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Pane e poesia con Alda Merini

Alda Merini

Alle sedici Alda Merini è già seduta sul mio sofà. Ha due grossi anelli di plastica gialla alle dita e si guarda intorno. L’aspettavo per la sera, la prenotazione al ristorante è per la cena. Bere non vuol bere ed è meglio così. 
“Ce l’ha un pezzo di pane?”
Non ho un pezzo di pane. Non ho fatto in tempo a comprare niente.
“ Ho dei grissini”, dico, mentre vado in cucina. Mi segue col suo cappottone di pelliccia che non ha voluto lasciare all’attaccapanni. Dal balcone si vede la ciminiera del Lanificio Cerruti, il blu delle montagne, la pianura di Candelo.
“Sembra che Carducci, quando ha scritto quella poesia gonfia di enfasi sul Piemonte, avesse visto la città più o meno da questo punto…Sa, Biella… i camini fumanti…”, sorrido.


“Davvero? Io ho avuto dei parenti piemontesi, un generale.”
“Un generale?”
“Sì, sì un generale…Ma allora il pane non ce l’ha?”
“E’ vecchio”, dico, “Posso darle dei grissini”.
Grissini no. 
Sul tavolo c’è la vecchia Olivetti verde chiaro, Lettera 32.
“Ce l’ha un foglio di carta?”
“Questi sì, a volontà”.  Mi sorride nel suo cappottone grigio di finto astrakan e si mette a battere sui tasti velocemente, a testa bassa.  Mi dice che il Piemonte è un salutare ricordo della sua infanzia.
 Poi scrive così:

Ove salta il camoscio e la valanga
lì io costrussi la mia poesia
zolla su zolla sera dietro sera
e malaccortamente una preghiera
di farmi luce nel lungo cammino
e aspetto una lettera affettuosa
del padre eterno che mi dica
            ancora
sei un ramo di betulla
                           ancora ancora
in te canta la siepe e poi la rosa
ma anche mi dica anche che
              poesia
strapiombo di gelo universale
o non cadere in lei che ti
             fai male.

a Marco Conti

Firma, mi guarda, non bada ai miei ringraziamenti per la dedica e infila un altro foglio nel rullo. Scrive che nella poesia si manifestano “tanto il male oscuro quanto il male chiaro di ogni secolo e di ogni tempo e che la poesia è ciò che rimane in ognuno di noi”. Parla della catarsi di ogni arte, ma continua a scrivere un’altra poesia e poi un’altra ancora in cui compare “Titano”, suo compagno di vita di un tempo.

Intanto è arrivato l’editore Nicola Crocetti. Alda, a Milano, è sua ospite da mesi in una casa sui Navigli che appartenne alla madre dell’editore.

 “Scrivili bene Alda”, le dice. Lei picchia sui tasti con violenza, i tasti si accavallano e devono essere rimessi a posto con le dita. La prima redazione, che trascrivo ora, è piena di errori di battuta. In serata, alla Biblioteca di Biella, leggerà la poesia dedicata a Titano, insieme ad altre e ai versi tratti dall’antologia “Testamento”,  ma adesso è una furia e vuole produrre per me, per Nicola.

Quando ci mostra il lavoro sorride, ha gli occhi lucidi come una caramella. Ha sessantadue anni compiuti da pochi giorni, “Sono nata il ventuno a primavera – dicono i suoi versi- ma non sapevo che nascere folle/ aprire le zolle/potesse scatenar tempesta.”

Ci parla ancora di Titano, della sua storia sfortunata, delle ore passate ad aspettare capitasse qualcosa, della malattia tra i muri dell’ospedale. Poi mi fa vedere le edizioni Pulcino elefante di Alberto Casiraghi. Una lirica e un disegno su carta pregiata, ogni copia un’offerta, secondo il caso, la disponibilità. Ne ha fatte decine, oggi quotate come testi antichi.  Ma quel giorno le va di farmi lei un  altro regalo.

“Ce l’ha un pianoforte?” mi chiede improvvisamente.

Devo ancora dirle una volta di no.

“Sa – mi dice – Sono brava al pianoforte”.  *

* Alda Merini, insieme a Nicola Crocetti, fu ospite ai miei corsi di Scrittura Creativa nel 1994. La poetessa milanese lesse i suoi versi nelle sale della Biblioteca Civica di Biella.

Alda Merini

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Pontiggia: il mestiere di scrivere

Il ruolo della tecnica e dell’esperienza nella creazione letteraria – “Le idee si scoprono sulla pagina, scrivendo”

La scrittura è una tecnica e si può imparare. Giuseppe Pontiggia, con la disinvoltura dell’esperienza di romanziere, ha fatto piazza pulita dei cliché romantici sull’arte come esito dell’ispirazione o dono degli dei. L’autore del Giocatore invisibile e di La Grande sera ha aperto il ciclo di incontri che accompagnano il premio “Letteratura-Economia” di quest’anno con un breve e persuasivo corso di Scrittura Creativa.
Pontiggia è convinto che nessuno possa imparare a diventare un grande scrittore o un poeta originale, ma che tutti, o quasi, possano acquisire le tecniche del linguaggio. Elio Vittorini era dello stesso parere. E Pontiggia se ne rese conto al suo primo impatto con la letteratura, quando terminò i racconti de La morte in banca e spedì il manoscritto al direttore della celebre collana dei “Gettoni”. Vittorini chiarì subito al giovane autore che «il testo è qualcosa di perfettibile e che i suoi racconti potevano essere migliorati».

Il testo, la tecnica, la revisione

Giuseppe Pontiggia

Anche Jean-Paul Sartre la pensava così. Quando divenne cieco disse che non poteva più scrivere perché non vedeva il testo. E Kafka sosteneva che bisogna scoprire ciò che si vuole dire in un determinato racconto attraverso ciò che si è scritto, ovvero a posteriori, attraverso il testo.
«Anche l’esperienza della neoavanguardia, il cosiddetto Gruppo ’63 in cui confluivano autori come Antonio Porta, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Umberto Eco, riteneva che i testi di prosa o poesia fossero perfettibili, si dovessero cioè sottoporre a continue revisioni. E’ una sciocchezza – spiega Pontiggia – dire che si nasce scrittori. E’ come se si sostenesse che si può nascere musicisti o sciatori. I linguaggi debbono essere acquisiti, poi dipende dal talento ottenere più o meno vistosi risultati. Io ho acquisito la tecnica attraverso una serie di tentativi».
Bancario a diciassette anni, poi laureato in lettere, lo scrittore ha tratto i suoi primi racconti dall’esperienza ma, proprio a proposito delle narrazioni contenute in quel primo libro, ritiene che occorra essere sospettosi circa la possibilità di trasferire il vissuto sulla pagina, tal quale. Il realismo insomma non è ricalco.

Una pagina de La Nausea di Jean- Paul Sartre

Le idee si scoprono scrivendo

Manoscritto dei “Diari” di Kafka

Le idee della narrazione vanno scoperte attraverso la scrittura: «Occorre avere curiosità per ciò che accade sulla pagina». Bisogna evitare il rischio dell’autobiografismo più diretto:« Magari – aggiunge Giuseppe Pontiggia – si scopre che dopo molti sforzi fatti per ricordare questo o quell’episodio, che proprio quei fatti non hanno nel testo l’effetto sperato La prosa ha una propria economia ed è difficile trasferire ciò che è stato vissuto nella finzione».

Per imparare a scrivere occorre inoltre acquisire, rispetto alla lingua, un rapporto diverso da quello che nasce nell’oralità: «Il gergo è come un linguaggio matematico, non riesce a divenire espressivo in sé. E’ importante invece avvicinare le forme della retorica per cercare successivamente delle soluzioni originali».

Un esempio della figura retorica dell’antitesi? Ecco come Enzo Biagi ha iniziato un suo articolo sul colera a Napoli:

«Il vibrione ha lasciato Napoli. Gava resta. Se ne vanno sempre i migliori.»

