L’incantesimo è la poesia

F.to Masao Yamamoto

Acqua alta scorre, bianca spuma sopra l’onde,
fresca acqua di piogge scorre al fiume.
Ecco gli alberi del sughero
le loro molli cortecce cadono
nell’acqua…
Pioggia cade dalle nuvole…
Acque del fiume vorticano…
Lei (la dea) emerge e cammina
sulla terra asciutta
……………………………….
(R.M.Berndt, The Kunapipi, A Study of an Australian Aborigenal Religius Cult, Melbourne, 1951)

L’origine della poesia

L’incantesimo è con ogni evidenza alle origini della poesia. Gli studi classici fanno dimenticare spesso che prima ancora delle preghiere e dei canti, la parola e la metafora sono lo strumento dell’incantesimo.
I versi qui sopra riportati fanno parte di un rituale magico Alawa degli aborigeni della Terra di Arnhem, in Australia. Il tema è l’acqua e l’acqua di cui si parla è quella utile alla fertilità. Dopo la cerimonia in cui si è invocata la divinità della terra la Dea camminerà di nuovo tra i campi.
Nello stesso tempo si deve convenire che quell’incantesimo, quella richiesta alla divinità della Fecondità, scandita in un ritmo preciso, pronunciata in un luogo e in tempo determinati, sono parole (significanti) indistinguibili da ciò che noi oggi chiamiamo poesia.

Così accadde (e accade) nelle religioni animistiche di ogni continente, così è avvenuto nel mondo egiziano, in quello greco-romano e nelle tradizioni misteriche (orfiche, eleusine).
La demarcazione tra incantesimo (magia di parole) e poesia, è interamente dovuta alla sua strumentalità della prima e alla mancanza di interesse utilitario della seconda. Le qualità di suggestione ed evocazione tramite le parole è la stessa.
Anita Seppilli in Poesia e Magia (Einaudi,Torino, 1962) lo rimarca con dovizia di esempi. E a proposito della scena rituale magica scrive: «Proprio per il suo significato essenziale, necessario, (…) è carica di contenuti emotivi; è poesia cioè ma per la sua potenza evocatrice, è indirizzata ad un fine utilitario e proprio questo fine utilitario, magico (inerente l’incantesimo) la impegna ad essere evocatrice».

Il mito, storia sacra

Un ulteriore passo sul ruolo dell’incantesimo, sia nella società antica, sia nelle società senza scrittura, ci porta a rafforzare il legame tra magia e poesia attraverso il mito. La mitologia è infatti “storia sacra” e – con Mircea Eliade – quel racconto è di pari passo un modello esemplare, qualcosa posto in illo tempore, alle origini. Sia che si pensi al rito aborigeno appena citato, sia che si pensi alla messa cristiana, in termini di storia delle religioni, abbiamo due riti: il primo per ottenere la pioggia, il secondo per rievocare la morte e la rinascita di Cristo, ovvero una storia sacra originaria che viene attualizzata attraverso la ritualità.

Il simile produce il simile

W. Turner, Il ramo d’oro

La facoltà di evocare immagini è propria della parola alla stessa stregua della visione e del sogno, due esperienze che qualificano sia il mistico che lo sciamano, o lo stregone.
Ma le immagini evocate dalla parola e giustapposte all’oggetto reale (sia questo un disegno fatto sulla terra, sia un luogo, oppure una pietra sacra) entrano in una sequenza rituale a cui è attribuito il potere di creare altre situazioni nuove e – per la fede magica – di incidere sul reale.
Comparando i riti, James Frazer, nell’Ottocento, scrisse Il ramo d’oro, un’opera monumentale in cui sono descritte le tradizioni rituali, le credenze, i miti e le forme folkloriche derivate nelle società europee da quegli stessi miti. Frazer ha sintetizzato in un solo concetto qualsiasi operazione magica. Il concetto è semplice: il simile produce il simile; e analogamente ciò che è stato in contatto (pietra, pianta, animale) continua ad agire con le qualità di quell’oggetto o animale; per il linguaggio letterario è la metonimia.

Alcuni riti magici (e le loro metafore)


Ecco perché si poneva un bambino adottato sotto le vesti della donna che lo adottava e quest’ultima simulava i dolori del parto; ecco perché durante un rito per ottenere la pioggia lo sciamano pronuncia un incantesimo e sparge dell’acqua o gli aborigeni gettano il cordone ombelicale nell’acqua perché il piccolo diventi un buon nuotatore. A livello popolare nella società europea come altrove si nascondevano capelli e unghie per evitare che un mago le usasse e potesse influire con un incantesimo su quello che era stato il possessore di quei capelli, quelle unghie: sia per un incantesimo erotico, sia per un rito con fini diversi.
E ora si consideri che le figure centrali della poesia, similitudine, metafora, metonimia (la parte per il tutto, la conseguenza per l’effetto) non sono nient’altro che una diversa formulazione del concetto secondo il quale, in magia, il simile produce il simile.

La runa

L’alfabeto runico

L’Edda poetica è una raccolta di canti con soggetti mitologici e di andamento epico risalente ad epoche antiche, imprecisabili, ma ben anteriori all’Alto Medioevo, dove si colloca viceversa l’antologia. L’Edda di Snorri Sturluson (nato nel 1178) è viceversa una raccolta in prosa di tradizioni mitologiche e storiche. Entrambe si riferiscono al mondo islandese e più ampiamente norreno. E’ interessante che l’Edda in prosa si presenti come un saggio per l’educazione del poeta, lo Scaldo, il quale è tuttavia un poeta colto che si contrappone al poeta popolare, chiamato Thulr.
Questa premessa vale tuttavia unicamente, in questo contesto, per mostrare il rapporto storico e antropologico tra il mezzo magico e il “fare” della poesia.
La runa (che compone la lingua antica islandese) è la lettera, e il runo vale a dire una proposizione poetica di senso compiuto, può essere un incantesimo: cantato o mormorato riporta le cose al loro inizio mitico. Proprio per questa sua qualità, lo stesso runo è utile nel rito magico.
Per guarire una ferita di spada, si cantava il runo che era all’origine del ferro. Bastava una sola parola sbagliata perché l’incantesimo non avesse effetto. (il cantore era il laulaja che cantava il laulo)

Il fare poesia

Rappresentazione dei misteri Eleusini. Uno dei riti a cui allude l’antichità (i misteri di Eleusi sono rimasti in gran parte tali) è inerente l’accoppiamento di un uomo con una donna – in un giorno propizio a Demetra – sui solchi della terra. Con ciò ripetendo l’accoppiamento mitico, originario di Demetra con Giasone. Vedi la Teogonia di Esiodo:

Dèmetra, generò, somma Dea, con l’eroe Giasone,
nel pingue suol di Creta, nel solco tre volte scassato,
il buon Pluto, che sopra la Terra ed il Pelago immenso,
va dappertutto; e chi trova, chi può su lui metter le mani,
subito fa che ricco divenga, e gli accorda fortuna.

