Le donne dimenticate di Jack lo Squartatore

Il saggio della storica americana Hallie Rubenhold racconta le vite delle vittime del più famoso serial killer

Fra l’agosto e il novembre del 1888 Londra fu sconvolta dalla scia di sangue lasciata da un serial killer soprannominato “Jack lo squartatore”. Non fu mai arrestato. Non pagò mai per le sue vittime. Ancora oggi, nel linguaggio comune il suo soprannome indica per antonomasia un criminale che si diverte a fare a pezzi le donne: per l’aura di mistero e di efferatezza che emana, il maniaco londinese non è mai stato dimenticato.

Le vittime: Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane

Non così per Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane, le sue vittime, cadute nell’oblio; Le cinque donne (Neri Pozza) scritto dalla storica americana Hallie Rubenhold, un saggio puntuale, chiaro e asciutto, vuole far riemergere “quelle sventurate” che hanno avuto solo la colpa di nascere povere nella Londra vittoriana. E’ un lavoro, oltre che avvincente, anche particolarmente istruttivo nell’illustrare spaccati di vita nel “lato oscuro” di una belle époque  in cui era normale che i diritti  basilari fossero calpestati. Era l’età di Dickens, con l’orrore delle workhouses, dei vicoli malfamati, degli slums,  delle baracche fatiscenti, di ambienti degradati che conducevano dritti all’alcolismo. Attraverso queste pagine possiamo vedere in una nuova luce cinque donne che sono sempre state dipinte come prostitute, invece erano povere creature angosciate dalle gravidanze indesiderate che si susseguivano ogni nove mesi tra malnutrizione e violenze famigliari, costrette a vivere in condizioni di vita disumane. Nel meno peggiore dei casi erano destinate ad una vita di difficoltà, stenti e botte ma era molto facile scivolare dalla povertà all’indigenza, alla miseria più nera. Era una vita dura per tutti, uomini o donne, ma, come cantava John Lennon, le donne «are the slaves of the slaves»…

E così anche Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane erano figlie di famiglie numerose, destinate  a curare fratelli e sorelle minori invece di andare a scuola, nate per essere sottomesse a tutti: padri, fratelli, mariti, padroni (uso il termine intenzionalmente).

Un saggio con “la morsa” del thriller

Hallie Rubenhold

Il saggio non tratta di come sono state uccise le vittime né dello stesso “Jack lo squartatore”, al contrario la Rubenhold vuole restaurare il rispetto e la storicità che meritano le esistenze tribolate, dalla nascita sino alla morte, delle cinque protagoniste. Quindi non aspettatevi un giallo scoppiettante: è un lavoro circostanziato che probabilmente ha come unico difetto (o pregio) una mole di nomi, persone, vie, locali, paesi, piuttosto consistente, cosa che richiede a volte una particolare attenzione per seguire il filo degli eventi. In ogni caso è un libro «splendidamente scritto e con la morsa di un thriller, vi aprirà gli occhi e vi spezzerà il cuore». (Erin Kelly).

Laura Prete

Hallie Rubenhold, Le cinque donne, pp. 380, Neri Pozza, 2020, euro 19,00

I best seller del ‘700 e la storia clandestina di Thérèse

Quando, nel 1775, tre casse di libri illegali vengono intercettate dalla dogana di Besançon, il loro destino è già segnato: pene ai librai committenti e un enorme rogo per mettere fine allo sconcio. Ma uno dei librai interessati, un certo Charmet, assicura con una lettera gli editori di Neuchâtel che, di certo, non finiranno tra le fiamme le copie ordinate di Thérèse Philosophe anche se «le casse ne erano piene»:  romanzo erotico troppo ambito, troppo divertente e decisamente trasgressivo. Quelli bruciati, secondo Charmet, erano i libri più difficili da vendere.

Capire perché il libraio fosse convinto della cosa non è difficile. Robert Darnton nel suo saggio (recentemente ristampato da Il Saggiatore), Libri proibiti, passa in rassegna gli archivi degli editori della Societé Typographique  de Neuchâtel (STN) che costituiva la banca data più cospicua per l’editoria clandestina del tempo, vale a dire uno dei maggiori stampatori delle numerosissime opere francesi che, vietate dall’Ancien Régime, trovavano in Svizzera gli stampatori e poi i “corridoi” per lo smercio attraverso le ordinazioni dei librai. Una prassi consolidata e documentata per quattrodici anni, nel periodo immediatamente precedente alla rivoluzione. Ma il libraio Charmet ha una ragione speciale per esibire tanta sicurezza scrivendo agli editori. Uno dei suoi amici è infatti l’intendente della dogana che, appassionato di libri, chiude un occhio, o entrambi, davanti allo smercio puntuale, ricambiato da belle edizioni di libri introvabili.

“Teresa filosofo” e l’ erotismo trasgressivo

Cosa abbia di speciale Teresa filosofo  – e perché il testo anonimo  (attribuito al marchese d’Argens ) non si sia tramutato in fiamme e cenere – è però un poco più complesso da raccontare. Tuttavia si può cominciare col dire che si trattava non solo di un testo clandestino ma di un best seller, come si evince dai documenti di Darnton. Prendendo in esame un decennio (1772-1782) e gli ordini fatti dai librai alla STN confrontati con i documenti della polizia (quando faceva irruzione nelle librerie), degli uffici doganali e infine con i cataloghi di testi proibiti di un editore ginevrino, tutti riferiti allo stesso periodo, seppure in alcuni casi per un numero inferiore d’anni, troviamo infatti il romanzo libertino Teresa filosofo,  al quindicesimo posto dei libri più richiesti: 365 copie, divise in 28 ordini (da Parigi e dalle città francesi), e in 16 edizioni. Nel genere delle letture erotiche solo la Pucélle d’Orleans di Voltaire la precede, brillando al 10 posto della classifica, con 436 copie richieste e ben 36 edizioni benché si tratti di un poema satirico (o forse proprio per questo). 

Altri autori

Per svolgere un confronto con un romanzo altrettanto pornografico bisogna scendere al 35° posto della classifica incontrando Histoire de dom Bougre…,portier des chartreux di Gervaise de Latouche. Ma anche questo confronto è eloquente solo sotto il profilo delle vendite e non altrettanto nello spirito della ricezione dei lettori del tempo.

Rimescolando le carte e valutando non i titoli ma gli autori più venduti in quegli anni, Teresa filosofo, guadagna paradossalmente alcune posizioni collocandosi  al dodicesimo posto, due al di sopra del celebre, prolifico e libertino Réstif de La Bretonne, e da scritti di filosofi ed enciclopedisti che (diversamente dall’anonimo scrittore di “Teresa”) potevano contare decine di titoli in commercio, clandestini oppure no. A cominciare da Voltaire che occupava  la prima posizione dei best seller prima della rivoluzione francese con 69 opere a stampa. Il secondo è il barone d’Olbach, la cui filosofia materialista si era spesa in numerosi titoli e successi che declinarono solo verso la fine dell’Ottocento. In quel periodo sono quasi scomparse invece dal mercato le singole opere di Diderot. In fatto di trasgressioni anti-cattoliche, il curatore dell’Enciclopedia , aveva regalato l’eros de I gioielli indiscreti. Ma  Les bijoux indiscrets  era stato stampato in forma anonima  trent’anni prima nel 1748. Giù occupava quindi gli scaffali dei bibliofili. I librai, nell’analisi di Darnton, fanno notare invece che si vendeva ancora l’Opera completa dell’autore.

