L’avvelenatore. Altissimo tra i fantasmi della memoria

Chi si approccia alle prime pagine dell’Avvelenatore (Bompiani), pensando di leggere il classico giallo da portare sotto l’ombrellone, rimarrà deluso. Il testo che ha per le mani non è un semplice thriller, ma un brillante romanzo famigliare a costruzione poliziesca, che indaga il rapporto tra il protagonista Arno Paternoster e il padre morto dopo un volo di oltre dieci metri dal terrazzo della sua villa. Perno della storia è Borgo Spirito, paesino immaginario dell’Astigiano che ricalca il vissuto di Emanuele Altissimo, oggi professore a Torino ed ex studente della Scuola Holden. A quattro anni di distanza dall’esordio di Luce rubata al giorno (Bompiani), lo scrittore continua a indagare le trame sotterranee che percorrono gli affetti più stretti, che spesso si rivelano menzogneri e impenetrabili nella loro interezza.

“Tutta la vita era stata una guerra contro mio padre. Da bambino fuggivo i suoi divieti, da ragazzo cercavo un modo per liberarmi di lui, da adulto rispondevo alle sue estorsioni economiche con gli avvocati” (p.136). L’avvelenatore è in primis un libro di fantasmi e di guerre combattute con loro: la presenza più forte nelle 222 pagine che lo compongono non appartiene tanto al mondo dei vivi, quanto a quello di chi non c’è più, ma continua a tormentare chi è rimasto. Il padre, rievocato ossessivamente da Arno, permea pensieri e azioni del protagonista, messo faccia al muro da tutto il rimosso possibile, proprio a partire dalla tragica scoperta. Ed è il paese dell’infanzia, nella campagna piemontese, a ospitare un percorso di formazione in cui nessun interlocutore è affidabile, né gli anziani che lo hanno visto crescere, né tantomeno gli amici, che si rivelano pieni di segreti, ma neppure lui stesso. Tanto che al lettore viene spesso da dubitare della sua innocenza.

Campagna e metropoli: viaggio dantesco in 33 capitoli

Ed è il teatro in cui si svolge lo scontro psicologico e fisico tra presente e passato a rimanere il punto di forza del romanzo. La placida vita di paese, contrapposta a quella metropolitana, riserverà le sorprese più grandi lungo l’arco dei trentatré capitoli (un numero forse non casuale, che rispecchia i viaggi danteschi alla scoperta dell’ultraterreno). Da comunità di sentimenti e affetti genuini, Borgo Spirito mostrerà man mano il suo lato più amaro ad Arno. “Concimi azotati, fosforo e potassio immessi nella terra via endovenosa, cloruro e nitrato di ammonio nelle arterie dei campi. I contadini li spargevano dopo l’aratura per assicurarsi che penetrassero in profondità” (p.193). La terra inquinata dai pesticidi, un problema di cui si parla troppo poco per le colline Unesco, è la giusta metafora per descrivere una realtà invisibile, coperta dal nitore della superficie, che rappresenta al meglio l’umanità nel suo peggio. Un punto da cui ripartire per trovare finalmente la catarsi anelata da anni.

Lorenzo Germano

Emanuele Altissimo, L’avvelenatore, pp. 222, Bompiani, 2023; euro 18,00

Locus desperatus,  dove il passato non ha memoria

«A furia di circondarvi di cose, amandole, collezionandole, vi ci siete a poco a poco trasferito, regalando loro quote sempre più consistenti della vostra personalità. Le avete personificate, giusto? e nel contempo vi siete spersonalizzato. Credevate di possedere, e sarà stato pur vero: solo, vi siete spossessato».  Angelo o demone o presenza subliminale, è così che qualcuno parla al protagonista di Locus desperatus, un collezionista e un erudito che un giorno trova sulla porta di casa un segno, una croce, e da quel momento il suo mondo comincia a vacillare. Il tempo della sua quotidianità diventa labile, con confini incerti, con apparizioni che sembrano provenire da un mondo segreto e tuttavia eloquente. Cos’è la croce sulla porta se non il segno di un destino e la promessa della sua scomparsa? Perché, per l’appunto, le tavole originali del Necron di Magnus, un Cocco Bill con dedica di Jacovitti, la prima edizione dell’Ortis foscoliano e quella dei Canti Orfici di Campana, le locandine originali di certi film di culto, ma anche i gessetti colorati dell’infanzia, la Bibbia di Diodati, 158 targhette ovali di ferro smaltato recante ognuna un numero…Proprio queste ultime, dopo l’apparizione fantasmagorica del demone, sembrano in pericolo immediato, si allontanano dalla tana-appartamento e parlano al collezionista: «Men vo», rispose quella, «dietro alle compagne mie fuggitive».