Esiodo, Teogonia 969 – 974

La radice del lemma greco ποίησις, poiesis (creazione) non allude direttamente alla poesia. “Poieo” significa infatti “faccio”. Ma da questo verbo nasce anche il termine “dramma” (drào) che ha significato di “azione”. In origine, ancora con Anita Seppilli (op.cit) dobbiamo convenire che il dramma era azione magica, così come accade nei Misteri Eleusini e nei Misteri Orfici. Per questo è stata avanzata quella che è più di un’ipotesi, a fronte dei documenti storici: la poesia melica greca sarebbe derivata dagli incantesimi. Il più antico poeta corale di cui appare certa l’identità, Thaletas Cretese, avrebbe composto dei versi magici in forza dei quali sarebbe stata stroncata una epidemia a Sparta (Cfr.H.M. e N.K. Chadwick, The Growth of Literature, Cambridge, 1932, I, p. 651)
Col che mi sembra di aver risposto alla domanda circa l’origine sacra e magica della poesia. Ma forse più importante è consentire questa semplice proposizione: il discorso lirico nasce dall’incantesimo e la magia dalla metafora sottesa, una visione che, in definitiva, incontra l’invisibile, si fa cadenza, ritmo, canto.

© Ripr. Riservata per i testi: Le Muse inquiete.it



 



L’ultima esecuzione

Pieter Bruegel, “Trionfo della morte” (Dettaglio)

Il 23 giugno 1843, alla vigilia della festa di San Giovanni Decollato, il cappio venne tirato fuori dalla cassetta dov’era custodito e bruciato. Fu l’ultima volta.
Circa otto mesi prima quel cappio era stato messo intorno al collo di un emigrante. Giuseppe Gruppo, 23 anni, cossatese, aveva accoltellato sei volte il suo compagno di viaggio e l’aveva lasciato in un fosso. A notte inoltrata, a due passi da casa, pensava di avercela fatta. Erano arrivati in pianura dopo aver percorso i tornanti della Valle d’Aosta.
 Come nelle fiabe erano in due, con due sorti uguali e diverse: Giovanni Antonio Borio, quasi diciottenne, anche lui di Cossato, teneva il gruzzolo sprofondato in tasca dentro una borsa di pelle, stropicciata come un fazzoletto;  l’altro aveva perso le poche lire guadagnate oltrefrontiera giocandosele a carte. Come era capitato nell’osteria sotto casa decine di volte. Come sempre.
Preso l’involto dalle tasche, pulito il coltello nell’erba, ascoltato il silenzio intorno che faceva male alle ossa più del freddo, Giuseppe detto Bacolet, era scappato. Quella notte, sul tavolo di casa, contò sessantun lire, dieci centesimi e qualche moneta di rame. Era il 15 novembre 1842 e non avrebbe più fatto in tempo a giocarsi neppure la ferraglia.

Alle dieci vespertine

Delle sei coltellate inferte, due avevano toccato leggermente il cuore, due erano penetrate nel ventre. Giuseppe detto Bacolet aveva preso il compagno di viaggio alla sprovvista; lo aveva tenuto fermo nel buio dello stradone, aveva tentato di soffocare le grida mettendogli un fazzoletto sulla bocca. Secondo il referto non sembrò che  la vittima fosse riuscita a difendersi. Erano le ventidue o,   se preferite, “le dieci vespertine” scriveranno alla gendarmeria.
I due compagni di viaggio erano quasi a casa. I discorsi si facevano più rari e casuali.  Il ragazzo sentiva già lo scricchiolio della paglia del cuscino e si chiedeva perché l’amico fosse così silenzioso. Insieme alle prime case si vedeva  la macchia nera della collina di Quaregna e, poche ore più tardi, i due avrebbero scorto sicuramente un esercito di pali di vite, storti e grigi, ma in quel momento si indovinavano solo con l’immaginazione.
 Una manciata di minuti dopo le coltellate, appoggiandosi al bordo umido e appiccicoso del fosso, Giovanni scorse nel buio la sagoma di una cascina. Pensò che l’aveva scampata: se ce la faceva a camminare, ce l’avrebbe fatta anche a riprendersi. 
Quando il fittavolo della cascina Mon Frè lo aiutò ad entrare e a stendersi, Giovanni era sfinito e  disse l’essenziale: nome, cognome, residenza dell’aggressore, “il Bacolet”. Saranno le sue ultime parole.

“L’esecuzione” incisione di C.J. Visscher

L’arresto

All’alba Bacolet si alzò in piedi solo per porgere i polsi ai ferri.
In aula il procuratore, con voce stentorea, con la stessa durezza dei colpi inferti al ragazzo, raccontò:  «Arrivati insieme a Biella, il Bacolet trovò il tempo per andare dall’arrotino e affilare il coltello a molla. Lo stesso coltello usato per l’omicidio e trovato nelle tasche dell’aggressore».  Con un certo gusto per la tragedia annunciata, nei verbali lo scrivano annotò: «Cammin facendo egli aveva già estratto di tasca» il coltello e lo aveva  «tenuto aperto».  Uno svolazzo dello scrivano?
Di certo nel 1843 le cose procedono rapide. Ma c’era la testimonianza della vittima, il  movente, la refurtiva e l’arma del delitto.
 Tra il 1840 e il 1844 le esecuzioni capitali nel Regno di Sardegna erano state trentanove. Quella di Giuseppe Gruppo, fu l’ultima della provincia. Messa da parte la ghigliottina dei rivoluzionari, era tornata in auge la forca.
Il Bacolet aveva già pessima fama: rissoso, giocatore, minaccioso coi suoi stessi genitori. E come se non bastasse si disse che era “irreligioso”. Ai tempi era quasi un’aggravante. Un mese dopo l’omicidio, il 17 dicembre 1842, arrivò la sentenza di condanna alla pena capitale e la restituzione agli eredi del deceduto di “borsa e denari”.

