Il gallo di Notre-Dame de Paris

Dopo l’incendio della cattedrale, tra le macerie è stato ritrovato il gallo della guglia più alta. Il suo significato per la religione cristiana. Le immagini e i simboli nel mondo greco-romano e in quello giudaico. Rabelais racconta le qualità del gallo bianco.

Manoscritto medioevale

Sull’estrema guglia del campanile di Notre-Dame svettava una volta un gallo con il becco aperto. Il 15 aprile 2019, quando la cattedrale venne avvolta dalle fiamme, l’ultimo pensiero fu quello di trovare intatta la scultura di rame. Il giorno dopo invece un restauratore la  scoprì tra le macerie. Prima o poi il simbolo del risveglio dei parigini è quindi destinato a tornare al suo posto. All’interno della scultura dovrebbero esserci le reliquie di Santa Geneviève, di San Domenico e una spina o un frammento della corona di Cristo… Reliquie come in diversi altri campanili muniti di un gallo.

La storia è lunga, così lunga che c’è da stupirsi che nessuno ne abbia raccolte le tracce…Un primo simbolo, il più ovvio, è quello costituito dall’abitudine di collocare un gallo sul campanile, il punto più elevato del tempio. In Italia ha qualche notorietà il gallo della cattedrale di Brescia del IX secolo, che ormai da tempo si trova nel museo cittadino. A Winchester un altro gallo vegliava sulle giornate e come quello di Brescia indicava la direzione del vento; l’antica cattedrale di Vercelli ne porta uno. Ma, naturalmente, le chiese che lo avevano innalzato erano un tempo innumerevoli benché l’uccello avesse poco a che fare con la meteorologia.

Il canto del gallo

Per il mondo cristiano il gallo è stato l’emblema della Resurrezione attraverso la percezione dei valori simbolici della notte e del giorno e le allegorie conseguenti. Il suo canto annuncia il mattino e l’animale è un combattente e difensore coraggioso del suo territorio. E’ anche un uccello collegato ai miti della fertilità.  In Piemonte i contadini dicevano che s’iniziava il lavoro dopo il canto del gallo e che per avere figli maschi occorreva accoppiarsi quando cantava.

Il gallo di Notre-Dame

Le sue valenze religiose e prima ancora magiche sono perlomeno quattro: la prima legata alla positività del Giorno (mitologicamente  l’animale favorisce quindi la vittoria sulla Notte e sugli spiriti incubi); la seconda associata al suo carattere pugnace; sotto un altro profilo l’uccello è abbinato alla virilità fecondante; ma infine lo è anche rispetto all’ espiazione: lo mostra soprattutto la religione ebraica il giorno precedente lo Yom Kippur quando può essere dato in regalo per la cerimonia di kapparot ( può essere anche una gallina se a donare è una donna, oppure un oggetto o, ancora, un sacchetto di denaro). In questo caso il gallo viene fatto roteare, vivo, sopra la testa del donatore e poi macellato secondo le regole kosher. Chi lo ha avuto in dono lo consumerà nel pranzo che precede Yom Kippur. Un particolare interessante è che si tratterà simbolicamente di un gallo bianco.

Una cresta di gallo contro gli incubi

Mosaico: il gallo in lotta contro la tartaruga (Aquileia)

Amuleti, sepolcri, cammei e armi, o scudi, rappresentavano il gallo sia nel mondo antico che in quello cristiano. Per contro la magia risalente dal mondo pagano consigliava di custodire la cresta del gallo per proteggersi dalle notti tormentate dagli incubi (è appena da rilevare che in passato gli incubi erano entità autonome, spiriti, non semplici manifestazioni di paura notturna). Ugualmente l’ingestione dei testicoli del gallo  avrebbe consentito alla donna che li ingeriva di partorire un figlio maschio. Forse per queste ragioni lo si trova associato a Demetra, divinità della terra fertile e al mito collegato di Persefone, ed infine ad Ares, dio della guerra.
La cresta del gallo, o cresta d’oro, ha nelle leggende nordiche e norrene il ruolo di sorvegliare il ponte dell’arcobaleno, al termine del quale si stende il territorio degli dei. In Cina ha un potere apotropaico (allontana cioè il male) e non lo si può mangiare.

Tempo e latitudini

Persefone e Ade in trono: il raccolto e il gallo attendono il ritorno della primavera

Ma queste sono ancora piccolezze. Tra i Greci e i romani il gallo bianco era consacrato rispettivamente a Zeus e a Giove; era considerato il Bene e con quest’aura diventò  l’uccello di Apollo e prima ancora di Elio in considerazione del suo canto in concomitanza con la fine della notte. Un crocevia, quest’ultimo in cui le due simbologie, greco-romana e cristiana,  si sposano. Non si hanno documenti letterari del passaggio delle credenze inerenti il gallo dal mondo romano a quello gallico, ma è un fatto che la fierezza dell’animale come la sua fecondità siano diventate un simbolo per i celti continentali. Un’insegna celtica di rappresentanza,  scolpita in un bassorilievo di Strasburgo, raffigura questo uccello, così come lo si trova inciso in alcune monete e nei gioielli trovati nelle sepolture gallo-romane.

Le profezie

Marc Chagall, particolare

Galli e galline sono stati per loro sfortuna anche animali vaticinatori. Lo ricorda Rabelais raccontando come un imperatore seppe in anticipo il nome del suo successore attraverso un gallo sgozzato. Nella provincia di Nantes – ancora nel Novecento – quando si andava ad abitare una casa nuova era consuetudine sgozzare una gallina nera sul camino e spargere poi il sangue sulla soglia della casa. Il rito doveva allontanare il male (in pratica si evidenzia lo stesso valore apotropaico rilevato con il mondo cinese). Come per il serpente favoloso, il basilisco e altri rettili della tradizione popolare, si diceva inoltre che il ventriglio di un gallo castrato poteva contenere una gemma, la quale dava al suo possessore una saggezza impareggiabile.

Haggadah di Pasqua ashkenazita, XV secolo (manoscritto)

A proposito del gallo bianco, Rabelais scrive alcune pagine eloquenti. Parla di ciò che è simbolizzato dai colori bianchi e azzurri nel decimo capitolo di Gargantua. Dopo aver spiegato che il «bianco significa dunque gioia, lietezza e allegria» passa in rassegna la tradizione antica greca e romana. A questo riguardo pone la domanda che si fece Alessandro Afrodisio: « Perché il leone, che col suo solo grido e ruggito atterrisce tutti gli animali, teme e rispetta unicamente il gallo bianco?»

Il racconto di Gargantua

Lo scrittore risponde con un’altra citazione di Proclo tratta da de Sacrificio e Magia: «ciò avviene perché  la presenza e virtù del sole, che è l’organo e prontuario di ogni luce terrestre e siderale, è più simbolizzante e conveniente al gallo bianco, sia a causa di questo colore che per la sua proprietà e qualità specifica, che non a un leone. E dice in più che in forma leonina si sono presentati spesso i diavoli, i quali alla presenza di un gallo bianco si sono subito dileguati.»

I Galli secondo Rabelais

Rabelais si lancia oltre. Subito dopo scrive persino che «questa è la causa per cui i Galli (cioè i Francesi, così chiamati perché sono per natura bianchi come il latte, che i greci chiamavano gala) volentieri portavano piume bianche sui berretti; giacché sono per natura allegri, candidi, graziosi e beneamati; e per loro simbolo e insegna hanno quel fiore che è bianco più degli altri, che è il giglio » (trad. Mario Bonfantini, 1953 e 1993, Einaudi).

A questo proposito, cioè sulle origini del nome della popolazione, Rabelais inventa (1), ma non del tutto, perché il sostantivo e l’aggettivo, due secoli prima si trovano nella Cronica di Giovanni Villani, fiorentino, il quale sostiene che i Galli sono chiamati così «perché eran biondi». Il che non è granché, ma intanto si capirà che il gallo verdastro di rame di Notre-Dame, dopotutto non contiene solo le reliquie.
m.c.

(1)gr. Γάλλοι; lat. Galli, verano chiamati i sacerdoti della Gran Madre degli dei, Cibele (il nome deriverebbe dal fiume Gallos, in Frigia). 
 
Il restauratore francese che ha recuperato il gallo della cattedrale parigina. Foto da Twitter di Jacques Chanut, presidente dell’associazione francese dei Costruttori (la Repubblica, 16.04. 2019)

Il gomitolo dei saperi

Una leggenda di stregoneria mette in evidenza il potere della parola nel mondo sacro

Miniatura del XV secolo: la vita dei campi intorno al castello

A Camburzano, nel Biellese, le nuove adepte della stregoneria potevano comandare un gomitolo. La lana intrecciata serviva a “legare”, a stringere, a unire o isolare. Ma se la nuova strega appena investita di questa possibilità non sapeva cosa chiedere al gomitolo, essa che perdeva per sempre il potere di farlo.
La leggenda è uno di tanti riscontri del mondo magico-popolare, un microcosmo in cui l’immaginario si faceva strada dentro la scena più ampia dei riti e delle credenze sopravvissute e risalenti dal mondo pagano.

Tra storia e tradizione orale

Martin Le Franc, Les champions des dames, 1451. La strega a cavallo della scopa in una miniatura in margine al manoscritto.

In fondo la stessa figura della strega, prima di essere reinterpretata dal mondo cattolico, individuava semplicemente una operatrice magica. La strix partecipava al sapere popolare già nelle pagine di Apuleio.
Nel merito i riscontri sono così numerosi che non mette conto di citare la sterminata bibliografia che li illustra. Si potrebbe tutt’al più indirizzare il lettore verso gli autori classici, come Apollonio Rodio, Apuleio, Plutarco, Ovidio, o medievali (Isidoro di Siviglia, Gervasio di Tilbury, Olao Magno), oppure ancora chiamare in causa non le semplici testimonianze del tempo ma la speculazione storica ed etnologica: da Carlo Baroja, a Franco Cardini, a Carlo Ginzburg, solo per citare i primi anziché i secondi e i folkloristi importanti come Van Gennep (non sempre questi ultimi di facile reperibilità). Un’attenzione del tutto bibliografica e strumentale.

