Umberto Eco, i Templari e le Vergini Nere

Le statue delle Madonne Nere dei santuari di Oropa, Manosque, Montserrat, Crea, sorgono in luoghi montani e solitari. Umberto Eco ne scrisse nel “Pendolo di Foucault” e sostenne la relazione tra l’Ordine templare e le Vergini Nere. Un documento che parla della morte di Syon a Oropa sembra confermare la tesi. I sincretismi

Cressac sur Charente, ciclo pittorico raffigurante la battaglia templare contro gli infedei

E’ una giornata d’agosto del 1290 quando muore tra gli eremiti di Oropa il maestro Syon, uno studioso, un celebre grammatico che sarà sepolto a Vercelli il 16 dello stesso mese. Gli ultimi giorni del maestro, lontani dalla calura, dagli scocciatori, dai chierici, trascorrono in un eremo. Verde, silenzio, solitudine.  A quel tempo gli eremiti non vivono nelle grotte, ma in semplici case che già prendono il nome di priorati. Hanno un saio nero, lo stesso che compare negli affreschi del Trecento della chiesa di Santa Maria  dove si trova il sacello della Vergine Nera; hanno probabilmente qualche capo di bestiame, ma vivono soprattutto delle offerte o, come si dirà diffusamente nel corso dei secoli, «vivono della devozione».

Il maestro e la mansione

I motivi geometrici sono frequenti nelle antiche cappelle e nei luoghi dove la committenza era templare. Così a Montaunes (immagine qui sopra) e a Bevignate (Perugia)

Il maestro di Syon, che lasciò un trattato ancora oggi consultabile, muore in una casa vicina a quello che diventerà il sacello. Quando viene steso il suo necrologio si specifica che si trovava a San Bartolomeo. Ma sorprendentemente si scrive: «in mansione  Sancti Bartholomei de orepa». Una mansione a Oropa anziché una “domus”?  Sarà un caso.  Nel mondo romano questo termine è usato genericamente per i luoghi di ospitalità lungo le vie di comunicazione. Tuttavia in quegli anni “mansione” è precisamente il nome con cui  i Templari  indicano diversi loro insediamenti,  gli edifici che sorgono lungo le vie di transito commerciale e di pellegrinaggio.

Oropa, pellegrinaggi e transiti

La Vergine Nera nell’antica basilica di Oropa (Piemonte)

In apparenza Oropa   è  l’esatto opposto. Eppure la vallata mette in comunicazione i biellesi con Fontainemore dove in quegli anni si svolgono molti  scambi commerciali.  Si passa lungo gli stessi luoghi degli eremiti.  Il primo documento che  indica la loro presenza con sicurezza è del 2 maggio 1207, mentre  a giudicare dagli edifici costruiti essi erano già presenti  nel IX secolo.  Di  templari, viceversa  neppure l’ombra. Le mansioni più vicine al Biellese furono  quelle di Livorno Ferraris e di San Giorgio Canavese. La storia dell’Ordine del Tempio  ha però un altro tassello equivoco: il ruolo che i templari hanno avuto nel culto delle Vergini Nere.

Qualche decennio prima,  in Provenza, nella valle di Vésubie, i Templari crearono una commanderia e dove esisteva una cappella benedettina,  collocarono una Madonna Nera che da quel momento verrà chiamata “Notre Dame de la fenêstre”. Non fu un caso isolato. Nello stesso periodo in cui si sviluppa la storia dei Templari, ha inizio  in Francia, Italia e Spagna anche il culto delle Vergini Nere. Costituitosi per tenere in vita gli ideali cristiani delle crociate, poi strutturatosi intorno alle vie di comunicazione e di pellegrinaggio, l’ordine  aveva anche creato una dottrina non lontana dall’esoterismo gnostico.

Il pendolo di Foucault

Rocamadur, Vergine Nera

Umberto Eco, nel suo romanzo, Il pendolo di Foucault, insiste su questo aspetto. Ma chiuse le pagine della narrazione, fitta di incisi esoterici, resta il dato storico che lo scrittore mi confermò: «E’ certo – disse durante la presentazione del romanzo – che esiste un rapporto tra vergini nere e templari; si tratta però di dimostrare se, nel caso specifico di Oropa, il rapporto è corretto». Nessun documento attesta questo legame  né a Oropa, né nella maggior parte dei santuari o delle chiese che ospitano una Madonna Nera. Vésubie è una eccezione. Per contro il mistero della loro presenza, condito con leggende come quelle di Sant’Eusebio che avrebbe peregrinato tra Crea, Cagliari e Oropa con le tre statue nere come l’ebano sottobraccio, suggerisce il tentativo di far rientrare queste presenze nel solco della tradizione. In epoca moderna l’imbarazzo è risultato evidente quando in alcuni santuari, come a Crea, si è tentato di sbiancare le statue sostenendo che solo il fumo dei ceri le aveva annerite.

Eco, le Vergini e i celti

Montserrat (Spagna) Vergine Nera

«Le prime vergini che appaiono in Europa – scrive Umberto Eco nel Pendolo di Foucault – sono le vergini nere dei Celti. San Bernardo, da giovane, stava in ginocchio nella chiesa di Saint Voirles, davanti a una vergine nera ed essa spremette dal seno tre gocce di latte che caddero sulle labbra del futuro fondatore dei Templari».  Il romanzo con cui Eco si fece mettere all’Indice dall’Osservatore Romano, citava in questa pagina una leggenda  ma anche una circostanza storico-religiosa certa: la divinità femminile della Terra per i celti  è stata Modron, raffigurata in nero e poi trasformata letterariamente, con il  ciclo arturiano, in Morgana.  

Altri sincretismi

C’è chi ha osservato una seconda trasposizione tra la Vergine e  il culto romano di Iside, nera e materna. Infine i luoghi in cui sorgono i maggiori santuari che custodiscono una Madonna Nera hanno uno scenario che si ripete: montagne, grotte, solitudini, boschi. Così a Oropa, a Crea, a Montserrat, a Manosque, Rocamadur, Tindari, Loreto e altrove.

Filippo il Bello osserva il rogo dei Templari

Lo scenario dice più di quanto non dicano i documenti. La figura femminile, madre e nera, come  nera e materna risulta simbolicamente la terra, non poteva trovarsi in un luogo qualsiasi. Ma perché immaginare i cavalieri templari, al posto di Sant’Eusebio, impegnati tra vallate e pianure a insediare statue e culti? Il percorso anziché nello spazio solamente  è stato tracciato dal tempo. Il Roch ‘dla vita, (la roccia della vita) il masso della fertilità di Oropa, sembra gridarlo a viva voce. A due passi dalla grotta intorno alla quale è nata la basilica. E’ un teste eloquente, un testimone  nato molto prima dell’Ordine del Tempio. Quello stesso edificato a Gerusalemme  con un nome che era una promessa: Nostra Signora del Monte di Sion.