Uno schiaffo per imparare

L’esecuzione era prevista nel luogo del delitto. Dunque la collina di Quaregna. Assi, chiodi, corda. Il luogo del peccato, il luogo della pena.  Il rituale è solenne e spettrale come un sogno di Kafka.
 Si incaricano i padri filippini di portare i conforti della religione; dalla relazione di condanna riportata nel contesto di una dettagliata ricerca*, sembra di capire che il carcerato  Giuseppe Gruppo abbia confessato.
Ma è certo che nell’inverno di 171 anni fa,  il minuscolo paese di Quaregna, per una volta diventa una meta ambita.
La macchina avviata è quella del grand guignol. Arriva il boia e l’aiutante, arrivano solitari e famiglie con carri e calessi, con cavalli, buoi; si fanno strada dalle cascine, dalla città, arrivano a piedi con i figli. Cent’anni dopo c’era chi ricordava di aver sentito il nonno raccontare quel che aveva a sua volta detto il nonno del narratore.
Alle esecuzioni si portavano i ragazzini e quando la corda era ormai tesa, il genitore dava uno schiaffo al figlio perché rimanesse impressa la fine che toccava a chi trasgrediva.
Ma le cose, in quegli anni, erano di gran lunga peggiori di quanto potesse minacciare una punizione esemplare.

Il patibolo

Dettaglio dell’incisione sopra riportata di C.J. Visscher

Il patibolo che venne eretto sullo sfondo della collina di Quaregna assomigliava poco a quello che gli spettatori della Metro Goldwin Mayer videro un secolo dopo in diversi film. Era fatto di tre assi, due conficcate al suolo, una terza trasversale che univa i pali. Il boia  arrivava a destinazione, col suo aiutante, il giorno precedente l’esecuzione. Arrivava da lontano – per quei tempi – da un’altra provincia. A Quaregna quello del “Bacolet” dormirà in una cascina che sarà chiamata a lungo “la casa del boia”. E partirà quasi di nascosto.
Il 5 gennaio 1843 è quasi mezzogiorno quando ha luogo l’esecuzione. Lo scenario è quello di  in una spianata, un prato dove si sente lo scroscio del torrente vicino.
 Il condannato Giuseppe Gruppo arrivò scortato e legato fin sotto il patibolo. Arrivò su un carro preceduto dai frati incappucciati. Sotto il patibolo c’era solo uno scranno e solamente per ricevere l’ultima benedizione. Intorno si sentiva il rumore montante della folla, un brusio fitto come un vespaio che copriva quello del torrente.
 I gesti, il rituale, furono sempre uguali. C’era chi porgeva un sorso di grappa al condannato poi la luce scompariva definitivamente con una benda sugli occhi. Anche le ginocchia vennero  legate.

La paura ti prende i piedi

Faticosamente, con il boia alle spalle, al condannato fecero salire i pioli di una scala appoggiata alla traversa del patibolo. Non c’era palco, non c’era corda pendente se non quella che era già stata messa al collo, indossata e penzolante  come un foulard, finché l’uomo non arrivava all’altezza giusta in modo da poter essere appesa. Il boia prendeva l’estremità  del cappio e lo fissava a un robusto chiodo conficcato sulla trave. Poi, quando la stretta era sicura, tornava all’altezza del condannato, legato, bendato e ancora sulla scala. Un colpo deciso, una spinta e il corpo annaspa nel vuoto. Ma non era finita. Non ancora.
La parola “tirapiedi” nacque in questo momento.
Tirapiedi, ovvero l’aiutante. Anche quel giorno, da terra l’aiutante prese i piedi del condannato mentre il boia appoggiato sul tronco trasversale del patibolo, a sua volta coi suoi piedi, spinse la testa dell’uomo su un lato. Le illustrazioni del tempo disegnano questo gesto. Crudo fino all’oscenità.
C’era silenzio ora sulla spianata, qualche mormorio velato, le proteste per l’imperizia, se qualcuno credeva di averne vista una negli esecutori. E finalmente si tornava al calesse, al carro, a casa. Con una storia da raccontare, con la paura e i sogni che ti tirano per i piedi.

M.C.

*La ricerca storiografica a cui si è fatto riferimento in ordine a nomi, date, modalità del procedimento, è di Sergio Marucchi


 

Storia di un omicidio, un monastero e un gallo

L’affresco della Trinità censurata dal Concilio di Trento e, a fianco, la storia dell’impiccato al monastero cluniacense

La storia ha per protagonisti un impiccato, un gallo e un monastero cluniacense.  Il monastero è quello di Castelletto Cervo, il gallo e l’impiccato sono in un affresco che potrebbe essere quasi un cartiglio di grande eloquenza. Ma non è così. Anzi, la storia racconta in realtà i pellegrini dell’undicesimo secolo e un medioevo fitto di slanci verso l’assoluto accanto a tagliagole e tagliaborse.
Tra le quinte di tutto questo c’è il Genio del Luogo, la sua essenza, che si può immaginare appena avete svoltato dall’orrido degli svincoli che tagliano la pianura, tra Castelletto e Mottalciata, tra Biella e Vercelli, lungo la strada che fu quella per Santiago di Compostela.
 Non troppo in alto ma dominante nel verde della pianura, il monastero si confonde con un passato di bassa corte: le galline ci sono ancora, il silenzio della cascina anche. Tra le bifore, i mattoni rossi, il verde pallido della stagione e gli squarci del tempo appena rappezzati.

