Esenin, Anna e la rivoluzione

Poema autobiografico, eppure poema sulla rivoluzione d’ottobre; poema lirico eppure poema fitto di contesti, realismo, dialogo. Anna Snegina, scritto tra la fine del 1924 e l’inizio del 1925, è l’ultima opera di Sergej Esenin ed è il punto di contatto delle poetiche russe del tempo.  Passigli manda in libreria una nuova edizione dell’opera a cura di Riccardo Mini che riprende la traduzione e l’ampio saggio della prefazione di Iginio De Luca. Il tema prende spunto dal ritorno di Esenin al villaggio natale dopo una lunga assenza e dopo la rivoluzione di febbraio del 1917: una rivolta popolare spontanea di operai, contadini, soldati, nata nelle piazze (uno dei protagonisti rilevanti fu il padre dello scrittore Vladimir Nabokov) che anticipò quella bolscevica ad ottobre, anche se l’obiettivo era ben diverso proponendosi di istituire una repubblica democratica. Esenin scrisse il poema in meno di due mesi raccontando quel ritorno al suo passato che tuttavia è carico di passioni nel presente e, di pari passo, mettendo al centro della vicenda l’incontro  con Anna Snegina, l’amore della sua adolescenza. Da questo contesto si avvia l’intreccio dei registri lirici e narrazioni realistiche: le condizioni di vita dei contadini, la lotta contro l’autocrazia russa e la successiva vittoria dei Soviet nell’ottobre di quello stesso anno. 

«Ma sarebbe un errore – commenta De Luca – leggere il poema in chiave esclusivamente autobiografica. Risolvendo il personaggio nell’autore, riducendo tutto il poema a un diario privato, si incrinerebbe l’autonomia dell’opera, fraintendendo la sua ragione segreta.» L’attenzione del poeta è infatti rivolta a rielaborare criticamente il vissuto nel cuore della storia e lo fa con una versatilità riconosciuta anche dalla critica sovietica dopo le iniziali riserve.

Radovo, il villaggio

Il poema inizia con la descrizione di Rodovo attraverso la voce composta e misurata di un vetturino:

«Il nostro villaggio è Radovo,
circa duecento focolari.
A chi li ha visti
i nostri luoghi sono cari.
Siamo ricchi per il bosco e l’acqua,
ci sono pascoli, ci sono campi.
E lungo tutta la distesa
si son piantati i pioppi.»

Ma alla terza strofa la serenità del quadro agreste, prende la strada della critica e volgendosi al passato prerivoluzionario, Esenin scrive:

«Pagavano i tributi puntualmente,
ma, terribile giudice, lo staršina
sempre vi aggiungeva una misura
di farina e di miglio.
E per evitare guai,
davamo senza angustia l’eccedenza.
L’autorità è l’autorità, per questo,
e noi solo umile gente.»

Di ottava in ottava Esenin affonda il coltello nelle piaghe. Non c’è solo l’autocrazia predatoria, c’è ugualmente la penuria a un passo da Radovo:

«Dal vicino villaggio, Kriuša,
ci guardavano torvi i contadini.
Cattiva era la loro esistenza
quasi tutto il villaggio di gran lena
arava con un solo aratro
a una coppia di brenne estenuate.

Quale abbondanza potevi qui aspettarti
solo quel tanto per non morire.
Di nascosto tagliavano la legna
dal nostro bosco.
[…]»

Anna e Sergej

Il poema si snoda in cinque parti con un epilogo che riprende circolarmente l’inizio. Esenin alterna la voce dei personaggi di Radovo, con la propria voce. La terza parte ha per protagonisti proprio Sergej e Anna durante un incontro che si risolve in dissidio e ha per esito un nuovo capitolo con i due protagonisti che si allontanano dal loro villaggio. La prospettiva così articolata permette di scrivere un’opera in cui al timbro confessionale si alterna quello narrativo e più prettamente lirico, in particolare attraverso due lettere, che chiudono il racconto.

«Siete vivo?…Sono molto contenta…
Anch’io come voi, sono viva.
Così spesso sogno il recinto,
il cancelletto e le vostre parole,
Ora sono lontana da voi…
In Russia è l’aprile.
E di lanugine blu
la betulla si copre e l’abete.
Ed ecco, mentre alla carta affido
la malinconia delle mie parole,
voi, forse, a caccia col mugnaio
l’orecchio tendete agli urogalli.
Sovente vado al porto
e ora lieta ora sgomenta
fisso tra i battelli sempre più a lungo
la rossa bandiera sovietica.
Ora laggiù à giunto il potere.
La mia strada è chiara…
Ma voi come un tempo mi siete caro,
come la patria e la primavera».

