Umberto Eco, i Templari e le Vergini Nere

Le statue delle Madonne Nere dei santuari di Oropa, Manosque, Montserrat, Crea, sorgono in luoghi montani e solitari. Umberto Eco ne scrisse nel “Pendolo di Foucault” e sostenne la relazione tra l’Ordine templare e le Vergini Nere. Un documento che parla della morte di Syon a Oropa sembra confermare la tesi. I sincretismi

Cressac sur Charente, ciclo pittorico raffigurante la battaglia templare contro gli infedei

E’ una giornata d’agosto del 1290 quando muore tra gli eremiti di Oropa il maestro Syon, uno studioso, un celebre grammatico che sarà sepolto a Vercelli il 16 dello stesso mese. Gli ultimi giorni del maestro, lontani dalla calura, dagli scocciatori, dai chierici, trascorrono in un eremo. Verde, silenzio, solitudine.  A quel tempo gli eremiti non vivono nelle grotte, ma in semplici case che già prendono il nome di priorati. Hanno un saio nero, lo stesso che compare negli affreschi del Trecento della chiesa di Santa Maria  dove si trova il sacello della Vergine Nera; hanno probabilmente qualche capo di bestiame, ma vivono soprattutto delle offerte o, come si dirà diffusamente nel corso dei secoli, «vivono della devozione».

Il maestro e la mansione

I motivi geometrici sono frequenti nelle antiche cappelle e nei luoghi dove la committenza era templare. Così a Montaunes (immagine qui sopra) e a Bevignate (Perugia)

Il maestro di Syon, che lasciò un trattato ancora oggi consultabile, muore in una casa vicina a quello che diventerà il sacello. Quando viene steso il suo necrologio si specifica che si trovava a San Bartolomeo. Ma sorprendentemente si scrive: «in mansione  Sancti Bartholomei de orepa». Una mansione a Oropa anziché una “domus”?  Sarà un caso.  Nel mondo romano questo termine è usato genericamente per i luoghi di ospitalità lungo le vie di comunicazione. Tuttavia in quegli anni “mansione” è precisamente il nome con cui  i Templari  indicano diversi loro insediamenti,  gli edifici che sorgono lungo le vie di transito commerciale e di pellegrinaggio.

Oropa, pellegrinaggi e transiti

La Vergine Nera nell’antica basilica di Oropa (Piemonte)

In apparenza Oropa   è  l’esatto opposto. Eppure la vallata mette in comunicazione i biellesi con Fontainemore dove in quegli anni si svolgono molti  scambi commerciali.  Si passa lungo gli stessi luoghi degli eremiti.  Il primo documento che  indica la loro presenza con sicurezza è del 2 maggio 1207, mentre  a giudicare dagli edifici costruiti essi erano già presenti  nel IX secolo.  Di  templari, viceversa  neppure l’ombra. Le mansioni più vicine al Biellese furono  quelle di Livorno Ferraris e di San Giorgio Canavese. La storia dell’Ordine del Tempio  ha però un altro tassello equivoco: il ruolo che i templari hanno avuto nel culto delle Vergini Nere.

Qualche decennio prima,  in Provenza, nella valle di Vésubie, i Templari crearono una commanderia e dove esisteva una cappella benedettina,  collocarono una Madonna Nera che da quel momento verrà chiamata “Notre Dame de la fenêstre”. Non fu un caso isolato. Nello stesso periodo in cui si sviluppa la storia dei Templari, ha inizio  in Francia, Italia e Spagna anche il culto delle Vergini Nere. Costituitosi per tenere in vita gli ideali cristiani delle crociate, poi strutturatosi intorno alle vie di comunicazione e di pellegrinaggio, l’ordine  aveva anche creato una dottrina non lontana dall’esoterismo gnostico.

Il pendolo di Foucault

Rocamadur, Vergine Nera

Umberto Eco, nel suo romanzo, Il pendolo di Foucault, insiste su questo aspetto. Ma chiuse le pagine della narrazione, fitta di incisi esoterici, resta il dato storico che lo scrittore mi confermò: «E’ certo – disse durante la presentazione del romanzo – che esiste un rapporto tra vergini nere e templari; si tratta però di dimostrare se, nel caso specifico di Oropa, il rapporto è corretto». Nessun documento attesta questo legame  né a Oropa, né nella maggior parte dei santuari o delle chiese che ospitano una Madonna Nera. Vésubie è una eccezione. Per contro il mistero della loro presenza, condito con leggende come quelle di Sant’Eusebio che avrebbe peregrinato tra Crea, Cagliari e Oropa con le tre statue nere come l’ebano sottobraccio, suggerisce il tentativo di far rientrare queste presenze nel solco della tradizione. In epoca moderna l’imbarazzo è risultato evidente quando in alcuni santuari, come a Crea, si è tentato di sbiancare le statue sostenendo che solo il fumo dei ceri le aveva annerite.

Eco, le Vergini e i celti

Montserrat (Spagna) Vergine Nera

«Le prime vergini che appaiono in Europa – scrive Umberto Eco nel Pendolo di Foucault – sono le vergini nere dei Celti. San Bernardo, da giovane, stava in ginocchio nella chiesa di Saint Voirles, davanti a una vergine nera ed essa spremette dal seno tre gocce di latte che caddero sulle labbra del futuro fondatore dei Templari».  Il romanzo con cui Eco si fece mettere all’Indice dall’Osservatore Romano, citava in questa pagina una leggenda  ma anche una circostanza storico-religiosa certa: la divinità femminile della Terra per i celti  è stata Modron, raffigurata in nero e poi trasformata letterariamente, con il  ciclo arturiano, in Morgana.  

Altri sincretismi

C’è chi ha osservato una seconda trasposizione tra la Vergine e  il culto romano di Iside, nera e materna. Infine i luoghi in cui sorgono i maggiori santuari che custodiscono una Madonna Nera hanno uno scenario che si ripete: montagne, grotte, solitudini, boschi. Così a Oropa, a Crea, a Montserrat, a Manosque, Rocamadur, Tindari, Loreto e altrove.

Filippo il Bello osserva il rogo dei Templari

Lo scenario dice più di quanto non dicano i documenti. La figura femminile, madre e nera, come  nera e materna risulta simbolicamente la terra, non poteva trovarsi in un luogo qualsiasi. Ma perché immaginare i cavalieri templari, al posto di Sant’Eusebio, impegnati tra vallate e pianure a insediare statue e culti? Il percorso anziché nello spazio solamente  è stato tracciato dal tempo. Il Roch ‘dla vita, (la roccia della vita) il masso della fertilità di Oropa, sembra gridarlo a viva voce. A due passi dalla grotta intorno alla quale è nata la basilica. E’ un teste eloquente, un testimone  nato molto prima dell’Ordine del Tempio. Quello stesso edificato a Gerusalemme  con un nome che era una promessa: Nostra Signora del Monte di Sion.

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La peste a Biella nel XVI secolo

Ecco i provvedimenti e i divieti durante la peste cinquecentesca in Piemonte e a Biella. La casa del primo malato data alle fiamme. Le ricette contro il male, i lazzaretti, i mercati fino alla ripresa. Un calco più drammatico dell’attuale pandemia

John William, Waterhouse, Una novella del Decamerone, 1916

Sul finire di giugno le strade sono deserte. Gli ingressi alle porte della città sono presidiati giorno e notte. L’ordine è di stare in casa. E’ previsto che i trasgressori siano frustati e siano loro confiscati i beni. Chi ha un campo può  però  andare in campagna con la propria famiglia. Chi ha  delle granaglie da macinare porterà i sacchi fuori dall’abitazione del mugnaio che consegnerà poi  il macinato sull’uscio di casa del proprietario, oppure davanti ai  forni dei panettieri, il tutto coperto con un pezzo di stoffa. E’ il 23 giugno 1599 quando il medico Giovanni Battista Piana scopre il primo caso di peste nel piccolo rione di Cossila.