Come Casa Usher

Un ingresso all’abside murato

Anni fa chiunque poteva entrare nella chiesa in qualsiasi momento  come  tra i ruderi abbandonati di Casa Usher.  L’orrido, è chiaro, era quello a valle, quello dei magnifici “manufatti” di cemento, ma per convenzione il dizionario lo avrebbe aggiudicato all’antico monastero. Costruito mille e cento anni fa e immerso in una solitudine notturna di bellezze sbrecciate, di absidi polverose e robinie centenarie. Entrando, alla sinistra dell’altare una porta ti conduceva verso un’altra stanza dove si vede l’affresco, oggi restaurato, della Trinità: tre ieratici barbuti seduti ad una mensa, le dita alzate per indicare il numero tre. Un modo popolare per mostrare un concetto che ai vescovi del Concilio di Trento non piacque più.  Dal Concilio in poi ai pittori fu infatti vietato di rappresentare il mistero della Trinità con tre figure. Ed è un miracolo che quello non sia stato cancellato.
Viceversa a nessuno importò mai niente dell’enigmatica storia dell’impiccato. Accanto a San Giacomo compaiono un gallo, due pellegrini che pregano e un nobiluomo, mentre sullo sfondo una figura umana pende da una forca e sembra l’ultima cosa di cui ci si debba preoccupare.
Occorre quindi ricostruire questa storia che sta tutta in una lettera salvatasi dal tempo grazie ai monaci di Cluny.

Una lettera denuncia un omicidio

Il complesso del monastero

Tra il 1095 e il 1096, i titolati di Castelletto,  il conte Oberto di San Martino e il suo vassallo, un certo Ardizzone, si prendono il fastidio di scrivere una lettera all’abate di Cluny. Gli dicono che il piccolo monastero piemontese è gestito in modo scandaloso e che tra i viaggiatori ospitati  avvengono furti, aggressioni, rapine. C’è stato anche un omicidio. La chiesa e gli altri edifici annessi, trovandosi sulla strada del pellegrinaggio, sono molto frequentati. Tanti sono i viaggiatori  che si fermano  per la notte o per qualche giorno.
Nella missiva Conte e vassallo chiedono che il priore venga sostituito con quello precedente, un certo Garnerio a quel tempo impegnato nel comasco.
La faccenda è seria. 
Cosa sia avvenuto di preciso immediatamente dopo quella corrispondenza non si sa.  Di sicuro la missiva (che oggi si può consultare alla Biblioteca Nazionale di Parigi), non venne dimenticata.  E qualche tempo dopo il priore fu sostituito.
E l’impiccato? E il gallo?
Per saperne qualcosa di più, né il carteggio né l’affresco sono sufficienti. Bisogna ricorrere ad una leggenda che prende le mosse proprio dall’anno mille e spiega perché i religiosi abbiano successivamente fatto dipingere nella chiesa un San Giacomo (patrono di Santiago di Compostela e dei viaggiatori) in compagnia di un impiccato.

La leggenda del gallo e dell’impiccato

Dettaglio dell’affresco della Trinità: San Giacomo, patrono dei viaggiatori e alla sua destra il patibolo, il gallo, i familiari dell’impiccato

Si racconta che una famiglia diretta in Spagna si era fermata nel monastero per la notte. Ma il mattino successivo il padre di famiglia – così dice la leggenda – venne svegliato e portato di peso davanti al signore del posto mentre gli altri pellegrini se la svignavano rapidamente.
 Al presunto colpevole fu mostrata una scarsella vuota trovata accanto al suo pagliericcio. Era l’ennesimo  furto ma questa volta si conosceva il responsabile.  Processo e condanna furono rapidi come l’esecuzione, fissata per l’alba del giorno successivo.  
Ogni cosa era già decisa quando il figlio del condannato giurò che suo padre era innocente e che era disposto a prendere il suo posto sul patibolo.  Detto e fatto.  Il giudice si convinse che il ragazzo diceva la verità, ed era quindi colpevole. Ma le cose si complicarono.
Nella notte la madre del condannato ebbe una visione. «Andrai domani da giudice – le disse San Giacomo – e dirai esattamente queste parole:  “Liberate mio figlio perché egli è vivo”».  Insomma,  il patrono dei viaggiatori si prese il disturbo di comparire in sogno. Com’ era possibile, del resto, si chiedeva la donna,  che un innocente fosse impiccato?

Racconti sulla strada di Santiago

Così, di buon’ora, la madre  bussò alla casa del giudice e  lo trovò seduto davanti al tavolo imbandito.  Poiché  non sapeva come iniziare il discorso,  finì per ripetere le parole del sogno: «Libera mio figlio perché lui è vivo». Il giudice la guardò sogghignando: «Tuo figlio è vivo come questo pollo sul tavolo». E in quel preciso momento il pollo riacquistò d’un colpo il suo piumaggio colorato mentre il ragazzo si alzò dal tavolaccio del patibolo.
Qualche decennio dopo la leggenda diventò un affresco o, forse, l’affresco della Trinità e di San Giacomo prese a prestito un racconto di devozione colto sulla strada di Compostela.

Marco Conti

Pellegrini in un affresco medioevale


 

 


 

Mito, poesia, oralità: il basilisco e la leggenda dei tre Laghi

Il basilisco ripreso nel medioevo dalla descrizione di Plinio. Sul capo c’è un diadema

Da Plinio al medioevo, il rettile che cammina in piedi

Dalla letteratura medioevale, alle leggende, ai racconti fantasy di oggi,  il drago mostra di avere nel nostro immaginario una vitalità eccezionale. Così straordinaria che si può rintracciare persino la sua evoluzione narrativa.
Dal mito alla fiction passando ora dalla narrazione orale, ora dalla scrittura vicendevolmente. Se si comincia con Plinio il Vecchio se ne ha un’idea precisa poiché persino Plinio nella sua Historia Naturalis  si è già basato su altri racconti: Aristotele per cominciare e, per continuare,  Nicandro di Colofone ed Erodoto. Ma la lista potrebbe continuare. Sta di fatto che nel Libro ottavo dedicato agli animali terrestri, Plinio comincia col raccontare che accanto al Nigri, sorgente del Nilo (così si pensava) vivesse la Catopleba: una fiera con la testa pesante che tiene sempre rivolta verso terra «altrimenti farebbe strage del genere umano, perché tutti quelli che l’anno fissata negli occhi sono morti subito. Identica è la proprietà del serpente basilisco. Lo genera la provincia della Cireneica, non è più lungo di dodici dita e lo si riconosce per una macchia bianca sulla testa, a mo’ di diadema. Col sul sibilo mette in fuga tutti i serpenti, e non muove il suo corpo come gli altri, attraverso una serie di volute, ma avanza stando alto e dritto sulla metà del corpo. Secca gli arbusti non solo toccandoli, ma col suo soffio, brucia le erbe, spezza le pietre» (Storia Naturale, vol. VIII. 77, 78).
Ecco per sommi capi la genesi di un drago: tale nel racconto orale, tale nei fumetti.
 