Lévy-Bruhl e la mentalità prelogica

Una incisione xilografica del testo di Olaus Magnus, Historia de gentibus septentrionalibus (1555)

Vale però la pena di precisare che, in quel mondo qui richiamato, così come nelle popolazioni senza scrittura (e non solo in queste), la magia implica una costrizione dell’operatore verso il trascendente e da parte dello stesso spirito, antenato o divinità invocata. Lo stesso accade con la formula pronunciata, cioè la parola, la formula rituale, l’incantesimo.
Le radici di questo atteggiamento vennero indicate dall’antropologia di Lucien Lévy-Bruhl col concetto della “mentalità prelogica”. La definizione che voleva essere esplicativa rispetto alla presunta mentalità cartesiana occidentale, col tempo è stata superata perché fuorviante. I primitivi, come gli operatori magici delle civiltà dotte (dall’Egitto alla Grecia, da Roma al mondo celtico e norreno) utilizzavano e usano procedimenti perfettamente logici nella vita quotidiana, nella tecnica, nei “saperi”. Il sacro rivela tuttavia l’incontro dell’ immaginario con la ragione, dell’esperienza con la fede, un po’ come accade nella pratica della poesia, crocevia di cultura e dettato subliminale.
Ecco allora che un oggetto metaforico come un gomitolo può diventare un incantesimo, un modello rituale, una leggenda o il braciere di un discorso lirico.


Il corvo, la volpe e la battaglia della notte

Il Grande Corvo. Nunavut, Clyde River (Canada). Scultura in osso di balena. Musée des Confluences, Lyon, 2019. F.to G. Savino

La storia

Molto tempo fa un diluvio aveva messo fine all’umanità. Le terre erano buie, il mondo era precipitato nell’oscurità. Un corvo che volteggiava inutilmente nel cielo senza poter trovare né cibo né pace, scorse allora la volpe e cominciò la battaglia. Lui aveva bisogno di poter vedere; la volpe aveva bisogno della notte per la sua caccia. I suoi occhi bucavano la tenebra e in tutto quell’intrico di pece, ecco che spuntava un topo, un uccello, persino un pollo. Un bel giorno iniziò la guerra ma poi anche la guerra finì per stancare sia la volpe che il corvo. Allora si misero d’accordo. Fecero pace e divisero il buio e la luce. Fu così che nacque il giorno.

La leggenda di Nunavut

Nell’arcipelago artico canadese, Nunavut è uno dei lembi di terra più solitari che si possano immaginare. Oggi ci vive poco più di un migliaio di persone. Eppure l’archeologia ha individuato testimonianze di cultura che hanno perlomeno 4.000 anni. Secondo le ricerche fatte si può inoltre dedurre che l’arcipelago e l’isola di Baffin fossero in contatto con le antiche popolazioni norvegesi, le quali, nelle loro saghe, avrebbero chiamato Helluland il territorio costiero dei Nunavut. Gli inuit vi vissero tra il 500 a.C. e il 1500 confondendo poi la loro tradizione con la cosiddetta “cultura di Thule”.

La leggenda del corvo e della volpe dà conto di un mito universamente diffuso in modi straordinariamente diversi, dove la luce del giorno è intesa come una conquista rispetto al caos e al buio originari. Nel breve saggio In principio era la notte, ripreso in questo sito, si possono leggere diverse versioni mitiche del paradigma: da quelle sudamericane e africane a quelle europee.

La soavissima cannabis

Bagnara, Ravenna, gramolatura della canapa. Foto E. Pasquali

C’è sigaro e sigaro. Quello che il bisnonno e il nonno compravano in farmacia era una “Specialità farmaceutica Carlo Erba, di Milano, ed era un sigaro di “Canape Indiana”. Si fumava per curare l’asma, o per dormire, almeno fino agli anni Trenta del Novecento. Non c’era neppure bisogno di ricetta. I rischi? Un sonno profondo, sogni,rilassamento. Ma se in quegli stessi anni del secolo scorso abitavate a Sala Biellese, a Torrazzo, a Mongrando, a Candelo, poteva capitare, verso metà estate e più oltre, di avvertire un profumo insolito nelle strade e, più forte ancora, nei campi. Poteva anche succedere di vedere tre o quattro ragazze, o donne, o anziane, che ridevano a crepapelle sopra una buca  dove battevano vigorosamente dei fasci d’erba. Era proprio a quell’altezza, sulla fossa di macerazione, che il profumo si sentiva e aveva l’effetto di uno scacciapensieri naturale.




Sono la pipa d’un autore;
si vede guardando la mia faccia
cafra o abissina,
che è un gran fumatore il mio padrone.
Se è colmo di dolore
Fumo come una capanna fuma
dove si prepara la cucina
per il ritorno del coltivatore.
Gli cullo e avvinghio l’anima
nella voluta cilestrina
che sale dalla mia bocca in fiamme
e le spire sono un balsamo potente
che incanta il suo cuore e lenisce delle fatiche il suo spirito.


Charles Baudelaire, “La pipa“, da I fiori del male (trad. M. Conti)

Canapa dei campi e canapa in farmacia

Stigliatura della canapa

Il lavoro duro veniva dopo, nelle “scrigne”,  per lo più in seminterrati dove si sentivano battere i telai della canapa.
Non era proprio la stessa canapa del farmacista. I botanici la definiscono Cannabis Sativa L. del tutto simile a quella orientale, ma meno ricca di principi psicotropi rispetto alla varietà Indica, cioè alla specialità farmaceutica Carlo Erba di un tempo e a quella del mercato clandestino di oggi.
Eppure il medico e botanico biellese a cui sono intitolati i giardini della città, cioè Antonio Maurizio Zumaglini (1804-1865), un giorno decise – come si direbbe oggi – di “farsi una canna” con la canapa biellese e scrisse nella sua Flora Pedemontana: “Io ne trassi un grande giovamento per la cura della nevralgia dei nervi iliaci del femore sinistro, per l’insonnia e per i fastidi della vita. Pertanto esorto i medici affinché facciano grande uso di un rimedio facilmente reperibile ovunque, facilmente preparabile e troppo sin qui tenuto in dispregio”.

Sono uno sballato, rotolo l’anima nell’erba amica
Sballato Sballato non porto Niente addosso tranne Dharma nel deretano
Sììì tutti voi sballati ascoltatemi! Voi laggiù della media borghesia!

Ohi sballato ricco quand’è che cambierai i regolamenti?
Ehi sballato in bolletta iscriviti al Partito Rivoluzionario Socialista altrimenti
Legalizzeranno l’esistenza, ognuno cavalcherà un grande cavallo bianco

Allen Ginsberg da “Poesie da cantare. Primi blues” Lato Side 1979 (trad. C. Corsi)

Zumaglini, una ricetta per sognare

Mulino di Soprana (Biella), rete museale. La ruota alimentata dall’acqua serviva per macinare le granaglie ma lo stesso mulino abbinava anche una macina di arenaria che consentiva di polverizzare le parti morbide già sottoposte alla macerazione. Rimaneva il “tiglio”, il quale veniva battuto e poi “pettinato” su un tavolaccio irto di chiodi. Il processo si concludeva con la filatura della fibra migliore; la seconda selezione era destinata alla fabbricazione di corde, e la terza per usi diversi. Più sotto, al termine dell’articolo, compare l’immagine della macina del mulino di Soprana.

Forse al “dispregio” aveva contribuito la fama della canapa orientale in una società della penitenza come quella occidentale. Lo stesso Zumaglini parlando della storia della cannabis e ricordando l’uso che ne fanno arabi e indiani, scrive che l’erba “rallegra l’animo, produce sogni soavissimi, dissipa gli affanni, lenisce i dolori e stimola i sensi languenti. Io ne esplorai le virtù sue e preparai con l’erba fresca una tintura, la quale con l’aggiunta di un pochino di laudano eccitò sogni erotici soavissimi e acuì la sessualità”.
In quegli anni la coltivazione della canapa della varietà “sativa” era largamente diffusa nel Biellese, nel Canavese e in varie altre parti in Italia, in Svizzera, in Germania.

La droga è sempre un surrogato. E precisamente un surrogato della cultura. […] la droga viene a riempire un vuoto causato appunto dal desiderio di morte e che è dunque un vuoto di cultura. Per amare la cultura occorre una forte vitalità. Perché la cultura – in senso specifico o, meglio, classista – è un possesso: e niente necessita di una più accanita e matta energia che il desiderio di possesso.

Pier Paolo Pasolini, “La droga una vera tragedia italiana”
da Lettere Luterane, Garzanti, 1975

I telai biellesi per la canapa

Stigliatura della canapa. Qui la macina è sostituita da un altro sistema di scarificazione attraverso pulegge azionate tramite un nastro da una macchina a vapore.

Ma le coltivazioni italiane a quanto risulta dagli studi successivi, fornivano un prodotto tessile migliore. Sala e Torrazzo erano i centri di tessitura più attivi. Fino a pochi decenni fa poteva capitare di vedere nei campi gli affossamenti dove si macerava la canapa prima di essere triturata con le macine di pietra. Le buche erano chiamate “gorgh dla canva”, ed era lì che gli effluvi producevano quegli effetti euforici che il botanico definisce “soavissimi”.
La coltura della canapa tessile era così diffusa che a Sala, fin verso gli anni Cinquanta, quasi ogni famiglia aveva un telaio. A Torrazzo, già nel 1720 si contavano 86 telai per canapa su 950 censiti in tutto il Biellese. In Vallestrona, a Trivero e a breve distanza, a Soprana (vedi sopra il mulino della canapa), è attestata la coltivazione. A Trivero, nel XVI secolo, la coltivazione della pianta produce venti sacchi di canapa all’anno. Un’inezia, tuttavia, se si pensa che lo stesso comune produceva in quel periodo 620 sacchi di castagne.

Olio, carta, sapone, corde, cibo, lumi

Il primo libro a stampa, la Bibbia di Gutenberg venne stampato nel 1453 su carta di canapa. E’ la ragione principale per cui il volume ha potuto vivere senza eccessivi danni per la metà di un millennio. Così come le pergamene ricavate dagli strati sottostanti le cortecce o dalle stesse cortecce, la carta di canapa è la più resistente. La carta ricavata dagli stracci di canapa venne usata fino al primo Ottocento. Chi si occupa di libri antichi osserva come a partire dall’uso della lignina per la fabbricazione delle carte, i libri si deteriorano per umidità, muffe, microorganismi.

Del resto, dalla cannabis, oltre ai benefici effetti euforici, e ai tessuti più resistenti, si ricavavano molte cose: i semi erano cibo per gli uccelli, per il pollame, e l’olio ottenuto dai semi serviva per ungere la lana, per fare saponi, per illuminare le lanterne; le fibre erano utilizzate per ottenere non sole corde, e oggetti di corda, ma una carta pregevole e molto resistente. Fino al primo Ottocento la carta più resistente mai prodotta era fatta con stracci di canapa. Di canapa erano infine certi bastoni da passeggio che usavano le ‘Dame’.
La repressione dell’uso della canapa per scopi medicinali e ricreativi (ma la legislazione parla solo della varietà orientale) cominciò dagli Stati Uniti, Paese che, nella fattispecie, si distinse per uno studio di straordinario “acume”, strumentalità e puritanesimo.
La ricerca fu questa: venne fatta un’inchiesta nelle carceri da cui risultava che tra i detenuti molti erano stati fumatori di marijuana e di hashish. Da qui si evinse che esisteva un rapporto tra cannabis e criminalità. Se fosse stato chiesto loro se avevano fatto uso di cachet per il mal di testa, è evidente che si sarebbe potuta trovare una relazione tra cefalea, aspirina e criminalità.