I primi allarmi a Torino 23 anni addietro

La città era già sottoposta a norme precauzionali fin dal 1576, quando il Magistrato della Sanità di Torino aveva emesso un’ordinanza  che vietava a tutti, laici ed ecclesiastici, di entrare nei territori sabaudi se provenienti dai centri dove vi erano stati casi conclamati del male. Neppure sulle strade aperte gli osti potevano accogliere gente che arrivasse da Venezia, Mantova, Vicenza, Milano e persino da Seregno, da Monza, Voghera, Merignano, da tutto il Tirolo, da Sicilia e Calabria. Ma per un ventennio le norme furono un colabrodo con qualche eccezione: il 10 maggio 1576 due mercanti di tela di Occhieppo (un altro centro nel Biellese) vennero fermati e interrogati dal Podestà. Venivano da Palestro e per sicurezza furono messi in quarantena  in una cascina fuori dalle mura in attesa dei pareri dei medici. Sempre per sicurezza il Podestà in quello stesso anno ordinò che chiunque avesse dei parenti in viaggio fuori dal Biellese dovesse fornire indicazioni del posto in cui si trovavano.

Scarseggiano le granaglie

Quando arriva il peggio, nell’estate e autunno 1599, Biella è già in difficoltà: poche risorse alimentari (le granaglie arrivano dall’esterno), un debito comunale e territoriale consistente, i commerci impediti di fatto, mentre la necessità di procacciarsi le scorte alimentari è impellente. Da alcuni mesi i notabili hanno lasciato il centro cittadino e si sono rifugiati in campagna, nelle ville, nelle cascine, come durante le epidemie del medioevo.

Caravaggio. Canestra di frutta (1594-1598), olio su tela

Chi è colpito muore in una ventina di giorni

Chi è colpito dal male muore in una ventina di giorni, in qualche caso ne bastano tre o quattro. I medici si affacciano sulla porta e, se il caso è sospetto,  li inviano nel lazzaretto. In breve Biella ne avrà due, fatti di capanne, con un guardiano e qualche inserviente. I monatti, una trentina, vengono reclutati in Lombardia e pagati come meglio possono consentire le finanze pubbliche. Ciò non toglie che il primo caso di peste conclamato quel 23 giugno 1599 venga represso con una drastica decisione da cui emerge più il terrore che l’intelligenza: la casa del malato, Antonio Ramella, viene data alle fiamme. E poiché l’incendio è eseguito male, va a fuoco anche la casa della vicina Giovanna Ramella. Il provvedimento successivo non è meno severo: si inviano delle guardie intorno a Cossila e si vieta che gli abitanti escano dalla borgata. Naturalmente è fatica sprecata.   L’estate si annuncia torrida e avarissima.

Zolfo, arsenico, salnitro, resina di pino

Rimedi contro la peste nella Cortona del Cinquecento

Al minimo sospetto vengono fatte disinfezioni secondo una formula prescritta dal Magistrato torinese. Vengono cioè impregnate delle carte con  un composto fatto di zolfo, salnitro, arsenico e resina di pino. Poi si  bruciano i fogli  stanza per stanza. Il Comune assolda altri tre medici per visitare tutte le case mentre alle porte della città le guardie hanno l’ordine di non lasciare passare nessuno senza il documento di certificazione chiamato Bolletta di Sanità.  Gli stessi abitanti dei rioni esterni a Biella non possono varcare i portoni con l’eccezione dei residenti di frazione Barazze. All’epoca esistono ancora solide mura: sulla collina, al Piazzo, da Porta Torrazza al Vernato; a Biella Piano da Riva verso sud e verso San Cassiano. Ognuno diventa sorvegliante del vicino e la paura lascia pochi varchi aperti. Forse solo nelle magre campagne circostanti e sulle montagne si respira con tranquillità. Tanto vale uscire verso i boschi, rientrare a notte, raccontare la propria storia proprio come nelle giornate della lieta o meno lieta brigata dei novellatori inventati da Boccaccio.

Il primo lazzaretto

Il primo lazzaretto viene recintato in un prato appartenente a Giacomo Boglietti; un secondo viene fatto ai confini con regione Monté. I guardiani sono incaricati di evitare le fughe che, comunque ci saranno, proprio verso la fine dell’epidemia. Intanto si sparge la voce: dei casi di peste si sono già avuti anche a Zubiena, Cerrione, Alice, Cigliano dove il Biellese acquista il grano e le farine. Dal 19 ottobre 1599 a dicembre dello stesso anno vengono portate nel lazzaretto di Biella 130 persone, ne moriranno 75; 170 sono le case disinfettate. Chi viene portato al lazzaretto e se la cava, si è salvato due volte. La quarantena è divisa in due periodi: venti giorni di cosiddetta “quarantena brutta” e venti di quarantena “bella”. I malati e i sospetti vivono in capanne, col terrore perenne di scoprire un ascesso, un bubbone,  col sospetto che il cibo servito possa essere veicolo d’infezione. Tanto più che sono i monatti a portare i vassoi. Anche per questo c’è chi tenta la fuga e rischia il carcere…In prigione già c’è.

La peste si attenua. La prevenzione

Non mancano i casi di speculazione, di sciacallaggio. In Comune arrivano alcune segnalazioni di pani pagati a carissimo prezzo e fatti con materiali scadenti. Ma l’epidemia comincia ad attenuarsi nel dicembre dello stesso anno. Nei tre mesi successivi del nuovo secolo i morti di peste saranno solo cinque. Difficile pensare che il merito sia delle cure. All’epoca le ricette erboristiche non prevedono neppure l’uso  delle piante antisettiche più energiche che verranno successivamente riconosciute utili almeno per le infezioni batteriche. In città, fra le prescrizioni mediche di cui si ha traccia, è consigliato un impiastro con foglie di malva, viola, radici di scabbia, giglio e consolida; oppure si prescrive un cerotto di “bettonica” (betonica), lauro, piantaggine, mille foglie, verbena, trementina, cera bianca e “raggia di pino”.

Per la storia della medicina, quella del Cinquecento e del primo Seicento fu però una epidemia meno grave di quelle che seguirono: furono colpiti soprattutto i poveri, i più denutriti, i mendicanti, anche se tra le vittime non mancarono ovviamente le persone abbienti. A Biella il bilancio della pestilenza del 1599  appare oggi drastico ma non devastante come in altre città di pianura.

Quattrocento vittime su seimila abitanti

Luigi Sabatelli (1772.1850), La peste a Firenze nel 1348

Un ruolo non irrilevante lo svolse Traiano Gromo, il rettore della città  che giorno per giorno si spendeva con ostinazione, qualche volta cavalcando di rione in rione per accertarsi dello stato delle cose. Quando l’incubo finì, il Consiglio cittadino – composto fra l’altro di alcuni notabili che soggiornarono in campagna durante il pericolo –  gli tributò una lode pubblica e fu tutto. Un documento del 1593 permette di calcolare l’incidenza statistica della peste. Dal “Quinternetto dei fuochi e dei capi di casa” si ha il numero dei capifamiglia presenti sia in città, sia nei rioni, tra i quali c’era anche Pralungo, ma non Chiavazza (oggi rione cittadino).  In quella data i fuochi erano 1241. La media di ogni famiglia, all’epoca, era di cinque persone: dunque 6205 erano all’incirca i residenti.  In sette mesi, dal giugno 1599 alla fine del gennaio 1600 i morti furono 460, vale a dire più di sette persone su cento. Le ultime battute della nostra storia riguardano i giorni successivi l’epidemia. Il 3 marzo 1600 i medici incaricati di visitare ogni famiglia avevano pronta la relazione in cui si affermava di “non hauer ritrovato alcuni ammalati infetti né sospetti ma solo ammalati di mali ordinari”.

