non comprende le esitazioni di Kafka il quale gli aveva confidato che, comunque , la conclusione del romanzo Il processo non avrebbe potuto aggiungere nulla di rilevante a quanto aveva detto. Già l’anno dopo Il processo è alle stampe e, nel 1926, esce  nelle librerie praghesi Il  castello.  Da un canto Brod sapeva che Kafka non ci teneva a pubblicare, dall’altro considerò forse che l’amico si affidava a lui anche nel giudizio delle opere.

Nel 1939,  davanti all’avanzata nazista in Cecoslovacchia, Max Brod decide di lasciare l’Europa e rifugiarsi in Israele portando con sé la valigia dei manoscritti. E proprio in Israele la catena dell’eredità va incontro ad altri tradimenti, per quanto ormai  la letteratura occidentale ne stia facendo un autore imprescindibile: da un canto l’opera di Kafka investe il mondo del surrealismo, dall’altro i temi espressi coinvolgono riflessioni di filosofia morale, interpellano l’esistenzialismo, o danno luogo a letture marxiane della società.

Il secondo tradimento

Nel 1968 Brod lascia la proprietà dei manoscritti (non tutto è stato pubblicato) alla sua segretaria Esther Hoffe con l’indicazione di conferire i testi prioritariamente all’Università ebraica di Gerusalemme o alla Biblioteca pubblica di Tel Aviv.  Ma Esther non rispetterà affatto queste volontà. La segretaria venderà una parte dei manoscritti all’Archivio nazionale della letteratura tedesca, mentre altri saranno dati  in eredità alle sue due figlie, Eva e Ruth.

Edizione tedesca de Il castello

La battaglia legale

A questo punto non vi saranno più tradimenti testamentari ma si aprirà invece un conflitto per il possesso dei manoscritti anche se le opere in questione (per esempio La lettera al padre) sono già pubblicate da tempo. Alla morte di Esther infatti la Biblioteca di Tel Aviv dà inizio a una lunga battaglia legale. La Corte Suprema di Gerusalemme decise che l’eredità di Kafka non potesse essere che ebraica anche se la lingua usata da Kafka è il tedesco. Si disse inoltre che se quei manoscritti non fossero arrivati in Israele sarebbero stati dispersi dal mercato privato. Il che è difficilmente contestabile. Di fatto sono prevalse le ragioni della Biblioteca nazionale d’Israele. Nel 2013 la polizia tedesca ha rintracciato tre valigette con migliaia di fogli che giungevano dalla casa delle figlie di Esther. Sono state trovate in un vecchio frigorifero rotto e restituite a Israele.

E’ occorso quindi un intero secolo per dare una dimora pubblica a una delle opere più importanti del Novecento. Tra i documenti compare la prima versione del racconto Preparativi di nozze in campagna. Cinquantotto pagine che, nell’ultima redazione di Kafka, diventarono solo cinque. In quelle valige si trovava anche il dattiloscritto della Lettera al padre con l’ultima pagina scritta a mano. Inutile aggiungere che il padre non la lesse mai.

François Morane

Il cielo, la terra, la zucca, il corvo e l’argilla

Le nascite dell’umanità nel racconto delle mitologie

L’umanità è nata bucando il cielo o il sottosuolo. Come un meteorite o come una quercia. In ogni caso è stata una prelibatezza, un frutto o la selvaggina a far decidere il primo uomo di lasciare la dimora originaria. Poi l’apertura si è chiusa e così la specie si è diffusa sulla terra e tutti gli altri sono rimasti in cielo oppure nel sottosuolo.

