Littell, una vecchia (e nuova) storia…

Leonardo da Vinci, Dama con ermellino (1488)

S’inizia e si finisce in una piscina. Per sette volte, tanti quanti sono i capitoli del romanzo di Jonathan Littell, un tuffo nell’acqua mette fine alla narrazione di Una vecchia storia. Staremmo quasi per dire che si tratta di una cornice, ma certo non di una cornice narrativa, piuttosto di un luogo simbolico in cui si lavano e si annullano le vite dei protagonisti.
L’aspetto più originale e spiazzante di questo romanzo consiste nell’assenza di qualità delle sette voci narranti, personaggi senza nome, senza memoria, senza progetti: corpi coscienti delle proprie sensazioni, di desideri e di paure.  Parrebbe di dover capire che, messo in disparte ogni brandello di umanesimo, l’esistenza è risolta in queste pagine attraverso una individualità che si riduce ad essere ciò che il contesto gli propone. Carnefice o vittima, macchina desiderante,  per dirla con Deleuze, o altrimenti macchina onirica. Una opzione narrativa che l’autore delle Bienveillantes mette in atto sicuramente con spirito critico, nel tentativo di uscire dal labirinto di ripetizioni che i protagonisti condividono. La “vecchia storia” in definitiva pare proprio questa e non sarebbe letterariamente possibile non fosse per la scrittura elevata, tersa e martellante dell’autore.

Un labirinto e una porta

I personaggi in scena sono alternativamente uomini, donne, transessuali e un bambino: escono da una piscina, vestono una tuta e indossano un paio di agili, leggere sneaker; corrono velocemente lungo un corridoio che sembra muoversi e incurvarsi finché non intravedono, brillante nel buio, una maniglia. La porta che si aprirà cambierà ogni volta l’ambiente, con almeno quattro partiture narrative diverse per ognuno dei sette capitoli.  Littell ha infatti preparato un percorso che sembra uno schema di Georges Perec. Ma le similitudini finiscono qui. Perec era affascinato dall’incontro tra lo schema e l’immaginario. Littel cerca altrove, chiude la prospettiva dell’immaginario con la ripetizione prevista e ogni volta, per sette capitoli, muta le valenze del percorso con alcune varianti.

Un corridoio curvo e buio dove si vede luccicare una maniglia

In ogni storia compaiono, per contro, gli stessi indizi, gli stessi segnali che sarebbe sbagliato definire simboli: non ci sono solo bui corridoi da percorrere e porte da aprire per gli  uomini e le donne senza nome. Il lettore presto impara a riconoscere gli ambienti e le costanti: una trapunta in cui si stagliano erbe verdi su un fondo dorato,  una riproduzione della Dama con l’ermellino di Leonardo, le mele che occhieggiano nei salotti visitati, le fotografie di un bambino da cui è stata tolta un’altra figura,  gli specchi che rinviano ogni volta alle rotondità del fondoschiena, il buio di un blackout, un gatto, le note del Don Giovanni di Mozart.

I temi si rincorrono in ogni capitolo

Dipinto di David Hockeny

Anche se le narrazioni sono in prima persona scrivono il passato, le azioni si affastellano le une sulle altre, in scene che si presentano come un eterno presente. Né sussistono relazioni che forniscano spessore umano ai personaggi, neppure quando – aprendo improvvisamente una porta e irrompendo nel giardino di casa – il protagonista è riconosciuto dai familiari. La circolarità di ogni capitolo prevede che il protagonista – con poche varianti – sia prima immerso in una vicenda quotidiana e familiare, poi entri in una camera, in solitudine, e in un sogno, quindi in una scena di sesso di gruppo, infine in un conflitto collettivo come la guerra a cui si possono aggiungere un incontro con un amante  (uomo o donna) e  il sogno.  Ma è l’aggressività collettiva che più frequentemente chiude il cerchio, mentre la consuetudine del quotidiano lo apre ed una sessualità senza remore, e spesso di impronta sadica, è ripresa al centro di ogni capitolo attraverso l’orgia imposta o condivisa:

Gli specchi tutto intorno…

Francis Bacon, Studio per un accovacciato (1952)

«Con una coppa di champagne in mano, occhiali da sole sollevati tra i capelli, una bionda decolorata dai lineamenti grevi si faceva strada vacillando nella calca dei corpi, appoggiandosi indifferentemente su schiene o braccioli; con i seni ballonzolanti, candidi, che contrastavano con un’abbronzatura dalle sfumature arancioni, scavalcò il bracciolo di un divano, poi fece una pausa per cercare di abbassare i collant, esponendo la vulva rasata sotto l’occhio beffardo di un giovane adiposo che, in calzini, si masturbava svogliatamente guardandola. Gli specchi tutto intorno, riflettevano il grottesco intreccio di corpi, (…) i membri si susseguivano nella mia bocca, non alzavo gli occhi per vedere a chi appartenessero (…)».(Capitolo III, P. 122)

Eros, guerra, sadismo

La sessualità torna anche nelle scene di conflitto collettivo: ora in un Paese africano, ora in una città dove la gente fugge dalla dittatura, oppure in un villaggio isolato e montano: in nessun caso l’assenza di coordinate storiche e geografiche può allontanare il lettore dalla certezza che quelle aggressioni siano collocabili nel mondo contemporaneo, esattamente come avviene per ognuna delle scene e dei capitoli.
Nondimeno i sette labirinti in cui Littell snoda la sua scrittura riprendono come un tema musicale numerose variazioni tra cui, quella prevedibilmente più importante, riguarda la voce narrante del bambino in viaggio tra i giardini della sua abitazione come fosse nel cuore della scoperta australe: «Mi cacciai dentro un cespuglio, sloggiando un gatto grigio che fuggì sul prato, e spiai attraverso le foglie, sbalordito dalla vista delle natiche rivolte verso di me.(…) I miei soldatini di piombo con le loro carabine e le loro lance, erano tutti coricati sul tappeto». (Capitolo V. P. 185)

Il romanzo e la Storia

Di pari passo, Littel segue in ogni percorso la successione cronologica senza deroghe. Non solo i personaggi non hanno un passato remoto che li definisca, ma neppure riprendono in mano i gesti e le emozioni appena trascorse nella contiguità. Cibo, sesso e conflittualità organizzano tra i sipari delle narrazioni le condivisioni e le separazioni, puntualmente coincidenti con la loro corporeità. Solo la dimensione onirica lascia aperto uno spiraglio, subito richiuso da figurazioni surreali che rinviano al quotidiano. Ugualmente la coscienza individuale come la dimensione estetica (dalla Dama con l’ermellino a Mozart) sono qui elementi irrilevanti o esornativi .

Una vecchia storia non è insomma romanzo in cui il piano del linguaggio mostri scarti e impennate rispetto alle pulsioni descritte, per quanto non si affacci mai la slabbratura del parlato. La solitudine regna sovrana senza alcuna possibile aristocrazia. Se Roland Barthes aveva colto con intuito che «la finalità comune del romanzo e della Storia narrata è di alienare i fatti», in questo caso Littell sembra mostrare con la metafora del romanzo il percorso inverso, cioè la contiguità della Storia perché narrata.

Un’altra letteratura?

E’ del tutto insolito, con i brevi entusiasmi sollevati oggi dalla letteratura, trovare la necessità di richiamare i concetti barthesiani (e per certi tratti di Maurice Banchot, citato in epigrafe dall’autore) sulla storia del romanzo. Ma il romanzo di Jonathan Littel, nella sua astrale freddezza, è tra quelli che potrebbero continuarne la vicenda letteraria. Nato da un racconto diviso in due parti (pubblicato in Francia dalle  Éditions Fata Morgana nel 2012), Une vieille histoire, Nouvelle version mette in conto una nuova storia.
Marco Conti
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Jonathan Littel, Una vecchia storia. Nuova versione, traduzione di Margherita Botto, Pp. 323, Einaudi, Euro 22,00

Gian Luigi Beccaria racconta il mestiere di scrivere

Manoscritto di Orhan Pamuk (1996)

Orhan Pamuk: «Il segreto dello scrittore non sta nell’ispirazione, che arriva da fonti ignote, ma nella sua ostinazione e nella sua pazienza, “Scavare il pozzo con l’ago”».
Questa citazione che Gian Luigi Beccaria fa sua nella premessa al suo ultimo libro Il pozzo e l’ago. Intorno al mestiere di scrivere (Einaudi, 2019), è quasi un ritornello dei corsi di Scrittura Creativa e ha soprattutto il pregio di allontanare una pregiudiziale, spesso inespressa da chi si avvicina alla letteratura, ma persistente nel tempo. Dunque – dice il critico letterario e linguista che qui si avvale anche delle sue analisi su autori classici e novecenteschi  – scrivere significa lavorare benché il destinatario della letteratura rimanga incerto e benché oggi non possa più dirsi vero che «un testo debba obbligatoriamente prevedere l’assorbimento di temi e di modi del passato da assimilare e poi trasformare».

Perché si scrive

L’edizione statunitense di “Pastorale Americana” di Philip Roth

Perché allora scrivere? Perché scavare il pozzo con uno strumento tanto problematico se non persiste neppure un canone e il debito della memoria? La domanda è accantonata nelle sue implicazioni estetiche ed etiche a favore di una risposta legata all’esperienza. Philip Roth diceva che, quando sedeva davanti alla macchina per scrivere non aveva mai in mente un lettore o un gruppo di persone e che il fatto che la maggior parte delle persone fosse del tutto estranea a quanto scriveva, gli dava una libertà inebriante.
Daniel Pennac raccoglie invece il tema in modo più radicale: «l’uomo costruisce case perché è vivo ma scrive libri perché si sa mortale». Ma certo le ossessioni personali (da Kafka a Céline) sono un’altra provvisoria risposta. Beccaria almeno su un punto è certo: «Tutto meno che diletto è la letteratura. I grandi narratori (tra i nostri penso a Manzoni o a Svevo) hanno posto in second’ordine la letteratura che cerca il diletto della fantasia: a loro interessava la narrativa come inchiesta conoscitiva o etica, basata sulla cognizione degli uomini e delle cose, lo scrivere come impegno totale e come esperienza necessaria per comprendere la vita».