Torna il mercato “entro le mura”

A quel punto, tuttavia,  la stessa sorte dei sospettati di peste tocca alla città intera che deve entrare in quarantena, dimostrare di essere salubre, per ottenere le libertà consuete e riprendere i commerci. Il 22 aprile il Podestà  che era stato allontanato per la sua sicurezza rientra a Biella e poco dopo si riconfermano i benefici: il macello si farà solo al Piazzo e sarà vietato nella città bassa, mentre il mercato che, durante la peste e ancora prima dell’epidemia conclamata si faceva ad Occhieppo, tornerà dentro le mura. Restaurati i privilegi, si pensò al trascendente. Ecco spuntare allora “100 ducatoni” che contribuiranno  a costruire una nuova chiesa intorno al Sacello della Vergine come si scriverà all’indomani della processione cittadina al santuario di Oropa, il 17 agosto del 1600.

Marco Conti

Il santuario di Oropa (Biella)

Sepulveda e la solitudine della balena

Lo scrittore cileno è scomparso giovedì a Gijón. A Milano, durante uno dei suoi ultimi incontri, ha parlato dei suoi romanzi e del suo Paese, oggi impoverito dalla “dittatura” dell’economia liberista

Luis Sepulveda

Il Cile, la rivolta contro il carovita, la vita di scrittore. Luis Sepulveda raccontava con la leggerezza delle allegorie ma la sua vita personale, le sue passioni, erano ben conficcate nella storia del suo Paese. Lo si è capito subito lo scorso 23 ottobre, a Milano, durante uno degli ultimi incontri che ha avuto con il pubblico italiano, durante il calendario dello Zacapa Noir Festival. Fitta chioma di capelli, pizzetto, occhiali, Sepulveda si è seduto accanto a Mirko Zilahy e ha cominciato a raccontare, a commentare il Cile di quei giorni riprendendo le parole del presidente cileno che parlava della protesta, della “guerra” contro l’impoverimento della popolazione. «Siamo in guerra? In guerra con chi?» ha ammiccato polemicamente.

Lo scrittore durante l’incontro milanese lo scorso 23 ottobre

Guerra contro i poveri

Sepulveda cercò di spiegare che dopo il colpo di stato del 1973 (11/09/73), dopo i sedici anni di dittatura di Pinochet, credeva che tutto fosse superato. E ora in questa democrazia, «non certo la democrazia sognata in quei giorni lontani… il Presidente dichiara di essere in guerra. Contro chi?»  La risposta disse lo scrittore era scontata: «Contro los pobres», contro i poveri. La voce nitida in buon italiano raccontò a lungo del Cile prima del 1973, dell’industria nazionale, del tessile, della lavorazione del rame, dell’industria degli elettrodomestici, di quello slogan  «si es chileno es bueno» di tutto ciò che doveva costituire la rinascita e l’orgoglio del lavoro e che dopo il golpe è scomparso.

Manifestazione popolare lo scorso 21 ottobre

“Libri scritti per piccoli cretini”

Ma nell’incontro milanese si diffuse anche sulla sua opera, sul piacere di scrivere. E’ nel 1973 che inizia il suo esilio: per dieci lunghi anni Sepulveda ha vissuto ad Amburgo. In questa città nasce anche il suo libro più celebre Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. «Era un giorno di pioggia ed ero andato alla biblioteca pubblica per prendere dei libri per i miei tre bambini. Nell’attesa che spiovesse mi fermai in un bar, ordinai una birra e cominciai a leggere quei libri per l’infanzia», raccontò.  Disse di aver provato un’indignazione terribile perché per lui i bimbi sono persone di pochi anni e quei libri sembravano scritti «non per piccole persone ma per piccoli cretini». «L’immaginazione dei bambini non ha limiti, non ha frontiere – disse – e i libri dovrebbero conservarla, alimentarla anziché spegnerla».  Proprio allora si disse che avrebbe scritto per lettori di pochi anni, che quella sarebbe stata una sfida. «Avrei scritto una storia alla quale il piccolo lettore avrebbe partecipato con la sua immaginazione, avrei democratizzato la letteratura».

Le favole

Le favole di Sepulveda, come nella tradizione classica hanno come protagonisti gli animali: la gabbianella, il gatto, la lumaca, il cane, il topo, la balena bianca. Fin dalla storia della gabbianella e del gatto comprese che umanizzare gli animali permetteva di osservare da lontano il comportamento umano e di comprenderlo meglio. «La scrittura – disse – è l’unica scuola che ha lo scrittore» e alcune sue favole nascono per rispondere alle domande dei bimbi. Sepulveda fece l’esempio di suo nipote Daniele che gli chiese il motivo della lentezza della lumaca. Ci pensò e scrisse “La storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza”. In fondo questo fa uno scrittore: risponde alle domande, cerca di dare una risposta ai dubbi, racconta storie.

Le domande non devono restare senza risposta

“La fine della storia”, pubblicato in Italia da Guanda nel 2016

La letteratura insegna che non si deve lasciare nessuna domanda senza una risposta. Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa nasce da una serie di domande che l’autore si pose dopo l’ennesima rilettura di “Moby Dick”.  «Perché Melville non scrisse le motivazioni del capodoglio? Le balene sono animali pacifici perché avrebbe dovuto attaccare la baleniera e i suoi sopravvissuti?» Lo scrittore inizia a raccontare della sua esperienza diretta con le balene: di quando a 16 anni lavorò come aiuto cuoco su una delle ultime baleniere diretta verso il Sud del Mondo; delle spedizioni con Greenpeace verso la California e la Patagonia per tracciare i movimenti migratori dei cetacei.  Raccontò del primo contatto con la balena «che avviene avvicinandosi al suo occhio per poi spostarsi verso l’altro». Si soffermò su un particolare: cosa si vede negli occhi degli animali e nell’occhio della balena. «Si vede l’assoluta solitudine». Secondo Sepulveda la solitudine della balena è simile a quella dello scrittore ed è ciò che gli permette  di guardare alle cose in modo diverso dagli altri. Non ci sono dubbi: Luis Sepulveda lo ha fatto.

Giancarla Savino

Ife, Mossul, Timbuctù

Come riscrivere la storia dell’Africa. Dalla sconosciuta Carta di Mandé all’arte nigeriana che fece sognare Frobenius

Quando l’Africa centrale era ancora fatta di tribù e di insediamenti coloniali, a Ife in Nigeria, l’antropologo tedesco Leo Frobenius scoprì in un santuario una scultura in ottone di straordinaria bellezza. In quel volto non c’era niente che avesse mai visto prima nel mondo africano. La fattura appariva così raffinata e diversa dalle sculture tradizionali – le stesse che di lì a poco avrebbero ispirato Modigliani e Picasso – da far pensare ad un’ altra Africa, diversa, ispirata come quella mediterranea. Nacque così la tesi di Atlantide.