In questo libro di insolite atmosfere Mari vuole tutta la nostra attenzione. La vuole la rete di riferimenti alla letteratura romantica e fantastica, ma soprattutto la sua lingua, una prosa tersa con un lessico erudito e non meno raro degli oggetti che popolano la mente del protagonista. Si è fatto il nome di Carlo Emilio Gadda e non a sproposito. Ma se si esclude l’urto del lemma desueto o l’accumulo descrittivo dei sostantivi o l’enumerazione,  è soprattutto al mondo di Landolfi che sembra di potersi accostare la scelta linguistica e l’ambito colto di venature noir

Mancanze insanabili

Un giorno passando in rassegna gli scaffali della biblioteca e aprendo un volume di poesie di Guido Gozzano, il collezionista ha l’amara sorpresa di vederne la stampa alterata, lettere a caso, quindi un messaggio dello stesso libro per «avertire ke d enotte un altro wiene che ci prende e legce»…«Dunque il testo del libro si era scomposto, come se un antico tipografo avesse sciolto una cassaforma a caratteri mobili, e aveva cercato di ricomporsi in un nuovo senso». Sorge il dubbio che esista un doppio del collezionista che propone una sua lettura ma potrebbe esserci di peggio. Il protagonista si rende conto di aver perso la memoria delle sue letture. Prende tra le mani Il processo di Kafka e «con il gelo nelle vene dovevo ammettere che di quel libro non ricordavo assolutamente nulla! L’unica alternativa alla vergogna era l’angoscia: l’angoscia di sapere di essere stato derubato di un bene prezioso, e di chissà quanti altri…»

La storia di Locus desperatus insinua un dubbio o, meglio il doppio profilo di una allegoria. E se l’erudito, il collezionista s’intende,  non fosse semplicemente la vittima della sua collezione, l’alter ego di una somma, l’ipertrofia dell’attaccamento alle cose? Se viceversa l’autore avesse voluto consegnarci lo sgretolamento del canone, la smemoratezza che trascorre dal passato ad un XXI secolo di forme, ad una storica entelechia del vuoto? Il percorso di Mari appare alla fine più ottimista, ma la domanda è posta. Tanto più che il Locus desperatus è, in filologia, la mancanza insanabile in un testo, il passo corrotto e non più ricostruibile.  «”Sapete quanti metri lineari di libreria potrei comprare vendendo questo Piranesi originale?” Ma non potei proseguire, assordato da una risata che scrosciava da ogni settore?»

Marco Conti

Michele Mari, Locus desperatus, pp. 131, Einaudi 2024; euro 18,00

Eshkol Nevo, Legàmi a una svolta del tempo

Quando le cose cominciano a cambiare? E viceversa cosa facciamo quando sono appena cambiate? Eshkol Nevo narra questi due momenti nei venti racconti di Legami. Un figlio che accompagna il padre ammalato in un ultimo viaggio per assistere ad un concerto di Springsteen; una coppia affiatatissima costretta a tornare in una piccola città per far fronte ai costi della vita; una madre che fa visita al figlio abbandonato quand’era piccolo. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi perché Nevo predilige  in questa raccolta una prospettiva temporale  brevissima e, per l’appunto,  personaggi  la cui vita sta per subire un mutamento. E un mutamento affettivo.  I momenti topici quasi sempre promettono o negano ma  imprimono comunque una piccola o grande metamorfosi tra quelli che talvolta appaiono o sono “cuori affamati”, per riprendere il titolo puntuale del primo racconto, “Hungry Heart” e un protagonista sodale di Springsteen.

Meno drammi possibile

Il titolo “Meno drammi possibile” fa eco ai consigli degli psicologi in occasione dell’incontro di una madre con suo figlio lasciato all’altro genitore quando era ancora bambino. Dopo quindici anni Hannah vola da Toronto a Tel Aviv  per incontrarlo  trovando con lui l’intera  tribù parentale che tanto l’aveva impaurita da giovane. Ma intanto non può impedirsi di immaginare: «In ogni scenario che aveva immaginato nei giorni precedenti al loro incontro, lui aveva una reazione diversa: una volta teneva le distanze. Un’altra volta la abbracciava e la chiamava “mamma”. Un’altra ancora, particolarmente penosa, la sferzava con il “come hai potuto?” che doveva covare in cuor suo da quindici anni.» E invece è un gentiluomo, si informa sul posto in cui lei alloggerà, e «a ogni frase che lei dice annuisce e le rivolge un sorriso educato»;  è quasi tutto perfetto visto che madre e figlio non si conoscono. Ma andandosene a spasso con un tour operator si frattura una caviglia, viene ingessata e, imprevedibilmente, il soggiorno si prolunga, Hannah finisce ospite della tribù. La linearità della vicenda a questo punto prende però una strada diversa perché il gesto della donna di accettare l’ospitalità della famiglia, innesca una ricognizione nel passato destinata a un nuovo inizio.

Per ogni personaggio protagonista, Eshkol Nevo prende in consegna una tranche de vie ben circoscritta nel tempo dove le risonanze  dei gesti, delle azioni,  sembrano poterne  ricreare il profilo o rimettere altrimenti in gioco l’esistenza. E’ il caso del protagonista di “Zero tolleranza”, un marito innamorato della moglie, corretto ed equilibrato  nei suoi rapporti ma di tanto in tanto costretto a subire la violenza  gratuita della consorte, improvvise aggressioni e scoppi d’ira gratuita.  Oppure  è il caso della dialettica che si è instaurata  fra due anziani coniugi che hanno perso la figlia e sembrano ora vivere della propria reciproca  insofferenza (“Nel cuore del cinema”) fino a un evento inatteso.