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La peste a Biella nel XVI secolo

Ecco i provvedimenti e i divieti durante la peste cinquecentesca in Piemonte e a Biella. La casa del primo malato data alle fiamme. Le ricette contro il male, i lazzaretti, i mercati fino alla ripresa. Un calco più drammatico dell’attuale pandemia

John William, Waterhouse, Una novella del Decamerone, 1916

Sul finire di giugno le strade sono deserte. Gli ingressi alle porte della città sono presidiati giorno e notte. L’ordine è di stare in casa. E’ previsto che i trasgressori siano frustati e siano loro confiscati i beni. Chi ha un campo può  però  andare in campagna con la propria famiglia. Chi ha  delle granaglie da macinare porterà i sacchi fuori dall’abitazione del mugnaio che consegnerà poi  il macinato sull’uscio di casa del proprietario, oppure davanti ai  forni dei panettieri, il tutto coperto con un pezzo di stoffa. E’ il 23 giugno 1599 quando il medico Giovanni Battista Piana scopre il primo caso di peste nel piccolo rione di Cossila.

I primi allarmi a Torino 23 anni addietro

La città era già sottoposta a norme precauzionali fin dal 1576, quando il Magistrato della Sanità di Torino aveva emesso un’ordinanza  che vietava a tutti, laici ed ecclesiastici, di entrare nei territori sabaudi se provenienti dai centri dove vi erano stati casi conclamati del male. Neppure sulle strade aperte gli osti potevano accogliere gente che arrivasse da Venezia, Mantova, Vicenza, Milano e persino da Seregno, da Monza, Voghera, Merignano, da tutto il Tirolo, da Sicilia e Calabria. Ma per un ventennio le norme furono un colabrodo con qualche eccezione: il 10 maggio 1576 due mercanti di tela di Occhieppo (un altro centro nel Biellese) vennero fermati e interrogati dal Podestà. Venivano da Palestro e per sicurezza furono messi in quarantena  in una cascina fuori dalle mura in attesa dei pareri dei medici. Sempre per sicurezza il Podestà in quello stesso anno ordinò che chiunque avesse dei parenti in viaggio fuori dal Biellese dovesse fornire indicazioni del posto in cui si trovavano.

Scarseggiano le granaglie

Quando arriva il peggio, nell’estate e autunno 1599, Biella è già in difficoltà: poche risorse alimentari (le granaglie arrivano dall’esterno), un debito comunale e territoriale consistente, i commerci impediti di fatto, mentre la necessità di procacciarsi le scorte alimentari è impellente. Da alcuni mesi i notabili hanno lasciato il centro cittadino e si sono rifugiati in campagna, nelle ville, nelle cascine, come durante le epidemie del medioevo.

Caravaggio. Canestra di frutta (1594-1598), olio su tela

Chi è colpito muore in una ventina di giorni

Chi è colpito dal male muore in una ventina di giorni, in qualche caso ne bastano tre o quattro. I medici si affacciano sulla porta e, se il caso è sospetto,  li inviano nel lazzaretto. In breve Biella ne avrà due, fatti di capanne, con un guardiano e qualche inserviente. I monatti, una trentina, vengono reclutati in Lombardia e pagati come meglio possono consentire le finanze pubbliche. Ciò non toglie che il primo caso di peste conclamato quel 23 giugno 1599 venga represso con una drastica decisione da cui emerge più il terrore che l’intelligenza: la casa del malato, Antonio Ramella, viene data alle fiamme. E poiché l’incendio è eseguito male, va a fuoco anche la casa della vicina Giovanna Ramella. Il provvedimento successivo non è meno severo: si inviano delle guardie intorno a Cossila e si vieta che gli abitanti escano dalla borgata. Naturalmente è fatica sprecata.   L’estate si annuncia torrida e avarissima.

Zolfo, arsenico, salnitro, resina di pino

Rimedi contro la peste nella Cortona del Cinquecento

Al minimo sospetto vengono fatte disinfezioni secondo una formula prescritta dal Magistrato torinese. Vengono cioè impregnate delle carte con  un composto fatto di zolfo, salnitro, arsenico e resina di pino. Poi si  bruciano i fogli  stanza per stanza. Il Comune assolda altri tre medici per visitare tutte le case mentre alle porte della città le guardie hanno l’ordine di non lasciare passare nessuno senza il documento di certificazione chiamato Bolletta di Sanità.  Gli stessi abitanti dei rioni esterni a Biella non possono varcare i portoni con l’eccezione dei residenti di frazione Barazze. All’epoca esistono ancora solide mura: sulla collina, al Piazzo, da Porta Torrazza al Vernato; a Biella Piano da Riva verso sud e verso San Cassiano. Ognuno diventa sorvegliante del vicino e la paura lascia pochi varchi aperti. Forse solo nelle magre campagne circostanti e sulle montagne si respira con tranquillità. Tanto vale uscire verso i boschi, rientrare a notte, raccontare la propria storia proprio come nelle giornate della lieta o meno lieta brigata dei novellatori inventati da Boccaccio.

Il primo lazzaretto

Il primo lazzaretto viene recintato in un prato appartenente a Giacomo Boglietti; un secondo viene fatto ai confini con regione Monté. I guardiani sono incaricati di evitare le fughe che, comunque ci saranno, proprio verso la fine dell’epidemia. Intanto si sparge la voce: dei casi di peste si sono già avuti anche a Zubiena, Cerrione, Alice, Cigliano dove il Biellese acquista il grano e le farine. Dal 19 ottobre 1599 a dicembre dello stesso anno vengono portate nel lazzaretto di Biella 130 persone, ne moriranno 75; 170 sono le case disinfettate. Chi viene portato al lazzaretto e se la cava, si è salvato due volte. La quarantena è divisa in due periodi: venti giorni di cosiddetta “quarantena brutta” e venti di quarantena “bella”. I malati e i sospetti vivono in capanne, col terrore perenne di scoprire un ascesso, un bubbone,  col sospetto che il cibo servito possa essere veicolo d’infezione. Tanto più che sono i monatti a portare i vassoi. Anche per questo c’è chi tenta la fuga e rischia il carcere…In prigione già c’è.

La peste si attenua. La prevenzione

Non mancano i casi di speculazione, di sciacallaggio. In Comune arrivano alcune segnalazioni di pani pagati a carissimo prezzo e fatti con materiali scadenti. Ma l’epidemia comincia ad attenuarsi nel dicembre dello stesso anno. Nei tre mesi successivi del nuovo secolo i morti di peste saranno solo cinque. Difficile pensare che il merito sia delle cure. All’epoca le ricette erboristiche non prevedono neppure l’uso  delle piante antisettiche più energiche che verranno successivamente riconosciute utili almeno per le infezioni batteriche. In città, fra le prescrizioni mediche di cui si ha traccia, è consigliato un impiastro con foglie di malva, viola, radici di scabbia, giglio e consolida; oppure si prescrive un cerotto di “bettonica” (betonica), lauro, piantaggine, mille foglie, verbena, trementina, cera bianca e “raggia di pino”.

Per la storia della medicina, quella del Cinquecento e del primo Seicento fu però una epidemia meno grave di quelle che seguirono: furono colpiti soprattutto i poveri, i più denutriti, i mendicanti, anche se tra le vittime non mancarono ovviamente le persone abbienti. A Biella il bilancio della pestilenza del 1599  appare oggi drastico ma non devastante come in altre città di pianura.