Marco Conti

Macina per la canapa. Mulino di Soprana. La macina, azionata dalla forza idraulica, era completata da una ruota superiore. Tra le due ruote di pesta era inserita la canapa già macerata nell’acqua


In principio era la Notte

Appunti per una mitopoiesi della luce

Colibrì in una raccolta del XVI secolo di exempla calligrafici

Discorrere della luce significa incontrare la ragione stessa del mito, scoprire come la parola non possa allontanarsi dalla sua valenza di traslato, di metafora. 
Dove inizia la luce se non nel Caos, nell’invisibile, nel buio?
E’ questo il luogo in cui la parola comincia a mettere ordine, a fornire al tempo e allo spazio una forma e una definizione.
Così come il mito diventa un modello esemplare staccatosi dalla servitù dell’emozione, la Luce diviene la sostanza impalpabile dello svelamento. E non c’è svelamento dove non c’è enigma, notte, disordine.
Per questa ragione si cercherebbe inutilmente un mito sulle origini della luce nel quale, la luce  medesima, non abbia in qualche modo significato stretto con il suo contrario.

Genesi 1. La coppia luce e tenebre

Giorno e notte

Ma se ci fermassimo a questa nozione che la cultura occidentale ( e non solo questa) ha portato all’evidenza con i tramiti dei miti religiosi del mondo giudaico-cristiano, non scopriremmo molto sul Mito della Luce.
Certo il resoconto mitografico ci informa  soprattutto sulla base di un modello dualistico: Luce e Tenebre, come Eros e Thanatos, si fronteggiano, al punto che è facile immaginare il mondo diurno di Eros, fitto di richiami solari e sensualità, contro quello di Ade, sotterraneo, cupo, terrificante.
 Persino la psicologia del profondo inizia a questa metafora e racconta che il paziente dovrà portare alla luce della Ragione, o se si preferisce della Coscienza, il tumulto nascosto, il mondo infero di Ade.

Il ciclo morte e rinascita

Se invece la notte avesse le sue ragioni? il buio, il mondo notturno e pauroso dei sogni e degli incubi, avesse con l’eloquenza che gli è propria, la stessa natura e solidità della Luce?
In altri termini, il mito ci induce a pensare alla Luce anche come complemento della Notte e del Caos, come unione (e non separazione) degli opposti. Accade così che nella cultura patriarcale sia diffuso il modello maschile del Sole  e  quello della Notte, dell’oscurità, femminili.
Ma proprio questo spiega che il ruolo giocato dai due termini non è necessariamente quello di antagonisti, che non si esaurisce nella opposizione, ma in un sapere complementare: se da un canto la Maestà, la Ragione, il Bene, sono incarnati dalla Luce Solare, dall’altro il Divenire, il ciclo di Morte e Rinascita, la crescita della Vegetazione, sono incarnati dal recesso dell’oscurità, dal principio lunare.

Miti tra popolazioni senza scrittura, l’Amazzonia

Secondo un mito dell’Amazzonia centrale, all’inizio dei tempi un grande albero con il suo fogliame copriva la terra e l’intera volta celeste, tanto che dalle fronde la luce non poteva filtrare. Allora i progenitori della tribù dei Tucuna, lanciarono, con una fionda, una manciata di baccelli contro il soffitto di piante  e in questo modo si  scoprirono le stelle. Ma siccome era ancora buio e gli uomini erano decisi a vedere la luce, allora si decise di abbattere l’albero; tagliarono il tronco ma l’albero non cadde; pensarono che qualche liana lo tenesse in piedi finché non si accorsero che erano le sottili dita di un bradipo a reggerlo miracolosamente.
 Così si decise di inviare uno scoiattolo che portasse delle formiche sulla propria coda e questo, giunto accanto al lemure gliele gettò sugli occhi. Fu così che l’albero si abbatté al suolo lasciando finalmente filtrare la luce del giorno.
Si potrebbe dire che il mito racconta la luce come svelamento perché essa è data come un elemento preesistente.

Op. Cheng Jiailing

Tra i pellerossa Caddo

Ma altrettanto evidente è che l’albero brasiliano dei Tucuna è un albero cosmico che ha il compito di unire la terra al cielo rappresentando così concretamente il concetto di bipolarità.
L’unione degli opposti è straordinariamente narrata da un mito degli indiani d’America Caddo, dislocati tra le pianure del Texas e dell’Arkansas. Il resoconto dice che, stanca dell’oscurità, la popolazione si riunì in assemblea per scoprire il modo di ottenere la Luce. Il problema era di carattere magico: si potevano ottenere i colori uccidendo i cervi colorati. Se avessero ucciso il cervo giallo, il mondo sarebbe divenuto giallo; se avessero ucciso un cervo chiazzato, le giornate sarebbero divenute chiazzate e impossibili. Rimanevano i cervi bianchi e i cervi neri. Ma se avessero ucciso un animale bianco, non ci sarebbe più stata la notte. Così gli uomini Caddo, consigliati da un profeta, ne uccisero uno bianco e uno nero, scoprendo il giorno e la notte.

Pittografia, danza tribale africana per ottenere la pioggia

In Etiopia

Dunque: luce e oscurità, in questo come in alcuni altri miti delle origini, sembrano essere più un ossimoro, l’unione di due opposti, che un antagonismo o una antitesi. La luce contiene il buio e viceversa.
Tra i Galla meridionali (sugli altopiani dell’Etiopia) in origine era sempre giorno finché l’essere Supremo (Wak) pensò che agli uomini dovesse essere riservato un tempo per il sonno. Anche in questo caso bastò richiamare un concetto magico. Wak disse a tutti gli esseri di coprirsi gli occhi. E così fecero tutti salvo il leone, il leopardo e la iena, che guardarono fra le dita. Creata la notte questi animali ebbero di conseguenza la facoltà di vedere nel buio. Qui la mitografia riporta in un unico referto anche una ulteriore spiegazione di carattere etologico, ma il punto saliente è che la notte deriva dalla sottrazione del giorno invece che da un altro e Opposto principio.

Sculture di divinità Konso, uno dei numerosi gruppi etnici presenti in Etiopia

Tembé, quando il cielo è troppo vicino

Tra i Tembé (nel Brasile orientale) il cielo all’inizio dei tempi era vicinissimo alla terra ed era sempre giorno. Furono gli uccelli che decisero di spingere la volta del cielo più in alto perché gli uomini potessero dormire. Ma il cielo rimaneva troppo vicino comunque e fu a questo punto che un vecchio vedendo due pentole accanto a uno spirito demoniaco decise di guardarvi dentro. Vide che c’era la notte e sentì le voci dei gufi e delle scimmie, così rompendo la pentola più grande tutto il buio e i suoi animali vennero all’aperto facendo la notte.
La mitopoiesi  di queste popolazioni mette così a nudo la complementarità dei due termini.

Dualità senza opposizione

Tra i Tucuna e i Caddo, preesiste la Notte al Giorno; tra i Galla e  i Tembé, accade il contrario. Ma in ognuno di questi casi vi è opposizione, senza antagonismo.
Questa sottolineatura può forse dirci qualcosa di più poiché propone un modello conoscitivo diverso da quello percepito dalla cultura occidentale o, meglio, da gran parte della letteratura occidentale informata al pensiero aristotelico.
La presenza di una opposizione tra Luce e Buio, Tra Visibile e Invisibile, tra Alto e Basso, come tra Eros e Thanatos (per riprendere la coppia di cui abbiamo parlato agli inizi) si risolve facilmente nel nostro mondo in una dualità che è contraddizione. In altri termini, l’idea di conoscenza che è alla base della nostra tradizione ci porta a distinguere per spiegare, e la prima delle distinzioni è quella della logica oppositiva.
Ma il mito come la poesia porta con sé la metafora, ovvero una lingua che si sottrae al compito di distinguere. Anzi il traslato è somiglianza, ed è connubio.

Cristianesimo e sopravvivenze

“Annunciazione”, Beato Angelico

Nel mondo di Zoroastro, il signore della Luce Ormadz lotta invece contro Ahriman, la divinità delle Tenebre che prefigura il demoniaco. E da qui può prendere le mosse la lunga sequenza di divinità solari che fanno dello svelamento luminoso l’idea medesima del bene. Nel mondo ebraico come in quello cristiano il folclore ancora oggi annota la festa della Luce nel cuore dell’inverno.
Durante il solstizio invernale o durante l’Epifania si accendono in Europa dei fuochi, spesso in prossimità del sagrato della chiesa, che un tempo avevano valore propiziatorio per la crescita del raccolto nel momento in cui la luce del sole appariva più distante (nel solstizio invernale). Ma non a caso ciò coincide con due momenti cruciali per la religione del passato e quella del presente: alludo al culto mitralico (il culto di Mitra derivato dall’Oriente) nella Roma antica.

La festa ebraica delle luci

Hannukkiah, candelabro con nove luci; la tradizione Menorah ne porta sette

Il sincretismo ha portato il mondo cristiano a utilizzare una festività preesistente per collocare la nascita di Gesù in quella prossimità (dal 21 al 25 dicembre) e cogliere l’attenzione delle fedi preesistenti per volgerle a quella che nel III e nel IV secolo era una nuova religione.
La festività ebraica della Channukkà, cade nello stesso periodo (il 25 di Kislev) ma aveva in origine una valenza diversa. Dopo la liberazione della Giudea dall’occupazione siriano-ellenica nel 200 a.C., l’evento venne celebrato con l’accensione nel Tempio di un candelabro con nove candele per tutti gli otto giorni di durata della festa, tenendo conto che una candela è indispensabile per accendere le altre: una ogni giorno. Per questa ricorrenza si usa un candelabro speciale chiamato channukkià.
In epoca moderna la festività ha cercato di cogliere (proprio come accadeva nel mondo pagano per i cristiani) la popolarità del Natale in Occidente. Channukà è diventata quindi sia la festa dell’affermazione del popolo ebraico sull’invasore che quella simbolica delle luci contro il male.