Questa partitura tra due versanti formali ha indotto la critica a paragonare Anna Snegina all’ Evgenij Onegin di Puškin, tanto più che, negli anni in cui il poema è stato scritto, gli slanci dell’avanguardia e dello stesso immaginismo russo, di cui Esenin era un esponente, arrivavano agli sgoccioli. La struttura del poema è del tutto modellata dalle forme classiche, quartine con rime alternate, come in Puškin, con echi che rinviano talvolta alle canzoni popolari.
Iginio De Luca fa rilevare del resto che il poema si contrappone formalmente a Pugačev (link: Pugačëv, la rivoluzione di Esenin tra le isbe e la steppa – Le Muse Inquiete) opera del tutto ispirata dall’immaginismo fitto di metafore e accenti visionari. In Anna Snegina il parallelismo della metafora si riduce, talvolta diventa similitudine, mentre diviene eccezionale l’uso di quelle metafore che contrassegnarono Esenin e altri autori come Anatolij Mariengof e Vadim Šeršenevič, vale a dire «L’unione, mediante lineetta, di due sostantivi, il primo come equivalente metaforico del secondo.» De Luca cita, del testo in esame, una sola occorrenza di questo tipo: “La mia offesa/ nella palude pianse/ la prefica-beccaccia» e un solo esempio di sinestesia con la medesima tecnica.

Dietro la finzione

Anna Snegina riprende nella finzione il ritorno di Esenin a Kostantinovo nei mesi estivi del 1917-18, anche se il paese di Rodovo esiste nella stessa regione. La sorella del poeta, Aleksandra Alesandrovna Esenina, dirà: «Nel nostro Konstantinovo non c’era niente di notevole. Era un villaggio tranquillo, pulito, che annegava nel verde». La figura di Anna è stata modellata su quella di L.I. Kasina, una giovane, colta, feudataria del posto a cui Sergej dedicò anche la poesia Zelënaja pričëska (Verde pettinatura). «A noi bambini di campagna – disse ancora Alseksandra – questa tenuta sembrava favolosa. Trattenevamo il respiro alla vista degli enormi arbusti fioriti di lillà o di gelsomini, che circondavano la casa padronale, dei sentieri cosparsi di pulita sabbia gialla, della signora che passeggiava in una bella e lunga veste, o dei suoi bambini con cappelli di paglia a grandi falde, che ruzzavano nel giardino.» Il giovane Sergej veniva invitato dai coetanei nella villa e nonostante le perplessità della famiglia continuò a frequentare la casa dove si innamorò Lidija Ivanovna Kasina più vecchia di lui di alcuni anni; la ritrovò poi a Mosca, nel 1918, ormai ventitreenne. L’intera parabola di Esenin è destinata a concludersi tragicamente sette anni dopo, la notte del 28 dicembre 1925, a San Pietroburgo quando il poeta è appena trentenne. La versione ufficiale è che Sergej si sia impiccato a una trave del suo appartamento, ma come scrive la nota di Mini, molti dubbi rimangono insoluti su quella morte in tempi di epurazioni e arbitrio fatti regola.

Marco Conti

Sergej Esenin, Anna Snegina, pp. 116; Passigli Editori, 2026; euro 14,50

I convitati di pietra, ovvero la riffa di  Michele Mari

Luglio è il mese che si è appena lasciato alle spalle gli esami di maturità, ed è anche quello in cui si decide il vincitore del Premio Strega,  rassegna in cui, quest’anno, proprio Mari è dato come favorito dopo essersi aggiudicato il premio Strega Giovani 2026. E’ quindi il mese ideale per riflettere sull’ultimo discusso romanzo di Michele Mari.

Comincia tutto dai 30 allievi della classe IIIA del liceo Giovanni Berchet, scuola milanese con pedigree di lusso e sede in via della Commenda 26, che a quanto dice Wikipedia è stata insignita del premio Unesco come primo liceo d’Italia per qualità dell’insegnamento nel 2011. Con questo preambolo si può sostenere che di certo i diplomati del Berchet, seppure nell’anno 1974, perdipiù sezione A (da che mondo è mondo quella in cui stanno gli insegnanti migliori e gli allievi delle migliori famiglie) proprio proprio dei mediocri non potevano essere. Mediocri no, ma eccentrici di sicuro. Sarà uno di loro – gli studenti stessi faranno fatica a ricordare esattamente chi – a  partorire la bizzarra idea della Riffa, accolta e sottoscritta con incoscienza giovanile da tutti.