Marco Conti

da Marco Conti, “I segreti di uno scrittore. Come si può diventare romanziere”, in La Stampa, 11 marzo 1990, P. 7

Se la poesia va in edicola

Colloquio con Nicola Crocetti editore e direttore della rivista Poesia: un successo invidiato in Europa. “Pubblico i testi, i volti dei poeti”. Un’intervista del 2003 che continua – nel bene e nel male – a essere attuale per la fortuna editoriale e il clima sociale di oggi

«La poesia è quello che non esiste», scriveva il poeta Pierre Reverdy dando conto della tensione tra visibile e invisibile. Eppure cercando tra le vetrine e gli scaffali delle librerie, il paradosso di Reverdy potrebbe essere preso alla lettera. Giornali e televisioni ignorano la lirica contemporanea, mentre i maggiori editori nazionali di collane di poesia, da Mondadori a Einaudi, mandano in libreria (ma non tulle le librerie lo vogliono) un paio di copie per ogni pur rara pubblicazione. E’ un paesaggio desertificato che ha una clamorosa eccezione nella rivista mensile Poesia in edicola da quindici anni [così nel 2003, oggi la rivista ha compiuto 31 anni]. Con una tiratura di ventimila copie, è la rivista di poesia più diffusa e venduta in Europa. Il suo fondatore, editore e direttore, Nicola Crocetti, ha cominciato a occuparsi di poesia nel 1981 con una minuscola casa editrice che oggi figura tra le più prestigiose. Giornalista, Crocetti ha avvicinato la poesia come traduttore. Sue sono le versioni in italiano di una sessantina di raccolte, soprattutto dal greco: Ritsos, Elitis, Seferis, Kavafis; autore quest’ultimo per la cui traduzione ha ottenuto il premio Mondello.

Una fortuna inaspettata

Una foto giovanile di Crocetti con il poeta greco Ghiannis Ritsos

Oggi, alla svolta del terzo lustro, e dopo aver pubblicato circa 1500 autori di ogni paese sulle pagine della rivista, Nicola Crocetti pensa alla possibilità di proporre delle nuove edizioni straniere.Da cosa nasce tuttavia il successo di una pubblicazione dedicata esclusivamente alla forma più elitaria di letteratura, dove si succedono testi in lingua, versioni, commenti critici, profili autoriali e recensioni? Lo abbiamo chiesto a Nicola Crocetti.
Poesia gode oggi di una fortuna inaspettata. E’ l’unica rivista che quasi non ospita pubblicità ed è l’unica rivista letteraria che ha saputo imporsi aul mercato con un tenore culturale elevato. Quando ha cominciato si aspettava il successo? Che obiettivi aveva?
«Volevo fare qualcosa che non c’era, un mensile d’informazione che desse conto degli avvenimenti più importanti a livello nazionale e soprattutto che potesse formare un mosaico dello stato della poesia contemporanea; un mosaico con molte tessere di colore e valore letterario diverso».

La sua esperienza di giornalista e di traduttore ha giocato un ruolo importante nel tracciare il profilo della rivista?
«Traducendo si legge e quindi si interpreta. E’ un modo di avvicinarsi alla poesia che di dà la percezione della qualità del testo. Il fatto di essere un giornalista ha contribuito ad evitare un taglio rigorosamente accademico, pur senza sacrificare nulla alla qualità. I lettori Poesia sono molto spesso di appassionati (che in parte coincidono con gli stessi poeti) , ma non ho voluto fare una rivista per specialisti che hanno a disposizione decine di altre pubblicazioni».

I lettori sono quindi un pubblico eterogeneo e non addetti ai lavori a vario titolo…
«Ormai sono migliaia lettere, le telefonate, le testimonianze ricevute da Poesia e, in base a queste, è diventato chiaro che la composizione dei lettori taglia trasversalmente la composizione del paese: ci sono intellettuali, studenti, professionisti, sicuramente molti poeti e aspiranti poeti ma ci sono anche casalinghe, operai, addirittura adolescenti di tredici, quattordici anni, e persino suore di clausura».

Migliaia di autori nelle edicole dei villaggi

Facciamo un bilancio di questa esperienza.
«Andando con ordine devo dire, per prima cosa, che dopo quindici anni,ho pubblicato moltissimi poeti, circa 1500 e, ognuno di loro, con un ventaglio significativo di testi, non solo con una o due liriche. Sarebbe come offrire un pranzo e fermarsi agli antipasti. Complessivamente le poesie pubblicate sono più di quindicimila. Secondariamente ho dato un volto a ogni autore. Mostrare i volti dei poeti è una cosa che non aveva mai fatto nessuno; il merito va anche al fotografo Giovanni Giovannetti che ha messo a disposizione il suo enorme archivio. Per terza cosa vale la pena di sottolineare la diffusione della rivista, più di ventimila copie. Il che significa che Poesia è reperibile. Prima della nostra pubblicazione, chiunque vivesse in uno degli ottomila comuni d’Italia sprovvisto di una libreria (e credo siano davvero tanti, ci sono città con quarantamila abitanti che non dispongono di una vera e propria libreria) non aveva l’opportunità di avvicinarsi alla poesia. Invece in ogni villaggio c’è un’edicola. Aver mandato Poesia in edicola significa aver dato una reperibilità senza precedenti».

Da sinistra: il poeta e critico Sandro Montalto, l’editore Nicola Crocetti e Marco Conti, autore e traduttore, durante gli appuntamenti letterari di Fuoriluogo, a Biella nel 2018: convegno con il quale sono state ripercorse alcune tappe dell’attività editoriale di Crocetti in occasione dei trent’anni di vita della rivista “Poesia”

La piccola editoria

Lei è anche editore di libri di poesia (chi parla ha esordito con lo stesso editore) e recentemente di narrativa greca contemporanea. La domanda è d’obbligo: come va la piccola editoria
«Si svolge un lavoro di nicchia. Gli editori oggi sono 4.200 ma la maggior parte non trova spazio in libreria…Anzi più del 90 per cento degli editori non entrano in libreria».
Il che vale in particolare per la poesia?
«Per la poesia il discorso vale per tutti gli editori. La ragione di questa esclusione è che mai nessuno parla di poesia sui mezzi di comunicazione. Se un cantautore di terza categoria fa un Cd se ne dà nortizia nei telegiornali, ma se esce un libro di Zanzotto, di Luzi, di Raboni, a stento ne parla qualche quotidiano».

La società dello spettacolo

Questo significa anche che la figura dell’intellettuale, dello scrittore, ha un peso minore nel clima sociale del Duemila?
«Certamente il poeta non è assimilabile alla gente di spettacolo. Perché quando esce un il libro di un romanziere si fa un tour promozionale, si parla del personaggio, dell’uomo, della sua famiglia su giornali e televisioni? Lo si fa per il regista, per i pittori, per i romanzieri, ma non con i poeti».
Quale potrebbe essere il nuovo obiettivo di Poesia?
«Quello di proporre delle edizioni straniere. Dovunque la rivista è stata presentata ho sentito dire: “noi non abbiamo una pubblicazione così…” E’ un’idea per ora in fase di studi».
Marco Conti

Intervista pubblicata da La Nuova Provincia di Biella, l’8 Febbraio 2003; pag. 23

Milo De Angelis, il mistero della poesia e il suo pubblico

La formazione della poesia di Milo De Angelis è il tema di questa intervista che porta la data del 2002. Il colloquio avvenne in margine a una rassegna di poesia italiana coordinata da De Angelis e ospitata a Villa Cernigliaro, nel Biellese

C’è oggi un pubblico della poesia?
«Sì, anche se non è un pubblico definibile in chiave di numeri. E’ qualcosa che appare misteriosamente, attraverso il passaparola; un pubblico che poi non ha riscontro nelle vendite dei libri, ma che si fa sentire ugualmente».
Qualche anno fa il critico Alfonso Berardinelli ha attaccato la poesia contemporanea e novecentesca “irrazionalista”, quella per intenderci che non usa il linguaggio relazionale, classico, ed è quindi più difficile da avvicinare rispetto a una certa tradizione. Cosa ne pensa?
«C’è sempre stata distanza tra me e Berardinelli sin da quando ci conosciamo. Lui chiama irrazionalista tutto quello che non capisce».