Quattrocento vittime su seimila abitanti

Luigi Sabatelli (1772.1850), La peste a Firenze nel 1348

Un ruolo non irrilevante lo svolse Traiano Gromo, il rettore della città  che giorno per giorno si spendeva con ostinazione, qualche volta cavalcando di rione in rione per accertarsi dello stato delle cose. Quando l’incubo finì, il Consiglio cittadino – composto fra l’altro di alcuni notabili che soggiornarono in campagna durante il pericolo –  gli tributò una lode pubblica e fu tutto. Un documento del 1593 permette di calcolare l’incidenza statistica della peste. Dal “Quinternetto dei fuochi e dei capi di casa” si ha il numero dei capifamiglia presenti sia in città, sia nei rioni, tra i quali c’era anche Pralungo, ma non Chiavazza (oggi rione cittadino).  In quella data i fuochi erano 1241. La media di ogni famiglia, all’epoca, era di cinque persone: dunque 6205 erano all’incirca i residenti.  In sette mesi, dal giugno 1599 alla fine del gennaio 1600 i morti furono 460, vale a dire più di sette persone su cento. Le ultime battute della nostra storia riguardano i giorni successivi l’epidemia. Il 3 marzo 1600 i medici incaricati di visitare ogni famiglia avevano pronta la relazione in cui si affermava di “non hauer ritrovato alcuni ammalati infetti né sospetti ma solo ammalati di mali ordinari”.

Torna il mercato “entro le mura”

A quel punto, tuttavia,  la stessa sorte dei sospettati di peste tocca alla città intera che deve entrare in quarantena, dimostrare di essere salubre, per ottenere le libertà consuete e riprendere i commerci. Il 22 aprile il Podestà  che era stato allontanato per la sua sicurezza rientra a Biella e poco dopo si riconfermano i benefici: il macello si farà solo al Piazzo e sarà vietato nella città bassa, mentre il mercato che, durante la peste e ancora prima dell’epidemia conclamata si faceva ad Occhieppo, tornerà dentro le mura. Restaurati i privilegi, si pensò al trascendente. Ecco spuntare allora “100 ducatoni” che contribuiranno  a costruire una nuova chiesa intorno al Sacello della Vergine come si scriverà all’indomani della processione cittadina al santuario di Oropa, il 17 agosto del 1600.

Marco Conti

Il santuario di Oropa (Biella)

Ife, Mossul, Timbuctù

Come riscrivere la storia dell’Africa. Dalla sconosciuta Carta di Mandé all’arte nigeriana che fece sognare Frobenius

Quando l’Africa centrale era ancora fatta di tribù e di insediamenti coloniali, a Ife in Nigeria, l’antropologo tedesco Leo Frobenius scoprì in un santuario una scultura in ottone di straordinaria bellezza. In quel volto non c’era niente che avesse mai visto prima nel mondo africano. La fattura appariva così raffinata e diversa dalle sculture tradizionali – le stesse che di lì a poco avrebbero ispirato Modigliani e Picasso – da far pensare ad un’ altra Africa, diversa, ispirata come quella mediterranea. Nacque così la tesi di Atlantide.

La testa di Ife rinvenuta in un santuario

L’Atlantide di Frobenius

Passando al setaccio quell’idea bisognerà convenire che ben pochi sono oggi gli indizi per confermare l’ipotesi. Ma nel 1910 il mondo occidentale aveva una conoscenza approssimativa dell’arte e della cultura africane. Frobenius coltivò l’idea, del tutto congrua, che un lembo di terra sommerso a fianco del continente, potesse costituire l’anello mancante che faceva di quella scultura una pagina di estetica confrontabile con l’arte greca. Bisognò aspettare ancora vent’anni per avere migliore intelligenza del ritrovamento. Nel 1938 all’interno del Palazzo Reale di Ife (quindi in un sito diverso della stessa città) si scoprirono altre tredici teste della medesima fattura e cultura estetica cui apparteneva il primo reperto. Ne parlarono vari giornali e riviste. Gli studi si susseguirono. E si stabilì con certezza che le sculture di Ife risalivano a seicento anni prima, vale a dire al XV secolo…Insomma un Rinascimento nel cuore dell’Africa a fianco di quello italiano.

Una delle sculture di Ife rinvenute negli anni Trenta

In quell’epoca il territorio nigeriano commerciava avorio con la costa occidentale attraverso i fiumi e, dalla regione occidentale, i traffici risalivano verso il nord e il Mar Mediterraneo. Ife era un sito religioso importante delle tribù yoruba. L’idea più accreditata è che quelle sculture fossero quindi divenute una sorta di totem per i riti e le cerimonie di Ife. Il volto ieratico e attento ritrovato da Frobenius era forse il ritratto o l’alter ego di un’ alta autorità morale.

I manoscritti salvati dall’Isis

I manoscritti di Avicenna

Ma questo non è il solo caso in cui etnografia, arte e letteratura, riservano delle sorprese che spazzano via in un momento i cliché dell’Occidente tecnologico raccontando come sia sempre il passato a fornire un’identità, anziché la sicumera di un futuro magnifico, come accade oggi con i mantra della globalizzazione. Ce lo ribadisce questa seconda storia. Nei pressi di Mossul, in Iraq (nella terra di Ninive) un domenicano, Michaeel Najeeb, ha salvato circa ottomila manoscritti dalla furia distruttrice dell’Isis. Ha fotocopiato circa un milione di pagine e le ha successivamente scansionate. Nel 2014 quando Mossul stava per cadere nelle mani dello Stato Islamico Najeeb ha avuto l’energia e il coraggio di caricare su di un camion centinaia di quei manoscritti ormai fragili come cortecce secche, tra cui una copia del Canone di Medicina di Avicenna (XII secolo), i commenti in arabo di Averroè, epistole e opere del cristianesimo primitivo e molto altro ancora. Così, mentre i cannoni distruggevano la Biblioteca di Massul, due camion con 809 manoscritti attraversavano il Kurdistan. Quando infine gli invii furono resi impossibili dalla guerra, padre Najeeb continuò la sua missione affidando le opere a chiunque fuggisse verso Erbil, lontano dalle cannonate. Ne scriverà nella prosa autobiografica di Sauver les livres et les hommes (Grasset, 2017).

La carta di Manden

Tuttavia quando il domenicano venne invitato a Bruxelles per testimoniare del lavoro svolto non era solo. Con lui c’era Abdel Kader Haïdara, un mussulmano, un erudito di Timbuctù. Anche Haïdara era ospite del consesso internazionale per aver portato in salvo migliaia di pergamene del Mali e molte opere religiose contenute nella biblioteca dell’antichissimo sultanato. Nel 2012 la guerra di Al Qaida aveva già compiuto sul territorio diverse distruzioni ed è in corso tutt’oggi. Tra le opere messe in salvo dall’erudito figura un testo che – come le teste d’ottone di Ife – farà discutere ancora molto. Ma fin d’ora la sua eccezionalità è fuori d’ogni dubbio. Si tratta della Charte du Mandé o Carta di Manden. E’ un testo trasmesso in origine oralmente proprio come avviene con una leggenda. Ma non si tratta di una narrazione orale qualunque. E’ verosimilmente il primo atto politico e giuridico con cui vengono sanciti i diritti della persona e abolita la schiavitù. L’eccezionalità della “Carta” sta tutta nella sua datazione. Secondo molti studiosi questo specie di proclama dei Diritti dell’Uomo risale infatti al 1222.

