Giulia Niccolai e il biliardo esoterico

Giulia Niccolai con Adriano Spatola negli anni ’70
Matteo (1 anno e mezzo), in spiaggia
vede un vecchio Nokia
ed esclama: Nonna!

E’ il primo frisbee dell’ultima raccolta di Giulia Niccolai, mancata lo scorso giugno a Milano a 86 anni. Fotografa, scrittrice, poeta d’avanguardia, monaca buddista, aveva trovato nel lampo, nella nota di un momento, la misura di una scrittura altrettanto rapida e precisa. I lanci dei suoi frisbee erano del resto calcolati perché tornassero tra le sue mani. E infatti di questo Nokia abbandonato sulla spiaggia, Giulia Niccolai, qualche riga più sotto scrive: «Venire identificati “anziani”/grazie al modello di un telefonino, / da un bambino di 1 anno e mezzo/ è un concetto assolutamente sconcertante./ Per quanto mi riguarda, Matteo è già un mutante/e noi, vecchi, siamo doppiamente sorpassati.»

La misura composta e lieve della sua scrittura toccava talvolta la poesia con la casualità del frammento diaristico, altre volte  si univa ad una nozione di saggezza buddista che dalla storia umana prende le distanze, ma quasi sempre leggendo Giulia Niccolai si ha l’impressione che l’autrice sorrida con sconcerto e accettazione.

Oggi al supermercato la cassiera dice alla cliente
che non si ritrova con il conto…
Ha ragione, risponde la signora, 
è il salmone che non ha fischiato…

Favole e frisbees

Favole & frisbees (Archinto) ha riunito nel 2018 queste brevi illuminazioni e note: piccole cose capaci di muovere acuminate riflessioni e percorsi nascosti sotto la superficie della quotidianità.  Giulia viene a sapere per esempio che una legge napoleonica aveva preteso che gli ebrei orientali che volevano integrarsi comprassero cognomi tedeschi.  «Il prezzo di quei cognomi aumentava secondo la preziosità indicata dalle parole, v. Goldstein, o di quanto evocassero immagini piacevoli, v. Rosenfeld ecc.» Così l’autrice riflette: «Commuove/la povertà/ della famiglia/ Unsasso,/ Unapietra :/ Einstein». Ma davvero qualcuno se ne dispiaceva? Giulia Niccolai  pensa a Gertrude Stein, alle grandi famiglie colte e magari spiritose  che verosimilmente sorridevano  «all’idea di pagare a prezzo d’oro delle parole» e dunque sceglievano «la semplicità nuda e cruda. Stein, pietra, significa anche vita». Infine: è davvero un caso che la sua amica Anna l’abbia messa a partito di questa strana storia? Forse no. La conversione al buddismo tibetano è attenta ai parallelismi, alle coincidenze che hanno la stessa libertà della vita ma una casualità assai dubbia. «…sia Anna che io abbiamo scritto una poesia su questa esistenza di pietra. Esistenza dura come la pietra?»

Esoterico biliardo

Uno dei libri più belli di Giulia Niccolai, Esoterico biliardo (Archinto, 2001),  è anche uno dei più compositi per quanto il registro autoriale resti inalterato e inequivocabile. Il percorso sembra accidentato solo in apparenza. Si va da un aneddoto agli anni trascorsi a Mulino di Bazzano con Adriano Spatola e Corrado Costa, alla lettura delle loro opere e a quelle di Giorgio Manganelli. C’è davvero in queste pagine un aspetto esoterico: “nascosto” innanzitutto rispetto a una continua interrogazione della memoria e di quegli eventi inspiegabili che Niccolai definisce epifanie. Il “biliardo” di cui si parla nel titolo e che altrove (cioè sulla copertina di Favole & Frisbees) è un’immagine fotografica di un autentico biliardo posato sui versanti innevati del Tibet, assume  qui il valore pascaliano dell’ esprit de géométrie. Ma questa nozione non è chiamata in causa per controbattere un opposto, lirico esprit de finesse. Al contrario la locuzione va a indicare quelle traiettorie del gioco, precise e inoppugnabili che, per traslato, vivono ugualmente nelle coincidenze e negli eventi apparentemente casuali dell’esistenza. Per Giulia Niccolai la surrealtà di certi scorci di vita non è casuale ma necessaria. Pare anzi di capire che tocchi all’esprit de finesse scoprire la perentorietà della geometria.