La mitologia riporta diverse tradizioni, ma quelle delle origini ctonie sono tra le più diffuse seguite forse da quelle uraniche. Entrambe conferiscono implicitamente alla Terra e al Cielo quel ruolo cosmogonico recitato da altri miti che assumono la creazione dell’uomo come conseguenza di uno stato primordiale in cui gli elementi sono mescolati e utilizzati da un demiurgo. Ma per tornare alla sola nascita dell’umanità, due esempi della tradizione orale, spiegano piuttosto bene questo immaginario ancestrale: tra i Mandan, nel nord del Dakota, dice il mito, gli uomini erano approdati sulla terra grazie alla lunga radice di una vite che là, in alto, mostrava una chiazza di luce. Arrampicandosi un coraggioso riuscì a scoprire la superficie della terra con i suoi animali. Invece tra i Warao della Guyana gli antenati vivevano in cielo e grazie a una liana, dopo aver visto tutti gli animali che si trovavano in terra, un certo Okonoroté decise di tentare l’avventura. Scesero in tanti finché una donna in cinta ostruì il foro.

Una città sotterranea

I miti antropogonici di questo tipo sono numerosi anche in Africa, in particolare nel nord-est dove prevale l’origine celeste dell’umanità, mentre nell’Ovest del continente, nel clan Baatshona dei Santokrofi, si racconta che fu un’antilope la prima cosa che videro gli uomini emergendo da una città sotterranea, ed è per questo che l’antilope è un tabu e un animale che non si mangia. Analogo è il mito che si trova in Ghana nella popolazione Ashanti dove sono sette gli uomini  che, dopo un’intensa pioggia, giunsero dal cielo portando con loro il fuoco.

Ashanti (Ghana)

Cento uova per cento nomi

Darwin non si dispiacerebbe nel sapere che, viceversa, altre popolazioni considerano gli uomini nati dagli animali. In questo caso i miti privilegiano l’uovo come strumento generativo. In Indonesia il dio Ranyng Atalla un giorno discese dal cielo e trovò sette uova; ne prese due e vide che uno conteneva un uomo e l’altro una donna. Ma entrambi sembravano ormai morti.  Atalla si recò allora dal creatore per chiedergli il soffio divino, ma il dio del cosmo era assente, allora Atalla si rivolse al dio del vento, Ranyny Atalla che accondiscese ma nello stesso tempo soffiò sulle uova anche il destino della morte. In Vietnam sono  addirittura cento le uova  ad aver creato il genere umano, ma questo si spiega quando si comprende che il numero dà conto dei “clan” esistiti, uno per ogni  nome familiare vietnamita.

In Tanzania, presso la popolazione Sandawe, un gruppo etnico di cacciatori-raccoglitori che impararono l’agricoltura dai Bantu verso metà Ottocento, si dice che il loro antenato-eroe Matunda  sia cresciuto dall’albero del pane. Un giorno aprendolo fece uscire la iena, la pecora, una donna con due bambini e Wangu, l’uomo che poi sposò la sorella di Matunda, mentre quest’ultimo fece lo stesso con la sorella di Wangu.

Nati da una zucca

Le nascite dalla vegetazione sono distribuite ugualmente tra l’Africa e le Americhe. Per gli Apinaye, che vissero nell’altopiano brasiliano erano il Sole e la Luna i primi a comparire sulla terra, nozione comune ad altre latitudini. Là furono però proprio loro a creare il genere umano mettendo sotto l’acqua delle zucche. Non solamente in Brasile tuttavia…Infatti il dato ritorna altrove: proprio da una zucca nacquero gli uomini secondo un mito laotiano che riporta un gesuita vissuto in quelle missioni, Giovanni Filippo De Marini, fin dal 1663.

Tra i nativi dell’Alaska, Unaligmut, nel tempo in cui sulla terra non c’erano uomini, il primo comparve dal baccello di una leguminosa, cadde al suolo in piedi già uomo fatto. Allora, alzato lo sguardo, vide comparire qualcosa di scuro che camminava barcollando. Era un corvo che, spinto su il becco come fosse una maschera,  si trasformò anche lui in persona. La figura del corvo è quella, per diverse popolazioni nordamericane, che identifica il demiurgo e, infatti, proprio il corvo spiega al primo uomo di aver creato lui quella leguminosa ben identificata dal mito: L. maritimus.