Ra, Apollo e la Notte

Nefertari e Ra

Tutto ciò configura la luce come attributo del Sole, lo stesso astro che Apollo traina con il suo carro ogni giorno, affinché il Caos sia sconfitto. Mentre la Notte, che Ovidio chiama “amica dei misteri” diventa con il trascorrere del tempo, più una metafora che una forza, un contrappasso e una polarità.
L’osservazione del mondo e la notazione della precarietà della vita viene simboleggiata con maggiore evidenza e maggiore frequenza nel percorso ciclico del sole. Nell’antico Egitto i riferimenti al valore imprescindibile della luce solare (la divinità Ra o Atum) sono ridondanti di messaggi vitali. I testi delle piramidi raccontano come il Re defunto proceda in un cammino analogo al percorso solare: «Tu sorgi e tramonti – dicono – tu affondi con Nephtys, e ti immergi nell’oscurità con la barca serotina del Sole».

Genesi

Genesi: «E la terra era informe e vuota, e le tenebre coprivano la faccia dell’abisso, e lo spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque. E Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. E Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre. E Dio chiamò la luce giorno e le tenebre notte».
Soltanto dopo aver creato la terra per separare le acque e dopo aver creato la vegetazione, il terzo giorno vengono creati il sole e la luna, quali “luminari” e semplici segnatempo di stagioni e giorni
La presenza del divino come omologo alla luce compare in termini simili anche nel buddismo dove la sapienza è lontananza dal mondo contingente, e simbolo dell’assoluto. Questa qualità è invece confermata, in ambito cristiano, nel vangelo di Giovanni, là dove si afferma che «in principio era il Verbo» e che Giovanni venne «per rendere testimonianza alla luce » (1, 8).
N si scosta da questa metafora la letteratura dantesca per la quale Dio è “somma luce” o luce “etterna”. Così, nel primo canto del Paradiso, il poeta si trova “nel ciel che più della sua luce prende”, cioè nell’Empireo.

Altre vicende: il Graal

In un’altra epifania letteraria, quella del Graal, che costituisce il punto di incontro leggendario fra il sostrato celtico e la cristianizzazione, la luce è luogo della rivelazione. In Chrétien de Troyes, il cavaliere Perceval (che fu il Peredur dei racconti gallesi), entrato nel castello del Re Pescatore osserva con stupore e ammirazione una giovane bellissima attraversare il salone con un graal fra le mani: «Quando fu entrata nella sala col graal che teneva, si diffuse una luce sì grande che le candele persero chiarore, come stelle quando si leva sole o luna ». Il Graal chiede nel mito il proprio riconoscimento, risplende della verità, si impone sopra gli eventi mondani. E’, in sé, lo svelamento per cui le lande sterili del Re Pescatore potranno tornare a diventare fertili. Ma Perceval, forte solo del suo coraggio e della sua lealtà, non chiede, non proferisce le parole che avrebbero compiuto l’opera, ridato fertilità alla terra in virtù dell’atto magico per il quale (come in poesia) la parola è la cosa.

Poesia

Perceval-Peredur dormirà una notte tranquilla per svegliarsi in un castello ormai deserto. La luce ancora non si è rivelata in lui, ancora la notte ha coperto il mondo luminoso. L’eroe dovrà cercare ancora. Ungaretti nei versi di “Cantetto senza parole”,  quasi propiziando l’incantesimo della conoscenza e alludendo a un altro liricissimo ossimoro, scrive: «A colomba il sole/ cedette la luce…/ Tubando verrà/ se dormi, nel sogno».

Marco Conti, da “In principio era la notte – In the beginning Was the Night”, in Risk, periodico di intercomunicazione culturale, Anno X, N. 27. Maggio 2000. E Atti del convegno internazionale “la luce”, Banca popolare commercio e industria, Milano, 2000
 




 
 


 

La strega di Miagliano

Storia di un’eretica condannata, delle convinzioni inquisitoriali e di alcuni culti pagani

Miagliano,, 22 giugno. L’arena del Festival di Miagliano ha ospitato quattro conferenze e una lettura. Nella foto un momento del mio intervento all’inaugurazione del Festival piemontese

Giovanna di Monduro

Nel 1470 bisbigliare incantesimi e fare pronostici sul tempo e sulla vita poteva portarti diritto al rogo dell’Inquisizione. E’ quello che accadde a Miagliano dove le autorità ecclesiastiche aprirono un processo contro Giovanna Monduro, sospettata di essere una masca, ovvero una strega, con tanto di compagne di congrega. Rileggendo gli atti del processo possiamo dire con certezza una sola cosa: Giovanna aveva un caratteraccio. Distribuiva maledizioni a destra e a manca, non accettava l’arroganza dei parenti, forse aveva il talento di una protofemminista. Per sua sfortuna viveva in campagna, vale a dire in un ambiente dove le credenze pagane risalite dal mondo romano e celtico avevano una storia secolare altrettanto antica.

Una fuga fallita

Originaria di Miagliano, sposata a un  miaglianese, viveva a Salussola col marito e un figlio facendo ora la contadina, ora la filatrice. Non sappiamo che età avesse ma la sua presunta adesione alla mascaria risaliva – a sentire lei, sottoposta a tortura – almeno a ventidue anni prima del processo che la condannò. Soltanto un anno dopo (segno che qualcosa non andava come di prammatica) venne bruciata al confine tra Miagliano e Tollegno.
La storia di questo processo entra nel merito il 5 febbraio del 1470 quando Giovanna  venne fermata a Salussola da un aiutante del vicario mentre tentava di fuggire. La donna sapeva che la sua libertà era ormai appesa ad un filo. Il suo nome era già stato fatto un mese prima dai suoi parenti in udienza per la morte sospetta di un nipote mentre, il giorno dopo, il 6 febbraio, le fu appioppato l’attributo di masca nella confessione di un’altra eretica: una certa Maddalena che sosteneva di essere andata al sabba con lei e di cui non si conosce la sorte. Ma certo non finì sul rogo.

Il sigillo creato per l’evento

“Non sono una strega ma…in sogno”

Inchiavardata in una cappella ancora una volta Giovanna parla a sproposito. Dice che non è una strega, ma riferisce anche che se è andata al sabba deve «essere stato per caso o in sogno». Un’affermazione incauta, a dir poco, perché gli Inquisitori sono convinti che alcune streghe usino degli unguenti per poter volare fino al luogo dei raduni. Questo è esattamente quanto emergerà in un altro processo di stregoneria, due secoli dopo, nel 1621, a Graglia, dove madre e figlia racconteranno di aver volato sopra i boschi dal Biellese fino alla Valle d’Aosta.
L’etnografia scoprirà solo nel Novecento l’effetto dell’uso di di pozioni con erbe psicotrope che portarono maghi e maghe (poiché questo sono in definitiva anche le streghe, là dove esisteva davvero un culto pagano) allo stato di incoscienza e ad avere la sensazione del volo. Oli, grassi, bevande che si accompagnano ad alcuni riti pagani rimasero nella cultura del pago e furono utilizzate dall’alto medioevo al Seicento.

Il 6 febbraio 1470

Ma torniamo ai fatti processuali. Il 6 febbraio è per Giovanna un giorno cruciale a suo discapito. E’ la stessa data in cui l’inquisitore, un certo Nicolao Costantino, domenicano, di Biella, dottore in teologia, priore a Vercelli, ascolta la testimonianza di Manfredo Vialardi, un nobile che racconta solo ciò che gli è stato riferito. E ancora una volta si parla di Giovanna che quattro anni prima facendo visita a sua nuora l’aveva messa in ansia perché Giovanna aveva fama di strega e la nuora aveva un bambino piccolo. Questa volta sarebbe però stata un’altra masca, Lanfranca, a vaticinare: «E’ inutile dare le medicine al bambino: egli vivrà ancora un anno da quando l’avete sentito gridare».
Il nobile dovette essere del tutto convinto del potere delle streghe perché commentò che il bambino morì esattamente nel giorno pronosticato.

Un pozzo stregato

L’Inquisizione si prende una pausa mentre Giovanna resta ai ferri e il 13 febbraio compare in scena un’altra teste. Si chiama Elena di Naxo, abita a Villanova, e anche in questo caso, ricorre, come un’ossessione, la presunta capacità delle streghe di uccidere i bambini. Elena parla dello stesso bambino morto di cui parlò a gennaio sua madre, Antonia, moglie di Guglielmino Monduro.  Elena depone: «Mentre passava nei pressi della nostra cascina, Giovanna disse: “Sapevo bene che (il bimbo) non avrebbe potuto vivere”». E infine testimonia che una volta, siccome l’accusata aveva una pessima fama, le negarono di poter attingere al loro pozzo e Giovanna disse che, se non avesse potuto avere quell’acqua, avrebbe fatto in modo che non potessero berla neppure gli altri.
A rigore sorge il sospetto che l’accusata, sapendo di essere considerata una strega, non perdesse occasione per vendicarsi e impaurire la gente…

Maghe e streghe operano con le erbe e gli unguenti

Processi all’invisibile

Bisogna del resto aver chiaro che questa detective-story è paradossale come sono paradossali tutti i processi dell’Inquisizione: processando la stregoneria si processa infatti l’Invisibile. Dal punto di vista della Chiesa l’invisibile faceva capo al Demonio; secondo quanti praticavano la magia l’invisibile si riferiva alle divinità pagane e dunque al demonio; per il mondo laico…al nulla.
Vale però la pena di aggiungere – a scanso di equivoci e in merito alla diffusione delle credenze – che nel giro di un mese le carte del processo di Salussola mostrano già l’esistenza di tre presunte streghe e una diffusione del credo demonologico che tocca tre villaggi: Salussola, Villanova e Miagliano.

E’ dichiarata eretica

Il sabba

Il 13 febbraio si avvicenda al tribunale anche un nuovo inquisitore, Giovanni Domenico di Cremona, ugualmente dottore in teologia che sostituisce, non si sa per quanto tempo, l’inquisitore biellese. Tocca a lui decretare che Giovanna Monduro è eretica e a proseguire investigazione per conoscere la verità. In sostanza finora si è trattato – a voler interpretare gli atti – di una sorta di “istruttoria”; ora c’è il rinvio a giudizio vero e proprio…Ma nei fatti (e soprattutto statistiche alla mano) gli innocenti accusati ingiustamente sono rari e rarissimi risulteranno dopo il Concilio tridentino.
D’altra parte l’accusata è sola, non ci saranno testi a discarico, non ci saranno uffici difensivi.
L’inquisitore prepara una serie di domande per conoscere quando  e come la masca aveva stretto il patto col diavolo, come si presentava quest’ultimo, come si chiamava, se si era accoppiata con lui e quante volte lo aveva fatto, chi erano gli altri aderenti alla mascaria (cioè la congregazione e il sabba), dove si svolgeva il raduno, quali malefici aveva fatto, con quali strumenti, quante volte, se conosceva l’arte della medicina, a quante persone e a chi aveva fatto del male.
Un “questionario” come si vede che non prende in considerazione ipotesi diverse dalla colpevolezza.