La testa di Ife rinvenuta in un santuario

L’Atlantide di Frobenius

Passando al setaccio quell’idea bisognerà convenire che ben pochi sono oggi gli indizi per confermare l’ipotesi. Ma nel 1910 il mondo occidentale aveva una conoscenza approssimativa dell’arte e della cultura africane. Frobenius coltivò l’idea, del tutto congrua, che un lembo di terra sommerso a fianco del continente, potesse costituire l’anello mancante che faceva di quella scultura una pagina di estetica confrontabile con l’arte greca. Bisognò aspettare ancora vent’anni per avere migliore intelligenza del ritrovamento. Nel 1938 all’interno del Palazzo Reale di Ife (quindi in un sito diverso della stessa città) si scoprirono altre tredici teste della medesima fattura e cultura estetica cui apparteneva il primo reperto. Ne parlarono vari giornali e riviste. Gli studi si susseguirono. E si stabilì con certezza che le sculture di Ife risalivano a seicento anni prima, vale a dire al XV secolo…Insomma un Rinascimento nel cuore dell’Africa a fianco di quello italiano.

Una delle sculture di Ife rinvenute negli anni Trenta

In quell’epoca il territorio nigeriano commerciava avorio con la costa occidentale attraverso i fiumi e, dalla regione occidentale, i traffici risalivano verso il nord e il Mar Mediterraneo. Ife era un sito religioso importante delle tribù yoruba. L’idea più accreditata è che quelle sculture fossero quindi divenute una sorta di totem per i riti e le cerimonie di Ife. Il volto ieratico e attento ritrovato da Frobenius era forse il ritratto o l’alter ego di un’ alta autorità morale.

I manoscritti salvati dall’Isis

I manoscritti di Avicenna

Ma questo non è il solo caso in cui etnografia, arte e letteratura, riservano delle sorprese che spazzano via in un momento i cliché dell’Occidente tecnologico raccontando come sia sempre il passato a fornire un’identità, anziché la sicumera di un futuro magnifico, come accade oggi con i mantra della globalizzazione. Ce lo ribadisce questa seconda storia. Nei pressi di Mossul, in Iraq (nella terra di Ninive) un domenicano, Michaeel Najeeb, ha salvato circa ottomila manoscritti dalla furia distruttrice dell’Isis. Ha fotocopiato circa un milione di pagine e le ha successivamente scansionate. Nel 2014 quando Mossul stava per cadere nelle mani dello Stato Islamico Najeeb ha avuto l’energia e il coraggio di caricare su di un camion centinaia di quei manoscritti ormai fragili come cortecce secche, tra cui una copia del Canone di Medicina di Avicenna (XII secolo), i commenti in arabo di Averroè, epistole e opere del cristianesimo primitivo e molto altro ancora. Così, mentre i cannoni distruggevano la Biblioteca di Massul, due camion con 809 manoscritti attraversavano il Kurdistan. Quando infine gli invii furono resi impossibili dalla guerra, padre Najeeb continuò la sua missione affidando le opere a chiunque fuggisse verso Erbil, lontano dalle cannonate. Ne scriverà nella prosa autobiografica di Sauver les livres et les hommes (Grasset, 2017).

La carta di Manden

Tuttavia quando il domenicano venne invitato a Bruxelles per testimoniare del lavoro svolto non era solo. Con lui c’era Abdel Kader Haïdara, un mussulmano, un erudito di Timbuctù. Anche Haïdara era ospite del consesso internazionale per aver portato in salvo migliaia di pergamene del Mali e molte opere religiose contenute nella biblioteca dell’antichissimo sultanato. Nel 2012 la guerra di Al Qaida aveva già compiuto sul territorio diverse distruzioni ed è in corso tutt’oggi. Tra le opere messe in salvo dall’erudito figura un testo che – come le teste d’ottone di Ife – farà discutere ancora molto. Ma fin d’ora la sua eccezionalità è fuori d’ogni dubbio. Si tratta della Charte du Mandé o Carta di Manden. E’ un testo trasmesso in origine oralmente proprio come avviene con una leggenda. Ma non si tratta di una narrazione orale qualunque. E’ verosimilmente il primo atto politico e giuridico con cui vengono sanciti i diritti della persona e abolita la schiavitù. L’eccezionalità della “Carta” sta tutta nella sua datazione. Secondo molti studiosi questo specie di proclama dei Diritti dell’Uomo risale infatti al 1222.

Nessuna vita è più rispettabile di un’altra

La prima norma dice: «Una vita è una vita. Nessuna vita è più rispettabile di un’altra o superiore ad un’altra». La seconda recita: «Che nessuno attacchi il vicino gratuitamente; che nessuno gli faccia torto o lo martirizzi»…A cui seguono: «Il torto reclama una riparazione» con l’invito «Pratica il mutuo soccorso». Altrove si legge: «La guerra non distruggerà mai più un villaggio per prendere degli schiavi; ciò significa che nessuno metterà d’ora in poi il morso in bocca al suo compagno per andare a venderlo; nessuno verrà picchiato neanche a Mandé, figuriamoci messo a morte, perché è figlio di uno schiavo».  

Secondo i locali la trascrizione venne fatta per volontà di Sundjata Keïta,  (1217- 1255), cioè il primo imperatore e fondatore dell’impero del Mali, ma vi sono forti dubbi circa l’interpretazione del proclama che, per varie generazioni, è stato tramandato oralmente. Si obietta che in realtà la Carta di Manden voleva regolare semplicemente le tre “caste” dell’epoca fornendo un’immagine pubblica di riferimento per mitigare i conflitti. Tuttavia, qualunque sia l’interpretazione, la Charte racconta una storia che l’immaginario occidentale non supponeva neppure lontanamente. Un po’ come se tra un millennio il documento  fondante l’ Unione europea dovesse comparire improvvisamente per suggerire non la realtà, ma i sogni, ben sapendo che i sogni non sempre sono innocenti.

Osvaldo Enoch

 

Barbero, ecco come la storia fa volare l’immaginazione

Alessandro Barbero, medievista di professione e narratore della modernità, racconta in una intervista del 2004, il rapporto creativo tra due passioni. Come sono nati i suoi primi romanzi. E dice: «Sono affascinato dalle disfatte». Dalle guerre napoleoniche in Mr. Pyle all’avventura di Fiume

«Quando si atterra a Mosca col buio, mentre l’aeroplano vira lentamente sulla città in attesa che trasmettano il segnale di via libera, è facile che l’occhio incontri dal finestrino il grattacielo dell’Università, sui Monti dei Passeri. Le luci sono accese dietro innumerevoli finestre, fioche, è vero, ma nella notte brillano”.  Inizia così un viaggio nella Russia contemporanea, precisamente fra i 1987 e il 1991, nell’opera narrativa di Alessandro Barbero, “Romanzo Russo”: l’unico a detta dello scrittore, che sia valso la pena di scrivere, nonostante  un limitato successo di pubblico . Alessandro Barbero , docente nell’Università Vercellese, è peraltro scrittore prolifico e versatile: numerosi saggi storici e quattro riusciti romanzi, l’ultimo dei quali “Poeta al comando” ha come protagonista un’altra città, Fiume. Sono le città protagoniste i fili conduttori dei suoi romanzi? O il filo conduttore è un altro, ad esempio le grandi disfatte della storia? Nello studio dell’ateneo vercellese, Barbero ha risposto alle nostre domande» .

Lei è docente universitario e saggista ma anche un romanziere… Uno scrittore creativo. Come convivono questi i ruoli? E quale parte vorrebbe far prevalere?

«Perché dovrei far prevalere una parte? A me piacciono  entrambe le cose. Non ho mai sentito il fatto di essere uno scrittore come contraddittorio al mio essere storico, anzi è una conseguenza diretta, del resto faccio romanzi storici. L’insegnamento è una parte molto divertente del mio lavoro alla quale non rinuncerei per chiudermi in casa a scrivere».

