
Nelle tipografie del Settecento gli apprendisti non avevano vita facile. Dormivano dove potevano nei locali attigui alla stamperia, lavoravano quattordici ore al giorno, mangiavano quel che gli veniva servito, spesso i resti della cucina proprio come accadeva ai gatti della casa o, peggio, proprio quegli scarti ormai putrescenti che anche i gatti rifiutavano. La storia che Robert Darnton racconta nel suo libro parte dal resoconto di uno di questi apprendisti divenuto operaio, Nicolas Contat, che nel 1762 lasciò un eloquente manoscritto dove ricordò sotto falso nome i suoi esordi in una tipografia parigina di Rue Saint-Séverin intorno agli anni Trenta. Per Contat – come per l’analisi culturale di Darnton – un episodio di quelle vite risulta significativo. Il contesto è del tutto insolito: la famiglia titolare della tipografia ospitava diversi gatti e la padrona in particolare ne amava una, chiamata La Grise. Tutta la storia ruota infatti intorno al conflitto sotterraneo tra gli apprendisti vessati e i gatti amorevolmente accuditi. I gatti mangiano il petto di pollo e gli operai gli avanzi, i felini hanno vita amorosa sui tetti di casa, mentre Contat e il suoi compagni di lavoro passano le notti insonni in una soffitta lurida ascoltando i miagolii d’amore.
Un processo contro i gatti
Uno dei due apprendisti, Leveillé, ha un innato talento per le imitazioni. Una notte decide di arrampicarsi sul tetto sopra la sua soffitta e comincia a imitare i miagolii dei gatti in amore disturbando il sonno dei padroni. Lo scherzo si ripete per diverse notti finché il padrone ordina agli apprendisti di dare la caccia ai gatti, allontanarli dal tetto, pur con una raccomandazione perentoria: per nessuna ragione avrebbero dovuto far del male alla Grise. E’ l’inizio di una cruenta vendetta. I giovani non si limitano a cacciare i randagi ma coinvolgendo gli operai della tipografia fanno della circostanza una festa popolare, un rito carnascialesco con tanto di processo, come accadeva ritualmente nei carnevali con un capro espiatorio animale, reale o fittizio. Ma per prima cosa Leveillé uccide con una sbarra di ferro l’amata Grise e ne nasconde il cadavere lungo uno scolo. Gli altri operai catturano tutti i randagi del quartiere su cui riescono a mettere le mani e li infilano in sacchi di iuta. Infine ecco il processo: nel cortile della tipografia si allestisce un’aula di tribunale con avvocati, guardie, confessori. I gatti vengono accusati di stregoneria, di aver disturbato la quiete pubblica e rubato il cibo «agli onesti lavoratori». E’ proprio questa farsa a mostrare la divaricazione insanabile tra le parti sociali non meno della condanna di massa e dell’impiccagione conseguente dei randagi. La padrona a un tratto è convinta di aver visto penzolare da un cappio la sua gatta, ma viene subito corretta: nossignore è solo una randagia che disturbava il sonno del padrone. La produzione è però stata interrotta. Poco male: al maestro di tipografia, viene ricordato, nell’ilarità generale, che ognuno non ha fatto che eseguire gli ordini dati. Per gli operai del Settecento, nell’analisi di Darton, il massacro dei gatti fu una forma primitiva di sciopero simbolico. Non potendo attaccare direttamente i padroni (cosa che avrebbe significato il licenziamento o la prigione), gli operai ne distrussero il simbolo della ricchezza e dell’affetto domestico. Uccidendo i gatti e ridicolizzando la padrona, avevano svolto un processo contro la borghesia che li sfruttava, usando l’arma che gli era propria, la festa popolare del carnevale e dello sberleffo per ribaltare, almeno per un giorno, i rapporti di potere, proprio come è sancito tradizionalmente dalla “rivoluzione” implicita in ogni carnevale.