Nessuna vita è più rispettabile di un’altra

La prima norma dice: «Una vita è una vita. Nessuna vita è più rispettabile di un’altra o superiore ad un’altra». La seconda recita: «Che nessuno attacchi il vicino gratuitamente; che nessuno gli faccia torto o lo martirizzi»…A cui seguono: «Il torto reclama una riparazione» con l’invito «Pratica il mutuo soccorso». Altrove si legge: «La guerra non distruggerà mai più un villaggio per prendere degli schiavi; ciò significa che nessuno metterà d’ora in poi il morso in bocca al suo compagno per andare a venderlo; nessuno verrà picchiato neanche a Mandé, figuriamoci messo a morte, perché è figlio di uno schiavo».  

Secondo i locali la trascrizione venne fatta per volontà di Sundjata Keïta,  (1217- 1255), cioè il primo imperatore e fondatore dell’impero del Mali, ma vi sono forti dubbi circa l’interpretazione del proclama che, per varie generazioni, è stato tramandato oralmente. Si obietta che in realtà la Carta di Manden voleva regolare semplicemente le tre “caste” dell’epoca fornendo un’immagine pubblica di riferimento per mitigare i conflitti. Tuttavia, qualunque sia l’interpretazione, la Charte racconta una storia che l’immaginario occidentale non supponeva neppure lontanamente. Un po’ come se tra un millennio il documento  fondante l’ Unione europea dovesse comparire improvvisamente per suggerire non la realtà, ma i sogni, ben sapendo che i sogni non sempre sono innocenti.

Osvaldo Enoch

 

L’ascia di giada del Monviso

Giunta dalle Alpi italiane, lavorata in Bretagna, conservata al British Museum, l’ascia risale a 4000 anni fa. E’ perfetta e non è mai stata usata. La scoperta delle stazioni di sgrossatura del neolitico. Le tradizioni, i culti

L’ascia di giada risalente a 4.000 anni fa esposta al British Museum

La storia del mondo in 100 oggetti di Neil Mac Gregor (Adelphi Edizioni), trascorre tra una mummia e una tavoletta di argilla, una scrittura e una divinità del mais: racconta una banconota Ming e un servizio da tè vittoriano, oppure una carta di credito islamica.  Il suo itinerario coglie così sia la cultura della civilizzazione, sia quell’enciclopedia di reperti che è il British Museum.
Se in questo repertorio non mancano le curiosità di una storicizzazione che ormai guarda all’esemplarità col sospetto di un sapere frastagliato e multietnico, ecco che tra i marginalia le sorprese sono ancora più importanti. Chi sapeva che, sulle Alpi italiane, la cultura neolitica aveva reperito dei blocchi di giada utili per forgiare preziose e indistruttibili asce? E che 4.000 anni avanti Cristo una di queste asce, forse ricavate dal Monviso o dalle pendici valdostane, si trovava già a Canterbury prima di essere classificata ed entrare nel British Museum di Londra?

Una lama ancora vergine

Eppure è quanto è accaduto: «A prima vista – scrive Mac Gregor – non si distingue da migliaia di altre asce in pietra della collezione, ma in realtà è più sottile e più larga della media. Ancora oggi sembra nuova di zecca, ed è molto affilata. E’ a forma di amigdala, e misura 21 centimetri in lunghezza e circa 8 centimetri in larghezza alla base. Al tatto è fresca, e dà una straordinaria e piacevole sensazione di liscio».
Per una volta l’oggetto, benché prezioso, non ha legami magico-religiosi che documentino la sua eccezionalità, tranne la bellezza. Tanto più che diversamente da altre asce non mostra segni di usura e neppure sembra aver mai avuto un manico. La prima domanda che si sono posti gli archeologi e gli etnologi è stata quella inerente la sua origine: non poteva infatti  alla fine del neolitico aver viaggiato fino a Canterbury  arrivando dalla Cina o dalle terre mesoamericane e, in Inghilterra come nelle sue isole, non esistono  giacimenti di giada.

La scoperta di due archeologi

Giadeite

Due archeologi, Pierre e Anne-Marie Pétrequin che per anni cercarono la risposta, vennero premiati quando scoprirono le cave preistoriche di giada sulle Alpi italiane. Si era in precedenza ipotizzato che fiumi e ghiacciai avessero portato a valle pietre come queste, viceversa i due studiosi hanno rinvenuto addirittura l’area a cui apparteneva l’ascia. «Lassù in alto – scrivono i coniugi Pétrequin – tra i 1800 e i 2.400 metri, abbiamo scoperto  le stazioni di sgrossatura e la stessa materia prima, ancora con i segni della lavorazione. In alcuni casi, il materiale grezzo si trova sotto forma di grandi blocchi isolati  nel paesaggio. E’ abbastanza evidente che, per poterli utilizzare, gli artigiani li esponevano alla fiamma viva: riuscivano così a staccarne alcune schegge e poi a lavorarle. »

Dal Piemonte alla Bretagna

Un muretto a secco dove spicca una pietra con probabili intrusioni di giadeite in un paese della Valle d’Aosta

Pierre Pétrequin ha fatto di più: ha trovato nel Dorset una seconda ascia che proviene dallo stesso masso delle Alpi. Ha spiegato che poiché si tratta di un masso del tutto particolare come composizione minerale, le sue schegge ne ripetono le caratteristiche.

La storia di questo oggetto sarebbe passata anche dalla Bretagna. Gli esperti sono concordi nel dire che la lavorazione è molto difficile a causa della compattezza della giada. E poiché altri “pezzi” simili sono stati trovati nella Bretagna meridionale si ipotizza che  in Italia sia stata sgrossata e poi in Francia levigata. Infatti proprio in quest’ area francese la pietra di giada era straordinariamente ambita perché assumeva un valore simbolico. Impronte di schegge di giada sono state rinvenute sulle tombe di pietra. Se alcuni pezzi avevano semplicemente un uso pratico, altre asce testimoniavano la storia della persona che le aveva possedute e venivano sepolte con i loro corpi.

Bellezza e sacralità

Ma lasciando il British Museum e il libro di Mac Gregor, restano irrisolte molte domande. Non ci sono infatti testimonianze che dicano per quale ragione la lavorazione della giada non ebbe in Occidente uno sviluppo paragonabile a quello avvenuto in Cina, così come in via generale non c’ è uniformità tra la fine delle culture neolitiche. In Oceania per esempio è un periodo che si può considerare concluso solo con l’arrivo delle tecniche occidentali, nel 1500.  Le Veneri continuarono ad essere scolpite dal paleolitico in poi su pietre comuni mentre la giada che, per durezza, possibilità di ottenere superfici levigate e ovviamente per rarità, colore insolito e brillante, avrebbe costituito idealmente un oggetto di pregio e un correlativo alla preziosità del sacro, ricomparve in Europa solamente all’arrivo di Cortès dall’America centrale.

Montezuma e l’esmeralda

Skeletonized, divinità degli inferi azteca realizzata in giada

In sostanza nel continente europeo la fabbricazione litica venne abbandonata  a favore del metallo. Il prestigio della giada ricompare in epoca rinascimentale e arriva da Messico. Nel XVI secolo durante i viaggi di conquista e colonizzazione, Cortès ricevette da Montezuma, “imperatore” degli aztechi una pietra verde che chiamò Esmeralda. Ma fu forse nella cultura maya che la giadeite venne più valorizzata: gli sciamani la portavano al collo e si sosteneva che durante i riti religiosi lo spirito della pietra diventasse più potente.