Alessandro Barbero


Nel 1996 con il suo primo romanzo “Bella vita e guerre altrui di Mr Pyle gentiluomo” ha ottenuto il premio Strega ed è stato tradotto in varie lingue: a cosa deve, secondo lei, il suo successo?

«Esattamente i motivi del successo di “Mr Pyle” a me sfuggono un pochino. Tuttora sono convinto che i meccanismi di mercato siano strani, è difficile  capire. Ero convintissimo che un libro ambientato in Prussia agli inizi dell’Ottocento non potesse interessare a nessuno. Invece il libro ha avuto fortuna e ha incontrato la voglia di romanzo storico. Ha vinto un premio famoso, ma i premi si vincono per una serie di combinazioni, di colpi di fortuna, di spirito del tempo, perché magari quell’anno chi organizzava  il premio aveva piacere di far vincere un autore nuovo, giovane, insomma una serie di combinazioni».

«Ho cominciato come tutti… »

Quando ha iniziato a scrivere di narrativa? E come è nato il suo primo romanzo?

Il primo romanzo di Barbero (Premio Strega) è del 1995

«Da ragazzo scrivevo racconti e poesie come tutti. All’Università ho deciso che avrei fatto lo storico e quindi mi sono concentrato su quello. Quando la mia carriera di medievalista si è assestata è rispuntata fuori la voglia di scrivere, a quel punto ero abbastanza grande da concepire il progetto di un romanzo. Scrivere di narrativa è stato un hobby di lungo periodo: mi sono divertito per anni ad accarezzare l’idea di un romanzo, a costruirlo pian piano e lavorarci a tempo perso. Il mio primo romanzo mi ha tenuto compagnia quasi dieci anni».

Lei è un medievalista; perché i suoi romanzi, a differenza dei saggi, sono ambientati in epoca moderna? Ha fatto velo il fatto che vi siano altri scrittori, come Umberto Eco e Laura Mancinelli, che hanno attinto all’epoca medievale creando un filone di successo?

«Per come scrivo io sarebbe difficile ambientare un romanzo nel medioevo. Quando scrivo è fondamentale vedere le scene, i personaggi nel concreto della loro fisicità: in realtà del Medioevo sfugge la quotidianità: sappiamo poco dei modi, degli ambienti, degli interni. Tengo molto agli ambienti. Descrivo bene una scena se la vedo che gli occhi della mente. Non sono così snob da rifiutarmi di partecipare ad un filone di grande successo, ma il motivo rimane quello che già detto: il piacere di scappare dal medioevo ogni tanto».

«Come nascono i miei romanzi»

Si sente particolarmente legato ad uno dei suoi personaggi o ad uno dei suoi libri?

«Mi sento particolarmente legato a Romanzo Russo (“Romanzo Russo. Fiutando i futuri supplizi” Mondadori, 1998 ndr). Tra i miei libri è quello di minor successo, ma per me l’unico che sia valso la pena di scrivere».

Come nascono i suoi romanzi?

«Partono da un bacino di interessi e soprattutto di letture. Quando mi accorgo che un certo momento storico, una certa vicenda mi affascina e che, senza averlo deciso, sto leggendo molte pagine su quell’argomento, in quel momento posso decidere di scrivere un romanzo. Diventa, perciò, sistematica la ricerca e il piacere di lettura e di accumulo di notizie. Le passioni, che hanno originato “Mr Pyle” e  “Romanzo Russo”, mi hanno accompagnato per gran parte della vita. “L’ultimo rosa di Lautrec” e “Poeta al comando”, scritti nel 2001 e 2003, nascono da un processo più rapido: avevo già pubblicato, sapevo di poter fare un romanzo, mi veniva chiesto dall’editore un nuovo scritto. Il meccanismo è sempre quello: la voglia di immergermi in una situazione».

Il romanzo su D’Annunzio a Fiume

“Poeta al comando”, 2003

Lei ha scritto un romanzo su Gabriele D’Annunzio , “Poeta al comando”, una delle figure più  appariscenti della nostra letteratura moderna, ma anche delle meno amate . Perché questa scelta?

«A me del personaggio D’Annunzio non importava nulla! Il romanzo è su Fiume. L’Italia a cavallo tra la guerra mondiale e il fascismo è uno strano paese, è un momento storico quasi dimenticato, schiacciato tra grandi eventi. La vicenda di Fiume è stata vissuta da molti con grande allegria, come una grande avventura. In più si inserisce questo personaggio strano, un poeta bizzarro e mattoide, che si sente invecchiare e tenta un’impresa destinata a finire male. Ecco io sono sempre stato molto affascinato dai grandi disastri: in “Mr Pyle” la battaglia in cui i Prussiani vengono sbaragliati, Lautrec e la sua morte, l’Unione Sovietica… Sono assolutamente affascinato dalle disfatte, dai grandi sforzi organizzati che finiscono malissimo».

“La lavandaia” di Henri de Toulouse-Lautrec. La vita e la morte del pittore francese ha ispirato il romanzo di Barbero, L’ultimo rosa di Lautrec, edito nel 2001

Il presente? Un’epoca superficiale

Come storico, le chiedo un parere sulla situazione contemporanea. La storia è ciclica, si ripete?

«Le opzioni a disposizione degli esseri umani sono limitate, quindi si fanno sempre gli stessi sbagli. Speriamo che la storia sia ciclica: così all’epoca orrenda in cui viviamo adesso potrà almeno seguirne una migliore. Chiaramente vivere nell’Occidente nel 2004 è una fortuna, però complessivamente sono anni di volgarità reazionaria, superficialità culturale, di uso distorto della storia, di mancanza del senso della vita e, per essere retorico, di ideali. Ritengo esagerata l’esaltazione della flessibilità, della provvisorietà, del privato e la volgarità ampiamente condivisa dalla gente». 

Giancarla Savino

* L’intervista qui proposta è stata realizzata e pubblicata su La Nuova provincia di Biella” sabato 6 marzo 2004, a pagina 19 col titolo Lautrec, Fiume, la Russia. Il fascino delle disfatte

‘La Peste’ di Albert Camus

Le Figaro scrive che i francesi corrono in massa a leggere il romanzo-culto di Camus. L’epidemia di Orano, la città chiusa, l’impegno e la paura come nell’Europa di questi mesi

Albert Camus (1913-1960). “La Peste” venne pubblicato nel 1947

«Da questo momento in poi si può dire che la peste fu cosa nostra, di tutti. Sino a qui, nonostante lo stupore e l’inquietudine suscitati da quei singolari avvenimenti, ciascuno dei nostri concittadini aveva proseguito le sue occupazioni, come gli era stato possibile, al suo solito posto. E certamente questo doveva continuare; ma una volta chiuse le porte, si accorsero di essere tutti, e anche lo stesso narratore, presi nel medesimo sacco e che bisognava cavarsela. In tal modo, ad esempio, un sentimento sì individuale come la separazione da una persona cara diventò subito, sin dalle prime settimane, lo stesso di tutto il popolo, e, insieme con la paura, la principale sofferenza di quel lungo periodo d’esilio.»
Albert Camus, La Peste, capitolo II

Rieux, l’impegno contro la sfortuna

Il romanzo diventò subito un caso letterario importante. Il suo simbolismo superava le occorrenze della storia anche se Albert Camus lo voleva proprio conficcato nella storia, per raccontare il ruolo dell’impegno e della solidarietà umana nel fare fronte alla sfortuna. Non per nulla il protagonista del romanzo, il dottor Rieux, dirà: «il y a dans les hommes plus de choses à admirer que de choses à mépriser» (Ci sono negli ultimi più cose da ammirare che da disprezzare).  Tuttavia la narrazione insiste sul valore metastorico (e dunque simbolico) degli avvenimenti: il bacillo della peste è indistruttibile, può pur sempre tornare, Rieux sa che la vittoria non è definitiva: «la peste réveillerait son rats  et les enverrait mourir dans un cité heureuse» (la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice).