Il drago alato: il suo fiato è una fiamma

Boewulf

Questo poema di incerta datazione (parrebbe del VI secolo) e senza autore conosciuto riporta all’iconografia ancora oggi in auge: ha spire luccicanti (come squame), fiato di fuoco e la figura del serpente. Ma attenzione…nel 1500 inglese un naturalista ne conta almeno tre tipi: con ali e senza piedi, senza ali né piedi, con ali e piedi (E. Topsell, Histoire of Serpents or the Seconde Booke of Living Creaturers, London, 1608). Ma per venire alla storia: Boewulf è un eroe, un combattente che affronta il temibile drago Grendel, un essere che – si evince dal testo – non è semplicemente un animale pericoloso, ma una figura che appartiene a un altro mondo e contemporaneamente una manifestazione del male, che vola sopra le case bruciandole, una oggettivazione della Notte e, insieme delle viscere della terra.
 
Nel XXXV libro Boewulf si prepara allo scontro ed il nemico è descritto con queste parole:
 
«Ma qui mi aspetto la guerra
del suo fuoco rovente, del fiato, del veleno.
per questo ho su di me la cotta e lo scudo.
Dal custode del tumulo non scapperò un piede (…)»
Vv. 2521-2524
 
Grendel custodisce un tesoro, dei gioielli; Plinio ci parla di un serpente che secca gli arbusti col fiato;  moltissime leggende ci parlano di un serpente che incanta e che ha un diamante infilato nel capo.
Il mito riprende dunque se stesso.
Saxo-Gramaticus nelle Gesta Danorum dirò che è gigantesco e alato. Paolo Diacono nell’VIII secolo cita il drago nella sua storia dei Longorbardi con caratteri simili.
E’ tutto? Neppure per sogno.

Tarasque, Scürsc e  Serpentana

Dal medioevo in poi il Basilisco, ovvero il drago Grendel, prende altri nomi a seconda dei luoghi in cui l’immaginario lo racconta.
Una ( tra le tante) Vita di Santa Marta di autore anonimo ma del XIII secolo, lo cita a Tarascona, nei pressi di Arles, e dice che vive nascondendosi ai bordi del Rodano quando non vola sopra le case, come viene spesso raffigurato con le fiamme in bocca seminando morte. Sarà questo animale mitologico che verrà tramutato nella Tarasque, un mostro che compare ancora oggi nel folklore provenzale, sia pure in una versione iconografica terrificante ma addomesticata.
Nel 1814 (e al di là naturalmente delle tante incarnazioni apparse nei poemi nel corso del tempo e in un numero ancora maggiore di leggende), lo scrittore Carlo Amoretti scrive una ristampa del suo Viaggio da Milano ai tre laghi e racconta dell’esistenza di “lucertoloni alpigiani” che succhiano il latte delle vacche. La cosa curiosa è che Amoretti dice che fino a quel tempo si credeva leggendaria l’esistenza di questi animali. Invece delle specie di Iguani (questo il termine usato) «esistono tuttavia nei nostri monti».

Ecco la Serpentana o lo Scursc delle leggende

Il serpente fa crescere i fiori in inverno

Il mitico basilisco col tempo è diventato lo Scűrsc della tradizione orale nel Piemonte occidentale (ma diversi sono i nomi che gli sono attribuiti di provincia in provincia).
Parente prossimo del drago volante, anche  lo Scűrsc contiene un prezioso segreto, un diamante  in testa.
 In alcune versioni valligiane delle Prealpi si racconta che, a dicembre già avanzato, una donna uscì di casa per prendere della legna dalla catasta, vicino all’orto. Proprio in quel momento sentì un profumo leggero di fiori, un odore che capita di sentire solo in primavera quando fioriscono le robinie. E infatti, fatto qualche passo più oltre, vide che l’acacia era fiorita e avvicinandosi, tra le altre piante secche come pali, vide sotto il tronco della robinia un serpente. Nero come la pece, arrotolato, diffondeva intorno a sé il caldo del suo corpo. La leggenda dice che dove rimase a dormire tutto divenne così arido che non crebbe più l’erba…Così duemila anni dopo, ecco la storia di Plinio che fu storia di Aristotele.
 


 

Mangiare l’orso

Caccia all’orso. 1475-1481

Nel 1288 un gruppo di cacciatori di Coggiola uccide l’animale un tempo simbolo di coraggio ma anche emblema di un culto pagano. Da Artù a santa Ursula, all’orso predittivo attraverso la cronaca di un evento medievale biellese.

Mangiare l’orso. Nei primi giorni di marzo del 1288, l’orso viene imbandito sulle tavole di almeno tre famiglie e dei nobili Ferrero Fieschi a Masserano. Lo ha ucciso sulle montagne della Valsessera un gruppo di cacciatori di Coggiola, nel Biellese. Hanno usato lance lunghe due metri e si sono fatti forse accompagnare da una muta di cani. Il  documento che ne parla è conservato nell’Archivio civico di Vercelli ma non racconta i dettagli.  La preda non  è consueta. E di certo non si è trattato di cacciatori senza esperienza. Addentrarsi nel fitto dopo aver avvistato la tana dell’animale, o averlo visto da qualche cima, e appostarsi in silenzio non è cosa da tutti. Ci sono modi meno pericolosi  per catturarlo. C’è per esempio l’aggressione diretta nella tana con i cani, alcuni dei quali finiranno per morire presi dagli artigli di un animale che pesa duecento chili. Ma sulle montagne si sa che l’arte di cacciare l’orso ti lascia più spesso davanti a due strade.

