Giovanni Ibello, Amin e gli specchi del mito

In un paesaggio eterogeneo come quello della poesia contemporanea, Giovanni Ibello scrive con  I dialoghi di Amin un libro che  si ritaglia uno spazio proprio, lirico quanto possono essere lirici gli slanci nel corpo variegato del mito. In ognuna delle quattro parti in cui è divisa questa partitura, i versi  sono uno specchio che riflette gli altri e dove il tempo non è quello secolare a cui ci ha abituati il secondo Novecento. Nell’introduzione Milo De Angelis parla degli archetipi a cui rinviano queste pagine, e certo di archetipi si può parlare in ordine a una natura copiosa e trascendente e ad un dialogo che talvolta sembra forgiato con la conoscenza  del mito.
L’esergo del poeta siriano Adonis è eloquente: «L’universo tutt’uno con me/le mie palpebre chiudono le sue/ l’Universo alla mia libertà fuso/chi di noi due ha partorito l’altro?».  Nel libro corre tra le pagine l’appartenenza orfica che stabilisce prima d’ogni altra cosa, con le parole di  Elémire Zolla, «la metamorfosi del poeta stesso», da presenza storica a spirito libero.

Lo specchio del mito

Se questo è lo sfondo su cui Ibello crea la sua tela, i versi mostrano una linea diegetica, un racconto, in cui la soggettività è pronunciata  attraverso lo specchio di Amin («Io sono Amin,/ colui che restò nel noncanto») e sembra via via avviarsi all’insussistenza. Palpebra, appunto, che chiude palpebra. Del resto il concetto non si potrebbe ribadire meglio di quanto fanno i versi di Ibello: «Dio, gheriglio di stella/ insegnaci a svanire/ poco a poco/ insegnaci il dialogo amoroso/ tra i picchi delle braci e l’arpionata notte.» La metafora di Ibello sostiene una visione. Se i «picchi di brace» ci immergono insospettabilmente  nel cuore della forza tellurica, altrove  l’immaginario disegna «l’assillo di aranceti» dentro il  «perimetro di un grido»  e l’alba, che sorprende Amin in ciò che è «ignota rovina». La parola sembra scandita con una pronuncia sapienziale e del dettato sapienziale ha la densità che porge l’allegoria in tutta la sua ambiguità. Ecco i primi versi di  “Io non torno più”, il  testo che apre la seconda sezione:

Ricavo dai roghi autunnali

un altare di gemme,

è il menhir dell’esiliata luna.

Io sono Giovanni

e non ho mai chiesto di essere amato.

L’amore stringe nel seno

la sorte del tuono:

frantumare il vetro dell’esistenza.

Sembra di cogliere nella voce dell’autore, nel suo io lirico ma trascendente anziché empirico,  una censura rispetto alla mondanità  mentre le fisionomie dell’immaginario acquistano una valenza assoluta: «Mai nessuno/ ci ha chiesto di essere vivi»  scrive in “E’ Questo il destino dei corpi”.

Luce cariata dall’avvenire

Nell’ultima parte del libro il tempo sorgivo dell’alba si fa ossimoro, notte portentosa, splendore del disastro e infine messaggio, soffio poetico:

Morte all’incanto,

alba di macellazione.

Un vitellino soffia alla luna:

sei tu l’hiroshima dello splendore.

Sei tu la mia regina assira,

l’ambasciata del vento,

la poesia che mi farà sole.

Per una analoga ragione, la mondanità a un tratto viene citata con il profilo evenemenziale di Maradona: «C’era l’immagine di Maradona/ sopra un muro di cemento/ ma l’arco degli occhi era sporcato/ da brandelli di manifesti mortuari». La colpa originaria, orfica si potrebbe aggiungere, per insistere sulle radici del mito, è  in certo modo ribadita nell’ultima esergo della quarta parte sotto il titolo “Luce cariata dall’avvenire”: «Scrivere è ammettere la colpa.»

Marco Conti

Giovanni Ibello, Dialoghi con Amin, pp. 72; Crocetti Editore, 2022; euro, 11,00

 

Simic: due fette di pane su un piatto crepato

Non ha mai avuto nome

e neanche ricordo come l’ho trovata.

Me la portavo in tasca

come un bottone perduto

ma non era un bottone.

Basta questo incipit per entrare nella magia dei versi di Charles Simic. Serbo di origine, emigrato negli Stati Uniti adolescente, è scomparso lo scorso 9 gennaio a Dover. Aveva 84 anni. Le sue liriche coniugavano la prosa della quotidianità con le ombre e le sensazioni di una visione metafisica. Qualcuno, presentandone l’opera tempo fa, scrisse che le sue pagine migliori ricordavano la pittura di Edward Hopper. Una felice intuizione. Anche in Simic i paesaggi urbani, gli interni di appartamenti in cui si staglia, giorno e notte, un profilo solitario, dipinto con esattezza essenziale, scandiscono la sua lirica.

Charles Simic.  L’esordio poetico avvenne con “What the grass says” (1967). “Selected poems 1963-2003” è attualmente l’antologia più completa uscita negli Stati Uniti. In Italia è stato editato da Adelphi: “Hotel Insonnia”, “Club midnight”, “Il mostro ma il suo labirinto” sono i suoi libri più noti

Per definire la qualità dei suoi  paesaggi in versi, la critica ha parlato di minimalismo. Definizione giunta con una certa tempestività poiché i libri di poesia di Simic cominciarono a farsi conoscere nel mondo anglosassone proprio negli anni Ottanta,  insieme ai racconti di Raymond Carver.  Ma nei testi di Simic, in realtà, agisce un altro filtro lirico: quello del tempo, degli straniamenti onirici che si accompagnano con l’esperienza quotidiana. Per questo è facile entrare nei versi e nell’immaginario dell’autore, dove un’analogia, uno scatto  improvviso, cambia, come una pennellata più intensa, l’atmosfera della lirica.

Hotel Insonnia

«Ogni giorno – scrive in Hotel Insonnia – dimentico com’è. / Guardo il fumo salire/ a grandi passi sopra la città./ A nessuno appartengo.// Poi mi ricordo delle scarpe, / come calzarle, / come curvarmi per allacciarle/ e scrutare la terra.»

Andrea Molesini, il curatore e traduttore di Hotel Insonnia (Adelphi, 2002)  osserva nella postfazione che Simic è un maestro della sprezzatura, della lirica breve.  E parlando dei temi in filigrana al  libro, aggiunge: «l’insonnia è la malattia che lo ha reso poeta della solitudine, della visione estrema, della crepa che apre improvvisi spifferi metafisici». Da qui dirama anche il sorriso ironico che gli fa dire, nello stesso libro: «Alberi, miei cari, non vi riconosco/ più in questa luce invernale. Siete un promemoria di cui farei a meno:/  il mondo è vecchio, è sempre stato vecchio,/ e nel pomeriggio non c’è niente di nuovo. Il giardino potrebbe essere stato la finestra con lucchetto/ in quel banco dei pegni di cui studiavo/ ogni oggetto ricoperto di polvere.»

La pronuncia asciutta, il registro della lingua apparentemente così vicino alla prosa e alieno all’apparenza da ogni ricerca letteraria, hanno ottenuto il plauso di critica e pubblico. Dal canto suo Simic diceva che la ricetta usata era quella di fare piatti gustosi con gli ingredienti più semplici: «Soccorrere il banale è l’ambizione di ogni poeta lirico.» Ma il rischio della banalità non l’ha mai neppure sfiorato. Le immagini dei versi trattengono il silenzio, si fanno scudo delle apparenze, vivono di domande non fatte. E qualche volta di ironie davvero inarrivabili. Come in questa breve chiosa, tra le tante del suo taccuino: «Il cameriere si chiamava Bartleby – o così avrebbe dovuto. Mi servì due fette di pane carbonizzato sopra un piatto crepato».

m.c.

Natale, Natali… Tra Leopardi infreddolito e Virginia Woolf dedita al pâté

Natale tra i diari, nelle lettere, con le pagine di grandi autori. Di cosa era preoccupato Leopardi nel Natale 1827? Cosa si aspettava Sylvia Plath il giorno successivo ad un apparentemente quieto Natale del 1957? E Franz Kafka, praghese di famiglia ebraica? Virginia Woolf  nel 1938 ricevette dalla sua amica del cuore una strenna che le parve meravigliosa. Gli sterminati diari di Paul Léateaud non prestano, prevedibilmente,  troppa attenzione alla festività. Ma qualche giorno prima di Natale del 1913, durante una conversazione, egli si accorge di essere ormai un uomo maturo. Dylan Thomas, alla radio, inventa invece una fiaba per i bambini destinata a diventare un classico, mentre Ungaretti sta «con le quattro capriole di fumo del focolare».

