La biblioteca del secolo generazione per generazione

La biblioteca ideale di una giovane youtuber canadese; i titoli della letteratura sessantottina; i libri consigliati da Hemingway nel 1934 e infine la biblioteca dello stilista Doucet nata con i surrealisti nel 1924

La prima edizione originale di Fahrenheit 451, è del 1953

Innanzitutto diciamolo chiaro: l’ultima generazione alfabetizzata con internet, i libri li vuole ancora. E lo dimostra uno dei più famosi youtuber del mondo, la giovane canadese Hailey LeBlanc che dal 2014 all’altro ieri ha realizzato circa 600 video con 150 mila abbonati per il suo canale “Hailey in Bookland”. Ma a dire il vero questo non sarebbe di per sé sufficiente. A rendere perentorio l’amore per i libri della “Generazione Z” è il fatto che, nella lista delle opere da leggere di Hailey, figura il libro culto di ogni mangiatore di libri:Fahrenheit 451. Ray Bradbury lo aveva scritto quasi settant’anni fa raccontando il terrore di una società futura dove l’omologazione era la regola e i libri venivano bruciati perché identificavano l’individuo, cioè il male.

La lista della Generazione Z

La ladra di libri dell’australiano Markus Zusak

Nel 2016 la youtuber ha infatti deciso di dedicare alcuni video ai suoi amori letterari: Top 10 Books to Read in your Life-Tim! (I dieci libri da leggere nella tua vita) contiene il Bradbury già citato ma, prevedibilmente, gli altri nove video sono dedicati a opere che la maggior parte delle altre generazioni non conosce o ha letto casualmente, con una sola eccezione: le magie di Harry Potter di J.K. Rowling. Non c’è più alcun dubbio: dopo le seduzioni di Tolkien, la saga fantastica di Rowling è un nuovo must passato alla storia.

Le altre scelte sono meno scontate ma ugualmente vicine a coniugare la letteratura pop con la storia tout court. Troviamo infatti La ladra di libri (2004) di Markus Zusak che figura al primo posto della classifica. Al secondo viene invece un libro che non ci aspetteremmo: Il grande Gatsby di F.S. Fitzgerald e al terzo John Green con Colpa delle stelle, non propriamente un classico del futuro, ma certamente le sue romantiche seduzioni con la vicenda di due innamorati, entrambi condannati dalla malattia, ricorda un best seller del 1970, Love Story di Erich Segal. Gli altri libri sono ugualmente successi popolari recenti con l’eccezione di Anne of Green Gables scritto da Suzanne Collins nel 1908 e due classici tra i più generosi entrambi di Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie e Dietro lo specchio.

Il Sessantotto tra Marquez e Pavese

La prima edizione venne stampata nel 1950

Con i Baby Boomer (la generazione degli anni Cinquanta, diciottenne nel 1968), il romanzo ebbe meno fortuna. Il catalogo delle letture importanti prevedeva i saggi di Marcuse e quelli di Gramsci, gli Scritti e discorsi di Che Guevara ( in edizione Einaudi nel 1969), le testimonianze di Carlos Castaneda tra vita vissuta ed etnografia (valga per tutti A scuola dallo stregone). Tra i narratori era ai primi posti l’esistenzialismo dissidente e gauchiste di Sartre e di Camus, poi con molti distinguo e polemiche la voce ribelle di Pasolini; infine Elsa Morante per La Storia (un best seller venduto nelle librerie universitarie come nelle cartolerie) e naturalmente Cesare Pavese prima ancora di Moravia: il primo un po’ contadino comunista, il secondo un po’ anarchico borghese nonostante la militanza e il giornalismo sulle colonne de “L’Espresso”.

Tuttavia almeno un caso letterario eclatante, e destinato a diventare un classico, nacque proprio allora con l’interesse che Feltrinelli dedicava alla narrativa sudamericana: Cent’anni di solitudine arrivò in Italia l’anno dopo la sua prima edizione in spagnolo, nel 1968.

I consigli di Ernest Hemingway

Ernest Hemingway (foto Olycom)

L’autore dei Quarantanove racconti, di consigli di scrittura ne impartì parecchi basandosi sulla sua esperienza, ma è nota una lista che gli fu quasi estorta da un violinista e scrittore in erba nel 1937, un certo Arnold Samuelson. A Cuba Samuelson cercò di intrigare lo scrittore con la solita domanda che evidentemente furoreggiava già ai tempi della lost-generation: «Quali sono i libri che tu salveresti a qualsiasi costo?». La lista di Hemingway non è sorprendente ma dice come l’attenzione per lo stile predominasse ai tempi della “generazione perduta”…Che anche in questo si mostrava decisamente radicata nella modernità.

I titoli di Hemingway sono quelli irrinunciabili: Flaubert con Madame Bovary e L’educazione sentimentale, Thomas Mann con la saga dei Buddenbrock, ma anche Joyce per Gente di Dublino e Ulisse e il Mark Twain, di Le avventure di Huckberry Finn. Decisamente meno scontata è la presenza nella lista di Guerra e Pace, Anna Karenina e, con Tolstoj, di tutti i romanzi di Dostoevskij come del classico romantico di Stendhal Il rosso e il nero.

La biblioteca ai tempi di Albertine e Breton

André Breton, Max Morise, Roland Tual, e in prima fila, Simone Kahn, Louis Aragon e Colette Tual (foto di Man Ray, Parigi, 1925)

E’ difficile immaginare oggi uno stilista che scelga di investire in una nuova biblioteca o in un catalogo di rivoluzionari privo (soprattutto) di valore monetario. Ma è quanto accade nei primi anni Venti a Parigi per iniziativa di Jacques Doucet, celebre ai tempi per i tagli dei suoi abiti, celebre per aver vestito Sarah Bernhardt. Marcel Proust fa dire alla sua Albertine (Albertine disparue, sesto volume della Recherche) che avrebbe voluto un vestito di Doucet. Ma non era la sola mondanità elegante a interessare il celebre sarto della Belle Époque. Nel 1921, Doucet mette in vendita all’asta una parte della sua collezione di abiti e investe nella sua biblioteca personale che già si occupa di arte e archeologia. Decide tuttavia di aiutare anche la letteratura d’invenzione. E’ Doucet che finanzia la rivista di un autore originale e allora sconosciuto come Pierre Reverdy che, col denaro dello stilista, dirige le pagine di Nord-Sud. E’ solo il primo tassello degli impegni futuri. Doucet chiede consiglio ad André Breton. Nel 1921 lo scrittore ha pubblicato da poco, insieme a Philippe Soupault, I campi magnetici, vale a dire il primo testo surrealista fatto di libere trascrizioni di sogni. Ed ecco allora nascere una biblioteca davvero originale: oggi contiene 140 mila manoscritti e 50 mila volumi oltre a varie riviste del primo Novecento.

I capolavori consigliati: da Sade a Bergson

Un modello del 1914

Anche con questa dichiarata liberalità, occorre tuttavia fare delle scelte. E Breton come l’amico Louis Aragon non hanno dubbi: cercano le prime edizioni di Rétif de la Bretonne, l’opera del marchese de Sade, gli scritti di Kant e di Swedenborg, del pensatore socialista Proudhon, le lettere di Bonaparte a Giuseppina, i testi delle Mille e una notte, le opere di Bergson,e naturalmente quelli dei loro ispiratori, Arthur Rimbaud e Lautréamont.

L’avanguardia surrealista trova ospitalità non solo nella biblioteca ma anche nella vita di tutti i giorni. Doucet offre a Breton e ai suoi amici un corrispettivo per le loro opere, spesso stampate in poche copie e di scarsa divulgazione. Il Manifesto del Surrealismo, sarà tra queste. Ma sarà una delle ultime. Le intemperanze del surrealismo vanno oltre quanto Doucet può accettare…Il disprezzo dei surrealisti per Anatole France non si ferma davanti alla morte dello scrittore nell’ottobre del 1924. Aragon e Breton stampano infatti un opuscolo intitolato “Un cadavre” in risposta ai funerali preparati dallo Stato per il premio Nobel. Per Doucet è troppo, l’avanguardia da quel giorno resta solo nella sua straordinaria biblioteca.