Nel silenzio o nel chiasso della paura

La prima è riservata  ai pochi che conoscono ogni cosa della foresta: è la caccia nel silenzio, l’appostamento e l’irruzione improvvisa con una pioggia di lance, prima di affondare nel cuore una lama tenendosi lontani dagli artigli. E’ una tecnica che ormai non pratica nessuno da quelle parti.  Occorre avere l’orecchio capace di conoscere fremiti di foglie e rami spezzati dove la visualità del verde fitto diventa buio e  non lascia altro indizio. L’altra caccia, quella che viene usata sulle montagne biellesi, sta al polo opposto. Si tratta di impaurire l’orso, di produrre rumore, di far latrare i cani, di stanare la preda con corni, schiocchi, mentre i battitori armati di archi e lance proseguono la strada appiedati. Qualche volta sono seguiti da due, tre cacciatori a cavallo. A loro toccherà anche il compito di distrarre la preda, di portarla verso la direzione voluta.  Nessuno a quei tempi sottovaluta questo animale. L’orso non è soltanto una specie di alter ego bestiale dell’uomo,   capace di camminare su due gambe, di raccogliere frutti e  miele come l’uomo. E’ anche una specie accorta che si muove nella foresta come il cacciatore prudente, che evita lo scontro se non quando è inevitabile o provocato. Nel basso medioevo  forse la sua figura non è più contornata da una sorta di aura sacrale, ma è ancora un mito e in alcune aree è un culto.
Per tornare alla caccia, quel che sappiamo di certo è che il 15 marzo 1288  qualcuno stende la nota sull’avvenimento di Coggiola e  scrive che la testa dell’orso ucciso viene donata, insieme a un pezzo del costato,  al Vescovo di Vercelli.
E’ il corrispettivo ecclesiastico dei Ferrero-Fieschi, i signori del posto. Non  sono ancora ricchi come lo sarebbero stati cent’anni più tardi, ma  il trofeo avrebbe fatto ugualmente  bella figura, imbalsamato, nel Palazzo dei Principi di Masserano dove, in effetti, la tavola viene imbandita con altri quarti della preda.
Le regole, le convenienze, persino la dottrina in un certo senso, hanno imposto invece di portare la testa ursina al Vescovo.
  E’ un dono regale, e sotto questa regalità decapitata c’è una lunga storia che passa  attraverso molte pagine di racconti medievali, poemi, fiabe, arazzi, miniature, stemmi comunali come quello di Biella, dove compare l’orso davanti ad un albero, ma soprattutto attraverso tante sfaccettate  allegorie. E’ un dono che ha una storia fitta di trame e interroga tanto l’immaginario quanto la tradizione.

TUCOO-CHALA (Pierre). – Gaston Fébus, prince des Pyrénées (1331-1391), Pau : J et D éditions, 1993

La cronaca di Novalesa

La Cronaca di Novalesa, per  esempio. Qui si si racconta che l’orso fece parte di un banchetto in onore di Carlo Magno.  Ma di certo non è stato il solo  ad apprezzarlo. Ancora in pieno Cinquecento la portata  costituiva un evento sulle tavole dei nobili.  In realtà ciò che volevano divorare non era la carne ma le qualità che rappresentava. E ciò che il Vescovo di Vercelli aveva avuto in dono non era un banchetto e un trofeo ma il simbolo abbattuto e vinto di molti peccati.
L’orso era stato, certo, il simbolo della forza e del coraggio, ma soprattutto era stato oggetto di culto pagano, era diventato un emblema di orgoglio e  lussuria che i poemi medievali raccontavano proponendo l’unione  dell’orso con le dame, ora divertendo e ora impaurendo le corti.
La sua prima raffigurazione in uno stemma è un indizio importante: compare sullo scudo di uno degli uccisori dell’arcivescovo di Canterbury, Tommaso Becket, nel 1190. E’ una miniatura, ma identifica il nemico della Chiesa. A Biella la prima  rappresentazione con un orso porta la data del 1379: un sigillo di dedizione della città ai Savoia. Per una sorta di nemesi, di intreccio tra mito e storia, tra etica e araldica, lo stesso orso si trova ancora oggi in un pregiato rivestimento di stoffa dorata che drappeggia l’altare della cattedrale di Santo Stefano.

Nei paesi i girovghi mostravano l’orso, in Francia (foto) come in altre parti d’Europa. Un costume ‘giustificato’ solo dalla povertà estrema di tanti e dall’ignoranza dei più…

L’orso e il mito: da Artù ai santi

In fondo ha vinto l’orso: forza e coraggio gli sono emblematicamente sopravvissuti nonostante  secoli di strategie  impegnate  a sostituire queste qualità con le rappresentazioni leonine  promosse dai chierici medievali. I tanti leoni apparsi sugli stemmi e nelle allegorie sostituivano un animale esotico, distante, con il vero padrone della foresta europea.
Fino all’anno mille fu una delle preoccupazioni del clero europeo; il calendario prevedeva delle forme di culto ursino via via sostituite da  santi che, di fatto,  hanno nomi assonanti: Ursula, Ursino, Orso, ma anche Martino.
Così non risulta molto onorevole  lo spettacolo, diffuso nell’Ottocento da parte di poveri girovaghi, di mostrare l’orso nelle fiere, opportunamente legato e con le fauci chiuse da una museruola.
 Persino la storia mitica di Artù iscrive  la specie animale dentro questo segno. Non solo nel nome del re ricavato dalla radice “art” (così come la divinità Artia)  ma nella leggenda e nell’epica,  visto che il giorno in cui Artù  estrae la spada conficcata nell’incudine per diventare un re è il 2 febbraio, giorno della Candelora,  giorno che per i celti della Gran Bretagna era una festa dedicata all’orso, mentre nel nostro calendario diventò la data che segna la fine del letargo dell’animale. L’orso che abitava le Alpi e il Biellese è diventato così un emblema del tempo, un proverbio e una tradizione. Gli etnologi  oggi lo chiamano  “orso predittivo”  perché esce dalla caverna nella notte tra i primo e il due febbraio. Se troverà  il cielo stellato tornerà a dormire per altri 40 giorni, perché l’inverno ancora non sarà finito. Se il cielo è nuvoloso, se le stelle sono nascoste, allora sarà buon segno. L’orso potrà uscire dalla tana. E questa volta, di sicuro, non sarà per incontrare i cacciatori.

Voynich/ Davvero decifrato il manoscritto più misterioso del mondo?