 

Giacomo Leopardi

Il 24 dicembre 1827, il poeta dei “Canti” si trova a Pisa e risponde con una lettera al padre che l’ha rimproverato pochi giorni prima di non essere tornato a casa. Ma rispondendogli, Giacomo gli fa presente che Recanati è molto fredda e Pisa, al contrario, non conosce né vento, né nebbia.

«Il soggiorno poi di Recanati nell’inverno, quanto mi sarebbe stato caro per la presenza e la compagnia sua (del padre ndr) e de’ miei (che io preferisco ad ogni piacere), altrettanto, senza il minimo dubbio, mi sarebbe stato micidiale alla sanità. Ella si può ben accertare che l’uso del caminetto mi è impossibile assolutamente e totalmente; giacché anche lo scaldino, il quale adopero con moderazione infinita, m’incomoda assaissimo (…) Ma prescindendo dal fuoco, in Recanati io non avrei potuto vivere se non in casa, perché costì non v’è mai giorno senza vento o nebbia o pioggia: e se per miracolo si ha una giornata buona, io non posso passeggiare a causa del sole, giacché non v’è ombra né in città né fuori. (…) Qui non v’ è mai vento, mai nebbia; v’è sempre ombra, come in tutte le grandi città, e se si hanno giornate piovose, essendo io padrone delle mie ore e di pranzare la sera (come fo sempre), è ben difficile che non trovi un intervallo di tempo da poter passeggiare. Infatti dacché sono a Pisa, non è passato giorno che  io non abbia passeggiato per due in tre ore: cosa per me necessarissima, e la cui mancanza è la mia morte.»

Epistolario, Sansoni Editore, 1976

Franz Kafka

Kafka non scrive se non di sfuggita della Festa delle Luci ebraica, Hanukkah, che, come Natale pone al centro la storia sacra ma ha antecedenti nelle feste pagane per il solstizio. Tuttavia, il 25 dicembre 1911, scrive nel suo diario alcune belle pagine inerenti l’importanza delle letterature nazionali e di quella ebraica, soffermandosi su un curioso rito di circoncisione che si svolge in Russia dove è necessario tener lontani dalla madre del neonato gli spiriti malighi per sette giorni dopo la nascita  e ugualmente, quando i piccoli crescono, e diventano facile preda del Male nei giorni precedenti la circoncisione. Ma il giorno dopo Natale si dispiace soprattutto di non aver potuto scrivere quello che si riprometteva, forse per l’insonnia:

«Di nuovo ho dormito male ed è già la terza notte. Perciò ho passato in condizioni pietose i tre giorni di vacanza durante i quali speravo di scrivere cose che avrebbero dovuto aiutarmi a passare l’anno intero. La sera di Natale passeggiata con Löwy verso Stern. Ieri: Blümale oder die Perle von Werscahu, Fiorella, ossia la perla di Varsavia. Fiorella è onorata nel titolo con la definizione “perla di Varsavia” per il suo amore costante e per la sua fedeltà. Soltanto il collo libero alto e delicato della signora Tschissik spiega la formazione del suo viso. Il luccichio delle lacrime negli occhi della signora Klug, mentre cantava una melodia uniformemente ondulata, durante la quale gli ascoltatori stavano a capo chino, mi parve che per importanza sorpassasse di gran lunga il canto, il teatro, le preoccupazioni di tutto il pubblico, anzi anche la mia fantasia. (…) Ero solo con mia madre e anche ciò mi parve bello e facile: guardavo tutti con fermezza.»

da Confessioni e diari, Mondadori, 1972

Paul Léauteaud

I Diari di Léauteaud sono una miniera di bozzetti ma soprattutto di pagine di distesa narrazione e spesso di confessioni erotiche. Il 22 dicembre 1913, lo scrittore di Le petit ami, è però sorpreso perché un altro anno sta volgendo al termine e neppure si è accorto di essere ormai diretto verso la mezza età.

«Una scoperta non troppo divertente stamani. Parlavo più che altro con me stesso dell’anno che sta per finire. «Ancora un anno di più» dicevo. B…mi ha chiesto allora: «Quanti ne hai?» «Quarantuno compiuti presto» ho detto, «Presto entrerò nel quarantaduesimo.» Ne ero convinto. B…mi ha detto che sbagliavo. Son nato nel 1872. Dunque è il quarantaduesimo anno che compirò presto e presto entrerò nel quaratantreesimo. Il mio quarantatreesimo anno! E’ vero! Eccoli, dunque, arrivare gli anni che desideravo tanto ardentemente quando ne avevo 20! Gli anni della quarantina. Gli anni che portano alla cinquantina! Gli ultimi begli anni di un uomo! La cinquantina? Ah! alla velocità con cui procede la vita, ci arriverò domani o dopodomani al massimo.» (Qui sotto nella f.to  Léauteaud) 

da Diario, 1893-1956 Garzanti, 1969

Virginia Woolf

Qualche giorno prima del Natale 1938, Virginia Woolf scrive una lettera per ringraziare la sua amata Vita Sackville-West di un regalo che ha appena ricevuto da lei…E racconta la quotidianità invernale in un cottage dell’Hampshire dove in quei giorni è ospite:

«Sì, è arrivato un pensiero davvero principesco – anzi, più di un pensiero. Il pâté ha salvato le nostre vite, i tubi ghiacciati, l’elettricità saltata, niente da mangiare, o se c’era non si poteva cucinare. Ed ecco il pacco da Strasburgo, così abbiamo mangiato pâté a pranzo e a cena  – magari potessi mangiare sempre pâté, sarei contenta anche di congerlarmi, se potessi mangiare fegato d’oca per sempre. Ma che stravagante che sei! E com’è – o era – tremendamente in accordo con il rosa, e le perle e il pescivendolo e il delfino quella crema rosa con dentro il gioiello nero del pâté. Oh, sì. E certo che c’entra l’amore – a cui ti riferisci in modo così criptico, conturbante. Mettilo per iscritto e allora entrerò in argomento.»

da Un anno con Virginia Woolf, Neri Pozza, 2021

Cesare Pavese

Il 25 dicembre 1948, Pavese, nel suo Il mestiere di vivere, svolge una annotazione non priva di filosofica profondità, e più legata alla cultura occidentale che non alla psicologia:

«Chi rinuncia con convinzione e con metodo, ha costruito la sua vita sulle cose cui rinuncia. In sostanza, non vede che queste. Strana mania di volere il doppione di ogni cosa: del corpo, l’anima, del passato, il ricordo, dell’opera d’arte la valutazione, di se stesso, il figlio…Altrimenti, i primi termini ci parrebbero sprecati, vani. E i secondi allora? E’ perché tutto è imperfetto? o perché si “vedono le cose soltanto la seconda volta?”»

da Il mestiere di vivere, Einaudi, 1952

 

Dylan Thomas

Nel 1945 il produttore della BBC Lorraine Davies chiede al poeta di “Colle delle felci” di fare alla radio un discorso natalizio per Children’s Hours, il programma dei bambini. C’erano delle resistenze in merito in quanto Thomas era ritenuto imprevedibile e la trasmissione doveva viaggiare su binari sicuri. Ma Dylan Thomas fece ben di più. Scrisse uno dei suoi brani migliori, fiabeschi, immaginosi, rapiti. Tant’è vero che venne pubblicato: Il Natale di un bambino in Galles rimase un racconto classico per i bambini, edito da noi da Emme Edizioni. Potrebbe essere introdotto da questi suoi versi: «Tutti i Natali rotolano giù dalla collina verso il mare bilingue come una luna fredda e precipitosa». Ecco alcuni brani del racconto:

«Ogni Natale era così uguale all’altro, in quegli anni dietro l’angolo di quella cittadina di mare ora priva di qualsiasi rumore salvo quello di voci lontane che parlano e che a volte risento un attimo prima di addormentarmi, che non riesco mai a ricordarmi se è nevicato per sei giorni e sei notti quando avevo dodici anni o se è nevicato per dodici giorni e dodici notti quando ne avevo sei.

