Le donne dimenticate di Jack lo Squartatore

Il saggio della storica americana Hallie Rubenhold racconta le vite delle vittime del più famoso serial killer

Fra l’agosto e il novembre del 1888 Londra fu sconvolta dalla scia di sangue lasciata da un serial killer soprannominato “Jack lo squartatore”. Non fu mai arrestato. Non pagò mai per le sue vittime. Ancora oggi, nel linguaggio comune il suo soprannome indica per antonomasia un criminale che si diverte a fare a pezzi le donne: per l’aura di mistero e di efferatezza che emana, il maniaco londinese non è mai stato dimenticato.

Le vittime: Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane

Non così per Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane, le sue vittime, cadute nell’oblio; Le cinque donne (Neri Pozza) scritto dalla storica americana Hallie Rubenhold, un saggio puntuale, chiaro e asciutto, vuole far riemergere “quelle sventurate” che hanno avuto solo la colpa di nascere povere nella Londra vittoriana. E’ un lavoro, oltre che avvincente, anche particolarmente istruttivo nell’illustrare spaccati di vita nel “lato oscuro” di una belle époque  in cui era normale che i diritti  basilari fossero calpestati. Era l’età di Dickens, con l’orrore delle workhouses, dei vicoli malfamati, degli slums,  delle baracche fatiscenti, di ambienti degradati che conducevano dritti all’alcolismo. Attraverso queste pagine possiamo vedere in una nuova luce cinque donne che sono sempre state dipinte come prostitute, invece erano povere creature angosciate dalle gravidanze indesiderate che si susseguivano ogni nove mesi tra malnutrizione e violenze famigliari, costrette a vivere in condizioni di vita disumane. Nel meno peggiore dei casi erano destinate ad una vita di difficoltà, stenti e botte ma era molto facile scivolare dalla povertà all’indigenza, alla miseria più nera. Era una vita dura per tutti, uomini o donne, ma, come cantava John Lennon, le donne «are the slaves of the slaves»…

E così anche Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane erano figlie di famiglie numerose, destinate  a curare fratelli e sorelle minori invece di andare a scuola, nate per essere sottomesse a tutti: padri, fratelli, mariti, padroni (uso il termine intenzionalmente).

Un saggio con “la morsa” del thriller

Hallie Rubenhold

Il saggio non tratta di come sono state uccise le vittime né dello stesso “Jack lo squartatore”, al contrario la Rubenhold vuole restaurare il rispetto e la storicità che meritano le esistenze tribolate, dalla nascita sino alla morte, delle cinque protagoniste. Quindi non aspettatevi un giallo scoppiettante: è un lavoro circostanziato che probabilmente ha come unico difetto (o pregio) una mole di nomi, persone, vie, locali, paesi, piuttosto consistente, cosa che richiede a volte una particolare attenzione per seguire il filo degli eventi. In ogni caso è un libro «splendidamente scritto e con la morsa di un thriller, vi aprirà gli occhi e vi spezzerà il cuore». (Erin Kelly).

Laura Prete

Hallie Rubenhold, Le cinque donne, pp. 380, Neri Pozza, 2020, euro 19,00

Il lampo dell’aforisma, ovvero L’infinito (in breve)

A un certo punto, durante i corsi di Scrittura creativa, mi sembra che per demolire il cliché narcisista dell’ispirazione e dell’emozione, per evitare che si fraintenda l’autenticità con il passaporto sempre valido delle proprie convinzioni ed emozioni, niente sia più chiaro dell’aforisma di Paul Valéry: «Una poesia non è fatta di sentimenti, ma di parole». E’ il lampo, la sintesi inequivocabile di un pensiero tranchant. Mentre pronuncio Valery mi capita allora di incappare in Karl Kraus: «L’aforisma non coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezza.» Sì, mi dico, quella di Valery è forse solo una mezza verità, ma è quella che conta. Il resto è biologia.

L’infinito (in breve)

L’aforisma ha il pregio di essere non solo un frammento illuminante, ma una proposizione che non cerca alcuna dialettica perché già la contiene e risolve. Per Barthes, impegnato sulle massime di  Rochefoucauld, l’aforisma si basa su di un’economia binaria dove sussiste sempre una discontinuità, una rottura, un conflitto. E’ esattamente questo conflitto a far sorridere l’intelligenza e a mettere all’angolo ogni discorso. Per esempio il titolo della raccolta di aforismi di Sandro Montalto, L’infinito (in breve), dove l’aforisma trascorre dalla ridente demolizione della convenzione alla massima che avvicina e lascia istantaneamente la tentazione filosofica. Gino Ruozzi, esperto saggista della storia di questo genere, introduce questi testi, rilevando che la pubblicazione di Montalto è caduta nell’anno de bicentenario della poesia più celebre della letteratura italiana (il 2019), ma soprattutto che l’antologia «realizza una delle più alte aspirazioni di Alberto Savinio: riunire nel minor numero di parole il massimo del significato».