Le lavorazioni azteche e mesoamericane della giadeite sono comunque decisamente più rudimentali di quelle del nostro neolitico e naturalmente delle lavorazioni orientali.

Il taoismo e la giada

E’ in Cina e nella cultura taoista che la giada acquista un carattere cultuale e culturale di rilievo: la si considera una pietra capace di preservare le carni dalla putrefazione associata all’oro e, per questo, la si trova nelle tombe dei re. Le salme venivano talvolta seppellite in un involucro di pietre di giada e queste ultime legate le une alle altre da fili d’oro. Ma sopra ogni cosa la giada rappresentava e rappresenta alcune qualità morali: il coraggio, l’altruismo, la giustizia. Ugualmente pare che le credenze leggendarie le attribuissero delle proprietà mediche per l’espulsione dei calcoli renali. Fin quasi alle soglie della modernità anche la le culture coreana e giapponese furono affascinate da questa rarità ed ebbero lavorazioni di pregio.

Decisamente marcata e documentata è invece l’attribuzione del potere della pietra nella cultura Maori, dove l’autorità di un capo era sottolineata da una mazza regale in giada; in Nuova Caledonia era invece abituale barattare le proprie figlie con  piccoli e grandi sassolini di giadeite.

François Morane

Un mosaico realizzato con i reperti e i “feticci” del libro di Mac Gregor, “La storia del mondo in 100 oggetti ” Adelphi, 2015

Le grange di Mireille Kuttel

Mireille Kuttel Baudrocco è autrice di romanzi in cui ha ruolo preminente la storia sociale femminile. Le mondine, l’emigrazione, la trasgressione femminile sono i suoi temi. Figlia di emigrati biellesi è vissuta in Svizzera. E’ morta nel 2018.

Quando Montaigne nel corso del suo Viaggio in Italia si fermò a Vercelli, diretto a Torino, si stupì nel vedere l’estensione di boschi e soprattutto di fitti alberi di noce. Osservò che gli abitanti utilizzavano le noci per l’olio, il solo che conoscevano per la loro tavola. Era il 1581. Dalle pianure di Vercelli e di Livorno Ferraris fino alle colline biellesi, il paesaggio si chiudeva nel fitto delle selve. La brughiera, l’ intervallo giallo di erbe e di eriche che i viaggiatori possono vedere oggi, non esisteva. Il disboscamento, lento ma inarrestabile, cominciò proprio nel Cinquecento.
Guido Piovene, percorrendo l’Italia quattro secoli dopo e scrivendo dei vercellesi, disse che la pianura delle risaie sprigionava una poesia difficile da capire. Le acque immobili, l’orizzonte piatto interrotto solo dai filari dei pioppi come dai pali delle linee elettriche, gli suggerivano un paesaggio metafisico, le inquietudini impalpabili di Giorgio De Chirico.

Lorenzo Delleani, La risaia

Così è stato anche per Mireille Kuttel Baudrocco, narratrice svizzera di espressione francese, scomparsa due anni fa. Nel romanzo La risaia era soggiogata da quello stesso fascino. Di più. La voce della narratrice prendeva spunto da una conoscenza personale della risaia vercellese: figlia di emigrati dal Biellese aveva avuto modo di restare in contatto con quel paesaggio che, nel romanzo, diviene il graffio della solitudine dei suoi personaggi. La sua scrittura composta finisce infatti per dare corpo a durezze e paure faulkneriane.
Fulvio, Donna, Irma, Bo incarnano altrettante declinazioni della risaia, altrettante emozioni più scure di quanto non dicano i verdi pastello della campagna, gli azzurri e i grigi acquorei su cui si posano gli aironi e le garzelle.

Zoe, dal Giura al Piemonte

La protagonista, Zoe, è una giovane che vive nel Giura e che coglie l’invito di uno studente universitario a trascorrere qualche giorno in una grangia vercellese. Agli occhi di Zoe l’incontro potrebbe diventare un legame sentimentale, ma il distacco di Fulvio, le sue ombrosità adolescenziali, le pongono più riserve che entusiasmi. Zoe inventa così le sue giornate fra le donne della grangia e le loro storie: vite in bilico fra gli obblighi, le ruvidità dell’ambiente contadino e le risorse salvifiche dell’immaginario femminile. Un tratto quest’ultimo che si coglie anche in un altro, più noto romanzo di Mireille Kuttel, La Pérégrine (in italiano tradotto con il dantesco Come sa di sale, Gribaudo Editore) dove la scrittrice rievoca le radici della propria famiglia attraverso l’emigrazione dal piccolo paese di Sala Biellese alla Svizzera.

Tra la Storia e gli umili

Mireille Kuttel Baudrocco ( Renens 1928 – Lausanne 2018 ) lavorò come giornalista per la Radio svizzera romanda ed esordì con la raccolta di racconti Jeu d’ombres a cui fece seguito una decina di romanzi, alcuni tradotti in italiano e in tedesco. Nel 1978 ha ricevuto il premio Shiller. Tra le opere maggiori: L’oiseau-sésame (1970), La pérégrine (1983), La conversation (1996). La “Rizière” per le Editions L’Age d’Homme è del 1993; la sua traduzione italiana, “La risaia”, (versione di Guido Carta) è comparsa nel 1999 a cura della Società operaia di mutuo soccorso di Villata


Come nelle pagine della Pérégrine la prosa di Mireille Kuttel si nutre di un doppio e diverso humus: da un canto si profila la storia sociale, la quotidianità severa del lavoro, quasi una minuscola etnografia dell’ambiente, dall’altro si ritaglia l’intimità delle sue figure femminili. Ma non c’è dubbio che “La risaia” – più di quanto accada altrove – renda visibile con i canti delle mondariso e i frustini risonanti delle caporale, proprio il mondo storicamente definito.

Le voci della pianura

Mireille Kuttel ha reso esplicita questa tensione verso la storia sociale riprendendo nella Risaia alcuni cospicui passi dal romanzo La casa senza lampada di Maria Giusta Catella, un’altra scrittrice conterranea, vale a dire biellese, vissuta nei primi del Novecento.
La prefazione di Gustavo Buratti (studioso del dialetto piemontese ed etnografo) visita queste connessioni chiarendo il valore documentario del romanzo. Il segno che fonda la narrazione dell’autrice svizzera non è del resto distante dall’opera specifica, dove le vite femminili non risultano mai contrassegnate da una valenza esclusivamente psicologica. Il canto delle mondine diventa così ipostasi di un controcanto interiore legato a doppio filo alla storia femminile.