Anni e anni fa, quando ero bambino, quando c’erano i lupi nel Galles e uccelli del colore delle sottanine rosse di flanella sfrecciavano oltre le colline che avevano forma d’arpa (…) quando cavalcavamo senza sella per le folli e felici colline, nevicava e nevicava. (…) La nostra neve non veniva solo giù dal cielo da secchi di intonaco bianco, usciva dalla terra come uno scialle e nuotava e fluiva dalle braccia e le mani e i corpi degli alberi; la neve cresceva nottetempo sui tetti delle case come un muschio puro e bianco come un nonno, si posava minuta sui muri delle case come edera bianca e si posava sul postino, mentre apriva il cancello, come un turbine di stupidi, insensibili, bianchi e strappati auguri di Natale.(…) C’erano i Regali Utili: scialli del passato quando si andava in carrozza e che ti sommergevano, e guanti fatti per giganteschi bradipi; sciarpe zebrate fatte di una sostanza simile a una gomma setosa che tirandola, come al tiro alla fune, si allungava fino alle galosce; berretti scozzesi che ti accecavano come i copri-teiere accecano le teiere e cappelli da ussaro in pelle di coniglio e passamontagna per vittime di tribù di cacciatori di teste”; ma più strampalati ancora erano i “Regali Inutili”: sacchetti di gelatine umide e multicolori e una bandiera bella ripiegata e un naso di cartapesta e il berretto di un conducente del tram e una macchinetta che forava i biglietti e aveva un campanello che suonava; mai una catapulta; una volta, per sbaglio, sbaglio che nessuno ha mai saputo spiegarsi, una piccola accetta; e un’ochetta di celluloide che faceva, quando la schiacciavi, un suono assolutamente non da ochetta, una specie di muggito miagolante che avrebbe potuto fare un gatto con ambizioni di mucca; e un libro da pitturare nel quale potevo colorare con i colori che volevo l’erba, le piante, il mare e glia animali, e ancora oggi le pecore luminose blu-cielo stanno pascolando l’erba rossa sotto gli uccelli verdi dai becchi arco balenati (…). Guardando dalla finestra della mia stanza la luce della luna e l’infinita neve color fumo, potevo scorgere le finestre illuminate di tutte le altre case della nostra collina e sentivo la musica che da esse saliva verso la lunga notte che scendeva. Abbassavo la lampada a gas, entravo nel letto, dicevo delle parole al buio intimo e santo, e poi dormivo.»

da Il mio Natale nel Galles, Emme Edizioni, 1981

Sylvia Plath

Il giorno dopo Natale del 1958, Sylvia Plath fa il punto della sua vita e nonostante le impressioni di Ted Hughes sembra che sia tutt’altro che serena. Ha 26 anni e le domande che le si affacciano sono soprattutto quelle inerenti la propria stabilità economica. Il matrimonio col poeta inglese è ormai un dato accertato:

«Una fredda mattina postnatalizia. Un buon Natale. Perché ero felice, dice Ted. Ho giocato, scherzato, accolto mamma con affetto. Certo la odio, ma non solo. Le…voglio anche bene. Dopotutto, come si suol dire, è mia madre. «Non può essere invadente se non glielo permetti». Allora odio e paura derivano dalla mia insicurezza. Dovuta a che cosa? E come combatterla? Paura di fare scelte affrettate che escludono le alternative. Nessuna paura di sposare Ted, perché lui è elastico, non m’imprigionerà. Problema: vogliamo entrambi scrivere, abbiamo un anno. E poi? Niente lavoretti occasionali. Una professione sicura e lucrosa. Psicologia?»

da Diari, Adelphi, 1998

Giuseppe Ungaretti

Facendo deroga alla cronologia, alle note diaristiche e alle lettere, vale però forse la pena di chiudere questa sequenza con un frammento di una delle più luminose poesie di Ungaretti che porta la data di Napoli, 26 dicembre 1916 e il titolo di “Natale”: «Qui/ non si sente/ altro/ che il caldo buono.// Sto/ con le quattro/ capriole/di fumo/ del focolare».

da Poesie, Mondadori, 1974

 

 

Caro Pierpaolo: lettere di un’amica

Dacia Maraini ha recentemente presentato a Biella, Caro Pierpaolo, il suo ultimo lavoro dedicato, nel centenario della nascita, alla sua amicizia con lo scrittore, poeta e regista Pasolini. Dopo avere rifiutato una proposta di Roberto Cotroneo di scrivere un libro di ricordi su di lui, l’autrice ci ha ripensato e si è accinta alla composizione di una serie di lettere rivolte all’amico che non c’è più. Ne è nato Caro Pierpaolo, il cui orizzonte storico attraversa il secondo Novecento, sul filo di tante esperienze vissute insieme, incontri personali e pubblici, discussioni di letteratura, dibattiti sull’aborto, sulla lotta di classe sull’avvento della televisione. Vacanze e viaggi, anche, in Africa, in India, sempre a fianco di Pasolini e dell’allora compagno di vita della Maraini, Alberto Moravia. Molti i “comprimari” eccellenti, da Maria Callas a Elsa Morante, a Laura Betti.

«Sono sempre stato appartato»

Pasolini ha fatto la storia della cultura italiana del Novecento e non è stato dimenticato; anzi, è ancora un autore di culto, anche per i più giovani. Sarà perché la sua è stata una vita fuori dagli schemi, o per la forza delle sue argomentazioni, o l’anticonformismo, o il carattere profondamente ribelle. Ribelle, sì, ma fragile, come scrisse in una lettera a Elsa Morante «sono sempre stato appartato, confuso, smarrito», o come lo vide Oriana Fallaci: «Piccolo, fragile, consumato dai suoi mille desideri, dalle sue mille disperazioni, amarezze e vestito come un ragazzo di un college». L’omosessualità e la fede lo segnavano, tutte e due vissute con tormento: era legato ai “ragazzi di vita” delle borgate romane perché rappresentavano per lui l’ultimo brandello di una civiltà arcaica e, in più il rapporto simbiotico con la madre Susanna fu sempre così intenso che anche pensare di avere una relazione sessuale con una donna per lui adombrava un incesto.

Leggendo Caro Pierpaolo mi sono ricordata di un altro libro della Maraini, La grande festa, pubblicato nel 2011, nel quale pure la figura di Pasolini è presente; appare nei sogni all’autrice, addolorata per il mistero legato alla sua morte. Nella sua presentazione alla Biblioteca civica di Biella, la Maraini ha sottolineato quanto è importante per lei il dialogo con i morti, una pratica che le viene dalla infanzia trascorsa in Giappone. Ne La grande festa descrive l’aldilà come «un luogo delicato e accogliente, in cui i nostri amati morti, fatti leggeri e savi, camminano agili, riflettendo. Ci saranno angeli? Ci saranno santi, martiri, divinità, si vedrà l’ombra di un dio potente e punitivo? Forse no. Forse sarà la voce della poesia a tenere in movimento le menti».

 Laura Prete

 Dacia Maraini, Caro Pierpaolo, pp. 240, Neri Pozza; euro: 18,00

 

Addio a Lapierre, autore della “Città della gioia”

«Tutto ciò che non viene donato va perduto». Questo proverbio indiano Domenique Lapierre lo ha posto in epigrafe del suo romanzo più letto, La città della gioia; figura nell’intestazione della associazione per i bambini lebbrosi della città di Calcutta della fondazione Lapierre e fa da scorta al conto corrente che compare nell’ultima pagina del libro, più volte ristampato in gran parte dei paesi per un totale di oltre 10 milioni di copie vendute.  Dominique Lapierre, morto sabato scorso a 81 anni, è stato fin dai suoi esordi uno scrittore fedele al suo proverbio indù e fedele alle sue origini di cronista. Nato in Francia si era diplomato al college Lafayette in Pennsylvania. La versatilità in due lingue (quella materna, francese e quella acquisita negli Usa) gli fu indispensabile per scrivere a quattro mani con Larry Collins i suoi primi libri, Parigi brucia?, un’ inchiesta sui fatti inerenti l’ordine disatteso di Hitler di mandare in fiamme l’intera metropoli; Gerusalemme!Gerusalemme!, sulla nascita dello Stato di Israele e Stanotte la libertà, sull’indipendenza finalmente raggiunta dall’India. Ognuno dei due autori scriveva un capitolo e lo passava all’altro che lo traduceva, ottenendo così alla fine  due versioni contemporanee. Del resto entrambi erano giornalisti, il primo inviato negli Stati Uniti per “Paris Match” e Collins (scomparso nel 2005) corrispondente da Parigi per “Newsweek”. Ma proprio il viaggio in India, l’incontro con Madre Teresa di Calcutta, l’immersione in un mondo fino a quel momento insospettato, poverissimo ma in certo modo “magico”, cambiò le sorti di Lapierre anche se la collaborazione continuò più avanti per numerosi libri.

Dominique Lapierre, Chtâellaion-Plage 1931-Sainte-Maxime, 2022)

Un viaggio in treno

Dopo Stanotte la libertà, Dominique Lapierre decise di approfondire la sua conoscenza dell’India e comprò un biglietto per la tratta ferroviaria che unisce New Dely a Calcutta. Era un biglietto di terza classe e forse cominciò proprio in quei giorni a impadronirsi del bengalese. Era interessato a comprendere le ragioni dei conflitti presenti nella società indiana tra induisti e musulmani, ma soprattutto aveva occhi per le condizioni di vita materiale e spirituale. Non a caso, dopo la pubblicazione della Città della gioia e di L’arcobaleno nella notte, la metà dei proventi dei diritti d’autore saranno devoluti alla sua associazione per i bambini lebbrosi di Calcutta e per costruire gli ospedali ospitati su grandi barconi che navigano sul Gange. Sulle barche ci si occupa per lo più di malati ormai giunti alla fine del percorso ma per la religione  induista morire nel corpo vivo della madre Ganga, le acque del fiume, consente di liberare la propria anima dal ciclo delle rinascite per ottenere la liberazione, al di là del velo di Maja.