Rousseau e i suoi lettori: come nasce un best seller

Darnton è uno straordinario detective della storia culturale francese e in particolare della stampa e dell’editoria. In uno dei saggi compresi in questo libro (in origine pubblicato nel 1984) lo studioso americano chiama in causa l’attenzione che si sviluppa intorno a uno dei primi best-seller della letteratura occidentale, vale a dire La Nouvelle Holoise di Jean Jacques Rousseau. Darnton ricava i suoi documenti di indagine dagli archivi di una tipografia e casa editrice di Neuchâtel, la STN, che gli saranno fondamentali anche per altri studi successivi: un fondo archivistico che costituisce una miniera per le ricerche sull’illuminismo. Darnton si è basato su questo per scrivere L’intellettuale clandestino. Il mondo dei libri nella Francia dell’Illuminismo ma, tra le venticinquemila lettere conservate (di vari corrispondenti) dagli editori, sono state importanti anche quelle intercorse tra un commerciante e notabile di religione protestante di La Rochelle, Jean Ranson, e il fondatore delle edizioni STN, Frédéric-Samuel Ostervald. Il primo approccio della ricerca chiarisce quali siano le letture del francese ma, soprattutto, mette in evidenza i modelli di pensiero correnti e l’atteggiamento della popolazione colta rispetto alla lettura. Significa capire – dice lo storico – come pensavano. E un primo indizio viene dai libri che Ranson ordina alla STN: soprattutto libri inerenti la religione, la morale, l’educazione dei figli. In undici anni compra 59 titoli, dove la narrativa è l’eccezione: il don Chisciotte di Cervantes, le opere di Moliére, di Crébillon padre, il trasgressivo Retif de La Bretonne di cui acquista Le paysan perverti: un romanzo epistolare, come lo sarà il libro che amerà di più, La Nuova Eloisa, un’altra intima corrispondenza di cui Rousseau, nelle sue prefazioni, cerca di sottacerne il carattere essenzialmente creativo.
Il romanzo, un pericolo per la morale
Nell’epoca dei Lumi il romanzo (in Francia come in Inghilterra, l’autore si firmava con uno pseudonimo) era considerato una fonte di corruzione, tanto più quando parlava d’amore e aveva come destinatari naturali le giovani di buona famiglia e il genere femminile. Con La Nouvelle Heloise, Rousseau rischiava anche di più perché la storia mette in scena «un precettore che seduce un’allieva e poi si affianca al marito in un ménage à trois», commenta Darnton. Rousseau nella sua prima prefazione cerca di aggirare l’ostacolo: «Occorrono teatri nelle grandi città e romanzi ai popoli corrotti», scrive richiamandosi alla sua Lettre à d’Alambert sur les spectacles dove venivano condannati tutti i teatri e tutti i romanzi ma dove si sosteneva che entrambi i generi potevano essere utili nelle grandi monarchie corrotte e decadenti come lo era quella francese. Così alla fine del ragionamento Rousseau sosteneva che il suo non era un romanzo ma una raccolta di lettere che egli presentava come curatore: «Lettere di due innamorati, abitanti in una cittadina a piè delle Alpi». Un aggiustamento che tuttavia non lo soddisfaceva così, aggiunse: «Anche se porto qui solo il titolo di curatore, ho lavorato io stesso a questo libro, e non mi nascondo». Lo scrittore spiega inoltre che il libro dispiacerà ai bigotti come ai philosophes perché il suo lettore ideale deve spogliarsi di ogni pregiudizio. Una posizione particolare quella dello scrittore poiché aveva già respinto il bel mondo delle lettere e dei teatri, escludendo con questi anche gli enciclopedisti perché legati a quelle mondanità.
