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Pane e poesia con Alda Merini

Alda Merini

Alle sedici Alda Merini è già seduta sul mio sofà. Ha due grossi anelli di plastica gialla alle dita e si guarda intorno. L’aspettavo per la sera, la prenotazione al ristorante è per la cena. Bere non vuol bere ed è meglio così. 
“Ce l’ha un pezzo di pane?”
Non ho un pezzo di pane. Non ho fatto in tempo a comprare niente.
“ Ho dei grissini”, dico, mentre vado in cucina. Mi segue col suo cappottone di pelliccia che non ha voluto lasciare all’attaccapanni. Dal balcone si vede la ciminiera del Lanificio Cerruti, il blu delle montagne, la pianura di Candelo.
“Sembra che Carducci, quando ha scritto quella poesia gonfia di enfasi sul Piemonte, avesse visto la città più o meno da questo punto…Sa, Biella… i camini fumanti…”, sorrido.


“Davvero? Io ho avuto dei parenti piemontesi, un generale.”
“Un generale?”
“Sì, sì un generale…Ma allora il pane non ce l’ha?”
“E’ vecchio”, dico, “Posso darle dei grissini”.
Grissini no. 
Sul tavolo c’è la vecchia Olivetti verde chiaro, Lettera 32.
“Ce l’ha un foglio di carta?”
“Questi sì, a volontà”.  Mi sorride nel suo cappottone grigio di finto astrakan e si mette a battere sui tasti velocemente, a testa bassa.  Mi dice che il Piemonte è un salutare ricordo della sua infanzia.
 Poi scrive così:

Ove salta il camoscio e la valanga
lì io costrussi la mia poesia
zolla su zolla sera dietro sera
e malaccortamente una preghiera
di farmi luce nel lungo cammino
e aspetto una lettera affettuosa
del padre eterno che mi dica
            ancora
sei un ramo di betulla
                           ancora ancora
in te canta la siepe e poi la rosa
ma anche mi dica anche che
              poesia
strapiombo di gelo universale
o non cadere in lei che ti
             fai male.

a Marco Conti

Firma, mi guarda, non bada ai miei ringraziamenti per la dedica e infila un altro foglio nel rullo. Scrive che nella poesia si manifestano “tanto il male oscuro quanto il male chiaro di ogni secolo e di ogni tempo e che la poesia è ciò che rimane in ognuno di noi”. Parla della catarsi di ogni arte, ma continua a scrivere un’altra poesia e poi un’altra ancora in cui compare “Titano”, suo compagno di vita di un tempo.

Intanto è arrivato l’editore Nicola Crocetti. Alda, a Milano, è sua ospite da mesi in una casa sui Navigli che appartenne alla madre dell’editore.

 “Scrivili bene Alda”, le dice. Lei picchia sui tasti con violenza, i tasti si accavallano e devono essere rimessi a posto con le dita. La prima redazione, che trascrivo ora, è piena di errori di battuta. In serata, alla Biblioteca di Biella, leggerà la poesia dedicata a Titano, insieme ad altre e ai versi tratti dall’antologia “Testamento”,  ma adesso è una furia e vuole produrre per me, per Nicola.

Quando ci mostra il lavoro sorride, ha gli occhi lucidi come una caramella. Ha sessantadue anni compiuti da pochi giorni, “Sono nata il ventuno a primavera – dicono i suoi versi- ma non sapevo che nascere folle/ aprire le zolle/potesse scatenar tempesta.”

Ci parla ancora di Titano, della sua storia sfortunata, delle ore passate ad aspettare capitasse qualcosa, della malattia tra i muri dell’ospedale. Poi mi fa vedere le edizioni Pulcino elefante di Alberto Casiraghi. Una lirica e un disegno su carta pregiata, ogni copia un’offerta, secondo il caso, la disponibilità. Ne ha fatte decine, oggi quotate come testi antichi.  Ma quel giorno le va di farmi lei un  altro regalo.

“Ce l’ha un pianoforte?” mi chiede improvvisamente.

Devo ancora dirle una volta di no.

“Sa – mi dice – Sono brava al pianoforte”.  *

* Alda Merini, insieme a Nicola Crocetti, fu ospite ai miei corsi di Scrittura Creativa nel 1994. La poetessa milanese lesse i suoi versi nelle sale della Biblioteca Civica di Biella.

Alda Merini

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Bolaño e i cani romantici

Un taccuino di Roberto Bolaño

Il mondo di Roberto Bolaño poeta non è dissimile da quello che il lettore scopre nelle pagine del romanziere. I due protagonisti di Detective selvaggi – letterati, sognatori, sbandati sulle strade del Sudamerica – sono oggi riflessi dal Tu poetico, oppure da un Lui senza ulteriori definizioni, ma entrambi perentori ed entrambi evanescenti. Il timbro, i temi, persino certe cadenze sono le stesse.
Per parlare di Roberto Bolaño, “detective” on the road e dell’autore delle poesie, bisognerà allora specificare che lo scrittore, con i suoi genitori, lasciò il Cile quand’era ragazzo per il Messico, ci tornò ai tempi di Allende, riuscì a scappare dal paese dopo il suo arresto e la sua liberazione nei giorni in cui l’esercito mise in atto il colpo di Stato e visse infine a Bercellona. Questo percorso, fatto con l’immaginazione, il desiderio e dunque la memoria di Bolaño, non può che assomigliare a questi versi: «Un amore indimenticabile/ E breve,/ Come un uragano?,/ No, un amore breve come il sospiro di una testa ghigliottinata». E’ in questi fendenti, come nel l’irruzione di figure e voci estreme, che riconosciamo la sua voce.

Una poesia per Dino Campana

Roberto Bolano (1953- 2003) è anche autore della raccolta di poesie “Tre”, editata nel 2017 da Sur. Tra i suoi romanzi maggiori: “I detective selvaggi”, “Chiamate telefoniche”, “2666”

A tratti si ha l’impressione di ascoltare la sua prosa spezzata (e resa più ellittica dal verso) come se leggissimo i versi di Jack Kerouac dopo essere entrati nei suoi Sotterranei o averlo seguito Sulla strada. Anche Bolaño, con queste poesie, intesse una topografia di percorsi marginali, erratici, avventurosi e potentemente visionari. Non citano mai Kerouac, ma non a caso citano Dino Campana assumendone la storia: «Ero portato per la chimica, la chimica pura./ Ma ho preferito fare il vagabondo. Ho visto l’amore di mia madre nelle tempeste del pianeta.». Così nel testo “Dino Campana rivede la sua biografia nell’ospedale psichiatrico di Castel Pulci”.  Un omaggio e anche una rifrazione del mondo abbordato dallo scrittore cileno e dai suoi personaggi.

I detective selvaggi in poesia

Un pagina del manoscritto I detective Selvaggi

Gli stessi Detective selvaggi sono citati espressamente ma con sprezzatura: una distanza mentale che si capovolge nella chiusura del testo attraverso il suo contrario, cioè un flagrante coinvolgimento. Ecco i versi iniziali e conclusivi «Sognai dei detective gelati, detective latinoamericani/ che cercavano di tenere gli occhi aperti/ in mezzo al sogno». E più oltre, alla fine: «Sognai detective perduti/ nello specchio convesso degli Arnolfini:/ la nostra epoca, le nostre prospettive, i nostri modelli del Terrore».

L’incubo, il sogno e la volontà del sogno

Un’altra pagina autografa

Non con questo che Bolaño si nasconda tra i versi. Anzi la poesia che regala il titolo al libro, I cani romantici, assume in prima persona la partitura ed è forse questo il timbro più forte dell’intera raccolta, replicato alle pagine successive con Autoritratto a vent’anni, Nella sala di lettura dell’inferno e ripreso ancora in altri testi. Proprio il verso narrativo ma lucido di visioni, di alterità, ricorda la parte migliore della lirica beat che Bolaño, ventenne nel 1973, ha sicuramente conosciuto. Un afflato che si fa strada dentro i suoi temi in questo attacco caricaturale e polemico: «Visto che ero pigmeo e giallo e di lineamenti gradevoli/ E visto che ero furbo e non ero disposto a farmi torturare/ In un campo di lavoro o in una cella imbottita/ Mi misero dentro questo disco volante». Altrove lo scrittore quasi rinuncia al verso, per poi rientrarvi quando avverte l’esigenza di incidere la parola  e scolpirla come accade in L’ultimo Selvaggio.  Tuttavia lo sguardo autoriale è inequivocabile, come nella confessione che dà il titolo al libro dove l’incubo del buonsenso borghese dice, «crescerai» e il sogno e la volontà del sogno lo contraddicono: «Sono qui, dissi, con i cani romantici/e qui resterò.» Chapeau.