In Etiopia (tra i Konso) Dio è Wuaka, il Cielo che per prima cosa fa la Terra poi provvede all’acqua e infine siccome sono uniti si alza dalla Terra. Facendolo scopre due zucche da cui nacquero un uomo e una donna.

Un corvo

Nativi americani Tlingit

Particolarmente vivace è il mito antropogonico tra i Tlingit nel nord ovest del Canada. Anche questo gruppo etnico riconosce nel Corvo un demiurgo come in altre popolazioni  nord-americane il ruolo è svolto dalla figura del Coyote. Uno degli antropologi più importanti, Franz Boas, già nel 1916, mise a confronto in uno studio le due mitologie.

Ad ogni modo il Corvo dei Tlingit è un profilo complesso che viene raccontato come il demiurgo (“Corvo alla fonte di Nass”) che possiede una casa nella quale c’è il Sole, la Luna, le stelle e la luce del giorno. Ma questo creatore invisibile ha accanto altre divinità. Una di queste chiamata “Vecchia-di-sottoterra”. Di fatto una volta Nas- caki-yel (cioè il Corvo che vive alla fonte di Nass”)   creò l’Airone in forma di uomo e dopo di lui il Corvo-Yel, entrambi sapienti. Dopo di loro la divinità creò degli uomini da una roccia e da una foglia al tempo stesso, ma la roccia era lenta e la foglia rapidissima. Per questo gli altri umani nacquero da una foglia. Nas-caki-yel disse: «Vedete questa foglia. Dovete essere come lei. Quando cade dal ramo e marcisce, non ne resta nulla».  Ed è per questo che nel mondo c’è la morte.

Franz Boas

L’uomo di argilla

Tutto sommato più recente sembra l’immaginario della tradizione giudaico-cristiana. In Genesi (I, 26, II, 7) Dio modellò l’uomo con la polvere cresciuto con l’humus, tant’è che Adamo nell’etimo popolare assume anche l’attributo di “Argilloso”. In Paraguay il racconto della nascita minerale è straordinariamente più articolato. Si dice che dio sotto forma di un coleottero mandò in terra una razza di esseri potenti, poi modellò l’uomo e la donna con l’argilla che si trovava fuori dal buco terragno in cui si trovava. Ma erano ancora uniti come gemelli siamesi. I predecessori non li volevano e li perseguitavano, così la coppia primordiale si rivolse a dio (sotto forma di insetto) perché li separasse e potesse difendersi meglio. Fu così che nacque la loro progenie. La mitologia di Nias (un’isola accanto a Sumatra, in Indonesia)  propone una nascita ugualmente minerale. La tradizione orale rinverdisce questo mito in un canto funebre recitato dopo la morte di un capo. Sotto l’aspetto formale si tratta di un poema in cui ogni nuovo soggetto sono ripetuti e variati dal verso facendo procedere l’azione  mentre di pari passo viene recitato dal solista e poi cantato e danzato da un coro. Ecco un esempio nel momento in cui la divinità crea la stirpe dei Mahara:

Prese dalla terra, un pugno pieno,
prese dalla terra, quanto è grande un uovo,
quando vide la sua ombra nell’acqua,
quando vide la sua ombra nel fondo.
La portò seco al villaggio, sotto la casa comune,
la portò seco al villaggio, sotto l’abitazione:
il suo pezzo di terra, quanta ne sta in un pugno,
la terra, tanto quanto è grande un uovo. 
La modellò in una figurina d’antenato,
la modellò in forma di un bambino.
Prese i piatti della bilancia,
prese i piatti per pesare.
Prese il peso in forma di un pollo,
prese il peso in forma di un gallo,
lo mise sul piatto della bilancia,
lo mise sui piatto per pesare,
Pesò il vento a peso d’oro,
però il vento, a peso di farina.
Quando lo mise sul piatto della bilancia,
quando lo mise sul piatto per pesare,
lo portò alle labbra della sua bocca,
lo portò al fiato del suo respiro.
Perciò egli parlò come fanno gli uomini,
perciò egli favellò come fa un bambino