«La stupidità è l’intelligenza vista da un altro ufficio»

Scintillante e provocatorio, Montalto scrive: «La vita è troppo lunga per fare previsioni e troppo breve per fare progetti» e abbordando la mondanità come maniera, commenta: «Sorridere è il modo più urbano di mostrare le zanne». Ma talvolta nel pensiero aforistico basta un avverbio per creare una frattura come nel riflessivo: «La prudenza non è quasi mai troppa.» Mentre ci si dispiace quasi che il fluire di questi lampi non abbia capitoli di riferimento tematico. Penso alla politica in relazione all’aforisma montaltiano «E’ una di quelle persone alle quali non puoi dire no perché non si capisce la domanda.». Oppure «Il popolo è l’oppio dei popoli»…Ma forse anche «La stupidità è l’intelligenza vista da un altro ufficio»…Che mi pare potrebbe essere scolpita in ogni edificio pubblico.  All’ansia di futuro, chissà perché tenacemente perseguito dai media, appartiene invece la prorogabile incertezza di: «Il futuro non si sa mai quando arriva», al quale si potrebbe aggiungere come chiosa l’aforisma di Sam Weller, personaggio di un racconto di Charles Dickens, che pronuncia: «Staremo a vedere, disse il cieco».

Il Novecento degli aforisti

La densa luminosità della scrittura frammentaria, incline ora al sarcasmo, ora all’ironia, fa dimenticare qualche volta che riflessioni e massime, o semplici battute all’interno di una narrazione (celebre e ormai esemplare quella che D’Annunzio scrive nel “Piacere” «Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte», riecheggiante un altro aforista Oscar Wilde), hanno costituito una parte irrinunciabile del pensiero filosofico (da Montaigne a Schopenhauer e Nietzsche) e, proprio come in D’Annunzio, hanno contrassegnato un’epoca. Per rendersene conto basterebbe ricostruire le forme letterarie più brevi del primo Novecento italiano, quando Soffici e Palazzeschi lasciarono il posto a Prezzolini e questi ad Ennio Flaiano oppure, con una fisionomia filosofica netta,  a Manlio Sgalambro e Guido Ceronetti. Un esempio sopravvissuto a quest’epoca più felice è il premio “Torino in sintesi” che, ormai da oltre un decennio, mette in lizza numerosi autori, di cui proprio Montalto è stato talent scout insieme ad Anna Antolisei. Tutti, indistintamente. sottoscriverebbero quanto l’autore del libro puntualizza: «Alcuni scrivono per affilare ciò che pensano, altri per stemperarlo.»

Marco Conti

Sandro Montalto, L’infinito (in breve), Babbomorto Editore, 2019

Il 3° volume del premio “Torino in sintesi”

Saramago, la letteratura come umanesimo

José Saramago (1922 – 2010)

C’è per Boris Vian La schiuma dei giorni,  metafora che non ha bisogno di spiegazioni, e c’è per José Saramago una nozione diversa e analoga del moto dei mari:  l’umanità simile a una schiuma trasportata dall’onda  nel corso dei tempi. La metafora di Vian si è fatta allegoria: «Convertiti in un’apoteosi di luce e di colore tra lo spazio e il mare, noi, gli esseri umani, siamo quella bianca schiuma brillante, scintillante, che ha vita breve, che diffonde un fugace bagliore, generazioni e generazioni che continuano a susseguirsi una dopo l’altra trasportate dal mare che è il tempo.» E’ la prima immagine di una sequenza con cui lo scrittore portoghese racconta la germinazione della sua opera letteraria in titoli e in periodi diversi. L’autore si spiega si apre con il saggio Dalla statua alla pietra  scritto nel 1998  in occasione di un incontro all’Università di Torino e si chiude con il discorso  pronunciato in quello stesso anno per il conferimento del Nobel intitolato Di come il personaggio fu maestro e l’autore il suo apprendista. Nel primo caso sono le immagini ad accompagnare l’opera, nel secondo i profili dei personaggi.

«Non scrivo romanzi storici»

Nel contesto torinese Saramago approccia il suo percorso partendo dalla pretesa di alcuni critici di collocarlo nell’ambito del  romanzo storico. Niente di più che un’etichetta  che l’autore non accetta precisando come un ambiente e una distanza temporale (quando pure sussistono come in Memoriale del convento), non costituiscono passaporto di storicità perché nel suo caso si tratta di  «vedere il tempo di ieri con gli occhi di oggi». Non si tratta insomma della narrazione di Walter Scott o di Manzoni.  La questione consente però all’autore di portarsi  nel cuore delle sue narrazioni e di chiarire che la progettualità letteraria non lo ha mai interessato.  Lo mostrano del resto le immagini con cui contrassegna i cicli della sua opera. Se l’umanità generazione dopo generazione, è simile all’onda marina che si schianta sul greto, la scrittura che riguarda Saramago è ora un’operazione di scavo intorno all’informe della pietra, ora una ricerca dentro la densità della stessa pietra. Esattamente  come recita il sottotitolo del libro, Dalla statua alla pietra per contrassegnare i romanzi che disegnano, come statue, un percorso nel tempo e quelli che puntano direttamente al cuore dell’identità dell’uomo.