Marco Conti

© Marco Conti. Diritti di riproduzione riservati

Il successo di Sade e Justine

“Justine” di Sade ebbe un immediato successo. Lo dimostra la prima segnalazione sul giornale dei librai del 1791, che pubblichiamo qui. Il commento è esemplare sia della ricezione che dell’interesse censorio suscitato fino al secondo ‘900. Ma dove nasce tanto scandalo nell’epoca dei libertini? Forse perché de Sade non pone al centro della sua opera l’eros e la morte dei romantici ma il discorso inaccettabile di ogni Potere

La prima edizione senza indicazione dell’autore né dell’editore figura stampata in Olanda come accadeva spesso per i testi che rischiavano il sequestro

Nel 1791 la Francia ha appena finito di scrivere la Costituzione basata sulle idee di Montesquieu e di Rousseau. I filosofi e i loro libri hanno in quegli anni di rivoluzione un peso che oggi possiamo solo immaginare. Ma si scrive di ogni cosa con grande slancio. Si scrive di storia, di morale, di viaggi e naturalmente si scrivono prose d’invenzione. La produzione è tutt’altro che avara, tant’è vero che si pubblica un bollettino di novità: La Feuille de correspondance du libraire, ou Notice des ouvrages publiés dans les différents journaux qui circulent en France e dans l’étranger. Nel dicembre di quell’anno cruciale i titoli sono centinaia. Dal primo giugno 1791 (quando si inizia a stampare “La Feuille” sostituendo “Annonces de bibliographie moderne”) al 15 dicembre, i titoli recensiti sono 2005. Tra questi compare Justine, ou les Malheurs de la vertu.

Justine, tra i best-sellers

Il frontespizio di una edizione del 1797 di Justine

Il libro, diviso in due volumi, stampato su carta pregiata, non riporta il nome dell’autore, il marchese Alphonse Donatien François de Sade. E come accade spesso per le opere che scottano, il frontespizio non riferisce neppure il nome dell’editore. Il testo risulta stampato in Olanda come tante altre opere clandestine. Per il marchese de Sade, uscito dalla prigione della Bastiglia appena tre anni prima, dove ha scritto l’opera, è il suo primo libro stampato. Ha 51 anni e sarà costretto a trascorrerne un’altra ventina in manicomio, vale a dire fino alla sua morte. Eppure, nell’immediato, non è la storia di Justine che lo mette nei guai. Il libro attira l’attenzione di molti intellettuali e avrà alcuni estimatori. Ma per capire meglio la portata della narrazione sadiana non è affatto il caso di richiamare le pagine ottocentesche di Heine o, più tardi, quelle di Breton. E’ esattamente un bollettino anonimo a mostrare l’interesse che suscita Justine in un lettore di fine Settecento.

La prima recensione di “Justine”

La Feuille de correspondance del dicembre 1791 non è semplicemente un elenco di titoli. La redazione si occupa spesso di aggiungere delle note di commento, di pubblicare brevi estratti e riprendere le critiche che i testi hanno già avuto. C’è anche una sezione, per così dire, politica, una rubrica in cui si parla delle “Opere relative alle attuali circostanze”…C’è insomma ben più dell’essenziale. Il fatto stesso che vi compaiano opere clandestine è una novità. La censura è stata abolita nel 1789 e se il romanzo di de Sade non indica editore e autore, ciò è dovuto al timore di incorrere comunque in una ritorsione visto che i temi sono inerenti la morale dell’individuo e della società.

Su 2005 titoli i commenti della redazione riguardano però solo la metà dei libri e quando questo accade le osservazioni non vanno di norma oltre le tre o quattro righe. Jean-Jacques Pauvert, coraggioso editore di de Sade negli anni Cinquanta (per questo finirà in carcere) e poi studioso e biografo dell’autore, scrive in Sade vivant: « Deux douzaines seulment des notices comptent 17 lignes ou davantage». Per lo più a guadagnarsi 17 righe sono di libri di viaggi o di filosofia. L’unico romanzo che sollecita tanta attenzione è quello di de Sade, venduto in quel mese a 7 lire e 10 soldi. L’incipit della recensione va al cuore di quello che sarà il tema principale dell’opera per altri due secoli:

Sade in un ritratto immaginario

«Se, per far amare la virtù, c’è necessità di conoscere l’orrore del vizio per intero, e le atrocità che questo può far compiere a quelli che non sanno mettere un freno ai loro desideri, questo libro può essere letto con profitto; è parimenti possibile, che spaventati dall’affresco orrendo che l’Autore ha saputo fare dei crimini, i più rivoltanti, della dissolutezza più malvagia, i lettori finiscano per vergognarsi di essersi abbandonati a tramiti così esecrabili e come l’eroina di questo romanzo, riprendano il sentiero della virtù, dopo averlo mille volte insozzato. Ma come essere contenti di un simile successo quando è dimostrato che di tutte le corruzioni, è quella del cuore la più incurabile?

Questo libro è quindi quantomeno molto pericoloso, e se noi ne facciamo conoscere qui l’esistenza, è perché proprio come il titolo potrebbe indurre in errore dei giovani senza esperienza, che si impregnerebbero dunque del veleno che contiene, vogliamo preavvertire le persone incaricate di vegliare sulla loro educazione, affinché abbiano modo di sottrarlo accuratamente alla loro vista, o farne leggere i passaggi più adatti perché si ribellino, semmai per la loro immaginazione sono assolutamente necessarie suggestioni forti e terribili.»

Lo scandalo in 4 edizioni… e il suo seguito

Il 28 agosto 1804, il marchese de Sade è in prigione; in questa lettera rivolge una supplica al ministro della Polizia, Fouché. Nel 1793 era già stato arrestato e condannato a morte per due lettere anti-repubblicane, ma per un fortunato errore la sentenza non venne eseguita. Nel 1801 è nuovamente arrestato con il suo editore. Lo scrittore che non è stato condannato (né lo sarà mai in seguito a questo arresto), lamenta nella lettera a Fouché la detenzione arbitraria.

Questa è dunque la ricezione dell’opera dei contemporanei e questo il registro morale prevalente e persino più disponibile rispetto a quello futuro, quando l’opera di de Sade nel suo complesso sarà interdetta. Nel 1792 Justine viene ristampato in una nuova edizione (oggi si direbbe “in economica”) che costa 6 lire, ma c’è il sospetto che in realtà sia la terza perché alcuni bibliografi segnalano un’altra edizione in diciottesimo (un piccolo formato) ancora nel 1791 ed è del 1796 una quarta edizione. E’ inoltre probabile che vi siano state altre stampe con incisioni pornografiche come accadeva di frequente per i libri erotici che circolavano anonimi (fu il caso per esempio della Pulzella d’Orleans di Voltaire, anche questa comparsa prima anonima). Certamente Justine ha appena cominciato ad attirare gli strali che consegneranno l’autore, senza alcuna giustificazione, al manicomio di Charenton. Ancora nel 1792 sul supplemento di Affiches, annonces et avis divers, ou Journal général de France, figura un lunghissimo articolo dove si riassume l’intera storia del romanzo. Anche qui l’interesse del libro è ovvio e, come accade con il “Bollettino” indicato, il redattore chiude la sua fatica con alate parole morali di ammonimento: «…leggetelo per vedere dove conduce l’immaginazione umana; ma subito dopo, gettatelo tra le fiamme: è il consiglio che darete a voi stessi se avete la forza di leggerlo interamente.»

Il romanzo sarà ristampato ancora per cura dello stesso de Sade. A causa di questo, della nuova versione, ovvero La nouvelle Justine e dell’ Histoire de Juliette, sarà arrestato con il suo editore e tutte le copie verranno sequestrate. Ma mentre l’editore Nicolas Massé sarà liberato qualche giorno dopo, Donatien de Sade rimarrà detenuto in manicomio sino alla fine dei suoi giorni.

Lo sguardo collettivo

Juliette, edizione 1954 di Jean-Jacques Pauvert. L’autore e l’editore sono ancora legati nel secondo Novecento dalla censura repubblicana. Dopo la condanna (1956) solo il nuovo processo in appello restituirà la libertà di pubblicare il marchese de Sade. Tra i testimoni della difesa: Jean Cocteau, Georges Bataille, André Breton, Jean Paulhan

E’ curioso osservare che dal primo riscontro sul Bollettino bibliografico, fino agli anni Sessanta del Novecento, la disposizione dell’intellettuale, del moralista e del politico coincidano (sia pure con alcune eccezioni: Maurice Heine, Gustave Flaubert, André Breton, naturalmente il Georges Bataille di La letteratura e il male). Per tutti gli altri il desiderio di immergersi nella lettura di Sade e di ragionarvi è pari solo al desiderio di censurarlo a cose fatte. Il che appare vero non solo rispetto a un codice morale o religioso con il quale confrontarsi, ma anche rispetto all’ampia rassegna del successo letterario più osé di Eros e Thanatos. Dissoluzione morale e morte sono frequenti nel Settecento di Sade: Restif de la Bretonne (che a garanzia del successo di Sade scrive “L’Anti Justine”), Giacomo Casanova, Choderlos de Laclos, e successivamente Octave Mirbeau, a voler tacere dei versanti gotici e del vampirismo romantico. Lo scarto rispetto a questa letteratura è che la pagina di Sade non suggerisce né allude, e neppure crea un’atmosfera emotiva. Il tema sottostante della letteratura sadiana è quello rilevato da Roland Barthes: ogni gesto osceno è prima un discorso sull’oscenità, ogni trasgressione è, prima di essere rappresentazione, una parola che dirime e preordina la trasgressione. I personaggi sadiani non sono in definitiva reali ma sono incarnazioni di un discorso. E la voce del narratore che li pronuncia chiama ogni volta in causa, con l’eros, il potere. Un potere perentorio e trasversale. In scena non è solo il borghese, ma il nobile, l’ecclesiastico, il magistrato, fin là dove l’esemplarità sembra trascendere la storia. Ciò che alla fine il lettore percepisce (e a maggior ragione lo fa nell’allucinato Le centoventi giornate di Sodoma) non è il desiderio della carne o la sua fragilità, né lo scarto rispetto alla norma erotica accettata, ma la presenza gratuita del potere. «Le tonnerre» che Maurice Heine sentiva nelle pagine di Justine forse identificava propriamente questa qualità.