Una dedica

Negli anni di vita in comune a Mulino di Bazzano, Giulia Niccolai e Adriano Spatola creano con Corrado Costa la rivista Tam Tam e l’omonima collana di libri che si occupa del discorso d’avanguardia: poesia visuale, poesia concreta, nonsense; uno spaccato molto eterogeneo della sperimentazione e forse il solo capace di fornire il clima di quegli anni, il decennio dei ’70, quando i percorsi individuali si definiscono e nel contempo si divaricano. Uno di questi è quello di Spatola che, nel 1975, pubblica con Geiger la raccolta Diversi accorgimenti dedicando a Giulia e alle poesie di Greenwich (1971) un testo definito «profetico», trent’anni dopo, dall’autrice. La poesia dice:

per Giulia Niccolai
L’isola è protetta dall’astensione dal vuoto
della stiva negata al carico imponderabile
di una terra che naviga abolendo la rotta
del cargo azzerato dal racconto di un viaggio
intrapreso e interrotto dal sole sul quadrante
della mente smantellata secondo ragione.

Ormai monaca buddista avvezza a leggere sotto il velo multicolore di Maja, Giulia Niccolai annota quei versi di apertura e chiusura osservandone la congruità con il suo pensiero attuale e la sua storia: «L’isola è protetta dall’astensione dal vuoto (…) della mente smantellata secondo ragione».

Marco Conti

Gentile: piccole libertà tra i rotola-campi

“Questa è la Senna/ e in quel suo torbido/ mi sono rimescolato/ e mi sono conosciuto”. Questi versi di Ungaretti, che a Parigi trova la sua strada poetica, possono adattarsi alla protagonista de Le piccole libertà di Lorenza Gentile, Oliva Villa. Parigi e la letteratura hanno un legame indissolubile. Impossibile parlare della ville lumière senza pensare agli scrittori che ci hanno vissuto, che si sono incontrati e hanno rimescolato le idee, trovando, infine, la propria marca caratteristica. Intellettuali provenienti da ogni paese. Ma il punto di incontro degli scrittori anglofoni, a Parigi, è una storica libreria vicino a Notre Dame. Nella celebre Shakespeare and Company vive il suo soggiorno parigino la signorina Villa.

La storia

Oliva Villa sta lavorando in una multinazionale e sta per sposarsi, dando vita al futuro progettato dai suoi genitori, quando riceve dalla zia Viviana, che ha mutato il suo nome in Vivienne, un biglietto ferroviario per Parigi. Le dà appuntamento davanti alla libreria Shakespeare and Company e oltre al biglietto le invia un pacco da aprire solo là. La zia non si presenta all’incontro e la ragazza attende inutilmente per diversi giorni. In realtà, l’attesa non è inutile perché offre a Oliva la possibilità di conoscere il mondo della libreria e della sua insolita e sgangherata  comunità bohémienne dei tumbleweeds. Alla fine dei dieci giorni, dopo essersi rimescolata emotivamente e culturalmente, si conosce e scopre chi vuole essere, liberandosi giorno per giorno dai pregiudizi di un percorso preconfezionato.

Shakespeare and Company

Parigi, Shakespeare and Company  (© G. Savino)

Il lettore nei primi capitoli, mentre Oliva è seduta sulla panchina davanti alla libreria, scopre la storia di questo luogo celebre, attraverso la voce di una guida turistica. Nel 1951 George Whitman fonda “Le Mistral”, alla quale cambia il nome nel 1964 per rendere omaggio alla famosa libreria Shakespeare and Company, di Sylvia Beach, che dal 1919 al 1941 fu frequentata dagli scrittori della lost generation e non solo. Questa libreria fu il centro della cultura anglo-americana a Parigi e fra i suoi scaffali si potevano trovare libri censurati nei paesi d’origine, ad esempio L’amante di Lady Chatterley o l’Ulisse di Joyce. Fra quelle pareti erano passati Hemingway, Joyce, Fitzgerald, Miller, Nin, Burroughs e moltissimi altri artisti di lingua inglese.

Quando Whitman fonda Le Mistral, non apre solo una libreria ma crea un punto di accoglienza per scrittori e artisti senza mezzi, che possono condividere gli spazi oltre che le letture. Una scritta al primo piano invita a non essere inospitali con gli estranei perché potrebbero essere angeli camuffati. Questa frase racchiude l’essenza del luogo e origina il mondo dei tumbleweeds, ovvero di coloro che vivono nella Shakespeare and Company. Questi rotola-campi, come li battezza George Whitman, soggiornano nella libreria in cambio di un paio d’ore di lavoro al giorno, hanno l’obbligo di leggere e di scrivere una pagina biografica prima di partire.