Il romanzo del successo nel 1982

«Pensate di avere un bambino sempre con voi»

La scelta dei temi narrativi sembra scaturire da quello che l’autore chiama «l’ineffabile ». Tuttavia nel suo insieme l’opera  è circoscritta da un’interrogazione  etica indiscutibile: dai primi racconti giovanili fino ai romanzi dove la tensione morale diventa evidente: Memoriale del convento, L’anno della morte di Ricardo Reis, Cecità, Tutti i nomi, La caverna. «La mia preoccupazione (…) è considerare l’essere umano una priorità assoluta. Ecco perché l’essere umano è la materia del mio lavoro, la mia ossessione quotidiana». Poco oltre Saramago racconta di essere impegnato in un progetto di autobiografia che dovrebbe consistere  nel cogliere soltanto il tempo della sua vita fino ai quattordici anni (progetto che si concretizza con Le piccole memorie nel 2006). Una scelta che parrebbe dettata solo da ragioni affettive. Viceversa la motivazione è ancora una volta etica e paradigmatica: «Mi è capitato di dire che non concepisco niente di tanto magnifico e tanto esemplare come procedere nella vita tenendo per mano il bambino che siamo stati, immaginare che ciascuno di noi dovrebbe essere sempre in due, che dovremmo essere in due per la strada, due a prendere le decisioni, due di fronte alle diverse situazioni che ci circondano e che noi provochiamo»  perché  allora non potremmo imbrogliare tanto che l’epigrafe del libro a cui pensa è «lasciati portare dal bambino che sei stato».

L’infanzia

L’infanzia con i nonni  è rievocata sia nelle pagine dell’intervento torinese, che in quelle del discorso pronunciato a Stoccolma di fronte all’Accademia svedese, con due episodi in cui lo scrittore ricorda come i nonni, nelle notti invernali più fredde, andassero nella porcilaia per tornare poi in camera con i maialini più deboli portandoseli a letto: «Sotto le grezze coperte, il calore degli umani rinfrancava le bestiole dal congelamento e le salvava da morte certa. Per quanto fossero di buon carattere – spiega all’Accademia – non era per eccelsa bontà d’animo che i due vecchi lo facevano: si preoccupavano piuttosto, al di là di sentimentalismi e retoriche, di salvaguardare il pane quotidiano con la naturalezza di chi, per tirare avanti, ha imparato a pensare solo al minimo indispensabile.» Ma questa umanità scomparsa, è nondimeno citata per la sua autenticità capace di esprimersi fino al paradosso. La seconda memoria che Saramago riporta è infatti quella del nonno malato, costretto al ricovero ospedaliero a Lisbona, il quale, sapendo che non sarebbe più tornato a casa «andò a salutare gli alberi dell’orto, uno per uno, abbracciandoli con le lacrime agli occhi». Due citazioni che  riverberano anche il mondo dei personaggi, quell’umanità “oceanica” di generazioni che troverà posto nel romanzo Tutti i nomi.

Tutta la storia è contemporanea

I due scritti principali di Saramago (quello torinese e quello all’Accademia di Svezia) dicono insieme quanto la nozione di storicità appuntata ai suoi romanzi, si ribalti nella nozione opposta, ovvero in una concezione che, della storia, raccoglie esattamente quanto sta al di là dei mutamenti o quantomeno in un rapporto dialettico con essi. Non per nulla Fernando Gόmez Aguilera, in un breve saggio incluso in questa edizione, scrive che l’autore «ha concepito la letteratura come uno spazio governato dall’immaginazione e dalle idee» e che se di storia si deve parlare, allora per Saramago vale il concetto di Benedetto Croce per il quale «Tutta la storia è storia contemporanea». L’anno della morte di Ricardo Reis è altrettanto esemplare di questa parabola.  Riccardo Reis è uno degli eteronimi con cui scriveva Fernando Pessoa, autore amato ma anche contestato nella reinvenzione del suo personaggio. Saramago lo fa approdare a Lisbona, dopo una traversata atlantica dal Brasile, nel 1935, anno in cui Pessoa è morto. La finzione narrativa ha tuttavia l’obiettivo di contestualizzare la morte di Pessoa e quella di Reis nel 1936, anno di rivolgimenti epocali e ferali per l’intera cultura europea: Salazar, Franco, Mussolini, Hitler prendono possesso del destino degli europei.

Pessoa, Ricardo Reis e Saramago

Il giovane Saramago imparò a memoria le poesie di Ricardo Reis ma non poté rassegnarsi, scrive parlando di sé in terza persona, «al fatto che uno spirito superiore avesse potuto, concepire senza rimorso, un verso tanto crudele: “Saggio è colui che si contenta dello spettacolo del mondo”». Così  l’apprendista Saramago «ormai con i capelli bianchi e un po’ più sapiente delle proprie saggezze, osò scrivere un romanzo per mostrare al poeta delle Odi qualcosa di quello spettacolo del mondo nel 1936, anno in cui gli aveva fatto vivere i suoi ultimi giorni», ribadisce in occasione del conferimento del Nobel. Rivendicazione che pone ancora una volta al centro della sua prosa, vistosamente immaginifica, la questione politica e morale.