Alcune pagine del manoscritto Voynich, oggi alla Beineche Library dell’Università di Yale

Sarebbe stato decifrato il ‘codice’ del testo più misterioso del mondo, il manoscritto Voynich. Lo ha scritto ieri sera l’Ansa e oggi (16.05.2019) lo riportano alcuni giornali.
Il documento, della metà del ’400, sarebbe scritto in una lingua romanza molto antica ed estinta. Il testo non solo non era stato decrittato ma si era persino avanzato il dubbio che non avesse alcun senso potendosi trattare di una truffa tardo medioevale.
Anche le figure delle essenze arboree non sembravano tutte rinviare, con puntualità nelle loro esecuzioni, a piante conosciute.
Oggi Gerard Cheshire sostiene di averlo decifrato e interpretato (craccato, rivela l’Ansa usando la terminologia informatica). Si tratterebbe di una enciclopedia illustrata sulle arborescenze medicinali e di uso cosmetico, dove i segni di interpunzione vengono rappresentati da lettere.
 Il libro, secondo quanto riferito, sarebbe stato realizzato da monache domenicane per Maria di Castiglia, regina di Aragona.
Il manoscritto risultava fino a ieri un rompicapo per storici, linguisti e crittografi, compreso Alan Turing, il matematico che decrittò il codice Enigma. La sua scoperta risale al 1912 quando Wilfrid Voynich, mercante di libri antichi, lo acquistò dai gesuiti di Villa Mondragone (Frascati).
Gerard Cheshire, dell’università britannica di Bristol, ha pubblicato la ricerca sulla rivista Romance Studies. Tra non molto dovrebbero quindi essere resi noti i giudizi di altri esperti.

Lingua romanza o mescolanza di lingue

Un’altra pagina del manoscritto

Resta da capire a tutt’oggi perché una  lingua romanza non sia stata neppure identificata come ‘lingua’, cioè come un codice organizzato e perché non vi siano tracce di questo linguaggio in altre biblioteche.
E’ possibile che – anche qualora il testo faccia riferimento a una lingua dimenticata – sia un sistema di comunicazione esoterico, ovvero magico, riferito alle piante medicinali da un canto, e alla loro conoscenza tramite la magia e l’astrologia dall’altro? La domanda è meno peregrina di quanto potrebbe apparire. Una studiosa, Edith Scherwood aveva identificato alcuni nomi di piante e indicato che il lemma usato nel manoscritto poteva essere ricavato dal latino. Alcune mappe del codice riportano le fasi lunari, altre mostrano delle donne nude al bagno (il che fa supporre che certe essenze venissero usate per bellezza, come effettivamente conferma anche  Cheshire). Sempre secondo la Scherwood la ricerca sulla nomenclatura delle piante suggerirebbe una lingua combinata di latino e italiano, mascherata da due chiavi crittografiche: l’ordine inverso e la scrittura speculare di ogni lettera, realizzata con 17 caratteri. Alcuni simboli all’inizio delle righe potrebbero  essere un abbellimento, ma senza significato.

La struttura del manoscritto

La struttura del libro comprende quattro sezioni tematiche: botanica, astrologia, biologia, farmacologia.
Al termine del manoscritto, tra i fogli 103 e 116 è presente una sezione fatta unicamente di elencazioni ma due pagine risultano mancanti. Se queste ultime avessero contenuto 41 punti, insieme ai 324 punti restanti negli altri fogli, si avrebbe un totale di 365 punti e quindi questi ultimi potrebbero essere riferiti ai giorni dell’anno, dove « le stelle chiare indicano i giorni buoni e quelle scure i giorni cattivi, o probabilmente i giorni migliori/peggiori per cure o interventi chirurgici», ha scritto Stephen Skinner nella prefazione alla edizione  facsimile (fatta con fotografie dell’originale)  di Il manoscritto Voynich (Bompiani, 2018).
Skinner nella sua prefazione postulava che l’opera fosse  stata realizzata da un medico-astrologo di estrazione ebraica vissuto nell’Italia settentrionale (una geografia ricavata dalle merlature ghibelline delle torri rappresentate) e che formasse una specie di vademecum. L’ipotesi risultava avvalorata «anche dalla totale assenza di iconografia cristiana, fatto insolito per quel periodo storico».

Le scoperte di oggi: certe o presunte?

Ma la notizia giunta da Bristol annuncia un giudizio risolutivo che implica notizie diverse da quelle fino a questo momento teorizzate: del manoscritto si sarebbe identificata: a) una comunità di autori; b) questa comunità sarebbe formata da religiose cattoliche; c) vi sarebbe addirittura  notizia del destinatario dell’opera; d) … e più importante di tutto ciò, risulterebbe che il codice facesse uso di una lingua scomparsa o “dimenticata” di matrice romanza. Si tratterebbe di una lingua protoromanza, una mescolanza di italiano, castigliano, francese, rumeno, catalano, portoghese, gallego. Proprio quest’ultima  affermazione, senza ulteriori riscontri, appare straordinaria ma anche gravida di implicazioni fino ad essere motivo di perplessità.

Un bagno collettivo femminile. Potrebbe alludere alle terapie o alla cosmesi

Il linguaggio come magia

In attesa di saperne di più, vale forse la pena di ricordare che il fenomeno linguistico non appare solamente legato alla comunicazione o all’espressione creativa. Le civiltà antiche, compresa quella giudaico-cristiana, riservavano alla lingua compiti diversi: esoterici e più propriamente magici, col che si può fare tranquillamente riferimento alla magia come sussidio che ha accompagnato a lungo il sapere religioso e in alcune religioni ancora lo accompagna, a cominciare dall’animismo.
Per venire al dunque, ecco qualche esempio di scrittura magica e di nominazione magica.

Tra Roma ed Egitto

Ai primordi della nascita di Roma, e per lungo tempo, le truppe in guerra dei romani ascoltavano i maghi o semplicemente i loro prigionieri per conoscere il nome delle divinità dei nemici e chiedere a quegli dei sconosciuti di volgere a loro favore le battaglie.
I marabutti del Maghreb e della costa libica orientale, usavano la scrittura per guarire le malattie o per rendere i soldati invulnerabili. Gli amuleti racchiudevano iscrizioni mistiche in caratteri che non erano decifrabili e che per questo non potevano essere contrastati.  Un fenomeno analogo avveniva per le iscrizioni negli amuleti degli antichi egizi. Appendendosi l’amuleto con l’iscrizione al collo si era, per esempio, invulnerabili dalla punta di un pugnale o protetti da una divinità (nozione originaria  non diversa da quella della medaglietta rappresentante la Vergine o Sant’Antonio).
Nelle malattie, invece, l’iscrizione appesa al collo poteva non bastare. Nel mondo dei marabutti  se il male si aggravava bisognava “assumere” l’iscrizione per bocca. In sostanza il marabutto (un po’ mistico, un po’ mago) scriveva la sua formula con l’inchiostro all’interno di una tazza. La scrittura si scioglieva quindi nel brodo o nella tisana e così veniva assunta dall’ammalato. Di questa pratica parla in particolare il dottor P. Della Cella in un libro del 1830, “Viaggio da Tripoli di Barberia alle frontiere occidentali dell’Egitto” itinerario compiuto nel 1817.