I rotola-campi

I rotola-campi

Oliva, attendendo l’incontro con la zia, diviene una rotola-campi, dorme all’interno dei locali, dove svolge le sue ore di lavoro e partecipa alle attività culturali organizzate da Sylvia, la figlia di George, che è una presenza, assente, dietro ad una porta. George Whitman muore nel 2011 e Lorenza Gentile colloca la storia proprio in quell’anno come  racconta nei “Ringraziamenti” alla fine della fiction. L’autrice, infatti, ha vissuto dentro la Shakespeare and Company e alcune delle esperienze di Oliva sono attinte da quel vissuto anche se ci tiene a precisare che non è un libro autobiografico e afferma «quando scrivo i miei libri niente è inventato di sana pianta, ovviamente, per molte cose traggo ispirazione dalle persone che mi circondano, dalle storie che sento», come si può ascoltare nel video di presentazione dell’editore Feltrinelli.

Per aiutare Shakespeare and Company dopo il Covid

Sylvia, dopo la morte del padre, continua a gestire la libreria, mantenendone inalterato lo spirito, e a ospitare i tumbleweeds. Lo scorso anno ha affrontato la crisi generata dal lockdown dovuto al covid, che ha ridotto dell’80% le vendite. La giovane Whitman per far sopravvivere la Shakespeare and Company, oltre ad incrementare le vendite su internet, ha lanciato la campagna “Friendsof Shakespeare and Company”, attingendo ad un’idea avuta dalla sua omonima fondatrice.  Durante la Grande Depressione, infatti, Sylvia Beach, per non dover chiudere la libreria, fondò questa associazione che in cambio di una quota annua offriva letture riservate di scrittori come T. S. Eliot, André Gide, Paul Valéry e persino Ernest Hemingway. Oggi i contenuti riservati sono inviati via web con cadenza trimestrale ai propri membri e oltre a permettere di raccogliere fondi, l’associazione crea una comunità di lettori e amici in tutto il mondo.

Giancarla Savino

Lorenza Gentile, Le piccole libertà, pp. 316, Feltrinelli, 2021, euro 17,00

Cose spiegate bene a proposito di libri

Un libro sui libri: a cominciare dalla  materia prima, la carta, per passare ai ruoli di chi li realizza e infine ai produttori, vale a dire gli editori, i loro marchi, le loro scelte. Il quotidiano il Post, giornale on line, ha mandato in libreria la sua prima  rivista cartacea che, esemplarmente, si occupa di quanto ho appena scritto. Cose spiegate bene. A proposito di libri, è un magnifico baedeker che può  accompagnare una marea di lettori curiosi dell’industria del libro, e di quanto partecipa alla sua creazione, i caratteri tipografici preferiti, il modo con cui si scelgono le copertine, le quote percentuali che dividono oggi il mercato degli editori. Non solo. Chi volesse avvicinarsi alla storia del libro come indice della cultura antropologica nel tempo del liberismo e del digitale, avrebbe di che riflettere. Magari cominciando dai titoli pubblicati dal 1929 al 2019.

Tanti titoli, ma quante seconde edizioni?

Un grafico intitolato “Novant’anni di libri” racconta la progressione delle opere stampate nel corso dell’ultimo e penultimo secolo. Nel 1929 si stamparono 8154 nuovi titoli e bisognò aspettare il 1967 per arrivare più o meno al raddoppio: 15.119.  Ma da quel momento l’editoria sembra non farsi scrupoli: nel 1996 arriva a mandare in libreria 51 mila titoli e nel 2019 la quota, che comprende la manualistica come il romanzo, conta 86.475 nuovi volumi.

Se i grandi successi restano rari, come e più di quelli ottocenteschi quando i romanzi dovevano prima passare dalle pagine dei giornali per arrivare al grande pubblico, anche le riedizioni di best seller nel XXI secolo sono merce pregiata per qualsiasi titolo che non costituisca un classico. In tre anni Edmondo De Amicis con i racconti di Cuore, arrivò ad avere settantadue edizioni. Era il 1886. Oggi, fatte le dovute proporzioni di mercato e alfabetizzazione, una progressione simile è impensabile anche per quelle opere milionarie che dalla carta passano al digitale, al serial televisivo o al cinema, come Cinquanta sfumature di grigio. Nel 2012 il romanzo di James vendette in Italia un milione  e 135 mila copie. Ma il confronto, impari tra questi due mondi,  è tutto nostro.