Sade e il marchese d’Argens

Illustrazione per “Thérèse”. La censura continuò a pretendere edizioni “rivedute” anche nel ‘900

Per trovare un altro successo simile a quello del libro del barone d’Argens, bisogna fare un salto in avanti. L’opera di Sade compare successivamente ed è esclusa dall’indagine di Darnton, ma le ricerche di Jean Jacques Pauvert in Sade vivant (Le Tripode, 2013)  hanno fornito alcuni dati che consentono un confronto.  Nel 1791 compare  il primo romanzo di Sade, Justine, recensito di pari passo su un foglio (La Feuille de correspondance) destinato ai librai dove di consuetudine sono riportati solo i nuovi titoli e le rare recensioni occupano lo spazio di una nota.  Ma per Justine il recensore trova spazio per  diverse righe. Come l’autore di “Teresa” Sade non firma il suo romanzo, nonostante la censura sia stata abolita due anni prima insieme ai privilegi e ai diritti feudali. E, visto il tema scottante, anche l’editore segue l’esempio. Ma al di là della prima impressione vale la pena sottolineare che, l’anno dopo, Justine viene ristampato e nel 1796 compare già una quarta edizione. Forse non casualmente lo scrittore appena liberato dalla Bastiglia, sarà anche il primo a considerare pubblicamente Teresa filosofo, un piccolo capolavoro o quanto meno, per usare le sue parole: «un lavoro incantevole». In comune con Teresa filosofo  il romanzo di Sade  non ha tuttavia solo l’erotismo ma, più incisivamente,  la dialettica tra eros e potere, tra il diritto del corpo e le censure della storia.

Il testo, la prosa

Leggendo Teresa filosofo è difficile non osservare che l’autore utilizza una affabulazione del tutto simile a quella di altri autori del suo tempo: una frase tersa, ragionativa, ipotattica. Come Diderot, come il Voltaire di Candido, come infine l’autore di un best seller coevo, condannato alla clandestinità, in cui si immagina un futuro a misura delle tesi di Rousseau, vale a dire Sebastien Mercier, scrittore di L’anno duemilaquattrocentoquaranta. Un sogno se mai ve ne è stato uno.  Rispetto a molte opere erotiche o pornografiche (se così si preferisce) il libro del marchese d’Argens   si differenzia perché ha per protagonista una donna filosofa e per tema centrale non la richiesta di libertinaggio, ma l’emancipazione sessuale in base a una filosofia deista, forse  atea (è discutibile), e  percorsa dalle idee dell’empirismo.

L’anno 2440…Un romanzo utopistico con i desideri dell’illuminismo

Il dato più cospicuo è legato però alla derisione delle concezioni cattoliche e della visione clericale della sessualità. Dettagliate scene erotiche si succedono a capitoli di dialoghi di argomento metafisico. Darnton sottolinea in particolare lo scambio di ruolo tra fisicità e spiritualità quando il «molto reverendo» Padre Dirrag  in un coito da tergo vuol far scambiare l’ orgasmo per estasi spirituale, così come quando presenta il suo sesso come il «cordone di san Francesco».  Il romanzo è una beffa plateale del mondo clericale tanto che Sade, continuando l’elogio del barone d’Argens, scrisse: «Se (il romanzo) fosse stato reso disponibile al pubblico, come era nelle intenzioni dell’autore, avrebbe potuto rappresentare il paradigma del libro immorale».  Infine “Thérèse” è  storia di un intero percorso che, da una iniziazione, passa a una agnizione e a una conversione, per confluire infine in una educazione filosofica dove il sapere e il piacere sono la felicità «dell’uomo saggio».

L’editoria del XVIII secolo

Prima del 1793 gli autori non avevano diritti riconosciuti per legge. Solo in questa data acquisiscono il diritto esclusivo di riproduzione delle loro opere. Ma anche l’editoria era vincolata nell’Ancien Régime all’arbitrio dei poteri.  Jacques Proust in Diderot et L’Encyclopédie (Albin Michel,1995)  scrive a proposito dei librai e degli stampatori: «Erano colpevoli di reato tutti quelli che stampavano o vendevano libri senza avere la licenza di librai o stampatori, i colporteurs o i mercanti stranieri che vendevano qualcosa di diverso dagli almanacchi (…), quelli che avevano più di una bottega aperta a loro nome, i prestatori di nome, quelli che non facevano ispezionare i pacchi ricevuti dalla camera sindacale dei librai. Colpevoli erano i trasportatori e vetturini che portavano libri  di frodo. Colpevoli infine, ma in misura minore, gli autori di opere contrarie ai costumi, alla religione, allo Stato».   Nel 1725 il codice limitava il numero di maestri-stampatori a 36 e, in compenso,  tutti avevano operai chiamati a lavorare 13-14 ore al giorno. La situazione consentiva di pari passo la creazione di gruppi di potere per monopolizzare il mercato.  Del resto persino l’Enciclopedia  era stata messa in dubbio. Jacques Proust introducendo le Memorie sulla libertà di stampa di Diderot, annota che dopo l’attentato di Damiens «era stata presa una impressionante serie di misure d’ordine e condanne: l’Encyclopédie  era stata sospesa nel 1758 e il privilegio di stampa per De l’Esprit di Helvetius revocato, l’autore costretto a ritirarsi».

La stampa clandestina, le presse portatili

La stampa clandestina era quindi il naturale sollievo a questa situazione. Non solo all’estero in cui spiccavano i centri editoriali di Ginevra, Neuchâtel e Amsterdam, ma anche a Parigi e a Lione. Date di edizione e luoghi erano spesso falsificati. Non era raro neppure che, dopo aver ottenuto l’autorizzazione alla pubblicazione, i tipografi aggiungessero qualche riga piccante o sediziosa al manoscritto, o che si pubblicasse il testo seguito da una appendice che ne modificava il significato. Nel 1789 si calcola che solo a Parigi ci fossero 100 presse portatili adoperate per i lavori clandestini (G. Dulac in P. Abraham-Roland Sesné, Histoire littéraire de la France, vol. 5, 1715-1794).