Patto di sangue e denaro

Nella tradizione letteraria e operistica “il convitato di pietra” è un’ospite poco gradito in arrivo dall’aldilà. L’esempio più noto è quello del Commendatore del Don Giovanni di Mozart che, ucciso dal protagonista a inizio del dramma, ricompare sottoforma di statua parlante alla tavola del suo assassino per trascinarlo nell’abisso infernale. Nel romanzo di Mari tutti e trenta gli studenti della IIIA sono convitati di pietra.

La Riffa è un patto di sangue e denaro, che per spietatezza ed ingegno va oltre l’immaginazione dei sodalizi da college americano, già al centro di molta letteratura e altrettanta televisione, e dietro ai quali c’è di solito un segreto cruento. Preferibilmente un ammazzamento. Sempre di morte si parla, anche qui, ma in prospettiva. I 30 ritrovatisi un anno dopo l’esame di maturità mettono in moto una lotteria, ogni anno ognuno di loro versa una quota, il capitale così formato viene investito, e solo gli ultimi tre che resteranno in vita potranno beneficiare del tesoretto accumulato. Il tesoretto, amministrato con dovizia da Rivadeneira, rampollo di una famiglia d’affari che gode di autorità tra i compagni, diventa nel tempo una somma considerevole, da capogiro. Si ammonticchia inesorabilmente dal 1975 fino al 2053, dimostrando che la tenacia può essere la più appagante delle virtù.

Negli oltre 70 anni che nel frattempo trascorrono, i ragazzi della IIIA si ritrovano ogni luglio a cena, sempre nello stesso ristorante vicino al Duomo, per aggiornare la lista dei viventi, il bollettino delle patologie, e prendere atto delle disgrazie eventualmente occorse. Si conteranno duplici incidenti mortali, incendi, suicidi, almeno una morte per avvelenamento ed un’altra da arma da fuoco – in una sede che sarebbe peccato spoilerare – accanto a molteplici tentativi di assassinio per mezzo di maldestri riti voodoo. Immaginate una vita intera in cui non ci si libera mai dei propri compagni di scuola, con rancori, invidie, amori repressi, e desideri di rivalsa al seguito. Forse, basterebbe questo per volere la morte di qualcuno, anche al netto del jackpot.

Una narrazione distaccata e ironica

L’autore non fa mai aperte deduzioni, in questo senso, si limita a delineare i propri personaggi in modo piuttosto bidimensionale, connotandoli con un paio di caratteristiche fondanti (il cognome per tutti, un attributo vergognoso per molti), per piazzarli sulla scacchiera della Riffa e muoverli a proprio piacimento. Da un punto di vista strettamente formale il libro è raccontato da un io narrante onnisciente, tutto accade nelle sue mani. Non ci sono dialoghi, si prende atto dei fatti e di come si svolgono lungo l’asse temporale attraverso una narrazione in terza persona, asciutta e grottesca. Mari fa sfoggio di un’ironia distaccata, dissemina citazioni come fossero perle – alcune preziose, altre in realtà alla portata di tutti – e rende i lettori edotti sulla toponomastica della città di Milano, non mancando mai di segnalare via e numero civico esatti di ogni accadimento. Forse, a darsi la pena di unire i puntini della scacchiera / cartina su cui si muovono i 30 compagni di scuola si troverebbe una qualche raffigurazione: il viso stilizzato di Gene Hackman, il profilo perso nella bruma di un castello in Ungheria, oppure quello di una donna in sedia a rotelle.