Berardinelli ha preso di mira la filologia di Hugo Friedrich, il suo libro “La struttura della lirica moderna” e certi pensatori, Heidegger per esempio, che a suo parere legittimano la poesia nata dal simbolismo.
«”La struttura della lirica moderna” è stato per me un libro fondamentale. E’ quasi automatico: tutto ciò che interessa a me non piace a lui e viceversa».
Lei svolge, in un carcere, dei seminari di poesia. Quali sono le maggiori difficoltà?
«Faccio l’insegnante di italiano e storia nel carcere, mi occupo anche di poesia, di scrittura creativa…C’è una grande produzione di poesia in forma di sfogo, di diario. Il problema è sempre quello di arginare questo sfogo in modo di convogliarlo, di conferirgli una prospettiva. Il carcere è del resto un luogo adatto alla poesia: è trauma e ricostruzione, è rito in un tempo ciclico, ogni giorno uguale a se stesso».

I miei maestri

Milo De Angelis (anni ’80)

Lei ha esordito con Somiglianze, un libro che già mostrava un linguaggio maturo, intenso. Per alcuni aspetti ho l’impressione che sia anche un linguaggio lontano dalla tradizione lirica italiana benché Ungaretti, e i cosiddetti post-ermetici, possano rientrare tra i riferimenti prediletti. Condivide questa impressione?
«E’ vero. I miei maestri italiani erano già maestri di maestri, come Franco Fortini, Piero Bigongiari, per certi aspetti Mario Luzi. Per me sono state importanti le letture di Maurice Blanchot, di Bonnefoy, di René Char».
Da Somiglianze in poi, ei è un autore che, rispetto ai temi e alla lingua, mi sembra in sostanza fedele sempre a se stesso: il che accade raramente.
«Per dirlo sotto forma di metafora è come se prendendo un lago si giri intorno ad esso: si forma un cerchio per vedere da punti di vista diversi la stessa cosa».

La prima edizione della raccolta di prose di “Poesia e destino” venne edita nel 1982. Lo scorso maggio è ricomparsa con una nuova introduzione dell’autore con Crocetti Editore

Che impressione ricava dalla poesia italiana di oggi: quali sono gli auspici?
«Mi sembra che sia un buon periodo, con tanti giovani di talento. Anche se non c’è una rivista o un movimento che li leghi. Ci sono alcuni giorovani poeti che seguo con interesse, di cui sono convinto».

Marco Conti.

Intervista tratta dal servizio “Milo De Angelis. Il mistero della poesia e il suo pubblico” in La Nuova Provincia di Biella” P. 21 del 29 Giugno 2002

Cfr. Milo De Angelis, Bibliografia critica, in La poesia italiana dal 1960 a oggi a cura di Daniele Piccini

Schwarz, poesia e desiderio

Lione. Basilica di Fourvière

Il silenzio dell’ora blu, prima dell’alba, le risonanze dei gesti e dei suoni…Pensava forse a questo tessuto di immagini il filosofo Gaston Bachelard quando, nel 1952, ringraziò l’autore delle poesie di Avant que le coq ne chante, Arturo Schwarz, poiché la lettura di quei versi – disse – gli aveva dato «energia ».
Schwarz ha detto dal canto suo che quelle sue prime liriche erano nate esattamente nelle prime ore del giorno, in una piccola cella, alla luce di una lampadina quando era prigioniero ad Abukir.
Versi scritti in francese dove l’immagine e l’analogia marcano il ritmo e mostrano come l’esperienza del surrealismo sia stata un motore di energie a tutto campo, ben al di fuori e al di sopra delle semplificazioni che chiamano in causa – ancora oggi – scrittura automatica e onirismo.
Se ne accorge non solo il lettore che segue gli itinerari di Aragon, di Desnos, di Char o Mansour, ma anche chi sfoglia l’opera completa in versi (o quasi) di Arturo Schwarz, Tutte le poesie, o quasi (1941-2007), edite da Moretti & Vitali.

Primi versi

Non so perché
il rumore dei miei passi
di notte
nella strada
deserta
evoca in me
il rumore che fanno
quando si disturbano
i ricordi


Il testo (qui tradotto da me) è in francese, prima lingua dell’autore, come tutte le raccolte liriche dal 1942 al 1956: il già citato Avant que le coq ne chante, Malgré tout (1952), Choix de poèmes (1956). In questa filigrana corre una voce che senza rinunciare al dominio dell’immagine si fa discorso, cadenzata da un verso essenziale:

les rues de Milan
à trois heures du matin
ne sont pas plus désertes
que le sentiers de l’amour

j’ai démonté le ciel
étoile par étoile
j’ai denudé les fleurs
pétale par pétale

je n’ai rien trouvé

(…) da “Les soeurs oubliées in Avant que le coq ne chant)

Incisione su legno. da Wikimedia Commons

L’amore, il desiderio

IL timbro sarò sorretto dal desiderio, dall’eros, per gran parte del percorso lirico autoriale, in modo non dissimile da quanto accade con la poesia di Éluard. L’amore, la notte come luogo privilegiato non solo del sogno, ma dell’alterità, costituiscono il nord e il sud di queste pagine:

la nuit coulée dans tes yeux
est plus légère ce soir
qu’une fleur de cendre


è la terzina con cui inizia Au bord de la nuit;

fleurir la demeure de la nuit
cette chambre claire où une lampe
s’est allumée après son passage


fa eco la poesia successiva di Erox nella raccolta nel 1985 Satyavatī dove il francese ancora si affaccia come del resto accadrà ancora e a ragione poiché spesso si ha l’impressione che nel passaggio alla lingua d’adozione il ritmo si faccia meno sicuro. E’ il caso delle “Metamorfosi” o meglio le Méta-morphoses presenti in quella che è forse la raccolta più cospicua di Schwarz, Lettere a mia figlia, metamorfosi ecc… (1964-1978) dove l’estro per l’associazione tra oggetti e idee (a lungo perseguito dal surrealismo bretoniano) trova una nuova, ennesima, accezione:

le ciel a la forme de l’habitude
la terre a la forme d’une culbute
la mer a la forme de l’intelligence
la lune a la forme de la mémoire

La poesia è il reale

Simboli alchemici. Tramite Wikimedia Commons

Bretoniano, Schwarz lo è stato del resto nel senso più stringente. Lo ricorda Anna Sikos nell’introduzione al volume corroborata dallo stesso autore che cita con Breton, Novalis: «La poesia è il reale, il reale veramente assoluto». Convinzione che si sposa con quella di un umanesimo altrettanto totalizzante dove si prefigurano «i canti/dell’uomo amante dell’uomo» come voleva il surrealismo coniugando la parola d’ordine di Marx (cambiare il mondo) con quella di Rimbaud (cambiare la vita). Non per nulla in giovinezza è stato trockijsta, progettualità ideologica che com’è noto era condivisa da Breton. A fianco di questa prospettiva si colloca anche l’ebraismo di Schwarz che in alcuni versi ne richiama precisamente la storia novecentesca (Les Rosenbergs) e in un unico testo (Oratio de hominis dignitate) i nomi, e solo i nomi dei luoghi, dove si sono svolti gli eccidi – da Artemovsk a Semlin – fino a farne allegoria («ebreo errante/ ho vagato tutta la vita/ lungo il labirinto della mente/ rincorrendo il senso del Tutto…».

Ultime

La vitalità dell’ albero surrealista non ha impedito ad Arturo Schwarz di innestare un discorso lirico in cui si staglia via via un dettato più spoglio. Soprattutto a partire dagli anni Novanta. I Nove testi a forma di haiku sono forse il segno più forte di questa nuova tensione che all’immagine concede solo il necessario, fino a raggiungere nelle ultime raccolte una misura in cui l’immagine diviene strumento delal riflessione: «è difficile vivere/ senza la propria ombra/ palma solitaria/ in isola deserta/ con la compagnia/ d’una fede smarrita// ora sono notte/ lei era luce// era l’aria/che faceva volare il cielo/(…)».
Le sorprese di questa poesia restano notevoli. Attestata ormai da un quarantennio l’adozione dell’italiano, anche le antologie e la storia letteraria potranno avvantaggiarsene.