Le radici delle piante sono tra le parti più utilizzate dell’antica erboristeria


Un albero e due rime per sposarsi

Pieter Bruegel – il Giovane, Scena di villaggio con danza intorno al palo di maggio (1634)

– Sei innamorato?
La bambina ti sorride e ti chiede un capello. Se hai dei dubbi ti dice “sei una femminuccia paurosa”, poi appena può te lo strappa con una sola mossa rapida e decisa.
– Sei innamorato?
Cosa può rispondere un tipo in pantaloni corti che ha il fiato lungo per l’ultima corsa nel cortile e si sta grattando la testa.
Invece la ragazzina  si mette nel palmo della mano il capello, ci passa l’indice una, due, tre volte, e torna a chiedere:
– Sei innamorato?
Lei sa che ormai non conta più. Puoi dire quello che ti pare. Non conta. Lo dirà il capello. Eccolo, appena visibile o, al contrario, confuso insieme ad altri come un patetico ciuffo d’erba.
 Adesso la bambina lo distende ancora sul palmo e con le unghie dell’indice e del pollice lo tira, lo stira. Il capello si deforma a una delle estremità, fa una specie di spirale.
– Ecco, sei innamorato – dice la ragazzina e comincia a ridere, a correre e a gridare che sei innamorato. Anche se non c’è nessuno. Anzi meglio. Così resti impalato, senza sapere cosa fare, con le mani sprofondate nelle tasche, il muso lungo, le guance rosse.


Capitava così.
Capitava per gioco, anche se le cose potevano mettersi male. Se il capello non si arricciava non eri innamorato. Facevi finta… Tanto per dire, tanto per fare.
Nei cortili era un gioco per bambini verso la metà del secolo scorso in diverse parti del Settentrione. Per qualche inspiegabile ragione, ci sono divinazioni e magie che col passare del tempo diventano giochi. Come quei fuochi natalizi su cui saltano i bambini e che duecento, trecento anni prima erano attesi dagli agricoltori per conoscere il futuro dei raccolti, delle messi.

La damina veneziana

Torniamo indietro.
A Venezia, nel Settecento, tra le damine imbiancate e le fidanzate col viso reso rosso da inverni impietosi. Precisamente allora, il capello che s’arriccia o non s’arriccia è un segno che fa pensare. E se fosse vero? E se il gondoliere non fosse innamorato? …Per l’appunto. 
Il folclorista Angelo De Gubernatis scrive di questo rituale riferendolo a Venezia, anno domini 1878. É una storia vecchia che fa il paio con quella dei tarocchi.
 Ci spostiamo ora nella casa di una donna che mischia il mazzo e fa passare le carte, una per una, davanti a una ragazza. Per ogni nuova carta, invariabilmente, ripete in successione figura dopo figura: “Uomo”, “Bell’uomo”, “Mercante”, “Ladro”, “Spia”.  
Se quando compare il due di spade sta dicendo “Bell’uomo”,  è segno di nozze imminenti. Sia come sia, non si discute con la magia. La donna si sposerà.

Una fronda per dichiararsi

La storia di un fascio di fronde legate a un albero,  per dichiararsi, è un rito tutto biellese. Così almeno sembra, perché se ne ha traccia e documenti solo nel paese di Candelo.  
Poteva capitare che una Anna, o Carla, o Renza, alzandosi un mattino del mese di maggio, gettasse uno sguardo fuori dalla finestra… E là in fondo, sul ciliegio davanti a casa, oppure sul frassino lungo il fosso del prato, ecco agitarsi qualcosa.
 In alto c’erano foglie nuove, rami che il giorno prima non c’erano. Se  la ragazza osservava meglio,  le cose non potevano essere più chiare. Proprio in cima al ciliegio c’era una fronda di pioppo e addirittura una fascina di rami, di foglie verdi. Allora la giornata si annunciava tra quelle agitate.
La fronda era un indizio chiaro, ma di chi era? Se in quelle ultime settimane, al ballo, per strada, nessuno si era avvicinato, nessuno aveva fatto una gentilezza, diventava un rebus.
Doveva spargersi la voce: “Ieri mattina hanno legato il pioppo sul ciliegio della Renzina!”
 Prima o poi un nome saltava fuori. Ma se si sbagliava? Se Renzina aveva le fattezze di Greta Garbo?  Se di sorrisi e gentilezze ne aveva ricevute più del solito?
La questione in questi casi prendeva un’altra piega e il ragazzo aveva solo un’opportunità: dopo essere salito a notte fonda sull’albero dell’amata, doveva agire in fretta e il giorno dopo mandare un amico per riferire alla famiglia che il tale aveva intenzioni serie. Il capello, insomma, era arricciato. Che Renzina volesse oppure no.
Questa tradizione aveva una scadenza. Alessandro Roccavilla scrisse che il padre aveva otto giorni di tempo prima di rispondere. Nella scena cruciale del fidanzamento il ruolo paterno era importante. Al padre toccava valutare la consistenza dei beni dell’altra famiglia; ma in ogni caso era il padre che toglieva dall’imbarazzo la figlia quando il responso era un rotondo “no”.
Viceversa la love story era una intrepida discesa.

Promesse di fertilità

Ma gli alberi servivano anche per sposarsi in clandestinità o raddoppiare la cerimonia ufficiale.
 La tradizione era diffusa in diverse parti, dalla Lunigiana alla Basilicata alla Calabria. Si facevano tre giri di danza intorno ad un albero, poi lo sposo recitava: “Albero mio fiorito, /Tu sei la moglie, io sono il marito”. Subito dopo la sposa controbatteva: “Albero delle foglie,/ Tu sei il marito, io sono la moglie”. L’essenza arborea era una promessa di fertilità.
 Del resto, nei prati e nei cortili dove le bambine stiracchiavano un capello  preso tra pollice e indice c’erano diversi alberi che erano stati piantati esattamente il giorno della loro nascita. Ma chissà perché (ed è una superstizione del tutto contemporanea) c’è chi crede questa sia un’altra storia.