Poco importa, qui scadiamo nel possibilismo, mentre ne I convitati di pietra tutto è come appare, al netto del personaggio della Podesta, quasi un cameo oracolare nella narrazione. Abbiamo onanisti ad oltranza, truffatori, giocatori d’azzardo, dominatori e schiavi fuori tempo massimo, e via così in un catalogo assai variegato. Questo spietato realismo, basato per altro su un presupposto che mette a dura prova la sospensione dell’incredulità (perché dei ragazzi così giovani dovrebbero pensare alla senilità e alla morte?), tende a mettere l’autore sotto una luce di altezzosità che può rendere la lettura disturbante. Un giudizio che vale per buona parte del romanzo, ma visto che il libro conta meno di 200 pagine, l’invito è quello di andare avanti fino alla fine, come fanno i suoi protagonisti. Non solo per scoprire il nome dei 3 vincitori (ci sarà un bel colpo di scena), ma per godere della ritrovata umanità dell’autore che,  alla fine, concede ai suoi personaggi, complice forse la senilità, il lusso dell’amicizia e della compassione, e la gioia inestimabile del ricordo. E se qualcosa ancora può finire bene, lo farà.

Laura Boerio

Michele Mari, I convitati di Pietra, pp. 168, Einaudi, 2025; Euro:17,50

Doris Emilia Bragagnini e la Terra di nessuno

Lo spiraglio, la fenditura, il luogo chiuso e la conformazione carsica della terra abitata, l’indizio incerto dell’esistere. Doris Emilia Bragagnini scrive dalla terra di nessuno.  Il suo ultimo libro di poesia, Terra nullius, sembra procedere idealmente da una scaramantica resistenza, da una condizione non dissimile da quella dell’uomo beckettiano. Tanto più che, nelle pagine di questo territorio di «indifferenziata appartenenza al caso»,  l’invenzione linguistica acquista un valore affettivo  condito da un certo humor: «tototje» annuncia  un titolo del libro dove il discorso continua con: «il piccolo saluto che mi faccio/nella buonanotte che mi dico/ tiene stretta l’esile paura della ribalta/una morte scesa di picchiata».

L’inchiostro finisce

Proseguendo la poetica configurata in Claustrofonia  (neologismo che sposta l’attenzione sulla riduzione del suono),  Doris Emilia Bragagnini  richiama di pari passo una riflessione dove il linguaggio è il principale teste di una negazione. In Claustrofonia  era il dondolio implicito nell’ “Amaca Fenice”. Qui, con voce ironica e divertimento,  scriveva: «c’è un posto che non so quando dovrei dire quello che c’è/ ma che non trovo/ lo faccio scomparire».  In Terra nullius, l’espressione è diretta: «lingua inceppata che non c’è più niente da dire» ( con l’onomatopeico titolo “Shhhh”),  mentre  altrove il concetto è ribadito da un perentorio «l’inchiostro finisce». Forse proprio questo confronto mette in luce lo scarto del nuovo libro rispetto al precedente: una più cospicua presenza del discorso sull’immagine, della congettura sulla connotazione. Si assottigliano diegesi e dialettica tra soggetto e oggetto.  Terra nullius evita però – e  felicemente –  la metamorfosi del verso in lacerto filosofico come oggi accade troppo frequentemente con nuove autorialità, essendo capace di articolare  un flusso di continua invenzione e assumendo una positura specifica, la stessa che Laura Caccia, in quarta di copertina, riconosce come «terra interiore», appunto carsica; luogo liminare di «tacitudini» e smarrimenti:

appartengo al popolo scomparso
invisibile, una minatrice nel giorno dei pensieri
un disavanzo tra gli occhi del momento dopo, chiusi
al primo pungere non sapere quale quadro sigillare



Monodia

La voce monodica, propriamente nel significato monologico del dramma greco, cancella quasi totalmente il tratto lirico per svolgere il registro ironico. Nei versi di “Monodia”, si trova traccia di questa commistione a vantaggio di una riduzione ironica:

ho riposto ogni limite
il (non) cercare adattazione a renderti sacrario
coltivabile nell’estasi di te sbocconcellato
fattami d’aria cannibale

ti centellino

di campane a morto come tacchi da parata, una marcia
lungo le stanze della misericordia di una me che avanza
e arretra di ombra in ombra ti assapora
di composta vuotitudine

Il testo si illumina  con l’immagine centrale, dove il traslato «ti centellino» con il suo complemento (le campane) subito messe a disposizione della similitudine (i tacchi da parata) rende aperta la trasgressione rispetto al titolo erudito e fornisce così l’acuminata puntura della voce.  E’ questa, d’altro canto, la misura che sembra più propria all’autrice, capace di continue collisioni tra l’alto e il basso, tra il concetto e l’irrilevanza, il progetto e la cosa.  Per dirlo con una citazione: «si sciolgono significati come stecchi di shangai/ averne uno almeno da tenere per mano» (“l’austerità chiama piccole aperture”).