Marco Conti

Paul Gauguin, Changement de residence. Wikimedia Commons.

La legna secca dorme
e ricorda la gioventù

nelle mani verdi dell’alba
sono parole non dette

tutta la vita ho atteso
che il pugno chiuso
un giorno si aprisse

una mano come colomba
innamorata mi carezzò
la fronte fredda e dura
chiusi gli occhi incredulo

il silenzio più pesante
delle piramidi d’Egitto

fu finalmente rotto
la voce che ascoltavo
non era più un sogno
venne la sempre attesa
dal passo leggero
come una speranza

la memoria del sole
fracassò la notte
in mille pezzi
e così anche il vetro
che mi separava dalla vita

la legna secca è verde
la fronte non è gelida
e la mano si è aperta
cammino dove l’amore
è presente come il sole


Arturo Schwarz, La legna secca dorme… da “Cinque notti di dicembre” (2004), Moretti & Vitali




















Wagner, variazioni immobili

In Variazioni sul barile dell’acqua piovana Jan Wagner affaccia l’idea della natura come alterità: perfettamente riconoscibile, assolutamente ammirata ma irraggiungibile se non nella immaginosità dell’osservatore. Jan Wagner dà al lettore la sensazione di rievocarne la fattualità nella memoria infantile, come nella casualità del viaggio, eppure la proliferazione di analogie in cui il suo verso si spende, conferma anziché escludere l’estraneità del soggetto lirico.
Non a caso la quarta di copertina cita Philip Larkin: il movimento narrativo e il registro intimo di certi incipit, la distanza infine da cui si traguarda la giovinezza, ci lasciano questa impressione il tempo sufficiente di qualche quartina. Poco oltre scopriamo che Wagner è autore distantissimo dall’inglese delle “Nozze di Pentecoste” e in alcuni tratti certo più simile, al suo opposto, a Francis Ponge.

La castalda e il sogno di un despota

Alicia Rothman

non si sottovaluti la castalda,
che domina già nel nome – e per questo
ha fiori di un bianco pensile e casto
come il sogno di un despota.

ritorna sempre come un vecchio sbaglio
e smista i suoi segreti
per il buio delle braide e dei prati,
finché da qualche parte di nuovo non
[germogli
(…)

Quei fiori pensili e casti «come il sogno di un despota» sono ampiamente sufficienti a farci amare il verso di Wagner, ma l’ironia amara del distacco di Larkin è tutt’altra cosa. Basta sfogliare poche pagine di questa raccolta per trovare il vasto, netto vetro, su cui l’autore tedesco riflette e traduce i suoi referenti, consolidandoli, tramutandoli quasi in piacevole “frozen”.

Nero come una bibbia

«cosa era così blu come sere d’autunno/o nero come una bibbia? sospeso tra veli brumosi, tra acquazzoni d’ottobre, così asprigno/ da far contrarre ogni cosa? i prugnoli spinosi» (prugnoli).
Qui il verso dispiega il proprio divertimento, allude e chiede per rispondere direttamente richiamando non la poesia più antica dell’enigma, ma quella postmoderna, valga per tutti il libro di Craig Raine, “Un marziano manda una cartolina a casa”. Gli strumenti della seduzione lirica sono, in sostanza, in mostra con il loro terso tintinnio. Ecco la voce di “Saggio sulle zanzare”:

come se d’un tratto tutte le lettere
si fossero staccate dal giornale
e stessero come sciame nell’aria;

stanno come sciame nell’aria,
senza dare neanche una cattiva notizia,
muse precarie, scheletrici pegasi,

bisbigliano solo tra sé e sé; fatte
dell’ultimo filo di fumo, quando
la candela si spegne (…)


Lo stesso divertimento dell’immaginario replica altri testi: “saggio sui tovaglioli”, “saggio sulle carline”, “saggio sulle recinzioni”, “saggio sul sapone”. E’ in quest’ultimo che – cambiando il registro, rendendolo più suadente perché allusivo di un’esperienza – ci si imbatte in una partitura che richiama direttamente la nominazione di Ponge, quel suo sguardo rivolto al mondo eloquente e come sconosciuto degli oggetti:

ce n’era sempre un pezzo lì vicino
seguiva le proprie fasi,
diminuendo come quasi ogni cosa
per poi riapparire pieno, di un
[bianco
luminescente nella sua vaschetta.

pesava come una pietra nel pugno,
schiumava, rammolliva
lavandoci da caino ad abele.

e se accadeva di dimenticarsene,
si sbriciolava come un asteroide (…)

Certo l’autore porta l’oggetto della lirica dentro il vissuto (anziché farlo brillare nell’impersonalità come accade in Ponge) ma è piuttosto evidente che si tratta di un movimento funzionale poiché il centro gravitazionale del testo è rintracciabile esattamente tra forme e attribuzioni della cosa assunta:

il “noi” a cui il poeta fa spesso riferimento è ugualmente il segno flagrante e rivendicato di questa impersonalità. La chiusura del “saggio sul sapone” risulta così doppiamente chiara: « sediamo tutti al tavolo:/ notte illune, mani profumate.»

La campana dei Fugger

Gelso nero

Sarebbe tuttavia fuorviante una lettura che si limitasse a osservare la straordinaria proliferazione immaginativa di Wagner senza dire come queste “variazioni” e la verticalità dell’immagine trovino il movimento opposto, orizzontale, narrativo. Il verso diviene allora lo stralcio di una memoria davvero personale, di un quotidiano inseguito tra piccole evenienze, tra testimonianze animali e vegetali, quadri d’epoca, brani musicali, campane incrinate. Come accade, appunto, in “incrinatura”:

quando mi chiamarono dentro, l’estate,
con rondini, che tagliavano per i campi come scalpelli
rigorosi, con quei grappoli di tempesta
maturi dentro la cappella,

e proprio nell’istante in cui il gatto, come
punzecchiato, corse in cantina (primigenio contatto,
istinto animale), quasi dentro di me,
il rimbombo del campanile. erano le quattro.

il mattino seguente, il vicario ci fece andar
su: colombe di carbone, odore di bruciato,

la campana del tempo dei fugger –

solo andandole vicino si vedeva l’incrinatura,
che strisciava sul rame seghettata
come un insetto, sotto vetro prigioniera.


La violenza del volo delle rondini, la tempesta ammucchiata (in grappoli), così come l’incrinatura del fulmine simile all’impronta di un insetto…Wagner compone un piccolo capolavoro, con un solo movimento narrativo che non rinuncia al segno più perentorio dell’autore, quello di un traslato che è anche uno sguardo “assoluto”.

F.to Marinella Salvi (part.)

Variazioni decisive

Le “variazioni” di Jan Wagner ci riservano tuttavia un terzo tempo dove i tratti di questa poesia hanno un esito inaspettato. Sia la verticalità dell’immagine, tra similitudine e metafora, sia l’intimità del discorso narrativo hanno riferito fin qui di una natura distante in cui l’interlocuzione è sospesa tra la forma e i suoi attributi. Viceversa, nelle terzine che danno il titolo alla raccolta (“variazioni sul barile dell’acqua piovana”) la superficie del mondo evocato resta immobile ma la voce si fa frammentaria, il ritmo disteso si condensa in una notazione allusiva, l’immagine si sottrae sia al discorso, sia all’occasione narrativa.

alzai il coperchio
e guardai nell’occhio
gigante del merlo.

*
sotto il susino
dietro casa – sereno, freddo
come un maestro zen


E’ ancora il mondo quotidiano di “incrinatura”, e ugualmente la terzina ha il proprio centro nell’immagine, ma Wagner pone su ogni cosa uno sguardo che coglie la densità enigmatica del mondo. Il movimento creativo è opposto: la forma non genera altre immagini, non seduce attraverso il piacere fantastico del parallelismo; si concentra viceversa nella sua energia originaria e da questo nucleo assoluto e impenetrabile interroga.

vecchio come il giardino,
profumato come un lago di bosco. stava
lì un barile di stige
.
*
alzai il coperchio,
indietreggiai. il canto
del merlo s’oscurò.