Una lettera inviata a se stessi

Il rapporto tra autore e testo, pare di dover capire, ha innanzitutto spiegazione nell’immediatezza dell’esistenza.
Ancora Philip Roth: la narrativa «è una complessa, camuffata lettera a se stessi»; Primo Levi: penso «alla gioia liberatrice di raccontare »; per Svevo è l’autore «il primo destinatario delle sue pagine» e in una pagina del suo diario annota: «E’ un uomo che scrive troppo bene per essere sincero».
L’emozione, il piacere, insieme alla ostinazione e fatica motivano e formano la scrittura. Persino risalendo ai classici questa nozione rimane centrale. Beccaria cita Petrarca: «Non c’è cosa più lieta dello scrivere» dice in una lettera a Boccaccio, «gli altri piaceri sono fuggevoli e dilettando fanno male; alla penna reca gioia quando la si prende in mano e soddisfazione quando la si depone ». Non solo piacere naturalmente. Nel suo testamento Petrarca pensa all’amico quando scrive al freddo e gli lascia 50 fiorini d’oro per l’acquisto di un abito invernale.

La verità della finzione

Entrando nel laboratorio dello scrittore (poeta o romanziere) si  tocca necessariamente il tema della finzione, del rapporto che lega la scrittura all’esperienza del reale. Ma qui il percorso è pianeggiante e arioso. Il critico comincia con un caposaldo e un antesignano del romanzo moderno, Cervantes. « Don Chisciotte altro non fa che rendere vero il falso, visibile l’invisibile ». Certo occorre fare attenzione alle parole. Il falso, insomma, è così ficcante e vero che attraverso la poesia e il romanzo ci  permette di capire e di ascoltare le emozioni. Scriveva Metastasio:
Sogni e favole io fingo; e pure in carte
mentre favole e sogni orno e disegno,
in loro, folle ch’io son! prendo tal parte,
che del mal ch’io inventai piango e mi sdegno.

Nabokov è stato anche un entomologo

Né questo dato costitutivo, strutturale, dell’homo poeticus, cambia col tempo. Del tutto eloquente è la testimonianza di Vladimir Nabokov per cui il letterato si fa intermediario dell’esperienza indipendentemente dal suo vissuto:
 
«La letteratura non è nata il giorno in cui un ragazzino corse via dalla valle di Neanderthal inseguito da un grane lupo grigio gridando “Al lupo, al lupo”: è nata il giorno in cui un ragazzino, correndo, gridò “Al lupo, al lupo” senza avere nessun lupo alle calcagna. E’ del tutto incidentale che il poverino, per aver mentito troppo spesso, alla fine sia stato divorato da un lupo in carne e ossa. Il punto importante è che tra il lupo della prateria e i lupo della bugia esiste un intermediario scintillante: quell’intermediario, quel prima, è l’arte letteraria.»

«Ho scritto 39 volte la stessa pagina»

Toccando entrambi i temi di cui si parlava (lavoro e ricerca immaginativa), Marcel Proust diceva che lo scrittore confeziona un’opera come una sarta cuce un vestito, lavorando in modo incessante, meticoloso, costruttivo. Di Flaubert si citano alcune  delle numerose osservazioni fatte nella sua corrispondenza a Louise Colet durante la stesura di Madame Bovary, quando sottolinea di aver vinto i propri limiti. Ed è ancora l’autore di Pastorale americana che confessa nel merito: «Mattina dopo mattina, per cinquant’anni, mi sono trovato davanti alla pagina successiva indifeso e impreparato. Scrivere per me è stata una lotta per la sopravvivenza. A salvarmi la vita è stata l’ostinazione, non il talento». Così come Giorgio Bassani scrisse Il giardino dei Finzi-Contini «poco alla volta, con estrema difficoltà, un po’ come si scrivono le poesie, riga dopo riga». Hemingway è più preciso dicendo che l’ultima pagina di Addio alle armi la scrisse trentanove volte e – aggiunge Beccaria – si pensi di pari passo alle stesure della Recherche proustiana e alle innumerevoli versioni delle poesie di Auden.

La prima edizione di “Addio alle armi”

L’impegno etico

L’impegno verso il mondo, l’etica e la politica sono un aspetto da cui Beccaria non si esime pur osservando, alla fine del suo libro, come oggi l’editoria tende a premiare l’immediatezza, il risultato mercantile, persino con un linguaggio neutro che rischia di appiattire, di scavalcare la ricchezza dei modi e dello stile…Il che sembra abbastanza tranchant per ogni altra ipotetica valenza.
Dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, tuttavia, la critica di ascendenza marxista teorizzò l’importanza dell’impegno etico-politico: una prospettiva per cui anche la scelta dei personaggi e il loro destino avevano rilevanza. Ma oggi appare piuttosto chiaro che gli esiti narrativi maggiori, da Pavese e Vittorini fino a Moravia, per restare in Italia, non furono frutto di impegno ma soprattutto di coincidenze dei percorsi personali degli autori. Beccaria si limita però a citare alcune testimonianze fra cui quella di Natalia Ginzburg sembra più attuale avendo essa sostenuto necessario per la scrittura il disimpegno poiché, compito dello scrittore, non è portare miglioramenti sociali ma «scrivere meglio possibile i suoi romanzi».

Da Abelardo a Bagdad

I rapporti tra il potere costituito e la letteratura non sono mai stati del resto idilliaci. Abelardo viene castrato per le sue lettere d’amore, Giordano Bruno arso vivo; e se la censura e i modi punitivi di applicarla si attenuano nell’età moderna, restano forti le pregiudiziali in ogni epoca. Nel 1981 in Cile è proibito il Don Chisciotte perché inneggia implicitamente alla libertà dell’individuo; nel 1993 i bombardamenti  dei serbi bosniaci prendono di mira la Biblioteca di Sarajevo; nel 2003 l’irruzione alla Biblioteca di Bagdad  porta alla distruzione di dieci milioni di documenti storici ottomani «l’identità dell’Iraq – commenta Beccaria –  è cancellata». Borges diceva con calzante ironia che il mestiere dei monarchi consisteva in erigere fortificazioni e incendiare biblioteche…

Poesia e autonomia del testo

La prima versione della poesia “Mattino”, decisamente più articolata e ordinaria rispetto alla versione definitiva

Il mestiere di scrivere avvicina anche la storia del “lavorio sul testo” e dell’autonomia del significante nella poesia che procede da Rimbaud ai nostri giorni, utilizzando talvolta gli esiti del lavoro critico fatto in precedenza su alcuni autori, e affrontando viceversa in ambito narrativo, il tema delle redazioni successive dei Promessi sposi in cui l’autore cercò tra corrispondenze, testimonianze e dizionari, una nuova più comune lingua italiana, vicina al parlato. Ma affronta in un capitolo anche una questione oggi cruciale inerente “La continuità e la durata”. Tema spinoso perché se da un canto risulta scontato il ridursi della linea umanistica, quel magistero dei classici che formava la continuità, non è affatto chiaro quali siano le prospettive future. Beccaria si limita a chiosare i limiti del percorso, a ricordare che anche in Ungaretti, in Montale, in Luzi, si ritrovano echi della classicità, qualcosa che egli definisce «un mormorio di interstualità». «Ora invece la poesia ingloba meno tessere o cadenze o temi troppo riconoscibili, troppo segnati di “memoria”. La letteratura non può più rappresentare un pubblico come quello di cent’anni fa. Il linguaggio poetico di base ha adottato un registro più “semplice” (almeno in superficie). Le tendenze odierne prediligono la vicinanza al linguaggio comune, il  «non marcato»,  spesso il tono «grigio», talvolta «quasi pauperistico » della testura», scrive citando Enrico Testa in Varietà dell’italiano nella poesia novecentesca.

Sylvia Plath, bozza per il romanzo “La campana di vetro”

Il talento dell’invenzione

In un percorso di questa portata, straordinariamente sfaccettato, Beccaria non dimentica mai la qualità della creazione letteraria. Lo fa occupandosi persino dell’immaginario, o meglio dell’invenzione e del dettaglio sottolineando che le prose dei grandi scrittori pullulano di «audacie, di mirabili guizzi descrittivi, istantanee che con la loro corporalità e oggettività raffigurano la cosa e riescono a farcela vedere, palpare». Così tra le tante possibili figure di Proust cita la mano del duca di Guermantes che sporge ciondoloni sul petto «come una pinna di pescecane», mentre le mani di Andrée si stendono davanti ad Albertine «come nobili levrieri, con indolenze, lunghe fantasticherie, bruschi straniamenti di una falange ».

Ugualmente la sintassi è chiamata in causa in questa rubrica con i paradigmi del ‘900 letterario. «Voglio accennare  rapidamente ad un solo esempio probante, alla prosa di José Saramago, per quella sua forma narrativa che ha “torto il collo” al discorso tradizionale creando una sintassi “orale” come mistura di discorso diretto e indiretto in modo che la prospettiva del narratore si fonda continuamente con quella dei personaggi. Tempo storico e tempo dell’invenzione si intersecano».

I romanzi in cui non accade nulla

Sotto un altro profilo Beccaria distingue infine tra autori che nel loro andamento narrativo prescelgono l’economia del discorso e quanti appaiono intrusivi. Tra i primi, per restare con il Novecento, compaiono Pavese, Levi, Calvino, tra gli altri Gadda, D’Arrigo, Bufalino. Del resto «la qualità di una narrazione non è contraddistinta dal tema del racconto e dagli intrecci. Ci sono romanzi bellissimi in cui non accade quasi nulla». Cita Celati che chiama in causa Delfini, i racconti in cui si narra sempre qualcosa che resta sospeso.  E’ così dai tempi di Flaubert, scrittore sull’avamposto della modernità, «il primo scrittore ad aver spostato l’interesse dalla trama allo stile o ai momenti introspettivi del personaggio».