Cecità, un’altra allegoria

Un nuovo approccio narrativo si avrà nel 1995 con il romanzo Cecità dove l’allegoria è lo spartito su cui scrive. Con le parole di Saramago: «Cecità è la storia, appunto, di una cecità fulminea che attacca gli abitanti di una città. Poteva trattarsi di un’epidemia, di una calamità, questo non è spiegato nel libro né importa,  si dice solo che la gente perde la vista.» Gli effetti di questa nuova “condizione umana” non tardano a manifestarsi: non solo la vita materiale ma anche i valori di consenso sociale sono travolti  dall’epidemia. «Ma l’autore – annota – crede che siamo già ciechi pur avendo gli occhi (…) Può darsi che i nostri occhi vedano ma la nostra ragione è cieca.»

Retrospettivamente lo scrittore portoghese inserisce Cecità nel ciclo della “pietra”: non si tratta più di scolpire, di ricavare dalla materia la “statua”, ma «di penetrare nell’interno della pietra, nel più profondo di noi stessi, è un tentativo di domandarci che cosa e chi siamo noi. E a che scopo.» L’intero percorso mostra la straordinaria distanza che separa questa letteratura dalle motivazioni dell’attualità e da quelle concezioni più o meno dissimulate che si sono fatte avanti proprio nel XXI secolo,  cioè quelle di una letteratura intesa come colto intrattenimento. «Saramago – commenta Aguilera – accetta e impiega la letteratura come possibilità di sovversione del potere, come strumento di pensiero e di ribellione, di lotta intellettuale, aggrappato all’umanesimo liberatore che ha sempre orientato la sua visione del mondo. »

Marco Conti

José Saramago, L’autore si spiega. Dalla statua alla pietra e i discorsi di Stoccolma, Feltrinelli, Pp. 113, Feltrinelli. Euro 12,00

Cesare Pavese: Ho cercato me stesso

Scaduti i diritti einaudiani già si contano tre edizioni di Dialoghi con Leucò
Cesare Pavese

Un libro abbandonato sul comodino. Aprendolo, nel frontespizio, si leggono poche indimenticabili parole: «Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». All’Hotel Roma di Torino questa è l’immagine ferma nel tempo di quel 27 agosto 1950, in cui venne trovato il corpo esanime di Cesare Pavese.

Nel 2020, ricorrendo il 70esimo anniversario dalla morte, sono scaduti i diritti e dal gennaio 2021 qualunque casa editrice può ristampare l’intera opera dell’einaudiano Pavese. I cataloghi dei più importanti editori italiani si arricchiscono così dei titoli di romanzi, di saggi, di poesie dell’autore di Santo Stefano Belbo in nuove vesti e con nuove note critiche.

La copia su cui venne lasciato l’estremo saluto era forse il libro più caro all’autore, ovvero “Dialoghi con Leucò”, e si dice che fosse il meno compreso alla sua pubblicazione e il meno conosciuto oggi, nonostante sia appena stato ripubblicato da Adelphi, Feltrinelli e Mondadori.

Dialogando con il mito

La prima edizione einaudiana

Pavese scrive nella Prefazione ai suoi Dialoghi che «potendo si sarebbe fatto volentieri a meno di tanta mitologia» ma il mito «è un linguaggio, un mezzo espressivo» e pertanto un modo per comunicare se stessi, per dialogare. Nei ventisette brevi testi pavesiani non vengono raccontate le vicende note ma colti i personaggi mitologici in un momento preciso, il momento del germogliare della svolta, un prima o un dopo dell’evento fondamentale. Tiresia chiede a Edipo «perché gli infelici invecchiando si accecano?» e il re di Tebe, ancora ignaro del suo passato, gli risponde «prego gli dèi che non mi accada». Con queste due battute si chiude il dialogo intitolato “I ciechi”, in cui Edipo cieco sul suo passato ignora che in futuro la sua tragedia personale lo porterà a trafiggersi gli occhi. In un altro dialogo, “Le streghe”, Circe scherza con Leucò su Odisseo che non ha voluto né divenire immortale, né maiale o lupo. Il re di Itaca è assente dalla vicenda e così la narrazione del suo soggiorno presso la maga più celebre dell’antichità. Ulisse è ricordo, perché come risponde Leucotea a Circe così l’uomo diventa immortale, ovvero con «il ricordo che porta e il ricordo che lascia».

Il mito di Orfeo

La nuova edizione adelphiana mette in copertina “Orfeo squartato dalle Menadi” di Félix Vallotton, richiamando il protagonista del dialogo “L’inconsolabile”. Anche in questo caso Pavese non racconta la vicenda mitologica e dal titolo si comprende che il dramma è già avvenuto. Chi è Orfeo e perché è inconsolabile? Perché sta parlando con Bacca? Orfeo è il poeta tracio che con la bellezza della melodia della sua cetra ha il potere di ammansire le belve feroci. Il suo mito in un saggio del 2005 di James Hillman, è stato suddiviso in otto mitemi, nuclei narrativi distinti. Il protagonista pavesiano è identificabile nel citaredo che discende agli Inferi per impetrare la restituzione della sua sposa e smembrato in seguito dalle Menadi, Baccanti, o donne di Tracia.

