Il dottor Bergelon e i personaggi in fuga di Simenon

La fuga, lo straniamento a cui il personaggio va incontro allontanandosi dalle consuetudini, è uno dei temi che fondano la narrativa di Georges Simenon. Attraverso questo snodo narrativo Simenon racconta sia l’evasione, sia il trauma e la trasformazione del personaggio. Accade anche in Il dottor Bergelon  proposto ora nella traduzione per Adelphi di Laura Frausin Guarino che riprende il più netto originale, “Bergelon”, del 1939.  In questo caso è un evento inatteso a sradicare la vita quotidiana del protagonista, medico condotto in una cittadina di provincia  sulle rive della Loira. Bergelon ha appena fatto amicizia con il chirurgo proprietario di una lussuosa clinica e gli ha procurato il primo cliente, la moglie di un impiegato che, per la nascita del suo primo figlio, vuole il miglior trattamento possibile. Ma accade l’imprevisto. La donna deve essere operata, il chirurgo lascia la sua casa di notte quasi sbronzo insieme al dottor Bergelon e consorte. In una manciata di minuti la sorte si accanisce, il bambino e la donna muoiono. Ora bisognerà tacitare la coscienza. Soprattutto nel momento in cui il marito della vittima, Cosson, intuisce che qualcosa gli è stato nascosto e inizia a perseguitare il medico. Non il proprietario e chirurgo intervenuto ma proprio il modesto Bergelon, suo pari, quasi suo confidente. Con la consueta essenzialità, Simenon scrive l’incontro del giorno dopo: «Cosson ha le palpebre orlate di rosso, la cravatta allentata. Fuma una sigaretta che tiene con le dita macchiate di nicotina. Batte sul vetro, perché l’autista non si è fermato in tempo. Guarda Bergelon. Bergelon volta la testa dall’altra parte. Perché leggere un’accusa negli occhi del suo compagno? Non è proprio lui, invece, che sta facendo nascere quel dubbio, quel sospetto?»

La svolta

Nel mondo di Bergelon l’inquietudine si fa strada con lentezza. I rapporti con la moglie, timorosa d’ogni passo, e i due figli piccoli, appaiono sempre più aleatori. Cosson invece si fa minaccioso e infine recapita al medico una minaccia di morte. Ma Bergelon non lo teme, anzi circoscrive con curiosità intellettuale i suoi fastidi: osserva Cosson abbandonare il suo lavoro con una scusante, visita la prostituta con il quale l’uomo trascorre intere giornate, parla ad entrambi.  Si fa notare nel quartiere con la donna che, del resto, già conosceva a causa delle visite periodiche che svolgeva nel suo ambulatorio per le passeggiatrici…E infine non bada a nient’altro che al suo crescente spaesamento. Si direbbe anzi che il dottor Bergelon non aspettasse che uno scossone capace di sradicare la sua vita. Così con la scusa delle minacce anticipa la villeggiatura al mare, incontra una donna e, quando è raggiunto dalla moglie, sale su un treno. Destinazione: Le Havre, Anversa, Parigi. La fuga è però tale solo rispetto alla sua vita perché il medico avrà cura di far recapitare il nuovo indirizzo al minaccioso Cosson perché lo raggiunga e biglietti evasivi e rassicuranti alla moglie. Ad Anversa un vecchio compagno di scuola incontrato per caso lo invita a imbarcarsi con lui su un mercantile. Ma le cose prendono un’altra strada.

Rispecchiamento

Per quanto possa apparire paradossale, il medico in fuga si rispecchia in Cosson. Entrambi non vogliono conciliarsi con le loro vite. Ma non è un passato ingombrante a renderli più fragili. Bergelon vorrebbe rinunciare alla sua tranquillità priva di passioni; Cosson non accetta di pari passo il suo destino.