La città della gioia dopo pochi anni permetterà a Lapierre e alla moglie Dominique di creare quattordici centri di soccorso per i bambini. Quando nel 1984 il disastro di Bho causò circa 16 mila morti, Lapierre scrisse con il nipote, Javier Moro il libro-documento Mezzanotte e cinque a Bhopal, e anche in questo caso le risorse dei diritti d’autore furono dirottate per questa causam così come accade per i film tratti dalle sue opere, quella più conosciuta e quello di Kevin Connor, dedicato Madre Teresa di Calcutta con Geraldine Chaplin nel 1997.

La città della gioia

Il lavoro giornalistico, la collaborazione con Larry Collins, i libri-inchiesta, non esauriscono la versatilità dello scrittore francese. La città della gioia è  romanzo in cui Lapierre fa risuonare in ogni pagina un registro proprio, un timbro che sembra voler ricalcare le epopee della storia antica senza per questo dissolvere la realtà più aspra.  La narrazione riunisce tre personaggi che il caso ha portato nella baraccopoli di Calcutta che dà nome al romanzo: un contadino che ha avuto il raccolto devastato da un’inondazione, un missionario francese e un medico statunitense. L’alter-ego di Lapierre dimidiato e moltiplicato tra i contadini indiani o nelle bidonville,  racconta la quotidianità a una latitudine in cui il quotidiano ha risonanze che compendiano mistica e desolazione o, al contrario, ritagliano effetti di comicità e distacco:

«Mangiavano tutti con le dita della sola mano destra. Ci vuole una bella ginnastica per fare delle palline con il riso e tuffarle nella salsa senza che si sbriciolino. E senza bruciarsi le dita fino all’osso. Quanto alla bocca, l’esofago e lo stomaco, che fuoco con quelle spezie micidiali! Dovevo essere uno spettacolo piuttosto comico, perché tutti i clienti del caffè si piegavano in due dal ridere. Non capita tutti i giorni che si possa ridere di un povero sahib che ha intrapreso la conquista del diploma d’indianizzazione.» (trad. Elina Klersy Imberciadori, ed. Mondadori, 1985). Un libro che, infine, anche nel tempo che verrà farà da scorta alla storia indiana ed europea.

François Morane

 

 


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“La promessa”, ovvero la fine della detective-story

Davvero l’intelligenza investigativa arriva alla verità? Friedrich Dürrenmatt è convinto del contrario e il romanzo La promessa ne è la dimostrazione. Sull’ottimismo e sulla fede nel giudizio umano, lo scrittore svizzero aveva già posto l’ipoteca nel 1956 con La Panne. Una storia ancora possibile, dove un rappresentante di tessuti finisce per ammettere un omicidio davanti a un tribunale inventato per gioco da giudici in pensione. Due anni dopo il breve romanzo La promessa demolisce anche il mito di un genere letterario. Lo fa prestando la prima voce del narratore a un alter ego dell’autore, un giallista che durante un breve viaggio ascolta la storia che gli viene raccontata dall’ex comandante della polizia cantonale zurighese. Ironicamente è questo stesso personaggio che, dopo aver ascoltato la conferenza dello scrittore sull’arte  della detective-story, confessa le sue riserve sulla credibilità del genere letterario. La dimostrazione che fornisce è la storia di una disfatta.

Friedrich Dürrenmatt

Il giallo

Al centro del racconto compare la figura di quello che viene considerato il migliore investigatore della polizia, il commissario Matthäi, «un genio», deciso però a lasciare il lavoro quotidiano per un incarico di prestigio all’estero. Ormai pronto per la partenza finisce per curiosità sul luogo di un ultimo delitto: una bambina uccisa ai margini di un bosco in una zona rurale. Si profila un delitto a sfondo sessuale. Inesistenti gli indizi. Non c’è alcun testimone e un violento acquazzone ha cancellato le tracce sul terreno. Ma il corpo esanime della piccola è stato ritrovato da un ambulante che ha avvertito la polizia. Pregiudizialmente, agli occhi del villaggio, proprio questa circostanza fa dell’uomo un colpevole. La polizia non ha motivo di sospettare ma per evitare guai peggiori arresta l’ambulante. Dagli archivi saltano però fuori, a carico dell’uomo, un episodio di molestie e un furto e l’insistenza di un interrogatorio infinito fa crollare il poveretto. Ammette l’addebito e poco dopo si suicida in cella. Il caso è chiuso.

Chiuso per la polizia ma non per il commissario Matthäi che, imprudentemente, ha promesso ai genitori della vittima di trovare il colpevole. Un particolare emerso lo convince invece dell’innocenza dell’ambulante e, contro la presunzione di tutti, rinuncia al lavoro all’estero e torna sui suoi passi pur non avendo alcun incarico formale.

Le probabilità e il caso

Il capo della polizia lo canta chiaro: spesso la soluzione di un delitto è una questione di probabilità. Ma per l’autore della Promessa la realtà è più complessa e, in fondo, è il caso a decidere delle vite, del lavoro, della soluzione dei delitti. Tant’è che il commissario fa una scelta improbabile. Per trovare il colpevole decide di aspettare, di indagare con discrezione. E lo fa mettendo in gioco ogni cosa. Compera una stazione di rifornimento di benzina dopo aver compreso che la grossa auto scrura di cui aveva parlato l’ambulante negli interrogatori, circostanziando gli avvenimenti nell’ora del delitto, deve essere stata condotta  dall’assassino. L’esperienza gli dice che è la stessa auto notata in altri due casi analoghi avvenuti ad anni di distanza nel cantone. Matthäi, divenuto ormai leggenda nel commissariato, si spinge oltre. Senza rendere palese la cosa, prepara un’esca: una bella bambina di cui ospita la madre negli alloggi annessi alla stazione di benzina. E la cosa sembra funzionare. Arriva il momento atteso.

La soluzione

Davvero tutto è pronto . Matthäi riesce a portare sul posto gli ex colleghi. Ma avviene un incidente, un fatto di cui nessuno è a conoscenza perché irrilevante rispetto all’indagine. E l’indagine si ferma. L’ex commissario, il genio dell’investigazione, si ritiene sconfitto, inizia a trascurare il suo lavoro quotidiano, diviene un alcoolista. Nessuno potrebbe arrivare alla soluzione del caso non fosse per una circostanza che coinvolge, anni dopo, l’ex capo della polizia. Una signora abbiente lo convoca al proprio capezzale in punto di morte e il narratore assolve l’incombenza pensando a un lascito, un atto di generosità come ne capitano di tanto in tanto, per il corpo di polizia. Non sarà così.

Friedrich Dürrenmatt sorride amaramente nel finale di queste pagine. L’Ottocento di Scherlock Holmes e degli slanci confidenti nell’intelligenza o, metonimicamente, nei suoi strumenti, è davvero concluso. Si è protratto a lungo creando un genere, inventando enigmi risolti a tavolino. Dürrenmatt sembra dirci che la realtà è più complessa, sfuggente, senza fili dirimenti. Sulle vite umane trionfa soltanto il caso.

Marco Conti

Friedrich Dürrenmatt, La promessa, trad. Donata Berra, pp. 162, Adelphi, 2019; euro, 15,00

 

 


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Proust e Céleste, a un secolo dalla morte

«Vedrai, il signor Proust è un uomo gentilissimo. Bisogna star molto attenti, questo sì, a non dispiacergli, perché osserva tutto: ma una persona così squisita non l’incontrerai mai».  Così Odilon alla giovane moglie Céleste Albaret, destinata a condividere per nove anni la vita di Marcel Proust, vale a dire gli ultimi dello scrittore e quelli che, dopo Du côté de chez Swann, accompagnano la redazione dell’opera intera. Domestica, amica, confidente, Céleste ha finito con l’essere l’unica testimone del lavoro come delle abitudini di Proust.   In questi giorni lo ha ricordato la Bibliothèque Nationale de France per il centenario della morte dello scrittore avvenuta il 18 novembre 1922. Lo ha fatto di pari passo con le parole precise di Céleste grazie a un video registrato nel gennaio del 1962 dalla Televisione nazionale francese (oggi riproducibile sul sito dell’INA).

Céleste Albaret era entrata nella vita dello scrittore come governante tramite il marito, chauffeur di cui Marcel era un cliente. Ma la vicinanza e la fiducia che condividono sono tali che, nel 1921, in una dedica Proust la definisce ormai «amica di sempre», «che ha sopportato la croce dei suoi umori», e così prossima non solo da battere a macchina il testo di Albertine scomparsa ma anche per ascoltare le osservazioni destinate alla scrittura e infine da inventare, proprio lei, il nome di paperoles (nella f.to qui sotto) per le aggiunte di fogli e foglietti incollati sui quaderni l’uno sotto l’altro.