Calvino: «Meglio allontanare la realtà»

C’è un momento in cui il narratore deve allontanare la realtà per assumerla, per schematizzarla. Vale per il romanzo e per la poesia (dove un maggiore grado di ambiguità è regola feconda per l’immaginario del lettori). Forse nella prosa più dell’ambiguità ha ruolo la reticenza. Cade a proposito il passo di Joseph Roth nel racconto Barbara dove protagonisti sono due innamorati silenziosi: «tutte le parole erano ancora soltanto involucri, c’era un nudo silenzio tra i due, e nel silenzio la primavera vibrava».

Da Dante a Sereni, da Boccaccio a Proust, capitolo dopo capitolo, in questi saggi Beccaria ha viaggiato portando davvero con sé un acuminato e temprato ago intellettuale, capace di restituire l’essenziale attraverso paradigmi non prescindibili , via via ponendo domande a cui non siamo più abituati a rispondere.
Marco Conti

Gian Luigi Beccaria, Il pozzo e l’ago. Intorno al mestiere di scrivere. Einaudi, 2019. Euro 18,00

Schwarz, poesia e desiderio

Lione. Basilica di Fourvière

Il silenzio dell’ora blu, prima dell’alba, le risonanze dei gesti e dei suoni…Pensava forse a questo tessuto di immagini il filosofo Gaston Bachelard quando, nel 1952, ringraziò l’autore delle poesie di Avant que le coq ne chante, Arturo Schwarz, poiché la lettura di quei versi – disse – gli aveva dato «energia ».
Schwarz ha detto dal canto suo che quelle sue prime liriche erano nate esattamente nelle prime ore del giorno, in una piccola cella, alla luce di una lampadina quando era prigioniero ad Abukir.
Versi scritti in francese dove l’immagine e l’analogia marcano il ritmo e mostrano come l’esperienza del surrealismo sia stata un motore di energie a tutto campo, ben al di fuori e al di sopra delle semplificazioni che chiamano in causa – ancora oggi – scrittura automatica e onirismo.
Se ne accorge non solo il lettore che segue gli itinerari di Aragon, di Desnos, di Char o Mansour, ma anche chi sfoglia l’opera completa in versi (o quasi) di Arturo Schwarz, Tutte le poesie, o quasi (1941-2007), edite da Moretti & Vitali.

Primi versi

Non so perché
il rumore dei miei passi
di notte
nella strada
deserta
evoca in me
il rumore che fanno
quando si disturbano
i ricordi


Il testo (qui tradotto da me) è in francese, prima lingua dell’autore, come tutte le raccolte liriche dal 1942 al 1956: il già citato Avant que le coq ne chante, Malgré tout (1952), Choix de poèmes (1956). In questa filigrana corre una voce che senza rinunciare al dominio dell’immagine si fa discorso, cadenzata da un verso essenziale:

les rues de Milan
à trois heures du matin
ne sont pas plus désertes
que le sentiers de l’amour

j’ai démonté le ciel
étoile par étoile
j’ai denudé les fleurs
pétale par pétale

je n’ai rien trouvé

(…) da “Les soeurs oubliées in Avant que le coq ne chant)

Incisione su legno. da Wikimedia Commons

L’amore, il desiderio

IL timbro sarò sorretto dal desiderio, dall’eros, per gran parte del percorso lirico autoriale, in modo non dissimile da quanto accade con la poesia di Éluard. L’amore, la notte come luogo privilegiato non solo del sogno, ma dell’alterità, costituiscono il nord e il sud di queste pagine:

la nuit coulée dans tes yeux
est plus légère ce soir
qu’une fleur de cendre


è la terzina con cui inizia Au bord de la nuit;

fleurir la demeure de la nuit
cette chambre claire où une lampe
s’est allumée après son passage


fa eco la poesia successiva di Erox nella raccolta nel 1985 Satyavatī dove il francese ancora si affaccia come del resto accadrà ancora e a ragione poiché spesso si ha l’impressione che nel passaggio alla lingua d’adozione il ritmo si faccia meno sicuro. E’ il caso delle “Metamorfosi” o meglio le Méta-morphoses presenti in quella che è forse la raccolta più cospicua di Schwarz, Lettere a mia figlia, metamorfosi ecc… (1964-1978) dove l’estro per l’associazione tra oggetti e idee (a lungo perseguito dal surrealismo bretoniano) trova una nuova, ennesima, accezione:

le ciel a la forme de l’habitude
la terre a la forme d’une culbute
la mer a la forme de l’intelligence
la lune a la forme de la mémoire

La poesia è il reale

Simboli alchemici. Tramite Wikimedia Commons

Bretoniano, Schwarz lo è stato del resto nel senso più stringente. Lo ricorda Anna Sikos nell’introduzione al volume corroborata dallo stesso autore che cita con Breton, Novalis: «La poesia è il reale, il reale veramente assoluto». Convinzione che si sposa con quella di un umanesimo altrettanto totalizzante dove si prefigurano «i canti/dell’uomo amante dell’uomo» come voleva il surrealismo coniugando la parola d’ordine di Marx (cambiare il mondo) con quella di Rimbaud (cambiare la vita). Non per nulla in giovinezza è stato trockijsta, progettualità ideologica che com’è noto era condivisa da Breton. A fianco di questa prospettiva si colloca anche l’ebraismo di Schwarz che in alcuni versi ne richiama precisamente la storia novecentesca (Les Rosenbergs) e in un unico testo (Oratio de hominis dignitate) i nomi, e solo i nomi dei luoghi, dove si sono svolti gli eccidi – da Artemovsk a Semlin – fino a farne allegoria («ebreo errante/ ho vagato tutta la vita/ lungo il labirinto della mente/ rincorrendo il senso del Tutto…».

Ultime

La vitalità dell’ albero surrealista non ha impedito ad Arturo Schwarz di innestare un discorso lirico in cui si staglia via via un dettato più spoglio. Soprattutto a partire dagli anni Novanta. I Nove testi a forma di haiku sono forse il segno più forte di questa nuova tensione che all’immagine concede solo il necessario, fino a raggiungere nelle ultime raccolte una misura in cui l’immagine diviene strumento delal riflessione: «è difficile vivere/ senza la propria ombra/ palma solitaria/ in isola deserta/ con la compagnia/ d’una fede smarrita// ora sono notte/ lei era luce// era l’aria/che faceva volare il cielo/(…)».
Le sorprese di questa poesia restano notevoli. Attestata ormai da un quarantennio l’adozione dell’italiano, anche le antologie e la storia letteraria potranno avvantaggiarsene.

Marco Conti

Paul Gauguin, Changement de residence. Wikimedia Commons.

La legna secca dorme
e ricorda la gioventù

nelle mani verdi dell’alba
sono parole non dette

tutta la vita ho atteso
che il pugno chiuso
un giorno si aprisse

una mano come colomba
innamorata mi carezzò
la fronte fredda e dura
chiusi gli occhi incredulo

il silenzio più pesante
delle piramidi d’Egitto

fu finalmente rotto
la voce che ascoltavo
non era più un sogno
venne la sempre attesa
dal passo leggero
come una speranza

la memoria del sole
fracassò la notte
in mille pezzi
e così anche il vetro
che mi separava dalla vita

la legna secca è verde
la fronte non è gelida
e la mano si è aperta
cammino dove l’amore
è presente come il sole


Arturo Schwarz, La legna secca dorme… da “Cinque notti di dicembre” (2004), Moretti & Vitali




















Wagner, variazioni immobili

In Variazioni sul barile dell’acqua piovana Jan Wagner affaccia l’idea della natura come alterità: perfettamente riconoscibile, assolutamente ammirata ma irraggiungibile se non nella immaginosità dell’osservatore. Jan Wagner dà al lettore la sensazione di rievocarne la fattualità nella memoria infantile, come nella casualità del viaggio, eppure la proliferazione di analogie in cui il suo verso si spende, conferma anziché escludere l’estraneità del soggetto lirico.
Non a caso la quarta di copertina cita Philip Larkin: il movimento narrativo e il registro intimo di certi incipit, la distanza infine da cui si traguarda la giovinezza, ci lasciano questa impressione il tempo sufficiente di qualche quartina. Poco oltre scopriamo che Wagner è autore distantissimo dall’inglese delle “Nozze di Pentecoste” e in alcuni tratti certo più simile, al suo opposto, a Francis Ponge.

La castalda e il sogno di un despota

Alicia Rothman

non si sottovaluti la castalda,
che domina già nel nome – e per questo
ha fiori di un bianco pensile e casto
come il sogno di un despota.

ritorna sempre come un vecchio sbaglio
e smista i suoi segreti
per il buio delle braide e dei prati,
finché da qualche parte di nuovo non
[germogli
(…)

Quei fiori pensili e casti «come il sogno di un despota» sono ampiamente sufficienti a farci amare il verso di Wagner, ma l’ironia amara del distacco di Larkin è tutt’altra cosa. Basta sfogliare poche pagine di questa raccolta per trovare il vasto, netto vetro, su cui l’autore tedesco riflette e traduce i suoi referenti, consolidandoli, tramutandoli quasi in piacevole “frozen”.