L’aquila e le grotte

Non sono questi i soli miti antropogonici. Altrove si raccontano nascite dall’acqua, dalla pelle di una divinità o da una coppia primordiale come riporta un mito della Terra d’Arnhem in Australia. Ma neppure è detto che, per la tradizione orale,  uomo e donna abbiano una nascita comune. I nativi Salina, in California, raccontavano che l’Aquila Calva una volta  fece una figura d’argilla che crebbe poco a poco pur restando addormentata. Allora l’Aquila si strappò una penna e gliela mise vicino creando la donna. Ma l’uomo dormiva ancora. Così l’Aquila divina batté le ali per svegliarlo e metterlo di fatto al mondo. Dopo le nascite sotterranee, quelle dovute a un animale risultano diffuse nelle Americhe, nell’Africa subsahariana e nelle terre dell’oceano Pacifico, mentre nel continente eurasiatico prevale la tradizione orale dell’umanità forgiata dalla terra. 

Alcuni studiosi, tra cui Jean-Loïc Le Quellec, ritengono che sia possibile interpretare le diverse mitologie attraverso una filogenesi che accompagna il cammino dell’homo sapiens dall’Africa  all’America, passando dallo stretto di Bering,  con varianti sconosciute (perché più recenti secondo questa tesi) nel continente africano. Sulla matrice mitica della nascita sotterranea sembra innestarsi anche la tradizione orale dell’uomo nato dall’argilla diffusa nel continente eurasiatico e quindi ugualmente secondaria. Il che appare congruo per gli esiti degli studi antropologici e archeologici inerenti alla diffusione dell’homo sapiens. Quarantamila anni fa, nel Paleolitico superiore, troviamo infatti nell’Europa occidentale, con una particolare diffusione in Francia e in Spagna (nell’arco franco-cantabrico) decine di grotte con incise disegni (animali, segni, profili umani) che continuano ad essere oggetto di ricerca. Secondo Le Quellec il racconto mitologico delle origini dell’uomo è all’origine di quelle rappresentazioni.

Marco Conti

Bibliografia

Giovanni Filippo de Marini, Istoria et relatione del Tunchino e del Giappone con la vera relatione ancora d’altri regni e province di quelle regioni e del loro governo politico, Libri 5, Tipografia Moscardi, Roma, 1665; Max Müller, Mythologie comparé, Laffont, 2002 per Essais sur la mythologie comparée (1873) e Nouvelles Études de mythologie (1898); Edmond Perragaux, Chez les Achanti, in Bulletin de la Societé Neuchâtelloise de Géographie, n. 17, 1906; Franz Boas, Tsimshian Mithology,  “31 st Annual Report”, Washington, 1916; Miti e leggende degli indiani d’America, ( a cura di Richard Erdoes e Alfonso Ortiz), Mondadori, 1994; Raffaele Pettazzoni, Miti e leggende vol. I, (a cura di Giovanni Filoramo), Utet Libreria, 1990 (prima edizione, 1948-1963); Jean-Loïc Le Quellec, L’origine de l’humanité selon les mythes, in Variations sur l’histoire de l’humanité, Éditions la ville brûle,  2018

Singer, storia di una storia di un amico di Kafka

Isaac Bashevis Singer nel suo studio a New York

Leggendo Isaac Bashevis Singer ho sempre avuto  l’impressione di essere in un mondo parallelo. Sono in un villaggio polacco o nel quartiere ebraico di Varsavia negli anni Trenta, oppure a New York nel secondo dopoguerra, ma le suggestioni della distanza storica non mi spiegano a sufficienza questo straniamento, e neppure lo spiega la magia popolare e i suoi dybbuk. Più direttamente credo che questa suggestione nasca con le parole dei personaggi e dello stesso Singer. Ogni volta che  il lettore crede di essere in un romanzo realista viene smentito dai personaggi della scena o dai dubbi  con i quali l’autore, in poche righe e quasi di sfuggita, lo interpella. Il paradosso è che una storia sposa visibile e invisibile anche quando non procede con il passo indefettibile della leggenda.