L’edizione Adelphi 2021

La discesa agli Inferi di Orfeo è accennata nell’Alcesti di Euripide, tragedia del 438 a.C., e nella Biblioteca Storica di Diodoro Siculo del I secolo a.C e nell’Éroticos di Plutarco del I secolo d.C. In tutti questi frammenti del mito Orfeo salvava la propria sposa dagli Inferi riportandola alla vita. Ma il poeta pavesiano è inconsolabile e dunque è riconducibile ad un’altra tradizione. Apollodoro e Pausania, entrambi collocabili tra il I e il II secolo d.C., tramandano invece il finale tragico narrato un secolo prima da Virgilio e Ovidio, con Orfeo che perde l’amata definitivamente.

Il poeta tracio, quindi, scende agli Inferi, commuove con il suo melodioso canto le divinità dell’Oltretomba e le convince a restituirgli l’amata Euridice. Viene stabilito che la fanciulla lo segua, in silenzio, verso l’uscita del mondo sotterraneo a patto che lo sposo non si volti mai a guardarla. Orfeo si volta e la vede sparire per sempre. Non è più permessa un’altra discesa. Perché Orfeo viola il patto con gli dèi? La tradizione classica fornisce motivazioni diverse. Virgilio attribuisce la perdita di Euridice all’amore e alla mancanza di memoria, in quanto il sentimento erotico genera la dementia. Il protagonista ovidiano è invece impaziente di guardare la sua sposa e non si fida completamente delle divinità infernali, dalle quali teme di essere preso in giro. Nemmeno l’Orfeo di Apollodoro ha fiducia nei coniugi dell’Oltretomba e quello di Pausania genericamente commette l’errore di voltarsi.

“L’inconsolabile” pavesiano

Il frontespizio de “Dialoghi” con la nota di Cesare Pavese

Cesare Pavese attinge al mito ma non lo racconta. I dialoghi sono riscrittura della vicenda nota e come spiega Guidorizzi nel saggio introduttivo questo genere «può avere autonomia solo se si cambia il punto di vista narrativo rispetto al testo di riferimento, o se si incrociano più piani.»

L’Inconsolabile pavesiano dialoga con Bacca che cerca di capire il motivo per cui Orfeo si sia voltato. Il citaredo qui nega le risposte degli autori classici e afferma che dopo aver compiuto quel viaggio, dopo aver visto in faccia il nulla, sarebbe stato assurdo voltarsi per errore o capriccio. Resta quindi l’amore. «Qui si dice che fu per amore.» La risposta di Orfeo è secca «Non si ama chi è morto». Pavese fornisce così un’ultima, definitiva, motivazione. Lo sposo saliva il sentiero, sentendo dietro di sé il fruscio del passo dell’amata, e rifletteva. «Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue.» L’Euridice riportata alla vita avrebbe conservato quell’orribile ricordo, non sarebbe mai più stata la fanciulla di prima e con lui avrebbe tremato di paura giorno e notte.

Bacca ascolta ma non capisce come abbia potuto rassegnarsi, gli ricorda che le donne di Tracia lo hanno visto disperarsi per Euridice e teme che le abbia ingannate. Il citaredo però ha visto il nulla, ha sentito il freddo del mondo dei morti e ha compreso che nel pianto non cercava più l’amata ma se stesso. «Ho cercato me stesso.» Questa è anche l’ultima delle tre citazioni scritte da Pavese su un biglietto rinvenuto all’interno di quel libro abbandonato sul comodino e divulgato solo nel 2005.

Giancarla Savino

Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, Pp. 226, Adelphi; euro 18,00

Ernesto Ferrero: Napoleone un mito in venti parole

Qual era il rapporto di Napoleone con i libri? Certamente era un lettore onnivoro, che sapeva ricavare anche dalle letture più “incoerenti” ciò che era utile alla sua eloquenza, all’efficacia delle sue parole. Per il “grande corso” il libro è, infatti, una fonte di informazioni, di dati, uno strumento indispensabile …

Poirier, i migliori anni della Rive Gauche

Con il timbro disincantato e persino un po’ scostante del giornalista che vuole attenersi ai fatti senza alcuna concessione, Agnès Poirier scrive in trecent’otto pagine un decennio intenso di storia parigina. Rive Gauche. Arte, passione e rinascita a Parigi 1940-1950, racconta con puntualità aneddotica un momento di svolta della storia culturale europea, tra l’arrivo dei carri armati nazisti nella capitale francese, la loro cacciata e il dopoguerra forgiato dalle idee e dagli intellettuali. Collaboratrice di Le Monde, The Guardian, The Times, Agnes Poirier scrive un saggio così ben documentato che finisce per comprimere negli eventi ogni fascinazione per le idee e per la letteratura; passioni che l’autrice ha sicuramente speso nell’affrontare temi e luoghi storici tanto effervescenti.