La fabbrica del libro

Gli autori di Cose ( in redazione Arianna Cavallo, Gabriele Gargantini, Ludovica Lugli, Giacomo Papi, Marco Verdura)  si fanno leggere restando ben ancorati ai mestieri del libro nell’attualità. Quanto tempo ci vuole per fare un libro? Se Simenon scriveva i suoi noir in due o tre settimane, Stefano D’Arrigo impiegò 25 anni per il monumentale Horcynus Orca. In compenso il primo passaggio di editing non dura più di tre mesi e l’impaginazione, la correzione di bozze, la redazione del paratesto al massimo 6 settimane. Il titolo? E’ naturalmente l’autore a deciderlo, ma non sempre la prima idea è quella definitiva. Umberto Eco per esempio voleva titolare il suo primo e più noto romanzo, “Delitti all’abbazia”; per sua fortuna gli amici gli indicarono uno degli ultimi titoli in lista, Il nome della rosa. Anche Fitzgerald non era convinto di Il grande Gatsby, preferiva “I milionari oppure  “Tra mucchi di cenere. Altre domande si affollano nella mente dei lettori, specie se “mangiatori di libri”. Come sono nati i tascabili? Cosa fa l’editor? Quali sono i font preferiti dagli scrittori italiani?

Il Garamond

Senza neppure spalancare la porta della bibliofilia, Cose racconta che «quasi tutti i libri italiani sono in Garamond, anzi, per essere più precisi, in Simoncini Garamond, un carattere disegnato nel Cinquecento da un tipografo francese – Claude Garamond – e rimaneggiato  nel 1958 da un tipografo bolognese, Francesco Simoncini.» Con rarissime eccezioni. La prima (poco più di un vezzo) è quella di Einaudi che si fece disegnare una variante di quello stesso carattere. Adelphi invece ha adottato il Baskerville, disegnato nel 1757 e più contrastato del Garamond, al quale si ispirò anche il celebre tipografo italiano, Giambattista Bodoni, da cui il nome del “carattere” utilizzato in ogni edizione di pregio da Franco Maria Ricci.

Al computer ogni scrittore oggi può scegliere il suo font. Il libro del Post passa in rassegna alcuni autori: Donatella Di Pietrantonio ha cominciato con Helvetica, poi si è convertita al Garamond come Marco Missiroli e Alessandro Baricco.  Nicola Lagioia e Valeria Parrella scrivono invece le loro cartelle in Times new roman 14, «interlinea 1,5, giustificato ovviamente, rientro a sinistra 1, 5 e  a destra lo stesso. Perché così mi viene una cartella di 1800 battute» precisa la Parrella. 

Gli editori

Il paesaggio dell’editoria è rivisitato dai curatori del libro con la perentorietà delle cifre e la precisione dei dettagli. Il quadro che emerge è il fedele specchio del neoliberismo con il mercato italiano che, nel 2019,  fa capo per il 26,2% al gruppo Mondadori, con i marchi di quelle che prima erano case editrici indipendenti: Rizzoli, Einaudi, Piemme, Fabbri, Sperling e Kupfer, Electa. Segue il gruppo Mauri Spagnol con il 10,6% (che controlla Garzanti, Salani, Longanesi, Bollati Boringhieri, Tea, Vallardi, Ponte delle Grazie e il 90 per cento di Guanda, il 51% di Newton Compton, il 49 di Chiarelettere. Gli altri titolari sono Giunti (8.7%), Feltrinelli (5,4%), De Agostini 1,6%).  Restano tutte le altre  sigle a dividersi il 47,5 del mercato editoriale. Ma tra queste compare, con una certa sorpresa, la prestigiosa Adelphi, la neonata Nave di Teseo, Sellerio, il Mulino, Neri Pozza, Cairo, E/O, Cortina, il Saggiatore e altre ancora. In questa quota trovano posto anche le multinazionali Pearson, HarperCollins, McGraw-Hill.  Nel corso degli ultimi nove anni gli “indipendenti” hanno però avuto il vento in poppa acquistando otto punti percentuali, quasi uno all’anno dal 2011, quando la tavola era apparecchiata con solo il 39,5 per cento dell’intero business. Il fatturato 2019 dell’industria del libro? 1422 milioni.

Investigatori e Ghostwriter

La rivista (così annunciata da il Post per cadenza, ma sotto le spoglie formali di libro) come ogni periodico apre illuminate “finestre” su dettagli specifici: ecco allora la nota di Michele Serra “Sull’editore”  e un capitolo sulla curatela di Concita De Gregorio…e, ancora, le pagine su chi sono i Ghostwriter. Ed ecco l’atlante  degli investigatori italiani – da Montalbano di Camilleri a Lazzaro Sant’Andrea di Pinketts – e la storia di due campioni della narrativa del vecchio e del nuovo secolo: Sellerio con i suoi piccoli elegantissimi volumi e la collana Stile Libero, uno scaffale einaudiano nato per tenere insieme generi e giovani, il basso e l’alto. Ma questa, ormai, è storia…