Le tirature.  L’Encyclopédie ha 4000 sottoscrizioni

Societé Typographique de Neuchatel. Gli editori e stampatori proponevano come molti altri un loro catalogo di opere censurate in Francia

E’ piuttosto evidente del resto che le cifre delle tirature non sono in alcun modo comparabili con quelle del Novecento. La diffusione della lettura è fenomeno pertinente alla industrializzazione. Si avrà un significativo incremento delle vendite solo alla fine dell’Ottocento, sia attraverso i giornali, sia attraverso i fascicoli in cui vengono spezzati i romanzi. Il Settecento di Voltaire e di Teresa filosofo ha sporadici lettori della nascente borghesia e distratti lettori aristocratici. L’Encyclopédie è il caso più eclatante: verrà stampata con quattromila sottoscrizioni. E’ l’epoca in cui il Mercure de France, il periodico più diffuso in Europa, conta una tiratura di 7 mila copie. E’ quindi straordinario che, proprio in questa situazione, la stampa abbia influito in modo tanto determinante nella realtà giuridica e politica post rivoluzionaria. 

La Nuova Eloisa

Gli autori del Settecento francese non si limitano a organizzare il pensiero intorno alla ragione e alla scienza. Quello di Voltaire è anche il secolo in cui si affaccia un atteggiamento diverso dello scrittore e del lettore verso i sentimenti. Lo dicono in modo netto le quattromila copie della prima edizione della Nouvelle Héloise di Jean Jacques Rousseau.  E’ il maggior investimento di quegli anni. Charles XII di Voltaire ne avrà solo mille, mentre la tiratura media per un autore di rilievo andava da 500 a mille copie.

Un osservatorio particolare, da cui emerge il quadro delle fortune degli autori dell’epoca, è quello approntato da Daniel Mornet in Les origines intellectuelles de la revolution française, 1715-1787 (Armand Colin, 1947).  Mornet  ha svolto l’indagine su 500 biblioteche private appartenenti ad altrettante ricche famiglie borghesi dell’inizio del Novecento. Ed ecco alcuni dati. Le Œuvres di Buffon sono presenti con  220 esemplari, la Henriade di Voltaire con 181, la Nouvelle Héloise 165, il Saggio sull’intelligenza umana di Locke, 156, il Dictionnaire di Pierre Bayle (un saggio sulla tolleranza che influenzò Voltaire), 288; Pamela (romanzo preromantico di Richardson) , 105; L’Encyclopédie, 52, Il contratto sociale, una.

I lettori a confronto

La natura dell’indagine di Mornet non consente conclusioni certe. L’aleatorietà delle scelte è compensata solo dalla ricorrenze puntuali che sembrano premiare la bellezza dei volumi di scienze naturali di Buffon e un’opera modesta come l’Henriade (il poema celebra le gesta di Enrico III e permise allo scrittore del Dizionario filosofico di ottenere una pensione), insieme al corposo e lacrimoso romanzo di Richardson Pamela, lasciando in disparte  proprio L’Encyclopédie (il rapporto è di una copia su dieci biblioteche) e proseguendo la disaffezione per il Contratto sociale, il quale avrà un soprassalto editoriale di vendite solo nel secondo dopoguerra, a ridosso delle ansie sessantottine. A distanza di un secolo tondo, parrebbe di poter dedurre che le richieste di libri clandestini prima della rivoluzione francese fossero – sia pure con la scorta del fascino fosforescente ed effimero della proibizione – un migliore indizio di vivacità intellettuale, rispetto a quelle della borghesia placidamente seduta sull’alloro del primo Novecento. Per fortuna arriveranno Apollinaire, Jarry, Valery, Breton, per voler restare in Francia,  a far piazza pulita di tanta tozza comodità.

Marco Conti

Bibliografia

Robert Darnton, Libri proibiti. Pornografia, satira e utopia all’origine della Rivoluzione francese, il Saggiatore, 2019 (ed. orig. 1996); Thérèse Philosophe, ou mémoires pour servir à l’histoire du Père Dirrag et de Mademoiselle Éradice (1748); Teresa filosofo o memorie per servire alla storia di Padre Dirrag e di Mademoiselle Eradice, in Le regole del piacere. Romanzi e scritti erotici da L’Enfer de la Bibliotèque Nationale, a cura di Andrea Calzolari, Mondadori, 1991;Jean Jacques Pauvert, Sade vivant, Le Tripode, 2013; Jacques Proust, Diderot et L’Encyclopédie (Albin Michel,1995); G. Dulac in P. Abraham-Roland Sesné, Histoire littéraire de la France, vol. 5, 1715-1794; Edtions sociales, 1976; Daniel Mornet, Les origines intellectuelles de la revolution française, 1715-1787 (Armand Colin, 1947).

Corrado Costa, poesie edite e inedite

Il sortilegio della parola può scaturire da molte strade. Nel caso di Corrado Costa nasce dal piacere del gioco e dall’incontro con la linguistica di Ferdinand de Saussure prima ancora di trovare altre e cospicue ragioni. Significante e significato vivono nella poesia di Costa l’attimo sufficiente a ricreare un caos non privo di humor, dove la lingua si muove verso la cosa e se ne ritrae moltiplicando allusioni e sensi. Nanni Balestrini, nel 2008, scrivendo un ritratto dell’autore  commentò: «Penso che lo specifico della ricerca poetica di Corrado sia il gioco continuo del linguaggio, l’ironia, la giocosità. La vitalità e la freschezza che lui ha trasmesso è qualcosa che resta.» L’essenziale non poteva essere detto meglio. In Le nostre posizioni , seconda raccolta di testi del 1972 (titolo tra l’altro ironico rispetto alle locuzioni politiche e ai cliché di quegli anni), Costa scrive:

se si scrive 
lepre
non è detto se si scrive lepre che sarà una lepre
che correrà sull’erba
non è detto che ci sarà dell’erba se si scrive
erba erba erba erba erba erba erba 

"Collocazione dei nomi":



Malebolge e Pseudobaudelaire

Il commento di Balstrini compare ora sulla quarta di copertina del secondo volume delle opere poetiche (Poesie edite e inedite 1947-1991), edito da Argolibri, curato da Chiara Portesine e con una bella, vissuta introduzione di Aldo Tagliaferri,  editor di Feltrinelli negli anni in cui l’opera di Costa si affacciò nel paesaggio letterario. Un paesaggio percorso dai sussulti della neoavanguardia di Anceschi e del  Gruppo 63. Ma,  fatalmente, lo spirito libero e originale dell’autore di Pseudobaudelaire, finì per restare ai margini di quella pattuglia. Il profilo del poeta emiliano (1929-1991) identificò soprattutto un outsider, nonostante una vocazione poetica  corsa a fianco dell’avanguardia, tanto che, con Adriano Spatola, Giorgio Celli, Antonio Porta,  Costa fu tra i fondatori della rivista Malebolge nel 1964. Tagliaferri rimarca inoltre, come pregiudiziale alla fortuna dell’opera, la scissione e il chiasmo tra la vita di Costa avvocato e quella di Costa poeta, tra il lavoro borghese e ordinario e l’avventura letteraria. Eppure quante volte questo chiasmo si è riprodotto e si riproduce con la vita accademica senza altri intoppi e magari con fortune ingiustificate.