“Sono innocente”…Iniziano le torture

Il 15 febbraio non ci sono risposte perché Giovanna nega di essere masca. L’inquisizione dispone quindi che venga torturata. Ed ecco comparire ogni possibile confessione. Ma non basta. In quello stesso giorno si ascoltano  altre testimonianze a suo carico. Tre donne dicono al loro vicario che una volta c’erano nell’orto due alveari, e uno di questi pendeva vicino al terreno di Giovanna. Le chiesero di poterlo prendere ma lei disse: «Poiché non posso averlo io, farò in modo che voi non l’avrete».  E riferiscono che Giovanna si mise in ginocchio, biascicò qualcosa, forse delle preghiere, un incantesimo ed ecco che le api, sia quelle già raccolte, sia quelle pendenti dall’alveare dell’albero,  volarono via. L’episodio risale a dieci anni prima, anno di grazia 1460.  Infine le tre ricordano che Giovanna si era opposta all’idea che suo figlio diventasse sacerdote. Una deposizione quindi che non lascia dubbi, non tanto sulla pretesa stregoneria sulle api, quanto sul fatto che le testimoni vogliano levarsela di torno.

Il Malleus Maleficarum di Institor e Sprenger. I due inquisitori domenicani pubblicarono nel 1487 il manuale per condurre i processi di stregoneria e riconoscere le ‘malefiche’. Il libro è conosciuto anche come Il Martello delle Streghe. Nel 1608 comparve anche il Compendium Maleficarum di Maria Francesco Guaccio

Giovanna e il sapere pagano

Messa ai ferri e torturata, Giovanna inventa, confessa  ciò che può sapere ma non necessariamente ciò che avrebbe fatto: da una parte ci sono infatti le credenze diffuse sulla stregoneria e sulla magia pagana, dall’altra ciò che il clero stesso ha proposto come stregoneria nelle predicazioni. Tuttavia in alcuni processi le contestualizzazioni delle confessioni sono specifiche, riportano conoscenze particolari non avvalorate dai trattati di demonologia e dunque neppure moneta corrente nelle predicazioni. Sono queste deposizioni a mostrare che esistevano convinzioni pagane e riti conseguenti. Ma nel caso della “strega di Miagliano” tutto questo non accade, lo scenario della trasgressione resta quello generale, tranne per un unico particolare emerso spontaneamente prima delle torture e dello stesso processo… Quel riferimento al sabba a cui la donna potrebbe essere andata in sogno. A conti fatti neppure questa circostanza dimostra però nulla, resta un indizio.

Le risposte di Giovanna

Nella xilografia una strega, il demonio e la Bestia

Giovanna rispondendo ai quesiti rispecchia complessivamente ciò che il clero crede di sapere sulla stregoneria, quindi l’impressione è che gli inquisitori abbiano ulteriormente specificate le domande in modo che l’accusata potesse ripetere il “credo” ecclesiale con qualche necessaria contestualizzazione. Di fatto l’imputata dice che ventidue anni prima,  quando abitava ancora a Miagliano, ed era inverno, era andata a filare in compagnia di una certa Agnesina e  – passando vicino a un muro – si sentirono degli zufoli, dei flauti, delle zampogne. Un’ora strana per i concerti… La donna che era con lei la invitò allora ad andare a “tripudiare” … parola che nasconde non solo l’accezione del divertimento ma anche quella del raduno stregonico e dell’orgia. Parola “colta”, cruciale nel contesto, ma chissà cosa aveva davvero riferito Giovanna nel dialetto locale del tempo.
Si parla anche dell’aspetto del demonio. Giovanna dice che veste di bianco, che ha un cappello nero, è giovane e bello e si chiama Zen.

L’amplesso con il diavolo

Resta ancora da stabilire chi partecipa al sabba con Giovanna e se la strega abbia avuto rapporti sessuali. Lei aggiunge, con modestia, che in effetti ci sono stati.
Il resto del dialogo, in estrema sintesi, escluse tutte le parole che le sono messe in bocca dall’ecclesiastico, lo si potrebbe immaginare così:
– Ha provato piacere?
– Non molto.
– Com’era il seme?
– Gelido.
– Lo avete rifatto?
– Sì un’altra volta.
– C’è stato coito sodomitico?
– Sì, una volta.
– Dove andavate a  svolgere il sabba ?
– Al Brianco di Salussola.

Il Bariletto

Emergono dalle domande anche gli strumenti dell’unzione o delle pozioni di erbe psicotrope. Si chiede a Giovanna dove tenesse bariletto e bastonetto.  Richiesta che mostra un implicito di cui ho già detto. Giovanna però risponde che Zen gli ha imposto di bruciarli. Forse nuovamente torturata fornisce poi un’altra versione: dovrebbero trovarsi sotto il pagliericcio oppure nell’aia. Ma non si trovano.
Secondo gli studi etnografici il bastonetto sarebbe quello che l’immaginario potrebbe aver trasformato nel manico della scopa poiché si presuppone che possa essere servito per spalmare gli unguenti psicotropi nelle parti più sensibili, cioè facili per l’assorbimento cutaneo.
 I testi dottrinali dei demonologi, il Malleus Maleficarum e il Compendium Maleficarum, riferiscono che gli inquisitori potevano anche cercare nel corpo della strega, attraverso uno spillone, un punto insensibile che sarebbe stato il segno del patto col diavolo (signum diaboli), oppure un semplice neo o una escrescenza in una parte nascosta del corpo.

La Mascaria

Il 20 febbraio, Giovanna dice che andava in mascaria  (al sabba o a tripudiare) con Maddalena (forse la donna che la chiamò in causa il 6 dello stesso mese) e il giorno dopo ritratta quanto ha detto in precedenza rispondendo al questionario e dunque anche ciò che ha detto il giorno prima. Si spiega: dice che era intontita, ma aggiunge che in realtà si trasformava in lepre insieme a Maddalena e alle altre per prendere in giro i cacciatori. In seguito racconta che uno dei figli dei Monduro, suoi parenti, era stato ucciso da lei e da Maddalena.
Persino gli accusatori, a questo punto, non possono fingere di non sapere che la masca sta inventando ma l’inquisitore riferisce che continuare nelle torture significherebbe portarla alla morte.

I culti pagani e i ‘Fana’

La nozione diffusa di medioevo, le versioni ecclesiali della stregoneria, hanno portato a divulgare un quadro del tutto falsificato della realtà storica ed etnografica.
Intanto non è vero che il medioevo fu l’età in cui avvenne la maggior parte dei processi di stregoneria e di condanne al rogo. E’ vero il contrario: l’alto medioevo fu l’età in cui la Chiesa ebbe un atteggiamento di maggiore comprensione per i culti pagani sopravvissuti: erano infatti i secoli più vicini al mondo romano e gallico e quindi alle consuetudini religiose sopravvissute nei villaggi di tutta l’Europa.
In quel tempo il sacerdote puniva spesso chi svolgeva pratiche magiche con la proibizione di entrare in chiesa per un certo periodo o la proibizione di accogliere l’ostia.  Di pari passo gli idoli venivano distrutti ma i luoghi di culto pagano (i  fana) restavano: proprio in quei luoghi, nelle vicinanze di sorgenti, megaliti, alberi di culto, si inserivano croci, Vergini, e si modificava poco per volta la tradizione orale. Valga per tutti quello che veniva ancora chiamato l’Albero delle Fate – in cui Giovanna d’Arco si raccoglieva a pregare – e le accuse anche a questo proposito che le fecero gli inquisitori quarant’anni prima della strega di Miagliano.

Sincretismi

I fuochi pagani per il solstizio invernale si sono mantenuti in diverse parti d’Europa e sono stati spesso riproposti dalla Chiesa come fuochi per la nascita del Redentore, Di pari passo la nascita di Cristo venne spostata al 25 dicembre già in epoca alto-medievale per cogliere l’opportunità di celebrarla nel momento in cui si celebravano i preesistenti culti solari a favore dei raccolti. In questa fotografia un’immagine del Fuochi dell’Abbondanza che si svolgono dopo la messa di mezzanotte a Natale nel paese di Masserano (Biella)

Questo complesso di fatti e sovrapposizioni si è trasformato in  riti sincretici accolti dal cattolicesimo (si pensi ai fuochi accesi in concomitanza col solstizio d’inverno e all’attenzione della Chiesa nello spostare la nascita di Cristo in quella data per poter raccogliere l’adesione del popolo nella notte del 24 dicembre), così come quello che più tardi è diventato superstizione ed eresia era mito, rituale magico, evocazione di culti diffusi e già differenziati a seconda delle regioni nell’alto medioevo. In epoca moderna, via via, quelle credenze si sono trasformate in semplici manifestazioni esteriori e folklore: si pensi al Giorno dei Morti, a Ognissanti, e lo si confronti con la preparazione del pasto per i morti e le candele accese nelle case in vaste aree italiane fino a pochi decenni fa. Un rito popolare risalente ad un’altra tradizione, cioè alla festività celtica di Samain del 31 ottobre.

I documenti

La diffusione dei culti risalenti dal mondo romano e celtico  è conosciuta e documentata proprio dalla Chiesa. Gli esempi sono tanti…Ne farò solo qualcuno: nell’alto medioevo, dal secolo VI e fino al mille, molti usi pagani sono impliciti nei cosiddetti Poenitentialia, i testi che si occupano di punire chi faceva ricorso a quegli usi. L’atteggiamento del clero è però di disponibilità, rispetto a quanto accadrà in seguito. Il Canon Episcopi è del X secolo e qui si parla estesamente delle donne che hanno il potere di compiere incantesimi e malie, di cavalcare sopra i demoni di notte.  La versione più completa del documento parla espressamente di Diana dea dei pagani (che a quel tempo  è da intendere in una accezione etimologica: dea di coloro che vivono fuori dalla città, nei villaggi, tra le campagne e le foreste).