Marco Conti

Roberto Bolaño, I cani romantici, (traduzione Ilide Carmignani), Sur, 2018, Euro 16,50

La poesia

La copertina di Coco Gothic (Cosimo Lorenzo Pancini Zetafonts, 2015)






A quel tempo avevo vent’anni
ed ero pazzo.
Avevo perso un paese
ma mi ero guadagnato un sogno.
E se avevo quel sogno
il resto non contava.
Né lavorare né pregare
né studiare all’alba
assieme ai cani romantici.
E il sogno viveva nel vuoto del mio spirito.
Una stanza di legno,
nella penombra,
in uno dei polmoni del tropico.
E a volte guardavo dentro me stesso
e visitavo il sogno: statua resa eterna
da pensieri liquidi,
un verme bianco che si contorceva
nell’amore.
Un amore sfrenato.
Un sogno dentro un altro sogno.
E l’incubo mi diceva: crescerai.
Ti lascerai alle spalle le immagini del dolore e del labirinto
e dimenticherai.
Ma a quel tempo crescere sarebbe stato un delitto.
Sono qui, dissi, con i cani romantici
e qui resterò.


I cani romantici da “I cani romantici”

Marie la strabica

Il romanzo pubblicato ora da Adelphi venne scritto negli Stati Uniti nel 1951, anno in cui Georges Simenon concluse quattro gialli con Maigret e un altro piccolo capolavoro, “Ai tempi di Anaïs” oltre ad altri due romanzi

Saul Leiter, “Fay” (1946) in copertina nel romanzo Adelphi

Marie, la strabica e Sylvie, la bella, hanno in comune una professione umile e il distacco affettivo dal loro ambiente. Marie è sempre stata discriminata per il suo aspetto e la sua paura degli altri; Sylvie ha avuto fin dai primi anni di scuola la certezza di farsi strada. La prima ha la lacrima facile, la seconda è cinica. Sono cresciute insieme in due case uguali e vicine, ma quando la narrazione inizia sono giovani impegnate a servire ai tavoli di una pensione familiare che si affaccia sul mare di Fouras, in Charente. Come a scuola  entrambe mantengono i loro ruoli: Marie è lenta nel lavoro e spaurita e guarda l’amica con ammirazione per i suoi modi spicci e per l’indifferenza con cui seduce, quasi giocando, il proprietario della pensione. Sylvie ha invece bisogno di Marie come se solo quel contrasto di caratteri e fortuna potesse rassicurarla nel suo ruolo: qualcuno vive peggio di lei.

«Avrò fortuna e tu sarai la mia cameriera»

Delle speranze di Sylvie sappiamo del resto molto poco. Simenon ci racconta dal punto di vista di Marie (qui e là alternando la voce di un narratore-testimone),  ma  andando indietro nei ricordi del personaggio incontriamo una battuta allarmante. Quando la piccola Marie cerca conferma circa il loro sodalizio, le chiede se sarebbero state sempre insieme. Sylvie non ha allora esitazioni: certo – dice – io diventerò ricca e tu sarai la mia cameriera. Ora che entrambe fanno lo stesso lavoro si potrebbe inferire che ambizioni o paure non sono servite a granché. Tanto più che un episodio drammatico sopravviene nella tranquilla e oleosa vita della pensione. Sylvie vorrebbe alcuni dolci che vengono serviti solo ai clienti e non trova di meglio che convincere un ragazzo handicappato e rubarli nottetempo. Entrato nella dispensa viene però scoperto dal proprietario che lo chiude nello sgabuzzino. Louis, spaventato, si impicca. Il giorno dopo molti si affrettano a lasciare la villeggiatura mentre il responsabile allarga le braccia, sorpreso dagli esiti imprevisti della sua punizione.

Solitudini intrecciate

Sylvie non sembra sconvolta dall’evento. Troverà tempo per imboscarsi in cantina con il proprietario e di allacciare un altro segreto rapporto. Una notte arriverà nella camera che condivide con Marie, con la sottoveste strappata, lividi sul corpo e nessun desiderio di piangere o di confessarsi nonostante l’attesa, la complicità e curiosità della compagna. Né le cose cambieranno molto quando insieme approderanno a Parigi.
Diversamente da quanto accade in molti dei romanzi durs di Simenon, qui non si addensano le ombre e le atmosfere noir. Il romanzo si gioca interamente sulle ruvide superfici della solitudine, delle attese, della psicologia delle due protagoniste.

Le ombre di Simenon

Emissione filatelica belga per Simenon

Simenon scrive sempre per i suoi personaggi un momento di rottura: un’azione dalla  quale non potranno più tornare indietro. Ed esattamente questo ci porta al cuore della vicenda. Questa volta non è così. La vita delle due donne non incontra il punto di rottura, non  precipita improvvisamente come accade per il protagonista della “Camera azzurra” o “Il piccolo libraio di Archangelsk”, per citare due romanzi intensi in cui un evento cambia l’esistenza . E’ esattamente la complementarietà dei due personaggi  a costituire il fulcro e l’intera dialettica del romanzo. Lo strappo originario che segna il destino di Marie e Sylvie, lo scollamento dal loro milieu sociale, è alle spalle, è avvenuto una volta per tutte. Il racconto di Simenon prosegue attraverso questa partitura. Quando, dopo un distacco, le due donne torneranno a incontrarsi, sarà Sylvie ad avere bisogno di Marie, ma con puntuale e feroce logica, solo Marie potrà vivere senza scosse il proprio destino.

I dettagli, lo stile

Simenon a Milano

La scrittura di Simenon mostra ancora una volta la sua vitalità compressa in un periodare breve e incisivo (si veda in queste pagine 14 parole per fare un Simenon”), nell’economia dei dialoghi, nel veloce dinamismo con cui dettagli di psicologia e azioni confluiscono nella storia: «Sylvie aveva imparato a battere a macchina e acquisito i primi rudimenti della stenografia. La Marie aveva dovuto rinunciarvi per via dei troppi errori di ortografia, e aveva trovato un posto da cameriera in un caffè di place du Commerce»; «Sylvie scriveva molto di rado ai genitori. Marie scriveva ogni tre giorni a sua madre, che era vedova. Il padre era morto a Verdun». Analogo è il ritmo della descrizione, con notazioni che cercano costantemente il fulcro della scena o dell’azione. Ecco, dopo la morte del giovane Louis, un ritratto della pensione: «L’odore della casa non era quello degli altri giorni. Le divise bagnate e gli stivali dei gendarmi emanavano un puzzo di caserma, e i due dovevano essersi scolati un bicchierino lungo la strada perché sapevano di alcol, mentre i pensionanti, usciti caldi caldi dal letto, avevano ancora l’alito cattivo. E nessuno pensava ad accendere il fuoco per preparare il caffè.»
Marie la strabica venne scritto nel Connecticut, nel 1951, anno in cui scrisse anche Le temps d’Anaïs, Une vie comme neuve, La morte de Belle e quattro polizieschi del commissario Maigret.

Georges Simenon, Marie la strabica, pp.181, Adelphi, 2019. € 18,00


Il gomitolo dei saperi

Una leggenda di stregoneria mette in evidenza il potere della parola nel mondo sacro

Miniatura del XV secolo: la vita dei campi intorno al castello

A Camburzano, nel Biellese, le nuove adepte della stregoneria potevano comandare un gomitolo. La lana intrecciata serviva a “legare”, a stringere, a unire o isolare. Ma se la nuova strega appena investita di questa possibilità non sapeva cosa chiedere al gomitolo, essa che perdeva per sempre il potere di farlo.
La leggenda è uno di tanti riscontri del mondo magico-popolare, un microcosmo in cui l’immaginario si faceva strada dentro la scena più ampia dei riti e delle credenze sopravvissute e risalenti dal mondo pagano.