Marco Conti



I falò dell’Abbondanza

Breve storia dei fuochi natalizi. Nel giorno del solstizio invernale un antico rito pagano sollecita l’avvicinarsi del sole. Magia, religione e tradizioni popolari

Dicembre in un calendario medioevale

La notte del 24 dicembre, a Masserano (un antico principato situato nel Biellese), si accende un grande falò di fronte alla chiesa della frazione Rongio. E’ chiamato “Fuoco dell’Abbondanza” : con le felci viene creata una piramide intorno ad un tronco di ontano e, dalla direzione che prendono le faville sprigionatesi sulla punta, si pronostica l’anno nuovo. Se vanno a Nord si annuncia miseria, se a Sud, abbondanza. Un pronostico che un tempo riguardava il raccolto e che oggi, genericamente, viene interpretato come vaticinio dell’anno nuovo.
Il falò dell’Abbondanza ha però una storia lunga che ha radici pagane come l’originaria festa di Natale che era in realtà un rito propiziatorio della Luce.

Il solstizio e la luce come simbolo

Feste simili a quella di Masserano si svolgono durante il solstizio invernale in diverse parti dell’Europa e analogo valore simbolico esprime anche la festa ebraica di Chanukkah o ḥănukkāh, detta Festa delle Luci che inizia al tramonto del 24 dicembre e dura otto giorni. La ricorrenza ebraica ricorda un evento storico (cioè la consacrazione di un nuovo tempio a Gerusalemme e la liberazione dagli elleni) ma in sé rappresenta un sincretismo: non a caso la festa del Tempio prevede l’accensione della menorah, una lampada ad olio a sette bracci. La luce è infatti all’inizio della creazione (Genesi I, 3-4) e il Midrash ricorda che essa non appartiene a questo mondo, ma proviene da un’altra dimensione.
La valenza simbolica della luce è stata così colta anche dal primo cristianesimo che opportunamente ha trasferito la nascita di Gesù in una data emblematica capace di trasmettere il valore della Luce.

Il “Dies Natalis”

Ms. 343d, p. 32r, Historienbibel dall’officina di Diebold Lauber, vol. 2, Nuovo Testamento

Nell’Impero romano il 25 dicembre era detto dies natalis solis invicti, ovvero il giorno di nascita del sole invitto. In origine la festa della natività di Cristo coincideva però con l’Epifania. Lo spostamento calendariale al 25 dicembre avvenne tra il 325 e il 354. La separazione della Natività dall’Epifania permetteva quindi di cogliere l’attenzione del popolo che proprio durante il solstizio invernale celebrava il culto solare. Nel III secolo il 25 dicembre era ancora una festa solenne del culto mitralico a cui erano devoti i romani e soprattutto i legionari.

Le tradizioni popolari in Europa

Nel mondo delle tradizioni popolari la sovrapposizione è palese.
Così appare nella ricca e dettagliata documentazione contenuta nei saggi de Il ramo d’oro di James Frazer, dove il rito propiziatorio di accensione di fuochi per favorire l’avvicinamento del sole e far crescere le messi, è variamente illustrato. La magia simpatica. ovvero quella del simile che produce il simile (il fuoco al posto della luce solare) è eloquente.
Là dove non sussisteva un vero e proprio falò di arbusti, veniva bruciato un ceppo, il cosiddetto “Ciocco di Natale”. Si trova documentata questa usanza in Westfalia, in Inghilterra, nelle Fiandre, in Provenza e, in Italia, per esempio, in Valdichiana, dove “battere il ceppo” era locuzione augurante fecondità. La festa del solstizio nell’etnia celtica bretone era ancora più esplicita: si chiamava Eginane che significa “Germe di Grano”. Si offrivano semi alla divinità per simboleggiare la rinascita.

Masserano, Fuoco dell’Abbondanza, Natale 1993

Il salto di Pale

Un altro rito connesso con questo complesso di credenze è il salto sul fuoco. Nel Novecento risulta ancora praticato in alcuni paesi: in Irlanda, Inghilterra, Francia, ma veniva eseguito anche a Masserano dove era, in ultimo, una usanza lasciata ai bambini che saltavano su piccoli fuochi accesi intorno al falò più grande. Capita infatti spesso nel folklore di trovare trasformati in giochi gesti e rituali che avevano un valore magico. In questo caso, più alto era il salto, più alte sarebbero state le messi. L’usanza risaliva al mondo romano ed era conosciuta come il “Salto di Pale”, in riferimento alla divinità della pastorizia.

Irlanda, salto sul falò. Nel caso specifico documentato dall’immagine, il salto coincide tuttavia con la festa di Beltaine, a maggio, periodo in cui il fuoco ha, per la cultura celtica, lo stesso valore propiziatorio in vista del solstizio d’estate.




Il nocciolo della tradizione

Frassino

«Suppongo sappiate dove comincia l’autunno. Comincia esattamente a 235 passi dall’albero…Un alto frassino. E’ lì che comincia l’autunno. E’ cosa istantanea che ieri sera sia stata data qualche parola d’ordine mentre volgevate le spalle al cielo per prepararvi la minestra? Stamattina, appena aperti gli occhi, vedete che il mio frassino si è piantato sul cranio un asprì di piume di pappagallo giallo oro (…) » . Così scriveva Jean Giono nel suo ritiro di Manosque, in Provenza, chiamando a teste dell’inizio dell’autunno un solenne albero di frassino. Viceversa la maggior parte dei figli del XXI secolo, almeno in Europa, non avverte l’inizio della nuova stagione se non a cose avvenute. Del resto ben pochi saprebbero distinguere un frassino da un tiglio se non il giorno della fioritura.

Il ‘coll’ dei Celti e il ‘coller’ dei piemontesi

Una tavola botanica che illustra il nocciolo

Se poi si dovesse fare un passo indietro nel calendario per parlare del mese di agosto, là dove non ci sono evidenze altrettanto forti, si scoprirebbe che il nome di un albero può corrispondere a un mese e può restare nel dialetto duemila anni dopo. Per i Celti e quindi per la Gallia Cisalpina, da cui il Piemonte ha mutuato molte tradizioni e persino alcuni sostantivi ancora presenti in certe parlate come quella Biellese, il nome del nocciolo corrisponde al nome del mese. In gallico Coll corrisponde al mese e all’albero. Nel Biellese “coller” è attestato ancora alla fine del Novecento a Tavagnasco per indicare il nocciolo.
I mesi autunnali erano invece collegati ad altri alberi. Settembre era associato alla vite (Muin) e a questa essenza era dedicato il periodo oggi compreso tra il 2 e il 29 settembre.

I mesi del pioppo, dell’edera e della vite

Dioniso offre una coppia di vino a Demetra/Persefone. Sulla spalla i tralci di vite

I mesi successivi avevano invece come protagonisti il pioppo bianco e l’edera, il giunco e il sambuco. Il pioppo era considerato l’albero equinoziale della resurrezione. Ma il principio dell’autunno metteva a confronto la vite e l’edera, alberi metaforicamente complementari: una solare ed estiva, collegata al tardo culto di Bacco, l’altra ombrosa, legata al culto primitivo di Dioniso Dendrites se appena si dà atto al sincretismo tra le due religioni, convissute in aree prima vicine e poi sovrapposte culturalmente con la conquista romana.
Al di là delle valenze simboliche del mese il culto di Dioniso aveva conquistato un’area enorme, dal Mediterraneo era arrivato anche ai piccoli centri della Gallia. Lo dimostra un altare dedicato a Dioniso trovato a Salussola (tra Biellese e Vercellese) e ora esposto nel Museo del Territorio di Biella.