Marco Conti

 © Marco Conti, Il successo di Sade e Justine, Le muse inquiete.it

La giornata della poesia

La giornata mondiale della poesia: una voce polemica sulla ricezione del linguaggio poetico tra trasgressione, banalità pubblicitaria, e l’imperativo dell’audience. Dal saggio “Breviario di dissidenza”

Leopardi, “A Silvia”, manoscritto, 1828

 La giornata mondiale della pace, la giornata mondiale dell’amicizia, la giornata mondiale della poesia. Stiamo certi: quando viene indetta una Giornata Mondiale di qualcosa è perché l’argomento, il tema, il suo corollario, sono già censurati nei fatti e nel fatturato e dunque ora, con simulato rammarico, si guarda in un’altra direzione.

Ci si imbatte nella lingua della poesia leggendo i graffiti sui muri, ascoltando i rap e dall’epoca di Carosello ascoltando i messaggi pubblicitari: “Chi ha naso sceglie Dreher”, “Chi Vespa mangia la mela”, “Più lo mandi giù, più ti tira su”.

Per questo è difficile immaginare atto più trasgressivo della creazione poetica. Trasgressivo perché ininfluente, incapace di farsi strumento di qualcosa, prassi, incapace persino di un pubblico.

La poesia invisibile

Caviardage

Si dirà che, se il gesto di scrivere poesia è davvero una trasgressione, non può essere superfluo, non può restare senza effetto. Eppure, nell’ immediatezza, le strade che questa creazione percorre, i boschi che attraversa, sono invisibili persino alla sortita mediatica, persino ai trenta secondi che le trasmissioni dedicate al libro affacciano il sabato sulle televisioni pagate col canone all’una di notte. Rarefatte (e spesso illeggibili) recensioni sui giornali, edizioni alla macchia che non arrivano alle librerie, edizioni di 800 copie con sigle editoriali tra le più imponenti che si materializzano per ogni grande punto di vendita metropolitano come fossero mobili chippendale e porcellane d’antan.

Nulla è bello al di fuori di ciò che non è

Jean-Jacques Rousseau, illustrazione per La Nouvelle Héloïse (1761)

Per la letteratura italiana, che ha referenze in ogni continente precisamente per la poesia, la cultura di questo inizio secolo è una specie di autodafé. L’imperativo vigente dell’adunata oceanica, ha reso impronunciabile il sostantivo poesia.Insospettabilmente fu Jean Jacques Rousseau, nume distante dal verso e dalla lirica a scrivere nella Nuova Eloisa: «Nulla è bello all’infuori di ciò che non è».

Chi oggi legge o scrive poesia assaggia dunque il frutto proibito, «mangia la mela» direbbero gli autori di Carosello.

 © Marco Conti, La giornata mondiale della poesia da Breviario di dissidenza, Mimesis Editore, 2017

Emanuel e il libraio matto

Storia di Emanuel, figlio illegittimo di Carlo Emanuele I, e marchese di Andorno. Nel 1637 un libraio tenta di farlo scomunicare, viene imprigionato e poi liberato. Gli atti del processo negli archivi piemontesi.

Don Emanuel di Savoia, marchese d’Andorno negli anni della peste, aveva un feudo che gli stava stretto: lontano dalla corte, dalla musica e dal teatro, lontano da ciò che amava di più, era stato persino costretto a chiedere aiuto perché i biellesi non gli pagavano le tasse. Un giorno prese la penna e con molto compunzione scrisse al sovrano che, al posto dei soldi, gli andornesi gli servivano delle “buone parole”.  Mai e poi mai avrebbe pensato però di essere scomunicato da un libraio matto. Che fu, per l’appunto, quello che accadde.

Il 28 gennaio 1637 fu un giorno che ricordò a lungo. Col suo solito e noioso seguito attraversava la piazza del paese per andare a messa, quando uno dei sacerdoti gli  venne incontro. Aveva l’aria di chi è spaventato e appena l’ebbe raggiunto gli sussurrò qualcosa  all’orecchio.

La “scomunica” del marchese

Il “santino” scritto dal libraio e affisso al portale della chiesa

Quel mattino, nei due pesanti portali della chiesa erano apparsi due santini, uno con l’immagine della Madonna e l’altro con quella di Santa Caterina. Sul bordo di entrambi, una scritta in rosso: “Don Emanuele è scomunicato, e chi gli parla sarà scomunicato”. Tutto lì. Ma scomunicare i nobili di casa Savoia (anche se in quel caso si trattava di un cadetto nato da un amore illegittimo) non era questione da poco. Bisognava trovare il colpevole. E di colpevoli che sapessero scrivere, che fossero strambi e coraggiosi, non ce n’erano tantissimi. Probabilmente il marchese avrebbe preferito strappare i santini, andare a messa, tornare a casa e suonare il suo flauto. Ma  l’agitazione che aveva intorno gli imponeva almeno di essere offeso e costernato. Arrivarono il podestà, il luogotenente, gli archibugieri e persino il suo staffiere personale. Gli indizi erano vaghi, tuttavia qualche giorno prima il marchese aveva redarguito un libraio che, al solito, non salutava né s’inchinava al passaggio del nobiluomo. A indicare la pista è il fedele staffiere che, qualche ora dopo, con i soldati bussa alla porta del  commerciante.  Siccome non risponde nessuno, lo staffiere sfonda una finestra, entra e comincia a frugare.

Ci sono piatti di stagno, pentole di rame, farina e verdure, ma soprattutto ci sono gli strumenti del reato: le immaginette della madonna, di Santa Caterina da Siena, il cinabro con cui si è fatto l’inchiostro rosso, la farina per la colla e  “una penna di gallina d’India, volgarmente detta tacchino”… si legge negli atti.

Sentenza in contumacia e arresto

 Il caso è chiuso. Sulla porta del libraio compaiono in tempi diversi tre ordini di comparizione.  Il libraio Vincenzo Rossi, per caso o per furbizia,  ha però pensato bene di  raggiungere Torino con la scusa di comprare libri, né sembra avere intenzione di tornare. La sentenza è emessa in contumacia: bando perpetuo da Andorno  e confisca dei beni, a cui il Senato torinese aggiunge l’inverosimile, cioè la condanna a remare a vita sulle galere di Sua Altezza. Solo a questo punto, cioè dopo la sentenza del Senato, il libraio decide di tornare in paese. Il tempo per scendere della carrozza e lo accompagnano in prigione. Nessuno ha fretta di ascoltarlo. Passa una settimana. Il 27 maggio, Vincenzo Rossi, non ha nessuna perplessità. “Certo quei santini, quelle scritte sono opera mia, ma io non ho mai creduto alla condanna, per questo non mi sono presentato”.

La sortita non è per niente peregrina e tantomeno stupida. Che questo sia vero o falso, resta il fatto che il libraio non ha testimoniato. Mentre lo mettono ai ceppi per la spavalderia, nomina un difensore, un certo Fabrizio Lovera, nobile d’origine. Nelle udienze successive, non si toglie nessuna colpa ma dice di aver sentito parlare di scomunica proprio dai religiosi. E facendosi più preciso nei dettagli spiega che i sacerdoti avevano ricevuto la bolla di scomunica ma non osavano consegnarla. Dice inoltre che non è stato aiutato da nessuno, che non ha conti in sospeso col marchese e aggiunge: “Io non voglio dire che il marchese abbia molestato ragazze, vedove e maritate” ma sostiene che su questo argomento gli stessi andornesi possono dire più di quanto sappia lui.  In breve, non soltanto il libraio si mostra ingenuo, ma proprio per questo trova il modo di accusare nuovamente il marchese pur avendo sulla testa una sentenza di condanna.

«Cestinate la sentenza! Il libraio è matto»

Una vecchia cartolina del paese di Andorno

Una giornata difficile per i giudici: se confermavano la sentenza non avrebbero fermato le chiacchiere, i “ si dice”, i sospetti sul marchese;  se non la confermavano lasciavano libero un cittadino che aveva leso l’onore del loro Signore e dei Savoia. La soluzione più semplice era  fu un’altra: trovare conferma che il libraio era matto. E almeno su questo fronte il lavoro non fu  impervio. Ascoltarono dei testimoni ma  solo per sapere se il libraio Vincenzo Rossi era pazzo. Come non dar ragione a quel sospetto? Si parlava di uno che aveva già mandato a gambe all’aria le panche della chiesa, uno che  se la prendeva coi padri cappuccini e diceva che quando arrivavano ad Andorno “il tempo si guastava”, mentre quando arriva lui, “si rasserenava”.  Per l’appunto una strada in discesa.