Le fughe nella narrativa di Simenon sono ugualmente  speculari: in Bergelon come in La fuga del signor Monde i protagonisti agiscono in cerca di scrollarsi di dosso la vecchia identità; ma in altre opere come Il signor Cardinaud (vedi la recensione su questo sito) e nel magistrale Il piccolo libraio di Archangelsk , la prospettiva del narratore è rovesciata perché sono i protagonisti di entrambi questi romanzi a subire la fuga della consorte e a doversi confrontare con  un mondo privo di senso e soprattutto con l’immagine di sé riflessa negli occhi degli altri. Figure speculari che in realtà nascondono  i pensieri esclusi e censurati della propria intimità, del sé segreto del personaggio. Mai tuttavia la censura sulla propria vita e il corrispettivo desiderio di altrove, di un’esistenza percepibile come una fuga a capofitto dentro il caos è stata presente come in L’uomo che guardava passare i treni. Antisegnano e forse capostipite delle fughe, il romanzo venne pubblicato nel 1938. Come in un testo lirico, l’immagine del commerciante Kees Popinga, che Simenon pone nelle prime pagine del libro, sintetizza il paradigma: nell’oscurità l’uomo  ha l’abitudine di osservare il passaggio di un treno, una visione che lo emoziona  «un treno della notte soprattutto, dalle tendine calate sul mistero dei viaggiatori.» Anche Bergelon potrebbe, in fondo, dire lo stesso.

Marco Conti

Georges Simenon, Il dottor Bergelon, pp. 195, Adelphi, 2022. Euro 18,00

Il colore del danno: storia di una reporter

Francesca Mannocchi

Francesca Mannocchi  è una giornalista free lance che in questo periodo entra nelle nostre case più volte al giorno, tramite La7, per raccontarci il  conflitto in Ucraina. E’ anche ammalata di sclerosi multipla; l’ ha scoperto nel 2017, sei mesi dopo aver partorito un bimbo, Pietro, che oggi ha quattro anni e mezzo. In Bianco è il colore del danno (Einaudi), ci racconta la sua malattia: «la scrittura libera e aggiunge dignità!» dice in una presentazione. Bianco è un non-colore che può avere qualunque significato: nella diagnostica neurologica segnala la presenza delle “placche”, lesioni cerebrali che causano la progressiva paralisi: di qui le TAC, le risonanze magnetiche, i «potenziali evocati». Se la coraggiosa giornalista si fosse ammalata negli anni ’90 sarebbe su una sedia a rotelle … o molto peggio. Per fortuna la ricerca sulle malattie neurodegenerative negli ultimi decenni ha molto progredito e, sebbene non abbia ancora sconfitto la sclerosi multipla, permette a Francesca di condurre una vita normale e di svolgere il suo lavoro di inviata di guerra, pur con una diagnosi di patologia conclamata.

Una lingua in cui le parole mancano

Conscia di questo fatto, come tutti i malati passa attraverso domande senza risposta: perché è successo? Perché adesso, perché non prima? E non dopo? I medici non sanno rispondere, non sono dei guaritori, la medicina non è una scienza esatta, procede per errori. In questo momento di pandemia ci domandiamo tutti: perché? Domande che straziano e basta: perché è successo a me? ora che cosa faccio? Mi do alla disperazione? Reagisco? Con quali forze? Non ci hanno insegnato a cadere, non ci hanno insegnato a dire: sono fallibile, siamo cresciuti pensando che tutto fosse risolvibile, che ogni male fosse curabile. Non è così: prima o poi ci troviamo di fronte a una “narrazione”, come si usa dire oggi, completamente diversa.