Costa patafisico

Viceversa furono molti i poeti e gli artisti a entrare in sintonia con la sua opera. Lo sottolinea ancora l’introduzione mettendo di pari passo in risalto il ruolo positivo svolto dai piccoli editori «che cercarono di ospitare dei testi di Corrado» in anni in cui spettò soprattutto a loro «l’onore e l’onere di dare una mano ai poeti meno noti e più “arrischianti”, secondo l’esattissima definizione heideggeriana, e di pensare in grande alle sorti della letteratura mentre la “grande” editoria corrosa dall’ossessione del fatturato, incominciava a ripiegare su scelte determinate da un consenso popolare eterodiretto o blindate per via accademica.»

L’opera riunita in questo secondo volume, dopo quello dedicato alle pagine giovanili, appare del resto oggi più viva  di quanto non lo siano quelle di molti avanguardisti di quegli anni puntualmente antologizzati, nei quali, per lo più, si legge uno sperimentalismo programmatico, sostanzialmente intellettualistico. Proprio il piacere del gioco, il senso dell’umorismo, la dedizione a una scrittura che genera allusioni e nonsense,  emergono ora in Costa come una forza innovativa e originale non priva di un versante e un’ascendenza filosofici.  Intanto, per trovare al nostro autore degli antecedenti degni di nota bisognerebbe risalire fino ai dintorni del dadaismo e del surrealismo. E  a consolidare questa impressione  è lo stesso Tagliaferri quando circoscrive i riferimenti della poesia di Costa a «tòpoi di ascendenza orientale» (il pensiero buddista) che si innestano sui paradossi della patafisica e precisamente nel Jarry di Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico,  dove  il lessico e i campi semantici del linguaggio burocratico cercano invenzioni surreali trasferiti alla descrizione della complessità del mondo.

Un punto di vista dove la prospettiva di Costa circoscrive l’assoluta assenza di fede nella realtà fattuale delle cose rimarcandone soprattutto la precarietà come accade nella poesia de Il fiume (1974) che l’autore amava leggere e interpretare come gran parte delle sue pagine.

A proposito de Il fiume (1987), il cui nucleo originario venne più volte ripreso ed elaborato, il linguaggio si incarica di richiamarne gli aspetti metonimici (la “fiumità” si potrebbe dire in estrema sintesi) in modo da suggerire l’idea che “il corso” del fiume possa essere altro da sé:

Un brano de “Il fiume”

noi d’inverno 
vediamo sotto i ponti di legno
fiumi 
degli anni precedenti
sotto l’ombra dei ponti 
chi chi
di chi 
è la voce?
chi? chi? 
come si chiama
il poeta che navigando in me stesso 
sale lentamente  
e scorre in senso 
contrario il senso
delle cose che dico? 

Costa disarticola l’ordine naturale e giustappone poi il concetto di tempo soggiacente all’immagine del fiume ad una seconda immagine – esterna al campo semantico – vale a dire  quella di Greta Garbo che guarda “scorrere” (si dovrà dire),  un film di Greta Garbo:

L’immagine del fiume 
va nello stesso senso del fiume. 
L’immagine di Greta Garbo
va in senso contrario  

L’autore disarticola il suo discorso lirico rispetto ai referenti naturalistici e suggerisce riflessioni paradossali, come nel testo apparso su North (I, 1975) ora compreso in questo secondo volume:

Da quelle montagne 
che non si possono vedere
scorrono fiumi
che non si sono ancora mossi
Si sente solamente scorrere
Non possiamo sapere dove c’è
una riva del fiume
o l’altra – Si sente – 
voglio dire – ci sono
fiumi
che scorrono senza niente
attorno
ancora
indenni
Si sente solamente
scorrere
non si può vedere
che riva c’è del fiume
o due
o tre 

La disposizione a de-costruire il reale imponendo con questo non solo un semplice straniamento ma una nozione di fragilità dell’essere, è costante e corre in filigrana a gran parte dell’opera rafforzata dalla semplicità del linguaggio. Tra le poesie inedite oggi riunite nel volume, troviamo:

Mi piace correre allora sopra un sacco
tesa sul filo la vela che asciuga con le
maniche rovesciate – abbandonante una
lunghissima scia di lavori da fare.

Sotto sera l’onda del cielo batte più
calma a questa radura di gente dove
oggi trebbia una macchina e l’allegria
dei chicchi ha catturato i passeri. 

Qui è evidente la confusione dei campi semantici inerenti l’aia e il mare dove gli oggetti (il sacco con i chicchi, gli abiti ad asciugare con le maniche rovesciate, la scia del mare, la vela e un’altra “scia”, ovvero la trafila di lavori, la radura e il cielo ondoso) producono un caos ricomposto dalla notazione “l’allegria/ dei chicchi ha catturato i passeri”. Altrove le valenze si caricano invece di significati allusivi come nella celebre “I due passanti” da Pseudobaudelaire (1964),  raccolta di esordio:

Un’opera visuale di Costa
I due passanti: quello distinto con il vestito grigio
e quello distinto con il vestito grigio, quello con un certo
portamento elegante e l’altro con un certo portamento
elegante, uno che rideva con uno che rideva
uno però più taciturno e l’altro
però più taciturno, quello con le sue idee
sulla situazione e quello con le sue idee
sulla situazione: i due passanti: uno improvvisamente
con gli attrezzi e l’altro improvvisamente nudo
uno che tortura e l’altro senza speranza
una imprecisabile bestia una imprecisabile preda:
i due passanti: quello alto uguale e quello
alto uguale, uno affettuoso signorile l’altro
affettuoso signorile, quello che si raccomanda e
quello che si raccomanda

Qualche ulteriore osservazione formale

La forma, ovvero la cosa referenziale, i passanti,  ha un primo esito umoristico nella ripetizione delle locuzioni finché la “diversità” si evidenzia tra le spoglie della referenzialità per divenire opposizione e approccia il concetto di convenzionalità borghese. La scrittura di Costa esclude la soggettività, l’ io ugualmente rigettato dai Novissimi, ma il tratto decisivo dell’autore non è assertivo, piuttosto si può individuare  nello scarto, nel disorientamento  che dal profilo linguistico e giocoso scivola altrove, ovvero su temi di cui viene interrogata la loro conoscibilità.  Il tema più volte ripreso del fiume circolare, trova un parallelo, rispetto al movimento e alla nozione di tempo, nelle poesie di The complete films (1983), dove l’opera cinematografica è di fatto metafora di se stessa, ovvero specchio di uno specchio. I versi procedono  per successive provocazioni  fino ad assecondare per Giulia Niccolai  (nelle appendici è proposta una sua lettura con il saggio “Le sue meravigliose posizioni”) la nozione buddista di impermanenza  con l’abolizione del dualismo essere e non essere. In “Differenze fra due film uguali” si legge:

in alto
manca l’ultimo gabbiano
a destra
in alto
manca la parete destra
della casa
manca il fumo
della casa
in alto
manca
il bottone del soldato
al polsino sinistro
in basso
sotto il fucile
manca l’erba
in alto
manca il mare
manca il primo
manca anche l’altro
dei due gabbiani
in alto
manca il bambino
in basso
chi non
c’è
più
ora
Grida

Specularità e humor

Ovvia è la nozione (nel testo sopra citato) di una specularità irrisolta e canzonatoria (mentre altrove, per esempio in “Film con attori presi dalla strada” si ha la coincidenza puntuale di una scena esterna al film che costituisce il film facendo coincidere esterno e interno fino alla conseguenza conclusiva per cui «qualcuno viene dentro a vedere/qualcuno esce fuori a vedere»). Ma assai meno ovvia – perché implicita nel testo-  è la nozione interrogata del movimento e del flusso temporale. E’ ancora una volta l’immagine di Greta Garbo che osserva un suo film andando in «senso contrario».