Tra storia e tradizione orale

Martin Le Franc, Les champions des dames, 1451. La strega a cavallo della scopa in una miniatura in margine al manoscritto.

In fondo la stessa figura della strega, prima di essere reinterpretata dal mondo cattolico, individuava semplicemente una operatrice magica. La strix partecipava al sapere popolare già nelle pagine di Apuleio.
Nel merito i riscontri sono così numerosi che non mette conto di citare la sterminata bibliografia che li illustra. Si potrebbe tutt’al più indirizzare il lettore verso gli autori classici, come Apollonio Rodio, Apuleio, Plutarco, Ovidio, o medievali (Isidoro di Siviglia, Gervasio di Tilbury, Olao Magno), oppure ancora chiamare in causa non le semplici testimonianze del tempo ma la speculazione storica ed etnologica: da Carlo Baroja, a Franco Cardini, a Carlo Ginzburg, solo per citare i primi anziché i secondi e i folkloristi importanti come Van Gennep (non sempre questi ultimi di facile reperibilità). Un’attenzione del tutto bibliografica e strumentale.

Lévy-Bruhl e la mentalità prelogica

Una incisione xilografica del testo di Olaus Magnus, Historia de gentibus septentrionalibus (1555)

Vale però la pena di precisare che, in quel mondo qui richiamato, così come nelle popolazioni senza scrittura (e non solo in queste), la magia implica una costrizione dell’operatore verso il trascendente e da parte dello stesso spirito, antenato o divinità invocata. Lo stesso accade con la formula pronunciata, cioè la parola, la formula rituale, l’incantesimo.
Le radici di questo atteggiamento vennero indicate dall’antropologia di Lucien Lévy-Bruhl col concetto della “mentalità prelogica”. La definizione che voleva essere esplicativa rispetto alla presunta mentalità cartesiana occidentale, col tempo è stata superata perché fuorviante. I primitivi, come gli operatori magici delle civiltà dotte (dall’Egitto alla Grecia, da Roma al mondo celtico e norreno) utilizzavano e usano procedimenti perfettamente logici nella vita quotidiana, nella tecnica, nei “saperi”. Il sacro rivela tuttavia l’incontro dell’ immaginario con la ragione, dell’esperienza con la fede, un po’ come accade nella pratica della poesia, crocevia di cultura e dettato subliminale.
Ecco allora che un oggetto metaforico come un gomitolo può diventare un incantesimo, un modello rituale, una leggenda o il braciere di un discorso lirico.


Cenere, o terra

Nel suo ultimo libro Fabio Pusterla crea un flusso poematico che identifica la nostra Storia con gli elementi naturali

Fabio Pusterla, poeta svizzero di lingua italiana ha pubblicato con la casa editrice milanese diverse opere. Tra quelle più recenti, “Agerman” (2014); Corpo stellare (2010); “Folla sommersa” (2004) tutte edite da Marcos y Marcos. Del 2009 è l’ antologia, “Le terre emerse. Poesie scelte 1985-2008” editata da Einaudi. Ha tradotto dal francese diverse raccolte di Philippe Jaccottet. (la copertina di “Cenere, o terra” è di Luca Mengoni)

Storia umana e storia naturale si sovrappongono nell’ultimo cospicuo libro di Fabio Pusterla. Diviso in quattro sezioni con un prologo e un epilogo, Cenere, o terra è nondimeno tanto compatto nel suo immaginario quanto costruito, come capita ormai raramente nella poesia contemporanea.
Parlando si sé Pusterla scrive in una estesa nota: «Per qualche tempo, è parso all’autore che la scrittura lo stesse conducendo in una direzione assolutamente imprevista, cioè verso gli antichissimi quattro elementi fondamentali (terra, aria, acqua e fuoco); non già secondo il calcolo di un progetto, piuttosto attraverso un agguato dell’immaginazione». I testi sono stati scritti infatti dal 2014 in poi e diversi sono già apparsi in riviste, antologie, pubblicazioni d’arte. Ma non c’è alcun dubbio che non ci si trovi di fronte ad una “raccolta” né che, in conclusione, l’autore abbia realizzato semplicemente un adeguato collage.
Il filo conduttore non è solo tematico o di scrittura, ma strutturale: l’identità emergente da queste pagine è quella di un immaginario che rinvia continuamente alla natura e dalla natura alla storia o viceversa.

Preghiera della rondine

Il prologo, “Preghiera della rondine” è un totem (postula una parentela allegorica) dove già nella prima quartina si legge compiutamente il traslato:
 
Verso la chiazza di luce sul fondo
verso il riflesso del sole
con la memoria dell’ombra
con la speranza del mare.

Un volo che si avventura « per tutte le cose precarie che splendono miti/ per tutte le cose del mondo. So solo/ volare impazzita rischiare/ un viaggio».

Pasolini appeso

Il prologo è una sorta di avvertenza al lettore che, col titolo della prima sezione, Pasolini appeso, apre l’uscio della storia contemporanea; uno scenario di desertificazione che ha due emblemi: il selfie che una ragazza scatta sul monumento dell’olocausto di Berlino, il Denkmal  («ho visto una ragazza/ mettersi in posa da cubista su una stele» si scandisce in “Sovrapposizioni a Berlino” ), e la scritta su un muro che inneggia all’omicidio di Pasolini: «ma lungo via Trinchese il segno nero/orrido sopra il muro: “Pasolini/ appeso”. Pasolini chi, ci chiediamo,/ Pier Paolo? Ma è già stato massacrato/ in vita e in morte: adesso ancora/ appeso? Vilipeso/ quarant’anni più tardi? E da chi?»

Luce invernale

Accanto a queste incursioni nella vita quotidiana, Pusterla annota  un paesaggio invernale, deprivato: «Poi finalmente si è fatto vivo il vento/ da giorni e giorni in agguato dietro i boschi» e «tutto sembrava un addio: costoni alti/ scissi in triangoli gialli, lame d’acqua/ metalliche e lanuggini/ inerti, forse di nebbie in dissolvenza,/ forse di fumi lontani». (“Luce invernale”).
Ecco dunque i due termini del discorso lirico, sui quali si dipanano diversioni oniriche  (“Tre sogni”) e apparizioni improvvise, folgori dell’immaginazione come su di un fondale distante ma ugualmente eloquente.

Pietre nere

“Nella luce e nell’asprezza” è il terzo tempo del libro e chiama in causa la pietra, il suo silenzio che è privazione di senso, privazione di umanesimo e deragliamento.
 
Lungo questo sentiero di silenzio:

pietre nere, pettirossi quasi immobili
su balze di muro o ringhiere,
lunghi gatti che guardano altrove.
 
E quando passi si stirano pigri,
i gatti, i pettirossi volano via.

Come si tu non ci fossi. O fossi già
tu andato via.

Tacciono l’acqua e i boschi

Lo scorcio appena sopra citato è connotazione di un futuro in disarmo di cui il testo annota diversi scenari. Con la pietra è chiamata in causa una volta stellata inquietante, fatta di meteore, nebulose, astri e disastri. La scrittura si è intanto addentrata fin dalla prima lirica in una foresta silenziosa, in una natura contigua e in sfacelo: «Tacciono l’acqua e i boschi/tacciono gli animali/ tace il cielo deserto/ e tacciono le ali» (“Nel silenzio. Lamento di F.K.”). Qui  vale la pena osservare che il registro è diverso: Pusterla adotta la quartina di ottonari con rime irregolari o assonanze forti per poi tornare al suo modulo più discorsivo e omogeneo al consueto dettato che, nella sua scrittura, ha variazioni solo per incontrare sincopi, ellissi, versi brevi.  