Cestinata la prima sentenza, il libraio matto se la cavò con qualche giorno di prigione. Il 27 giugno 1637 Vincenzo Rossi uscì dalle porte strette della sua cella e in certo modo da vincitore… Perché… a leggere bene le deposizioni e ad aggiungere quello che sul marchese d’Andorno trapelava da alcune  delle sue strette amicizie, maschili più che femminili, il risultato,  probabilmente, è che non erano le insidie alle donne ad essere argomento di pettegolezzo e tantomeno quelle “alle maritate”. C’erano  dicerie che forse coinvolgevano lo stesso staffiere, c’erano quei suoi modi raffinati e la debolezza sociale di non essere che un cadetto nato da un amore clandestino,  benché  ( o proprio per questo) don Emanuel fosse tra i più assidui ai doveri della sua carica.

La sfortuna del marchese

La vita di don Emanuel di Savoia è il tema del romanzo di Gina Lagorio, “Il bastardo” (1996).

Alla fine della vicenda, tenendo conto del rango, fu il marchese  il più sfortunato. La correttezza nei confronti dei “suoi” sudditi  passò quasi inosservata.

Negli ultimi mesi di vita prese le difese di due delle Figlie di Maria alloggiate a Oropa e  licenziate, facendo  restituire loro le capre requisite di cui vivevano entrambe e dandogli alloggio. Poco prima aveva predisposto le difese per evitare il contagio della peste in un tempo in cui nessuna tutela  era dovuta alla popolazione.

 Il marchese morì nel 1652 nell’assoluta indifferenza della Casa Reale a cui era stato costantemente fedele. Fu la comunità di Andorno a pagare le spese del suo funerale. Fu – come dice un documento – “caciato  in monumento” di un familiare del curato di Andorno. Poco dopo gli incaricati di Madama Reale vennero a requisire i suoi beni, mobili compresi e nessun religioso venne pagato per il funerale.

Marco Conti

Marguerite, regina e letterata irriverente

L’Eptamerone, scritto negli anni Quaranta del Cinquecento, venne stampato correttamente solo un secolo dopo. Margherita propone storie anticlericali ed erotiche. Il modello di Boccaccio. Molte le domande rimaste senza risposta

Se mai il movimento me too, che a New York propone parità sessuale anche per l’evocazione del passato e per la condivisione della sua memoria con sculture, statue, intitolazioni e baluardi di varia foggia, dovesse imbattersi nella letteratura rinascimentale… Ecco che avremmo qualcosa da proporre. Qualcosa che arriva addirittura dal XV secolo. E’ vero che Margherita di Navarra, ovvero Marguerite d’Angoulème, sorella di Francesco I, era per l’appunto regina di Navarra, è vero che viene ricordata da Rabelais che le dedica il terzo libro del suo capolavoro e che sarebbe inoltre esatto affermare che, dopo Christine de Pisan e Marie de France, figura come la terza donna di lettere della storia francese. Ma è altrettanto e perentoriamente vero che il suo libro più importante, Eptamerone, ebbe la sorte che oggi non toccherebbe neppure all’ultimo premio della fiera di Viggiù.

Non si sa precisamente quando L’Heptaméron venne scritto. Di certo è l’ultima opera della scrittrice ed è una delle prime che può figurare nella letteratura di viaggio. Il libro conta 72 novelle che danno conto di sette giornate trascorse nei pressi di un’abbazia da dieci narratori in lockdown, vale a dire confinati in una stazione termale. Il maltempo li costringe infatti a restare in vacanza perché l’unico ponte che può collegarli con il resto del mondo è stato travolto dalla furia delle acque. In attesa della ricostruzione, i viaggiatori convenuti scelgono di raccontare delle storie. L’ispirazione di Boccaccio è evidente ma diverso è il trattamento delle storie: più disinvolto nell’autore del Decameron (1349), speculativo per la sorella del re di Francia.

L’umanista trasgressiva

Margherita di Navarra (1492- 1549) in un ritratto attribuito a Jean Clouet

La narrazione letteraria diventa così contemporaneamente narrazione di viaggio, ma la costruzione del testo è introdotta da una predicazione evangelica insolita che assume argomenti di attualità (episodi sanguinosi, lotte, incesti, o matrimoni celebri). Una contestualizzazione che pare riguardare gli anni quaranta e cinquanta del XV secolo. Margherita muore infatti nel 1549 , il manoscritto viene pubblicato per la prima volta nel 1558 ed è generalmente accettata l’idea che la regina abbia scritto l’Eptamerone pochissimi anni prima di morire. Verrà trovata esanime nel suo parco mentre il marito è in viaggio.

Non era il suo primo impegno di penna. L’esordio di Margherita era avvenuto nel 1528 con Le miroir de l’ âme e nel 1542 aveva scritto La comédie des quatre femmes. Tuttavia, detto questo, le storie dell’Eptamerone risultano per lo spirito del tempo decisamente anticlericali, erotiche almeno quanto lo sono quelle di Boccaccio e soprattutto improntate alla difesa del genere femminile. Tanto basta per considerare che, almeno alla sorella del regnante era consentita la trasgressione e persino l’indipendenza. Per dare una nozione dei temi, ecco il riassunto della prima novella: «La regina di Napoli si prese allegra vendetta della infedeltà di re Alfonso, suo marito, con un gentiluomo del quale egli amava la moglie, e questa tresca durò per tutta la loro vita, senza che mai il sire n’avesse sospetto alcuno». Non c’è, insomma, neppure un brandello di punizione, di pentimento e via dicendo.

Le sorti infelici del testo

Da Gallica, il frontespizio della seconda edizione del 1559 voluta dalla figlia di Margherita

Benché Gutemberg abbia stampato “la Bibbia a 42 lineee” nel 1455, l’Eptamerone non poté usufruire di torchi ma non venne neppure ricopiato. La prima edizione porta la data del 1558 ed è un disastro filologico. Il curatore e stampatore, Pierre Boaistuau, rimaneggia l’intero manoscritto, crea un ordine diverso delle novelle, non divide i capitoli in Giornate, ne pubblica 67 censurandone cinque, e per completare il tutto intitola l’Eptamerone, Histoire des amants fortunez.

L’anno dopo è la figlia di Margherita, Jeanne, a restituire un po’ di verità. Si fa aiutare da un certo Claude Gruget, un dotto, che ripristina sia il prologo, sia alcune conversazioni finali per ogni storia, ma aggiunge altri racconti di sua scelta che nulla hanno da spartire né con il testo originale, né con l’opera di Margherita. La prima edizione informata sull’originale e solo su questo, ovvero con 72 novelle, sarà stampata nel XVII secolo, circa cento anni dopo la morte dell’autrice.

Alcune questioni rimangono tutt’ora aperte e sembra di poter escludere che possano mai trovare elementi decisivi per chiarire le intenzioni della scrittrice. In primo luogo la data di stesura: è probabile che l’Heptameron sia stato scritto tra il 1544 e il 1549 e che solo la morte o l’indisposizione dell’autrice abbia messo fine ai racconti; le vicende avrebbero dovuto essere 100 suddivise da dieci giornate. Ma questa è una deduzione che proviene dal numero dei narratori (10 appunto, cinque donne e cinque uomini) e dal modello di Boccaccio che contava dieci narratori (sette donne e tre uomini) impegnati lungo dieci giornate per raccontare 100 novelle. Più intriganti sono le domande che gli storici della letteratura medievale francese si sono fatti in merito alle figure dei narratori. Erano solo profili di fantasia o richiamavano lentourage della regina? Va detto inoltre che, nonostante il ruolo di primo piano di Margherita nel mondo del tempo, venne in vita scarsamente considerata tranne nel momento in cui si fece avanti come “diplomatica” per aiutare suo fratello, frequentando corti e maggiorenti.

Questa però è una storia già sentita e solo il movimento me too potrebbe far finta di scandalizzarsi.

Marco Conti

Umberto Eco, i Templari e le Vergini Nere

Le statue delle Madonne Nere dei santuari di Oropa, Manosque, Montserrat, Crea, sorgono in luoghi montani e solitari. Umberto Eco ne scrisse nel “Pendolo di Foucault” e sostenne la relazione tra l’Ordine templare e le Vergini Nere. Un documento che parla della morte di Syon a Oropa sembra confermare la tesi. I sincretismi

Cressac sur Charente, ciclo pittorico raffigurante la battaglia templare contro gli infedei

E’ una giornata d’agosto del 1290 quando muore tra gli eremiti di Oropa il maestro Syon, uno studioso, un celebre grammatico che sarà sepolto a Vercelli il 16 dello stesso mese. Gli ultimi giorni del maestro, lontani dalla calura, dagli scocciatori, dai chierici, trascorrono in un eremo. Verde, silenzio, solitudine.  A quel tempo gli eremiti non vivono nelle grotte, ma in semplici case che già prendono il nome di priorati. Hanno un saio nero, lo stesso che compare negli affreschi del Trecento della chiesa di Santa Maria  dove si trova il sacello della Vergine Nera; hanno probabilmente qualche capo di bestiame, ma vivono soprattutto delle offerte o, come si dirà diffusamente nel corso dei secoli, «vivono della devozione».