Da Dioniso-Sucello al Selvatico

I simboli di Dioniso erano il viticcio e l’edera rampicante; inoltre la figura mitica era accompagnata dal Tirso, un bastone nodoso sormontato da un viluppo d’edera. Omologa è la simbologia dell’altare scoperto nel Biellese e risalnte al II secolo d.C: la figura del dio è colta mentre si incorona con l’edera mentre, nell’alta mano, porta il bastone nodoso. Quest’ultimo attributo sarà però condiviso da altre divinità, in primis da Silvano (figura ricavata da Pan) e dal celtico Sucello, entrambi dediti alla protezione della fertilità e del bestiame, entrambi confluenti nel mito dell’Uomo Selvatico. L’iconografia quantomeno è concorde nel raffigurare questi dei con un bastone che, qualche volta, è un ramo o, addirittura, per il Selvaggio del folklore alpino, un tronco sradicato.

Marco Conti  ©




Il gallo di Notre-Dame de Paris

Dopo l’incendio della cattedrale, tra le macerie è stato ritrovato il gallo della guglia più alta. Il suo significato per la religione cristiana. Le immagini e i simboli nel mondo greco-romano e in quello giudaico. Rabelais racconta le qualità del gallo bianco.

Manoscritto medioevale

Sull’estrema guglia del campanile di Notre-Dame svettava una volta un gallo con il becco aperto. Il 15 aprile 2019, quando la cattedrale venne avvolta dalle fiamme, l’ultimo pensiero fu quello di trovare intatta la scultura di rame. Il giorno dopo invece un restauratore la  scoprì tra le macerie. Prima o poi il simbolo del risveglio dei parigini è quindi destinato a tornare al suo posto. All’interno della scultura dovrebbero esserci le reliquie di Santa Geneviève, di San Domenico e una spina o un frammento della corona di Cristo… Reliquie come in diversi altri campanili muniti di un gallo.

La storia è lunga, così lunga che c’è da stupirsi che nessuno ne abbia raccolte le tracce…Un primo simbolo, il più ovvio, è quello costituito dall’abitudine di collocare un gallo sul campanile, il punto più elevato del tempio. In Italia ha qualche notorietà il gallo della cattedrale di Brescia del IX secolo, che ormai da tempo si trova nel museo cittadino. A Winchester un altro gallo vegliava sulle giornate e come quello di Brescia indicava la direzione del vento; l’antica cattedrale di Vercelli ne porta uno. Ma, naturalmente, le chiese che lo avevano innalzato erano un tempo innumerevoli benché l’uccello avesse poco a che fare con la meteorologia.

Il canto del gallo

Per il mondo cristiano il gallo è stato l’emblema della Resurrezione attraverso la percezione dei valori simbolici della notte e del giorno e le allegorie conseguenti. Il suo canto annuncia il mattino e l’animale è un combattente e difensore coraggioso del suo territorio. E’ anche un uccello collegato ai miti della fertilità.  In Piemonte i contadini dicevano che s’iniziava il lavoro dopo il canto del gallo e che per avere figli maschi occorreva accoppiarsi quando cantava.

Il gallo di Notre-Dame

Le sue valenze religiose e prima ancora magiche sono perlomeno quattro: la prima legata alla positività del Giorno (mitologicamente  l’animale favorisce quindi la vittoria sulla Notte e sugli spiriti incubi); la seconda associata al suo carattere pugnace; sotto un altro profilo l’uccello è abbinato alla virilità fecondante; ma infine lo è anche rispetto all’ espiazione: lo mostra soprattutto la religione ebraica il giorno precedente lo Yom Kippur quando può essere dato in regalo per la cerimonia di kapparot ( può essere anche una gallina se a donare è una donna, oppure un oggetto o, ancora, un sacchetto di denaro). In questo caso il gallo viene fatto roteare, vivo, sopra la testa del donatore e poi macellato secondo le regole kosher. Chi lo ha avuto in dono lo consumerà nel pranzo che precede Yom Kippur. Un particolare interessante è che si tratterà simbolicamente di un gallo bianco.

Una cresta di gallo contro gli incubi

Mosaico: il gallo in lotta contro la tartaruga (Aquileia)

Amuleti, sepolcri, cammei e armi, o scudi, rappresentavano il gallo sia nel mondo antico che in quello cristiano. Per contro la magia risalente dal mondo pagano consigliava di custodire la cresta del gallo per proteggersi dalle notti tormentate dagli incubi (è appena da rilevare che in passato gli incubi erano entità autonome, spiriti, non semplici manifestazioni di paura notturna). Ugualmente l’ingestione dei testicoli del gallo  avrebbe consentito alla donna che li ingeriva di partorire un figlio maschio. Forse per queste ragioni lo si trova associato a Demetra, divinità della terra fertile e al mito collegato di Persefone, ed infine ad Ares, dio della guerra.
La cresta del gallo, o cresta d’oro, ha nelle leggende nordiche e norrene il ruolo di sorvegliare il ponte dell’arcobaleno, al termine del quale si stende il territorio degli dei. In Cina ha un potere apotropaico (allontana cioè il male) e non lo si può mangiare.

Tempo e latitudini

Persefone e Ade in trono: il raccolto e il gallo attendono il ritorno della primavera

Ma queste sono ancora piccolezze. Tra i Greci e i romani il gallo bianco era consacrato rispettivamente a Zeus e a Giove; era considerato il Bene e con quest’aura diventò  l’uccello di Apollo e prima ancora di Elio in considerazione del suo canto in concomitanza con la fine della notte. Un crocevia, quest’ultimo in cui le due simbologie, greco-romana e cristiana,  si sposano. Non si hanno documenti letterari del passaggio delle credenze inerenti il gallo dal mondo romano a quello gallico, ma è un fatto che la fierezza dell’animale come la sua fecondità siano diventate un simbolo per i celti continentali. Un’insegna celtica di rappresentanza,  scolpita in un bassorilievo di Strasburgo, raffigura questo uccello, così come lo si trova inciso in alcune monete e nei gioielli trovati nelle sepolture gallo-romane.

Le profezie

Marc Chagall, particolare

Galli e galline sono stati per loro sfortuna anche animali vaticinatori. Lo ricorda Rabelais raccontando come un imperatore seppe in anticipo il nome del suo successore attraverso un gallo sgozzato. Nella provincia di Nantes – ancora nel Novecento – quando si andava ad abitare una casa nuova era consuetudine sgozzare una gallina nera sul camino e spargere poi il sangue sulla soglia della casa. Il rito doveva allontanare il male (in pratica si evidenzia lo stesso valore apotropaico rilevato con il mondo cinese). Come per il serpente favoloso, il basilisco e altri rettili della tradizione popolare, si diceva inoltre che il ventriglio di un gallo castrato poteva contenere una gemma, la quale dava al suo possessore una saggezza impareggiabile.

Haggadah di Pasqua ashkenazita, XV secolo (manoscritto)

A proposito del gallo bianco, Rabelais scrive alcune pagine eloquenti. Parla di ciò che è simbolizzato dai colori bianchi e azzurri nel decimo capitolo di Gargantua. Dopo aver spiegato che il «bianco significa dunque gioia, lietezza e allegria» passa in rassegna la tradizione antica greca e romana. A questo riguardo pone la domanda che si fece Alessandro Afrodisio: « Perché il leone, che col suo solo grido e ruggito atterrisce tutti gli animali, teme e rispetta unicamente il gallo bianco?»