Segmenti del tempo

Lo scrittore di La simmetria dei desideri e Neuland  ci ha abituati a una prosa tersa, spesso dialogica, ma questa volta Nevo aggiunge al periodare essenziale, l’impegno a dire subito il clima emotivo del personaggio e a farlo senza sottolineature espressive con disinvoltura  formale. Lo aiuta in questo percorso la suddivisione del tempo narrativo, una linea spezzata in segmenti brevi, talvolta in flashback o sottolineature a cui rinuncia in una solo racconto, non a caso tra i più brevi. La frammentazione dà certo modo allo scrittore israeliano di facilitare la lettura ma, soprattutto, diventa uno strumento eccezionalmente potente quando si tratta di mettere a fuoco le azioni dei personaggi e gli snodi della narrazione.

Eshkol Nevo, Legàmi, pp. 317, Gramma/ Feltrinelli, 2024; euro, 19,00

Haiku del giorno dopo

Circondato dal silenzio, definito da un’allusione morale, lo haiku è la forma poetica esotica  che ha avuto più ascolto in Occidente per quanto distante dalla nostra cultura. Niente sembra  più remoto dalla ridondanza di significati della lirica moderna. Eppure la  forma tripartita di questo genere, tra  enunciazione,  sospensione e chiusura, ha sedotto quasi come il frammento ungarettiano. Giorgio Moio, con Haiku del giorno dopo, sorprende dunque una volta di più non tanto perché poeta verbovisuale ma perché è stato negli anni Novanta il fondatore della rivista “Risvolti”, poi di “Frequenze poetiche” (proprio in questi mesi riprodotte in formato elettronico): la prima diretta alla rilettura della poesia d’avanguardia, tra Emilio Villa, Adriano Spatola, Edoardo Cacciatore, la seconda ugualmente fitta delle risorse della ricerca.Ma Haiku del giorno dopo sembra potersi leggere paradossalmente proprio in questa tensione, cioè nella creazione che si stacca dalle strade più frequentate.

Tradizione e modernità

Come ricorda nella prefazione Carmen Moscariello, Giorgio Moio si attiene alla forma classica dal punto di vista metrico, quello più severo: i versi procedono con cinque, sette e cinque sillabe, «un parsimonioso incedere sui sassi accidentati». Seguendo l’evoluzione della forma nel ‘900 giapponese, Moio non sempre accoglie invece il kigo, vale a dire il riferimento tematico alla stagione. Ma è per l’appunto da un secolo che la presenza di questo vincolo è stata lasciata a ogni singolo autore. Più stringente, nell’essenza del componimento, risultano essere invece l’ellisse, la concisione con o senza richiami alla periodizzazione del tempo e l’esclusione dei verbi della soggettività:

ascolta voce

canto d’onda marina:

il silenzio va

*

solchi di bianco

sulla neve caduta –

: poco colore

*

i frutti si colgono

nella provocazione –

: dell’attesa

Aldilà del tema stagionale,  negli haiku di Moio è presente quella del movimento. Mare, fiore, vento, frutto, sono oggetti sono trasferiti da una posizione ad un’altra, sia  nella accezione naturale, sia in quella traslata, così come accade al silenzio, alla neve e all’attesa (come provocazione) negli haiku appena citati. Lo stesso vale per questi versi:

semina sorte

acacia infiorata –

: sibila il vuoto

Qualche volta Moio fa del kigo o della scrittura un oggetto metaletterario e ironico: «qual è il kigo/ supremo dallo haiku- /: il caso del fico», frutto che in realtà è fiore e confonde due stagioni.

La filosofia

Secondo Roland Barthes lo haiku non vuole commenti. Con L’impero dei segni il semiologo prende in esame la tradizione nata nell’ambito del buddismo zen che con Matsuo  Bashō (monaco zen)  ebbe l’influsso forse più significativo su questo componimento. Ma in questo contesto svolge osservazioni in realtà estensibili a una vasta raccolta haiku affermando che  la forma lirica in questione non è una descrizione, non è un apologo in cerca di verità ma, viceversa, un evento. «La brevità dello haiku non è formale, lo haiku non è un pensiero ricco ridotto in forma breve, ma un evento breve che trova tutt’a un tratto la sua forma esatta.» Distante (più che esotico) dalla letteratura come è intesa in Occidente, lo haiku non avrebbe bisogno di essere carico di senso, né vorrebbe esserlo. Barthes cita questa traduzione di Bashō: «Come è ammirevole/  Colui che non pensa: “La vita è effimera”/ Vedendo un lampo.» Ciò non toglie che il genere abbia preso direzioni diverse e che mostri valenze etiche e metafisiche. Così quando leggiamo alcuni dei testi più densi di Moio, non ci sono remore nel recensirne il carattere morale e la densità del traslato che vi è inscritta:

della poetica

di un bocciolo di rosa –

: del resistere

*

succede pure

che una dalia appassisce

: ma non lo stelo

*

c’è una mosca

che saltando sul foglio –

: non si dispera

In quest’ultimo haiku l’implicazione pare proprio transitiva e meta letteraria. Qui il movimento non è solo quello della mosca: in absentia (ma non in contumacia) vediamo ogni autore nel suo laboratorio, proprio come Moio, là al suo tavolo, ancora una volta.