Nero come una bibbia

«cosa era così blu come sere d’autunno/o nero come una bibbia? sospeso tra veli brumosi, tra acquazzoni d’ottobre, così asprigno/ da far contrarre ogni cosa? i prugnoli spinosi» (prugnoli).
Qui il verso dispiega il proprio divertimento, allude e chiede per rispondere direttamente richiamando non la poesia più antica dell’enigma, ma quella postmoderna, valga per tutti il libro di Craig Raine, “Un marziano manda una cartolina a casa”. Gli strumenti della seduzione lirica sono, in sostanza, in mostra con il loro terso tintinnio. Ecco la voce di “Saggio sulle zanzare”:

come se d’un tratto tutte le lettere
si fossero staccate dal giornale
e stessero come sciame nell’aria;

stanno come sciame nell’aria,
senza dare neanche una cattiva notizia,
muse precarie, scheletrici pegasi,

bisbigliano solo tra sé e sé; fatte
dell’ultimo filo di fumo, quando
la candela si spegne (…)


Lo stesso divertimento dell’immaginario replica altri testi: “saggio sui tovaglioli”, “saggio sulle carline”, “saggio sulle recinzioni”, “saggio sul sapone”. E’ in quest’ultimo che – cambiando il registro, rendendolo più suadente perché allusivo di un’esperienza – ci si imbatte in una partitura che richiama direttamente la nominazione di Ponge, quel suo sguardo rivolto al mondo eloquente e come sconosciuto degli oggetti:

ce n’era sempre un pezzo lì vicino
seguiva le proprie fasi,
diminuendo come quasi ogni cosa
per poi riapparire pieno, di un
[bianco
luminescente nella sua vaschetta.

pesava come una pietra nel pugno,
schiumava, rammolliva
lavandoci da caino ad abele.

e se accadeva di dimenticarsene,
si sbriciolava come un asteroide (…)

Certo l’autore porta l’oggetto della lirica dentro il vissuto (anziché farlo brillare nell’impersonalità come accade in Ponge) ma è piuttosto evidente che si tratta di un movimento funzionale poiché il centro gravitazionale del testo è rintracciabile esattamente tra forme e attribuzioni della cosa assunta:

il “noi” a cui il poeta fa spesso riferimento è ugualmente il segno flagrante e rivendicato di questa impersonalità. La chiusura del “saggio sul sapone” risulta così doppiamente chiara: « sediamo tutti al tavolo:/ notte illune, mani profumate.»

La campana dei Fugger

Gelso nero

Sarebbe tuttavia fuorviante una lettura che si limitasse a osservare la straordinaria proliferazione immaginativa di Wagner senza dire come queste “variazioni” e la verticalità dell’immagine trovino il movimento opposto, orizzontale, narrativo. Il verso diviene allora lo stralcio di una memoria davvero personale, di un quotidiano inseguito tra piccole evenienze, tra testimonianze animali e vegetali, quadri d’epoca, brani musicali, campane incrinate. Come accade, appunto, in “incrinatura”:

quando mi chiamarono dentro, l’estate,
con rondini, che tagliavano per i campi come scalpelli
rigorosi, con quei grappoli di tempesta
maturi dentro la cappella,

e proprio nell’istante in cui il gatto, come
punzecchiato, corse in cantina (primigenio contatto,
istinto animale), quasi dentro di me,
il rimbombo del campanile. erano le quattro.

il mattino seguente, il vicario ci fece andar
su: colombe di carbone, odore di bruciato,

la campana del tempo dei fugger –

solo andandole vicino si vedeva l’incrinatura,
che strisciava sul rame seghettata
come un insetto, sotto vetro prigioniera.


La violenza del volo delle rondini, la tempesta ammucchiata (in grappoli), così come l’incrinatura del fulmine simile all’impronta di un insetto…Wagner compone un piccolo capolavoro, con un solo movimento narrativo che non rinuncia al segno più perentorio dell’autore, quello di un traslato che è anche uno sguardo “assoluto”.

F.to Marinella Salvi (part.)

Variazioni decisive

Le “variazioni” di Jan Wagner ci riservano tuttavia un terzo tempo dove i tratti di questa poesia hanno un esito inaspettato. Sia la verticalità dell’immagine, tra similitudine e metafora, sia l’intimità del discorso narrativo hanno riferito fin qui di una natura distante in cui l’interlocuzione è sospesa tra la forma e i suoi attributi. Viceversa, nelle terzine che danno il titolo alla raccolta (“variazioni sul barile dell’acqua piovana”) la superficie del mondo evocato resta immobile ma la voce si fa frammentaria, il ritmo disteso si condensa in una notazione allusiva, l’immagine si sottrae sia al discorso, sia all’occasione narrativa.

alzai il coperchio
e guardai nell’occhio
gigante del merlo.

*
sotto il susino
dietro casa – sereno, freddo
come un maestro zen


E’ ancora il mondo quotidiano di “incrinatura”, e ugualmente la terzina ha il proprio centro nell’immagine, ma Wagner pone su ogni cosa uno sguardo che coglie la densità enigmatica del mondo. Il movimento creativo è opposto: la forma non genera altre immagini, non seduce attraverso il piacere fantastico del parallelismo; si concentra viceversa nella sua energia originaria e da questo nucleo assoluto e impenetrabile interroga.

vecchio come il giardino,
profumato come un lago di bosco. stava
lì un barile di stige
.
*
alzai il coperchio,
indietreggiai. il canto
del merlo s’oscurò.

Un passo lirico quasi irriconoscibile che scivola via dalle immagini più lievi e seducenti, ma che ci sorprende con un altro, forse più alto, regalo.

Marco Conti
© lemuseinquiete.it



Jan Wagner, Variazioni sul barile dell’acqua piovana, traduzione di Federico Italiano, Einaudi, 2019, euro 14,00










Pitigrilli un aforista in ombra

Pitigrilli

«Si può interpretare la storia politica italiana degli ultimi anni solo con gli aforismi e le sprezzature di Pitigrilli»…Immagino che sarebbe stata una bella provocazione se l’avesse scritta Umberto Eco. Invece vi dovete accontentare, l’ho scritta io e non lo avrei fatto se Anna Antolisei  non avesse  messo in cantiere un libro che purtroppo finisce  a pagina 141 e che si intitola Pitigrilli, un aforista in ombra  edito da Joker nella collana “Materiali di Studio”, per la cura editoriale di Sandro Montalto.  
 L’antologia percorre l’intero arco delle pubblicazioni dello scrittore torinese cominciando con un ventaglio di quei motti, di quelle sentenze, che non hanno una fonte letteraria ma «hanno continuato ad aleggiare, seppur disordinati e sparsi nella memoria collettiva». Non molti, per la verità,  rispetto alle estrapolazioni dall’opera di Pitigrilli fatte da Dino Provenzal, Umberto Eco, Enzo Magrì e dalla rivista “La Ribalta” di cui Anna Antolisei propone una selezione prima di antologizzare il proprio e più cospicuo itinerario tra le pagine di questo sulfureo scrittore italiano

“Cocaina” e i romanzi più famosi

Pitigrilli era pseudonimo di Dino Segre. Originario di Saluzzo, dove era nato nel 1893, ottenne un grande successo con le sue opere narrative negli anni Venti e Trenta; tra queste, “Cocaina”, del 1921, tradotto come altri romanzi in varie lingue e ripubblicato anche in anni recenti. Morì a Torino nel 1975

E’ una messe di saette e strali, di ironie che lasciano un’eco rimbombante nella cultura del tempo e oltre, di sintesi estreme che guardano alla morale solo per disegnarne confini e recinti spinosi dove si impigliano le gualdrappe dei cliché e della retorica.  S’inizia con Mammiferi di lusso del 1920, si prosegue tra i romanzi, come il celeberrimo Cocaina (1921)  e Dolicocefala bionda (1936), per sostare sulle massime di Pitigrilli parla di Pitigrilli (1949),  fino al  “catalogo” del  Dizionario antiballistico nel 1953 e concludere con le opere scritte quando la parabola di Pitigrilli era declinata, nei primi anni Settanta del secolo scorso: Sette delitti del 1971 e Nostra Signora di Miss Tiff, tre anni dopo. Ma naturalmente si segnala così solo il tragitto storico perché l’autrice – che alle massime e agli aforismi ha già dedicato tre libri – di Dino Segre, alias Pitigrilli non tralascia che l’inessenziale. Con questo volume tra le mani si potrebbero così disegnare le mappe di diversi dizionari tematici: eros e famiglia, politica e retorica, costume, moda, letteratura, educazione; sono altrettante prospettive con cui ricomporre sia la visione di Pitigrilli, sia la mitologia spicciola del primo Novecento italiano, e non solo.

Il romanzo uscì nel 1921, nello stesso anno dell’edizione di “Cocaina”

“Dizionario Antiballistico”

Difficile trovare un denominatore comune per lo stile dello scrittore. «Definirlo ‘tecnicamente’ sarebbe un’impresa velleitaria  – commenta Anna Antolisei –  perché gli aforismi di Segre abbracciano con somma disinvoltura l’intero metagenere della forma breve. Di certo si può solo affermare che  l’autore segue per lo più le orme dei grandi moralisti del passato, rivisitati però in chiave moderna di stampo ispano-americano assai più che anglofilo. Moralismo, il suo, ma sarebbe assai più corretto definirlo anti-moralismo sempre censorio, pervicacemente critico del costume sino alla demolizione dell’intero impianto mentale e comportamentale dell’epoca.»
Un riferimento di sicuro interesse è costituito dal Dizionario Antiballistico perché Pitigrilli vi ha «riversato le massime degli autori che più gli sembravano idonei a sottolineare quanto le menti libere di ogni tempo abbiano saputo stroncare con rara arguzia il luogo comune. Ne inserisce molte di suo pugno e tutte mostrano chiara la sua impronta più che personale».