Un passo lirico quasi irriconoscibile che scivola via dalle immagini più lievi e seducenti, ma che ci sorprende con un altro, forse più alto, regalo.

Marco Conti
© lemuseinquiete.it



Jan Wagner, Variazioni sul barile dell’acqua piovana, traduzione di Federico Italiano, Einaudi, 2019, euro 14,00










Pitigrilli un aforista in ombra

Pitigrilli

«Si può interpretare la storia politica italiana degli ultimi anni solo con gli aforismi e le sprezzature di Pitigrilli»…Immagino che sarebbe stata una bella provocazione se l’avesse scritta Umberto Eco. Invece vi dovete accontentare, l’ho scritta io e non lo avrei fatto se Anna Antolisei  non avesse  messo in cantiere un libro che purtroppo finisce  a pagina 141 e che si intitola Pitigrilli, un aforista in ombra  edito da Joker nella collana “Materiali di Studio”, per la cura editoriale di Sandro Montalto.  
 L’antologia percorre l’intero arco delle pubblicazioni dello scrittore torinese cominciando con un ventaglio di quei motti, di quelle sentenze, che non hanno una fonte letteraria ma «hanno continuato ad aleggiare, seppur disordinati e sparsi nella memoria collettiva». Non molti, per la verità,  rispetto alle estrapolazioni dall’opera di Pitigrilli fatte da Dino Provenzal, Umberto Eco, Enzo Magrì e dalla rivista “La Ribalta” di cui Anna Antolisei propone una selezione prima di antologizzare il proprio e più cospicuo itinerario tra le pagine di questo sulfureo scrittore italiano

“Cocaina” e i romanzi più famosi

Pitigrilli era pseudonimo di Dino Segre. Originario di Saluzzo, dove era nato nel 1893, ottenne un grande successo con le sue opere narrative negli anni Venti e Trenta; tra queste, “Cocaina”, del 1921, tradotto come altri romanzi in varie lingue e ripubblicato anche in anni recenti. Morì a Torino nel 1975

E’ una messe di saette e strali, di ironie che lasciano un’eco rimbombante nella cultura del tempo e oltre, di sintesi estreme che guardano alla morale solo per disegnarne confini e recinti spinosi dove si impigliano le gualdrappe dei cliché e della retorica.  S’inizia con Mammiferi di lusso del 1920, si prosegue tra i romanzi, come il celeberrimo Cocaina (1921)  e Dolicocefala bionda (1936), per sostare sulle massime di Pitigrilli parla di Pitigrilli (1949),  fino al  “catalogo” del  Dizionario antiballistico nel 1953 e concludere con le opere scritte quando la parabola di Pitigrilli era declinata, nei primi anni Settanta del secolo scorso: Sette delitti del 1971 e Nostra Signora di Miss Tiff, tre anni dopo. Ma naturalmente si segnala così solo il tragitto storico perché l’autrice – che alle massime e agli aforismi ha già dedicato tre libri – di Dino Segre, alias Pitigrilli non tralascia che l’inessenziale. Con questo volume tra le mani si potrebbero così disegnare le mappe di diversi dizionari tematici: eros e famiglia, politica e retorica, costume, moda, letteratura, educazione; sono altrettante prospettive con cui ricomporre sia la visione di Pitigrilli, sia la mitologia spicciola del primo Novecento italiano, e non solo.

Il romanzo uscì nel 1921, nello stesso anno dell’edizione di “Cocaina”

“Dizionario Antiballistico”

Difficile trovare un denominatore comune per lo stile dello scrittore. «Definirlo ‘tecnicamente’ sarebbe un’impresa velleitaria  – commenta Anna Antolisei –  perché gli aforismi di Segre abbracciano con somma disinvoltura l’intero metagenere della forma breve. Di certo si può solo affermare che  l’autore segue per lo più le orme dei grandi moralisti del passato, rivisitati però in chiave moderna di stampo ispano-americano assai più che anglofilo. Moralismo, il suo, ma sarebbe assai più corretto definirlo anti-moralismo sempre censorio, pervicacemente critico del costume sino alla demolizione dell’intero impianto mentale e comportamentale dell’epoca.»
Un riferimento di sicuro interesse è costituito dal Dizionario Antiballistico perché Pitigrilli vi ha «riversato le massime degli autori che più gli sembravano idonei a sottolineare quanto le menti libere di ogni tempo abbiano saputo stroncare con rara arguzia il luogo comune. Ne inserisce molte di suo pugno e tutte mostrano chiara la sua impronta più che personale».

Licenziato dall’OVRA

“I vegetariani dell’amore”, Sonzogno, 1931

Che un autore con questo temperamento e di origini ebraiche, perennemente in viaggio tra Torino e Parigi negli anni Venti e Trenta (dove frequentò tanto Colette quanto Gide e Valéry), abbia fatto parte dell’OVRA, la polizia segreta fascista, lascia interdetti nonostante  che dallo stesso organismo sia stato licenziato nel 1939 perché svogliato nel lavoro di spionaggio.
Le accuse comunque furono numerose  e riguardarono per esempio il gruppo Giustizia e Libertà, così come Cesare Pavese, Giulio Einaudi, Augusto Monti, sui quali fece una segnalazione. Va anche detto che la sua comunicazione non andò oltre quello che già molti sapevano definendo la rivista “Cultura” come «un ago calamitato sul quale si raduna tutta la limatura di ferro dell’antifascismo torinese». Nel dopoguerra furono numerosi gli intellettuali che spesero qualche parola per scagionarlo: da Amar Sion Segre a Giorgio De Rienzo a Indro Montanelli. Antolisei cita espressamente quest’ultimo con un articolo del “Corriere della Sera” del 1993 (dove il giornalista dice tra l’altro che riteneva Pitigrilli  «incapace di fare del male a qualcuno»).

«La politica? E’ come il fango…»

Anna Antolisei, torinese, ha esordito nel giornalismo ed è autrice di diverse opere narrative tra cui “L’altra faccia dell’amore”, (Fògola, 2004), “Caccia all’innocente” e “Legno e Cristallo”, rispettivamente con Fògola e Robin nel 201 2 nel 2014. Interessata da sempre all’aforisma ne ha curato alcune pionieristiche antologie; ha fondato il premio “Torino in Sintesi” e l’Associazione Italiana per l’Aforisma.

Certo è che, nel dopoguerra, Dino Segre non replicò i successi precedenti, nonostante le arguzie non fossero tramontate con i fasti che lo avevano a lungo accompagnato. Forse si può rilevare una maggiore riflessione ontologica, senza per questo voler alludere a orizzonti filosofici che gli furono del tutto estranei. Ma ecco, per esempio, che nella scelta di Antolisei  fatta in Sette Delitti (1971) si trovano guizzi di questo genere:  «Un pazzo, dalla finestra del manicomio, rivolse alla gente che passava nella strada: “Siete in molti, lì fuori? »…Accanto a: «La vendetta momentanea è un delitto senza spirito. E’ come un incidente d’automobile». Così nella sua ultima opera, e per comparazione, si legge : «Si chiamano riviste d’avanguardia, perché muoiono al secondo numero» e agli antipodi: «Non c’è nessuno che vada in guerra per morire. Vanno tutti per uccidere».
Quest’ultimo aforisma, lancinante come una staffilata, è raro; più frequente è una vena amara che percorre queste pagine e che già si affacciava nel dopoguerra forse non senza che l’autore  pensasse ai propri casi: «Ho una grande stima per coloro che hanno il coraggio delle proprie opinioni e non abiurano né davanti a un vermouth, né davanti al rogo».
Ma il cuore di Pitigrilli è altrove e giunge a proposito per riprendere l’incipit di questa recensione e chiudere il cerchio: «Della politica si può ripetere ciò che Monsieur de Cosnac diceva del fango di Parigi: fa delle macchie nere sulle calze bianche e delle macchie bianche sulle calze nere».