Cose spiegate bene. A proposito di libri. Con testi di Concita De Gregorio, Giacomo Papi, Francesco Piccolo, Michele Serra, Luca Sofri, Chiara Valerio, Iperborea, pp. 238, Euro 19,00

Beckett, Lettere 1941-1956: gli anni di Godot

«Non torno in Irlanda dalla morte di mia madre nel ’50 e spero di non tornarci mai.  Sono proprietario di due locali su un’altura remota, oltre Meux, a una trentina di miglia da Parigi e in futuro spero di vivere per lo più lì, a guardare l’erba che cerca di  crescere tra i sassi e a polverizzare la graziosa senape selvatica con il Weedon. Tout un programme. Riscrivimi presto e dimmi cosa posso mandarti. I miei saluti carissimi a Irene. Con l’affetto di sempre Sam».

La casa di Beckett a Ussy-Sur-Marne

Così Samuel Beckett conclude la lettera a George Reavey, suo primo editore e poeta irlandese. E’ il maggio 1953. Beckett si è appena trasferito da Parigi nella bianca casetta di Ussy-Sur-Marne dove vivrà fino al 1989 con la moglie. Non si direbbe, leggendo la corrispondenza del periodo, che Beckett abbia la consapevolezza di vivere il suo annus mirabilis. Ma è così. Non solo è l’anno di Aspettando Godot, che lo mette in luce da Parigi a Berlino a New York, ma è l’epoca in cui le sue opere precedenti in francese, Malone muore e Molloy trovano nuovi lettori e nuove versioni dopo gli stralci di entrambe pubblicati da “Transition Fifty” nel 1950.

Aria nuova

Il secondo volume delle Lettere (1941-1956) mostra in modo lampante come proprio il 1953 sia l’anno in cui si profila sulla scena letteraria francese un’aria nuova, con nuovi orizzonti espressivi, quelli che saranno poi riuniti sotto l’etichetta dell’ École du regard. La corrispondenza di questo secondo volume delle Lettere di Beckett documenta la contemporaneità di queste prospettive ma anche l’interesse che sta convergendo verso i testi dello scrittore irlandese. Scrivendo a Jérôme Lindon (Édition de Minuit), il 18 maggio 1953, Beckett mette in guardia l’editore rispetto alle proposte di adattamento cinematografico per Aspettando Godot e, nella stessa lettera, dice di dare «una bella stretta di mano» a Alain Robbe-Grillet per il suo Les gommes pubblicato da Lindon lo stesso anno.  Il giorno dopo Beckett  scrive a Rosica Colin per la messa in scena della sua pièce a Londra e annota che «le mie poche traduzioni di Francis Ponge sono insoddisfacenti», per dirle che non vuole vengano pubblicate. Due giorni dopo L’innominabile è in vetrina. A fine mese si parla dei diritti per “Godot” acquistati da un’agenzia teatrale olandese e il 25 luglio cerca di dare qualche informazione supplementare al regista tedesco della pièce.

En attendant Godot

Carlhein Caspari, regista di En attendant Godot, scrive infatti all’autore cercando di evitare interpretazioni fuorvianti dell’opera. Beckett è lapidario: «Mi è molto difficile dare spiegazioni sul mio lavoro. E non voglio influenzare la sua messa in scena. Non cercherò quindi di approfondire, come meriterebbero, le questioni che lei solleva.» Ma nello stesso tempo lo scrittore spiega che la pièce non comprende (se non a sua insaputa) elementi espressionisti e neppure simbolisti. Viceversa avvicina Caspari al carattere originale dell’opera escludendo qualsiasi scorciatoia culturale, e basando le sue indicazioni sull’ immaginario interno alla commedia: « Si tratta innanzitutto e soprattutto di qualcosa che succede, quasi una routine, e sono questa quotidianità e questa materialità che, secondo me, è importante far risaltare.» E ancora: «I personaggi sono essere viventi,  a malapena, se si vuole, non sono emblemi. Mi rendo perfettamente conto del suo disagio davanti alla loro scarsa caratterizzazione. Ma la esorterei a vedervi non l’esito di un tentativo di astrazione, cosa di cui sono poco capace, quanto il rifiuto di attenuare tutto ciò che al contempo di amorfo e di complesso c’è in loro.» Infine: «Il tempo che ristagna, che salta intere vite, lo spazio impercorribile come la capocchia di uno spillo, sono forse i veri falsi dèi della pièce, se è proprio necessario che ce ne siano.»