Licenziato dall’OVRA

“I vegetariani dell’amore”, Sonzogno, 1931

Che un autore con questo temperamento e di origini ebraiche, perennemente in viaggio tra Torino e Parigi negli anni Venti e Trenta (dove frequentò tanto Colette quanto Gide e Valéry), abbia fatto parte dell’OVRA, la polizia segreta fascista, lascia interdetti nonostante  che dallo stesso organismo sia stato licenziato nel 1939 perché svogliato nel lavoro di spionaggio.
Le accuse comunque furono numerose  e riguardarono per esempio il gruppo Giustizia e Libertà, così come Cesare Pavese, Giulio Einaudi, Augusto Monti, sui quali fece una segnalazione. Va anche detto che la sua comunicazione non andò oltre quello che già molti sapevano definendo la rivista “Cultura” come «un ago calamitato sul quale si raduna tutta la limatura di ferro dell’antifascismo torinese». Nel dopoguerra furono numerosi gli intellettuali che spesero qualche parola per scagionarlo: da Amar Sion Segre a Giorgio De Rienzo a Indro Montanelli. Antolisei cita espressamente quest’ultimo con un articolo del “Corriere della Sera” del 1993 (dove il giornalista dice tra l’altro che riteneva Pitigrilli  «incapace di fare del male a qualcuno»).

«La politica? E’ come il fango…»

Anna Antolisei, torinese, ha esordito nel giornalismo ed è autrice di diverse opere narrative tra cui “L’altra faccia dell’amore”, (Fògola, 2004), “Caccia all’innocente” e “Legno e Cristallo”, rispettivamente con Fògola e Robin nel 201 2 nel 2014. Interessata da sempre all’aforisma ne ha curato alcune pionieristiche antologie; ha fondato il premio “Torino in Sintesi” e l’Associazione Italiana per l’Aforisma.

Certo è che, nel dopoguerra, Dino Segre non replicò i successi precedenti, nonostante le arguzie non fossero tramontate con i fasti che lo avevano a lungo accompagnato. Forse si può rilevare una maggiore riflessione ontologica, senza per questo voler alludere a orizzonti filosofici che gli furono del tutto estranei. Ma ecco, per esempio, che nella scelta di Antolisei  fatta in Sette Delitti (1971) si trovano guizzi di questo genere:  «Un pazzo, dalla finestra del manicomio, rivolse alla gente che passava nella strada: “Siete in molti, lì fuori? »…Accanto a: «La vendetta momentanea è un delitto senza spirito. E’ come un incidente d’automobile». Così nella sua ultima opera, e per comparazione, si legge : «Si chiamano riviste d’avanguardia, perché muoiono al secondo numero» e agli antipodi: «Non c’è nessuno che vada in guerra per morire. Vanno tutti per uccidere».
Quest’ultimo aforisma, lancinante come una staffilata, è raro; più frequente è una vena amara che percorre queste pagine e che già si affacciava nel dopoguerra forse non senza che l’autore  pensasse ai propri casi: «Ho una grande stima per coloro che hanno il coraggio delle proprie opinioni e non abiurano né davanti a un vermouth, né davanti al rogo».
Ma il cuore di Pitigrilli è altrove e giunge a proposito per riprendere l’incipit di questa recensione e chiudere il cerchio: «Della politica si può ripetere ciò che Monsieur de Cosnac diceva del fango di Parigi: fa delle macchie nere sulle calze bianche e delle macchie bianche sulle calze nere».

Marco Conti

Anna Antolisei, “Pitigrilli, un aforista in ombra”, Joker, 2018; Pagg. 141, euro 20,00

Henry e Anaïs, le lettere

Henry Miller, taccuino degli anni parigini

Nel luogo «degli istinti congelati», la Svizzera, Anaïs Nin scrive la prima lettera ad Henry Miller. E’ il 3 febbraio 1932. Anaïs e lo scrittore gangster, come un amico lo aveva definito scherzosamente presentandolo a lei, si conoscono da pochi mesi. Ma il tono della lettera è quello di due amici intimi, tanto più che Anaïs già si fa carico dei problemi di sopravvivenza di Miller. «Ti invio un telegramma che ti farà ridere e 150 franchi.»

Parigi e l’ospitalità di Anaïs

Miller approdato da poco a Parigi è vissuto in piccole stamberghe di Montparnasse e Montmartre prima di trovare, con un amico, Villa Seurat: «Abito a Villa Borghese. Non un granello di polvere, non una sedia fuori posto. Siamo soli, e siamo morti. Ieri sera Boris si è accorto di avere i pidocchi. Gli ho dovuto radere le ascelle ma il prurito non ha smesso (…) E’ l’autunno del mio secondo anno a Parigi.»
Quando scrive le prime righe di Tropico del Cancro, Miller va a zonzo tra i suoi umori e i suoi pensieri. Non ha la minima idea del fascino che scaturirà dalle sue pagine. Ma sarà questa libera registrazione sopra le righe della vita vissuta, a fare il timbro del suo capolavoro. L’altro versante, quello quotidiano, è raccontato meglio dalle lettere che scrive e riceve da Anaïs.

«Cara Anaïs, negli ultimi giorni ho vissuto in uno stato morboso. Avrei voluto scriverti ma c’erano pulizie da fare (…) C’è il pericolo, se non si scrive continuamente, di perdere l’abitudine. Lo temo sempre. E se pensi in continuazione, se scrivi nel tuo cervello, se scrivi mentre ti spogli, ti lavi i denti, lavi i piatti, eccetera, non sai più dove sei, come se fossi drogato.» In questo 28 marzo 1932 Miller è già a Clichy, quartiere allora periferico che darà titolo a un altro suo libro. E’ uno dei tanti momenti appassionati e lucidi della loro relazione. Si scrivono anche dopo essersi visti, si scrivono quando sanno che si incontreranno il giorno dopo: «Ieri dopo che te ne sei andata mi è capitata una strana esperienza»… Si scrivono per dire quello che si diranno ancora: come quando Henry gli comunica che ha trovato suo  marito lungo il corridoio di un teatro e si è sentito in colpa davanti alla sua gentilezza, alla sua generosità. Hugh Guiler e consorte lo avevano  già ospitato a Louveciennes, nella casa dei coniugi e insieme gli avevano comprato una bicicletta.

«Sto leggendo Proust »

L’autrice de  La Casa dell’incesto, di Delta di Venere, non è da meno. Quasi ogni giorno trabocca di parole e sensazioni, quasi ogni giorno gli riferisce le sue ore e le impressioni: «Sto leggendo Albertine disparue perché me l’hai chiesto. Avrei voluto conservare più a lungo possibile l’esultanza che tu mi hai dato, e adesso ridiscendo in regioni infernali», scrive il 3 aprile concludendo: «Ti amo».

Devo essere una sirena, non ho paura
delle profondità e ho una grande paura
della vita superficiale.

Storia di una passione

L’edizione nei tascabili Bompiani riprende quella del 1989. La scelta fatta nel carteggio Miller- Nin copre un ventennio, è oggi la più ampia disponibile ma non comprende la totalità della corrispondenza

Come tutte le storie esemplari, anche questa è oggi per noi un piccolo prezioso rutilante e polveroso mito di seduzione. Lo ridice questa ristampa della corrispondenza,  Storia di una passione. Lettere 1932-1953,  che torna in vetrina con Bompiani dopo l’edizione del 1989. Un  trentennio che non è servito però a darci una lettura più ampia o con rinvii biobibliografici più ricchi. Del resto è l’unico carteggio significativo a nostra disposizione per quanto incompleto a fronte della cospicua, inverosimile mole di lettere scambiate trai due autori.  
Gunter  Sthulmann il curatore dell’edizione originale scelse infatti di presentare un resoconto a due voci che coprisse il ventennio più importante della relazione: era il 1987, due anni dopo la morte del marito della Nin, circostanza che permise  al curatore testamentario dell’opera della scrittrice (il suo secondo marito Rupert Pole) di iniziare a dare alle stampe anche i monumentali Diari in sei volumi  senza lacune, e senza umiliare Hugh Guiler. 

I Diari di Anaïs

Anaïs Nin nella sua casa di New York negli anni Quaranta

Anaïs Nin morì infatti nel 1977 ma aveva voluto evitare che il marito, finché in vita, venisse a conoscenza delle sue passioni amorose e in particolare di quella con Miller che, pur comprendendo le remore, la incitava invece a pubblicare quanto poteva. A posteriori e lasciando in disparte le spinosità delle implicazioni, Miller aveva visto giusto: i Diari sono certamente la più importante eredità letteraria dell’autrice, qualcosa di paragonabile per vitalità e riscontro degli ambienti del tempo al Monsieur Nicolas di Retif de la Bretonne.

L’ultima lettera

Anaïs Nin in visita a Henry Miller a Big Sur

L’ultima lettera, nell’ottobre 1953, è ancora della scrittrice. La tensione amorosa ha lasciato il posto ad un reciproco interesse per le rispettive vite e la fortuna letteraria delle loro opere.  Sapendo che Miller è riuscito a fare una capatina in Francia, a Vienne, ospite di un amico,  Anaïs Nin  si stupisce che  l’Europa non entusiasmi più l’amico e, come nelle altre lettere di questo periodo, entrambi finiscono col parlare delle edizioni dei loro libri. Miller è ancora ostracizzato in Inghilterra e negli Stati Uniti; Anaïs Nin  comincia in quegli anni a suscitare l’attenzione degli editori e  ha appena concluso un contratto con Mondadori ma già nel 1945, Winter (La voce) e Under a Glass Bell (Sotto la campana di vetro), trovarono un editore inglese che le fece uscire in un unico volume.

Tuttavia la loro intesa aveva superato trasferimenti e vicende personali. Lui viveva a Big Sur in California, lei a New York.  Nell’aprile del 1945, Anaïs gli scrive: «Henry, mi hai scritto esattamente ciò che avevo in mente io di scriverti. Sono completamente libera da ogni forma di tormento e sono immersa in un’atmosfera così ampia e luminosa che non riesco a ricordare che cosa ci abbia separati, ma solo ciò che ci ha avvicinati.»