In Corrado Costa la referenzialità è illusoria e ha lo statuto di una convenzione. L’immaginario può intraprendervi allora un proprio colloquio, divenire autonomo, scoprire infine che si rifiuta di assomigliare alle sue promesse, come in questi cinque versi di “Due si fermano sul ponte”:

cosa aspettano, hanno la loro immagine, l’immagine
che hanno
è ferma giù nel fiume, in basso sulle acque che
cosa aspettano cosa dicono
«va via»

Marco Conti

Corrado Costa, Poesie edite e inedite (1947-1991) – Opere Poetiche II; a cura di Chiara Portesine, Argolibri. 2021: Euro 24,00

Io sono ciò che mi sfugge

Il saggio di Duccio Demetrio “La vita si cerca dentro di sé” consente di fare il punto su un genere i cui confini informano la letteratura più alta
La prima edizione delle “Confessions” di Jean Jacques Rousseau

«Mi impegno in un’impresa senza esempio, e la cui esecuzione non avrà imitatori. Voglio mostrare ai miei simili un uomo nella nuda verità della sua natura; e quest’uomo sarò io. Io solo. Sento il mio cuore e conosco gli uomini. Non sono fatto come nessuno di quelli che ho incontrati; oso credere di non essere come nessuno di quanti esistono. Se non valgo di più, sono almeno diverso.» Così Jean Jacques Rousseau inizia Le Confessioni. In epoca moderna è il primo a percorre la strada dell’intimità personale, del non detto. Bisogna risalire ai Tristia di Ovidio per avere qualcosa di simile, atteso che Le confessioni di Sant’Agostino sono storia intellettuale e storia di una conversione scritta in forma di dialogo. Per la verità due esempi meno fortunati sotto il profilo critico ci sono: la Vita scritta da esso di Vittorio Alfieri e la Storia della mia vita di Giacomo Casanova.  Ma queste ultime sono più propense a raccontare le vicende e i sentimenti dei due autori più che a frugare sotto le maschere della personalità. Il romanticismo non potrà che tenerne conto. Ma tutte tre le autobiografie hanno in comune un attributo non casuale: verranno stampate dopo la morte degli scrittori. Rousseau morì nel 1778 e Le confessioni saranno editate in due parti nel 1782 e nel 1789.  Del resto, quando provò semplicemente a leggerne alcune parti nella casa della contessa di Egmont venne richiamato dalla polizia che gli proibì letture di questo genere. Infine, il libro non sarà mai concluso: quello che leggiamo è un libro interrotto.

Alfieri e Casanova

Una delle prime edizioni della “Vita”

Una storia altrettanto burrascosa sarà quella dell’autobiografia di Casanova che, per le implicazioni, cioè il cosiddetto libertinaggio, sarà pubblicata integralmente solo nel 1960 (edizione Plon), nonostante gli aiuti di un principe, e la levatura del personaggio, corrispondente di Goethe e di Voltaire. La “Vita” di Vittorio Alfieri, scritta con una immediatezza di linguaggio che meriterebbe di figurare tra le opere narrative più importanti a livello europeo, ebbe diversa e uguale sorte. Scritta tra la primavera del 1790 e il marzo 1798 (perché sospesa e ripresa in una secondo tempo) fu nuovamente abbandonata e ancora ripresa nel 1803, l’anno della sua morte. Come le precedenti fu stampata post mortem, vale a dire tre anni dopo.  Tra i primi a notare la bellezza del testo fu Giacomo Leopardi che annotò i neologismi, le invenzioni lessicali di Alfieri: “odiosamata signora”, “spiemontesizzarsi” “gallicheria”. Dal canto suo l’autore così commento la sua scrittura: «Io penso di lasciar fare alla penna, e di pochissimo lasciarlo scostarsi da quella triviale e spontanea naturalezza, con cui ho scritto questa opera, dettata dal cuore e non dall’ingegno».  Un appunto che, a posteriori, dice più di quanto non voglia e inscrive l’opera nella modernità del romanticismo europeo.

La verità delle Confessioni

L’esegesi dell’opera di Rousseau ha messo in evidenza qui e là, a dispetto della premessa di sincerità dello scrittore, gli “aggiustamenti”, le esagerazioni, le ellissi sul vissuto dell’autore, alcuni errori contestati dalle testimonianze, ma questo corollario autobiografico – di fatto – sembra il segno flagrante delle intenzioni. La loro autenticità sotto la scorza del vissuto è indubbia. Le “confessioni”,  per quanto non avvertibili con l’inquietudine di Rousseau, si mostrano con la disposizione della sua scrittura: talvolta  comica quando ci dice, per esempio,  che ha tentato bambino di suicidarsi mangiando l’erba; ora tragica, quando invece dà conto di un altro tentativo di suicidio, quando è ferito e cerca di dissanguarsi sfasciando le bende. C’è qui insomma il carattere della narrazione moderna con il mezzo dell’autobiografia.  Come  nel romanzo dell’Ottocento si staglia il profilo dell’individuo sotto la maschera della personalità e contro l’ambiente; c’è soprattutto la personalità che avverte il desiderio di rivelarsi. Né Le memorie d’Oltretomba, di Chateaubriand (1849-50), né  la biografia protofemminista  Storia della mia vita di George Sand (1855) dove la scrittrice si racconta con i viaggi e il suo apprendistato letterario come sia stato importante non essere né bella né brutta, hanno lo stesso grado di ricerca interiore pur essendo mozioni dell’interiorità.

Soggettività e incertezza: un saggio di Duccio Demetrio

Con i romantici, l’autobiografia approfondisce la soggettività, ma facendo questo rende anche più problematica e interessante la questione del vero e, con questa, il confine tra il vero e la finzione, tra l’autobiografia e il romanzo autobiografico ma, sopra ogni cosa espone implicitamente la riserva che si possa scrivere la propria vita senza fornire in realtà la sua metafora.