Diana

Il nome di Diana non può essere casuale perché nella classicità Diana è Artemide e Artemide è Ecate triforme (con le teste di tre animali). Quest’ultima è una divinità notturna e fin dalla classicità è collegata alla magia, ai riti di fecondità, tanto che gli autori cattolici di area Italiana e Francese (gallo-romana) parlavano dei  Demoni riferendosi  alle stesse figure che i contadini gallo-romani chiamavano DIANI.
Sotto i nomi di “stregoneria” e “magia” vivevano insomma le religioni che avevano perso nella lotta contro il cristianesimo. Un esempio marginale ma qui di significato si ha nella storia dell’ebraismo medievale all’interno del mondo cristiano. Benché  a parlare per primo della magia come eredità di ignoranti, di gente votata al demonio, sia l’Antico Testamento e quindi la THORA’ (prima ancora dei Concili cattolici), la paura del diverso ritornò potente nell’Europa medievale dove il ghetto ebraico esisteva in quasi tutte le città di qualche rilievo demografico. In ordine alla stregoneria se ne ha un esempio eloquente. Il nome Sabba  per indicare il raduno delle streghe deriva da Shabbat  e la stessa riunione veniva anche chiamata in alcuni documenti come nella parlata, Sinagoga.

Un caso di culto estatico

Carlo Ginzburg in due saggi memorabili (I Benandanti, Einaudi, 1966 e Storia Notturna, Einaudi, 1989)  riunisce una serie di clamorose testimonianze storico-etnografiche e folkloriche per interpretare il raduno sabbatico e il volo notturno delle streghe, rilevando la presenza di culti realmente praticati nell’Europa  più contigua al Rinascimento. In particolare i culti agrari nel Friuli del Seicento sono oggettivati da una presenza – sconosciuta fino ai documenti studiati da Ginzburg – di uomini dediti al culto della fertilità chiamati Benandanti: questi si presentarono davanti all’Inquisizione come difensori delle coltivazioni agricole contro i demoni, o più precisamente contro le “streghe” e gli Strion. Dopo aver assunto sostanze psicotrope, tra cui la segale cornuta (cioè la segale parassitata) cadevano in uno stato di trance attraverso il quale – come gli sciamani della Siberia e di altri Paesi – potevano volare e incontrare in combattimento le forze avverse, i demoni. Tanto basta, almeno in questo contesto, per rispondere in merito alla fattualità e alla sopravvivenza del paganesimo sino alle soglie della modernità e oltre. Ma è altrettanto sufficiente per comprendere come il sogno appena citato da Giovanna Monduro, possa essere stato quantomeno una conoscenza diffusa, la presenza di una cultura “altra”, a fianco di quella accettata.

Nel volume compaio temi e i motivi simbolici delle leggende, accanto agli stessi racconti orali: la stregoneria è presente massicciamente nella tradizione biellese e piemontese. Saggi e narrazioni raccolte nell’edizione Giovannacci del 2004 sono accompagnati dalla traduzione in piemontese di alcune leggende fatta da Gustavo Buratti. Numerose note consentono comparazioni con altre tradizioni orali. La prefazione è di Pier Carlo Grimaldi, già docente di etnologia all’Università di Torino.


 


 


 


 

L’incantesimo è la poesia

F.to Masao Yamamoto

Acqua alta scorre, bianca spuma sopra l’onde,
fresca acqua di piogge scorre al fiume.
Ecco gli alberi del sughero
le loro molli cortecce cadono
nell’acqua…
Pioggia cade dalle nuvole…
Acque del fiume vorticano…
Lei (la dea) emerge e cammina
sulla terra asciutta
……………………………….
(R.M.Berndt, The Kunapipi, A Study of an Australian Aborigenal Religius Cult, Melbourne, 1951)

L’origine della poesia

L’incantesimo è con ogni evidenza alle origini della poesia. Gli studi classici fanno dimenticare spesso che prima ancora delle preghiere e dei canti, la parola e la metafora sono lo strumento dell’incantesimo.
I versi qui sopra riportati fanno parte di un rituale magico Alawa degli aborigeni della Terra di Arnhem, in Australia. Il tema è l’acqua e l’acqua di cui si parla è quella utile alla fertilità. Dopo la cerimonia in cui si è invocata la divinità della terra la Dea camminerà di nuovo tra i campi.
Nello stesso tempo si deve convenire che quell’incantesimo, quella richiesta alla divinità della Fecondità, scandita in un ritmo preciso, pronunciata in un luogo e in tempo determinati, sono parole (significanti) indistinguibili da ciò che noi oggi chiamiamo poesia.

Così accadde (e accade) nelle religioni animistiche di ogni continente, così è avvenuto nel mondo egiziano, in quello greco-romano e nelle tradizioni misteriche (orfiche, eleusine).
La demarcazione tra incantesimo (magia di parole) e poesia, è interamente dovuta alla sua strumentalità della prima e alla mancanza di interesse utilitario della seconda. Le qualità di suggestione ed evocazione tramite le parole è la stessa.
Anita Seppilli in Poesia e Magia (Einaudi,Torino, 1962) lo rimarca con dovizia di esempi. E a proposito della scena rituale magica scrive: «Proprio per il suo significato essenziale, necessario, (…) è carica di contenuti emotivi; è poesia cioè ma per la sua potenza evocatrice, è indirizzata ad un fine utilitario e proprio questo fine utilitario, magico (inerente l’incantesimo) la impegna ad essere evocatrice».

Il mito, storia sacra

Un ulteriore passo sul ruolo dell’incantesimo, sia nella società antica, sia nelle società senza scrittura, ci porta a rafforzare il legame tra magia e poesia attraverso il mito. La mitologia è infatti “storia sacra” e – con Mircea Eliade – quel racconto è di pari passo un modello esemplare, qualcosa posto in illo tempore, alle origini. Sia che si pensi al rito aborigeno appena citato, sia che si pensi alla messa cristiana, in termini di storia delle religioni, abbiamo due riti: il primo per ottenere la pioggia, il secondo per rievocare la morte e la rinascita di Cristo, ovvero una storia sacra originaria che viene attualizzata attraverso la ritualità.

Il simile produce il simile

W. Turner, Il ramo d’oro

La facoltà di evocare immagini è propria della parola alla stessa stregua della visione e del sogno, due esperienze che qualificano sia il mistico che lo sciamano, o lo stregone.
Ma le immagini evocate dalla parola e giustapposte all’oggetto reale (sia questo un disegno fatto sulla terra, sia un luogo, oppure una pietra sacra) entrano in una sequenza rituale a cui è attribuito il potere di creare altre situazioni nuove e – per la fede magica – di incidere sul reale.
Comparando i riti, James Frazer, nell’Ottocento, scrisse Il ramo d’oro, un’opera monumentale in cui sono descritte le tradizioni rituali, le credenze, i miti e le forme folkloriche derivate nelle società europee da quegli stessi miti. Frazer ha sintetizzato in un solo concetto qualsiasi operazione magica. Il concetto è semplice: il simile produce il simile; e analogamente ciò che è stato in contatto (pietra, pianta, animale) continua ad agire con le qualità di quell’oggetto o animale; per il linguaggio letterario è la metonimia.

Alcuni riti magici (e le loro metafore)


Ecco perché si poneva un bambino adottato sotto le vesti della donna che lo adottava e quest’ultima simulava i dolori del parto; ecco perché durante un rito per ottenere la pioggia lo sciamano pronuncia un incantesimo e sparge dell’acqua o gli aborigeni gettano il cordone ombelicale nell’acqua perché il piccolo diventi un buon nuotatore. A livello popolare nella società europea come altrove si nascondevano capelli e unghie per evitare che un mago le usasse e potesse influire con un incantesimo su quello che era stato il possessore di quei capelli, quelle unghie: sia per un incantesimo erotico, sia per un rito con fini diversi.
E ora si consideri che le figure centrali della poesia, similitudine, metafora, metonimia (la parte per il tutto, la conseguenza per l’effetto) non sono nient’altro che una diversa formulazione del concetto secondo il quale, in magia, il simile produce il simile.

La runa

L’alfabeto runico

L’Edda poetica è una raccolta di canti con soggetti mitologici e di andamento epico risalente ad epoche antiche, imprecisabili, ma ben anteriori all’Alto Medioevo, dove si colloca viceversa l’antologia. L’Edda di Snorri Sturluson (nato nel 1178) è viceversa una raccolta in prosa di tradizioni mitologiche e storiche. Entrambe si riferiscono al mondo islandese e più ampiamente norreno. E’ interessante che l’Edda in prosa si presenti come un saggio per l’educazione del poeta, lo Scaldo, il quale è tuttavia un poeta colto che si contrappone al poeta popolare, chiamato Thulr.
Questa premessa vale tuttavia unicamente, in questo contesto, per mostrare il rapporto storico e antropologico tra il mezzo magico e il “fare” della poesia.
La runa (che compone la lingua antica islandese) è la lettera, e il runo vale a dire una proposizione poetica di senso compiuto, può essere un incantesimo: cantato o mormorato riporta le cose al loro inizio mitico. Proprio per questa sua qualità, lo stesso runo è utile nel rito magico.
Per guarire una ferita di spada, si cantava il runo che era all’origine del ferro. Bastava una sola parola sbagliata perché l’incantesimo non avesse effetto. (il cantore era il laulaja che cantava il laulo)

Il fare poesia

Rappresentazione dei misteri Eleusini. Uno dei riti a cui allude l’antichità (i misteri di Eleusi sono rimasti in gran parte tali) è inerente l’accoppiamento di un uomo con una donna – in un giorno propizio a Demetra – sui solchi della terra. Con ciò ripetendo l’accoppiamento mitico, originario di Demetra con Giasone. Vedi la Teogonia di Esiodo:

Dèmetra, generò, somma Dea, con l’eroe Giasone,
nel pingue suol di Creta, nel solco tre volte scassato,
il buon Pluto, che sopra la Terra ed il Pelago immenso,
va dappertutto; e chi trova, chi può su lui metter le mani,
subito fa che ricco divenga, e gli accorda fortuna.

Esiodo, Teogonia 969 – 974

La radice del lemma greco ποίησις, poiesis (creazione) non allude direttamente alla poesia. “Poieo” significa infatti “faccio”. Ma da questo verbo nasce anche il termine “dramma” (drào) che ha significato di “azione”. In origine, ancora con Anita Seppilli (op.cit) dobbiamo convenire che il dramma era azione magica, così come accade nei Misteri Eleusini e nei Misteri Orfici. Per questo è stata avanzata quella che è più di un’ipotesi, a fronte dei documenti storici: la poesia melica greca sarebbe derivata dagli incantesimi. Il più antico poeta corale di cui appare certa l’identità, Thaletas Cretese, avrebbe composto dei versi magici in forza dei quali sarebbe stata stroncata una epidemia a Sparta (Cfr.H.M. e N.K. Chadwick, The Growth of Literature, Cambridge, 1932, I, p. 651)
Col che mi sembra di aver risposto alla domanda circa l’origine sacra e magica della poesia. Ma forse più importante è consentire questa semplice proposizione: il discorso lirico nasce dall’incantesimo e la magia dalla metafora sottesa, una visione che, in definitiva, incontra l’invisibile, si fa cadenza, ritmo, canto.