Marco Conti

Giorgio Moio, Haiku del giorno dopo, pp. 124, Bertoni Editore, 2024; euro 15,00

“L’altro nome” di Jon Fosse

Jon Fosse, premio Nobel 2023

«Memoria» e «buio luminoso» sono le parole su cui vortica ossessivamente il protagonista dei primi due volumi di Settologia, intitolati in Italia L’altro nome (La Nave di Teseo), dello scrittore e drammaturgo norvegese Jon Fosse, premio Nobel 2023. La trama è semplice: l’anziano pittore Asle, rimasto vedovo nel piccolo paese di Dylgia, riflette sul passato e sui motivi che l’hanno spinto a dipingere in un lungo flusso di coscienza, interrotto soltanto da un breve riposo simulato da due pagine bianche, che segna il passaggio tra le due parti del libro. In oltre 350 pagine accade davvero poco: qualche viaggio in auto fino alla città di Bjørgvin per consegnare quadri alla galleria Beyer, poche cene con il vicino pescatore Åsleik e il soccorso all’amico e collega Asle, in preda a delirium tremens.

Tutto il resto è un monologo, a tratti razionale e in altri delirante e onirico, che procede tra descrizioni della vita circostante e frequenti ritorni ai fantasmi del passato. Molti sono legati alla precedente vita coniugale e vengono trasfigurati dalla memoria del pittore, che lui stesso ammette essere «così scarsa» (p.340). Un’inaffidabilità profonda che spinge a credere che le persone raccontate, come il vicino Åsleik, il pittore Asle, l’ex moglie Ales o la sorella Alise, siano in realtà dei doppi: la spia linguistica è il nome uguale, o simile, di tutti loro. Forse ognuno incarna aspetti sepolti o rimossi della vita del protagonista, per opposizione (per esempio, la voce narrante ha smesso di bere, mentre l’amico artista rischia la vita per lo stesso vizio) o analogia (la compagna aveva la stessa passione per la pittura), che vengono affrontati in una follia tutta mentale.

«Buio luminoso»

Shin Bijutsukai (stampa xilografica)

Le immagini ricordano le silhouette con cui Harold Pinter, un altro premio Nobel, apriva i propri drammi. Figure che l’inglese cercava di ricomporre nel dipanarsi dell’opera, dimostrando man mano l’inaffidabilità dei ricordi umani e l’assoluta mancanza di trascendenza, messa in scena attraverso la sopraffazione, anche verbale, dei propri personaggi. Quest’ultimo aspetto pare assente in Fosse, che invece dà ad Asle un forte radicamento religioso (tanto che ci sono intere pagine di preghiere in latino e norvegese), che è legato all’avvicinamento autobiografico dell’autore al cattolicesimo. Lo stesso dipingere ha a che fare con il sacro, definito «buio luminoso»: l’artista crede che il bello dei suoi quadri risieda nei colori più scuri, capaci di emanare una luce visibile solo se si abbassano le tende della casa. Allo stesso modo, pensa che «persino nella malvagità peggiore esiste anche il contrario, che è la bontà, l’amore, sì Dio è presente anche lì pur essendo invisibile» (p.351).

«Questi dipinti sono depositati dentro di me sotto forma di immagini, sì, e quasi tutte sono connesse a qualcosa il cui ricordo mi provoca dolore, la luce è collegata al buio» (p.220). Se quindi il tormento interiore di Asle è legato alla compresenza di Dio nel bene e nel male, che prova da sempre a fissare sulla tela, anche l’immagine più enigmatica del libro lo è. Il «dipinto con le due linee, una viola e una marrone, che si intersecano al centro […] con uno spesso strato di pittura a olio, che è colata» (p.13), è fin dalle prime pagine fonte inesauribile di domande del protagonista, che non comprende perché l’abbia fatto, ma lo ritiene uno dei più importanti della sua produzione. Durante tutto il romanzo vengono fornite varie interpretazioni, ma la chiave di lettura più chiara resta una visione. Due giovani uomini, una donna con la gonna viola e un uomo con una borsa di cuoio marrone (ecco i colori delle due linee), giocano in un parco e fanno l’amore. I ragazzi, liberi e innamorati, sono il ricordo luminoso di un amore, quello di Ales e Asle, ora colato in un grumo di colore scuro. Ma allora è forse in quell’incrocio ormai sbavato dal tempo e dalla morte che sta ancora la vita: solo tramite quel quotidiano confronto con chi non c’è più, il pittore può ancora trarre la migliore arte e trovare un motivo per andare avanti.