Il Novecento assume questa eredità. Inequivocabile è l’appunto di Franz Kafka: «Io sono ciò che mi sfugge». Così come l’annotazione seguente nei Diari:  «La battaglia della propria vita con il suo infinito va e vieni, non può essere colta da nessun essere umano con un solo colpo d’occhio per conoscere l’esito e giudicarlo». Lo ribadisce il saggio di Duccio Demetrio La vita si cerca dentro di sé. Lessico autobiografico (Mimesis) che a proposito della nota kafkiana scrive: «(ciò) ci rammenta che ogni presa di coscienza individuale del nostro stare al mondo rinvia a qualcosa di inafferrabile. Se tendiamo alla comprensione del senso della vita, se cerchiamo di conoscerci spassionatamente ammettendo che la vita, quella vera, è dentro di noi.»

Demetrio è autore e fondatore della Libera università dell’autobiografia di Anghiari

I confini tra letteratura e testimonianza

Nel corso del tempo la testimonianza ha preso le strade più diverse: nel Rinascimento era in uso il Libro di Famiglia, una recensione non equivocabile dei natali, dei domini e delle professioni del ceto più abbiente. Persino le celebri Mémoires di Saint- Simon, tra Seicento e primo Settecento, hanno valenza soprattutto storica essendo informazioni argomentate delle vicende della corte di Luigi XIV e Luigi XV (pubblicate solo cento anni dopo la sua morte) in ben 43 volumi. Eppure la prosa fluente e inarrestabile di Saint-Simon, i suoi dettagli, piacquero a Marcel Proust che di certo non aveva predilezioni per l’esegesi storica. Duccio Demetrio non compie nel suo libro perlustrazioni storiche sul genere ma mostra quanto i nodi che «abitano la questione autobiografica» siano ben stretti al di là delle definizioni di genere e dell’atteggiamento della critica letteraria nel merito.

Il romanzo

Charles Dickens, David Copperfield, 1949-50, fu pubblicato mensilmente. Sopra la prima edizione a dispense

Il testo ormai obbligatorio per la filologia del genere, Il patto autobiografico  di Philippe Lejeune, scritto nel 1975,  rileva il dato essenziale e discriminante:  l’autobiografia dovrebbe comportare l’identità del nome dell’autore (quello che compare sulla copertina del libro o del manoscritto) e del nome del narratore: il personaggio principale. Un postulato che non va al di là della forma e che del resto non intende farlo. Il patto autobiografico si opporrebbe  dunque a quello della finzione dove il romanziere chiede soltanto che il lettore faccia finta di credere a quel che si racconta:  una astrazione che qualifica una forma ma che non entra nel cuore dell’argomento. Il romanzo autobiografico può infatti toccare la verità (e non la certezza) pur con dati empirici del vissuto sia reale sia di invenzione . Potrebbe essere il caso del David Copperfield di Charles Dickens, dove il punto di vista in terza persona (il personaggio come alter ego dell’autore) e l’intreccio  del romanzo ottocentesco entrano in stretto contatto con la vita dell’autore e, in particolare, con una ennesima conversione: quella con cui Dickens riconosce la sua identità di scrittore.

Ma la sequenza di casi analoghi, soprattutto nel Novecento, finisce per coinvolgere un eterogeneo mosaico di nomi. Dal Breton di Nadja (un frammento di vita amorosa) alla storia, certo viva di affabulazione, di Henry Miller in Tropico del cancro, o a Età d’uomo di Michel  Leiris.  Leiris dirà nel suo testo intriso di nevrosi, sogni, inquietudini: «Allineo frasi, accumulo parole e figure del linguaggio ma, in ognuna di queste pagine, ciò che si coglie, è sempre l’ombra, non la preda».  Per questo Duccio Demetrio dedica una parte del suo libro a quelle che definisce «parole opache», «essere viventi – scrive- che hanno una loro storia»

Il desiderio di verità

Il desiderio di verità può essere semplice da assecondare finché si riferiscono fatti e contesti, ma diventa problematico quando sono le emozioni, le motivazioni, le relazioni a dover essere riferite. Oliver Sacks precisa: «Ognuno ha un racconto interiore…Ognuno costruisce e vive un racconto modellato inconsciamente in noi attraverso percezioni, sentimenti, pensieri».  Ed Emanuele Severino,  nella citazione del saggio di Demetrio fornisce subito un tramite di confronto: «Un pomeriggio alla luce grigio-pervinca che precede il temporale e un bambino sui quattro anni seduto per terra sotto il grande tavolo della cucina: (…) Fuori ha cominciato a piovere(…) Questo è il ricordo più lontano che ho di me stesso e del mondo». E poco dopo scrive: «Non avrei dovuto dire !Questo è il ricordo più lontano che ho di me stesso, ma ‘Credo che lo sia’. Non solo. Va detto anche: ‘Credo di essere stato bambino’. Che lo sia stato non è una verità indiscutibile: è una fede (…) Ma come suonano falsi e distratti tutti questi ricordi. Non nel senso che io stia scrivendo cose nella cui esistenza non credo, ma nel senso che, proprio perché credo nella loro esistenza, sono false, distratte. False perché ricordare è errare, sognare.»

Demetrio commenta che sarebbe quindi fuorviante pensare che l’autobiografia possa fornire risposte definitive sul nostro conto: «Il suo scopo è accendere domande interminabili.»

La prima edizione di Tropico del cancro nel 1934

Lo specchio

Forse proprio all’immagine dello specchio tocca dire di più, e perentoriamente, nel merito dell’interiorità autobiografica. Duccio Demetrio dice a proposito di questo emblema: «Ogni foglio scritto da noi è lo specchio opaco che muto ci guarda. Il riflesso inattendibile di un’immagine che non riusciremo mai, del tutto, a mettere a fuoco.» La scrittura che accompagna l’esistenza è insomma un tentativo di avvicinamento all’esistenza stessa, un movimento trascinato la cui natura non è da rintracciarsi solo nel futuro, ma nel passato, «se siamo disponibili a guardarlo in faccia». Si delinea in questo contesto un punto di contatto con il tema della conversione, una sorta di metamorfosi, che informa molte autobiografie e altrettante narrazioni autobiografiche.

Memoria e frammento

Il valore della memoria, unico possibile termine di dialettica con l’umanità fuori dalle conflittualità e dalle contingenze, incrocia il destino delle autobiografie. Per questo Demetrio ne parla alla voce “Cura” del suo lessico. La scrittura non è solo consolazione personale ma opposizione attraverso il valore della memoria «nei confronti di tutti coloro, individui o folle, che preferirebbero dimenticare». E’ quello che l’autore del saggio definisce il «tempo della letteratura», capace di gettarci oltre l’attimo. A questo riguardo cade a proposito il riferimento a Roland Barthes, quando scrive che sussiste una vasta letteratura dell’io e del noi che, persino nelle sue più elementari manifestazioni lascia tracce capaci di risvegliare l’attenzione di chi è venuto dopo, di chi non potrebbe sapere.