Marco Conti

Anna Antolisei, “Pitigrilli, un aforista in ombra”, Joker, 2018; Pagg. 141, euro 20,00

Il nocciolo della tradizione

Frassino

«Suppongo sappiate dove comincia l’autunno. Comincia esattamente a 235 passi dall’albero…Un alto frassino. E’ lì che comincia l’autunno. E’ cosa istantanea che ieri sera sia stata data qualche parola d’ordine mentre volgevate le spalle al cielo per prepararvi la minestra? Stamattina, appena aperti gli occhi, vedete che il mio frassino si è piantato sul cranio un asprì di piume di pappagallo giallo oro (…) » . Così scriveva Jean Giono nel suo ritiro di Manosque, in Provenza, chiamando a teste dell’inizio dell’autunno un solenne albero di frassino. Viceversa la maggior parte dei figli del XXI secolo, almeno in Europa, non avverte l’inizio della nuova stagione se non a cose avvenute. Del resto ben pochi saprebbero distinguere un frassino da un tiglio se non il giorno della fioritura.

Il ‘coll’ dei Celti e il ‘coller’ dei piemontesi

Una tavola botanica che illustra il nocciolo

Se poi si dovesse fare un passo indietro nel calendario per parlare del mese di agosto, là dove non ci sono evidenze altrettanto forti, si scoprirebbe che il nome di un albero può corrispondere a un mese e può restare nel dialetto duemila anni dopo. Per i Celti e quindi per la Gallia Cisalpina, da cui il Piemonte ha mutuato molte tradizioni e persino alcuni sostantivi ancora presenti in certe parlate come quella Biellese, il nome del nocciolo corrisponde al nome del mese. In gallico Coll corrisponde al mese e all’albero. Nel Biellese “coller” è attestato ancora alla fine del Novecento a Tavagnasco per indicare il nocciolo.
I mesi autunnali erano invece collegati ad altri alberi. Settembre era associato alla vite (Muin) e a questa essenza era dedicato il periodo oggi compreso tra il 2 e il 29 settembre.

I mesi del pioppo, dell’edera e della vite

Dioniso offre una coppia di vino a Demetra/Persefone. Sulla spalla i tralci di vite

I mesi successivi avevano invece come protagonisti il pioppo bianco e l’edera, il giunco e il sambuco. Il pioppo era considerato l’albero equinoziale della resurrezione. Ma il principio dell’autunno metteva a confronto la vite e l’edera, alberi metaforicamente complementari: una solare ed estiva, collegata al tardo culto di Bacco, l’altra ombrosa, legata al culto primitivo di Dioniso Dendrites se appena si dà atto al sincretismo tra le due religioni, convissute in aree prima vicine e poi sovrapposte culturalmente con la conquista romana.
Al di là delle valenze simboliche del mese il culto di Dioniso aveva conquistato un’area enorme, dal Mediterraneo era arrivato anche ai piccoli centri della Gallia. Lo dimostra un altare dedicato a Dioniso trovato a Salussola (tra Biellese e Vercellese) e ora esposto nel Museo del Territorio di Biella.

Da Dioniso-Sucello al Selvatico

I simboli di Dioniso erano il viticcio e l’edera rampicante; inoltre la figura mitica era accompagnata dal Tirso, un bastone nodoso sormontato da un viluppo d’edera. Omologa è la simbologia dell’altare scoperto nel Biellese e risalnte al II secolo d.C: la figura del dio è colta mentre si incorona con l’edera mentre, nell’alta mano, porta il bastone nodoso. Quest’ultimo attributo sarà però condiviso da altre divinità, in primis da Silvano (figura ricavata da Pan) e dal celtico Sucello, entrambi dediti alla protezione della fertilità e del bestiame, entrambi confluenti nel mito dell’Uomo Selvatico. L’iconografia quantomeno è concorde nel raffigurare questi dei con un bastone che, qualche volta, è un ramo o, addirittura, per il Selvaggio del folklore alpino, un tronco sradicato.

Marco Conti  ©




Dickinson, la stanza delle poesie

«Sono piccola, come lo scricciolo, e miei capelli sono spessi, come l’insetto dei castagni, e i miei occhi sono come lo sherry che gli invitati lasciano nel fondo del bicchiere». Così si definì Emily Dickinson e l’originalità delle similitudini gareggia alla lettura con una certa inquietudine rispetto al mondo evocato. Nata nel 1830 in una famiglia puritana del Massachusetts, aveva cominciato a scrivere a tredici anni. In vita pubblicò solo sette poesie; alla morte nel 1886 ne trovarono oltre 1700 che sono contrassegnate oggi nelle pubblicazioni con un numero progressivo e un anno.
Nella cittadina di Amherst, dove Emily nacque e visse sempre con la sua famiglia di estrazione borghese (con i maschi dediti all’avvocatura), la sua vita ritirata di autoreclusa era già diventata una leggenda ai suoi tempi. Una scrittrice, Mabel Todd, quando si trasferì ad Amherst nel 1881, scrisse di lei in una lettera dicendo: «E’ una signora che la gente chiama il Mito. Non esce dalla sua casa da quindici anni, eccetto una volta per andare in una chiesa appena edificata. Dicono che in quell’occasione sia uscita di casa la sera e che tutto sia accaduto al chiarore della luna».

Emily Dickinson

Reclusione e metafisica

Quando Mabel Todd scrive, Emily ha 51 anni ed è precisamente dal momento in cui ha compiuto il trentaduesimo compleanno che vive nella sua cameretta mostrandosi solo ai suoi familiari, pressoché mai ai visitatori. Si dice che da allora vestisse solo abiti bianchi (anche se nelle foto giovanili è perennemente vestita di nero) e che spesso comunicasse con i familiari tramite bigliettini. La sua camera si trovava al secondo piano, piccola e luminosa: un letto, un tavolino per scrivania, un cassettone per archivio. Quando morì fu la sorella ad aprirlo e a prendere in consegna i manoscritti per darli a Mabel Loomis Todd che lavorava per una casa editrice. La leggenda – a cui però per una volta crediamo – dice inoltre che fu ancora la sorella a escludere alcuni fogli che creavano qualche imbarazzo alla famiglia.

Osservando dalla finestra

Wild nights – Wild nights. Manoscritto di Emily Dickinson, tramite Wikimedia Commons

Emily osserva il mondo dalla sua cameretta: gli occhi lucidi, che lei paragona allo sherry sul fondo del bicchiere, prendono in prestito una quantità di cose, di trasformazioni, di attributi, che diventano oggetti metafisici. Ma a dispetto dei temi, della sua appartenenza (epocale) alla letteratura trascendentalista, la sensibilità lirica di Emily Dickinson si esprime sovente con una acuminata visualità e ancora più spesso attraverso oggetti e metonimie, scene e traslati, che risultano nel verso tolti dalla contemplazione e rivolti al pensiero. Così se la Dickinson scrive:

C’è una luce obliqua,
i pomeriggi d’inverno –
che opprime come il peso
di greve melodie di cattedrali.

la quartina successiva regge un’intimità riflessiva:

Ferita celeste procura –
e sfregio non lascia
se non lo scarto interiore
dove i significati sono
(…)
(258- 1861)

La sentenza non le è estranea, sia pure con la vivacità dell’immagine:

Che l’amore è tutto ciò che c’è,
è tutto quello che sappiamo dell’amore;
è abbastanza, il carico in teoria
proporzionale al solco.
(1765, non datata. Traduzione di Barbara Lanati)

Il silenzio di Main Street

La copertina della prima edizione, nel 1890 (tramite Wikimedia Commons).
La trascrizione delle poesie per la stampa ha creato numerosi problemi di interpretazione, sia per le parole che qui e là risultavano barrate e che potevano essere lette come una alternativa, sia per i segni di interpunzione, in particolare i trattini che a metà, all’inizio e a fine verso risultano modi del tutto personali dell’autrice. L’edizione a cui oggi si fa riferimento è quella critica di Johnson (Boston, 1960) che include 1775 poesie datate.