L’ambiente e la cultura del tempo

Albert Camus, raccomandato da Malraux, aveva pubblicato cinque anni prima Lo straniero, un romanzo breve, incisivo, senza psicologismi, in cui si racconta la storia di Mersault, un antieroe diviso dal proprio sentimento di solitudine e indifferenza, dal mondo e dai suoi riti. Condizione di vita che se non induceva al suicidio, poteva arrivare all’assassinio.  Quel romanzo, al pari della Nausea di Jean-Paul Sartre, diventò uno dei testi fondamentali dell’esistenzialismo. E proprio come Sartre Albert Camus dice con La Peste che l’esistenzialismo è un umanismo, per quanto lontano della razionalizzazione ideologica marxista che svilupperà invece l’autore della Nausea.
In una lettera a Roland Barthes, Camus insiste anzi sul significato del passaggio dal primo al secondo romanzo: è l’evoluzione, dirà, «da una rivolta solitaria al riconoscimento di una comunità di cui bisogna condividere le lotte». La morale della narrazione è precisamente qui, in questo impegno.

Il romanzo, la storia

Il romanzo è la cronaca di un’epidemia immaginaria che si svolge in Algeria, a Orano, e copre l’arco di otto mesi in un anno imprecisato del decennio 1940-50. In un paesaggio cittadino che il narratore descrive banale, tranquillo, senza grandi attrattive  (in cui si può riconoscere la scelta di caratterizzare una provincia qualsiasi), le strade cominciano a pullulare di topi sanguinanti che muoiono sui marciapiedi e fin sulla soglia delle case. Ognuno è incredulo e indifferente. Ma davanti all’evidenza di un numero crescente di morti, viene riconosciuta l’epidemia. Le porte della città di Orano vengono chiuse. Tra gli abitanti si diffonde un sentimento di apatia, oppure un desiderio di edonismo. Sono rare le persone che cercano nella quotidianità e nella propria professione un modo per organizzarsi e lottare. Tra questi il medico Rieux che vede finalmente nel lavoro la sua ragione di esistere e, insieme a lui, il giornalista Rambert che dopo aver tentato inutilmente di scappare a Parigi per ritrovare la sua amante, decide di impegnarsi per combattere il male. Tuttavia nessun aiuto medico, nessun siero, risulta efficiente. Quando ormai sono numerosi anche quelli che cercano di profittare delle condizioni della città per imbastire traffici illegali, le morti iniziano a diventare più rarefatte.

«Ci sono più cose da ammirare…»

Lettera d’amore di Camus a Catherine Seller (BNF)

Nel 1957 Camus ottenne il premio Nobel per la letteratura. «La Peste – riconobbe l’Accademia svedese – è un’opera che mette in luce con penetrante serietà i problemi che vengono posti, ai nostri giorni, alla coscienza degli uomini». Naturalmente aveva visto bene lo scrittore: nonostante il rimprovero di Barthes, cioè di non aver incluso nelle sue pagine alcun rilievo politico, il romanzo consegna una morale che, pur esterna alla politica, la include. Un’occorrenza non distante da quella leopardiana, dove è sufficiente il riconoscimento di una comunità condivisa per giustificare e anzi imprimere la necessità della lotta

L’ultimo libro

Con il suo ultimo romanzo, La caduta, nel 1956, Albert Camus mise al centro della sua narrazione il tema dell’indifferenza di una colonizzazione sanguinosa, il cinismo e la moltiplicazione, nel quotidiano, di uno sterile narcisismo.
Probabilmente se lo scrittore fosse vissuto fin qui, avrebbe ritrovato tutte le sue ragioni di quelle pagine, vecchie e nuove, nella follia della globalizzazione e del liberismo.

Marco Conti

Lo scrittore in una immagine degli anni Cinquanta


 

L’ascia di giada del Monviso

Giunta dalle Alpi italiane, lavorata in Bretagna, conservata al British Museum, l’ascia risale a 4000 anni fa. E’ perfetta e non è mai stata usata. La scoperta delle stazioni di sgrossatura del neolitico. Le tradizioni, i culti

L’ascia di giada risalente a 4.000 anni fa esposta al British Museum

La storia del mondo in 100 oggetti di Neil Mac Gregor (Adelphi Edizioni), trascorre tra una mummia e una tavoletta di argilla, una scrittura e una divinità del mais: racconta una banconota Ming e un servizio da tè vittoriano, oppure una carta di credito islamica.  Il suo itinerario coglie così sia la cultura della civilizzazione, sia quell’enciclopedia di reperti che è il British Museum.
Se in questo repertorio non mancano le curiosità di una storicizzazione che ormai guarda all’esemplarità col sospetto di un sapere frastagliato e multietnico, ecco che tra i marginalia le sorprese sono ancora più importanti. Chi sapeva che, sulle Alpi italiane, la cultura neolitica aveva reperito dei blocchi di giada utili per forgiare preziose e indistruttibili asce? E che 4.000 anni avanti Cristo una di queste asce, forse ricavate dal Monviso o dalle pendici valdostane, si trovava già a Canterbury prima di essere classificata ed entrare nel British Museum di Londra?

Una lama ancora vergine

Eppure è quanto è accaduto: «A prima vista – scrive Mac Gregor – non si distingue da migliaia di altre asce in pietra della collezione, ma in realtà è più sottile e più larga della media. Ancora oggi sembra nuova di zecca, ed è molto affilata. E’ a forma di amigdala, e misura 21 centimetri in lunghezza e circa 8 centimetri in larghezza alla base. Al tatto è fresca, e dà una straordinaria e piacevole sensazione di liscio».
Per una volta l’oggetto, benché prezioso, non ha legami magico-religiosi che documentino la sua eccezionalità, tranne la bellezza. Tanto più che diversamente da altre asce non mostra segni di usura e neppure sembra aver mai avuto un manico. La prima domanda che si sono posti gli archeologi e gli etnologi è stata quella inerente la sua origine: non poteva infatti  alla fine del neolitico aver viaggiato fino a Canterbury  arrivando dalla Cina o dalle terre mesoamericane e, in Inghilterra come nelle sue isole, non esistono  giacimenti di giada.

La scoperta di due archeologi

Giadeite

Due archeologi, Pierre e Anne-Marie Pétrequin che per anni cercarono la risposta, vennero premiati quando scoprirono le cave preistoriche di giada sulle Alpi italiane. Si era in precedenza ipotizzato che fiumi e ghiacciai avessero portato a valle pietre come queste, viceversa i due studiosi hanno rinvenuto addirittura l’area a cui apparteneva l’ascia. «Lassù in alto – scrivono i coniugi Pétrequin – tra i 1800 e i 2.400 metri, abbiamo scoperto  le stazioni di sgrossatura e la stessa materia prima, ancora con i segni della lavorazione. In alcuni casi, il materiale grezzo si trova sotto forma di grandi blocchi isolati  nel paesaggio. E’ abbastanza evidente che, per poterli utilizzare, gli artigiani li esponevano alla fiamma viva: riuscivano così a staccarne alcune schegge e poi a lavorarle. »

Dal Piemonte alla Bretagna

Un muretto a secco dove spicca una pietra con probabili intrusioni di giadeite in un paese della Valle d’Aosta

Pierre Pétrequin ha fatto di più: ha trovato nel Dorset una seconda ascia che proviene dallo stesso masso delle Alpi. Ha spiegato che poiché si tratta di un masso del tutto particolare come composizione minerale, le sue schegge ne ripetono le caratteristiche.