Zingonia

La direzione del percorso poematico è univoca anche quando la poesia assume valenze storicamente circoscritte come in “Lettere da Zingonia”, in riferimento al progetto architettonico – a  breve distanza da Milano e Bergamo – di un villaggio creato negli anni Sessanta e oggi divenuto ghetto, tra «periferie tangenziali che anellano/ Inurbamenti coatti progetti falliti/ posteggi d’orrore» e «controviali dove si cammina/ tra macerie»… Anche la storia, sembra di poter concludere, segue la ciclicità della natura. L’inverno si estende nel simbolo della pietra, tra i boschi silenziosi, nelle città e nelle opere derelitte. Tocca ascoltare ora l’onda in piena, la maturazione della fine. Ed è questo il teatro della sezione successiva, “Confuscazioni”.

Confuscazioni

Il movimento dell’acqua, il colore, lo stato, sono stati studiati da Leonardo da Vinci che ha creato anche una speciale nomenclatura. Tra i nomi compare “confuscazioni”

La parola è prelevata dal codice Leicester, una raccolta di scritti di Leonardo da Vinci dove  compare anche uno studio sull’acqua. E l’acqua ha moti, movimenti, colori, velocità, stati diversi. Leonardo ne inventa i nomi per definirne la natura e tra questi ecco le confuscazioni dopo termini come “sbalzamento” e “conrusione d’argine”. Un lemma che individua il fondersi alla vista della materia acquorea con altri materiali? Certo Pusterla appronta un campo semantico variegato per questa dizione leonardesca. Ancora più sicuramente qui si trova il centro nevralgico del libro, la sua ascesi e liberazione. La lirica di questa sezione racconta il sopravvenire delle acque, l’onda che tutto spoglia e rimette alla luce.

Quasi ovunque il colore dell’acqua
vista dall’altro estranea. Come forma
altra dell’essere che chiama e allontana,
verde menta o fangosa, limpidissima
o nera impenetrabile, ma sempre
pullulante, anche stagnando, sempre
in movimento verso direzioni
diverse. E sempre bella
e irraggiungibile, persa
paesaggio per paesaggio. Di canale
o do fiume, d’oceano o di torrente,
da ponti minimi o sterminati o distrutti.
Città dopo città, che ti aspettava. Ponti e porti.
(da “Ponti, rocce, sbalzi”)

Il custode delle acque

 Il libro anticipa con questa lirica un’allegoria più compiuta, tant’è che la  sequenza immediatamente successiva, cioè i 33 testi di  Ultimi cenni del custode delle acque,  ha retto autonomamente  un libro apparso nel 2016 e stampato da Carteggi Letterari. La sequenza è introdotta da una contestualizzazione narrativa fittizia che si riferisce tuttavia alla  “Casa del custode delle acque”, toponimo di un edificio sui navigli lombardi di Vaprio d’Adda. Un’ispezione mostra che la Casa è stata disertata da tempo. Al centro di un muro si legge una scritta che riconduce al trattato leonardesco “Delle acque”: «Il nulla nasce nel termine della cosa, dove finisce il nulla nasce la cosa; e dove manca la cosa, nasce il nulla»

All’interno di Cenere, o terra, Pusterla scrive con questa sezione la sua lirica più compatta e scolpita. L’allegoria del fiume che cerca il proprio corso e non ascolta nulla, l’acqua che riverbera la paura umana («hai paura lo so») vive di un ritmo sicuro, di immagini nitide; il Bachelard che chiedeva al poeta qual era il suo fantasma (Silfide, Ondina, Salamandra o Gnomo?) per entrare nell’immaginario dell’opera, troverebbe in queso caso la sua risposta. La materia acquorea scivola ora altrettanto bene tra significato e significante:

Viene la tumultuosa.

Sento l’erba che annuncia il rovescio
l’animale inquietudine parla.

Viene la tumultuosa,
a distruggere i ponti
a cambiare
 
e in chiusura dello stesso testo:
 
L’erba si rizza intanto come un pelo
ogni pietra si contrae.

Le salamandre cantano nel fuoco,
alzano la testa.

Più avanti si parlerà dell’acqua che indovina la paura dell’uomo e  inferisce:

La piena
non potrà essere rinviata per molto ancora. Anche tu vedi bene
i segnali, i topi fuggono
e in alto quel volo confuso
di corvi.
Ma io
non sono dio. E tu
non sei innocente.
E se forse nessuno lo è
alcuni lo sono di meno
e li servi
e di nuovo lo sai.
Una chiosa in cui si avverte il timbro e la gravità del sacro.
L’incedere più disteso e narrativo, in contrasto anche tematico, si fa strada con l’ultima sezione, “Lo splendore”, dove  l’emblema è il fuoco.

Lo splendore

L’acqua torna calma, il passo ritmico si distende, la fuga è conclusa. Pusterla rende implicito che il primordiale domina sulla Storia. In “Pizzo dei tre signori”, il verso detta:
 Tre signori.
Il primo nome è la distanza,
il fuoco che brucia lontano,
con tenera angoscia;
poi viene mite il signore
dell’aria e del sangue, la piuma
che splende e scompare;
e infine il terzo è nome di pietra,
radicata nei millenni che dicembre
di avere pazienza e fiducia.

Ovidio a Tomi

In quest’ultimo suo tempo il libro vive ormai di emblemi e rinvii colti nettissimi: Ovidio esiliato a Tomi  parla, chiosa, domanda.  Gli ultimi versi de “I fuochi di Tomi”, sembrano voler rimettere in causa ogni sapienza per rintracciarne una più alta, distante dal chiasso infernale del XXI secolo, così come da quel selfie sul monumento dell’Olocausto. Per il nostro autore il poeta latino riflette:
 
Se manca tutto più chiara è la sorte
più terso il vivo fuoco e i suoi colori
più onesti. Forse anche tu lo sai.
Forse lo ignori. Ti appresti
a quali onori, a quali
olocausti?

Dalla letteratura contemporanea Pusterla richiama un altro poeta, Milo De Angelis, nella lirica che offre il titolo alla sezione . Il riferimento intreccia il motivo della vertigine della giovinezza e quello della misura: «No non di tutto è facile parlare. E in questo caso/bastano due millimetri a tagliare/ il tempo con la lama: due millimetri in più,/ due millimetri in meno, e tutto cambia,/ luce o buio, fiore o secca/definitiva. (…)». Il testo porge quindi questo inciso: «Millimetri: era il titolo/ di un libro molto amato,/ ma già ringhiava dentro,/ dura, la disadorna, falci e forbici/La vertigine dunque lasciamola muta (…)».

Nell’unità del tutto

Il fuoco è sempre in cerca di un’esca: «Ciangotta nell’erba?/Nelle felci? Nella terra rossastra su cui/ salgono svelte betulle, si allargano castagni?/Foglie autunnali, fiamme verso il cielo, scintille./ Fuoco scomparso, fuoco sempre qui./ Sera bigia di luci assorte.»
L’epilogo sembra comporre il referente etico del testo. La figura giovanile richiamata al termine del percorso nella poesia “Lucio”,  è un nuovo invito shelleiano alla custodia del mondo sia pure nella sua implicita e feroce armonia: cosa guarda Lucio?
 
La cincia sopra il filo, il merlo in volo,
il cielo che rinnova
l’acqua d’abisso, il fuoco, l’ala verde
dell’anitra non sono altro da lui
 
La «vita che comincia nell’unità del tutto», scrive gli ultimi versi: «Porta ogni cosa in sé, porta anche noi.»
 
Marco Conti
© Riproduzione riservata

Fabio Pusterla, Cenere, o terra, pp. 220, Marcos y Marcos, 2018.  €.20,00


 








 


 

Benjamin e la biblioteca perduta

Una lettera di Benjamin durante il suo viaggio in Italia nel 1932

Walter Benjamin collezionista di libri? L’aggettivo si trova qui e là nelle pagine che si occupano della sua vita quasi come una curiosità impudica o un titolo da aggiungere a quelli più appropriati: scrittore, filosofo, critico letterario. Meglio sarebbe dire che, poiché i libri collezionano il mondo, Benjamin ne custodiva il maggior numero possibile. E non basta. L’autore dei Passages de Paris mentre si trovava nella capitale francese prima dell’arrivo dei nazisti, stava compilando il libro dei libri. Un progetto destinato a restare misterioso. Per certo si sa che lo scrittore passava le giornate alla Bibliothèque Nationale e che in certo modo quelle pagine potevano essere il preludio ai Passages de Paris: un mare aperto di autori e citazioni.