Il segno distintivo di questa lirica, la contrapposizione di sensualità e metafisica, è naturalmente anche un tratto romantico. Le brughiere delle sorelle Brontë, i boschi solitari di Alphonse De Lamartine, non sono distanti dal paesaggio traguardato dalla finestra della Main Street di Amherst, così come non lo è il tema per eccellenza di Emily Dickinson, questo continuo ossessivo racconto dell’assoluto dietro le apparenze, il velo di Maja, la falsità della morte: «E’ l’immortalità forse un veleno,/ che gli uomini ne sono tanto oppressi?» chiede nell’ironica poesia di “L’immortalità è una rovina”. Ma sicuramente il clima emotivo più proprio della sua poesia, e forse quello che ne ha fatto un’icona del Novecento, scaturisce dal fascino del non detto.
La scrittrice Siri Hustvedt disse in una intervista che, nell’ipotetica isola deserta in cui dovesse finire, qualora dovesse portare con sé solo tre libri, sceglierebbe la Bibbia di Re Giacomo, Il Kierkegaard di Aut-Aut e le poesie della Dickinson. «Per me custodiscono sempre il loro mistero» ha spiegato. Un mistero forse legato, come in Rimbaud, a un dettato che somiglia alle rispettive vite, fatte di scelte estreme e di lirica altrettanto radicale.

Due poesie

Sempre per ogni pensiero le parole
ho trovato – tranne per uno –
E’ questo preciso – mi sfida –
come una mano che cerchi di disegnare il sole

col gesso per razze -nutrito di tenebre –
Tu, come lo cominceresti – il tuo? –
Potrai rendere il rosso rovente con il carminio –
o il mezzogiorno – con l’indaco?
(581 ) Traduzione di Barbara Lanati

***

Suppongo verrà il tempo –
aiutalo a venire –
quando gli uccelli affolleranno l’albero
e l’ape andrà ronzando.

Penso che verrà il tempo –
ma rallentalo un poco –
quando il grano si vestirà di seta
e la mela di chintz.

Credo che verrà il giorno
che la ghiandaia sciocca andrà stridendo
al nuovo bianco manto della terra –
ed anche questo, ritardalo un poco.

(1381) Traduzione di Silvio Raffo

Marco Conti

Riferimenti bibliografici: Emily Dickinson, Poesie, versione e introduzione di Silvio Raffo, Fogola Editore, 1986; Emily Dickinson, Silenzi, a cura di Barbara Lanati, Feltrinelli, 1986; Nadia Fusini, Nomi, Feltrinelli, 1986; The letters, a cura di T.H. Johnson e T. Ward, Harward University Press, the Belknap Press, Cambridge, 1958; Sur l’île déserte de Siri Hustvedt in K. Daoud-R.Jerusalmy, Biblio Odissées, Imprimerie Nationale Editions, 2019

Emissione filatelica per E. Dickinson



Le copertine di Kafka

La prima edizione originale de ‘La metamorfosi’ di Franz Kafka. Il racconto apparve in forma definitiva nel 1916. Ma l’anno precedente, una redazione non corretta dall’autore venne stampata sulla rivista “Weisse Blȁtter” nel numero di ottobre del 1915, proposta da Max Brod. Nel 1916 comparve la stampa del libro

«Non mettete un insetto in copertina!»

Quando Franz Kafka corregge il suo racconto “La metamorfosi” per la stampa in volume gli viene un dubbio lancinante: metteranno in copertina un insetto. Tanto più che conosce le pubblicazioni della collana dove l’illustatore Ottomar Starke ha ampio credito e altrettanto successo. La lettera all’editore datata 25 ottobre 1915, dice:
«Mi sono preso un piccolo […], probabilmente inutile spavento. Mi è venuto in mente, siccome Starke è un vero illustratore, che forse potrebbe voler disegnare l’insetto. Questo no, per favore, questo no! Non voglio limitare la sua libertà d’azione, voglio soltanto avanzare una preghiera derivante dalla mia conoscenza, ovviamente migliore, della storia. L’insetto non può essere disegnato. Ma non può neppure esser mostrato da lontano. Se questa intenzione non sussiste, se, dunque, la mia richiesta è ridicola, tanto meglio. […] Se potessi fare una proposta per un’illustrazione, sceglierei scene come: i genitori e il procuratore dinanzi alla porta chiusa o, ancor meglio, i genitori e la sorella nella stanza illuminata, mentre la porta che dà nella stanza attigua, totalmente oscura, è aperta».

Un’edizione dell’epoca, forse del 1917 pochi l’editore Kurt Wolff cambiò dopo pochi mesi la veste grafica della collana; in antiquariato librario alcuni esemplari sono ancora in vendita

Per quanto la cosa possa apparire insolita, l’editore decise di far uscire il volumetto di 73 pagine come doppio volume con i numeri 22 e 23 della collana dedicata ai nuovi autori “Der jüngste Tag” . A novembre del 1915 l’edizione era pronta nonostante la posticipazione della data in copertina: il nome dell’autore era in nero, il titolo in rosso. Se ne stamparono circa mille copie pagate dallo scrittore. L’illustratore aveva accolto l’indicazione di Franz Kafka: in copertina si vede un uomo che distoglie lo sguardo dalla camera dove Gregor Samsa si è trasformato in un insetto, come indica la porta aperta della camera.

Il chiasso e i mostri della fama

Si potrebbe discutere a lungo sulla autentica volontà di Kafka espressa al suo amico, Max Brod, di distruggere l’intera sua opera (peraltro fatta, se si escludono i racconti, di romanzi non conclusi e per questo ancora più vivi). La prima obiezione che viene in mente è semplice e non equivocabile: lo stesso Kafka avrebbe potuto bruciare ogni pagina.
Non ci possono essere invece dei dubbi sugli attributi letterari, filosofici, poetici dell’opera e quindi sulla straordinaria distanza che la separa dal mondo che l’ha acclamata. Per sensibilità e per filosofia, niente è più distante da Kafka del chiasso, dei fasti dell’effimero, della ricerca del successo, del narcisismo, dell’ arroganza scientista del ventesimo secolo (e di questa propaggine ancora più dozzinale). Né il tema dell’alienazione può aggiungere molto se non preso di peso dal libro e messo nei ranghi della sociologia.
Eppure è un fatto che La metamorfosi ha avuto immediato successo ovunque sia stata pubblicata come, con numeri minori, l’insieme dell’opera.

Gli insetti in copertina

Una straordinaria galleria di coleotteri, imenotteri e insetti di fantasia è naturalmente oggi sulle copertine di decine di traduzioni, come lo sono le figure che colgono la trasformazione in atto. Per l’editoria, e particolarmente per le edizioni economiche rivolte al pubblico più vasto, l’epifania del mostruoso è un vessillo intorno al quale radunarsi con sicurezza di profitto e con il possibile corollario della graphic novel (in Italia per esempio con un’edizione di Guanda nel suo nuovo assetto societario).
Da ciò si deduce che, almeno sotto questo profilo, un intero secolo è trascorso senza alcun sostanziale mutamento rispetto alla preoccupazione di Kafka.

L’edizione de “Il Sole 24 Ore” intercetta del libro l’idea della Metamorfosi animale

Lo spettacolo dell’invisibile

La copertina di Kafka, quindi, ci riflette: è lo specchio più vicino. L’immaginario della Metamorfosi è necessariamente il nostro, soprattutto quando lo si appronta per il pasto della divulgazione. Molte edizioni per la vetrina e l’affaccio on line, sembrano dirci implicitamente che la complessità, la polisemia, sono temi accademici… Che ciò che si può fare è avvicinare il testo all’emozione e in questo caso l’emozione è un brivido entomologico. L’autore disse che non voleva l’insetto in copertina, neppure se mostrato da lontano. Ed ecco che un secolo dopo, davanti a un pubblico che la statistica mostra straordinariamente più istruito, la copertina diventa una tavola naturalistica. L’insetto è macroscopico, la scelta autoriale non conta nulla.
Si ripete anche in questo profilo la storia dell’editoria borghese, quella che ha avuto il merito di trovare una soluzione conveniente alla vendita del libro: prima commerciato attraverso fascicoli stampati da tagliare (e spesso sporcati nelle librerie dalle mani dei compratori), quindi trattenuto in custodie, infine dotato di una copertina, poi di una copertina illustrata e spettacolare dagli anni Venti del ‘900 in poi.