La storia di questo oggetto sarebbe passata anche dalla Bretagna. Gli esperti sono concordi nel dire che la lavorazione è molto difficile a causa della compattezza della giada. E poiché altri “pezzi” simili sono stati trovati nella Bretagna meridionale si ipotizza che  in Italia sia stata sgrossata e poi in Francia levigata. Infatti proprio in quest’ area francese la pietra di giada era straordinariamente ambita perché assumeva un valore simbolico. Impronte di schegge di giada sono state rinvenute sulle tombe di pietra. Se alcuni pezzi avevano semplicemente un uso pratico, altre asce testimoniavano la storia della persona che le aveva possedute e venivano sepolte con i loro corpi.

Bellezza e sacralità

Ma lasciando il British Museum e il libro di Mac Gregor, restano irrisolte molte domande. Non ci sono infatti testimonianze che dicano per quale ragione la lavorazione della giada non ebbe in Occidente uno sviluppo paragonabile a quello avvenuto in Cina, così come in via generale non c’ è uniformità tra la fine delle culture neolitiche. In Oceania per esempio è un periodo che si può considerare concluso solo con l’arrivo delle tecniche occidentali, nel 1500.  Le Veneri continuarono ad essere scolpite dal paleolitico in poi su pietre comuni mentre la giada che, per durezza, possibilità di ottenere superfici levigate e ovviamente per rarità, colore insolito e brillante, avrebbe costituito idealmente un oggetto di pregio e un correlativo alla preziosità del sacro, ricomparve in Europa solamente all’arrivo di Cortès dall’America centrale.

Montezuma e l’esmeralda

Skeletonized, divinità degli inferi azteca realizzata in giada

In sostanza nel continente europeo la fabbricazione litica venne abbandonata  a favore del metallo. Il prestigio della giada ricompare in epoca rinascimentale e arriva da Messico. Nel XVI secolo durante i viaggi di conquista e colonizzazione, Cortès ricevette da Montezuma, “imperatore” degli aztechi una pietra verde che chiamò Esmeralda. Ma fu forse nella cultura maya che la giadeite venne più valorizzata: gli sciamani la portavano al collo e si sosteneva che durante i riti religiosi lo spirito della pietra diventasse più potente.

Le lavorazioni azteche e mesoamericane della giadeite sono comunque decisamente più rudimentali di quelle del nostro neolitico e naturalmente delle lavorazioni orientali.

Il taoismo e la giada

E’ in Cina e nella cultura taoista che la giada acquista un carattere cultuale e culturale di rilievo: la si considera una pietra capace di preservare le carni dalla putrefazione associata all’oro e, per questo, la si trova nelle tombe dei re. Le salme venivano talvolta seppellite in un involucro di pietre di giada e queste ultime legate le une alle altre da fili d’oro. Ma sopra ogni cosa la giada rappresentava e rappresenta alcune qualità morali: il coraggio, l’altruismo, la giustizia. Ugualmente pare che le credenze leggendarie le attribuissero delle proprietà mediche per l’espulsione dei calcoli renali. Fin quasi alle soglie della modernità anche la le culture coreana e giapponese furono affascinate da questa rarità ed ebbero lavorazioni di pregio.

Decisamente marcata e documentata è invece l’attribuzione del potere della pietra nella cultura Maori, dove l’autorità di un capo era sottolineata da una mazza regale in giada; in Nuova Caledonia era invece abituale barattare le proprie figlie con  piccoli e grandi sassolini di giadeite.

François Morane

Un mosaico realizzato con i reperti e i “feticci” del libro di Mac Gregor, “La storia del mondo in 100 oggetti ” Adelphi, 2015

Tutti i Bartleby dicono “No”

Una illustrazione per “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville

Più di ogni altro scrittore Enrique Vila-Matas ha realizzato con i suoi romanzi una delle opere metaletterarie più cospicue; ha mescolato narrativa e saggistica, ha assunto il mondo letterario come filo conduttore. Nel 2001 con Bartleby e compagnia ha preso in consegna un paradosso: quegli autori isolati che hanno rifiutato il loro talento e dunque la loro stessa scrittura. Vila-Matas finge di essere uno di quegli scrittori ma solo per commentare i rifiuti, le eccentricità, le fughe dei suoi più celebri antesignani. Uno dei modelli è il triestino Bobi Bazlen, di cui ci rimane un pugno di scritti (editi da Adelphi, la casa editrice alla cui fondazione contribuì) e che sosteneva non ci fosse più granché da raccontare.

L’incipit

«Non ho mai avuto fortuna con le donne, sopporto con rassegnazione una penosa gobba, non mi resta un solo parente stretto vivo, sono un povero solitario che lavora in un ufficio spaventoso. Per il resto, sono felice. Oggi più che mai, perché do inizio – in data 8 luglio 1999 – a questo diario che sarà al contempo un quaderno di note a piè di pagina a commento di un testo invisibile che spero possa dimostrare la mia bravura come cercatori di bartleby.» (Così nella traduzione Feltrinelli di Danilo Manera).
Bartleby, l’eccentrico inspiegabile personaggio di Herman Melville, come si vede fin dalle prime righe diviene una categoria il cui nome è scritto in minuscolo. I bartleby di Vila-Matas sono infatti tanti e sorprendentemente sono tra gli scrittori migliori. Sono coloro che non si fanno sedurre dalle loro stesse parole, sono quelli che scrivono ma si convincono che non si può scrivere, sono infine coloro che con il rifiuto della letteratura esprimono un rifiuto più profondo: del mondo e spesso di sé.

«Preferisco di no»

«Preferisco di no», dice il copista Bartleby di Melville nel racconto Bartleby lo scrivano. Il suo capoufficio gli ha semplicemente chiesto di fare il suo lavoro. Ma Bartleby si rifiuta e non si giustifica, né lo farà in seguito opponendo un granitico “no” a qualsiasi richiesta.
Il nostro commentatore, dal canto suo, ha accettato perlomeno di fare come Bazlen, di scrivere appena un poco, di scrivere qualcosa sugli altri: «Dopo venticinque anni di silenzio, mi sono deciso finalmente a tornare a scrivere, concentrandomi sui diversi segreti ultimi di alcuni dei più seducenti casi di creatori che hanno rinunciato alla scrittura.»

Un lungo seduttivo elenco

Una pagina manoscritta di Robert Walser. La calligrafia, minuscola e accennata, è stata interpretata diversi anni dopo la sua morte. In questa scrittura (ribattezzata “Microgrammi”) l’autore scrisse diversi racconti, prose e il romanzo “Il Brigante”.

L’elenco è lungo. Tra questi c’è Robert Walser, l’autore delle “Passeggiate” che si ritirava di tanto in tanto nella “Camera di Scrittura per Inoperosi” «e lì, seduto su un vecchio sgabello, all’imbrunire, alla fioca luce di una lampada a petrolio, si serviva della sua aggraziata calligrafia per lavorare da copista, per fare il bartleby.» Walser in questa casistica è sicuramente a proprio agio: basti dire che i protagonisti delle sue narrazioni sono servitori, oppure vagabondi. Nella sua autobiografia compaiono lavori congrui: il bancario, l’impiegato, il cameriere al castello di Dambrau e, per contro, vi figurano molte lunghe passeggiate di giorno e di notte. Morì infatti nel 1956 durante una passeggiata sulla neve intorno alla clinica psichiatrica dove era ricoverato da anni per una diagnosi (quanto mai incerta) di schizofrenia. Ma mentre ci piace immaginare Kafka che legge Walser (e fu così,lo lesse in compagnia di amici), non si può che andare immediatamente alle pagine che Vila- Matas dedica a Kafka, forse l’autore più rilevante per l’intero Novecento a capo della compagnia del “No”, mentre nel secolo precedente il nostro autore non si lascia scappare – e come potrebbe – Arthur Rimbaud.