Tra autobiografia, invenzione

Chi è davvero la donna che Singer incontra in una tavola calda e dice di aver visto Hitler a New York? In quale mondo uno stormo di colombi nutriti da un professore in pensione accompagneranno in volo il suo funerale? C’è in Singer la forza della tradizione orale dello shtetl ma c’è sicuramente molto altro. A cominciare da una narrazione autobiografica mai confessionale e soprattutto mai completamente autobiografica. E’ un dato ormai noto: Singer aderisce al modello dell’autobiografia abbandonandolo tutte le volte che gli occorre mentre, d’altro canto, in altre opere, inventa o riporta narrazioni nelle quali inserisce la propria esperienza. In certo modo si potrebbe dire che la rottura del patto autobiografico (rispetto al lettore ideale nel famoso saggio di Lejeune),  è il corrispettivo e il completamento di quella nozione di realismo trasformata in interrogazione dell’invisibile.

Un amico di Kafka

La nuova raccolta di racconti di Adelphi,  Un amico di Kafka, percorre l’intero itinerario di registri dello scrittore. Nella novella che dà il titolo al libro, Singer parla dell’incontro con un vecchio attore di teatro: «Vestiva ancora come un dandy, ma i suoi abiti erano logori. Portava il monocolo all’occhio sinistro, il colletto alto all’antica (lo «strangolapreti»), le scarpe di vernice  e la bombetta. Al circolo degli scrittori yiddish di Varsavia, che frequentavamo entrambi, i buontemponi lo avevano soprannominato «il lord». Benché si incurvasse ogni giorno di più, Kohn si sforzava ostinatamente di tenere le spalle diritte.» Ma la descrizione puntuale, qui come altrove, ha il solo compito di farci incontrare la storia di quel personaggio. Sarà lui a raccontarsi, a parlare della timidezza di Kafka e di quella che intravede come un promettente riflesso nel suo interlocutore, cioè lo stesso Singer: «Sa, giovane com’era, Kafka soffriva delle stesse inibizioni che affliggono me nella vecchiaia (…) Desiderava ardentemente l’amore e lo fuggiva, scriveva una frase e subito la cancellava.» E ancora: «Voleva essere ebreo ma non sapeva come si faceva.»  Con la stessa vivacità che riporta un profilo mondano, Singer disegna in questo libro l’aneddoto leggendario, come  la vicenda di uno spazzacamino che batte la testa cadendo da un tetto e diventa veggente; altrove condivide il mistero di un incontro (La tavola calda) con una donna che racconta di aver visto Hitler a Broadway: circostanza incredibile fin tanto che lo stesso autore non vede la donna con un conoscente che dovrebbe essere ormai deceduto.  

Il conflitto tra bene e male

Artigiani, rabbini, intellettuali, donne devote  o passionali, mendicanti o commercianti arricchiti: tutti consentono a Singer di immergerci nell’ambiguità del mondo. Giancarlo Pontiggia in Il viaggiatore nei due mondi,  parlando dell’opera di Singer,  scrive che «un artista smentisce con lo splendore radiante della parola quello che la parola sembra circoscrivere a un dettato», così che l’opera di Leopardi, poeta della giovinezza e della felicità, diviene «l’emblema della loro negazione».  Tanto più qui dove è frequente  il rinvio al colloquio con il mondo soprasensibile, sia pure nella prosa dei giorni.  Lo sguardo di Singer attualizza la cultura filosofica e religiosa ebraica (con un posto di riguardo per la visione di Baruch Spinoza) con tale vivacità che il lettore neppure se ne accorge. Continuo è il conflitto tra bene e male, ma anche tra le contrapposte prospettive di destino e caso. Così un ulteriore straniamento avvertito è quello di una rappresentazione che rinvia a un enigma  anche quando Singer mette in campo vite del tutto laiche.