Come tutto ebbe inizio…

La tessera del 1940-’41 della Bibliotèque Nationale de France di Walter Benjamin. Tra le osservazioni è indicato il suo ruolo di docente alla Sorbonne

Walter Benjamin aveva dovuto abbandonare la sua biblioteca personale lasciando Berlino dopo l’ascesa al potere di Hitler, nel 1933. Ma non era la prima volta in cui sentiva di essere spossessato di una parte di sé.
Come in un romanzo bisogna fare un salto indietro, anzi una rapida corsa che ci porti fino alla sua infanzia. Figlio di un antiquario ha avuto fin dall’inizio dimestichezza con la memoria degli oggetti, tanto più che da ragazzo detesta la scuola e appena può si dedica ai libri. (Tutt’altro che una contraddizione. Anche per me, per molti, la scuola non è stata l’equivalente dei “libri” ma il libro dell’Istituzione. E se c’è una cosa che le biblioteche consentono e facilitano è proprio la lontananza dal codice, dal modello, dall’ideologia. I libri sono un altrove inesauribile). Valse per Rimbaud, valse per Benjamin, per Truffaut… ragazzo ribelle. E lo sapeva bene Hitler che, in cima alla lista delle cose da fare, aveva messo e realizzato il rogo dei libri.
Ma, per tornare allo scrittore, Benjamin aveva cominciato a costituire la sua personale biblioteca intorno al 1916 quando aveva 24 anni. Letteratura tedesca, francese, filosofia, storia, ma anche testi scritti da malati mentali e borderline, libri popolari destinati alle donne e una importante collezione di testi per l’infanzia.

Salvare i libri, salvare il tesoro

I libri per i bambini raccontano meglio delle opere storiche e letterarie innumerevoli cose. Illustrazioni, lettura, didattica, favole e fiabe, comportano almeno due testi: l’uno è il contenuto, l’altro è il manufatto ma insieme ne fanno un terzo, etnologico: ciò che si credeva, quello che il tempo ha trasfigurato per i lettore che legge a distanza di qualche decennio. Benjamin doveva averne una netta consapevolezza.
In un saggio, Je déballe ma bibliothèque (1931) – che potrebbe tradursi con “Disimballo la mia biblioteca” – Walter Benjamin paragona il collezionista al bambino poiché entrambi ogni volta che si appropriano di qualcosa, ricreano il loro mondo. Un ciottolo, un giochetto, le figurine. D’altra parte Brunet, con il suo celebre Manuel du libraire, non ha affascinato i bibliofili lungo i tre secoli che ci separano dalla prima edizione?

Senza una biblioteca errante

Benjamin ama viaggiare ma di certo vorrebbe che la sua biblioteca potesse seguirlo.Quando visita l’Italia, porta con sé qualche libro ma si trova presto senza letture e la corrispondenza mostra che avverte questo vuoto nonostante paesaggi, gallerie d’arte, incontri.
La prima perdita avviene in concomitanza con la separazione dalla moglie Dora nel 1930. Alla donna tocca, con il divorzio, la collezione di libri per ragazzi. Tre anni dopo, il distacco dai libri ha i risvolti di un dramma feroce con l’ascesa al potere di Hitler. Lo scrittore è costretto a fuggire da Berlino e ad abbandonare la sua biblioteca con cui lavora ogni giorno. Uno scorcio in cui c’è quasi l’immagine della leggenda dell’ebreo errante, con la differenza che il cammino dello scrittore è compulsivamente costellato di letture da fare, di citazioni da prelevare, di commenti da scrivere.
L’esilio è in sé una umiliazione, ma dover lasciare migliaia di testi in balia del caso e dei nazisti è ancora più esasperante. Pensa ad una spedizione postale, ma costerebbe troppo. Tocca a Bertold Brecht, che nel frattempo si è trasferito in Danimarca, assumersi l’incarico di custodire i testi di Benjmin: sei casse di libri che Brecht riceve il 15 marzo 1934 da un amico dello scrittore; in tutto 469 chilogrammi di peso e, naturalmente, la biblioteca non è completa.

Ultimi sforzi

Quattro anni dopo Benjamin va a trovare Brecht per organizzare la spedizione dei libri. Per la verità, è già stato suo ospite in Danimarca due volte. Ma solo in questo momento si accorge che l’elenco non comprende tutte le opere importanti che supponeva presenti. Molti titoli si sono persi durante gli spostamenti. E’ forse in questo momento che lo scrittore concepisce l’idea di creare un libro dei libri, una guida per aggirare i limiti della materia e del possesso. Non lo sapremo mai con certezza perché non solo la sua biblioteca è stata spogliata e ricomposta più volte, ma scomparirà anche un certo numero di suoi manoscritti.
Quando Parigi diventa inabitabile con le truppe germaniche alle porte, lascia un suo testo incompiuto a Georges Bataille che lo nasconde nel labirinto della Bibliothèque Nationale. Saranno questi i quaderni dei Passages che Giorgio Agamben ritroverà nel 1981 nella stessa biblioteca e che verranno editati in primis da Giulio Einaudi.

In Catalogna con una valigetta di cuoio

Nel mese di giugno 1940 Benjamin è dunque costretto a lasciare per la seconda volta i suoi libri superstiti oltre al manoscritto (ma era il solo?) in corso d’opera. Lascia Parigi portando con sé il necessario per la toilette, una maschera antigas e una valigetta di cuoio con altri lavori.
Il 26 settembre è in Catalogna in fuga verso gli Stati Uniti. qualche giorno prima ha affidato alcuni quaderni a sua cugina, Hannah Arendt, che risiede a Marsiglia. Giunto a Port Bou, si suicida ingoiando una dose letale di oppio. Di scappare ne aveva abbastanza. Il giorno prima la polizia di frontiera gli aveva ritirato il visto di transito. Il che poteva significare entro poche ore la consegna ai tedeschi e quindi la deportazione.
Il giorno dopo la sua morte, il 27 settembre, gli fu rilasciato il visto di transito con il quale avrebbe potuto lasciare l’Europa.
La sepoltura fu rapida. Gli amici pagarono la tumulazione in un loculo per il periodo di cinque anni e si imbarcarono per New York. Alla scadenza dell’affitto le ossa vennero portate nell’ossario comune. La polizia di Port Bou si trovò in possesso della valigetta di cuoio che, verosimilmente, conteneva gli scritti a cui lavorava. Non si sa che fine abbiano fatto.
Una parte della sua biblioteca sarà ritrovata invece in Unione Sovietica. I libri per ragazzi traslocarono in Italia insieme a Dora.

Marco Conti




Il corvo, la volpe e la battaglia della notte

Il Grande Corvo. Nunavut, Clyde River (Canada). Scultura in osso di balena. Musée des Confluences, Lyon, 2019. F.to G. Savino

La storia

Molto tempo fa un diluvio aveva messo fine all’umanità. Le terre erano buie, il mondo era precipitato nell’oscurità. Un corvo che volteggiava inutilmente nel cielo senza poter trovare né cibo né pace, scorse allora la volpe e cominciò la battaglia. Lui aveva bisogno di poter vedere; la volpe aveva bisogno della notte per la sua caccia. I suoi occhi bucavano la tenebra e in tutto quell’intrico di pece, ecco che spuntava un topo, un uccello, persino un pollo. Un bel giorno iniziò la guerra ma poi anche la guerra finì per stancare sia la volpe che il corvo. Allora si misero d’accordo. Fecero pace e divisero il buio e la luce. Fu così che nacque il giorno.

La leggenda di Nunavut

Nell’arcipelago artico canadese, Nunavut è uno dei lembi di terra più solitari che si possano immaginare. Oggi ci vive poco più di un migliaio di persone. Eppure l’archeologia ha individuato testimonianze di cultura che hanno perlomeno 4.000 anni. Secondo le ricerche fatte si può inoltre dedurre che l’arcipelago e l’isola di Baffin fossero in contatto con le antiche popolazioni norvegesi, le quali, nelle loro saghe, avrebbero chiamato Helluland il territorio costiero dei Nunavut. Gli inuit vi vissero tra il 500 a.C. e il 1500 confondendo poi la loro tradizione con la cosiddetta “cultura di Thule”.