Sì, ci sono i gauchiste, ci sono i collaborazionisti, c’è la nascita passo a passo delle Édition de minuit ai tempi della clandestinità, ci sono Vercors, Beckett, Picasso, Vlaminck ed Hemingway in camionetta alla Liberazione di Parigi, ci sono naturalmente Camus, Sartre e Simone de Beauvoir; compaiono i precordi della Nouvelle Vague con un Truffaut diciassettenne, compare Boris Vian e persino Jean Monnet che «inserì nell’agenda politica del mondo l’idea di un’Europa unita». Emerge un itinerario impareggiabile, un unicum della storia culturale europea trapunto di personaggi, circostanze, fatti.  Ma il taglio cronachistico finisce talvolta per ridurre la prospettiva, cioè uno sguardo che implichi un confronto tra quelle idee e la storia a vantaggio di ininfluenti fatti personali inerenti gli autori. Non così accade tuttavia nella prima parte del saggio quando Poirier visita con dovizia  gli errori della Francia alla vigilia dell’attacco nazista. E’ il momento in cui il governo ancora non crede alla guerra e, come l’Inghilterra, ignora l’invasione della Polonia (e il dovere di intervenire come prevedevano i trattati). «I francesi la chiamano la drôle de guerre, gli americani e i britannici la “guerra fasulla” ». I governi di Parigi e di Londra si baloccano con i propri interni dissidi e si impegnano a rendere difficile la vita di tedeschi e austriaci emigrati (come Arthur Koestler  in Francia e Stefan Zweig in Inghilterra) .Le opere del Louvre salvate da un funzionario

Le opere del Louvre salvate da un funzionario

Un anno dopo l’esercito tedesco è a Parigi. Ma davvero l’accaduto era impensabile? Si direbbe proprio di no. Tant’è  che un semplice funzionario, il responsabile dei Musei nazionali francesi, Jacques Jaujard,  il giorno dopo il patto tra Molotov e Ribbentrop (cioè il 24 agosto 1939) che lascia a Hitler la libertà di attaccare l’Occidente, decide di trasferire i capolavori del Louvre in luoghi distanti dalla capitale. «La cassa bianca che conteneva la Monna Lisa era contrassegnata da tre cerchi rossi» e viaggiò su una ambulanza con sospensioni pneumatiche. Un cerchio giallo indicava le opere di grande valore, uno verde quelle di rilievo e uno rosso i capolavori assoluti.  Presto un convoglio di 203 veicoli, camion, furgoni, taxi, auto private, con 1862 casse in legno,  partì in direzione di 11 castelli dove le opere avrebbero atteso, in anonimato, il corso degli eventi. Era la fine dell’agosto 1939, vale a dire dieci mesi prima che Hitler  si mettesse in posa per una fotografia davanti alla Tour Eiffel. Insomma la politica, l’intellighenzia del potere istituzionale non arrivò neppure alla soglia del sospetto che costrinse invece il modesto funzionario Jaujard ad agire per tempo con determinazione ed efficacia.

La fuga, la clandestinità

Max Ernst, Jacqueline Lamba, André Masson, André Breton et Varian Fry

Nel 1940 il mondo intellettuale francese è in fuga. Beckett è in Provenza con altri profughi senza un soldo, Paul Éluard con altri résistants  si nasconde in un ospedale psichiatrico, Sartre riesce a far rappresentare la pièce Le Mosche grazie all’intervento accomodante di un ufficiale tedesco incaricato della censura ma anche appassionato di letteratura francese e, soprattutto, troppo colto per aderire ai diktat tedeschi. Analoga fortuna tocca alle opere di Camus come Il malinteso. Lo Straniero esce nel 1942 ma due anni dopo l’impegno maggiore dello scrittore sarà quello di organizzare l’uscita del giornale clandestino Combat di cui è redattore-capo. Alcuni surrealisti e in primis André Breton (in nave con l’antropologo Claude Lévi-Strauss) sono riusciti invece a raggiungere New York dove conducono vita da esuli ma incoraggiata dalla curiosità e dalla stima di molti. Per la maggior parte dei parigini i due anni seguenti hanno invece una sola priorità: l’approvvigionamento quotidiano di cibo. Tuttavia il 14 luglio 1944, giorno della presa della Bastiglia, alcuni balconi mostrano una biancheria assai poco casuale: una tuta blu, una tovaglia bianca, una sciarpa rossa svolazzano all’aria aperta. Dalle bluse degli operai spuntano alcune matite con gli stessi colori, e gli abiti delle donne insistono su quelle tinte.