Nel racconto, non compreso in questo volume, Una corona di piume, il diavolo sostiene che «la verità è che non c’è nessuna verità». Il sospetto sotteso ad ogni nuovo capitolo di quest’opera è forse questo. Singer sembra chiedersi: «E’ proprio vero?»

Marco Conti

Isaac Bashevis Singer, Un amico di Kafka e altre storie, trad. Katia Bagnoli,  pp. 338, Adelphi, 2022;  euro 22,00

Il canzoniere di Patrizia Cavalli

Patrizia Cavalli, una delle voci più originali del secondo ‘900 italiano, è morta ieri a Roma. Era nata a Todi nel 1947

«Vado, ma dove? oh dei!»

In questo incipit di Patrizia Cavalli, c’è una parte cospicua dell’originalità di timbro e temi dell’autrice. La poesia, inclusa nella raccolta L’io singolare mio proprio, con il registro giocoso e lieve che accompagna l’opera fino alle ultime battute, porta il lettore al centro del canone classico. Come l’intera opera anche questa è una lirica intessuta di amore e disamore, scaturita dall’assenza, dal dubbio, come altrove dalla vacuità dell’essere. Non a caso molte poesie cominciano con una domanda o un periodo ipotetico, non a caso il discorso si dissolve nell’attimo e nella circostanza richiamata dal testo attraverso lunghi enjambement. Ecco la lettura completa della poesia citata:

«Vado, ma dove? oh dei!»
Sempre al bar, al ristorante, nei musei
a ciondolare anoressica o bulimica
sempre tra le due madri
quella che mi ama falsamente
e mi vorrebbe privare di ogni cibo
e l’altra che mi ama falsamente
e mi vorrebbe uccidere di cibo,
e io costretta a uno dei due eccessi
o l’astinenza o l’incontinenza
e intanto guardo il bel viso di un ragazzo
sempre lontano dai miei veri amori
spinta al turismo da cerberi
infelici viaggiatori.

Come si è spesso chiosato,  la poesia di Patrizia Cavalli assume la scena di un momento, la quotidianità (parola detestata dall’autrice peraltro) per portare il verso all’incontro con un’assenza, un limite, ma essi stessi pronunciati con una voce che sottrae peso, che induce alla leggerezza e dove la rima sembra quasi fortuita nell’incedere idiomatico, gli accenti tonici un caso come quegli dei che baciano i musei al secondo verso.

L’iperbole al rovescio e il classicismo

Il carattere che struttura fin dagli esordi il mondo di queste pagine è quello della riduzione: riduzione dell’io lirico, presente ma dimesso, e riduzione del tempo storico a incidentalità.  Il titolo del primo libro, Le mie poesie non cambieranno il mondo,  vive sotto questo segno benché  sia stato scelto da Elsa Morante…Nel 1974 (data della pubblicazione) la titolazione assertiva sembra infatti un annuncio polemico fatto per sottrarsi al dibattito intellettuale in corso. L’iperbole retorica percorre così ampiamente il senso più raro della figura. E fin dall’inizio è una contingenza dichiarata, non una epifania, a dare energia al testo facendo convergere ogni elemento ai confini di quanto è pronunciabile.

Anche quando sembra che la giornata 
 sia passata come un’ala di rondine, 
come una manciata di polvere
 gettata e che non è possibile
 raccogliere e la descrizione 
il racconto non trovano necessità
 né ascolto, c’è sempre una parola 
una paroletta da dire
 magari per dire 
che non c’è niente da dire.