La leggenda del corvo e della volpe dà conto di un mito universamente diffuso in modi straordinariamente diversi, dove la luce del giorno è intesa come una conquista rispetto al caos e al buio originari. Nel breve saggio In principio era la notte, ripreso in questo sito, si possono leggere diverse versioni mitiche del paradigma: da quelle sudamericane e africane a quelle europee.

La soavissima cannabis

Bagnara, Ravenna, gramolatura della canapa. Foto E. Pasquali

C’è sigaro e sigaro. Quello che il bisnonno e il nonno compravano in farmacia era una “Specialità farmaceutica Carlo Erba, di Milano, ed era un sigaro di “Canape Indiana”. Si fumava per curare l’asma, o per dormire, almeno fino agli anni Trenta del Novecento. Non c’era neppure bisogno di ricetta. I rischi? Un sonno profondo, sogni,rilassamento. Ma se in quegli stessi anni del secolo scorso abitavate a Sala Biellese, a Torrazzo, a Mongrando, a Candelo, poteva capitare, verso metà estate e più oltre, di avvertire un profumo insolito nelle strade e, più forte ancora, nei campi. Poteva anche succedere di vedere tre o quattro ragazze, o donne, o anziane, che ridevano a crepapelle sopra una buca  dove battevano vigorosamente dei fasci d’erba. Era proprio a quell’altezza, sulla fossa di macerazione, che il profumo si sentiva e aveva l’effetto di uno scacciapensieri naturale.




Sono la pipa d’un autore;
si vede guardando la mia faccia
cafra o abissina,
che è un gran fumatore il mio padrone.
Se è colmo di dolore
Fumo come una capanna fuma
dove si prepara la cucina
per il ritorno del coltivatore.
Gli cullo e avvinghio l’anima
nella voluta cilestrina
che sale dalla mia bocca in fiamme
e le spire sono un balsamo potente
che incanta il suo cuore e lenisce delle fatiche il suo spirito.


Charles Baudelaire, “La pipa“, da I fiori del male (trad. M. Conti)

Canapa dei campi e canapa in farmacia

Stigliatura della canapa

Il lavoro duro veniva dopo, nelle “scrigne”,  per lo più in seminterrati dove si sentivano battere i telai della canapa.
Non era proprio la stessa canapa del farmacista. I botanici la definiscono Cannabis Sativa L. del tutto simile a quella orientale, ma meno ricca di principi psicotropi rispetto alla varietà Indica, cioè alla specialità farmaceutica Carlo Erba di un tempo e a quella del mercato clandestino di oggi.
Eppure il medico e botanico biellese a cui sono intitolati i giardini della città, cioè Antonio Maurizio Zumaglini (1804-1865), un giorno decise – come si direbbe oggi – di “farsi una canna” con la canapa biellese e scrisse nella sua Flora Pedemontana: “Io ne trassi un grande giovamento per la cura della nevralgia dei nervi iliaci del femore sinistro, per l’insonnia e per i fastidi della vita. Pertanto esorto i medici affinché facciano grande uso di un rimedio facilmente reperibile ovunque, facilmente preparabile e troppo sin qui tenuto in dispregio”.

Sono uno sballato, rotolo l’anima nell’erba amica
Sballato Sballato non porto Niente addosso tranne Dharma nel deretano
Sììì tutti voi sballati ascoltatemi! Voi laggiù della media borghesia!

Ohi sballato ricco quand’è che cambierai i regolamenti?
Ehi sballato in bolletta iscriviti al Partito Rivoluzionario Socialista altrimenti
Legalizzeranno l’esistenza, ognuno cavalcherà un grande cavallo bianco

Allen Ginsberg da “Poesie da cantare. Primi blues” Lato Side 1979 (trad. C. Corsi)

Zumaglini, una ricetta per sognare

Mulino di Soprana (Biella), rete museale. La ruota alimentata dall’acqua serviva per macinare le granaglie ma lo stesso mulino abbinava anche una macina di arenaria che consentiva di polverizzare le parti morbide già sottoposte alla macerazione. Rimaneva il “tiglio”, il quale veniva battuto e poi “pettinato” su un tavolaccio irto di chiodi. Il processo si concludeva con la filatura della fibra migliore; la seconda selezione era destinata alla fabbricazione di corde, e la terza per usi diversi. Più sotto, al termine dell’articolo, compare l’immagine della macina del mulino di Soprana.

Forse al “dispregio” aveva contribuito la fama della canapa orientale in una società della penitenza come quella occidentale. Lo stesso Zumaglini parlando della storia della cannabis e ricordando l’uso che ne fanno arabi e indiani, scrive che l’erba “rallegra l’animo, produce sogni soavissimi, dissipa gli affanni, lenisce i dolori e stimola i sensi languenti. Io ne esplorai le virtù sue e preparai con l’erba fresca una tintura, la quale con l’aggiunta di un pochino di laudano eccitò sogni erotici soavissimi e acuì la sessualità”.
In quegli anni la coltivazione della canapa della varietà “sativa” era largamente diffusa nel Biellese, nel Canavese e in varie altre parti in Italia, in Svizzera, in Germania.

La droga è sempre un surrogato. E precisamente un surrogato della cultura. […] la droga viene a riempire un vuoto causato appunto dal desiderio di morte e che è dunque un vuoto di cultura. Per amare la cultura occorre una forte vitalità. Perché la cultura – in senso specifico o, meglio, classista – è un possesso: e niente necessita di una più accanita e matta energia che il desiderio di possesso.

Pier Paolo Pasolini, “La droga una vera tragedia italiana”
da Lettere Luterane, Garzanti, 1975

I telai biellesi per la canapa

Stigliatura della canapa. Qui la macina è sostituita da un altro sistema di scarificazione attraverso pulegge azionate tramite un nastro da una macchina a vapore.

Ma le coltivazioni italiane a quanto risulta dagli studi successivi, fornivano un prodotto tessile migliore. Sala e Torrazzo erano i centri di tessitura più attivi. Fino a pochi decenni fa poteva capitare di vedere nei campi gli affossamenti dove si macerava la canapa prima di essere triturata con le macine di pietra. Le buche erano chiamate “gorgh dla canva”, ed era lì che gli effluvi producevano quegli effetti euforici che il botanico definisce “soavissimi”.
La coltura della canapa tessile era così diffusa che a Sala, fin verso gli anni Cinquanta, quasi ogni famiglia aveva un telaio. A Torrazzo, già nel 1720 si contavano 86 telai per canapa su 950 censiti in tutto il Biellese. In Vallestrona, a Trivero e a breve distanza, a Soprana (vedi sopra il mulino della canapa), è attestata la coltivazione. A Trivero, nel XVI secolo, la coltivazione della pianta produce venti sacchi di canapa all’anno. Un’inezia, tuttavia, se si pensa che lo stesso comune produceva in quel periodo 620 sacchi di castagne.

Olio, carta, sapone, corde, cibo, lumi

Il primo libro a stampa, la Bibbia di Gutenberg venne stampato nel 1453 su carta di canapa. E’ la ragione principale per cui il volume ha potuto vivere senza eccessivi danni per la metà di un millennio. Così come le pergamene ricavate dagli strati sottostanti le cortecce o dalle stesse cortecce, la carta di canapa è la più resistente. La carta ricavata dagli stracci di canapa venne usata fino al primo Ottocento. Chi si occupa di libri antichi osserva come a partire dall’uso della lignina per la fabbricazione delle carte, i libri si deteriorano per umidità, muffe, microorganismi.