Marco Conti

Anaïs Nin, Henry Miller, Storia di una passione. Lettere 1932-1953, Tascabili Bompiani, 2019. Euro 15,00





“Il bel niente” e la poesia

Piero Salabè con Il bel niente sembra auspicare la conclusione di una stagione letteraria ormai secolare che, avviata con l’alchimia del verbo, ha finito per abituare la poesia a ben modeste operazioni di laboratorio. Non per nulla si potrebbe passare sotto silenzio la bugia di Salabè che, senza citare Mallarmé si preoccupa di parafrasarlo per contraddirlo, stanco dell’abuso del significante (1) : «La poesia non è fatta/ di parole» è infatti l’incipit di reiner widerspruch (cioè pura contraddizione); incipit che rovescia  le sentenze di Mallarmé e Valery inerenti il dominio intellettivo e tecnico e infine – con più moderata accezione – di  Montale, perlomeno  quando disse che «nessuno scriverebbe versi se il problema della poesia fosse quello di farsi capire». Salabè, almeno alla lettura immediata si fa capire benissimo. Ma bisogna correre all’ultima pagina per scoprire come la parola poetica possa essere fintamente trasparente:
le parole
sono poco
più del nulla
 
ma anche il nulla
ricorda
è cosa fasulla

Nato a Roma nel 1970, Piero Salabè è autore di saggi sull’orientalismo nella letteratura tedesca. Ha tradotto diversi poeti italiani. “Il bel niente” edito da La nave di Teseo è il suo primo libro di poesia. Vive a Monaco di Baviera

La voce è in sé forma. Ha ragione dunque Claudio Magris ad affermare, nel risvolto di copertina del libro, che questi versi sono «di una ferma classicità e insieme di un’inedita, temeraria liricità». In breve, e con Barthes, qui le parole tornano ad essere «il segno di una cosa».  Tuttavia se le parole di Salebè ci convincono è proprio perché esse, anche nella classicità, sono ambigue, corrono a perdifiato nella loro verticalità  dietro a una nube e ad un’aura di allusioni e silenzi, di implicazioni e rimandi.  Il che potrebbe ugualmente tradursi con le stesse parole dell’autore nel testo già citato, reiner widerspruch, che hanno il timbro dell’aforisma:

poesia è l’ultima
concessione
dell’invisibile
ai non vedenti

Nel bel niente c’è tutto: da Saba a Montale

Dentro Il bel niente c’è tutto. C’è la storia della poesia novecentesca che non assume solo (come evidenzia Magris) il timbro montaliano (e più esattamente quello di Satura), c’è anche la scommessa classicista di Saba, c’è l’ineffabile di Ungaretti,  e si gioca persino col capostipite della lirica moderna, Charles Baudelaire, là dove si pronuncia: «le tombe sono letti/d’amore» richiamando con evidenza il verso «des divans profonds comme des tombeaux» di “La morte degli amanti”… mentre il mondo appare «incantabile», con riferimento e commento nel titolo hart aber fair (frei nach Baudelaire).
La provocazione più bella è però quella che rima amore con fiore volendo scommettere questa volta con Umberto Saba che, a ragione, diceva la rima amore-fiore la più ardua per il gravame di storia e banalità che si porta appresso. Salabè se ne fa carico e scrive: «Siate gentili col più bel fiore/ non raccontate il suo colore// non chiamate omosessuale/ il mio amore// che l’amore rifugge/ i corpi e i nomi».  Più avanti scherza e inventa un proprio prosaico carpe diem: «sfuturiamo l’amore/ cogliamo il fiore».
 

La lirica

Più tematico è invece il controtempo ungarettiano in Alessandria d’Egitto. Salabè usa il futuro e l’immagine del risveglio mattutino che l’autore de L’allegria porta con sé in diverse liriche: «un altro mattino/ mi alzerò// e scenderò nudo/ nelle strade della città/ straniera». Poco dopo riduce l’acrobata de I fiumi ad un burattino: «il mio corpo stanco/ si piegherà su se stesso/ finalmente burat-/tino».
Una versatilità, quella dell’autore, confermata da testi in spagnolo, in tedesco e in inglese che riproducono tuttavia un uguale e solido registro, se si preferisce una forma del tutto coerente.

Il bel niente non è insomma un tentativo di letteratura camp di alto profilo. Salabè assume il discorso lirico del Novecento trattenendone l’essenza, ricapitolandone con ironia la memoria, lasciando infine fluire una visione personale e trasparente che vorrebbe indicare una strada di ritorno alla pronuncia classica. L’incedere discorsivo e stringato del verso, la parsimonia della metafora, il rinvio a una maschera poetica (che diventa tema anziché semplice divertimento in versi) continuamente svelata, sono l’evidenza di questo percorso. Il tema della poesia si fonde con quello amoroso ed entrambi rinviano ad un silenzio, a un immaginario che si fa specchio di se stesso.
Salabè sembra dire qualcosa di urgente, di ruvido, che convince oltre ogni chiosa:

nelle ore deserte
 
mi siedo
in un punto
poi
in un altro
 
mi affatica andare
sostare
 
sulla linea orizzontale
danza un giaguaro
senza veli
 
non sa che lo guardo
 
lo nego
ma anche lui mi nega
senza vedermi
 
l’occhio vede il deserto
non la sua fine
 

Non potrebbe essere questo sguardo, oltre la gibigianna degli specchi e della storia, quello della poesia?
 
Marco Conti

(1) Il riferimento coinvolge le poetiche che con Mallarmé e con Valéry in particolare invertono i presupposti dell’estetica classica tra referenti e forma, partendo la modernità dalla forma per approdare a un significato o, meglio, a molteplici significati. Cfr. H. Friedrich La struttura della lirica moderna (1956) trad. it. 1971 e succ.
 

Bolaño e i cani romantici

Un taccuino di Roberto Bolaño

Il mondo di Roberto Bolaño poeta non è dissimile da quello che il lettore scopre nelle pagine del romanziere. I due protagonisti di Detective selvaggi – letterati, sognatori, sbandati sulle strade del Sudamerica – sono oggi riflessi dal Tu poetico, oppure da un Lui senza ulteriori definizioni, ma entrambi perentori ed entrambi evanescenti. Il timbro, i temi, persino certe cadenze sono le stesse.
Per parlare di Roberto Bolaño, “detective” on the road e dell’autore delle poesie, bisognerà allora specificare che lo scrittore, con i suoi genitori, lasciò il Cile quand’era ragazzo per il Messico, ci tornò ai tempi di Allende, riuscì a scappare dal paese dopo il suo arresto e la sua liberazione nei giorni in cui l’esercito mise in atto il colpo di Stato e visse infine a Bercellona. Questo percorso, fatto con l’immaginazione, il desiderio e dunque la memoria di Bolaño, non può che assomigliare a questi versi: «Un amore indimenticabile/ E breve,/ Come un uragano?,/ No, un amore breve come il sospiro di una testa ghigliottinata». E’ in questi fendenti, come nel l’irruzione di figure e voci estreme, che riconosciamo la sua voce.

Una poesia per Dino Campana

Roberto Bolano (1953- 2003) è anche autore della raccolta di poesie “Tre”, editata nel 2017 da Sur. Tra i suoi romanzi maggiori: “I detective selvaggi”, “Chiamate telefoniche”, “2666”

A tratti si ha l’impressione di ascoltare la sua prosa spezzata (e resa più ellittica dal verso) come se leggissimo i versi di Jack Kerouac dopo essere entrati nei suoi Sotterranei o averlo seguito Sulla strada. Anche Bolaño, con queste poesie, intesse una topografia di percorsi marginali, erratici, avventurosi e potentemente visionari. Non citano mai Kerouac, ma non a caso citano Dino Campana assumendone la storia: «Ero portato per la chimica, la chimica pura./ Ma ho preferito fare il vagabondo. Ho visto l’amore di mia madre nelle tempeste del pianeta.». Così nel testo “Dino Campana rivede la sua biografia nell’ospedale psichiatrico di Castel Pulci”.  Un omaggio e anche una rifrazione del mondo abbordato dallo scrittore cileno e dai suoi personaggi.

I detective selvaggi in poesia

Un pagina del manoscritto I detective Selvaggi

Gli stessi Detective selvaggi sono citati espressamente ma con sprezzatura: una distanza mentale che si capovolge nella chiusura del testo attraverso il suo contrario, cioè un flagrante coinvolgimento. Ecco i versi iniziali e conclusivi «Sognai dei detective gelati, detective latinoamericani/ che cercavano di tenere gli occhi aperti/ in mezzo al sogno». E più oltre, alla fine: «Sognai detective perduti/ nello specchio convesso degli Arnolfini:/ la nostra epoca, le nostre prospettive, i nostri modelli del Terrore».

L’incubo, il sogno e la volontà del sogno

Un’altra pagina autografa

Non con questo che Bolaño si nasconda tra i versi. Anzi la poesia che regala il titolo al libro, I cani romantici, assume in prima persona la partitura ed è forse questo il timbro più forte dell’intera raccolta, replicato alle pagine successive con Autoritratto a vent’anni, Nella sala di lettura dell’inferno e ripreso ancora in altri testi. Proprio il verso narrativo ma lucido di visioni, di alterità, ricorda la parte migliore della lirica beat che Bolaño, ventenne nel 1973, ha sicuramente conosciuto. Un afflato che si fa strada dentro i suoi temi in questo attacco caricaturale e polemico: «Visto che ero pigmeo e giallo e di lineamenti gradevoli/ E visto che ero furbo e non ero disposto a farmi torturare/ In un campo di lavoro o in una cella imbottita/ Mi misero dentro questo disco volante». Altrove lo scrittore quasi rinuncia al verso, per poi rientrarvi quando avverte l’esigenza di incidere la parola  e scolpirla come accade in L’ultimo Selvaggio.  Tuttavia lo sguardo autoriale è inequivocabile, come nella confessione che dà il titolo al libro dove l’incubo del buonsenso borghese dice, «crescerai» e il sogno e la volontà del sogno lo contraddicono: «Sono qui, dissi, con i cani romantici/e qui resterò.» Chapeau.