Il piacere e i giorni

Le parole di Céleste sono del resto anche le sole di carattere biografico che abbiano la freschezza della vita vissuta e l’esattezza del documento. Le raccolse Georges Belmont dopo  cinque mesi di conversazioni in un libro firmato dalla stessa Albaret, Monsieur Proust, uscito in originale nel 1973  in coedizione Laffont-Opera Mundi (da Rizzoli nel ’76 con la traduzione di Augusto Donaudy). Stanca di sentire spacciare per verità le illazioni e i pettegolezzi,  Céleste a ottantadue anni decise così di uscire dal proprio riserbo. E le sorprese per chi aveva fatto della vita di Proust un percorso a tesi, furono diverse. A iniziare dall’assiduità al lavoro.

Dall’uscita del primo volume della Recherche Proust non pensa ad altro. Non vuole per esempio allontanarsi da Parigi e dalla sua casa durante la guerra. Non è vero, dice Céleste, che volesse spostarsi a Nizza, a Venezia o a Cabourg. «Qualche volta gli è capitato di avere voglia o bisogno di vacanze, di desiderare di andare a rivedere di sfuggita qualche cosa, una città, un paesaggio, un quadro, una chiesa come a Cabourg, quando mi aveva parlato dell’alta marea alla punta della Bretagna; ma il discorso era sempre lo stesso: “Quando avrò finito il mio libro ci andremo, cara Céleste, e vedrà che meraviglia…”. Finire il suo libro: solo questo contava. E da quell’autunno del 1914, più che mai la sua esistenza si organizzò unicamente intorno a quell’idea.»

E’ tanto deciso a non disperedere inutilemente le forze che non solo non si offre più una vacanza, ma rende i suoi contatti del tutto eccezionali e, alla fine di quell’anno, disdice l’abbonamento al telefono. «Agli altri forse spiegava che lo aveva fatto perché era rovinato. Una scusa. Certo è che continuò a spendere a suo talento. In realtà non voleva essere disturbato se non quando lo desiderava.» Ripensandoci, Céleste, che proviene da un ambiente popolare dove si vive all’aria aperta e con Proust si trova in un apppartamento in Boulevard Houssmann, dice: «Quel che ancora oggi mi meraviglia è la facilità con cui mi piegai e adattai a quel genere di vita, al quale non ero assolutamente preparata. Tutta la mia infanzia era trascorsa nella libertà della campagna e nell’affetto di mia madre. Andavamo a letto con le galline e ci alzavamo coi galli, diciamo così. Ed ecco che ora mi mettevo con la massima naturalezza a vivere di notte, come lui, e come se non avessi mai fatto altro.»

Come carta da musica

I giorni scorrono uguali in Boulevard Houssmann. Céleste e l’autore della Recherche non sembrano accorgersene. Cosa fa la governante in una casa in cui vive, a parte lei, una sola persona? Semplicemente tutto quello che non è da ascrivere al libro del “signor Proust” o alle divagazioni del medesimo, qualche concerto, qualche rarissima visita. «Facevo tutto, e quando non era questo era quello, il caffè, le pulizie, andare a telefonare o comprare qualcosa di speciale o a portare una lettera, metter della biancheria al caldo, preparare o cambiare le borse d’acqua calda, riordinare tutti i giornali e i fogli che lui lasciava a mucchi sulle lenzuola – e bisognava proprio riordinare, se no tutto quello un giorno, avrebbe finito con l’uscire dal letto, tanto ce n’era -, accendere e alimentare il fuoco del caminetto nella sua camera, preparare l’acqua per il pediluvio – ma tutto questo come cantando in una specie d’allegrezza, come un uccello che voli da un ramo a un altro. Certe volte ero stanca morta, ma non lo sentivo o non ci pensavo più di quanto pensassi ad andare a messa, perché non mi annoiavo mai, nemmeno per un attimo. Da una parte era una vita regolata come la carta da musica e dall’altra c’era sempre l’imprevisto, il fascino d’un gesto, d’una conversazione, il piacere che lui provava per aver lavorato bene o perché qualche cosa era stata ben fatta.» Tant’è che quando il marito, Odilon torna dalla guerra le dice: «Ma guarda, non avrei mai immaginato di ritrovarti qua…»

L’agenda quotidiana Céleste l’aveva in parte ereditata dal predecessore, Nicolas. In particolare c’era un rituale domestico che preludeva alla notte del Signor Proust: portare via il vassoio d’argento dal tavolo accanto al letto, metterne al suo posto uno di lacca con una tazza di infuso di tiglio e a fianco una bottiglia d’acqua d’Evian, la tazzina e la zuccheriera. Questo nel caso il signore avesse voglia di fare un infuso con il bollitore elettrico…Che in otto anni non accadrà mai. Viceversa lo scrittore faceva danni col bollitore sbagliandosi a premere una delle tre pere “elettriche”  che accendevano il bollitore, suonavano nella camera di Céleste o accendevano una lampada. Le chiamate in camera della governante erano sempre condite da un forse… «Forse domani le chiederò di portarmi un caffè un poco prima», «domani, forse, la pregherò di telefonare a questa persona». Un giorno, scoperto che Céleste, nei momenti vuoti si dedica a cucire merletti, sbotta: «Ma, Céleste, bisogna leggere!» E così le consiglia I tre moschettieri. Un divertimento inatteso, tant’è che ne parlano diverse volte, poi tocca a Balzac. «Ma io – dice Céleste a Georges Belmont – ragazzina com’ero, preferivo cucire.» Poche letture dunque, eppure della Recherche, l’ex ragazzina dirà: «Oggi ho capito che tutta le ricerca del signor Proust, tutto il suo grande sacrificio alla sua opera è stato quello di mettersi fuori del tempo per ritrovarlo. Quando non c’è più tempo, è il silenzio, Gli occorreva quel silenzio per usire solo le voci che voleva udire, quelle che sono nei suoi libri.»

La camera

Nelle sue memorie Céleste Albaret si diffonde anche sulla topografia dell’appartamento. Sulla camera dello scrittore in particolare che lei descrive come il «suo teatro». La camera, dunque: era molto grande e molto alta, con un soffitto di quattro metri, due doppie finestre, grandi anche quelle, ermeticamente chiuse quando c’era lui, come le persiane e le tende di raso blu foderate di mollettone. E poi grossi pannelli di sughero rivestivano le pareti e il soffitto. «Quando si entrava, quel che prima colpiva, a parte il sughero, era il blu. Il blu delle tende, precisamente. Lo si ritrovava perfino in un grande lampadario appeso al soffitto (…) sul caminetto di marmo bianco lavorato c’erano anche due lumi col globo blu, con in mezzo una pendola di bronzo dello stesso stile.» Tra le due finestre del salotto invece  c’era un armadio a specchio di palissandro, davanti all’armadio un pianoforte a coda appartenuto alla madre che raramente Proust suonava. E i libri? Proust li teneva ovunque, impilati sui tavolini nella sua camera, su un tavolo-scrivania e in due biblioteche girevoli zeppe di volumi. Sul comò invece si trovavano trentadue quaderni con la copertina di finta pelle e aprendoli si sarebbe potuta leggere la prima redazione dell’opera.

La camera di Proust (Foto BNF)

Gide il falso monaco, e il Goncourt

André Gide, come molti scrittori accecati da se stessi, non riconobbe né il talento, né la novità di  Du côté de chez Swann e rifiutò la pubbicazione per Gallimard. Proust quindi pagò di tasca sua l’edizione. Ma per Céleste Albaret Gide fu il solo responsabile di quella bocciatura. Nelle sue memorie lo definisce un personaggio falso che, comunque, non piaceva neppure a Proust. «Non aveva per Gide né affetto né stima. Non che gliene volesse per il rifiuto del manoscritto di “Swann”. Ripeto: era troppo generoso, nobile e tollerante verso gli umani. Di Gide non approvava né lo spirito dell’uomo né quello dell’opera, quantunque avesse una certa ammirazione per lo stile e il talento dello scrittore. Delle Caves du Vatican , per esempio, diceva: “Non è male”.» E una volta precisò: «Adesso vorrebbe trascinarmi nel suo clan. Ma siccome non vede che la propria idea m’intende a sproposito. Eppure non sono L’immoraliste.» Nel 1916 quando alcuni editori ormai si affacciano interessati ad ulteriori pubblicazioni, Proust decide di risolvere la questione tanto più che Gide si è ricreduto e glielo ha fatto sapere con un biglietto: «Da qualche giorno – gli scrive –  non lascio più il suo libro; me ne soprassaturo con grande piacere». Incarica quindi Céleste di portare una lettera a casa sua. Mentre la domestica aspetta la risposta, osserva lo scrittore: «Era avvolto in un saio di bigello di dove uscivano le mani. Nell’aspetto come nel volto e nello sguardo, c’era qualcosa di indefinibile che non mi piaceva: qualcosa di non vero, una falsa sincerità, o meglio una specie di sincerità obbligatoria. Gentilissimo peraltro.» Gide  scrive intanto a Proust che verrà a trovarlo il giorno stesso e infatti, Céleste è appena arrivata a casa quando si affaccia anche il visitatore. Poi Proust interroga la donna e visto che continua a dire che qualcosa non la convince, insiste. E Céleste: «Ora che l’ho visto non mi sorprende che abbia dato quella risposta per il suo manoscritto senz’averlo letto. E’ proprio da lui. Sentivo che si divertiva a mettermi in imbarazzo con lo sguardo. Mi venne tutt’a un tratto, dissi: “Il fatto è che ha l’aria di un falso monaco, signore. Sa quei monaci che ti guardano con un’aria tanto più religiosa in quanto devono nascondere la loro insincerità”. Scoppiò a ridere che la non finiva più.»