Proprio Barthes, abbandonati i panni di semiologo e critico, ha scritto del resto alcune delle pagine autobiografiche più felici dell’ultimo scorcio del Novecento. Roland Barthes  di Roland Barthes (1975), mostra  un uso inedito della scrittura di sé come testimonianza e al tempo stesso come metafora. Barthes scrive la sua storia assemblando frammenti senza continuità narrativa, con diverse immagini fotografiche. La voce narrativa parla in principio in prima persona, poi utilizza la terza persona: quasi una confessione dello specchio, un riscontro formale per quelle parole opache che non possono non accompagnare ogni autobiografia. L’epigrafe che accompagna il libro è eloquente: «Tutto questo deve essere considerato come detto dal personaggio di un romanzo».

Marco Conti

Un frammento del manoscritto originale delle memorie di Giacomo Casanova

Un SalTo tra i libri e i piccoli editori del “Salone”

Michel Houellebecq ospite al Salone del Libro ha ricevuto il premio internazionale Mondello

«Per scrivere è bene approfittare della notte e dei sogni», ha detto sabato scorso Michel Houellebecq, quasi tuffandosi nel passato del surrealismo. Al Salone internazionale del Libro di Torino (SalTo), la voce di Houellebecq e quella di Joyce Carol Oates, sono state le uniche capaci di smarcarsi davvero dal clima della kermesse e dai temi dell’attualità mediatica debordante di cliché e parole d’ordine.

Le cifre della rassegna sono del resto incoraggianti e inattese: circa centocinquantamila visitatori registrati lungo un itinerario più ampio dei precedenti di ben 18 mila metri quadrati. Dopo due anni di assenza, il racconto autunnale del Salone (l’appuntamento tradizionale cadeva a maggio) ha coinvolto non solo presenze cospicue in linea con le edizioni precedenti, ma un pubblico più eterogeneo e giovanile. La pagina Facebook dedicata alla rassegna ha contato 200 mila like raggiungendo 14 milioni di persone. Forse proprio la vacanza obbligata dalla pandemia ha in certo modo spalancato le porte del Lingotto. E’ quanto confermano anche i dati dei collegamenti on line.  Un solo esempio: 4 milioni di pagine scaricate sui programmi del Salone, rispetto al milione e 900 mila contati nel 2019.

I grandi editori

Il clima di soddisfazione è sembrato moneta corrente anche tra gli editori, a cominciare dai colossi. Mondadori parla di un aumento delle vendite del 30% rispetto all’edizione del 2019 e con la sigla Einaudi  segnala il successo di Angeli per i bastardi di Piazzafalcone  di Maurizio De Giovanni e dell’ultimo libro di Jonathan Franzen  Crossroads. La Nave di Teseo indica una crescita del 46% grazie ad alcuni titoli in cui spiccano Vittorio Sgarbi e Paola Mastrocola, rispettivamente per  Ecce Caravaggio e Il danno scolastico. Le Edizioni E/O  addirittura spopolano grazie a Tre,di Valérie Perrin, consegnando vendite maggiori del 50 per cento. Grafici con apprezzabili picchi infine anche per Feltrinelli, Laterza, Il Mulino.  Tuttavia l’associazione italiana degli editori non è ottimista. Secondo l’Aie  i lettori diminuiscono (sarebbero pari al 56%) a dispetto della crescita delle vendite: una divaricazione che non promette molto soprattutto se si pensa che, i titoli più venduti, sono quelli che rientrano nel genere “varia”, un tempio del casual e dell’attualità più precaria.

Il piacere delle scoperte

Viceversa l’itinerario ideale nei padiglioni del Lingotto è quello che prescinde da ogni starlet della letteratura e persino dai cataloghi più vistosi. Per i lettori motivati dalla letteratura il percorso ideale è quello che passa attraverso la porta stretta dei piccoli e medi editori… Basta lasciare la folla assiepata intorno all’ovvio televisivo  e alla copertina super-sponsorizzata di stagione in stagione.  I piccoli editori sono legione ma è pur vero che tra di loro compaiono cataloghi sorprendenti per qualità e scelte.

Ecco un improvvisato baedeker dopo l’immersione all’ultimo salone.

Il torinese Nino Aragno potrebbe essere il punto di partenza per scoprire, con una veste elegante e senza squilli di colore, classici e moderni: dalle lettere Familiari di  Petrarca al Viaggio in Italia di Taine e all’edizione completa in quattro volumi del romanzo epistolare Clarissa di Samuel Richardson (1748) riproposto dopo la prima traduzione italiana per Frassinelli.

Altri lidi, altri porti

Filosofia e saggistica sono invece i capisaldi per Mimesis che al Salone ha posto in evidenza Chernobyl Herbarium,  opera  dove si  narra il lascito di questo evento con una prosa dove i frammenti poetici di Michael Marder, filosofo ambientale e vittima indiretta delle radiazioni, si intrecciano ai fotogrammi vegetali dell’artista visuale Anaïs Tondeu.  Ma nel catalogo compare, per esempio, anche l’unica traduzione italiana dell’ultimo seminario di Roland Barthes, La preparazione del romanzo.

Archinto ha da pochi mesi ristampato il suo catalogo che amplia ancora la prose epistolari e sorprende con nomi e approfondimenti inediti: la poesia della prima donna a ricoprire la cattedra di poesia a Oxford, Alice Oswald, con  Memorial e numerosi testi che raccontano il Novecento: gli Incontri con Samuel Beckett di Charles Juliet; Meditazione,  di Kafka, le lettere tra Adorno e Paul Celan e ora, tra gli ultimi in vetrina, la corrispondenza tra Giovanni Giudici e Vittorio Sereni.

Le Edizioni Clichy mostrano invece  una spiccata propensione per la letteratura francese contemporanea e per tematiche inusuali con i nomi di Regis Juffré, Luc Lang, Olivier Bleys: autori di testi per nulla vicini al piccolo mondo quotidiano in cui sembrano sprofondati molti scrittori italiani. Tra i classici, le Edizioni Clichy propongono i racconti inediti di Emily Brontë,  Le memorie di un giovane libertino di Apollinaire e lontano da ogni tentazione erotica Storie di Natale di Louisa May Alcott, l’autrice di Piccole donne.

La poesia

Di poesia al Salone internazionale del Libro si parla poco per quanto le sigle editoriali che se ne occupano siano numerose, e diverse collane (tolte le scelte scontate della “Bianca” di Einaudi e dello Specchio), si affaccino anche tra i cataloghi più insospettati. A cominciare da Aragno che alla lirica contemporanea consegna ormai molti nomi: Angelo Maria Ripellino e  Giampiero Bona, Alberto Bertoni ed Ennio Cavalli, Alessandro Moscè, Daniele Piccini, Augusto Blotto.

L’editore alessandrino Joker dedica alla poesia più di uno scaffale. Al Salone ha presentato una interessante antologia dedicata agli autori contemporanei campani con un numero speciale della rivista La Clessidra, mentre su un altro versante I libri dell’Arca”, curati da Lucetta Frisa e Marco Ercolani, hanno recentemente riunito in Qualcuno nella stanza comincia a parlare  poesie e prose di Claude Esteban. Di interesse infine il rarefatto calendario 2021 di Crocetti Editore con la versione italiana di Norma Jean Baker of  Troy,  che l’autrice Anne Carson ha voluto intitolare diversamente in questa traduzione: Era una nuvola. Tra gli altri titoli L’urlo del mare e il buio di Malcom Lowry e  Poesie di Manolis Anaghnostakis.