Lorenzo Germano

Jon Fosse, L’altro nome – Settologia (I-II), pp. 368, La Nave di Teseo, 2021; euro, 22,00

La vera apologia di Socrate. Vàrnalis e le maschere della falsa democrazia

Il Socrate di Platone si preoccupa per il sapere degli ateniesi, quello di Kostas Vàrnalis della credulità politica. Il primo specula sulle leggi e commenta l’oracolo di Delfi che vuole Socrate il più sapiente degli uomini;  Vàrnalis impegna il filosofo sull’etica della pόlis greca. Così si capisce bene come, in ogni momento dell’apologia,  le calunnie contro Socrate siano poca cosa di fronte alla protervia del più forte e si capisce altrettanto bene perché il testo di Vàrnalis abbia, forse più di ieri, risonanze di attualità politica.

La vera apologia di Socrate e Il monologo di Momo, riuniti in un libro curato da Filippomaria Pontani  (Crocetti Editore),  sono per la prima volta tradotti in italiano benché Kostas Vàrnalis  (1884-1974) sia stato scrittore cruciale del primo Novecento greco, ammirato, tra gli altri, da Ghiannis Ritsos del quale era sodale. La spiegazione sta forse tutta nelle poche righe in quarta di copertina: «E’ stato il primo grande rappresentante della letteratura di stampo marxista in Grecia. Le sue idee politiche e culturali gli costarono vari richiami, un breve confino e il posto di insegnante e preside scolastico, che dovette abbandonare nel 1926 per intraprendere una precaria carriera di giornalista.»

Dall’idealismo al materialismo storico

Eppure l’esordio con le liriche di La luce che arde (1922),  sembrava percorrere i sentieri dell’idealismo di ascendenza romantica. Anche il secondo testo, Il monologo di Momo, procede da quella cultura svolgendo un dialogo  – che alle ultime pagine scopriamo fittizio, ovvero del tutto interiore –  tra Momo, Cristo e Prometeo. E’ impossibile dunque non citare, come fa il curatore, Prometeo Liberato di P.B. Shelley (1820), il Prometeo di Edgar Quinet (1838) e persino La scommessa di Prometeo di Leopardi (1824).  Momo per la tradizione antica greca era la divinità della critica; qui avversa la figura di Cristo per non aver insegnato agli uomini a combattere contro le ingiustizie e il potere («Noi non vogliamo Cesari!» gli dèi sono stati sempre dalla parte dei Cesari) e contrasta Prometeo intesa come figura che incarna la forza, ovvero il potere come un destino collettivo. In una delle ultime battute Prometeo  dice : «Così è stabilito fin dall’inizio del mondo: i poveri che lavorano non potrebbero reggere nemmeno un istante senza i padroni che danno loro il lavoro.» La dialettica tra il campione dei Titani e Gesù servirà invece a Momo per argomentare il proprio ateismo.

La vera apologia

Platone, per Vàrnalis, ebbe il torto di fare del filosofo condannato a morte un convinto idealista grazie alle opere di Senofonte e Diogene Laerzio. Secondo Filippomaria Pontani,  Vàrnalis predilige invece Le Nuvole di Aristofane dove trova un’atmosfera popolare consona al suo registro e che non pesa sulla storia del filosofo poiché la commedia venne scritta 24 anni dopo la condanna.  Del resto proprio la satira e la sprezzatura sono carattere dominante per la Vera apologia, quasi uno strumento per guardare il mondo. Ecco l’incipit: «Mentre parlavano gli accusatori (Meleto con la sua voce acuta e le mossette muliebri, nervoso come un usignolo; Anito con le orecchie grandi e le narici piene di peli; Licone con le tempie strette e lo sguardo torbido), i giudici seduti per terra, a gambe incrociate o accovacciati, masticavano bruscolini e sputavano i gusci sulla nuca di quello davanti. Ma i più, distesi lì a fianco, tenendo le scarpe per cuscino, russavano ritmicamente. »  E quando la parola tocca al filosofo, lo si sente sussurrare: « “E io che aspettavo che foste voi a difendervi, o Ateniesi!”. Tornò a sedersi e riprese a massaggiarsi il ginocchio sinistro.»

Kostas Vàrnalis e la moglie, Dora Moatsou (Archivio letterario e storico ellenico)

La voce narrante illustrerà meglio la posizione socratica nel paragrafo successivo quando i giudici, davanti all’atteggiamento distaccato dell’accusato, si risentono: «Ma ancor più si irritarono del fatto che in quel momento [Socrate] aveva disprezzato il bene più alto della democrazia: prima ti difendi e poi ti fanno fuori. Così che quando picchi un bambino e quello non piange, ti intestardisci e lo picchi ancora di più».  Diversamente da quanto accade nelle pagine della Repubblica di Platone, la nozione che qui si evince è che, nello stato ateniese, la giustizia è l’interesse del più forte e la democrazia «una tirannide mascherata». Nello stesso paragrafo (2.18), Varnalis insiste: «Perché scopo delle leggi non è punire i colpevoli, ma le vittime, e impedire ai derubati di rubare anch’essi.» Come nella vita dello scrittore, viene meno la fiducia nello spirito equanime, tanto che il mondo si divide per questo Socrate «in sazi e fessi», sempre a disposizione  della ricchezza.