Il racconto di Gargantua

Lo scrittore risponde con un’altra citazione di Proclo tratta da de Sacrificio e Magia: «ciò avviene perché  la presenza e virtù del sole, che è l’organo e prontuario di ogni luce terrestre e siderale, è più simbolizzante e conveniente al gallo bianco, sia a causa di questo colore che per la sua proprietà e qualità specifica, che non a un leone. E dice in più che in forma leonina si sono presentati spesso i diavoli, i quali alla presenza di un gallo bianco si sono subito dileguati.»

I Galli secondo Rabelais

Rabelais si lancia oltre. Subito dopo scrive persino che «questa è la causa per cui i Galli (cioè i Francesi, così chiamati perché sono per natura bianchi come il latte, che i greci chiamavano gala) volentieri portavano piume bianche sui berretti; giacché sono per natura allegri, candidi, graziosi e beneamati; e per loro simbolo e insegna hanno quel fiore che è bianco più degli altri, che è il giglio » (trad. Mario Bonfantini, 1953 e 1993, Einaudi).

A questo proposito, cioè sulle origini del nome della popolazione, Rabelais inventa (1), ma non del tutto, perché il sostantivo e l’aggettivo, due secoli prima si trovano nella Cronica di Giovanni Villani, fiorentino, il quale sostiene che i Galli sono chiamati così «perché eran biondi». Il che non è granché, ma intanto si capirà che il gallo verdastro di rame di Notre-Dame, dopotutto non contiene solo le reliquie.
m.c.

(1)gr. Γάλλοι; lat. Galli, verano chiamati i sacerdoti della Gran Madre degli dei, Cibele (il nome deriverebbe dal fiume Gallos, in Frigia). 
 
Il restauratore francese che ha recuperato il gallo della cattedrale parigina. Foto da Twitter di Jacques Chanut, presidente dell’associazione francese dei Costruttori (la Repubblica, 16.04. 2019)

Il gomitolo dei saperi

Una leggenda di stregoneria mette in evidenza il potere della parola nel mondo sacro

Miniatura del XV secolo: la vita dei campi intorno al castello

A Camburzano, nel Biellese, le nuove adepte della stregoneria potevano comandare un gomitolo. La lana intrecciata serviva a “legare”, a stringere, a unire o isolare. Ma se la nuova strega appena investita di questa possibilità non sapeva cosa chiedere al gomitolo, essa che perdeva per sempre il potere di farlo.
La leggenda è uno di tanti riscontri del mondo magico-popolare, un microcosmo in cui l’immaginario si faceva strada dentro la scena più ampia dei riti e delle credenze sopravvissute e risalenti dal mondo pagano.

Tra storia e tradizione orale

Martin Le Franc, Les champions des dames, 1451. La strega a cavallo della scopa in una miniatura in margine al manoscritto.

In fondo la stessa figura della strega, prima di essere reinterpretata dal mondo cattolico, individuava semplicemente una operatrice magica. La strix partecipava al sapere popolare già nelle pagine di Apuleio.
Nel merito i riscontri sono così numerosi che non mette conto di citare la sterminata bibliografia che li illustra. Si potrebbe tutt’al più indirizzare il lettore verso gli autori classici, come Apollonio Rodio, Apuleio, Plutarco, Ovidio, o medievali (Isidoro di Siviglia, Gervasio di Tilbury, Olao Magno), oppure ancora chiamare in causa non le semplici testimonianze del tempo ma la speculazione storica ed etnologica: da Carlo Baroja, a Franco Cardini, a Carlo Ginzburg, solo per citare i primi anziché i secondi e i folkloristi importanti come Van Gennep (non sempre questi ultimi di facile reperibilità). Un’attenzione del tutto bibliografica e strumentale.

Lévy-Bruhl e la mentalità prelogica

Una incisione xilografica del testo di Olaus Magnus, Historia de gentibus septentrionalibus (1555)

Vale però la pena di precisare che, in quel mondo qui richiamato, così come nelle popolazioni senza scrittura (e non solo in queste), la magia implica una costrizione dell’operatore verso il trascendente e da parte dello stesso spirito, antenato o divinità invocata. Lo stesso accade con la formula pronunciata, cioè la parola, la formula rituale, l’incantesimo.
Le radici di questo atteggiamento vennero indicate dall’antropologia di Lucien Lévy-Bruhl col concetto della “mentalità prelogica”. La definizione che voleva essere esplicativa rispetto alla presunta mentalità cartesiana occidentale, col tempo è stata superata perché fuorviante. I primitivi, come gli operatori magici delle civiltà dotte (dall’Egitto alla Grecia, da Roma al mondo celtico e norreno) utilizzavano e usano procedimenti perfettamente logici nella vita quotidiana, nella tecnica, nei “saperi”. Il sacro rivela tuttavia l’incontro dell’ immaginario con la ragione, dell’esperienza con la fede, un po’ come accade nella pratica della poesia, crocevia di cultura e dettato subliminale.
Ecco allora che un oggetto metaforico come un gomitolo può diventare un incantesimo, un modello rituale, una leggenda o il braciere di un discorso lirico.


Il corvo, la volpe e la battaglia della notte

Il Grande Corvo. Nunavut, Clyde River (Canada). Scultura in osso di balena. Musée des Confluences, Lyon, 2019. F.to G. Savino

La storia

Molto tempo fa un diluvio aveva messo fine all’umanità. Le terre erano buie, il mondo era precipitato nell’oscurità. Un corvo che volteggiava inutilmente nel cielo senza poter trovare né cibo né pace, scorse allora la volpe e cominciò la battaglia. Lui aveva bisogno di poter vedere; la volpe aveva bisogno della notte per la sua caccia. I suoi occhi bucavano la tenebra e in tutto quell’intrico di pece, ecco che spuntava un topo, un uccello, persino un pollo. Un bel giorno iniziò la guerra ma poi anche la guerra finì per stancare sia la volpe che il corvo. Allora si misero d’accordo. Fecero pace e divisero il buio e la luce. Fu così che nacque il giorno.

La leggenda di Nunavut

Nell’arcipelago artico canadese, Nunavut è uno dei lembi di terra più solitari che si possano immaginare. Oggi ci vive poco più di un migliaio di persone. Eppure l’archeologia ha individuato testimonianze di cultura che hanno perlomeno 4.000 anni. Secondo le ricerche fatte si può inoltre dedurre che l’arcipelago e l’isola di Baffin fossero in contatto con le antiche popolazioni norvegesi, le quali, nelle loro saghe, avrebbero chiamato Helluland il territorio costiero dei Nunavut. Gli inuit vi vissero tra il 500 a.C. e il 1500 confondendo poi la loro tradizione con la cosiddetta “cultura di Thule”.

La leggenda del corvo e della volpe dà conto di un mito universamente diffuso in modi straordinariamente diversi, dove la luce del giorno è intesa come una conquista rispetto al caos e al buio originari. Nel breve saggio In principio era la notte, ripreso in questo sito, si possono leggere diverse versioni mitiche del paradigma: da quelle sudamericane e africane a quelle europee.