Shangai

La poesia appena citata consente al lettore di entrare nel laboratorio di Doris Emilia Bragagnini poiché ha in serbo una  lingua con slanci quasi espressionistici, per cui il vissuto «è giallo più dell’estate» pur annullando ogni contesto in forza della densità del dettato. Leggiamola integralmente:

l’austerità chiama piccole aperture
lumi spenti nelle vie squarci illuminati negli interni
sono metamorfosi inghiottite di frodo

la comunanza segreta la pulsazione animale
l’avvicinarsi che aggira annulla gli infissi
sfiora la tenda il vissuto radente
investe come un ossesso è giallo più dell’estate

il furto d’umano abitato una stola
stringe la schiena un’ala cicala
sfacciata gelata spezzata

la gravità lunare concede scorte di sobbalzi
innesca lo scrigno torace lucina battente
sfuoca il suo tempo il versare del senso
ricama il ricordo, è un’arma puntata alla tempia

si sciolgono significati come stecchi di shangai
averne uno almeno da tenere per mano

Varrà la pena di osservare che proprio l’ultimo verso contiene un ulteriore ed ellittico traslato grazie alla preposizione “per”. Non si tratta di speciosità perché Bragagnini dopo aver sospeso il soggetto indeterminato della poesia in una catena di proposizioni traslate che lo predicano, torna al tema della raccolta, cioè al valore della parola nell’assenza di una rete di significati, come lo è un manipolo di shangai. Immagine  che lascia spazio a una implicita affettività, ovvero a una relazione non aleatoria con lo scrittore: non si vorrebbe uno stecco “in mano”, ma in sodalizio di senso, «per mano». Ecco il progetto e la cosa.

Marco Conti

Doris Emilia Bragagnini, Terra Nullius, pp. 49, Anterem Edizioni, 2025; euro 12,00















Kodak, le istantanee in versi di Blaise Cendrars

Il viaggio e con questo lo straniamento dei luoghi, l’annullamento del tempo, sono stati la mozione cruciale della poesia  di Blaise Cendrars. Basta aprire la Prosa della Transiberiana, che porta in calce la data “Parigi 1913”,  per avere all’incipit questa sensazione: «A quel tempo ero adolescente/ Avevo appena sedici anni e non ricordavo più la mia infanzia/ Ero a 16000 leghe dal mio luogo di nascita/ Ero a Mosca, la città dei mille tre campanili e delle sette stazioni ferroviarie». L’anno prima aveva licenziato Pasque a New York  e l’anno dopo, nel 1914, sarà  tra i primi a offrirsi come combattente nella Legione straniera dove perderà il braccio destro, circostanza che gli darà modo di  prendere in consegna, come scrisse, «la poetica della mano sinistra».

C’è in Cendrars (svizzero di nascita col nome anagrafico di Frédéric Louis Sauser), tutto il fervore  delle avanguardie, di cui sono testimoni peraltro le amicizie con Apollinaire, Cocteau, Modigliani, Léger, ma non c’è in tutta la sua opera ombra di intellettualismo,  tanto meno nelle sue prime Diciannove  poesie elastiche. Dell’aria parigina impregnata di rivoluzioni si direbbe che egli possa sposare l’azzeramento di ogni retorica ed enfasi letteraria,  mentre della febbre analogica che sarà preminente in gran parte della poesia europea, pare lo interessi solo lo specchio dell’immagine descrittiva.  Un esempio eclatante di questa scelta è proprio il suo penultimo testo poetico che, oggi, Mia Lecomte traduce integralmente per la prima volta in italiano, Kodak (Documentario): un libro importante e chissà perché trascurato, risalente al 1924. Precede l’addio alla poesia, nello stesso anno, con Feuilles de routes (foglie e fogli, ovvero carte stradali).