Nel 1919 il vento è cambiato. A dicembre À l’ombre des jeunes filles en fleurs ottiene il premio Goncourt, il primo dopo la guerra. Di fatto Proust è in concorso solo contro un altro concorrente, Roland Dorgèles per  Les croix de bois. «E’ stato detto – commenta ancora Céleste – che il premio l’ottenne brigando e grazie all’amicizia di Léon Daudet, il quale faceva parte della giuria. Lui, personalmente, non brigò: furono i suoi amici a pensare a lui per il premio Goncourt, e lui li lascò fare; tutto quel che fece fu di rispondere affermativamente, e dichiarandosi molto onorato, a una lettera dello scrittore J.H. Rosny Ainé che gli chiedeva se avrebbe accettato il premio qualora gliel’avessero dato». E’ certo che Daudet si sia dato da fare (come del resto avviene con le amicizie in ogni premio, di ieri e di oggi), ma lo stesso Rosny Ainé non nascose la sua preferenza. In quanto vincitore Proust riuscì ad avere una sorta di relazione delle chiacchiere della giuria. La battaglia per premiare Dorgèles a quanto pare si era accanita sull’età. Proust aveva 48 anni, Dorgèles non solo era giovane ma il testamento Goncourt  indicava che il riconoscimento doveva andare a un “giovane scrittore”. Un anticipo, verrebbe da aggiungere oggi, delle scaramucce sull’età e sulla produttività in fieri per l’industria editoriale. Leon Daudet ebbe però a quel punto la via spianata. Disse che il testamento essi non lo conoscevano perché questo parlava non di un giovane ma di un «giovane talento», sfoderando con ciò il documento seduta stante. Il romanzo di Proust prevalse con sei voti contro tre per Les croix de bois. 

Per quel che riguarda i clamori del successo, Marcel Proust fu chiaro con Céleste: «Mia cara Céleste, adesso che ho rimandato il signor Gallimard alle sue faccende mi rimane da dirle questo…Probabilmente suoneranno ancora molto alla nostra porta, perché finiranno pur col pescarmi. Non voglio ricevere nessuno. Soprattutto non i giornalisti, né i fotografi…Sono pericolosi e vogliono sempre saper troppo. Metta tutti alla porta.» Consegna rispettata.

Marco Conti

 

 


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Letture in casa Einaudi: i promossi e i bocciati

Come pensa e come giudica il consulente di una grande e prestigiosa casa editrice? Centolettori. I pareri di lettura dei consulenti Einaudi 1941-1991 risponde, almeno sotto il profilo storico a questa domanda. Cinquant’anni di opere, di valutazioni, ma soprattutto di impliciti confronti tra lettori ormai parte della storia letteraria e culturale italiana e autori ugualmente antologizzati.

Se si dovesse trovare un vistoso limite a questa antologia di schede di valutazione, questo sta semmai all’opposto: ovvero esordienti e sconosciuti  in queste schede editoriali pubblicate non ce ne sono,  benché frugando nel catalogo storico i nomi compaiano numerosi. Ma quello che è stato  l’editore più aperto e progressista  dal dopoguerra agli anni Ottanta (il presente è altra cosa),  mostra in questa rassegna di giudizi un setaccio a maglie strettissime. Così strette che qualche volta, benché raramente, perde opere destinate a contrassegnare i tempi: nella saggistica come della narrativa. E’ il caso, per esempio, della bocciatura di fatto di Hermann Broch nonostante il parere di Cesare Pavese che, nel 1947, compila la sua scheda su La morte di Virgilio, intuendo quasi con esattezza il futuro del libro.  Parlando di sé in terza persona, scrive: «Pavese è convinto che ci voglia il parere di un buon germanista e sospetta che Broch potrebbe diventare uno di quei nomi indispensabili come appunto Joyce o Th. Mann o Proust.» Ci azzeccò pur allargandosi un poco. Ma La morte di Virgilio venne pubblicato solo nel 1962 da Feltrinelli.

Mastronardi, Bianciardi, Propp

Viceversa Gianfranco Contini legge Mastronardi e si fa prendere dall’interesse filologico  personale che vorrebbe ritrovare l’effervescenza linguistica e l’invenzione dell’autore del Calzolaio di Vigevano. Il critico alla fine boccia il romanzo pur con qualche perplessità. «Debbo confessarti – scrive – di non averci ritrovato la vivacità di invenzione poetica, più o meno espressa in forma vernacolare, che m’aveva interessato, anzi rapito, nel pezzo del “Menabò”. Anche questo è libro decorosissimo; ma appunto, forse il mastronardismo ci s’è sistemato in letteratura. L’autore riecheggia se stesso»…Con tutto questo il libro uscì nei “Coralli” nel 1962, cioè un anno dopo il parere del filologo.

Qualche volta la mancanza di tempestività editoriale è invece letale. Succede per La vita agra di Luciano Bianciardi. Guido Davico Bonino si pronuncia con entusiasmo per la pubblicazione ma il romanzo comparirà da Rizzoli in quello stesso anno.

Le schede dei lettori  dovevano corrispondere a precise caratteristiche ricordate da Ernesto Franco nella prefazione: la tempestività del rapporto, la brevità (circa una cartella), qualità in qualche caso giustamente snobbata, la delimitazione dei punti cardinali del libro, e infine quegli elementi di utilità come la possibile ricezione del testo da parte dei lettori, la sintesi dell’opera e infine il giudizio di valore. Un lavoro dopotutto non di poco conto che ogni esperto disciplinare svolge in modo diverso. Quando Clara Coïsson scrive del saggio di Vladimir Propp che oggi conosciamo col titolo Le radici storiche dei racconti di fate ( il titolo esatto sarebbe “Le radici storiche del racconto magico”) fornisce alla redazione Einaudi non una scheda ma una dettagliata perlustrazione utile a comprendere la novità critica dell’approccio.  La lettrice mette le mani avanti, dice di non essere in grado di dare un giudizio sull’opportunità di tradurre il testo in italiano, ma espone la materia con una tale chiarezza che non sarà difficile per l’esperto fornire un parere. Intanto il libro «è pieno di cose interessanti che dovrebbero attrarre non solo chi si occupa di folk-lore»…E infine riassume e illustra il punto di vista di Propp, la tesi per cui ogni racconto  attinge al mito, al rito iniziatico o all’immaginario della morte. Tant’è che Pavese, ricevendo il parere, scriverà della lettrice: «Farle un monumento»!

Cantimori boccia la scuola delle Annales

Di monumenti invece non si dovrebbe parlare per le schede di lettura di uno storico italiano di vaglia ma, col senno di poi, un po’ imbarazzante a leggersi. Delio Cantimori boccia la ricerca storica di Fernand Braudel, ovvero il celeberrimo Il Mediterraneo e il mondo mediterraneo nell’epoca di Filippo II . Lo fa con un piglio moraleggiante che sorprende: «Le ragioni (della bocciatura ndr) sono le seguenti: non ritengo utile, anzi dannoso, diffondere, per mezzo di una traduzione di un’opera così ben scritta, brillante, affascinante anche per la sua facilità ed evasività, e superficialità di riflessione e di concetti – il metodo, o il sistema, o il regime, o l’arte retorica, chiamateli come credete, del gruppo di L. Febvre, Morazé, Braudel,  ecc. ecc». Quel che non concepisce Cantimori sembra essere un’idea di storiografia che sposti l’attenzione dal singolo fenomeno storico alla durata e, dall’idealità e dall’istituzione, alla civiltà e alla cultura materiale. I nomi sopracitati da Cantimori  (a cui si dovrà aggiungere almeno Marc Bloch e Le Roy Ladurie), sono quelli degli studiosi che cambiarono, ampliandola, la storiografia del Novecento con la scuola delle Annales portando all’attenzione  il mondo sociale e la sua stratificazione.