Il lettore ideale di Rousseau è un uomo isolato dedito alla riflessione, piuttosto che alle seduzioni del mondo esterno (e quindi dei salotti). In questo contesto culturale è interessante, osserva Darnton, che lo scrittore della Nouvelle Heloise richiami il carattere genuino dei protagonisti del libro: «Due o tre giovani semplici ma sensibili, conversano fra loro di ciò che interessa ai loro cuori. Non pensano affatto di brillare gli uni agli occhi degli altri. Si conoscono e si amano troppo perché la vanità abbia posto tra loro. Sono bambini; penseranno come gli adulti? Sono stranieri; scriveranno correttamente? Vivono in solitudine; conosceranno la vita di società?…Non sanno nulla di tutto questo. Sanno amare; tutto riferiscono alla loro passione». Ecco definito per il futuro un cliché della sensibilità romantica. Darnton commenta che Rousseau allontana in questo modo il bagaglio culturale del mondo adulto e suggerisce un modo per imparare nuovamente a leggere, con ciò aprendo la via al romanticismo. Ed ecco in che maniera il lettore della STN diventa a sua volta un modello: il Cinquecento e il Seicento implicavano la lettura per assimilare la Parola di Dio, Rousseau «voleva essere letto come profeta della verità divina e Ranson lo intese proprio in questo senso: così l’importanza data alle opere religiose nelle sue ordinazioni non contraddiceva la sua fede in Rousseau, ma ne era piuttosto il completamento.»
La Nouvelle Heloise noleggiata a giornata

Il messaggio dello scrittore ha successo al di là delle speranze. Molti lettori vanno a cercare l’autore, sperano di potergli comunicare il loro entusiasmo tanto che Rousseau evita gli intrusi nascondendosi in una botola nel suo rifugio dell’ Île Saint-Pierre in Svizzera (non a caso il paese nel quale scrisse le Rêveries du promeneur solitaire). Se oggi, come osserva lo storico americano, La nuova Eloisa è quasi illeggibile per il lettore comune (non ha trama, non ha una scena erotica, non c’è ombra di violenza; niente di quanto è considerato attrattivo), sulla fine del Settecento le edizioni si replicavano e i librai noleggiavano il romanzo a giornata o addirittura ad ore con una tariffa di 12 soldi l’ora. Prima dello scoccare del nuovo secolo ne vennero stampate 70 edizioni; le lettere che l’autore riceveva si moltiplicavano e molti gli scrivevano per sapere se Julie, la protagonista, era davvero esistita. «Molti che hanno letto il vostro libro e con cui ho parlato mi assicurano che è soltanto una vostra invenzione. Io non posso crederlo. E’ possibile che una lettura fallace abbia prodotto sensazioni come quelle che ho provato? V’imploro signore, ditemi: Julie è vissuta davvero? E’ ancora vivo Saint-Preux? E qual paese abita su questa terra?» così scriveva una certa Madame du Verger. E se Rousseau si schermiva da tutto quel chiasso, nelle Confessioni spiegò che il suo romanzo aveva sconvolto le dame della buona società anche se lui rifiutava il bel mondo. Raccontò in particolare l’episodio di una signora che era attesa dalla sua carrozza ma che continuò a leggere fin quando si decise a rimandare in scuderia i cavalli.
Tutte le lettrici sono Heloise
Darnton si chiede se i lettori del tempo amavano con la Nuova Eloisa la virtù dei loro protagonisti. Molte le testimonianze dei “fans”, molte anche le confessioni di cui il libro offre un significativo spaccato e tra queste quelle del commerciante Ranson che, alla morte dello scrittore, scrisse al suo amico editore dispiacendosi di non averlo mai potuto incontrare. Ranson, deduce lo storico, non era una «anomalia»: le sue lettere all’amico, i commenti sulle opere di Rousseau, mostrano che ebbe le stesse reazioni di tanti. Ma a proposito di lettura e modi, a proposito cioè del romanzo nel flusso della storia culturale, la conclusione sembra ineccepibile: il successo di La Nouvelle Heloise era dovuto a una assimilazione personale del lettore che oggi sembra scontata e che di fatto per la storia del libro non lo è: «Era il riflesso – scrive Darnton – di una nuova situazione retorica. Attraverso la pagina stampata autore e lettore si univano in una comunione spirituale, assumendo ciascuno la forma ideale immaginata dal testo.»