L’opera, il successo

Più tardi commentando questa lettera il regista dirà che avendo la possibilità di interpellare l’autore, si rivolse a Beckett e lui «mi aiutò negandomi il suo aiuto». Il 4 settembre 1953 a Berlino andò in scena il “Godot”  tedesco in presenza dell’autore. La corrispondenza dà conto di una assiduità senza pause dell’ autore sul proprio lavoro. Ora osservando che L’innominabile non ha avuto recensioni interessanti, ora seguendo le sorti di Watt (il romanzo scritto durante la fuga di Beckett nel sud della Francia dopo l’invasione nazista) che ha incontrato problemi per la pubblicazione con la Olympia Press: «Watt ha una nascita difficile, ma dovrebbe venire al buio del giorno la settimana prossima». In breve,  nello stesso anno,  il futuro premio Nobel mette in scena in Europa quella che sarà la sua opera più nota e chiude, con L’innomable, la trilogia di Malone Muore e Molloy  (entrambi del 1951); infine stampa Watt. Un ventaglio di testi oggi irrinunciabili. Eppure, in quello scorcio di tempo, non pare che Beckett sia consapevole della sua originalità o, perlomeno, che l’ossatura della sua opera sia definita e neppure che proprio “Godot” annunci un successo indiscutibile.

Quindicimila lettere

Il carteggio che Adelphi ha in corso di pubblicazione (iniziato con la corrispondenza dal 1929 al 1940) è uno dei più imponenti del Novecento. I curatori hanno riunito oltre quindicimila lettere e sarebbero decisamente di più se il carteggio fosse pubblicato nella sua interezza. L’autorizzazione all’edizione, data da Samuel Beckett nel 1985 (quattro anni prima della sua morte), imponeva una selezione (post mortem)  avendo come criterio essenziale l’inerenza delle lettere all’opera letteraria. Una indicazione vincolante, ma difficile da perseguire con puntualità, visto che rapporti, circostanze, lavoro, risultano spesso convergenti. Beckett lo sapeva benissimo tant’è che, scrivendo con la referente del progetto, Martha Dow Fehsenfeld, le dice: «Sarebbe un compito difficilissimo e sono sollevato al pensiero che sia in mani tanto devote e capaci quali le tue.»

Come è

Già nel 1996 i curatori si rendono conto che l’epistolario dovrà avere quattro volumi e non tre come si prevedeva,  mentre nel contempo la società che ha stipulato il contratto, la Grove Press, si fonde con Atlantic Monthly Press  per far procedere il lavoro sull’edizione. Impegno che comporta  visite a domicilio, classificazione, richieste per cessione di diritti, traduzioni e talvolta decifrazione del testo (Beckett aveva una scrittura a volte illeggibile) per arrivare alla presente edizione fornita dei dati biobibliografici dei corrispondenti  e di note critiche circostanziate filologicamente tutte le volte che questo risulta possibile.

I quindici anni compresi nel secondo volume ora editato, sono quelli in cui lo scrittore  collabora con la Resistenza, fugge nel sud della Francia, rientra in Irlanda prima di trasferirsi a Parigi, ma soprattutto sono gli anni in cui si definisce il corpus centrale dell’opera o quantomeno i lavori per i quali è più conosciuto. Nel 1957 Beckett ritiene di  «aver esaurito la vena», ma l’epistolario successivo mostra invece quali sono i nuovi slanci, i nuovi orientamenti. Dall’albero della trilogia e da “Godot” si diramano altre linee di ricerca: Come è, L’ultimo nastro di Krapp, oppure, più avanti, Mal visto mal detto per voler assumere un solo titolo emblematico degli anni conclusivi.

Marco Conti

Samuel Beckett, Lettere, volume II: 1941-1956,  a cura di George Craig, Martha Dow Fehsenfeld, Dan Gunn e Lois More Overback.  Edizione italiana a cura di Franca Cavagnoli. Traduzione di Leonardo Marcello Pignataro; Adelphi 2021, euro 55, 00

Roberto Calasso: storie di librerie, libri e biblioteche

Qualche tempo fa ho deciso di comprare un’antologia delle poesie di Roberto Juarroz. Sapendo che non avrei trovato nulla sugli scaffali delle librerie italiane, ho richiesto il volume in originale attraverso Amazon. L’ordine venne fatto un sabato sera alle 19 e la pagina on line del distributore mi disse che il pacco sarebbe arrivato all’indomani. Ho pensato si trattasse di una risposta automatica valida per tutte le stagioni e per gran parte delle merci. Amazon mi diceva addirittura che il volume in spagnolo sarebbe arrivato nel corso della mattinata. Qualcuno, all’alba di domenica, in un magazzino situato perlomeno a un centinaio di chilometri dalla mia residenza, dopo aver bissato aspirapolveri, indumenti intimi, prodotti agricoli, lampade, laser e creme, avrebbe trovato su di uno scaffale un libro di poesie di un argentino, in lingua spagnola, stampato a Madrid, e di cui si venderanno al massimo un migliaio di copie nel corso di un anno nell’intero continente. Una sbruffonata.