 

Per fortuna Einaudi non ascoltò la lezione di Cantimori e il libro uscì nel 1953 nella Biblioteca di cultura storica. Lo stesso accade con l’opera di Dilthey, Critica della ragione storica al cui parere contrario si oppose Norborto Bobbio e con i Minima Moralia di Adorno, editato poi nei “Saggi”, nel 1955, con alcuni tagli di carattere ideologico che videro la luce altrove ma solo nel clima della contestazione, vale a dire nel 1976 col titolo posticcio ed esatto di Minima immoralia (L’erba Voglio Editore) .

L’entusiasmo di Lucentini

In prospettiva appaiono invece sempre azzeccate le scelte di Franco Lucentini, assunto nel 1954 come agente editoriale in Francia e lettore, contemporaneamente, di libri stranieri per le edizioni francesi Plon. E’ Lucentini a consigliare la traduzione di Le Voyeur e Les Gommes di Alain Robbe-Grillet. «Si tratta – commenta – di due libri eccezionali, che a mio avviso andrebbero pubblicati senz’altro (in vista non tanto delle loro possibilità commerciali immediate, quanto della data che segnano nella storia della narrativa (…) per non trovarvi poi ad esservi lasciati sfuggire per distrazione o per lentezza un autore della portata d’un Proust, d’un Kafka o d’un Moravia.» Lucentini coglieva la prospettiva più ampia. Nel sonnecchiante mondo editoriale italiano,  Le gomme uscì effettivamente poco dopo, nel 1956, mentre Il voyeur (edito in originale nel 1955) sarà pubblicato sempre da Einaudi solo nel 1962. Carlo Fruttero invece respinge in quegli stessi anni Flannery O’Connor e La Saggezza del sangue con grande severità:  i primi capitoli scrive a ElioVittorini sono promettenti «ma poi mi pare che incominci a barare, e tutta la storia prende un’aria di voluto e appiccicato. Alla fine ho sentito odor di Greenwich Village.» Il libro uscirà nelle edizioni Garzanti solo nel 1985.

Italo Calvino: La Duras è grande; impubblicabile Klossowski

Tra i lettori più prestigiosi compare Italo Calvino. Nel 1950 lo scrittore è affascinato da Marguerite Duras: «Caro Elio – scrive a Vittorini – da tempo non mi capitava di leggere un libro bello come il Barrage contre le Pacifique. L’ho letto da pochi giorni e non parlo d’altro: ma siccome non so che emettere esclamazioni di entusiasmo nessuno mi crede. Ora l’ho mandato a Natalia che è in montagna.» L’anno dopo Una diga sul Pacifico sarà stampato nella collana “I gettoni”. All’autore della trilogia I nostri antenati è invece indigesto l’erotismo cervellotico di Pierre Klossowski. Roberta Stasera e L’editto di Nantes, saranno infatti pubblicati da SucarCo, quasi trent’anni dopo la loro edizione originale in francese.  Calvino fulmina così l’autore francese in lettura: «Scrittore di detestabile impostazione ideologica e letteraria, è scrittore da non potersi né doversi pubblicare. Però devo confessare che antipatico non è, e che in tutte queste porcherie, non perde mai un suo sense of humor, cosa che difetta di solito ai mistici dell’erotismo.» Invece nonostante la raccomandazione che Roberto Bazlen  fa a Calvino di Vidiadhar Surajprasad Naipaul per A House for Mr Biswas, del 1961, la casa editrice alla fine non lo accetterà e Una casa per il signor Biswas uscirà tre anni più tardi con Mondadori.

Delitto, castigo e pentimento: il caso di Roland Barthes

Complessivamente la selezione è orientata ai titoli importanti accolti da Einaudi e dunque i pochi dinieghi spiccano, come quello  per le Mythologies di Roland Barthes nella scheda firmata da Sergio Solmi. Per il critico e poeta italiano, Barthes «risente troppo» «del crescente provincialismo della cultura francese e dell’ideologismo delle nuove generazioni». Mitologie, (“Miti d’oggi” sarà poi il titolo italiano di Einaudi) che  raccoglie sotto temi diversi la funzione ideologica  della vita quotidiana, dalla pubblicità per la Nuova Citroen al Tour de France, secondo Solmi era «provinciale» in quanto francese,  essendo la Francia, specifica un inciso della scheda, tutt’altro che rappresentativa del mondo. Il commento di Solmi avveniva a ridosso dell’edizione francese del 1957. Il libro di Barthes venne poi stampato da Lerici nel 1962 e infine acquistato proprio da Einaudi 12 anni dopo la traduzione, quando ormai il nome del critico era affermato, nel 1974. Da quel momento è continuamente ristampato in ogni parte d’Occidente. Il provincialismo  non riguardava evidentemente la visione di Barthes.

Marco Conti

 

 
 


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Vassalli e l’arte di raccontare


La lettura del vocabolario è più importante dell’ispirazione, l’immedesimazione del narratore con il personaggio è l’atto creativo fondante di una narrazione, la distanza dello scrittore con la materia narrata è ugualmente vitale. Sono consigli di Sebastiano Vassalli contenuti negli appunti con i quali ha parlato del mestiere di «raccontare storie» nei suoi corsi di scrittura. Lezioni, interventi occasionali, fogli di note sparse redatti tra il 1992 e il 2005, compaiono oggi in un volumetto introdotto da Roberto Cicala, Il mestiere di Omero. Come scrivere per raccontare storie.

Le prime pagine sembrano voler procedere con un approccio organico. In realtà Vassalli cita Omero e la figura eroica di Ulisse, per spiegare attraverso i miti la straordinaria stratificazione culturale dell’Occidente e per dirci che il sapere letterario non è inutile:  «Quale progresso avrebbe avuto il genere umano, senza la memoria e senza le storie che ne sono il tramite?» Ma tra narrazione e scrittura si apre un varco di secoli: la letteratura nasce solo come prolungamento della vita umana e ulteriore mito augusteo nel momento in cui l’imperatore affida a Virgilio il compito di narrare la fondazione di Roma.  Così «per noi, oggi, raccontare storie significa scrivere storie.» E con un passaggio altrettanto rapido ma di cruciale esattezza, Vassalli avvicina la postmodernità e la metaletteratura: «A forza di registrare, nei secoli, le nostre storie, la scrittura è diventata un universo parallelo a quello delle cose reali, con leggi e percorsi suoi propri e con una tendenza all’assoluto (al suo assoluto) che è forse il maggior ostacolo, nel presente, all’arte di narrare.»

Narrazione e scrittura

La letteratura come ostacolo? Sebastiano Vassalli parla della stagione che ha fatto della letteratura un oggetto narrativo. E ne può ben parlare perché è stato uno dei protagonisti di quel periodo per quanto ne abbia poi rifiutato ogni pretesa. In Italia la neoavanguardia, il Gruppo ’63, si adoperò  per rimuovere  il realismo promuovendo la pagina di scrittura come evento del linguaggio. Con  Narcisso e Tempo di màssacro, Vassalli entrò nel laboratorio linguistico della sperimentazione per poi uscirne in modo definitivo con la storia di Dino Campana, La notte della cometa.  Lo scrittore ne fa direttamente cenno in questi appunti posteriori senza citare di quel periodo le sue opere, e  scrive: «Chi, come me, è nato circa la metà del secolo scorso in un Paese europeo, si è sentito ripetere in molti modi da molti maestri che tutte le storie, nel mondo, erano già state scritte e raccontate; che non c’era più nulla da raccontare, e che l’unica impresa lodevole e sensata era quella di raccontare il nulla. (Cioè la scrittura). Invece, il mondo è un gomitolo di storie che aspettano ancora di essere dipanate e raccontate: oggi come ai tempi di Omero». E in un altro inciso aggiunge: «Le avanguardie sono le malattie senili dell’arte».

Si comprende allora che le fonti della narrazione sono state chiamate in causa proprio perché Vassalli insiste sulla centralità delle “storie”, vale a dire sull’atto del narrare, la fabula direbbero i formalisti, contro una visione libresca e analitica della letteratura: «Il mio mestiere è scrivere storie. Raccontare storie, non scrivere storie. La relazione con la scrittura è importante ma non determinante.»

Il corteggiamento

Il laboratorio di scrittura di Vassalli inizia con il rapporto che lo scrittore intrattiene con il soggetto della storia e il suo protagonista.  Lo scrittore comincia con l’ideazione: «La prima fase, quella del corteggiamento, è immune da scrittura» mentre coinvolge invece l’immaginario e la categoria delle possibilità. Scrivere è la seconda fase, «un bosco intricato e impenetrabile», dove si innesca la paura di mettersi davanti ad un foglio bianco per dare forma all’informe. Ma a questo punto sarà meglio per l’autore conoscere bene il territorio da attraversare. La documentazione personale, la conoscenza dei luoghi e delle persone che vi si muovono.  Tuttavia luoghi reali e immaginari dovranno ugualmente essere costruiti con la fantasia per sostenere il peso della storia e dei suoi personaggi. «Per quanto mi riguarda – chiosa – posso dire che raccontare storie del passato e con personaggi realmente esistiti, non è molto diverso né più faticoso che raccontare storie del futuro o dell’altrove.»