I contadini raccontano fiabe e gli altri saggi

Le fiabe hanno una struttura stabile e simbologie presenti in ogni tempo? L’interrogativo chiama in causa l’etnografia e il folclore, ma Darnton ci si avventura ugualmente per mostrare con alcuni esempi paradigmatici come la storia abbia ruolo anche nella narrazione orale. Cappuccetto rosso, Cenerentola, la Bella Addormentata nel bosco, sono tra le fiabe più note e sono state divulgate dalla prima versione di I racconti di Mamma l’Oca di Charles Perrault nel 1697. Ugualmente Cappuccetto rosso e Cenerentola compaiono nella prima edizione delle Fiabe del focolare dei fratelli Grimm nel 1812 e in una versione più cristianizzata, tardiva e di maggior successo nel 1857. Darnton preme sulla storicizzazione assumendo due sviste clamorose che portano le firme di Erich Fromm e di Bruno Bettelheim. Entrambi assumono infatti che le fiabe in questione risultino analizzabili sotto il profilo metastorico chiamando in causa la psicanalisi, la simbologia e il subconscio. Fromm interpreta infatti la fiaba come lo scontro di un’adolescente rispetto alla sessualità adulta dove il Cappuccio Rosso della bambina indicherebbe il sangue mestruale e quindi il passaggio all’età adulta. Su questo dato d’invenzione si è ugualmente spesa l’analisi di Bettelheim che nel suo Il mondo incantato vede nel copricapo il simbolo di una pulsione sessuale tra il subconscio e l’Io.
Cappuccetto Rosso

Ma la contestazione più rilevante riguarda proprio le versioni letterarie ricavate dalla tradizione orale. Non c’è alcun cappuccetto rosso nelle versioni precedenti della fiaba di Perrault, come non c’è un Cacciatore che estrae il piccolo dalla pancia del lupo. Nei racconti dei contadini, invece, Cappuccetto dopo aver bevuto inconsapevolmente il sangue della nonna, va a letto con il lupo predatore. Le funzioni narrative e le strutture formali del racconto rimangono stabili tra i diversi popoli indo-europei, concorda lo storico citando Propp, ma la ricerca sulle diverse versioni precedenti la scrittura, mostra che sono spesso i dettagli storici e il tono a fare la differenza. Del resto Bettelheim nulla sapendo della tradizione orale usò come testo per le sue argomentazioni proprio l’edizione “addomesticata” che i Grimm fecero nel 1857, differente in maniera sostanziale da quella primitiva. L’etnografia ha viceversa rivelato diversità significative tra varie versioni orali di una stessa leggenda o di una fiaba, non solo in forza del narratore ma delle circostanze e dell’ambiente. Nel merito dei simboli resta forse da circoscrivere una simbologia per ogni area culturale esaminata. Le domande che affollano la tradizione orale continuano tuttavia a restare numerose. Qual è, per esempio, la seduzione che ha fatto moltiplicare la fiaba di Cenerentola in oltre 500 versioni nell’intero globo?
Per lo storico la tradizione orale diffusa nel mondo contadino, è stata una scuola di sopravvivenza in cui, via via, apparivano i caratteri della nazione se non del luogo. Se le fiabe tedesche (poi codificate dai Grimm) tendono al mistico, al punitivo, all’etereo e all’ordine, le fiabe della tradizione contadina francese, raccolte per lo più nel secondo Ottocento, mostrano un realismo senza edulcorazioni e uno humor caratteristico.
Tra gli altri saggi ha un posto particolare “Un ispettore di polizia riordina il suo archivio: l’anatomia della Repubblica delle lettere”, se non altro perché introduce un mondo poi lungamente indagato da Darnton. La fonte principale è il dossier di un ispettore di polizia, Joseph d’Hémery, incaricato di sorvegliare il commercio librario a Parigi. Tra il 1748 e il 1753, d’Hémery scrisse circa cinquecento rapporti sugli autori che vivevano in città . Oggi sono conservati alla Bibliothèque Nationale de France alla voce Historique des auteurs e costituiscono una specie di galleria e di censimento della popolazione intellettuale parigina all’apice dell’Illuminismo.
Marco Conti
Robert Darnton, Il grande massacro dei gatti e altri episodi della storia culturale francese, a cura di Renato Pasta, pp. 421, 7 immagini b/n fuori testo; Adelphi, 2026; euro 15, 00
Su questo sito confronta Darnton con il saggio sull’editoria clandestina del Settecento https://lemuseinquiete.it/i-best-seller-del-700-e-la-storia-clandestina-di-therese/