Allora si fanno strada nuovi concetti, nuovi nomi, “una nuova lingua in cui le parole ci mancano… ci sembra troppo crudele, spaventoso, punitivo”. Sono parole difficili anche da pronunciare: vulnerabilità, fragilità, handicap, invalidità. Il titolo dell’ intervista (che vi consiglio di leggere, in rete) che Francesca Mannocchi  ha rilasciato alla Associazione Sclerosi Multipla è “Raccontare la fragilità è già un pezzo di cura”. L’autrice ricorda che, quando il medico le ha consegnato l’attestato di malata cronica, per potere avere i medicinali gratuiti, le ha detto di non vergognarsi: la vergogna è un sentimento molto comune, in noi disabili. C’è chi preferisce rinunciare ai suoi diritti compensativi come se fossero privilegi. E’ una battaglia di civiltà ancora lunga da metabolizzare.

Laura Prete

Francesca Mannocchi, Bianco è il colore del danno, Pp. 216, Einaudi; euro 17,00

In riva al mare con Chaplin e Churchill

L’amicizia tra Charlie Chaplin e Winston Churchill comincia nel 1927  durante  una festa in riva al mare nella villa dell’attrice Marion Davies. Si concluderà solo con la morte di Churchill. Ma se a prima vista niente sembra poter avvicinare il vagabondo con bombetta e ombrello allo statista, di famiglia aristocratica alla guida del partito conservatore, la storia e persino l’autobiografia di Chaplin dicono il contrario. E dice il contrario anche un condiviso senso per l’ironia più smagata. Chi non ricorda lo scambio di battute tra la prima donna entrata nel parlamento inglese, Lady Astor, e il primo ministro:

Lady Astor: «Winston, se fossi tua moglie, metterei del veleno nel tuo caffè». E Churchill di rimando: «Nancy, se fossi tuo marito, lo berrei». Di fatto dopo quell’incontro Winston va a trovare Chaplin agli studios di Los Angeles, e assiste alle riprese di Luci della città.

Michael Köhlmeir

Lo scrittore austriaco Michael Köhlmeir con il romanzo Due signori in riva al mare. Lo strano incontro tra Chaplin e Churchill,  ha preso in consegna l’amicizia tra i due personaggi con un esito decisamente singolare.  La voce narrativa finge un approccio autobiografico con la precisione e i documenti del reporter, percorrendo  entrambe le vite dei protagonisti e un sodalizio che durò un quarantennio. Köhlmeir introduce tuttavia il lettore attraverso una terza storia, una cornice, che gli consentirà di frugare tra i documenti, (gli stessi “Memoriali” di Churchill), circostanze note, meno note e d’invenzione. La voce narrante è quella del figlio di un appassionato di storia che ha intenzione di scrivere una biografia di Churchill e durante un convegno riesce a conquistare l’attenzione e la stima dell’ex segretario privato del primo ministro: incontro da cui scaturisce un gigantesco carteggio. Non solo. Ecco il primo approccio lieve e casuale:

«Mio padre conobbe Chaplin e Churchill nella stessa occasione, da bambino, nella nostra cittadina. Entrambi lo notarono e gli fecero i complimenti. Ma questa storia la racconterò più avanti. Mio padre crebbe con quei due modelli, figurandosi con altrettanta convinzione che da grande avrebbe fatto il clown o lo statista. Invece diventò ispettore del mercato comunale (…)».

Storia di storie

Il fascino più spiccato di questo romanzo nasce tuttavia dalla capacità di Michael Köhlmeir di avvicendare innumerevoli storie nella memoria della rievocazione. S’inizia con l’inatteso: la voce interiore che entrambi i protagonisti ascoltano, fino al punto di parlare della seduzione condivisa per il  suicidio. Ma la continuazione è tutt’altro, dividendosi tra i vagabondaggi dello statista,  le riprese chapliniane de “Il circo”, le passioni e la quotidianità.  Di passeggiata in passeggiata, di lettera in lettera, si dipanano altrettanto nettamente i ruoli che Chaplin e Churchill assumono nel tormentato ventennio.  Churchill come coraggioso artefice delle operazioni che dettero speranza all’esercito britannico contro Hitler; Chaplin ugualmente alle prese con Il grande dittatore, vale a dire il suo primo film sonoro e persino con i misteri che portano il suo segretario giapponese a dimettersi senza ragione. Un puntuale trascorrere della voce narrativa dal timbro del reportage a quello dell’invenzione, dai fatti alle testimonianze, ai molti specchi dell’interiorità, fanno del racconto di Köhlmeir, un libro destinato a più di una lettura.

f.m.