Il maestro e la mansione

I motivi geometrici sono frequenti nelle antiche cappelle e nei luoghi dove la committenza era templare. Così a Montaunes (immagine qui sopra) e a Bevignate (Perugia)

Il maestro di Syon, che lasciò un trattato ancora oggi consultabile, muore in una casa vicina a quello che diventerà il sacello. Quando viene steso il suo necrologio si specifica che si trovava a San Bartolomeo. Ma sorprendentemente si scrive: «in mansione  Sancti Bartholomei de orepa». Una mansione a Oropa anziché una “domus”?  Sarà un caso.  Nel mondo romano questo termine è usato genericamente per i luoghi di ospitalità lungo le vie di comunicazione. Tuttavia in quegli anni “mansione” è precisamente il nome con cui  i Templari  indicano diversi loro insediamenti,  gli edifici che sorgono lungo le vie di transito commerciale e di pellegrinaggio.

Oropa, pellegrinaggi e transiti

La Vergine Nera nell’antica basilica di Oropa (Piemonte)

In apparenza Oropa   è  l’esatto opposto. Eppure la vallata mette in comunicazione i biellesi con Fontainemore dove in quegli anni si svolgono molti  scambi commerciali.  Si passa lungo gli stessi luoghi degli eremiti.  Il primo documento che  indica la loro presenza con sicurezza è del 2 maggio 1207, mentre  a giudicare dagli edifici costruiti essi erano già presenti  nel IX secolo.  Di  templari, viceversa  neppure l’ombra. Le mansioni più vicine al Biellese furono  quelle di Livorno Ferraris e di San Giorgio Canavese. La storia dell’Ordine del Tempio  ha però un altro tassello equivoco: il ruolo che i templari hanno avuto nel culto delle Vergini Nere.

Qualche decennio prima,  in Provenza, nella valle di Vésubie, i Templari crearono una commanderia e dove esisteva una cappella benedettina,  collocarono una Madonna Nera che da quel momento verrà chiamata “Notre Dame de la fenêstre”. Non fu un caso isolato. Nello stesso periodo in cui si sviluppa la storia dei Templari, ha inizio  in Francia, Italia e Spagna anche il culto delle Vergini Nere. Costituitosi per tenere in vita gli ideali cristiani delle crociate, poi strutturatosi intorno alle vie di comunicazione e di pellegrinaggio, l’ordine  aveva anche creato una dottrina non lontana dall’esoterismo gnostico.

Il pendolo di Foucault

Rocamadur, Vergine Nera

Umberto Eco, nel suo romanzo, Il pendolo di Foucault, insiste su questo aspetto. Ma chiuse le pagine della narrazione, fitta di incisi esoterici, resta il dato storico che lo scrittore mi confermò: «E’ certo – disse durante la presentazione del romanzo – che esiste un rapporto tra vergini nere e templari; si tratta però di dimostrare se, nel caso specifico di Oropa, il rapporto è corretto». Nessun documento attesta questo legame  né a Oropa, né nella maggior parte dei santuari o delle chiese che ospitano una Madonna Nera. Vésubie è una eccezione. Per contro il mistero della loro presenza, condito con leggende come quelle di Sant’Eusebio che avrebbe peregrinato tra Crea, Cagliari e Oropa con le tre statue nere come l’ebano sottobraccio, suggerisce il tentativo di far rientrare queste presenze nel solco della tradizione. In epoca moderna l’imbarazzo è risultato evidente quando in alcuni santuari, come a Crea, si è tentato di sbiancare le statue sostenendo che solo il fumo dei ceri le aveva annerite.

Eco, le Vergini e i celti

Montserrat (Spagna) Vergine Nera

«Le prime vergini che appaiono in Europa – scrive Umberto Eco nel Pendolo di Foucault – sono le vergini nere dei Celti. San Bernardo, da giovane, stava in ginocchio nella chiesa di Saint Voirles, davanti a una vergine nera ed essa spremette dal seno tre gocce di latte che caddero sulle labbra del futuro fondatore dei Templari».  Il romanzo con cui Eco si fece mettere all’Indice dall’Osservatore Romano, citava in questa pagina una leggenda  ma anche una circostanza storico-religiosa certa: la divinità femminile della Terra per i celti  è stata Modron, raffigurata in nero e poi trasformata letterariamente, con il  ciclo arturiano, in Morgana.  

Altri sincretismi

C’è chi ha osservato una seconda trasposizione tra la Vergine e  il culto romano di Iside, nera e materna. Infine i luoghi in cui sorgono i maggiori santuari che custodiscono una Madonna Nera hanno uno scenario che si ripete: montagne, grotte, solitudini, boschi. Così a Oropa, a Crea, a Montserrat, a Manosque, Rocamadur, Tindari, Loreto e altrove.

Filippo il Bello osserva il rogo dei Templari

Lo scenario dice più di quanto non dicano i documenti. La figura femminile, madre e nera, come  nera e materna risulta simbolicamente la terra, non poteva trovarsi in un luogo qualsiasi. Ma perché immaginare i cavalieri templari, al posto di Sant’Eusebio, impegnati tra vallate e pianure a insediare statue e culti? Il percorso anziché nello spazio solamente  è stato tracciato dal tempo. Il Roch ‘dla vita, (la roccia della vita) il masso della fertilità di Oropa, sembra gridarlo a viva voce. A due passi dalla grotta intorno alla quale è nata la basilica. E’ un teste eloquente, un testimone  nato molto prima dell’Ordine del Tempio. Quello stesso edificato a Gerusalemme  con un nome che era una promessa: Nostra Signora del Monte di Sion.

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La peste a Biella nel XVI secolo

Ecco i provvedimenti e i divieti durante la peste cinquecentesca in Piemonte e a Biella. La casa del primo malato data alle fiamme. Le ricette contro il male, i lazzaretti, i mercati fino alla ripresa. Un calco più drammatico dell’attuale pandemia

John William, Waterhouse, Una novella del Decamerone, 1916

Sul finire di giugno le strade sono deserte. Gli ingressi alle porte della città sono presidiati giorno e notte. L’ordine è di stare in casa. E’ previsto che i trasgressori siano frustati e siano loro confiscati i beni. Chi ha un campo può  però  andare in campagna con la propria famiglia. Chi ha  delle granaglie da macinare porterà i sacchi fuori dall’abitazione del mugnaio che consegnerà poi  il macinato sull’uscio di casa del proprietario, oppure davanti ai  forni dei panettieri, il tutto coperto con un pezzo di stoffa. E’ il 23 giugno 1599 quando il medico Giovanni Battista Piana scopre il primo caso di peste nel piccolo rione di Cossila.

I primi allarmi a Torino 23 anni addietro

La città era già sottoposta a norme precauzionali fin dal 1576, quando il Magistrato della Sanità di Torino aveva emesso un’ordinanza  che vietava a tutti, laici ed ecclesiastici, di entrare nei territori sabaudi se provenienti dai centri dove vi erano stati casi conclamati del male. Neppure sulle strade aperte gli osti potevano accogliere gente che arrivasse da Venezia, Mantova, Vicenza, Milano e persino da Seregno, da Monza, Voghera, Merignano, da tutto il Tirolo, da Sicilia e Calabria. Ma per un ventennio le norme furono un colabrodo con qualche eccezione: il 10 maggio 1576 due mercanti di tela di Occhieppo (un altro centro nel Biellese) vennero fermati e interrogati dal Podestà. Venivano da Palestro e per sicurezza furono messi in quarantena  in una cascina fuori dalle mura in attesa dei pareri dei medici. Sempre per sicurezza il Podestà in quello stesso anno ordinò che chiunque avesse dei parenti in viaggio fuori dal Biellese dovesse fornire indicazioni del posto in cui si trovavano.

Scarseggiano le granaglie

Quando arriva il peggio, nell’estate e autunno 1599, Biella è già in difficoltà: poche risorse alimentari (le granaglie arrivano dall’esterno), un debito comunale e territoriale consistente, i commerci impediti di fatto, mentre la necessità di procacciarsi le scorte alimentari è impellente. Da alcuni mesi i notabili hanno lasciato il centro cittadino e si sono rifugiati in campagna, nelle ville, nelle cascine, come durante le epidemie del medioevo.