Marco Conti

Roberto Bolaño, I cani romantici, (traduzione Ilide Carmignani), Sur, 2018, Euro 16,50

La poesia

La copertina di Coco Gothic (Cosimo Lorenzo Pancini Zetafonts, 2015)






A quel tempo avevo vent’anni
ed ero pazzo.
Avevo perso un paese
ma mi ero guadagnato un sogno.
E se avevo quel sogno
il resto non contava.
Né lavorare né pregare
né studiare all’alba
assieme ai cani romantici.
E il sogno viveva nel vuoto del mio spirito.
Una stanza di legno,
nella penombra,
in uno dei polmoni del tropico.
E a volte guardavo dentro me stesso
e visitavo il sogno: statua resa eterna
da pensieri liquidi,
un verme bianco che si contorceva
nell’amore.
Un amore sfrenato.
Un sogno dentro un altro sogno.
E l’incubo mi diceva: crescerai.
Ti lascerai alle spalle le immagini del dolore e del labirinto
e dimenticherai.
Ma a quel tempo crescere sarebbe stato un delitto.
Sono qui, dissi, con i cani romantici
e qui resterò.


I cani romantici da “I cani romantici”

Marie la strabica

Il romanzo pubblicato ora da Adelphi venne scritto negli Stati Uniti nel 1951, anno in cui Georges Simenon concluse quattro gialli con Maigret e un altro piccolo capolavoro, “Ai tempi di Anaïs” oltre ad altri due romanzi

Saul Leiter, “Fay” (1946) in copertina nel romanzo Adelphi

Marie, la strabica e Sylvie, la bella, hanno in comune una professione umile e il distacco affettivo dal loro ambiente. Marie è sempre stata discriminata per il suo aspetto e la sua paura degli altri; Sylvie ha avuto fin dai primi anni di scuola la certezza di farsi strada. La prima ha la lacrima facile, la seconda è cinica. Sono cresciute insieme in due case uguali e vicine, ma quando la narrazione inizia sono giovani impegnate a servire ai tavoli di una pensione familiare che si affaccia sul mare di Fouras, in Charente. Come a scuola  entrambe mantengono i loro ruoli: Marie è lenta nel lavoro e spaurita e guarda l’amica con ammirazione per i suoi modi spicci e per l’indifferenza con cui seduce, quasi giocando, il proprietario della pensione. Sylvie ha invece bisogno di Marie come se solo quel contrasto di caratteri e fortuna potesse rassicurarla nel suo ruolo: qualcuno vive peggio di lei.

«Avrò fortuna e tu sarai la mia cameriera»

Delle speranze di Sylvie sappiamo del resto molto poco. Simenon ci racconta dal punto di vista di Marie (qui e là alternando la voce di un narratore-testimone),  ma  andando indietro nei ricordi del personaggio incontriamo una battuta allarmante. Quando la piccola Marie cerca conferma circa il loro sodalizio, le chiede se sarebbero state sempre insieme. Sylvie non ha allora esitazioni: certo – dice – io diventerò ricca e tu sarai la mia cameriera. Ora che entrambe fanno lo stesso lavoro si potrebbe inferire che ambizioni o paure non sono servite a granché. Tanto più che un episodio drammatico sopravviene nella tranquilla e oleosa vita della pensione. Sylvie vorrebbe alcuni dolci che vengono serviti solo ai clienti e non trova di meglio che convincere un ragazzo handicappato e rubarli nottetempo. Entrato nella dispensa viene però scoperto dal proprietario che lo chiude nello sgabuzzino. Louis, spaventato, si impicca. Il giorno dopo molti si affrettano a lasciare la villeggiatura mentre il responsabile allarga le braccia, sorpreso dagli esiti imprevisti della sua punizione.

Solitudini intrecciate

Sylvie non sembra sconvolta dall’evento. Troverà tempo per imboscarsi in cantina con il proprietario e di allacciare un altro segreto rapporto. Una notte arriverà nella camera che condivide con Marie, con la sottoveste strappata, lividi sul corpo e nessun desiderio di piangere o di confessarsi nonostante l’attesa, la complicità e curiosità della compagna. Né le cose cambieranno molto quando insieme approderanno a Parigi.
Diversamente da quanto accade in molti dei romanzi durs di Simenon, qui non si addensano le ombre e le atmosfere noir. Il romanzo si gioca interamente sulle ruvide superfici della solitudine, delle attese, della psicologia delle due protagoniste.

Le ombre di Simenon

Emissione filatelica belga per Simenon

Simenon scrive sempre per i suoi personaggi un momento di rottura: un’azione dalla  quale non potranno più tornare indietro. Ed esattamente questo ci porta al cuore della vicenda. Questa volta non è così. La vita delle due donne non incontra il punto di rottura, non  precipita improvvisamente come accade per il protagonista della “Camera azzurra” o “Il piccolo libraio di Archangelsk”, per citare due romanzi intensi in cui un evento cambia l’esistenza . E’ esattamente la complementarietà dei due personaggi  a costituire il fulcro e l’intera dialettica del romanzo. Lo strappo originario che segna il destino di Marie e Sylvie, lo scollamento dal loro milieu sociale, è alle spalle, è avvenuto una volta per tutte. Il racconto di Simenon prosegue attraverso questa partitura. Quando, dopo un distacco, le due donne torneranno a incontrarsi, sarà Sylvie ad avere bisogno di Marie, ma con puntuale e feroce logica, solo Marie potrà vivere senza scosse il proprio destino.

I dettagli, lo stile

Simenon a Milano

La scrittura di Simenon mostra ancora una volta la sua vitalità compressa in un periodare breve e incisivo (si veda in queste pagine 14 parole per fare un Simenon”), nell’economia dei dialoghi, nel veloce dinamismo con cui dettagli di psicologia e azioni confluiscono nella storia: «Sylvie aveva imparato a battere a macchina e acquisito i primi rudimenti della stenografia. La Marie aveva dovuto rinunciarvi per via dei troppi errori di ortografia, e aveva trovato un posto da cameriera in un caffè di place du Commerce»; «Sylvie scriveva molto di rado ai genitori. Marie scriveva ogni tre giorni a sua madre, che era vedova. Il padre era morto a Verdun». Analogo è il ritmo della descrizione, con notazioni che cercano costantemente il fulcro della scena o dell’azione. Ecco, dopo la morte del giovane Louis, un ritratto della pensione: «L’odore della casa non era quello degli altri giorni. Le divise bagnate e gli stivali dei gendarmi emanavano un puzzo di caserma, e i due dovevano essersi scolati un bicchierino lungo la strada perché sapevano di alcol, mentre i pensionanti, usciti caldi caldi dal letto, avevano ancora l’alito cattivo. E nessuno pensava ad accendere il fuoco per preparare il caffè.»
Marie la strabica venne scritto nel Connecticut, nel 1951, anno in cui scrisse anche Le temps d’Anaïs, Une vie comme neuve, La morte de Belle e quattro polizieschi del commissario Maigret.

Georges Simenon, Marie la strabica, pp.181, Adelphi, 2019. € 18,00


Cenere, o terra

Nel suo ultimo libro Fabio Pusterla crea un flusso poematico che identifica la nostra Storia con gli elementi naturali

Fabio Pusterla, poeta svizzero di lingua italiana ha pubblicato con la casa editrice milanese diverse opere. Tra quelle più recenti, “Agerman” (2014); Corpo stellare (2010); “Folla sommersa” (2004) tutte edite da Marcos y Marcos. Del 2009 è l’ antologia, “Le terre emerse. Poesie scelte 1985-2008” editata da Einaudi. Ha tradotto dal francese diverse raccolte di Philippe Jaccottet. (la copertina di “Cenere, o terra” è di Luca Mengoni)

Storia umana e storia naturale si sovrappongono nell’ultimo cospicuo libro di Fabio Pusterla. Diviso in quattro sezioni con un prologo e un epilogo, Cenere, o terra è nondimeno tanto compatto nel suo immaginario quanto costruito, come capita ormai raramente nella poesia contemporanea.
Parlando si sé Pusterla scrive in una estesa nota: «Per qualche tempo, è parso all’autore che la scrittura lo stesse conducendo in una direzione assolutamente imprevista, cioè verso gli antichissimi quattro elementi fondamentali (terra, aria, acqua e fuoco); non già secondo il calcolo di un progetto, piuttosto attraverso un agguato dell’immaginazione». I testi sono stati scritti infatti dal 2014 in poi e diversi sono già apparsi in riviste, antologie, pubblicazioni d’arte. Ma non c’è alcun dubbio che non ci si trovi di fronte ad una “raccolta” né che, in conclusione, l’autore abbia realizzato semplicemente un adeguato collage.
Il filo conduttore non è solo tematico o di scrittura, ma strutturale: l’identità emergente da queste pagine è quella di un immaginario che rinvia continuamente alla natura e dalla natura alla storia o viceversa.

Preghiera della rondine

Il prologo, “Preghiera della rondine” è un totem (postula una parentela allegorica) dove già nella prima quartina si legge compiutamente il traslato:
 
Verso la chiazza di luce sul fondo
verso il riflesso del sole
con la memoria dell’ombra
con la speranza del mare.

Un volo che si avventura « per tutte le cose precarie che splendono miti/ per tutte le cose del mondo. So solo/ volare impazzita rischiare/ un viaggio».

Pasolini appeso

Il prologo è una sorta di avvertenza al lettore che, col titolo della prima sezione, Pasolini appeso, apre l’uscio della storia contemporanea; uno scenario di desertificazione che ha due emblemi: il selfie che una ragazza scatta sul monumento dell’olocausto di Berlino, il Denkmal  («ho visto una ragazza/ mettersi in posa da cubista su una stele» si scandisce in “Sovrapposizioni a Berlino” ), e la scritta su un muro che inneggia all’omicidio di Pasolini: «ma lungo via Trinchese il segno nero/orrido sopra il muro: “Pasolini/ appeso”. Pasolini chi, ci chiediamo,/ Pier Paolo? Ma è già stato massacrato/ in vita e in morte: adesso ancora/ appeso? Vilipeso/ quarant’anni più tardi? E da chi?»