 Michael Köhlmeir, Due signori in riva al mare. Lo strano incontro tra Chaplin e Churchill; trad. S. Carusi, pp. 240; Archinto, 2021; Euro 24,00

Michel Houellebecq, l’ultima riva dell’Occidente

Michele Houellebecq si è addolcito?  L’humor nero e il sarcasmo sulla società occidentale  sono stati placati? La lettura di Annientare, ultimo e  decimo romanzo di Houellebecq, ha fatto sorgere queste domande  in alcuni recensori francesi. La storia e il registro usati sembrano giustificare questi interrogativi ma  forse solo per quell’attimo che trascorre tra l’ultima pagina dell’opera  e le voci a cui ci eravamo abituati: voci di personaggi in rotta di collisione con il mondo e isolati dal loro male oscuro.

I personaggi

Il primo romanzo di Houellebecq, nel 1994,  Estensione del dominio della lotta, aveva per protagonista uno sradicato, insofferente alla mondanità e depresso; Le particelle elementari (1998), chiamavano in causa due fratellastri complementari e altrettanto emarginati: uno scienziato senza emozioni e un docente di letteratura erotomane sovrastato dalla sua sensibilità  e dal caos interiore. Nel 2010 con La carta e il territorio l’autore assume un registro formalmente più composto: chiama in causa un fotografo, un personaggio altrettanto poco comune  che sbeffeggia il mondo di icone di cui è circondato; con Sottomissione (2015) il docente universitario che parla in prima persona svolge una critica acuminata della società occidentale ormai morente e sulla sua vita «senza gioia» per la quale non riesce neppure a provare alcuna disperazione. In Serotonina (2019)https://lemuseinquiete.it/serotonina-houellebecq-e-linfelicita-del-xxi-secolo/, Florent-Claude Labrouste, compagno di una giapponese dedita all’eros di gruppo, sopravvive alla sua depressione assumendo farmaci e guarda con fatalismo il nuovo paesaggio della globalizzazione  dove la morte della civiltà sembra tacitamente promessa. Ridurre con spese di piacere il suo conto in banca troppo cospicuo, è uno dei suoi ultimi vacui impegni.

Annientare

Il filo conduttore dell’ultimo romanzo di Houellebecq si chiama invece Paul Raison, è un mite, equilibrato  funzionario ministeriale  che,  con sua sorpresa, recupera il legame con la moglie dopo anni di indifferenza.  Non solo. A dispetto di ogni straniamento e deragliamento dell’attualità, egli cita (nome omen) Blaise Pascal. La riduzione della carica morale eversiva di Houellebecq,  per cui qualcuno ha parlato di un autore ormai apaisé (placato), fa capo a questa scelta, vale a dire ad una oggettivazione diversamente specchiata dei temi e delle tesi sulla società contemporanea. Ma forse questa oggettivazione è più ferale di quanto non lo sia nella precedente narrativa proprio in virtù di una figura ordinaria.  Attraverso il suo protagonista Houellebecq   regge comunque le fila di tre storie: la prima inerente il lavoro di Raison,  funzionario al ministero dell’Economia francese e in rapporto di amicizia con il ministro e futuro “premier” coinvolto direttamente nelle elezioni presidenziali; la seconda  gravitante intorno ad attacchi terroristici annunciati sul web con modalità formali misteriose senza precedenti; la terza infine è propriamente la vicenda esistenziale del cinquantenne: distante da ogni passione ma non dalla famiglia e dagli affetti.