All’indomani mattina, verso le undici, il campanello di casa ha squillato. Un ragazzo sceso da un furgone mi aspettava oltre il cancello con un pacchetto in mano. Era il libro di Roberto Juarroz, Poesia Vertical.

Amazon e la libreria

Questo episodio mi è venuto in mente leggendo il volume di Roberto Calasso Come ordinare una biblioteca (Adelphi, 2020). E’ una raccolta di brevi saggi destinata a lettori avventurosi, quelli che come me vanno in giro in cerca di un libro, e ne trovano tre che non sapranno più dove collocare a casa propria. L’ultimo scritto si intitola  Come ordinare una libreria, una conferenza di 15 anni fa che l’autore ha aggiornato: «Mi sono reso conto, con un lieve soprassalto, che nel discorso di allora mancavano due parole che nel frattempo hanno occupato ossessivamente la scena: e-book e Amazon. Mancavano perché non c’erano. Solo a partire dal 2010 quelle due parole sono diventate dominanti».

Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano

Libri come merce e opere di qualità

L’e-book ha furoreggiato per qualche anno, «offrendo il destro per stoltezze di ogni genere», ma è «appassito» rapidamente. Viceversa il caso di Amazon sembra destinato a cambiare il paesaggio. Un tempo era «inimmaginabile che un rivenditore di articoli vari sarebbe diventato l’uomo più ricco del mondo. Non era una stranezza, ma una fra le varie conseguenze dell’entrata nell’èra digitale». E ancora: «Nessuna catena di librerie potrà mai competere con gli sterminati magazzini di Amazon e con la sua capacità di fornire il prodotto in tempi minimi.» Secondo lo scrittore (ed editore di Adelphi) le imprese che rischiano di più sono tuttavia quelle più grandi perché non lo sono abbastanza e se dovessero crescere  finirebbero per avere dimensioni sproporzionate al piccolo mercato dei libri.

Trinity College, Dublino

Calasso aggiunge qualcosa di cui, chi legge e scrive per professione, ha già avuto sentore ma su cui generalmente si evita di parlare per non chiamare in causa i massimi sistemi, se non direttamente l’estetica. Un argomento spinoso e inquietante. Calasso sostiene infatti che nel mondo globalizzato e mercificato «gli scrittori sono considerati come un settore dei produttori di contenuti e molti se ne appagano. Ma questo presuppone l’obsolescenza della forma. E dove non c’è forma non c’è letteratura. Questo aiuta a capire quella sensazione di angustia e di corto respiro che la letteratura del nuovo millennio non può che provocare. Per rendersene conto, basterebbe confrontare i libri degli ultimi vent’anni con quelli apparsi nei primi vent’anni del Novecento. Confronto che risulterebbe schiacciante, in sfavore del presente».

E’ una riflessione che – al netto delle considerazioni sulla letteratura di consumo, ovvero quella che un tempo era chiamata “letteratura popolare” – richiama quella analoga del filosofo Giorgio Agamben, il quale ha scritto che risulta curioso verificare come le passioni e la vita interiore dell’uomo contemporaneo trovino tutt’oggi modelli insuperabili attraverso le esperienze letterarie di un secolo fa.

Il contatto fisico con il libro

Parigi, la Biblioteca nazionale di Francia (BNF) dopo il restauro

Ma tornando all’argomento principale del saggio, Roberto Calasso mette in evidenza due i modelli più diffusi: quello della libreria che è anche una rivendita di vari articoli prevalentemente cartacei e quello che investe più direttamente la letteratura. Per il primo si annunciano tempi calamitosi: «Per quanto varia sia l’offerta, sarà sempre di gran lunga minore di quella che è disponibile su Amazon», chiosa l’editore. Gli stessi tempi di consegna risulteranno a sfavore. Viceversa per l’altra libreria, destinata a chi ama la letteratura «si apre una sola strada: puntare su qualcosa che per via elettronica non si può ottenere: il contatto fisico con il libro e la qualità. E che cos’è la qualità? Non c’è domanda più difficile. Nel celebre romanzo di Robert Pirsig, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, uno dei più memorabili del secondo Novecento, un padre e un figlio attraversano gli Stati Uniti in motocicletta tentando di capire che cos’è la qualità sulla base del Fedro di Platone. E non arrivano a un risultato certo, esattamente come i neuroscienziati di oggi, che scrivono dei qualia ma non sono arrivati a dircene nulla di essenziale. Eppure la qualità – inafferrabile, indefinibile, eslusiva – continua a essere una presenza costante in ciò che chiunque vive. La qualità – conclude – qualifica ogni istante, come il linguaggio ci costringe a dire.»