Il mondo libero

Nell’introduzione Filippomaria Pontani chiarisce come lo scrittore greco arrivi a questa conclusione non da posizioni oligarchiche ma da una dialettica tra potere e sottomissione che ha conosciuto la dittatura militare e la distruzione delle libertà costituzionali. Tanto che in queste pagine sembra circolare quasi un’aura di profezia anche di fronte alla timidezza della democrazia attuale. Del resto, nel 1965 la raccolta di poesie Il mondo libero assumeva la storia della prima metà del secolo come altrettanti esempi di sottomissione dei popoli, ora con i regimi, ora con maschere più liberali e democratiche ma sempre fatte per controllare e derubare. Tra i falsi salvatori, chiosa infine Pontani, «non v’è dubbio, Vàrnalis avrebbe annoverato anche la stolida e spocchiosa Unione Europea dei primi anni Duemila, e i suoi tanti complici nel Paese.» Né il presente ha ancora saputo dar torto a Vàrnalis.  Mai come oggi La vera Apologia di Socrate urla di indignazione ad ogni latitudine.

Marco Conti

Kostas Vàrnalis, La vera apologia di Socrate. Il monologo di Momo, pp 163, Crocetti Editore, 2024; euro 16, 00

Il caso Augusto Blotto, una nuova opera e un’opera nuova

Augusto Blotto, scomparso il 29 maggio a Torino, è stato forse l’autore più prolifico del Novecento italiano e uno dei meno noti fino al nostro nuovo secolo quando la critica ha iniziato a valutare più approfonditamente i suoi testi, 27 opere a stampa, a cui si aggiungono altrettanti inediti, tutti corposi …

Prima dell’oblio, una graphic novel

Che cosa accomuna appuntamenti, scadenze e traumi personali? Quasi nulla, se non che si tratta di molle che quotidianamente spingono le persone a ripensare routine e obiettivi di vita. Senza di loro, molti starebbero a dormire tutto il giorno appollaiati sul divano, guardando film o serie tv, oppure scrollando di continuo il telefono. Figurarsi allora quanto un cataclisma naturale possa impattare sulle nostre esistenze, tanto da mandare in crisi le credenze e speranze maturate fino a quel momento. Ed è da questo assunto che si dipana la trama della graphic novel Prima dell’oblio, pubblicata dalla casa editrice Add con la traduzione di Sara Prencipe. In questo gioiellino l’illustratrice francese Lisa Blumen mette in scena una serie di povere creature alle prese con la fine del mondo, a poca distanza dalla collisione della luna con la terra. Un evento che nemmeno l’ultima missione umana, indetta per deviare il satellite dall’onda gravitazionale terrestre, ha potuto scongiurare. E quindi scoppia il panico.

Addio, luna in ciel

Non è la Luna a cui «bisogna crederci per forza» di Cesare Pavese, né quella dal volto umano di George Méliès, colpita in un occhio da una navicella di scienziati in una delle prime pellicole della storia del cinema, ma piuttosto una sfera inanimata che incombe sulla Terra, costringendo le persone a fare i conti con se stessi. Una sorta di Godot che prima o poi arriverà a metter fine alla millenaria storia dell’homo sapiens. Una consapevolezza che atterrisce, ma che per alcuni diventa un evento liberatorio, capace di dar sfogo a desideri sopiti. I personaggi che prendono vita nei dieci capitoli del volume – diversi per età, sesso, formazione e condizione economica – rappresentano una scala di sentimenti diversi che va dal fingere che non sia successo niente al darsi alla gioia, fino all’unirsi in gruppi di estranei per farsi forza e trovare un rifugio. Il tutto in un mondo in preda al caos, in cui forze di polizia cercano di prelevare gli ultimi superstiti dalle proprie abitazioni per un’obbligatoria evacuazione, chissà poi dove.

Ultima festa dell’umanità

In questo mondo grigio, interrotto solo da qualche stinto rosa o giallo, per mimare quel buio da cui i personaggi si difendono con futuristici occhiali, regnano le scelte individuali, spesso opposte tra loro, che mettono in relazione i personaggi e li portano fuori dalla loro zona di comfort. «Pensavo che sarebbe stata l’anarchia totale, tipo ognuno per sé, hai presente … e invece le persone si rispettano molto», dice un ex poliziotto, che decide di partecipare alla Festa (per la fine) dell’umanità tra droghe e sesso. A sconvolgere il lettore, non è tanto la ricerca di rimedi estremi per le ultime giornate dei personaggi, quanto il ritrovamento dei nostri migliori sentimenti. C’è lo scambio tra una donna incinta e una direttrice di musei nel segno della bellezza dell’arte e del mistero della vita, che nessuna delle due aveva mai preso in considerazione, così come quello di un gruppo di bambini e adolescenti con un vecchio solo, che ritrova finalmente un’unità familiare. Ed è nel finale che si sancisce l’unione degli opposti con l’amore libero, quando due ragazzi passano una notte insieme, in seguito a un match su una piattaforma d’incontri: lui, da sempre troppo timido trova il coraggio di esplorare la sessualità, lei di sentirsi viva dopo anni di malattia, ora in recessione. Poi ognuno andrà per la sua strada, o forse cadrà soltanto nell’oblio come tutti.