Sartre-De Beauvoir

Una parte cospicua del racconto della Poirier segue la coppia Sartre-De Beauvoir, le cui idee, come un filo rosso, contrassegnano il dopoguerra con le caves degli esistenzialisti e la musica jazz.(La nausea, il romanzo che più esprime l’ontologia di Sartre è del 1938). Ma non c’è solo questo. Con acume il saggio mette in risalto il ruolo di catalizzatore del costume e del pensiero che ebbe Simone de Beauvoir con il romanzo L’invitata  (1943), dove la scrittrice  reinventa il ménage à trois  con Jean Paul Sartre e Olga Kosakiewicz diffondendo nel contempo le idee di libertà personale in linea con il pensiero esistenzialista. La poetessa Anne-Marie Cazalis, scriverà: «Non avrei mai pensato che si potesse vivere con tanta libertà. Simone si era guadagnata il diritto di vivere così e, grazie a lei, questa libertà è passata, come un dono, alla mia generazione.» Un giorno Anne-Marie nota una adolescente con un dolcevita nero e pantaloni da cavallerizza, «le palpebre orlate di pesante kajal nero.»  Era l’adolescente Juliette Gréco.

Il jazz e Juliette Greco

Ma a creare il connubio tra esistenzialismo, voglia di libertà e jazz, è Boris Vian che conosce la coppia ormai mitica Sartre-De Beauvoir e la porta nei locali dove suonava. Nel seminterrato di un hotel, al 5 di rue des Carmes, i proprietari pensano sia una buona idea chiedere ai musicisti jazz di suonare dalle cinque alle sette di ogni sera. In breve i giovani della Rive gauche accorrono a frotte, convinti anche dal prezzo modesto, mentre sulla pessima areazione del locale la prefettura chiude un occhio, visto che i proventi di quelle serate sarebbero andati alla cittadina bretone di Lorient, gravemente colpita della guerra. Poco dopo le soirée saranno animate anche dalla Greco che all’epoca era poverissima

Diversamente da oggi, il mondo delle idee e persino la filosofia, avevano posto anche nella politica. Arte, letteratura, filosofia, diventavano un modello di confronto per le giovani e vecchie generazioni. Louis Aragon promuoveva la causa comunista e cercava nuovi adepti tra gli artisti, ma proprio tra i surrealisti storici (allora cinquantenni) si trovavano i maggiori scettici di ogni potere politico, comunismo compreso. Le battaglie culturali intrecciate nel dopoguerra e proseguite negli anni Cinquanta arrivavano anche al di là dell’Atlantico dove erano rimasti, dopo la guerra, André Masson, Francis Picabia, Joan Mirò, Max Ernst. Basti aggiungere che a Londra «Cyril Connolly, il direttore di “Horizon”, aveva tradotto e pubblicato il manifesto di “Les Temps Modernes”, scritto da Sartre, e lo aveva adottato per sé e per la propria generazione.»

La Rive gauche negli Stati Uniti

In alcuni paragrafi Agnès Poirier illumina attraverso le parole di Sartre e il caso di Norman Mailer il rapporto di mutua fascinazione tra gli intellettuali francesi e quelli statunitensi. Da un canto il filosofo de L’essere e il nulla che, dopo sei mesi trascorsi a New York, vede negli Stati Uniti il mondo dove la storia ha un passo spedito, dove la società può davvero cambiare dal basso. Dall’altro Norman Mailer negli anni del fragoroso successo di Il nudo e il morto, che «abbracciò la politica con la passione di uno studente della Rive gauche», tanto da lavorare alla campagna progressista di Henry Wallace durante le elezioni presidenziali, scrivere i discorsi del candidato e portare con sé il suo mentore e traduttore francese Jean Malaquais a Hollywood «per corteggiare i liberal dell’industria del cinema.» Ma non è tutto. Le cronache di Poirier riportano il caso oggi dimenticato di Garry Davis, giovane reduce dell’aeronautica che, nel 1948, annuncia davanti al palazzo parigino dove si tiene l’incontro delle Nazioni Unite di voler rinunciare al suo passaporto americano (oggetto tra i più ambiti del tempo) per fondare un governo mondiale. La dichiarazione – che oggi darebbe luogo a quelli che vengono chiamati rumors – innestò clamorose prese di posizione ideali di decine di intellettuali e Davis, con Camus e Richard Wright, tenne una conferenza che venne ripresa dai media di tutto il mondo. Pochi giorni dopo giunse un cablogramma dagli Stati Uniti, il più lungo che si fosse mai letto. Era firmato da Albert Einstein che intendeva sostenere l’idea di un’istituzione sovranazionale senza affidarne il compito all’iniziava dei governi. Tempi e idee vitali, quando i mercati non dirigevano le orchestre. E la sola idea che potesse succedere avrebbe fatto ridere persino i più sprovveduti.

Marco Conti

Agnès Poirier, Rive gauche. Arte, passione e rinascita a Parigi 1940-1950, Einaudi, pp. 351. Euro 21,00

Gentile: piccole libertà tra i rotola-campi

“Questa è la Senna/ e in quel suo torbido/ mi sono rimescolato/ e mi sono conosciuto”. Questi versi di Ungaretti, che a Parigi trova la sua strada poetica, possono adattarsi alla protagonista de Le piccole libertà di Lorenza Gentile, Oliva Villa. Parigi e la letteratura hanno un legame indissolubile. Impossibile parlare della ville lumière senza pensare agli scrittori che ci hanno vissuto, che si sono incontrati e hanno rimescolato le idee, trovando, infine, la propria marca caratteristica. Intellettuali provenienti da ogni paese. Ma il punto di incontro degli scrittori anglofoni, a Parigi, è una storica libreria vicino a Notre Dame. Nella celebre Shakespeare and Company vive il suo soggiorno parigino la signorina Villa.