Il contrappasso è clamoroso: si addensano in questi versi con l’evocazione (in assenza) del crepuscolo, la fugacità (l’ala di rondine) e l’inconsistenza del reale (una manciata di polvere) mentre l’ispirazione è contraddetta per affermarsi: la descrizione e il racconto non trovano necessità, tanto che una paroletta espressa coincide con la sua vacuità. Eppure mentre il dibattito critico ferve intorno alla neo-sperimentalismo e l’orfismo, mentre la poesia diventa oggetto tematico, Patrizia Cavalli adopera gli strumenti del canone per ribaltare ogni pretesa necessità intrinseca nel lavoro letterario del tempo. E’ vero che risulta frequente qui la pronuncia dell’epigramma diaristico («Ma per favore con leggerezza/ raccontami ogni cosa/ anche la tua tristezza», scrive nella stessa raccolta d’esordio) ma in realtà – e senza il ricorso a quella adesione del verso al modello del sonetto come farà negli anni ’80 Patrizia Valduga – proprio questo primo libro sembra incuneare la “prosa”, l’idioma, a cui tendono molti versi degli anni Settanta nell’alveo della classicità e di una indefettibile chiarezza. Dato che inserisce Patrizia Cavalli in una linea di tendenza alla pronuncia classica del verso, linea che congiunge Saba a Penna e a cui sono tutt’altro che estranei sia Pasolini, sia Dario Bellezza. Nel fervore un po’ artefatto della critica engagé, la poesia di Cavalli piacque anche ad Alfonso Berardinelli, polemico nei confronti della lirica “oscura”.

Il cielo

La seconda raccolta, Il cielo (1981) privilegia il tema dell’assenza, del disamore, non senza una sottostante visione filosofica. Ecco in apertura del libro il “paesaggio emotivo” con immagini decisive della vacuità e del desiderio:

Quella nuvola bianca nella sua differenza 
insegue l’azzurro sempre uguale:
lentamente si straccia nella trasparenza
 ma per un po’ mi consola del vuoto universale. 
E quando cammino per le strade 
e vedo in ogni passo una partenza
vorrei accanto a me un bel viso naturale. 

Più avanti l’assenza riprende corpo ed è allora marcatamente la banalità dell’ambiente familiare a controbilanciare una “nuvola che si scolora” con la sua promessa di libertà. Anzi è la prigione delle passioni, confermano i versi di Patrizia Cavalli, ad essere desiderata:

Adesso che il tempo sembra tutto mio
 e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
 adesso che posso rimanere a guardare
 come si scioglie una nuvola e come si scolora,
 come cammina un gatto per il tetto
 nel lusso immenso di una esplorazione, adesso 
che ogni giorno mi aspetta la sconfinata lunghezza di una notte
 dove non c’è richiamo e non c’è più ragione 
di spogliarsi in fretta per riposare dentro 
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta, 
 adesso che il mattino non ha mai principio 
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
 a tutte le cadenze della voce, 
adesso vorrei improvvisamente la prigione.  

E’ forse uno dei testi più belli e compatti della silloge dove il discorso monologante cresce e si carica di tensione attraverso l’iterazione quasi percussiva dell’avverbio adesso.

Pigre divinità e pigra sorte

Risalendo tra gli esiti e le matrici, in Pigre divinità e pigra sorte (2006) dopo Sempre aperto teatro (1999), sembra che Patrizia Cavalli radicalizzi l’interrogazione filosofica, ne voglia osservare l’ampiezza come aprendo un ventaglio. Un versante che diviene cospicuo perché se la scena quotidiana, il gioco del «Sempre aperto teatro»  sono state le costanti, altrettanto decisivi sono l’orrore della gratuità esistenziale e le domande esplicite sull’identità e il tempo. Tant’è vero che la compattezza dell’opera appare indiscutibile, come ha scritto John Ashbery  in poche parole presentando nel paratesto la traduzione americana: «Come Emerson Patrizia Cavalli dice sempre la stessa cosa e ogni volta è incredibilmente fresca e sorprendente. Il mondo cambia raccontandolo». Ed eccoci quindi a ridosso di quella scorrevole discorsività che contraddistingue i testi della Cavalli: l’incontro con il nume, con la fortuna, o meglio con l’ineffabile casualità del mondo.