La società

Paul Raison vede coincidere il proprio microcosmo individuale con quello di una società in declino, spaventosamente rimodellata dalla cultura imperante.  Certo, quest’ultimo tratto non diventa una forza dinamica della narrazione. Ma con potente perentorietà brilla in filigrana come si legge in alcune riflessioni: « Svalutare il passato e il presente a favore del divenire, svalutare il reale per preferire una virtualità situata in un vago futuro».  Questo è nulla di meno che un caposaldo germinato nelle scuole occidentali e nella considerazione comune con cui viene oggi osservata la vecchiaia, un tempo momento di bilancio e valore.  Ma Paul Raison vive nelle stanze del potere e su questo argomento, come di fronte alle trasformazioni sociali prese di mira dal terrorismo (l’infertilità; la pressione migratoria), osserva: «Un uomo politico poteva davvero influire sul corso delle cose?»….«E poi c’era qualcos’altro, una forza oscura, segreta, la cui natura poteva essere psicologica, sociologica, semplicemente biologica, non si sapeva cosa fosse ma era terribilmente importante perché da essa dipendeva tutto il resto, la demografia come la fede religiosa e, in definitiva, la voglia di vivere degli uomini e l’avvenire della loro civiltà. Il concetto di decadenza poteva anche essere difficile da circoscrivere, ma ciò non voleva dire che non fosse una realtà potente; e anche questo, soprattutto questo, gli uomini politici non erano in grado di influenzarlo.» (pp. 608-609). Se Houellebecq torna sui suoi passi è semmai nella considerazione della prassi politica, non certo rispetto alla visione complessiva del mondo occidentale.   Tra chi lo considera scrittore di “destra” spicca quel mondo intellettuale che, dopo aver taciuto per trent’anni sulla deriva e trasformazione delle motivazioni politiche della sinistra, è ora tutt’al più proteso a custodire la barzelletta del “politicamente corretto”, vale a dire a coprire le gambe delle sedie come in epoca vittoriana.

Paul Raison e l’umanesimo di Houellebecq

Se la vita diurna del protagonista è quella di un benestante borghese, quella notturna possiede sogni devastanti: la narrazione procede quasi con puntualità attraverso queste due sensibilità; la prima pascaliana, la seconda visionaria,  fitta di terrori e di paesaggi catastrofici. Un’analoga divisione struttura l’intero romanzo: da un canto la quotidianità  spesa nella forme della consuetudine dei personaggi principali, dall’altro l’inatteso;  da un canto l’organizzazione della campagna elettorale (o la spartizione in comparti del frigo per le cose pertinenti al protagonista e quelle della moglie) e sull’altro versante gli atti terroristici contro un mercantile, una banca del seme e un barcone di migranti; tra la stabilità dei ruoli professionali e un clima sociale dove  ha attenzione solo il futuro, vale a dire il presente per il futuro.

Più che in altre opere Houellebecq  sfrangia qui la narrazione con le fisionomie  dei personaggi secondari. La stessa famiglia del protagonista riflette identità complesse: un padre pensionato dei servizi segreti colpito da ictus e “trafugato” dai familiari dalla residenza sanitaria, dove è costretto per legge solo perché ormai incapace di esprimersi; un fragile fratello minore restauratore di arazzi, sposato a una cinica giornalista che ricorre al seme di uno sconosciuto per la propria gravidanza pur non avendone necessità di coppia; una sorella cattolica capace di autentica pietas, una moglie che in tarda età ha scoperto il culto wiccan. E anche in questa galleria ogni figura sembra, se non  il contraltare dell’altra, il tassello di un mosaico sconnesso dove la discontinuità è però argomento narrativo. Il tema di fondo, come ogni tema davvero autoriale, resta quello che ha informato dal principio la narrativa di Houellebecq: il deragliamento della cultura occidentale.