Luce invernale

Accanto a queste incursioni nella vita quotidiana, Pusterla annota  un paesaggio invernale, deprivato: «Poi finalmente si è fatto vivo il vento/ da giorni e giorni in agguato dietro i boschi» e «tutto sembrava un addio: costoni alti/ scissi in triangoli gialli, lame d’acqua/ metalliche e lanuggini/ inerti, forse di nebbie in dissolvenza,/ forse di fumi lontani». (“Luce invernale”).
Ecco dunque i due termini del discorso lirico, sui quali si dipanano diversioni oniriche  (“Tre sogni”) e apparizioni improvvise, folgori dell’immaginazione come su di un fondale distante ma ugualmente eloquente.

Pietre nere

“Nella luce e nell’asprezza” è il terzo tempo del libro e chiama in causa la pietra, il suo silenzio che è privazione di senso, privazione di umanesimo e deragliamento.
 
Lungo questo sentiero di silenzio:

pietre nere, pettirossi quasi immobili
su balze di muro o ringhiere,
lunghi gatti che guardano altrove.
 
E quando passi si stirano pigri,
i gatti, i pettirossi volano via.

Come si tu non ci fossi. O fossi già
tu andato via.

Tacciono l’acqua e i boschi

Lo scorcio appena sopra citato è connotazione di un futuro in disarmo di cui il testo annota diversi scenari. Con la pietra è chiamata in causa una volta stellata inquietante, fatta di meteore, nebulose, astri e disastri. La scrittura si è intanto addentrata fin dalla prima lirica in una foresta silenziosa, in una natura contigua e in sfacelo: «Tacciono l’acqua e i boschi/tacciono gli animali/ tace il cielo deserto/ e tacciono le ali» (“Nel silenzio. Lamento di F.K.”). Qui  vale la pena osservare che il registro è diverso: Pusterla adotta la quartina di ottonari con rime irregolari o assonanze forti per poi tornare al suo modulo più discorsivo e omogeneo al consueto dettato che, nella sua scrittura, ha variazioni solo per incontrare sincopi, ellissi, versi brevi.  

Zingonia

La direzione del percorso poematico è univoca anche quando la poesia assume valenze storicamente circoscritte come in “Lettere da Zingonia”, in riferimento al progetto architettonico – a  breve distanza da Milano e Bergamo – di un villaggio creato negli anni Sessanta e oggi divenuto ghetto, tra «periferie tangenziali che anellano/ Inurbamenti coatti progetti falliti/ posteggi d’orrore» e «controviali dove si cammina/ tra macerie»… Anche la storia, sembra di poter concludere, segue la ciclicità della natura. L’inverno si estende nel simbolo della pietra, tra i boschi silenziosi, nelle città e nelle opere derelitte. Tocca ascoltare ora l’onda in piena, la maturazione della fine. Ed è questo il teatro della sezione successiva, “Confuscazioni”.

Confuscazioni

Il movimento dell’acqua, il colore, lo stato, sono stati studiati da Leonardo da Vinci che ha creato anche una speciale nomenclatura. Tra i nomi compare “confuscazioni”

La parola è prelevata dal codice Leicester, una raccolta di scritti di Leonardo da Vinci dove  compare anche uno studio sull’acqua. E l’acqua ha moti, movimenti, colori, velocità, stati diversi. Leonardo ne inventa i nomi per definirne la natura e tra questi ecco le confuscazioni dopo termini come “sbalzamento” e “conrusione d’argine”. Un lemma che individua il fondersi alla vista della materia acquorea con altri materiali? Certo Pusterla appronta un campo semantico variegato per questa dizione leonardesca. Ancora più sicuramente qui si trova il centro nevralgico del libro, la sua ascesi e liberazione. La lirica di questa sezione racconta il sopravvenire delle acque, l’onda che tutto spoglia e rimette alla luce.

Quasi ovunque il colore dell’acqua
vista dall’altro estranea. Come forma
altra dell’essere che chiama e allontana,
verde menta o fangosa, limpidissima
o nera impenetrabile, ma sempre
pullulante, anche stagnando, sempre
in movimento verso direzioni
diverse. E sempre bella
e irraggiungibile, persa
paesaggio per paesaggio. Di canale
o do fiume, d’oceano o di torrente,
da ponti minimi o sterminati o distrutti.
Città dopo città, che ti aspettava. Ponti e porti.
(da “Ponti, rocce, sbalzi”)

Il custode delle acque

 Il libro anticipa con questa lirica un’allegoria più compiuta, tant’è che la  sequenza immediatamente successiva, cioè i 33 testi di  Ultimi cenni del custode delle acque,  ha retto autonomamente  un libro apparso nel 2016 e stampato da Carteggi Letterari. La sequenza è introdotta da una contestualizzazione narrativa fittizia che si riferisce tuttavia alla  “Casa del custode delle acque”, toponimo di un edificio sui navigli lombardi di Vaprio d’Adda. Un’ispezione mostra che la Casa è stata disertata da tempo. Al centro di un muro si legge una scritta che riconduce al trattato leonardesco “Delle acque”: «Il nulla nasce nel termine della cosa, dove finisce il nulla nasce la cosa; e dove manca la cosa, nasce il nulla»

All’interno di Cenere, o terra, Pusterla scrive con questa sezione la sua lirica più compatta e scolpita. L’allegoria del fiume che cerca il proprio corso e non ascolta nulla, l’acqua che riverbera la paura umana («hai paura lo so») vive di un ritmo sicuro, di immagini nitide; il Bachelard che chiedeva al poeta qual era il suo fantasma (Silfide, Ondina, Salamandra o Gnomo?) per entrare nell’immaginario dell’opera, troverebbe in queso caso la sua risposta. La materia acquorea scivola ora altrettanto bene tra significato e significante:

Viene la tumultuosa.

Sento l’erba che annuncia il rovescio
l’animale inquietudine parla.

Viene la tumultuosa,
a distruggere i ponti
a cambiare
 
e in chiusura dello stesso testo:
 
L’erba si rizza intanto come un pelo
ogni pietra si contrae.

Le salamandre cantano nel fuoco,
alzano la testa.

Più avanti si parlerà dell’acqua che indovina la paura dell’uomo e  inferisce:

La piena
non potrà essere rinviata per molto ancora. Anche tu vedi bene
i segnali, i topi fuggono
e in alto quel volo confuso
di corvi.
Ma io
non sono dio. E tu
non sei innocente.
E se forse nessuno lo è
alcuni lo sono di meno
e li servi
e di nuovo lo sai.
Una chiosa in cui si avverte il timbro e la gravità del sacro.
L’incedere più disteso e narrativo, in contrasto anche tematico, si fa strada con l’ultima sezione, “Lo splendore”, dove  l’emblema è il fuoco.

Lo splendore

L’acqua torna calma, il passo ritmico si distende, la fuga è conclusa. Pusterla rende implicito che il primordiale domina sulla Storia. In “Pizzo dei tre signori”, il verso detta:
 Tre signori.
Il primo nome è la distanza,
il fuoco che brucia lontano,
con tenera angoscia;
poi viene mite il signore
dell’aria e del sangue, la piuma
che splende e scompare;
e infine il terzo è nome di pietra,
radicata nei millenni che dicembre
di avere pazienza e fiducia.

Ovidio a Tomi

In quest’ultimo suo tempo il libro vive ormai di emblemi e rinvii colti nettissimi: Ovidio esiliato a Tomi  parla, chiosa, domanda.  Gli ultimi versi de “I fuochi di Tomi”, sembrano voler rimettere in causa ogni sapienza per rintracciarne una più alta, distante dal chiasso infernale del XXI secolo, così come da quel selfie sul monumento dell’Olocausto. Per il nostro autore il poeta latino riflette:
 
Se manca tutto più chiara è la sorte
più terso il vivo fuoco e i suoi colori
più onesti. Forse anche tu lo sai.
Forse lo ignori. Ti appresti
a quali onori, a quali
olocausti?

Dalla letteratura contemporanea Pusterla richiama un altro poeta, Milo De Angelis, nella lirica che offre il titolo alla sezione . Il riferimento intreccia il motivo della vertigine della giovinezza e quello della misura: «No non di tutto è facile parlare. E in questo caso/bastano due millimetri a tagliare/ il tempo con la lama: due millimetri in più,/ due millimetri in meno, e tutto cambia,/ luce o buio, fiore o secca/definitiva. (…)». Il testo porge quindi questo inciso: «Millimetri: era il titolo/ di un libro molto amato,/ ma già ringhiava dentro,/ dura, la disadorna, falci e forbici/La vertigine dunque lasciamola muta (…)».

Nell’unità del tutto

Il fuoco è sempre in cerca di un’esca: «Ciangotta nell’erba?/Nelle felci? Nella terra rossastra su cui/ salgono svelte betulle, si allargano castagni?/Foglie autunnali, fiamme verso il cielo, scintille./ Fuoco scomparso, fuoco sempre qui./ Sera bigia di luci assorte.»
L’epilogo sembra comporre il referente etico del testo. La figura giovanile richiamata al termine del percorso nella poesia “Lucio”,  è un nuovo invito shelleiano alla custodia del mondo sia pure nella sua implicita e feroce armonia: cosa guarda Lucio?
 
La cincia sopra il filo, il merlo in volo,
il cielo che rinnova
l’acqua d’abisso, il fuoco, l’ala verde
dell’anitra non sono altro da lui
 
La «vita che comincia nell’unità del tutto», scrive gli ultimi versi: «Porta ogni cosa in sé, porta anche noi.»
 
Marco Conti
© Riproduzione riservata

Fabio Pusterla, Cenere, o terra, pp. 220, Marcos y Marcos, 2018.  €.20,00