Caravaggio. Canestra di frutta (1594-1598), olio su tela

Chi è colpito muore in una ventina di giorni

Chi è colpito dal male muore in una ventina di giorni, in qualche caso ne bastano tre o quattro. I medici si affacciano sulla porta e, se il caso è sospetto,  li inviano nel lazzaretto. In breve Biella ne avrà due, fatti di capanne, con un guardiano e qualche inserviente. I monatti, una trentina, vengono reclutati in Lombardia e pagati come meglio possono consentire le finanze pubbliche. Ciò non toglie che il primo caso di peste conclamato quel 23 giugno 1599 venga represso con una drastica decisione da cui emerge più il terrore che l’intelligenza: la casa del malato, Antonio Ramella, viene data alle fiamme. E poiché l’incendio è eseguito male, va a fuoco anche la casa della vicina Giovanna Ramella. Il provvedimento successivo non è meno severo: si inviano delle guardie intorno a Cossila e si vieta che gli abitanti escano dalla borgata. Naturalmente è fatica sprecata.   L’estate si annuncia torrida e avarissima.

Zolfo, arsenico, salnitro, resina di pino

Rimedi contro la peste nella Cortona del Cinquecento

Al minimo sospetto vengono fatte disinfezioni secondo una formula prescritta dal Magistrato torinese. Vengono cioè impregnate delle carte con  un composto fatto di zolfo, salnitro, arsenico e resina di pino. Poi si  bruciano i fogli  stanza per stanza. Il Comune assolda altri tre medici per visitare tutte le case mentre alle porte della città le guardie hanno l’ordine di non lasciare passare nessuno senza il documento di certificazione chiamato Bolletta di Sanità.  Gli stessi abitanti dei rioni esterni a Biella non possono varcare i portoni con l’eccezione dei residenti di frazione Barazze. All’epoca esistono ancora solide mura: sulla collina, al Piazzo, da Porta Torrazza al Vernato; a Biella Piano da Riva verso sud e verso San Cassiano. Ognuno diventa sorvegliante del vicino e la paura lascia pochi varchi aperti. Forse solo nelle magre campagne circostanti e sulle montagne si respira con tranquillità. Tanto vale uscire verso i boschi, rientrare a notte, raccontare la propria storia proprio come nelle giornate della lieta o meno lieta brigata dei novellatori inventati da Boccaccio.

Il primo lazzaretto

Il primo lazzaretto viene recintato in un prato appartenente a Giacomo Boglietti; un secondo viene fatto ai confini con regione Monté. I guardiani sono incaricati di evitare le fughe che, comunque ci saranno, proprio verso la fine dell’epidemia. Intanto si sparge la voce: dei casi di peste si sono già avuti anche a Zubiena, Cerrione, Alice, Cigliano dove il Biellese acquista il grano e le farine. Dal 19 ottobre 1599 a dicembre dello stesso anno vengono portate nel lazzaretto di Biella 130 persone, ne moriranno 75; 170 sono le case disinfettate. Chi viene portato al lazzaretto e se la cava, si è salvato due volte. La quarantena è divisa in due periodi: venti giorni di cosiddetta “quarantena brutta” e venti di quarantena “bella”. I malati e i sospetti vivono in capanne, col terrore perenne di scoprire un ascesso, un bubbone,  col sospetto che il cibo servito possa essere veicolo d’infezione. Tanto più che sono i monatti a portare i vassoi. Anche per questo c’è chi tenta la fuga e rischia il carcere…In prigione già c’è.

La peste si attenua. La prevenzione

Non mancano i casi di speculazione, di sciacallaggio. In Comune arrivano alcune segnalazioni di pani pagati a carissimo prezzo e fatti con materiali scadenti. Ma l’epidemia comincia ad attenuarsi nel dicembre dello stesso anno. Nei tre mesi successivi del nuovo secolo i morti di peste saranno solo cinque. Difficile pensare che il merito sia delle cure. All’epoca le ricette erboristiche non prevedono neppure l’uso  delle piante antisettiche più energiche che verranno successivamente riconosciute utili almeno per le infezioni batteriche. In città, fra le prescrizioni mediche di cui si ha traccia, è consigliato un impiastro con foglie di malva, viola, radici di scabbia, giglio e consolida; oppure si prescrive un cerotto di “bettonica” (betonica), lauro, piantaggine, mille foglie, verbena, trementina, cera bianca e “raggia di pino”.

Per la storia della medicina, quella del Cinquecento e del primo Seicento fu però una epidemia meno grave di quelle che seguirono: furono colpiti soprattutto i poveri, i più denutriti, i mendicanti, anche se tra le vittime non mancarono ovviamente le persone abbienti. A Biella il bilancio della pestilenza del 1599  appare oggi drastico ma non devastante come in altre città di pianura.

Quattrocento vittime su seimila abitanti

Luigi Sabatelli (1772.1850), La peste a Firenze nel 1348

Un ruolo non irrilevante lo svolse Traiano Gromo, il rettore della città  che giorno per giorno si spendeva con ostinazione, qualche volta cavalcando di rione in rione per accertarsi dello stato delle cose. Quando l’incubo finì, il Consiglio cittadino – composto fra l’altro di alcuni notabili che soggiornarono in campagna durante il pericolo –  gli tributò una lode pubblica e fu tutto. Un documento del 1593 permette di calcolare l’incidenza statistica della peste. Dal “Quinternetto dei fuochi e dei capi di casa” si ha il numero dei capifamiglia presenti sia in città, sia nei rioni, tra i quali c’era anche Pralungo, ma non Chiavazza (oggi rione cittadino).  In quella data i fuochi erano 1241. La media di ogni famiglia, all’epoca, era di cinque persone: dunque 6205 erano all’incirca i residenti.  In sette mesi, dal giugno 1599 alla fine del gennaio 1600 i morti furono 460, vale a dire più di sette persone su cento. Le ultime battute della nostra storia riguardano i giorni successivi l’epidemia. Il 3 marzo 1600 i medici incaricati di visitare ogni famiglia avevano pronta la relazione in cui si affermava di “non hauer ritrovato alcuni ammalati infetti né sospetti ma solo ammalati di mali ordinari”.

Torna il mercato “entro le mura”

A quel punto, tuttavia,  la stessa sorte dei sospettati di peste tocca alla città intera che deve entrare in quarantena, dimostrare di essere salubre, per ottenere le libertà consuete e riprendere i commerci. Il 22 aprile il Podestà  che era stato allontanato per la sua sicurezza rientra a Biella e poco dopo si riconfermano i benefici: il macello si farà solo al Piazzo e sarà vietato nella città bassa, mentre il mercato che, durante la peste e ancora prima dell’epidemia conclamata si faceva ad Occhieppo, tornerà dentro le mura. Restaurati i privilegi, si pensò al trascendente. Ecco spuntare allora “100 ducatoni” che contribuiranno  a costruire una nuova chiesa intorno al Sacello della Vergine come si scriverà all’indomani della processione cittadina al santuario di Oropa, il 17 agosto del 1600.

Marco Conti

Il santuario di Oropa (Biella)

Sepulveda e la solitudine della balena

Lo scrittore cileno è scomparso giovedì a Gijón. A Milano, durante uno dei suoi ultimi incontri, ha parlato dei suoi romanzi e del suo Paese, oggi impoverito dalla “dittatura” dell’economia liberista

Luis Sepulveda

Il Cile, la rivolta contro il carovita, la vita di scrittore. Luis Sepulveda raccontava con la leggerezza delle allegorie ma la sua vita personale, le sue passioni, erano ben conficcate nella storia del suo Paese. Lo si è capito subito lo scorso 23 ottobre, a Milano, durante uno degli ultimi incontri che ha avuto con il pubblico italiano, durante il calendario dello Zacapa Noir Festival. Fitta chioma di capelli, pizzetto, occhiali, Sepulveda si è seduto accanto a Mirko Zilahy e ha cominciato a raccontare, a commentare il Cile di quei giorni riprendendo le parole del presidente cileno che parlava della protesta, della “guerra” contro l’impoverimento della popolazione. «Siamo in guerra? In guerra con chi?» ha ammiccato polemicamente.

Lo scrittore durante l’incontro milanese lo scorso 23 ottobre

Guerra contro i poveri

Sepulveda cercò di spiegare che dopo il colpo di stato del 1973 (11/09/73), dopo i sedici anni di dittatura di Pinochet, credeva che tutto fosse superato. E ora in questa democrazia, «non certo la democrazia sognata in quei giorni lontani… il Presidente dichiara di essere in guerra. Contro chi?»  La risposta disse lo scrittore era scontata: «Contro los pobres», contro i poveri. La voce nitida in buon italiano raccontò a lungo del Cile prima del 1973, dell’industria nazionale, del tessile, della lavorazione del rame, dell’industria degli elettrodomestici, di quello slogan  «si es chileno es bueno» di tutto ciò che doveva costituire la rinascita e l’orgoglio del lavoro e che dopo il golpe è scomparso.