Marco Conti

Michel Houellebecq, Annientare, pp. 743, La nave di Teseo, euro 23,00

L’inchiostro di Virginia Woolf

Dal volume “Genio e inchiostro”, Harper Collins Italia, 2021

«Se volete essere sicuri che il vostro compleanno venga festeggiato di qui a trecento anni, la cosa migliore, indubbiamente, è tenere un diario», così scriveva Virginia Woolf nell’attacco di una sua recensione del 1920. L’articolo apparve il 28 ottobre sul Times Literary Supplement, l’importante rivista letteraria britannica nata come supplemento del Times nel 1902.

Virginia Stephen, ancor prima di essere Virginia Woolf, iniziò a collaborare con il supplemento settimanale del quotidiano inglese nel 1905, quando il direttore Bruce Richmond le propose di scrivere un pezzo di 1500 parole. A quella recensione ne seguirono altre e la collaborazione con il TLS durò per tutta la sua vita. Nel 2021, in Italia, la casa editrice Harper Collins ha pubblicato nel volume “Genio e Inchiostro” quattordici di quei saggi di critica letteraria, tradotti da Sara Sullam, con la prefazione di Ali Smith e l’introduzione di Francesca Wade.

Il lavoro di scrittrice

A ventitré anni Virginia iniziò il lavoro retribuito di scrittrice. Giunse, così, l’indipendenza economica anche se non il prestigio, perché fino al 1974 la politica del supplemento letterario fu di pubblicare articoli anonimi. Inizialmente, recensiva tutto ciò che le veniva inviato, non solo romanzi ma anche guide turistiche e libri di cucina. Ogni settimana riceveva un nuovo libro, del quale doveva scrivere e consegnarne il saggio critico entro il venerdì, talvolta, di persona, altre volte, al fattorino del Times che attendeva nel suo salotto mentre la Woolf finiva di battere a macchina. Una routine, una abitudine alla scrittura che la portò al suo primo romanzo. Scrivere per il TLS rappresentò una palestra di scrittura e è chiaro dalle sue parole riportate nell’introduzione «Gran parte del mio mestiere l’ho maturato scrivendo per lui: come comprimere; come vivacizzare; e mi ha anche fatto leggere con penna e taccuino seriamente»

Quando divenne romanziera e editrice, insieme al marito Leonard Woolf, proseguì a scrivere saggi critici ma dettò delle condizioni al direttore Richmond e prima fra tutte il poter scegliere di quali libri occuparsi. Dal 1920, infatti, attraverso i suoi articoli è possibile ricostruire il canone letterario della scrittrice inglese.

Tenersi pronti

Nel 1919, in occasione del centenario della nascita della scrittrice George Eliot, Woolf si accinse a leggere tutte le sue opere per lavorare al pezzo pubblicato il 20 novembre e inserito in questa raccolta della Harper Collins. Nello stesso periodo iniziò un nuovo taccuino dedicato a raccogliere appunti sullo scrittore Thomas Hardy, amico del padre, perché il direttore del TLS l’aveva invitata a “tenersi pronta” per la pubblicazione dell’articolo celebrativo in occasione della morte dello scrittore. Lavorò a quelle pagine per quasi dieci anni. “I romanzi di Thomas Hardy” (presente in questa raccolta) venne pubblicato, infatti, il 19 gennaio 1928. Il saggio, passando in rassegna i diciassette volumi di narrativa dello scrittore, si sofferma sui personaggi e sul motivo per cui vengono ricordati, sul genio dell’autore e gli attribuisce il merito di aver donato «una visione del mondo e del destino umano per come si sono rivelati ad un’immaginazione sorprendente, ad un genio profondo e poetico, a un animo gentile e umano».

Una pagina manoscritta della Woolf

Tenere un diario

Virginia Woolf si è attenuta all’indicazione che lei stessa aveva fornito nell’incipit del saggio su John Evelyn e ha lasciato oltre a romanzi, racconti, recensioni, lettere anche i suoi diari. Attraverso questi Francesca Wade nell’Introduzione affianca le riflessioni di Woolf ai saggi contenuti in Genio e Inchiostro permettendo al lettore di avvicinarsi ulteriormente alla straordinaria e acuta scrittrice inglese che ha trasformato in opera narrativa anche gli articoli di critica letteraria.