Lorenzo Germano

Lisa Blumen, Prima dell’oblio, pp 284 a colori, formato 17×24, Add Editore, 2024; euro 25, 00

Auster: L’arte della fame

«Ancora oggi il senso di perdita è quasi insopportabile»: Paul Auster chiude così le sue brevi pagine dedicate a Franz Kafka, affettuosamente rievocato sul letto di morte mentre corregge le bozze di Il digiunatore, sofferente di una tubercolosi alla laringe che gli impedisce di bere e mangiare. Auster ne scrive con appassionata intelligenza in un libro di letture e note critiche dal titolo amaramente programmatico: L’arte della fame (Einaudi). Non sorprende che l’autore della Trilogia di New York dedichi due intensi capitoletti a Kafka. Paul Auster non solo è lo scrittore statunitense di sensibilità letteraria più marcatamente europea che oggi sia dato di leggere, ma è anche in certo modo un “nipote” dell’autore ebreo-praghese. Tutte le maggiori narrazioni di Auster portano con il loro percorso a una sorta di esilio, di emarginazione, spesso di spogliazione: dal protagonista di Mister Vertigo all’investigatore della trilogia, all’uomo in fuga di La musica del caso. Non solo. In Auster si percepisce il senso di straniamento come autentico “luogo” rivelatore di una condizione esistenziale.

Wolfson, Celan, Jabès

Non sono le sovrastrutture o i codici morali le coordinate entro cui i personaggi del suo romanzo amano e vivono, ma lo sono la ferocia e la follia nella cornice precaria della mondanità, delle convenzioni, del potere. Il mondo appare nelle sue pagine un po’ come appare il Castello agli occhi del protagonista, cioè dell’agrimensore di Kafka, oppure tramite quelli dell’adolescente ingenuo di America. Sarebbe però del tutto fuorviante leggere L’arte della fame solamente come lo specchio delle predilezioni di un grande autore. Il libro, fitto di osservazioni formali esplicitate senza sicumere filologiche, presceglie tematiche poco frequenti: l’uso del linguaggio nello scrittore schizofrenico Louis Wolfson, la presenza incombente della morte nella poesia di Paul Celan, le qualità estetiche nella poesia francese del Novecento. Queste ultime vengono evidenziate per chiarire alcuni aspetti salienti del linguaggio lirico moderno con autori come Pierre Reverdy, Jacques Dupin, André du Bouchet, Edmond Jabès, autori non facili ma essenziali per comprendere  come anche le forme della poesia possano divenire oggetti di sensibilità, sentimento, pensiero.

«La ricchezza produce povertà»

Come ogni scrittore autentico, Auster non divide la propria vita dall’arte. Così questo suo libro è fitto di incisi personali, di trame letterarie e biografiche, persino di note politiche e sociali come nel saggio “Pensieri su una scatola di cartone”, dove si racconta la nuova montante arroganza del potere economico. «La ricchezza- chiosa Auster – produce povertà», con ciò ribaltando l’assunto chiave delle politiche liberali e liberiste. E’ del resto il commento appropriato di un intellettuale che a lungo è vissuto di pochissimo alle più sordide discriminazioni, oggi molto spesso tramutate in diritto.

Marco Conti

Paul Auster, L’arte della fame, trad. M. Bocchiola, Einaudi, 2002

Marco Conti, La Nuova Provincia di Biella (Società e Cultura), 30.08.2003, p. 19

L’ordine sostituito, ovvero la letteratura dell’inclassificabile

Ventotto testi di ventotto autori riuniti sotto la sigla editoriale déclic che, con il sostantivo francese, chiarisce uno degli aspetti più rilevanti del progetto di scritture: déclic come scatto, ma anche come lampo e intuizione. Il curatore, Carlo Sperduti,  ne è anche l’editore. Sperduti  illustrando il suo progetto a un quotidiano, ha  precisato: «Le scritture ibride sono per me quelle più interessanti e privilegerò le opere che devieranno dai solchi già tracciati». Detto e fatto. L’ordine sostituito mette le ali al linguaggio quotidiano, accosta i sentieri del gioco, destruttura la narrazione in brani allusivi, amplificando talvolta l’ordinario fino all’allegoria irrelata o, altrove,  ponendo il quotidiano al servizio dello humor.