© Ripr. Riservata per i testi: Le Muse inquiete.it



 



L’ultima esecuzione

Pieter Bruegel, “Trionfo della morte” (Dettaglio)

Il 23 giugno 1843, alla vigilia della festa di San Giovanni Decollato, il cappio venne tirato fuori dalla cassetta dov’era custodito e bruciato. Fu l’ultima volta.
Circa otto mesi prima quel cappio era stato messo intorno al collo di un emigrante. Giuseppe Gruppo, 23 anni, cossatese, aveva accoltellato sei volte il suo compagno di viaggio e l’aveva lasciato in un fosso. A notte inoltrata, a due passi da casa, pensava di avercela fatta. Erano arrivati in pianura dopo aver percorso i tornanti della Valle d’Aosta.
 Come nelle fiabe erano in due, con due sorti uguali e diverse: Giovanni Antonio Borio, quasi diciottenne, anche lui di Cossato, teneva il gruzzolo sprofondato in tasca dentro una borsa di pelle, stropicciata come un fazzoletto;  l’altro aveva perso le poche lire guadagnate oltrefrontiera giocandosele a carte. Come era capitato nell’osteria sotto casa decine di volte. Come sempre.
Preso l’involto dalle tasche, pulito il coltello nell’erba, ascoltato il silenzio intorno che faceva male alle ossa più del freddo, Giuseppe detto Bacolet, era scappato. Quella notte, sul tavolo di casa, contò sessantun lire, dieci centesimi e qualche moneta di rame. Era il 15 novembre 1842 e non avrebbe più fatto in tempo a giocarsi neppure la ferraglia.

Alle dieci vespertine

Delle sei coltellate inferte, due avevano toccato leggermente il cuore, due erano penetrate nel ventre. Giuseppe detto Bacolet aveva preso il compagno di viaggio alla sprovvista; lo aveva tenuto fermo nel buio dello stradone, aveva tentato di soffocare le grida mettendogli un fazzoletto sulla bocca. Secondo il referto non sembrò che  la vittima fosse riuscita a difendersi. Erano le ventidue o,   se preferite, “le dieci vespertine” scriveranno alla gendarmeria.
I due compagni di viaggio erano quasi a casa. I discorsi si facevano più rari e casuali.  Il ragazzo sentiva già lo scricchiolio della paglia del cuscino e si chiedeva perché l’amico fosse così silenzioso. Insieme alle prime case si vedeva  la macchia nera della collina di Quaregna e, poche ore più tardi, i due avrebbero scorto sicuramente un esercito di pali di vite, storti e grigi, ma in quel momento si indovinavano solo con l’immaginazione.
 Una manciata di minuti dopo le coltellate, appoggiandosi al bordo umido e appiccicoso del fosso, Giovanni scorse nel buio la sagoma di una cascina. Pensò che l’aveva scampata: se ce la faceva a camminare, ce l’avrebbe fatta anche a riprendersi. 
Quando il fittavolo della cascina Mon Frè lo aiutò ad entrare e a stendersi, Giovanni era sfinito e  disse l’essenziale: nome, cognome, residenza dell’aggressore, “il Bacolet”. Saranno le sue ultime parole.

“L’esecuzione” incisione di C.J. Visscher

L’arresto

All’alba Bacolet si alzò in piedi solo per porgere i polsi ai ferri.
In aula il procuratore, con voce stentorea, con la stessa durezza dei colpi inferti al ragazzo, raccontò:  «Arrivati insieme a Biella, il Bacolet trovò il tempo per andare dall’arrotino e affilare il coltello a molla. Lo stesso coltello usato per l’omicidio e trovato nelle tasche dell’aggressore».  Con un certo gusto per la tragedia annunciata, nei verbali lo scrivano annotò: «Cammin facendo egli aveva già estratto di tasca» il coltello e lo aveva  «tenuto aperto».  Uno svolazzo dello scrivano?
Di certo nel 1843 le cose procedono rapide. Ma c’era la testimonianza della vittima, il  movente, la refurtiva e l’arma del delitto.
 Tra il 1840 e il 1844 le esecuzioni capitali nel Regno di Sardegna erano state trentanove. Quella di Giuseppe Gruppo, fu l’ultima della provincia. Messa da parte la ghigliottina dei rivoluzionari, era tornata in auge la forca.
Il Bacolet aveva già pessima fama: rissoso, giocatore, minaccioso coi suoi stessi genitori. E come se non bastasse si disse che era “irreligioso”. Ai tempi era quasi un’aggravante. Un mese dopo l’omicidio, il 17 dicembre 1842, arrivò la sentenza di condanna alla pena capitale e la restituzione agli eredi del deceduto di “borsa e denari”.

Uno schiaffo per imparare

L’esecuzione era prevista nel luogo del delitto. Dunque la collina di Quaregna. Assi, chiodi, corda. Il luogo del peccato, il luogo della pena.  Il rituale è solenne e spettrale come un sogno di Kafka.
 Si incaricano i padri filippini di portare i conforti della religione; dalla relazione di condanna riportata nel contesto di una dettagliata ricerca*, sembra di capire che il carcerato  Giuseppe Gruppo abbia confessato.
Ma è certo che nell’inverno di 171 anni fa,  il minuscolo paese di Quaregna, per una volta diventa una meta ambita.
La macchina avviata è quella del grand guignol. Arriva il boia e l’aiutante, arrivano solitari e famiglie con carri e calessi, con cavalli, buoi; si fanno strada dalle cascine, dalla città, arrivano a piedi con i figli. Cent’anni dopo c’era chi ricordava di aver sentito il nonno raccontare quel che aveva a sua volta detto il nonno del narratore.
Alle esecuzioni si portavano i ragazzini e quando la corda era ormai tesa, il genitore dava uno schiaffo al figlio perché rimanesse impressa la fine che toccava a chi trasgrediva.
Ma le cose, in quegli anni, erano di gran lunga peggiori di quanto potesse minacciare una punizione esemplare.

Il patibolo

Dettaglio dell’incisione sopra riportata di C.J. Visscher

Il patibolo che venne eretto sullo sfondo della collina di Quaregna assomigliava poco a quello che gli spettatori della Metro Goldwin Mayer videro un secolo dopo in diversi film. Era fatto di tre assi, due conficcate al suolo, una terza trasversale che univa i pali. Il boia  arrivava a destinazione, col suo aiutante, il giorno precedente l’esecuzione. Arrivava da lontano – per quei tempi – da un’altra provincia. A Quaregna quello del “Bacolet” dormirà in una cascina che sarà chiamata a lungo “la casa del boia”. E partirà quasi di nascosto.
Il 5 gennaio 1843 è quasi mezzogiorno quando ha luogo l’esecuzione. Lo scenario è quello di  in una spianata, un prato dove si sente lo scroscio del torrente vicino.
 Il condannato Giuseppe Gruppo arrivò scortato e legato fin sotto il patibolo. Arrivò su un carro preceduto dai frati incappucciati. Sotto il patibolo c’era solo uno scranno e solamente per ricevere l’ultima benedizione. Intorno si sentiva il rumore montante della folla, un brusio fitto come un vespaio che copriva quello del torrente.
 I gesti, il rituale, furono sempre uguali. C’era chi porgeva un sorso di grappa al condannato poi la luce scompariva definitivamente con una benda sugli occhi. Anche le ginocchia vennero  legate.

La paura ti prende i piedi

Faticosamente, con il boia alle spalle, al condannato fecero salire i pioli di una scala appoggiata alla traversa del patibolo. Non c’era palco, non c’era corda pendente se non quella che era già stata messa al collo, indossata e penzolante  come un foulard, finché l’uomo non arrivava all’altezza giusta in modo da poter essere appesa. Il boia prendeva l’estremità  del cappio e lo fissava a un robusto chiodo conficcato sulla trave. Poi, quando la stretta era sicura, tornava all’altezza del condannato, legato, bendato e ancora sulla scala. Un colpo deciso, una spinta e il corpo annaspa nel vuoto. Ma non era finita. Non ancora.
La parola “tirapiedi” nacque in questo momento.
Tirapiedi, ovvero l’aiutante. Anche quel giorno, da terra l’aiutante prese i piedi del condannato mentre il boia appoggiato sul tronco trasversale del patibolo, a sua volta coi suoi piedi, spinse la testa dell’uomo su un lato. Le illustrazioni del tempo disegnano questo gesto. Crudo fino all’oscenità.
C’era silenzio ora sulla spianata, qualche mormorio velato, le proteste per l’imperizia, se qualcuno credeva di averne vista una negli esecutori. E finalmente si tornava al calesse, al carro, a casa. Con una storia da raccontare, con la paura e i sogni che ti tirano per i piedi.

M.C.

*La ricerca storiografica a cui si è fatto riferimento in ordine a nomi, date, modalità del procedimento, è di Sergio Marucchi


 

Storia di un omicidio, un monastero e un gallo

L’affresco della Trinità censurata dal Concilio di Trento e, a fianco, la storia dell’impiccato al monastero cluniacense

La storia ha per protagonisti un impiccato, un gallo e un monastero cluniacense.  Il monastero è quello di Castelletto Cervo, il gallo e l’impiccato sono in un affresco che potrebbe essere quasi un cartiglio di grande eloquenza. Ma non è così. Anzi, la storia racconta in realtà i pellegrini dell’undicesimo secolo e un medioevo fitto di slanci verso l’assoluto accanto a tagliagole e tagliaborse.
Tra le quinte di tutto questo c’è il Genio del Luogo, la sua essenza, che si può immaginare appena avete svoltato dall’orrido degli svincoli che tagliano la pianura, tra Castelletto e Mottalciata, tra Biella e Vercelli, lungo la strada che fu quella per Santiago di Compostela.
 Non troppo in alto ma dominante nel verde della pianura, il monastero si confonde con un passato di bassa corte: le galline ci sono ancora, il silenzio della cascina anche. Tra le bifore, i mattoni rossi, il verde pallido della stagione e gli squarci del tempo appena rappezzati.