Manifestazione popolare lo scorso 21 ottobre

“Libri scritti per piccoli cretini”

Ma nell’incontro milanese si diffuse anche sulla sua opera, sul piacere di scrivere. E’ nel 1973 che inizia il suo esilio: per dieci lunghi anni Sepulveda ha vissuto ad Amburgo. In questa città nasce anche il suo libro più celebre Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. «Era un giorno di pioggia ed ero andato alla biblioteca pubblica per prendere dei libri per i miei tre bambini. Nell’attesa che spiovesse mi fermai in un bar, ordinai una birra e cominciai a leggere quei libri per l’infanzia», raccontò.  Disse di aver provato un’indignazione terribile perché per lui i bimbi sono persone di pochi anni e quei libri sembravano scritti «non per piccole persone ma per piccoli cretini». «L’immaginazione dei bambini non ha limiti, non ha frontiere – disse – e i libri dovrebbero conservarla, alimentarla anziché spegnerla».  Proprio allora si disse che avrebbe scritto per lettori di pochi anni, che quella sarebbe stata una sfida. «Avrei scritto una storia alla quale il piccolo lettore avrebbe partecipato con la sua immaginazione, avrei democratizzato la letteratura».

Le favole

Le favole di Sepulveda, come nella tradizione classica hanno come protagonisti gli animali: la gabbianella, il gatto, la lumaca, il cane, il topo, la balena bianca. Fin dalla storia della gabbianella e del gatto comprese che umanizzare gli animali permetteva di osservare da lontano il comportamento umano e di comprenderlo meglio. «La scrittura – disse – è l’unica scuola che ha lo scrittore» e alcune sue favole nascono per rispondere alle domande dei bimbi. Sepulveda fece l’esempio di suo nipote Daniele che gli chiese il motivo della lentezza della lumaca. Ci pensò e scrisse “La storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza”. In fondo questo fa uno scrittore: risponde alle domande, cerca di dare una risposta ai dubbi, racconta storie.

Le domande non devono restare senza risposta

“La fine della storia”, pubblicato in Italia da Guanda nel 2016

La letteratura insegna che non si deve lasciare nessuna domanda senza una risposta. Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa nasce da una serie di domande che l’autore si pose dopo l’ennesima rilettura di “Moby Dick”.  «Perché Melville non scrisse le motivazioni del capodoglio? Le balene sono animali pacifici perché avrebbe dovuto attaccare la baleniera e i suoi sopravvissuti?» Lo scrittore inizia a raccontare della sua esperienza diretta con le balene: di quando a 16 anni lavorò come aiuto cuoco su una delle ultime baleniere diretta verso il Sud del Mondo; delle spedizioni con Greenpeace verso la California e la Patagonia per tracciare i movimenti migratori dei cetacei.  Raccontò del primo contatto con la balena «che avviene avvicinandosi al suo occhio per poi spostarsi verso l’altro». Si soffermò su un particolare: cosa si vede negli occhi degli animali e nell’occhio della balena. «Si vede l’assoluta solitudine». Secondo Sepulveda la solitudine della balena è simile a quella dello scrittore ed è ciò che gli permette  di guardare alle cose in modo diverso dagli altri. Non ci sono dubbi: Luis Sepulveda lo ha fatto.

Giancarla Savino

Ife, Mossul, Timbuctù

Come riscrivere la storia dell’Africa. Dalla sconosciuta Carta di Mandé all’arte nigeriana che fece sognare Frobenius

Quando l’Africa centrale era ancora fatta di tribù e di insediamenti coloniali, a Ife in Nigeria, l’antropologo tedesco Leo Frobenius scoprì in un santuario una scultura in ottone di straordinaria bellezza. In quel volto non c’era niente che avesse mai visto prima nel mondo africano. La fattura appariva così raffinata e diversa dalle sculture tradizionali – le stesse che di lì a poco avrebbero ispirato Modigliani e Picasso – da far pensare ad un’ altra Africa, diversa, ispirata come quella mediterranea. Nacque così la tesi di Atlantide.

La testa di Ife rinvenuta in un santuario

L’Atlantide di Frobenius

Passando al setaccio quell’idea bisognerà convenire che ben pochi sono oggi gli indizi per confermare l’ipotesi. Ma nel 1910 il mondo occidentale aveva una conoscenza approssimativa dell’arte e della cultura africane. Frobenius coltivò l’idea, del tutto congrua, che un lembo di terra sommerso a fianco del continente, potesse costituire l’anello mancante che faceva di quella scultura una pagina di estetica confrontabile con l’arte greca. Bisognò aspettare ancora vent’anni per avere migliore intelligenza del ritrovamento. Nel 1938 all’interno del Palazzo Reale di Ife (quindi in un sito diverso della stessa città) si scoprirono altre tredici teste della medesima fattura e cultura estetica cui apparteneva il primo reperto. Ne parlarono vari giornali e riviste. Gli studi si susseguirono. E si stabilì con certezza che le sculture di Ife risalivano a seicento anni prima, vale a dire al XV secolo…Insomma un Rinascimento nel cuore dell’Africa a fianco di quello italiano.

Una delle sculture di Ife rinvenute negli anni Trenta

In quell’epoca il territorio nigeriano commerciava avorio con la costa occidentale attraverso i fiumi e, dalla regione occidentale, i traffici risalivano verso il nord e il Mar Mediterraneo. Ife era un sito religioso importante delle tribù yoruba. L’idea più accreditata è che quelle sculture fossero quindi divenute una sorta di totem per i riti e le cerimonie di Ife. Il volto ieratico e attento ritrovato da Frobenius era forse il ritratto o l’alter ego di un’ alta autorità morale.

I manoscritti salvati dall’Isis

I manoscritti di Avicenna

Ma questo non è il solo caso in cui etnografia, arte e letteratura, riservano delle sorprese che spazzano via in un momento i cliché dell’Occidente tecnologico raccontando come sia sempre il passato a fornire un’identità, anziché la sicumera di un futuro magnifico, come accade oggi con i mantra della globalizzazione. Ce lo ribadisce questa seconda storia. Nei pressi di Mossul, in Iraq (nella terra di Ninive) un domenicano, Michaeel Najeeb, ha salvato circa ottomila manoscritti dalla furia distruttrice dell’Isis. Ha fotocopiato circa un milione di pagine e le ha successivamente scansionate. Nel 2014 quando Mossul stava per cadere nelle mani dello Stato Islamico Najeeb ha avuto l’energia e il coraggio di caricare su di un camion centinaia di quei manoscritti ormai fragili come cortecce secche, tra cui una copia del Canone di Medicina di Avicenna (XII secolo), i commenti in arabo di Averroè, epistole e opere del cristianesimo primitivo e molto altro ancora. Così, mentre i cannoni distruggevano la Biblioteca di Massul, due camion con 809 manoscritti attraversavano il Kurdistan. Quando infine gli invii furono resi impossibili dalla guerra, padre Najeeb continuò la sua missione affidando le opere a chiunque fuggisse verso Erbil, lontano dalle cannonate. Ne scriverà nella prosa autobiografica di Sauver les livres et les hommes (Grasset, 2017).

La carta di Manden

Tuttavia quando il domenicano venne invitato a Bruxelles per testimoniare del lavoro svolto non era solo. Con lui c’era Abdel Kader Haïdara, un mussulmano, un erudito di Timbuctù. Anche Haïdara era ospite del consesso internazionale per aver portato in salvo migliaia di pergamene del Mali e molte opere religiose contenute nella biblioteca dell’antichissimo sultanato. Nel 2012 la guerra di Al Qaida aveva già compiuto sul territorio diverse distruzioni ed è in corso tutt’oggi. Tra le opere messe in salvo dall’erudito figura un testo che – come le teste d’ottone di Ife – farà discutere ancora molto. Ma fin d’ora la sua eccezionalità è fuori d’ogni dubbio. Si tratta della Charte du Mandé o Carta di Manden. E’ un testo trasmesso in origine oralmente proprio come avviene con una leggenda. Ma non si tratta di una narrazione orale qualunque. E’ verosimilmente il primo atto politico e giuridico con cui vengono sanciti i diritti della persona e abolita la schiavitù. L’eccezionalità della “Carta” sta tutta nella sua datazione. Secondo molti studiosi questo specie di proclama dei Diritti dell’Uomo risale infatti al 1222.

Nessuna vita è più rispettabile di un’altra

La prima norma dice: «Una vita è una vita. Nessuna vita è più rispettabile di un’altra o superiore ad un’altra». La seconda recita: «Che nessuno attacchi il vicino gratuitamente; che nessuno gli faccia torto o lo martirizzi»…A cui seguono: «Il torto reclama una riparazione» con l’invito «Pratica il mutuo soccorso». Altrove si legge: «La guerra non distruggerà mai più un villaggio per prendere degli schiavi; ciò significa che nessuno metterà d’ora in poi il morso in bocca al suo compagno per andare a venderlo; nessuno verrà picchiato neanche a Mandé, figuriamoci messo a morte, perché è figlio di uno schiavo».  