Michel Houellebecq

Atteso, attesissimo, lo scrittore di Serotonina è stato,  con Joyce Carol Oates autrice di La notte, il sonno, la morte e le stelle,  una delle rare presenze che non hanno avuto bisogno di cimentarsi con la tediosa attualità mediatica.  Houellebecq,  a cui è stato consegnato il premio internazionale Mondello, ha raccontato di sé, intervistato da Marco Missiroli. Ha parlato di scrittura e di libri, ha precisato che continua a leggere molto e che il tempo adatto per la scrittura è quello liberatorio della notte, semmai dei sogni, quando il giorno dopo si riesce a ricordarli. In questo periodo – ha  commentato – sta scrivendo un  nuovo romanzo al quale manca ancora un profilo femminile. In ogni caso, ha detto con un sorriso «sarà deprimente». Non una sorpresa per chi ha saputo raccontare – unico nel XXI secolo – il declino dell’Occidente europeo. Incalzato dalle domande sulla scena politica alle presidenziali francesi, ha risposto senza alcun accenno polemico che vincerà Macron.  Nessun cipiglio in ogni caso neppure davanti alle osservazioni provocatorie – almeno per chi conosce i suoi libri. In sala una signora gli ha chiesto se poteva consigliarli un buon ristorante parigino di sushi e Houellebecq ha risposto parlando del costume gastronomico dei francesi. Ma è probabile che siano domande come queste, insieme al costume culturale e politico, a fargli dire che continua ad essere sorpreso e contento che si leggano i suoi libri.

Marco Conti

Un’immagine del “Salone” durante il collegamento con la scrittrice Joyce Carol Oates, intervistata da Claudia Durastanti. Sul suo ultimo libro “La notte, il sonno, la morte e le stelle”, queste pagine torneranno ancora

Il lampo dell’aforisma, ovvero L’infinito (in breve)

A un certo punto, durante i corsi di Scrittura creativa, mi sembra che per demolire il cliché narcisista dell’ispirazione e dell’emozione, per evitare che si fraintenda l’autenticità con il passaporto sempre valido delle proprie convinzioni ed emozioni, niente sia più chiaro dell’aforisma di Paul Valéry: «Una poesia non è fatta di sentimenti, ma di parole». E’ il lampo, la sintesi inequivocabile di un pensiero tranchant. Mentre pronuncio Valery mi capita allora di incappare in Karl Kraus: «L’aforisma non coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezza.» Sì, mi dico, quella di Valery è forse solo una mezza verità, ma è quella che conta. Il resto è biologia.

L’infinito (in breve)

L’aforisma ha il pregio di essere non solo un frammento illuminante, ma una proposizione che non cerca alcuna dialettica perché già la contiene e risolve. Per Barthes, impegnato sulle massime di  Rochefoucauld, l’aforisma si basa su di un’economia binaria dove sussiste sempre una discontinuità, una rottura, un conflitto. E’ esattamente questo conflitto a far sorridere l’intelligenza e a mettere all’angolo ogni discorso. Per esempio il titolo della raccolta di aforismi di Sandro Montalto, L’infinito (in breve), dove l’aforisma trascorre dalla ridente demolizione della convenzione alla massima che avvicina e lascia istantaneamente la tentazione filosofica. Gino Ruozzi, esperto saggista della storia di questo genere, introduce questi testi, rilevando che la pubblicazione di Montalto è caduta nell’anno de bicentenario della poesia più celebre della letteratura italiana (il 2019), ma soprattutto che l’antologia «realizza una delle più alte aspirazioni di Alberto Savinio: riunire nel minor numero di parole il massimo del significato».

«La stupidità è l’intelligenza vista da un altro ufficio»

Scintillante e provocatorio, Montalto scrive: «La vita è troppo lunga per fare previsioni e troppo breve per fare progetti» e abbordando la mondanità come maniera, commenta: «Sorridere è il modo più urbano di mostrare le zanne». Ma talvolta nel pensiero aforistico basta un avverbio per creare una frattura come nel riflessivo: «La prudenza non è quasi mai troppa.» Mentre ci si dispiace quasi che il fluire di questi lampi non abbia capitoli di riferimento tematico. Penso alla politica in relazione all’aforisma montaltiano «E’ una di quelle persone alle quali non puoi dire no perché non si capisce la domanda.». Oppure «Il popolo è l’oppio dei popoli»…Ma forse anche «La stupidità è l’intelligenza vista da un altro ufficio»…Che mi pare potrebbe essere scolpita in ogni edificio pubblico.  All’ansia di futuro, chissà perché tenacemente perseguito dai media, appartiene invece la prorogabile incertezza di: «Il futuro non si sa mai quando arriva», al quale si potrebbe aggiungere come chiosa l’aforisma di Sam Weller, personaggio di un racconto di Charles Dickens, che pronuncia: «Staremo a vedere, disse il cieco».

Il Novecento degli aforisti

La densa luminosità della scrittura frammentaria, incline ora al sarcasmo, ora all’ironia, fa dimenticare qualche volta che riflessioni e massime, o semplici battute all’interno di una narrazione (celebre e ormai esemplare quella che D’Annunzio scrive nel “Piacere” «Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte», riecheggiante un altro aforista Oscar Wilde), hanno costituito una parte irrinunciabile del pensiero filosofico (da Montaigne a Schopenhauer e Nietzsche) e, proprio come in D’Annunzio, hanno contrassegnato un’epoca. Per rendersene conto basterebbe ricostruire le forme letterarie più brevi del primo Novecento italiano, quando Soffici e Palazzeschi lasciarono il posto a Prezzolini e questi ad Ennio Flaiano oppure, con una fisionomia filosofica netta,  a Manlio Sgalambro e Guido Ceronetti. Un esempio sopravvissuto a quest’epoca più felice è il premio “Torino in sintesi” che, ormai da oltre un decennio, mette in lizza numerosi autori, di cui proprio Montalto è stato talent scout insieme ad Anna Antolisei. Tutti, indistintamente. sottoscriverebbero quanto l’autore del libro puntualizza: «Alcuni scrivono per affilare ciò che pensano, altri per stemperarlo.»

Marco Conti

Sandro Montalto, L’infinito (in breve), Babbomorto Editore, 2019

Il 3° volume del premio “Torino in sintesi”

Sulle ali del Sarto di Ulm: una nuova rivista di poesia

Lorenzo Calogero, Tommaso Di Ciaula, Luigi Di Ruscio, hanno avuto in comune non solo una vita letteraria appartata, estranea all’establishment letterario, ma soprattutto la singolarità delle loro opere, nate nel sud dell’Italia e trasferite per fama in un Novecento quanto meno caotico e straniante.  Ora ci ha pensato la rivista …

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