Il ritaglio, il ready made, il documentario

Proprio con Kodak si realizza del resto un connubio insolito per i rivoluzionari anni Venti, gli stessi del Manifesto Surrealista. Il linguaggio dei testi  di Cendrars scantona da ogni soggettivismo perché l’ambizione  dichiarata è quella documentaria: quella di proporre degli scatti, delle istantanee fotografiche in versi. Rispetto alla poesia precedente, essi hanno come unico legante il viaggio, l’ambiente dei luoghi visitati: ora marcando la notazione descrittiva, ora moltiplicando le suggestioni visuali con l’accortezza e puntigliosità del documentarista.  Tuttavia, al fondo, c’è una sorpresa che lega il mondo descritto con il ready made di Duchamp: i testi sono selezioni e ricomposizioni, ovvero ritagli prelevati dal romanzo Le Mystérieux Docteur Cornelius di Gaston Le Rouge e in misura minore da Au Congo belge di Maurice Calmeyn per la sezione Chasse à l’élephant: «In una sovrapposizione straniante di piani espressivi – scrive Mia Lecomte – , e in evidente polemica con tutta la retorica dell’ispirazione poetica, le fototessere romanzesche di riporto di Le Rouge vanno a costituire in altra forma immagini rigenerate dall’obiettivo verbale.»

Da qui l’esclusione della soggettività e – ancora – la mancanza di espressioni metaforiche. Il caso più estremo è quello che chiude il libro, un “Menu” composto e ripreso dai piatti trovati nel romanzo di Le Rouge dove alla prima strofa si legge:  «Fegato di tartaruga verde trifolato/ Aragosta alla messicana/ Fagiano della Florida/ Iguana in salsa caraibica/ Gombo e cuore di palma». La natura eterogenea del collage fu svelata dallo stesso Cendrars nel 1945 e solo successivamente l’operazione venne mostrata in Cendrars  (1994) da Francis Lacassin, critico e storico del cinema, che prese in consegna l’opera dello scrittore  per chiarire come Kodak sia una sorta di montaggio cinematografico.

Il montaggio letterario

L’attenzione si sposta quindi dall’invenzione  dell’immaginario più riposto dell’autore, ad una invenzione ottenuta per  scelta, disposizione, interpretazione. Un balzo dentro l’avanguardia ma anche un rischio (tuttora ben presente nell’arte figurativa) di riduzione del testo a gioco combinatorio. Gli esiti di Cendrars restano tuttavia cospicui. Nella prima sezione del libro, “West”, troviamo per esempio il linguaggio della denotazione non dissimile da una nota didascalica senza punteggiatura,  col titolo “Anfitrione” del tutto omologo degli altri:

Dopo la cena servita nella veranda tra cespi di limoni gelsomini orchidee
Si balla sul tappeto erboso del parco illuminato
Ma l’attrazione principale sono i regali per Miss Isadora
Notevole in particolare il rubino “sangue di piccione” di incomparabili dimensione e luminosità
Nessuna delle ragazze presenti ne possiede uno che regga il confronto
Vestiti con eleganza
Abili detective mescolati alla folla degli invitati vegliano sulla gemma che proteggono


Ma in “Isole Aleatine” la descrizione fotografica di Cendrars approda a suggestioni liriche, non precisamente per l’elencazione degli “oggetti” ma per effetto del ritaglio medesimo, ovvero per l’assenza di ragioni interne espresse, come un paesaggio beckettiano avvolto nel mutismo dell’osservatore:

Ripide scogliere contro i venti ghiacciati del Polo
All’interno fertili praterie
Renne alci buoi muschiati
Le volpi azzurre i castori
Ruscelli pescosi
Una spiaggia bassa è stata attrezzata per l’allevamento di foche da pelliccia
Sulla cima della scogliera si raccolgono i nidi di edredone le cui piume valgono una fortuna

Allo stesso modo la lingua della prosa e del romanzo in “Caccia all’elefante” (nella sezione “Fiume”), diviene suggestione e lirica per accumulazione descrittiva e precisione notarile  come avviene nella settima strofa:

Qualche volta le piste degli elefanti si intrecciano si incrociano
Chiusi tra le muraglie di arbusti di rovi
Questa vegetazione è impenetrabile perfino agli occhi
E raggiunge da tre a sei metri d’altezza
Nei sentieri le liane scendono fino a due tre piedi dal suolo
Poi risalgono assumendo le forme più bizzarre
Gli alberi sono tutti enormi l’anello delle loro radici aeree a quattro o cinque metri da terra


L’esito ha quindi riscontro poetico in forza dell’elusione e della mancanza di soggettività. Il documentario è una  sorta di provocazione. In realtà Blaise Cendrars realizza un film muto dove la macchina da presa, attraverso il montaggio, fruga, decontestualizza e consegna l’immagine.

Marco Conti

Blaise Cendrars, Kodak, (a cura di Mia Lecomte), pp. 151, Interno poesia Editore; euro 15,00

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