Del resto, dalla cannabis, oltre ai benefici effetti euforici, e ai tessuti più resistenti, si ricavavano molte cose: i semi erano cibo per gli uccelli, per il pollame, e l’olio ottenuto dai semi serviva per ungere la lana, per fare saponi, per illuminare le lanterne; le fibre erano utilizzate per ottenere non sole corde, e oggetti di corda, ma una carta pregevole e molto resistente. Fino al primo Ottocento la carta più resistente mai prodotta era fatta con stracci di canapa. Di canapa erano infine certi bastoni da passeggio che usavano le ‘Dame’.
La repressione dell’uso della canapa per scopi medicinali e ricreativi (ma la legislazione parla solo della varietà orientale) cominciò dagli Stati Uniti, Paese che, nella fattispecie, si distinse per uno studio di straordinario “acume”, strumentalità e puritanesimo.
La ricerca fu questa: venne fatta un’inchiesta nelle carceri da cui risultava che tra i detenuti molti erano stati fumatori di marijuana e di hashish. Da qui si evinse che esisteva un rapporto tra cannabis e criminalità. Se fosse stato chiesto loro se avevano fatto uso di cachet per il mal di testa, è evidente che si sarebbe potuta trovare una relazione tra cefalea, aspirina e criminalità.

Marco Conti

Macina per la canapa. Mulino di Soprana. La macina, azionata dalla forza idraulica, era completata da una ruota superiore. Tra le due ruote di pesta era inserita la canapa già macerata nell’acqua


Il sussurro del mondo

L’ultimo romanzo di Richard Powers intreccia le storie di nove personaggi immersi nel mondo degli alberi. Un nuovo affondo nella letteratura postmoderna

La natura come spettacolo, come bellezza, come pericolo, come cornice, paesaggio, risorsa, turismo, disagio, curiosità. Insomma la natura è sempre altro. Ma camminando per i sentieri della postmodernità, viene in mente l’adagio di Pasolini, quel suo scambiare la Montedison per una lucciola. E così fa Richard Powers con questo romanzo-fiume intitolato Il sussurro del mondo che ha ottenuto il premio Pulitzer 2019.
Powers elegge come fonte del suo discorso non la natura indifferenziata, ma gli alberi, il nodo cruciale della storia naturale, il seme di ogni seme. Una banana e un uomo condividono del resto il 50 per cento del codice genetico. Un pensiero val la pena di farlo. E allora ecco i nove personaggi che intrecciano le loro storie nelle 658 pagine di questo libro.

Le radici

Le radici di questa narrazione identificano anche l’albero genealogico dei personaggi. Ecco Nicholas Hoel sui sentieri di Thoreau fare bottino di castagne, innamorarsi in una notte di fuochi, stabilirsi con la compagna in una prateria immensa. Esattamente in quel posto aperto ai venti dove una manciata di castagne dà inizio ad un boschetto. Col passare del tempo e il succedersi delle generazioni rimarrà soltanto un maestoso esemplare, punto di riferimento storico per chi percorre quelle strade ma anche per le famiglie degli Hoel che si sono succedute continuando una curiosa abitudine del padre, del nonno e del bisnonno: fotografare ad ogni mese il castagno. Solo il castagno.
Il libro è appena iniziato, ma Powers ha già acceso a questo punto la nostra curiosità. Possiamo passare a un’altra famiglia o – meglio – alle radici di altri nuovi personaggi. Mimi Ma, per esempio, che ha un padre che arriva da Shangai ed è approdato in America portandosi un rotolo di pergamena prezioso, così antico che dovrebbe stare in un museo.

Il tronco

Il romanzo alla fine della prima parte ha appena riunito nove storie. Potrebbero essere racconti autonomi e lo sarebbero se il romanzo finisse ora. Invece qui si avvia l’intreccio, il corpo della narrazione. In breve, il tronco.
«Un uomo è seduto alla scrivania della sua cella in un carcere di media sicurezza. Sono stati gli alberi a farlo finire lì. Gli alberi e il troppo amore per loro.» Douglas potrebbe vivere come tanti, ma preferisce isolarsi in un paese dove combattere il disboscamento lavorando alla messa a dimora di centinaia di piantine. Sembra contento, finché un giorno non scopre che più alberelli si contano, maggiori sono i tagli previsti dal piano governativo.
Sarà sulle pendici di queste montagne che incontrerà Patricia, la botanica che ha abbandonato la carriera accademica dopo aver fatto scalpore con una sua ricerca: gli alberi -sostiene- comunicano tra di loro liberando essenze quando sono attaccati dai parassiti. I docenti della vecchia guardia la deridono e la isolano. Poi, qualche anno dopo, altri studi danno ragione a Patricia Westerford, ormai nascosta nelle foreste americane.

La chioma

Douglas, Mimi, Olivia diventano ambientalisti in dissidio con il mondo. Per la verità ognuno dei personaggi ritagliati da Powers è un outsider, ma a un certo punto gli irriducibili si stancano delle ipocrisie e dell’indifferenza: danno fuoco ad un laboratorio che cerca di modificare il genoma dei pioppi.
«Venti primavere passano in un baleno. L’anno più caldo mai rilevato va e viene. Poi un altro. E poi altri dieci, quasi tutti tra i più caldi registrati dalla storia. Il livello dei mari si alza. L’orologio dell’anno si rompe. Venti primavere, e l’ultima comincia due settimane in anticipo rispetto alla prima (…) Si può guardare la lancetta delle ore, scopre Mimi, fissarla mentre percorre tutto il giro dell’orologio e non vederla muoversi mai una volta». Adam, le cui radici sono quelle di un adolescente asociale, intelligente ma escluso dalle facoltà prestigiose, è diventato finalmente professore associato all’università; un giorno apre il giornale e capisce immediatamente chi sono i responsabili dell’incendio. Sei settimane dopo diventa un piromane.

I semi

Nick si sveglia al canto degli uccelli, Douglas fa un corso di dendrologia in carcere, Mimi documenta la vita degli alberi. Con quelle degli altri personaggi la parabola delle loro storie, ormai dense e aggrovigliate come radici, si vanno concludendo. I semi sono questi, vale a dire le loro vite spese intorno ad una passione fatta di vicinanza al mondo. Così come ci aveva annunciato Emerson in epigrafe al romanzo: «La più grande beatitudine offerta dai campi e dai boschi è la suggestione di un’occulta relazione tra l’uomo e la vegetazione».
Richard Powers si tiene lontano da quella narrativa di tendenza, climat- fiction, gravitante intorno al disastro ecologico. Per quanto l’intera sua opera sia assimilabile al post-modernismo, da De Lillo a Franzen, a Pynchon, si potrebbe argomentare che Il sussurro del mondo porta con sé l’eredità dell’umanesimo.

Narrativa e postmodernità

Nell’ultima parte, il romanzo lascia emergere sulla superficie narrativa un versante didascalico, ma quest’ultimo sporge quasi “naturalmente” come un ramo più alto. E’ lo scotto pagato anche da De Lillo e dagli altri compagni di strada per voler entrare più direttamente in contatto con il pensiero. La costruzione resta tuttavia mirabile così come l’immaginario innervato dai suoi protagonisti. La narrazione usa il tempo presente e, forse, anche in questo caso si tratta di una scelta dettata dall’esigenza di comunicare l’urgenza, vale a dire il farsi delle vicende e della nostra Storia, quando, chiuso il romanzo, il sipario si apre su di noi.

Marco Conti

Richard Powers, Il sussurro del mondo, traduzione di Licia Vighi, La nave di Teseo, 2019, Pp. 658. E.22,00




Richard Powers è nato nel 1957. Il suo esordio narrativo è avvenuto nel 1985 con “Tre contadini vanno a ballare”. Tra i suoi romanzi più importanti: “Il dilemma del prigioniero” (1989); “Galatea 2.2” (1995); “Il tempo di una canzone” (2003); “Il fabbricante di eco” (2006); quest’ultimo edito da Mondadori.

La straniera

«Mia madre e mio padre si sono conosciuti il giorno in cui lui ha cercato di buttarsi da ponte Sisto a Trastevere.»
L’incipit della Straniera è sorprendente quanto l’intero libro, un romanzo, una autobiografia e soprattutto la storia di uno sradicamento che nasce da una terreno in cui nulla è definitivo. Per cominciare persino il tentato suicidio non è un dato certo perché il padre sostiene di aver conosciuto sua moglie salvandola da un’aggressione davanti alla stazione Trastevere.
Potremmo pensare che le due versioni trovino una soluzione, ma non è così, tanto più che entrambi i genitori sono sordi e questa sordità si estende in un temperamento orgoglioso e distante da tutti.
Potremmo allora pensare che le esperienze dei genitori forniscano e cerchino nelle loro stesse vite dei riferimenti sicuri. E ancora una volta sbaglieremmo. Viaggiano, litigano, si amano, cercano altrove. Così dobbiamo constatare, come dice l’autrice che «la storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato».