Secondo i locali la trascrizione venne fatta per volontà di Sundjata Keïta,  (1217- 1255), cioè il primo imperatore e fondatore dell’impero del Mali, ma vi sono forti dubbi circa l’interpretazione del proclama che, per varie generazioni, è stato tramandato oralmente. Si obietta che in realtà la Carta di Manden voleva regolare semplicemente le tre “caste” dell’epoca fornendo un’immagine pubblica di riferimento per mitigare i conflitti. Tuttavia, qualunque sia l’interpretazione, la Charte racconta una storia che l’immaginario occidentale non supponeva neppure lontanamente. Un po’ come se tra un millennio il documento  fondante l’ Unione europea dovesse comparire improvvisamente per suggerire non la realtà, ma i sogni, ben sapendo che i sogni non sempre sono innocenti.

Osvaldo Enoch

 

Barbero, ecco come la storia fa volare l’immaginazione

Alessandro Barbero, medievista di professione e narratore della modernità, racconta in una intervista del 2004, il rapporto creativo tra due passioni. Come sono nati i suoi primi romanzi. E dice: «Sono affascinato dalle disfatte». Dalle guerre napoleoniche in Mr. Pyle all’avventura di Fiume

«Quando si atterra a Mosca col buio, mentre l’aeroplano vira lentamente sulla città in attesa che trasmettano il segnale di via libera, è facile che l’occhio incontri dal finestrino il grattacielo dell’Università, sui Monti dei Passeri. Le luci sono accese dietro innumerevoli finestre, fioche, è vero, ma nella notte brillano”.  Inizia così un viaggio nella Russia contemporanea, precisamente fra i 1987 e il 1991, nell’opera narrativa di Alessandro Barbero, “Romanzo Russo”: l’unico a detta dello scrittore, che sia valso la pena di scrivere, nonostante  un limitato successo di pubblico . Alessandro Barbero , docente nell’Università Vercellese, è peraltro scrittore prolifico e versatile: numerosi saggi storici e quattro riusciti romanzi, l’ultimo dei quali “Poeta al comando” ha come protagonista un’altra città, Fiume. Sono le città protagoniste i fili conduttori dei suoi romanzi? O il filo conduttore è un altro, ad esempio le grandi disfatte della storia? Nello studio dell’ateneo vercellese, Barbero ha risposto alle nostre domande» .

Lei è docente universitario e saggista ma anche un romanziere… Uno scrittore creativo. Come convivono questi i ruoli? E quale parte vorrebbe far prevalere?

«Perché dovrei far prevalere una parte? A me piacciono  entrambe le cose. Non ho mai sentito il fatto di essere uno scrittore come contraddittorio al mio essere storico, anzi è una conseguenza diretta, del resto faccio romanzi storici. L’insegnamento è una parte molto divertente del mio lavoro alla quale non rinuncerei per chiudermi in casa a scrivere».

Alessandro Barbero


Nel 1996 con il suo primo romanzo “Bella vita e guerre altrui di Mr Pyle gentiluomo” ha ottenuto il premio Strega ed è stato tradotto in varie lingue: a cosa deve, secondo lei, il suo successo?

«Esattamente i motivi del successo di “Mr Pyle” a me sfuggono un pochino. Tuttora sono convinto che i meccanismi di mercato siano strani, è difficile  capire. Ero convintissimo che un libro ambientato in Prussia agli inizi dell’Ottocento non potesse interessare a nessuno. Invece il libro ha avuto fortuna e ha incontrato la voglia di romanzo storico. Ha vinto un premio famoso, ma i premi si vincono per una serie di combinazioni, di colpi di fortuna, di spirito del tempo, perché magari quell’anno chi organizzava  il premio aveva piacere di far vincere un autore nuovo, giovane, insomma una serie di combinazioni».

«Ho cominciato come tutti… »

Quando ha iniziato a scrivere di narrativa? E come è nato il suo primo romanzo?

Il primo romanzo di Barbero (Premio Strega) è del 1995

«Da ragazzo scrivevo racconti e poesie come tutti. All’Università ho deciso che avrei fatto lo storico e quindi mi sono concentrato su quello. Quando la mia carriera di medievalista si è assestata è rispuntata fuori la voglia di scrivere, a quel punto ero abbastanza grande da concepire il progetto di un romanzo. Scrivere di narrativa è stato un hobby di lungo periodo: mi sono divertito per anni ad accarezzare l’idea di un romanzo, a costruirlo pian piano e lavorarci a tempo perso. Il mio primo romanzo mi ha tenuto compagnia quasi dieci anni».

Lei è un medievalista; perché i suoi romanzi, a differenza dei saggi, sono ambientati in epoca moderna? Ha fatto velo il fatto che vi siano altri scrittori, come Umberto Eco e Laura Mancinelli, che hanno attinto all’epoca medievale creando un filone di successo?

«Per come scrivo io sarebbe difficile ambientare un romanzo nel medioevo. Quando scrivo è fondamentale vedere le scene, i personaggi nel concreto della loro fisicità: in realtà del Medioevo sfugge la quotidianità: sappiamo poco dei modi, degli ambienti, degli interni. Tengo molto agli ambienti. Descrivo bene una scena se la vedo che gli occhi della mente. Non sono così snob da rifiutarmi di partecipare ad un filone di grande successo, ma il motivo rimane quello che già detto: il piacere di scappare dal medioevo ogni tanto».

«Come nascono i miei romanzi»

Si sente particolarmente legato ad uno dei suoi personaggi o ad uno dei suoi libri?

«Mi sento particolarmente legato a Romanzo Russo (“Romanzo Russo. Fiutando i futuri supplizi” Mondadori, 1998 ndr). Tra i miei libri è quello di minor successo, ma per me l’unico che sia valso la pena di scrivere».

Come nascono i suoi romanzi?

«Partono da un bacino di interessi e soprattutto di letture. Quando mi accorgo che un certo momento storico, una certa vicenda mi affascina e che, senza averlo deciso, sto leggendo molte pagine su quell’argomento, in quel momento posso decidere di scrivere un romanzo. Diventa, perciò, sistematica la ricerca e il piacere di lettura e di accumulo di notizie. Le passioni, che hanno originato “Mr Pyle” e  “Romanzo Russo”, mi hanno accompagnato per gran parte della vita. “L’ultimo rosa di Lautrec” e “Poeta al comando”, scritti nel 2001 e 2003, nascono da un processo più rapido: avevo già pubblicato, sapevo di poter fare un romanzo, mi veniva chiesto dall’editore un nuovo scritto. Il meccanismo è sempre quello: la voglia di immergermi in una situazione».

Il romanzo su D’Annunzio a Fiume

“Poeta al comando”, 2003

Lei ha scritto un romanzo su Gabriele D’Annunzio , “Poeta al comando”, una delle figure più  appariscenti della nostra letteratura moderna, ma anche delle meno amate . Perché questa scelta?

«A me del personaggio D’Annunzio non importava nulla! Il romanzo è su Fiume. L’Italia a cavallo tra la guerra mondiale e il fascismo è uno strano paese, è un momento storico quasi dimenticato, schiacciato tra grandi eventi. La vicenda di Fiume è stata vissuta da molti con grande allegria, come una grande avventura. In più si inserisce questo personaggio strano, un poeta bizzarro e mattoide, che si sente invecchiare e tenta un’impresa destinata a finire male. Ecco io sono sempre stato molto affascinato dai grandi disastri: in “Mr Pyle” la battaglia in cui i Prussiani vengono sbaragliati, Lautrec e la sua morte, l’Unione Sovietica… Sono assolutamente affascinato dalle disfatte, dai grandi sforzi organizzati che finiscono malissimo».

“La lavandaia” di Henri de Toulouse-Lautrec. La vita e la morte del pittore francese ha ispirato il romanzo di Barbero, L’ultimo rosa di Lautrec, edito nel 2001

Il presente? Un’epoca superficiale

Come storico, le chiedo un parere sulla situazione contemporanea. La storia è ciclica, si ripete?

«Le opzioni a disposizione degli esseri umani sono limitate, quindi si fanno sempre gli stessi sbagli. Speriamo che la storia sia ciclica: così all’epoca orrenda in cui viviamo adesso potrà almeno seguirne una migliore. Chiaramente vivere nell’Occidente nel 2004 è una fortuna, però complessivamente sono anni di volgarità reazionaria, superficialità culturale, di uso distorto della storia, di mancanza del senso della vita e, per essere retorico, di ideali. Ritengo esagerata l’esaltazione della flessibilità, della provvisorietà, del privato e la volgarità ampiamente condivisa dalla gente». 

Giancarla Savino

* L’intervista qui proposta è stata realizzata e pubblicata su La Nuova provincia di Biella” sabato 6 marzo 2004, a pagina 19 col titolo Lautrec, Fiume, la Russia. Il fascino delle disfatte