Giancarla Savino

Virginia Woolf, Genio e Inchiostro, pp. 317, Harper Collins Italia, 2021

Shakespeare and Company, l’Ulisse e Sylvia Beach

James Joyce: 5, rue de l’Assomption, Parigi“. È l’estate del 1920  quando Joyce compare alla Shakespeare and Company di Sylvia Beach, paga sette franchi e compila la sua scheda per ottenere in prestito un libro. Sylvia Beach ha da poco aperto una libreria per i tanti americani e inglesi residenti a Parigi ma, ben presto,  quella che gestisce diventerà soprattutto una biblioteca circolante. Joyce è arrivato nella città su consiglio di Ezra Pound e sta cercando di far pubblicare a puntate Ulisse su una rivista americana. Vive di occasionali lezioni di lingue. Ne conosce nove e molto bene l’italiano, il francese, il tedesco, lo spagnolo. Eppure è in difficoltà su ogni fronte: non solo i soldi scarseggiano, ma i censori americani, come quelli inglesi, non trovano di meglio che far chiudere le riviste dove le gesta di Leopold Bloom, e i suoi pensieri erotici più arditi, vengono stampati. Ci penserà Sylvia Beach, impegnando gran parte del suo tempo e le poche sue risorse disponibili, a far uscire la prima edizione del capolavoro di Joyce.

Il racconto di Shakespeare and Company

Sylvia Beach nella sua libreria

Il fastoso racconto della Shakespeare and Company  scritto dall’artefice della libreria e della prima edizione di Ulisse, è oggi pubblicato da Neri Pozza con una bella prefazione di Lidia Manera, nella traduzione di Elena Spagnol Vaccari.  E’ un libro fitto di notizie curiose e, soprattutto, un testo cruciale per capire il rapporto degli scrittori nordamericani con  l’Europa  degli anni Venti e Trenta, vale a dire un ventennio che coincide con il modernismo e un cambio sostanziale del paradigma letterario. L’autrice  scrisse le memorie nel 1956 quando aveva 68 anni. Nella sua “bottega” passarono, e si fermarono, non solo Joyce (che sarà il maggior beneficiario dell’intraprendenza della libraia), ma anche Ezra Pound, Robert McAlmon, André Gide, D.H. Lawrence, Valery Larbaud,  Gertrude Stein, Paul Valéry, Scherwood Anderson e naturalmente Ernest Hemingway di cui, nel 1923, si vedevano in vetrina le copie del suo primo libro, Three Stories and Ten Poems, racconti e poesie.

A cento anni esatti dalla prima edizione

Ora sono passati 100 anni dalla prima avventurosa edizione di Ulisse, consegnata all’editrice il 2 febbraio 1922, quarantesimo compleanno di James Joyce.

I bibliofili osserveranno che sul frontespizio compare la data del 1921, ma i lettori di Shakespeare and Company  capiranno per quale ragione le cose andarono diversamente. Del resto la storia della pubblicazione del capolavoro modernista di Joyce è fitta almeno quanto la giornata di Leopold Bloom. A cominciare dalla domanda che Sylvia Beach fece allo scrittore dublinese: quante copie ne vorrebbe? «Una dozzina» fu la risposta. Più avvertita la libraia-editrice ne fece pubblicare mille e nel giro di pochi anni l’impresa nata per passione diventò storia della letteratura. Mese dopo mese alla Shakespeare and Company  arrivarono proposte di edizioni che Sylvia fu costretta a declinare non avendo né le risorse né il tempo per curare i testi e, nel contempo, mandare avanti la biblioteca circolante, cioè la sua sola fonte di reddito. Arrivò per esempio D.H. Lawrence che si era visto rifiutare la pubblicazione del romanzo, per l’epoca arditissimo, L’amante di Lady Chatterley, e si affacciò al negozio di rue de l’Odéon 12 anche Henry Miller, in compagnia di Anaïs Nin («amica dall’aria di giapponesina» scrive Sylvia)  per proporre  Tropico del cancro. Miller fu consigliato di rivolgersi all’editore della Obelisk Press, Jack Kahane, che infatti divenne il suo primo editore. Lo stesso Kahane si era già presentato alla “Shakespeare” per organizzare una collaborazione, il che dice in modo eloquente come  era stata interpretata, agli esordi, l’opera joyciana.