Kafka e l’altra editoria

Da sinistra in alto: l’edizione della W.W. Norton & Company New York-London, introdotta dal regista David Cronemberg è del 2014 e ha forse la copertina più originale tra quelle illustrate: disegna un insetto con lettere che imitano il “gotico” e formano il titolo, ripetendo in certo modo l’ambiguità tra segno e cosa. A fianco l’elegante l’edizione fuori commercio Olivetti del 1975 con disegni di Folon, quindi l’edizione bilingue Einaudi che evita l’impatto di qualsiasi allusione spettacolare; sotto, due edizioni Gallimard: la prima del 1938 con la coperta che contrassegna l’editore anziché il titolo, la seconda sempre di Gallimard che unisce il testo kafkiano ad uno studio.

Storia del libro e della copertina

La storia del libro (in generale) mostra l’implicazione culturale del manufatto: la coperta come protezione a fine Settecento diventa successivamente un veicolo editoriale che divulga, con il libro, l’attività dell’editore; in seguito la copertina si fa tramite pubblicitario per il suo oggetto. Dal Novecento tuttavia i sentieri si biforcano e convivono fin dall’inizio: l’edizione Gallimard (e ugualmente in certe collane Einaudi o Adelphi, così come con i classici Bur in brossura grigia degli anni Sessanta) fornisce l’esempio di una strategia editoriale diversa che identifica prima l’editore anziché il tema proposto. Una strategia dove, probabilmente, ha avuto un ruolo decisivo lo staff della “casa ” fatto fin dagli esordi di scrittori: Jean Paulhan, Raymond Queneau, Maurice Blanchot. Un po’ quanto è successo in casa Einaudi, almeno fino agli anni Ottanta.

La fortuna del brutto

Gallimard non ha ancora cambiato le sue copertine avorio. La sobrietà in tutto paragonabile della collana Medusa di Mondadori (collana che stampò anche Kafka) nacque invece per aggirare la censura nel Ventennio fascista. Occorreva che l’edizione stornasse lo sguardo dai tanti malvisti titoli stranieri e soprattutto che non avesse pretesti forniti dall’ illustrazione: nacque così una copertina nello stile Gallimard: un verde vivo che incornicia titolo e autore, senza immagini. Una formula di successo che venne mantenuta a lungo anche nella seconda metà del Novecento. Adelphi ripropone una filosofia grafica analoga invertendo i termini consueti: la sua collana economica è fatta di libri piccoli, di colori discreti e senza immagini. Ci si può chiedere quindi se è davvero utile lo spettacolo della bruttezza, tra slanci lirici di cieli e di boschi, o sprofondi gotici, neri e rossi: la bruttezza che caratterizza la maggior parte delle edizioni di narrativa di oggi. Non solo in Italia del resto. E’ difficile decidere se le scelte per i best seller e per molte prime edizioni corrispondano meglio al consumo odierno, o meglio al pregiudizio che l’editoria ha del consumo.

La metamorfosi è avvenuta

E’ un fatto però che le vetrine dei librai siano divenute un collier di colori squillanti, di figure allarmate, di sfondi romantici, di spazi siderali, di banalità dalla grafica appena percepibile nei caratteri tipografici usati e nel paratesto: l’esatto opposto di quanto è approntato dalla quotidianità, forse persino da quella televisiva che per altri aspetti invece è omologa. Si direbbe che di tutto abbia bisogno il consumatore-lettore ma non di un libro. Un paradosso kafkiano: l’invisibile mostro che si fa strada a giorno fatto, il sogno della Metamorfosi che finalmente è avvenuta. E’ qui.

Handke, Canto alla durata

Nel 1986 Peter Handke ha scritto un singolare poema sulle emozioni e le sensazioni della “durata”. Se non si dovesse scomodare Ungaretti con uno dei suoi libri più importanti, “Sentimento del tempo”, si potrebbe subito aggiungere che l’idea che permea Handke è un sentimento analogo. Ma nella “durata” dello scrittore austriaco sono ascritte cose molto vicine al vissuto quotidiano, dal paesaggio e i luoghi vissuti, agli oggetti d’uso, dall’idea di fedeltà all’abitudine inveterata…Per significare tuttavia che questo sentimento, non è afferrabile così comodamente.
«La durata – scrive – è la sensazione di vivere.» Handke cita Goethe, si sofferma sulla nozione più semplice e viva della continuità ma solo per dire che «la durata non nasce dalle catastrofi di ogni giorno,/ dal ripetersi delle contrarietà,/ dal riaccendersi dei conflitti,/ dal conteggio delle vittime./ Il treno in ritardo come al solito,/l’auto che di nuovo ti schizza addosso (…)». C’è molto altro e con un passo ritmico lento e discorsivo, con un incedere del verso modellato su quello della prosa asciutta dei suoi romanzi, Handke prosegue per molte pagine.

Les antiques. Saint-Rémy de Provence

Felice chi ha i propri luoghi della durata

Singolare è il sentimento della durata
anche alla vista di certe piccole cose
quanto meno appariscenti, tanto più toccanti:
un cucchiaio
che mi ha accompagnato in tutti i traslochi,
un asciugamano
appeso nelle stanze da bagno più diverse,,
la teiera sulla sedia di vimini (…)

E infine:
Felice chiunque abbia i propri luoghi della durata!
Egli, anche se venisse portato lontano
senza prospettive di ritorno nel suo mondo,
non sarà più un esule.

E anche i luoghi della durata non rifulgono di splendore,
spesso non sono nemmeno riportati sulle carte
oppure sono senza nome.

Lyon. Abbaini

Il sentimento della durata di Handke coinvolge quello dell’appartenenza e della convidisione, anziché del semplice scorrere temporale. Nelle ultime pagine del poema, scrive:

«La durata è il mio riscatto,
mi lascia andare ad essere.
Animato dalla durata
io sono anche quegli altri
che già prima di me sono stati sul lago di Griffen,
che dopo di me gireranno attorno alla Porte d’Auteuil
e tutti quelli con cui sarò andato
alla Fontaine Sainte-Marie.
Sostenuto dalla durata,
io, essere effimero,
porto sulle mie spalle i miei predecessori e i miei successori,
un peso che mi eleva (…)»


Per Handke la durata è «una grazia». Ed ecco nei versi successivi una pittura a larghe campiture, una declinazione di questo stare immersi nella condivisione del luogo e del tempo:

«La pioggia serale che cade nella pozzanghera del mattino,
i fiocchi di neve sospinti nella teiera,
le scritte sempre uguali sui camion dei corrieri
che sfrecciano sul ponte dell’autostrada sopra la Salzach.»

Un’esperienza del mondo

La prima edizione Einaudi del libro di Handke

Nella postfazione il traduttore del libro, Hans Kitzmüller, confronta questo poemetto con il sentimento che sorregge il poema di Attilio Bertolucci, La camera da letto. In effetti il verso è ampio e narrativo in entrambi e il testo di Bertolucci condivide l’intimità con i luoghi “della durata”.
Kitzmüller osserva però che, a fronte dei romanzi dello scrittore, questo testo è passato quasi inosservato. A maggiore ragione la cosa stupisce perché – concordando con il traduttore – si può ben dire che il tema sia «una delle riflessioni centrali di un grande autore».

Peter Handke

Peter Handke è nato a Griffen, in Carinzia, nel 1942 e ha ricevuto pochi giorni fa il premio Nobel per la letteratura 2019. Da tempo vive nei dintorni di Parigi dopo aver abbandonato l’Austria. Ha sempre scritto in tedesco. Tra i suoi libri più importanti, tradotti in italiano, sono da ricordare Infelicità senza desideri (1972), Garzanti 1976; La donna mancina (1976), Garzanti 1979; L’ora del vero sentire (1975), Garzanti 1980; Il peso del mondo (1977), Guanda 1981. Tra gli ultimi libri da Guanda è apparso Saggio su un luogo tranquillo nel 2012. Ha scritto anche alcune opere teatrali.