Come Casa Usher

Un ingresso all’abside murato

Anni fa chiunque poteva entrare nella chiesa in qualsiasi momento  come  tra i ruderi abbandonati di Casa Usher.  L’orrido, è chiaro, era quello a valle, quello dei magnifici “manufatti” di cemento, ma per convenzione il dizionario lo avrebbe aggiudicato all’antico monastero. Costruito mille e cento anni fa e immerso in una solitudine notturna di bellezze sbrecciate, di absidi polverose e robinie centenarie. Entrando, alla sinistra dell’altare una porta ti conduceva verso un’altra stanza dove si vede l’affresco, oggi restaurato, della Trinità: tre ieratici barbuti seduti ad una mensa, le dita alzate per indicare il numero tre. Un modo popolare per mostrare un concetto che ai vescovi del Concilio di Trento non piacque più.  Dal Concilio in poi ai pittori fu infatti vietato di rappresentare il mistero della Trinità con tre figure. Ed è un miracolo che quello non sia stato cancellato.
Viceversa a nessuno importò mai niente dell’enigmatica storia dell’impiccato. Accanto a San Giacomo compaiono un gallo, due pellegrini che pregano e un nobiluomo, mentre sullo sfondo una figura umana pende da una forca e sembra l’ultima cosa di cui ci si debba preoccupare.
Occorre quindi ricostruire questa storia che sta tutta in una lettera salvatasi dal tempo grazie ai monaci di Cluny.

Una lettera denuncia un omicidio

Il complesso del monastero

Tra il 1095 e il 1096, i titolati di Castelletto,  il conte Oberto di San Martino e il suo vassallo, un certo Ardizzone, si prendono il fastidio di scrivere una lettera all’abate di Cluny. Gli dicono che il piccolo monastero piemontese è gestito in modo scandaloso e che tra i viaggiatori ospitati  avvengono furti, aggressioni, rapine. C’è stato anche un omicidio. La chiesa e gli altri edifici annessi, trovandosi sulla strada del pellegrinaggio, sono molto frequentati. Tanti sono i viaggiatori  che si fermano  per la notte o per qualche giorno.
Nella missiva Conte e vassallo chiedono che il priore venga sostituito con quello precedente, un certo Garnerio a quel tempo impegnato nel comasco.
La faccenda è seria. 
Cosa sia avvenuto di preciso immediatamente dopo quella corrispondenza non si sa.  Di sicuro la missiva (che oggi si può consultare alla Biblioteca Nazionale di Parigi), non venne dimenticata.  E qualche tempo dopo il priore fu sostituito.
E l’impiccato? E il gallo?
Per saperne qualcosa di più, né il carteggio né l’affresco sono sufficienti. Bisogna ricorrere ad una leggenda che prende le mosse proprio dall’anno mille e spiega perché i religiosi abbiano successivamente fatto dipingere nella chiesa un San Giacomo (patrono di Santiago di Compostela e dei viaggiatori) in compagnia di un impiccato.

La leggenda del gallo e dell’impiccato

Dettaglio dell’affresco della Trinità: San Giacomo, patrono dei viaggiatori e alla sua destra il patibolo, il gallo, i familiari dell’impiccato

Si racconta che una famiglia diretta in Spagna si era fermata nel monastero per la notte. Ma il mattino successivo il padre di famiglia – così dice la leggenda – venne svegliato e portato di peso davanti al signore del posto mentre gli altri pellegrini se la svignavano rapidamente.
 Al presunto colpevole fu mostrata una scarsella vuota trovata accanto al suo pagliericcio. Era l’ennesimo  furto ma questa volta si conosceva il responsabile.  Processo e condanna furono rapidi come l’esecuzione, fissata per l’alba del giorno successivo.  
Ogni cosa era già decisa quando il figlio del condannato giurò che suo padre era innocente e che era disposto a prendere il suo posto sul patibolo.  Detto e fatto.  Il giudice si convinse che il ragazzo diceva la verità, ed era quindi colpevole. Ma le cose si complicarono.
Nella notte la madre del condannato ebbe una visione. «Andrai domani da giudice – le disse San Giacomo – e dirai esattamente queste parole:  “Liberate mio figlio perché egli è vivo”».  Insomma,  il patrono dei viaggiatori si prese il disturbo di comparire in sogno. Com’ era possibile, del resto, si chiedeva la donna,  che un innocente fosse impiccato?

Racconti sulla strada di Santiago

Così, di buon’ora, la madre  bussò alla casa del giudice e  lo trovò seduto davanti al tavolo imbandito.  Poiché  non sapeva come iniziare il discorso,  finì per ripetere le parole del sogno: «Libera mio figlio perché lui è vivo». Il giudice la guardò sogghignando: «Tuo figlio è vivo come questo pollo sul tavolo». E in quel preciso momento il pollo riacquistò d’un colpo il suo piumaggio colorato mentre il ragazzo si alzò dal tavolaccio del patibolo.
Qualche decennio dopo la leggenda diventò un affresco o, forse, l’affresco della Trinità e di San Giacomo prese a prestito un racconto di devozione colto sulla strada di Compostela.

Marco Conti

Pellegrini in un affresco medioevale


 

 


 

Mito, poesia, oralità: il basilisco e la leggenda dei tre Laghi

Il basilisco ripreso nel medioevo dalla descrizione di Plinio. Sul capo c’è un diadema

Da Plinio al medioevo, il rettile che cammina in piedi

Dalla letteratura medioevale, alle leggende, ai racconti fantasy di oggi,  il drago mostra di avere nel nostro immaginario una vitalità eccezionale. Così straordinaria che si può rintracciare persino la sua evoluzione narrativa.
Dal mito alla fiction passando ora dalla narrazione orale, ora dalla scrittura vicendevolmente. Se si comincia con Plinio il Vecchio se ne ha un’idea precisa poiché persino Plinio nella sua Historia Naturalis  si è già basato su altri racconti: Aristotele per cominciare e, per continuare,  Nicandro di Colofone ed Erodoto. Ma la lista potrebbe continuare. Sta di fatto che nel Libro ottavo dedicato agli animali terrestri, Plinio comincia col raccontare che accanto al Nigri, sorgente del Nilo (così si pensava) vivesse la Catopleba: una fiera con la testa pesante che tiene sempre rivolta verso terra «altrimenti farebbe strage del genere umano, perché tutti quelli che l’anno fissata negli occhi sono morti subito. Identica è la proprietà del serpente basilisco. Lo genera la provincia della Cireneica, non è più lungo di dodici dita e lo si riconosce per una macchia bianca sulla testa, a mo’ di diadema. Col sul sibilo mette in fuga tutti i serpenti, e non muove il suo corpo come gli altri, attraverso una serie di volute, ma avanza stando alto e dritto sulla metà del corpo. Secca gli arbusti non solo toccandoli, ma col suo soffio, brucia le erbe, spezza le pietre» (Storia Naturale, vol. VIII. 77, 78).
Ecco per sommi capi la genesi di un drago: tale nel racconto orale, tale nei fumetti.
 

Il drago alato: il suo fiato è una fiamma

Boewulf

Questo poema di incerta datazione (parrebbe del VI secolo) e senza autore conosciuto riporta all’iconografia ancora oggi in auge: ha spire luccicanti (come squame), fiato di fuoco e la figura del serpente. Ma attenzione…nel 1500 inglese un naturalista ne conta almeno tre tipi: con ali e senza piedi, senza ali né piedi, con ali e piedi (E. Topsell, Histoire of Serpents or the Seconde Booke of Living Creaturers, London, 1608). Ma per venire alla storia: Boewulf è un eroe, un combattente che affronta il temibile drago Grendel, un essere che – si evince dal testo – non è semplicemente un animale pericoloso, ma una figura che appartiene a un altro mondo e contemporaneamente una manifestazione del male, che vola sopra le case bruciandole, una oggettivazione della Notte e, insieme delle viscere della terra.
 
Nel XXXV libro Boewulf si prepara allo scontro ed il nemico è descritto con queste parole:
 
«Ma qui mi aspetto la guerra
del suo fuoco rovente, del fiato, del veleno.
per questo ho su di me la cotta e lo scudo.
Dal custode del tumulo non scapperò un piede (…)»
Vv. 2521-2524
 
Grendel custodisce un tesoro, dei gioielli; Plinio ci parla di un serpente che secca gli arbusti col fiato;  moltissime leggende ci parlano di un serpente che incanta e che ha un diamante infilato nel capo.
Il mito riprende dunque se stesso.
Saxo-Gramaticus nelle Gesta Danorum dirò che è gigantesco e alato. Paolo Diacono nell’VIII secolo cita il drago nella sua storia dei Longorbardi con caratteri simili.
E’ tutto? Neppure per sogno.

Tarasque, Scürsc e  Serpentana

Dal medioevo in poi il Basilisco, ovvero il drago Grendel, prende altri nomi a seconda dei luoghi in cui l’immaginario lo racconta.
Una ( tra le tante) Vita di Santa Marta di autore anonimo ma del XIII secolo, lo cita a Tarascona, nei pressi di Arles, e dice che vive nascondendosi ai bordi del Rodano quando non vola sopra le case, come viene spesso raffigurato con le fiamme in bocca seminando morte. Sarà questo animale mitologico che verrà tramutato nella Tarasque, un mostro che compare ancora oggi nel folklore provenzale, sia pure in una versione iconografica terrificante ma addomesticata.
Nel 1814 (e al di là naturalmente delle tante incarnazioni apparse nei poemi nel corso del tempo e in un numero ancora maggiore di leggende), lo scrittore Carlo Amoretti scrive una ristampa del suo Viaggio da Milano ai tre laghi e racconta dell’esistenza di “lucertoloni alpigiani” che succhiano il latte delle vacche. La cosa curiosa è che Amoretti dice che fino a quel tempo si credeva leggendaria l’esistenza di questi animali. Invece delle specie di Iguani (questo il termine usato) «esistono tuttavia nei nostri monti».

Ecco la Serpentana o lo Scursc delle leggende

Il serpente fa crescere i fiori in inverno

Il mitico basilisco col tempo è diventato lo Scűrsc della tradizione orale nel Piemonte occidentale (ma diversi sono i nomi che gli sono attribuiti di provincia in provincia).
Parente prossimo del drago volante, anche  lo Scűrsc contiene un prezioso segreto, un diamante  in testa.
 In alcune versioni valligiane delle Prealpi si racconta che, a dicembre già avanzato, una donna uscì di casa per prendere della legna dalla catasta, vicino all’orto. Proprio in quel momento sentì un profumo leggero di fiori, un odore che capita di sentire solo in primavera quando fioriscono le robinie. E infatti, fatto qualche passo più oltre, vide che l’acacia era fiorita e avvicinandosi, tra le altre piante secche come pali, vide sotto il tronco della robinia un serpente. Nero come la pece, arrotolato, diffondeva intorno a sé il caldo del suo corpo. La leggenda dice che dove rimase a dormire tutto divenne così arido che non crebbe più l’erba…Così duemila anni dopo, ecco la storia di Plinio che fu storia di Aristotele.