Una schiera di scrittori e artisti emigrati a Parigi

Sylvia Beach spiega che il romanzo di Joyce, a quei tempi stigmatizzato dalle leggi americane e inglesi, finì col creare intorno a lei l’aura della trasgressione. Era fiera di aver colto con Joyce la sua grande occasione ma le risorse non le consentivano nuove avventure. Basti pensare che, nell’autunno del 1919, la libreria fu fondata dopo il seguente telegramma inviato da Sylvia alla madre: «Apro libreria Parigi. Prego spedire soldi». Ed era figlia di una insegnante e di un pastore presbiteriano. Shakespeare and Company  nacque in sostanza dalla passione per la letteratura e dal sodalizio con Adrienne Monnier che già aveva un’analoga biblioteca circolante. In quegli anni  il franco si era svalutato e questa circostanza, accanto al fascino di Parigi, aveva portato molti artisti e scrittori americani a cercare una sistemazione nella capitale con i pochi soldi che avevano a disposizione.

I ritratti: Joyce cantante, Pound falegname, Hemingway rude dal cuore d’oro

L’edizione 1959 di Harcourt e Brace delle memorie di Sylvia Beach

L’atmosfera che aleggiava a Parigi si avverte nelle pagine del libro attraverso le figure che Sylvia Beach tratteggia con la noncuranza dell’entusiasmo e quell’indipendenza che si rispecchia in molti degli scrittori di cui si parla e nelle riviste letterarie del tempo: ora The Egoist, ora The Little Rewiew, ora Commerce. Una moneta, quest’ultima inerente l’indipendenza,  di cui ci sarebbe bisogno oggi, sopra ogni altra cosa…

Il libro porta a spasso il lettore tra le memorie parigine così come fece Hemingway con il suo romanzo autobiografico, Festa mobile, e con analoga nostalgia; per quanto Sylvia avvolga la sua prosa con un’infinità di dettagli, di notizie, di ritratti. Impagabile quello di Joyce, il quale reduce dalla lunga parentesi triestina, intercala i suoi discorsi con l’italiano “già”, che intona ogni tanto una canzone (in gioventù aveva pensato anche di dedicarsi al canto e nell’Ulisse si trova traccia del canto e della filastrocca); che arrossisce quando si parla in termini volgari della sessualità e che, per l’Ulisse, vuole assolutamente una copertina blu del blu della bandiera greca… Un colore che non si trova e sarà importato dalla Germania. Ma vividi sono anche i ritratti di Pound (falegname a tempo perso, orgoglioso dei suoi mobili da lui stesso intagliati), di Hemingway che non vuol leggere in pubblico (e lo farà solo quando Sylvia avrà bisogno di denaro per non chiudere bottega), di Robert Mcalmon, sensibile e perennemente pronto a sostenere i suoi amici e poeti imagisti…Benché Joyce parlando con Sylvia del Mcalmon ipersensibile e di Hemingway, al contrario uomo rude, soggiunga che probabilmente nella realtà le qualità sono invertite. Certo, sulla corazza di Hemingway, l’autore delle “epifanie” dublinesi,  aveva visto giusto.

Marco Conti

Sylvia Beach, Shakespeare and Company, pp. 281, Neri Pozza Editore, Euro 14,50

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