Scrivere di sé

Claudia Durastanti

Le pagine in cui Claudia Durastanti ferma l’attenzione sulla scrittura sono esemplari. Parla della sua esperienza, ma potrebbe valere per quella di qualsiasi memoir passato e presente. Dice: «Rileggere te stessa significa inventare quello che hai passato, individuare ogni strato di cui sei composta: i cristalli di gioia o di solitudine sul fondo, le conseguenze di una memoria che è evaporata, tutto ciò che è stato scavato e poi inondato, solo per renderti conto che non è vero che il tempo guarisce: c’ è una frattura che non verrà mai riempita.» Fatalmente questa spaccatura diventa mito, energia e limite.

Prima fermata a Brooklyn

Brooklyn, anni Ottanta

A cinque anni Claudia è a Brooklyn dove vivono i nonni materni. Si annuncia un nuovo percorso ma il senso di disappartenenza non si fa attendere. Sua madre non lavora, resta a dormire, la piccola cerca di evitare l’asilo, il fratello gli spiega che in realtà i genitori sono attori che usano il metodo Stanislavskij e si fingono sordi per entrare nel ruolo. Coi nonni la bambina va a visitare le ville anziché Manhattan; sua nonna la manda a fare consegne di mozzarella per il quartiere quando non fa la cuoca e si diverte a prendere in giro la lingua americana così che I don’t know diventa “aranò”. Insomma il mondo che la protagonista porta con sé è straordinariamente mobile, incerto ed enigmatico. Tanto più che questo mondo si divide ogni anno, ritualmente, tra la Basilicata e Ney York o il New Jersey dove trascorre parte delle vacanze.

L’italiano dopo l’inglese

“Stiro da ferro”, “Bega”, “Frankfurt”: rispettivamente “ferro da stiro”, “Busta”, “Hot Dog” (il genere, la variante è Frankfurt): la scrittrice impara l’italiano con molte altre pronunce in testa; confonde il desiderio con la realtà, disegna a scuola una casa che non assomiglia in nulla a quella reale. E intanto legge, da Grimm a Kerouac, mentre sua madre – in camera – dipinge. Per il piccolo mondo lucano si tratta di una bambina e di una famiglia ben strane. Lo sa anche suo fratello adolescente che le dice: « Hanno già deciso cosa diventeremo: io un delinquente e tu una ragazza volgare, dobbiamo cambiare le cose.»
Intanto i genitori si sono divisi ma il padre non si è rassegnato, rapisce la bambina, la porta in giro.
Claudia Durastanti prende in consegna il lettore come il personaggio paterno la bimba e lo immerge ad ogni capitolo in piccole e scalzanti storie che chiudono subito il sipario solo per consentire la memoria successiva e dar luogo a un registro qualche volta drammatico, qualche volta ironico: « Crescevo, e la parola Basilicata non appariva mai in televisione e neanche nei cruciverba».

Rotondella (Basilicata); foto di repertorio

Il romanzo

I numerosi mutamenti di registro della Straniera sono funzionali ad altrettanti e rapidi movimenti narrativi, storie che sarebbero aneddoti o tappe non fossero resi compatti dallo sguardo straniato, da una scrittura viva ed energica. Più volte durante la lettura si ha l’impressione che quel capitolo, quella stessa voce narrante, potrebbe raccogliersi intorno al singolo episodio e farne un’altra autonoma storia. Ma la forza di questo romanzo consiste proprio in questa versatilità compatta, nell’originalità della scrittura. Originalità che, in un paesaggio letterario come quello di questi anni, non è stata cifra sufficiente per il premio Strega; essendolo, viceversa e da tempo, l’ovvietà.

Marco Conti

Claudia Durastanti, La straniera, pp. 285 La nave di Teseo, 2019; euro 18,00

Il diavolo nel cassetto

Il romanzo di Paolo Maurensig, ambientato in un borgo delle Alpi svizzere: tra il thriller e l’atmosfera della narrazione gotica

Bestiario medievale, la volpe

Di ritorno dal suo celebre Viaggio in Italia, Goethe si fermò in un villaggio incassato tra le montagne svizzere. Colpa di un guasto della carrozza. Ma l’incidente ha fatto la fortuna di quel paese: tant’è vero che due secoli dopo, lo scrittore romantico non solo ha un monumento nella piazza, ma è celebrato da ben tre locande ognuna delle quali annovera il merito di averlo ospitato in quella celeberrima notte.
Potrebbe essere tutto; invece non è. Se ne accorge a proprie spese il reverendo Cornelius inviato a Dichtersruhe (non d’invenzione che significa “riposo del poeta”) per aiutare il vicario ormai troppo vecchio per sopperire alle necessità del borgo. Padre Cornelius si sente subito a disagio. Nessuno sembra prenderlo sul serio ma, soprattutto, ad ogni messa i fedeli si contano sulle dita di una mano.
«L’aspetto del paesaggio – dice il sacerdote – rispecchia il carattere dei suoi abitanti: accogliente d’estate, mortalmente squallido nella stagione fredda».

Un paese di scrittori

Il demonio porge i suoi ‘desiderata’

Riservati fino al mutismo, gli abitanti di Dichtersruh covano una passione segreta. Così segreta che padre Cornelius deve appostarsi come un detective all’ufficio postale per scoprire cosa sono i voluminosi pacchi che puntualmente sono consegnati agli uffici di spedizione. La sorpresa è grande: nella piccola vallata svizzera gli scrittori pullulano come zanzare nelle risaie. E’ sufficiente che, con una scusa o con l’altra, il vicario cominci a discettare dal pulpito sulle opere letterarie più importanti, perché la piccola chiesa si riempia all’inverosimile.
Ed è proprio in questo frangente che il diavolo gioca le sue carte.
Lo racconta padre Cornelius a un apprendista scrittore, Friedrich, che è giunto in paese per seguire un convegno di psicanalisti in cerca di manoscritti da consegnare alla piccola casa editrice di cui è diventato consulente. Tra i relatori c’è proprio il sacerdote che propone una tesi ben curiosa.

Il Maligno fra di noi

Padre Cornelius parla diffusamente del Male, parla del Diavolo e spiega che ormai, visto il mondo laicizzato, il demonio non segue il solito canovaccio a cui tutti erano abituati. Alcuni psicanalisti escono dalla sala protestando ma il sacerdote continua sostenendo che oggi, l’attività spirituale è ormai consegnata alla letteratura e proprio questo può diventare il campo di azione del maligno.
Scettico il giovane editor ascolta la tesi, gli pare che Cornelius si esprima attraverso simboli eloquenti, vorrebbe prendere in consegna il manoscritto, proporlo alla stampa. Scoprirà molto di più di quanto era stato raccontato in pubblico.

Una narrazione a incastro

Secondo il protagonista del romanzo, Cornelius, la volpe è una incarnazione del Maligno

Paolo Maurensig riprende qui la tradizione gotica coniugandola con humor agli attributi prosaici e laicissimi del XXI secolo. Come nel suo romanzo più famoso, La variante di Lűneburg (straordinario romanzo d’esordio, nel 1993, tradotto in venti lingue) anche Il diavolo nel cassetto è un romanzo a incastro. Il narratore riordinando la casa trova un manoscritto che non ha mai letto dove un anonimo autore racconta la vicenda di Dichtersruh narratagli da un terzo sconosciuto, forse lo stesso padre Cornelius.
La scrittura di Maurensig vive interamente intorno ai personaggi insoliti e affascinanti che sa creare. Se nella Variante di Lűneburg le esistenze si spendevano nel mondo (nettamente simbolico) degli scacchi, qui è la narrazione stessa ad essere la tentazione che disperde le vite, l’incarnazione di una ossessione che tenta, divora ed elegge. Ma tocca sempre con felicità narrativa il nostro immaginario.

Marco Conti

Paolo Maurensig, “Il diavolo nel cassetto”, pp. 115, Einaudi, 2018