Le voci, le declinazioni

René Magritte, Il principio del piacere

La pluralità di tensioni narrative messe in atto dalle narrazioni rende pressoché impossibile individuare un percorso comune esterno alla manipolazione del linguaggio e alla decostruzione. Forse bisognerà però precisare che una lettura che cerchi la contaminazione e l’ibrido non coglierebbe l’essenziale perché in nessun caso i generi vengono, nello spazio di poche pagine, correlati con un’alterità letteraria canonica. Può valere come filo rosso, oltre a quanto detto, l’uso di un lessico basso, un parlato che frequentemente incontra il monologo orale (Gunther Maria Carrasco, Angelo Calvisi, Cristina Pasqua, Alfonso Lentini, Antonio Francesco Perozzi, Giovanni Blandino , Eda Öznakay), con lievi scarti verso registri diversi anche tra gli altri autori. Di pari passo è frequente la tendenza a frammentare il tema della narrazione fino a renderlo evanescente: così in Il Pegaso alato di Luciano Neri, dove  Pegaso è metafora e moneta da collezionisti in un contesto balneare e surreale; così in Dieci carrozze tra Cortàzar e Mihăileanu, Francesca Perinelli  frammenta invece la narrazione di un viaggio di deportazione, fermando l’attenzione sullo spazio-tempo con un effetto straniante: «allontanarsi/ gli uomini porteranno da me il giorno sloggiato dall’oscurantismo, non se hai guai come tutti, però hai visto come proprio sopra di noi andava tutto indietro? non siamo più deportati.» In Due notizie, tre didascalie, Eda Öznakay corteggia  la satira.  Tra gli oggetti narrativi dell’autrice ci sono lampade da tavolo investite dalla prosopopea linguistica, dai cliché lessicali mediatici  e politici: «Sembrerebbe che anche sul nostro territorio, nell’ambito del progetto di riqualificazione straordinaria, gli abat-jour siano stati introdotti per ragioni psicologiche: “Nuovi standard”, si legge nell’ordinanza.»  Ugualmente interessante è l’esperienza di Antonio Francesco Perozzi che in scioglicalcare, si mette al servizio della mera oggettualità e del piacere dell’elencazione aggiungendo, via via in progressione, gli elementi del discorso: prima gli oggetti di scena, poi un retroscena dove  compare il tempo narrativo, quindi l’azione ed, entrando nel bosco fitto della narratologia, la trasformazione: «Lo scioglicalcare fa uscire le schegge della porta, i nodi, ciò che era nascosto dalla vernice. Il mobile lungo si buca e mostra il contenuto dei cassetti e degli sportelli»…L’intento è ludico e l’effetto surreale. Gianluca Garrapa con I frammenti di Rasmussen diverte invece attraverso “stringhe narrative” numerate che nascondendo il soggetto si concentrano sul verbo con un lessico ricco, denso di traslati cui non sembra estraneo l’intento caricaturale di certe ellissi poetiche azzardate: «4. aborre l’economia delle genti, affoga visioni pentecostali, cromatizza mostri interiori, brama malattie mortali. Preludio. Embolo. Salto.»

Più risolti in termini narrativi, più vicini al bozzetto d’autore, appaiono i testi di Cristina Pasqua predatori; di Marco Giovenale, Scendi, e di Leonardo Canella Un prelievo in nughetta.  Gli altri autori dell’antologia sono Sandra Branca, Luigi di Cicco, Paola Silvia Dolci, Arianna Fiore, Rosine Inspektor, Valentina Murrocu,  Emanuele Mascolino, Andrea Piccinelli, Maria Teresa Rovitto, Francesco Scapecchi, Roberta Sirignano, Antonio Syxty, Damiano Torre, Antonio Vangone, Luca Zanini.

“SpuntiSunti”

Massimo Gerardo Carrrese, SpuntiSunti

Quasi contemporaneamente Déclic ha pubblicato un testo di Massimo Gerardo Carrese, studioso di fantasiologia, autore di Il grande libro della fantasia (il Saggiatore) che qui  nelle pagine di  SpuntiSunti prende in consegna gli indizi di un immaginario proiettato nella quotidianità, tra minuzie irrilevanti e domestiche, pensieri nell’immediatezza delle azioni più elementari e degli oggetti circostanti o evocati nella memoria. Ma ciò che mette fin dal principio il lettore in una dimensione narrativa è il registro ripetitivo delle locuzioni (quasi una ecolalia della mente se si potesse dire così) messo in atto da un periodare monologante e grammaticalmente straniato quando non sconnesso. Ecco l’incipit: «Io ancora non trovo un cibo senza ingredienti. Ho trovato una scatola d’orzo dove è scritto ingredienti: orzo. Che poi è scritto al plurale ingredienti ma c’è una cosa sola dentro, cioè l’orzo. E già questa cosa mi fa pensare.» Oppure  muovendosi la voce narrativa ancora nel perimetro della casa: «Dal balcone di casa che studio con il balcone aperto oggi perché c’è il sole anche se è fine anno e che entra dentro il sole e il fine anno pure.» Capitolo dopo capitolo,  lo humor non ha requie: «Ci sono degli slip dove che c’è scritto uomo, sul bordo degli slip, che sono slip maschili, che a me pure a me mi capita di avere questi slip […]».

L’attenzione e l’immaginario creano la pagina attraverso la minuzia, la banalità, estendendole, sostanziandole in assenza di prospettiva. La scena insomma è sempre fatta di inezie come accade del resto nei micro testi di L’ordine sostituito, dove si comprende meglio come “l’ordine” a cui si allude è un nuovo, ridottissimo orizzonte. Ma resta da comprendere se questo è un punto di arrivo o di partenza o entrambi.

Marco Conti

AA. VV. L’ordine sostituito (a cura di Carlo Sperduti), pp. 145,  déclic edizioni, 2024; euro 16,00

Massimo Gerardo Carrese, SpuntiSunti, pp. 121, déclic edizioni, 2024; euro 15,00

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