Un posto dove sedere

Firenze, Biblioteca Marucelliana

In una libreria la nozione di qualità sarà altrettanto empirica. Ma al di là di ogni speculazione dovrà essere un posto in cui si avrà voglia di entrare come nel proprio club. Calasso parla di un “iperlettore”, o perlomeno di qualcuno che voglia identificarsi con la cultura alta. I soci di questo club «saranno certi libri che si trovano sui tavoli o negli scaffali. La libreria dovrebbe essere il luogo dove comunque si trova qualcosa che vorremmo leggere. Che può essere la novità appena stampata o la traduzione di un testo cuneiforme.»

Per questo nella libreria ideale si troverà anche uno spazio dove sedere, magari persino una poltrona o un divano. Al libraio, in futuro, occorrerà essere anche il primo critico, cioè qualcuno in grado di vagliare nell’oceano delle pubblicazioni. Per fare questo occorrerà riflettere su chi rientra oppure no nella categoria degli autori, sia pure attraverso l’arbitrio dei librai. Ma per Calasso la libreria dovrà fare esattamente il contrario di quanto è previsto oggi: il criterio di scelta dovrà tener conto, per ogni autore, della «potenzialità di durare nelle inclinazioni dei clienti. E ovviamente tutti gli scrittori che non vengono inclusi troveranno un loro luogo in altre zone della libreria, nella narrativa, nella saggistica o in altre categorie.»

Cosa facciamo con i libri brutti

La questione aperta resta un’altra: come comportarsi con i libri brutti «che però si vendono?». Con perizia il libraio – risponde Calasso – «dovrebbe prendere nota di quali libri sono richiesti presso di lui». Con una facilitazione, poiché non è vero che i libri brutti si vendono bene, piuttosto risulta vero che «di fatto, nella maggior parte i libri brutti aspirano a essere venduti ma alla fine non si vendono». Un appunto che dovrebbe confortare i lettori, se non la maggior parte degli editori.

La biblioteca del lettore: l’ordine a chiazze

Ma a questo punto occorre gettare almeno un’occhiata sul resto del tesoretto offerto da questo libro che in sé assomma molte esperienze: quella di uno scrittore, di un erudito, ma anche di un editore straordinariamente attento alle scelte e infine di un bibliofilo che del libro conosce pertinenze e malìe. Il volume racconta infatti nel saggio di apertura, “Come ordinare una biblioteca” e ci toglie subito l’imbarazzo di sapere che, in effetti, non lo abbiamo mai fatto: «Il miglior ordine per i libri, non può che essere plurale, almeno altrettanto quanto la persona che usa quei libri». L’ordine sarà quindi «a chiazze, molto vicino al caos». E qui la regola aurea sarà quella del buon vicinato suggerita dal critico d’arte Aby Warburg, secondo il quale quando, nella biblioteca perfetta, quando si cerca un libro, «si finisce per prendere quello che gli sta accanto e che si rivelerà essere ancora più utile di quello che cercavamo».

Vita, memoria ed erudizione

Calasso racconta con dovizia circostanze vissute e situazioni esemplari, passando dal registro dell’erudizione a quello della memoria e del gusto personali («Ho sempre diffidato di quelli che vogliono conservare i libri intatti senza alcun segno d’uso. Sono cattivi lettori.»), facendoci infine entrare in alcune delle biblioteche storiche più importanti, dalla London Library alla Bibliothèque Mazarine e persino nella tipografia veneziana di Aldo Manuzio. I due capitoli centrali, “Gli anni delle riviste” e “Nascita della recensione”  fanno di questo smilzo libretto un inarrivabile e non sostituibile compagno di strada per ogni lettore o, perlomeno, di quello che immaginiamo sedere sulla poltrona del futuro libraio appena chiusa la pagina luminescente di Amazon.  

Marco Conti

Roberto Calasso, Come ordinare una biblioteca, Pp. 127, Adelphi, 2020. Euro 14,00

 

Il caso Augusto Blotto, una nuova opera e un’opera nuova

L’ultima opera del poeta torinese Augusto Blotto, Ragioni, a piene mani, per “l’enfin!”, è sconfinata più di quanto lo siano state le precedenti: conta attualmente 2700 cartelle ognuna delle quali riporta mediamente 28 versi componendo così un flusso di 75.600 versi. Di questo corpus, le edizioni [dia-foria, di Viareggio hanno …

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