Più in dettaglio Vassalli raccomanda di avere un progetto per potersi orientare, una “scaletta”. Poi inizia quello che per John Gardner, autore del “Mestiere dello scrittore”, era il lavoro faticoso, un lavoro da contadini. «La prima stesura è per lo scrittore di storie ciò che è il blocco di marmo per lo scultore». E’ il momento più duro perché successivamente l’autore lavorerà su quelle pagine per quanto, in qualche caso occorra procedere a più stesure.  Come diceva Marguerite Yourcenar:  «Si consuma molta carta».

Altri appunti

Vassalli ha scritto raramente versi ma ritiene che la poesia sia «la religione delle parole». Senza entrare nel merito del linguaggio, sembra però propendere per una visione  che fa della lirica un mondo a sé, che «niente ha a che fare con la cultura e l’abilità di maneggiare parole: la poesia accade.» Interpretazione  antica e inspiegata. Né il richiamo ai casi di Rimbaud (sedicenne eruditissimo sulla poesia del suo tempo) e a Campana (tutt’altro che sprovveduto in materia), sono criteri esemplari di giudizio.  Tanto più che lo stesso Vassalli ci convince appieno  quando, in termini generali,  parla della scrittura come distanza e dello specchio di Alice in contrapposizione a quello di Narciso. «Lo specchio di Alice è il linguaggio e la prima distanza è quella tra le parole e le cose. Il secondo passo oltre lo specchio: l’assenza. Vedere il mondo senza di noi. Vederlo come può vederlo il ciottolo o il filo d’erba». Viceversa, in questa suddivisione, lo specchio di Narciso è traslato della semplice mimesi, della riproduzione della realtà. Rispetto allo status della poesia  appena enunciato, si tratta di una contraddizione che lo stesso scrittore fa rilevare.

I consigli al giovane esordiente cui si rivolgono queste note sono numerosi: «Non cercare mai le storie. Vengono da sole. Non imitare nessuno (i sudamericani, Hesse, il “genere patacca”); non scrivere mai “alla maniera di”; dimenticare tutto ciò che si è letto. Siete soli voi e la storia, nel deserto della scrittura». E altrove: «Soprattutto sono importanti i personaggi. Le grandi storie si fanno con i grandi personaggi. I grandi personaggi devono essere costruiti al di fuori dell’autore (non sono lui), ma vivono con la sua vita e vedono con i suoi occhi.» E infine una nozione di modernità della narrazione: la necessità di dire tutto senza spiegare, di dire semplicemente raccontando.

Marco Conti

Sebastiano Vassalli, Il mestiere di Omero. Come scrivere per raccontare storie, (a cura di Roberto Cicala), pp. 89, Interlinea, 2022, euro 14,00

 


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Houellebecq, la poesia e la fisica quantistica

Michel Houellebecq ama la poesia. Ma come ogni poeta detesta i cliché. Forse per questo il primo articolo compreso nel volume Interventi è un vigoroso attacco alla fortuna di Jacques Prévert.  Prévert è presente nei libri di scuola, è entrato nella prestigiosa “Pléiade” e soprattutto rappresenta  un’idea di poesia condivisa, facile, fatta spesso di giochi di parole. Evocando quel mondo lirico, Houellebecq scrive: «Ci sono graziose ragazze nude, borghesi che sanguinano come maiali sgozzati. I bambini sono di una simpatica immoralità, i mascalzoni seducenti e virili, le graziose ragazze nude offrono il proprio corpo ai mascalzoni; i borghesi sono anziani, obesi e impotenti, insigniti della Legion d’onore con mogli frigide; i parroci sono vecchi bruchi disgustosi che hanno inventato il peccato per impedirci di vivere. Conosciamo bene tutto questo. E’ preferibile Baudelaire.» L’autore di Estensione del dominio di lotta non sopporta in sostanza la mediocrità, un vocabolario di trasgressioni passato ormai agli archivi della buoncostume, il surrealismo da chansonnier. «L’intelligenza non aiuta affatto a scrivere belle poesie – commenta – tuttavia  può evitare di scriverne di pessime.»

Scrittore combattuto da una visione catastrofica dell’Occidente di questo XXI secolo, altrettanto deciso a contestare la bugiarda proiezione di un futuro migliore dell’imperante credo liberista tanto nella narrativa che in questi articoli,  Houellbecq è tuttavia interessato al linguaggio lirico fin dagli esordi.  Nel 1991 pubblica un saggio su Lovecraft e una prosa frammentaria, Rester vivant, dove  l’interesse per la poesia si unisce a una visione schopenhaueriana: «Il mondo è sofferenza dispiegata. Alla sua origine, c’è un nodo di sofferenza. Ogni esistenza è espansione e frantumazione.» E altrove: «Il primo passo della poesia consiste nel risalire all’origine. Vale a dire alla sofferenza». Ma proprio per avversione ai cliché, al modernismo, al Rimbaud condiviso di «occorre essere assolutamente moderni», scrive a questo proposito: «Non vi sentite obbligati ad inventare una forma nuova. Le forme nuove sono rare. Una per secolo è già molto. E non sono necessariamente i poeti più grandi ad esserne l’origine.» Visione che dovrebbe essere più insistita davanti ai molti autori di cruciverba in versi.

La bontà contro i sistemi

Il senso della lotta, nel 1996, intercala strofe in alessandrini rimati a stralci di prosa. Vi si fa strada il disagio, un sentimento di non appartenenza legato alla vita contemporanea: «Le antenne della televisione,/ come insetti ricettivi,/ s’aggrappano alla pelle dei prigionieri/i prigionieri rientrano a casa».
La leggibilità del verso di Houellebcq  non fa velo però a una sostanziale presa di posizione per il linguaggio alogico della lirica moderna. In un colloquio con Jean-Yves Jouannais e Christophe Duchâtelet  dove gli interlocutori chiedono quali sia l’elemento unificante dei suoi primi libri (Estensione del dominio di lotta, Restare vivi e la nuova raccolta di poesie La ricerca della felicità), Houellebecq, non ha esitazioni: «In primo luogo, credo, l’intuizione che l’universo sia fondato sulla separazione, sulla sofferenza e sul male; la decisione di descrivere questo stato di cose, e forse di superarlo. Il problema dei mezzi – letterari o no – è secondario. L’atto iniziale è il rifiuto radicale del mondo così com’è; nonché l’interesse per le nozioni di bene o male, la volontà di approfondire tali nozioni, di delimitare la loro egemonia, anche all’interno di me stesso.» In questo contesto, Houellebecq dice di rifiutare i sistemi gerarchici fondati sulla nascita o la fortuna, la bellezza o la forza fisica, l’intelligenza o il talento…«Tutti sistemi che ai miei occhi hanno qualcosa di spregevole; sistemi che rifiuto; l’unico fattore di superiorità che riconosco è la bontà. Oggi ci dibattiamo dentro un sistema a due dimensioni: l’attrazione erotica e il denaro. Da lì deriva tutto il resto, la felicità e l’infelicità delle persone.» La bontà dunque. Una sortita inattesa in un mondo che  sembra collocare la bontà con le preghiere del mattino. Tant’è che, nell’articolo successivo, Houellebecq conferma di essere stato interpellato in proposito. Non ne discuterà in dettaglio, ma l’impressione è che la bontà sia la virtù citata come contraltare di un secolo disposto ad accoglie e omogeneizzare anche il cinismo se condito da un appropriato bon ton ovvero di politically correct.

I quanti di Bohr e la  poesia

Scorrendo le pagine di Interventi, tra un testo che accompagna un’installazione mobile al Centre Pompidou di Parigi, gli apprezzamenti antieuropeisti e un conservatorismo distante da ogni idea corrente e scontata,  il tema della poesia si precisa ulteriormente con l’analisi del linguaggio svolta da Jean Cohen: «La poesia non è la prosa più qualcos’altro, è altro». Non è solo la moltiplicazione di significati, non la trasparenza di un significato soggiacente, ma piuttosto una «parola differente in relazione alla medesima realtà». Una lettura che propone in definitiva una diversa visione del mondo, alogica, rispetto alla lingua ordinaria:  Secondo Michel Houellebecq questo linguaggio ha un significativo punto di contatto con le proposizioni del fisico Niels Bohr in merito alla teoria dei quanti. «La poesia è la dimostrazione che l’impiego sottile e in parte contraddittorio del linguaggio comune aiuta a superarne i limiti. Il principio di complementarietà introdotto da Bohr è una sorta di gestion fine della contraddizione».
In termini più dettagliati, l’interpretazione del mondo referenziale può migliorare introducendo più punti di vista nello stesso tempo. La poesia, conclude lo scrittore, non è l’assurdo ma «l’assurdità resa creatrice».

Marco Conti
Michel Houellebecq, Interventi, pp. 476, La nave di Teseo, 2022, euro 22,00.

 


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