La storia

Oliva Villa sta lavorando in una multinazionale e sta per sposarsi, dando vita al futuro progettato dai suoi genitori, quando riceve dalla zia Viviana, che ha mutato il suo nome in Vivienne, un biglietto ferroviario per Parigi. Le dà appuntamento davanti alla libreria Shakespeare and Company e oltre al biglietto le invia un pacco da aprire solo là. La zia non si presenta all’incontro e la ragazza attende inutilmente per diversi giorni. In realtà, l’attesa non è inutile perché offre a Oliva la possibilità di conoscere il mondo della libreria e della sua insolita e sgangherata  comunità bohémienne dei tumbleweeds. Alla fine dei dieci giorni, dopo essersi rimescolata emotivamente e culturalmente, si conosce e scopre chi vuole essere, liberandosi giorno per giorno dai pregiudizi di un percorso preconfezionato.

Shakespeare and Company

Parigi, Shakespeare and Company  (© G. Savino)

Il lettore nei primi capitoli, mentre Oliva è seduta sulla panchina davanti alla libreria, scopre la storia di questo luogo celebre, attraverso la voce di una guida turistica. Nel 1951 George Whitman fonda “Le Mistral”, alla quale cambia il nome nel 1964 per rendere omaggio alla famosa libreria Shakespeare and Company, di Sylvia Beach, che dal 1919 al 1941 fu frequentata dagli scrittori della lost generation e non solo. Questa libreria fu il centro della cultura anglo-americana a Parigi e fra i suoi scaffali si potevano trovare libri censurati nei paesi d’origine, ad esempio L’amante di Lady Chatterley o l’Ulisse di Joyce. Fra quelle pareti erano passati Hemingway, Joyce, Fitzgerald, Miller, Nin, Burroughs e moltissimi altri artisti di lingua inglese.

Quando Whitman fonda Le Mistral, non apre solo una libreria ma crea un punto di accoglienza per scrittori e artisti senza mezzi, che possono condividere gli spazi oltre che le letture. Una scritta al primo piano invita a non essere inospitali con gli estranei perché potrebbero essere angeli camuffati. Questa frase racchiude l’essenza del luogo e origina il mondo dei tumbleweeds, ovvero di coloro che vivono nella Shakespeare and Company. Questi rotola-campi, come li battezza George Whitman, soggiornano nella libreria in cambio di un paio d’ore di lavoro al giorno, hanno l’obbligo di leggere e di scrivere una pagina biografica prima di partire.

I rotola-campi

I rotola-campi

Oliva, attendendo l’incontro con la zia, diviene una rotola-campi, dorme all’interno dei locali, dove svolge le sue ore di lavoro e partecipa alle attività culturali organizzate da Sylvia, la figlia di George, che è una presenza, assente, dietro ad una porta. George Whitman muore nel 2011 e Lorenza Gentile colloca la storia proprio in quell’anno come  racconta nei “Ringraziamenti” alla fine della fiction. L’autrice, infatti, ha vissuto dentro la Shakespeare and Company e alcune delle esperienze di Oliva sono attinte da quel vissuto anche se ci tiene a precisare che non è un libro autobiografico e afferma «quando scrivo i miei libri niente è inventato di sana pianta, ovviamente, per molte cose traggo ispirazione dalle persone che mi circondano, dalle storie che sento», come si può ascoltare nel video di presentazione dell’editore Feltrinelli.

Per aiutare Shakespeare and Company dopo il Covid

Sylvia, dopo la morte del padre, continua a gestire la libreria, mantenendone inalterato lo spirito, e a ospitare i tumbleweeds. Lo scorso anno ha affrontato la crisi generata dal lockdown dovuto al covid, che ha ridotto dell’80% le vendite. La giovane Whitman per far sopravvivere la Shakespeare and Company, oltre ad incrementare le vendite su internet, ha lanciato la campagna “Friendsof Shakespeare and Company”, attingendo ad un’idea avuta dalla sua omonima fondatrice.  Durante la Grande Depressione, infatti, Sylvia Beach, per non dover chiudere la libreria, fondò questa associazione che in cambio di una quota annua offriva letture riservate di scrittori come T. S. Eliot, André Gide, Paul Valéry e persino Ernest Hemingway. Oggi i contenuti riservati sono inviati via web con cadenza trimestrale ai propri membri e oltre a permettere di raccogliere fondi, l’associazione crea una comunità di lettori e amici in tutto il mondo.

Giancarla Savino

Lorenza Gentile, Le piccole libertà, pp. 316, Feltrinelli, 2021, euro 17,00

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