Pigre divinità e pigra sorte
cosa non faccio per incoraggiarvi,
quante occasioni con fatica vi offro
solo perché possiate rivelarvi!
A voi mi espongo e faccio vuoto il campo
e non per me, non è nel mio interesse,
solo per farvi esistere mi rendo
facile visibile bersaglio. Vi do
anche un vantaggio, a voi l'ultima mossa,
io non rispondo, a voi quell'imprevisto
ultimo tocco, rivelazione
di potenza e grazia: ci fosse un merito
sarebbe solo vostro. Perché io non voglio
essere fabbrica della fortuna
mia, vile virtù operaia che
mi annoia. Avevo altre ambizioni, sognavo
altre giustizie, altre armonie: ripulse
superiori, predilezioni oscure,
d'immeritati amori regalie.

L’ultimo tempo

Elsa Morante con Bernardo Bertolucci, Adriana Asti, Pier Paolo Pasolini.  Elsa Morante propiziò l’esordio del primo libro della Cavalli, “Le mie poesie non cambieranno il mondo” (1974), una sorta di controcanto del libro della Morante, “Il mondo salvato dai ragazzini” del 1967

Il desiderio di conoscere e la prospettiva etica dell’esistenza, si fanno più perentori negli ultimi due libri: Datura nel 2013 e Vita meravigliosa nel 2020. I paesaggi interiori prima articolati con poche movenze e immagini, emergono in entrambi i libri ma in “Datura” prende corpo una voce a tratti più ampia di volute monologanti. Lo stesso titolo,  allusivo della pianta che induce la visione (Datura Stramonium),  sembra allontanare la poetessa dal dato circostanziale, dall’immagine colta al volo mentre  resta quasi immutata  l’essenzialità del dettato. La lirica “Ma io non voglio andarmene così”  esprime con assoluta chiarezza la ricerca svolta in poesia assumendo proprio la lingua poetica come tema:

Ma io non voglio andarmene così, 
lasciando tutto come ho trovato 
in questa scialba geografia che assegna
 l’effetto alla sua causa e tutti e due consegna
 all’umile solerzia dell’interpretazione.  
Un altro è il mio progetto, la mia ambizione
 è accogliere la lingua che mi è data
 e, oltre il dolore muto, oltre il loquace 
il suo significato, giocare alle parole
 immaginando, senza un’identità, una visione.  

Altrove, nello stesso, libro Patrizia Cavalli dispiega un verso poematico. Così accade in La patria e L’angelo labiale. Ma sorprende soprattutto un terzo poemetto, La maestà barbarica. Qui l’autrice  dà voce alla fisionomia di un personaggio per parlare di poesia, di una donna invischiata nella propria capacità retorica. Tanto che dalla terza persona Cavalli passa alla prima per soggiungere: «Io non oso parlarle, / ma la guardo sempre, / discosta e laterale. Ogni giorno/ ho bisogno di vederla. se non la vedo, la vado a cercare (…)». La ricerca, l’interrogazione, trascorre dal passato al futuro con Vita meravigliosa  dove l’immaginario torna formalmente dentro le misure consuete dell’autrice per chiosare intorno all’ultimo approdo, ad un paradiso incerto come ogni cosa: «prima di morire/ forse potrò capire/ la mia incerta e oscura condizione/. Forse per non morire/continuo a non capire/sicura in questa chiara confusione.»  Il predominio del tema, che isola e percuote, non toglie leggerezza al verso a cominciare dal poemetto dedicato all’autrice e amica scrittrice, Con Elsa in paradiso, per proseguire e voltarsi per traguardare l’esiguità del suo tempo. «Ma quel che ho visto si è tutto cancellato./ E quasi non avevo cominciato». Sbagliava Patrizia Cavalli parlando di un disegno incompiuto. La tela in questione è qui, forte più di quanto non prometta molta poesia di ieri e di oggi.

Marco Conti

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