Kafka, Rimbaud e Juan Rulfo

«Pensando a Kafka – dice il protagonista del romanzo – mi sono ricordato dell’Artista della Fame che compare in un suo racconto, un artista che si rifiuta di ingerire alimenti perché per lui digiunare era imprescindibile, non poteva evitarlo.» E quando gli si chiede perché, l’Artista spiega che digiunare è inevitabile poiché non ha mai trovato un cibo che gli piacesse. Così accade anche all’Artista del Trapezio che si rifiuta di toccare terra. Entrambi emuli di Bartleby e del suo rotondo “No” rispecchiano quel disincanto che Kafka porta con sé fino all’ultimo con i suoi straordinari romanzi non finiti. Per fortuna Rimbaud ha scritto fino ai 19 anni prima di dire che «l‘art est une sottise», cioè una sciocchezza, e prendere cappello, arruolarsi, navigare, disertare, commerciare armi mentre a Parigi un pugno di poeti e letterati lo acclamava. Non rispose neppure alle loro lettere.
Il messicano Jaun Rulfo era un altro svogliato ma stregò con la sua prosa semplice e visionaria l’autore di Cent’anni di solitudine.

«E’ morto lo zio Celerino»

«”Perché non scrivo?” si sentì Juan Rulfo dire a Caracas nel 1974. “perché è morto lo zio Celerino, che mi raccontava storie. Chiacchierava sempre con me. Ma era molto bugiardo. Mi raccontava menzogne allo stato puro, e quindi, naturalmente, ho scritto menzogne allo stato puro. A volte mi parlava della miseria in cui era vissuto. Ma lo Zio Celerino non era tanto povero.»
Rulfo dopo Pedro Páramo non scrisse più nulla per trent’anni. Del suo unico romanzo (che fece seguito a una raccolta di racconti) l’autore ne spiegò la genesi esattamente come ci dice Vila-Matas: «Nel maggio del 1954 comprai un quaderno scolastico e trascrissi il primo capitolo di un romanzo che per anni aveva preso forma nella mia testa». Un altro scrittore, Augusto Monterroso scrisse allora la favola della Volpe. Anche la Volpe – disse – era scrittrice e quando andava al mercato tutti gli chiedevano spiegazioni del suo silenzio, visto tanto successo. Ma la Volpe, siccome era una Volpe, sapeva che in realtà volevano vederla pubblicare un libro brutto.

«A cosa si impegna chi scrive?»

Vila- Matas cavalca il suo tema come la saggistica non potrebbe fare e come la narrativa non sa più proporre. Lo scrittore catalano potrebbe inventare un altro signor K? Potrebbe scrivere altre passeggiate a New York o al porto di Barcellona dandoci emozioni paragonabili a quelle di Walser? Evidentemente no. E allora ha forse ragione Giorgio Agamben citato dal personaggio e alias di Vila-Matas:«”E’ curioso osservare come un certo numero di opere filosofiche e letterarie, scritte tra il 1915 e il 1930, detengano ancora le chiavi della sensibilità della nostra epoca e che l’ultima descrizione convincente dei nostri stati d’animo e dei nostri sentimenti risalga, in sostanza, a più di cinquant’anni fa”.» Oggi potremmo dire ad un secolo fa visto che Agamben scriveva nel 1993.
Sul versante delle chiose più rilevanti, Virgilio-Vila-Matas chiama in causa anche Peter Handke che, come Agamben, si chiede: «Con che cosa e a cosa si impegna chi scrive?»

Bazlen senza Bazlen

Vila-Matas ha preso in prestito Bazlen attraverso la nota dichiarazione del triestino: «Credo che ormai non si possano più scrivere libri. Per cui non ne scrivo più. Quasi tutti i libri non sono altro che note a piè di pagina, gonfiate fino a diventare volumi. Per questo scrivo solo note a piè di pagina». Precisamente ciò che abbiamo letto finora in questo romanzo anti-romanzesco. Ma Vila-Matas ci lascia in ultimo una speranza con il viatico di Leone Tolstoj. Il romanziere russo scrisse sul suo diario prima di morire un’ultima frase che non riuscì a terminare: «Fais ce que dois, adv...». Si suppone che volesse scrivere: «Fais ce que dois, advienne que pourra», e cioè un proverbio francese: «Fai quello che devi, succeda quel che succeda».
Era il 191o.

Marco Conti

Da sinistra, Bobi (Roberto) Bazlen, la signora Zucconi e Adriano Olivetti


Le grange di Mireille Kuttel

Mireille Kuttel Baudrocco è autrice di romanzi in cui ha ruolo preminente la storia sociale femminile. Le mondine, l’emigrazione, la trasgressione femminile sono i suoi temi. Figlia di emigrati biellesi è vissuta in Svizzera. E’ morta nel 2018.

Quando Montaigne nel corso del suo Viaggio in Italia si fermò a Vercelli, diretto a Torino, si stupì nel vedere l’estensione di boschi e soprattutto di fitti alberi di noce. Osservò che gli abitanti utilizzavano le noci per l’olio, il solo che conoscevano per la loro tavola. Era il 1581. Dalle pianure di Vercelli e di Livorno Ferraris fino alle colline biellesi, il paesaggio si chiudeva nel fitto delle selve. La brughiera, l’ intervallo giallo di erbe e di eriche che i viaggiatori possono vedere oggi, non esisteva. Il disboscamento, lento ma inarrestabile, cominciò proprio nel Cinquecento.
Guido Piovene, percorrendo l’Italia quattro secoli dopo e scrivendo dei vercellesi, disse che la pianura delle risaie sprigionava una poesia difficile da capire. Le acque immobili, l’orizzonte piatto interrotto solo dai filari dei pioppi come dai pali delle linee elettriche, gli suggerivano un paesaggio metafisico, le inquietudini impalpabili di Giorgio De Chirico.

Lorenzo Delleani, La risaia

Così è stato anche per Mireille Kuttel Baudrocco, narratrice svizzera di espressione francese, scomparsa due anni fa. Nel romanzo La risaia era soggiogata da quello stesso fascino. Di più. La voce della narratrice prendeva spunto da una conoscenza personale della risaia vercellese: figlia di emigrati dal Biellese aveva avuto modo di restare in contatto con quel paesaggio che, nel romanzo, diviene il graffio della solitudine dei suoi personaggi. La sua scrittura composta finisce infatti per dare corpo a durezze e paure faulkneriane.
Fulvio, Donna, Irma, Bo incarnano altrettante declinazioni della risaia, altrettante emozioni più scure di quanto non dicano i verdi pastello della campagna, gli azzurri e i grigi acquorei su cui si posano gli aironi e le garzelle.

Zoe, dal Giura al Piemonte

La protagonista, Zoe, è una giovane che vive nel Giura e che coglie l’invito di uno studente universitario a trascorrere qualche giorno in una grangia vercellese. Agli occhi di Zoe l’incontro potrebbe diventare un legame sentimentale, ma il distacco di Fulvio, le sue ombrosità adolescenziali, le pongono più riserve che entusiasmi. Zoe inventa così le sue giornate fra le donne della grangia e le loro storie: vite in bilico fra gli obblighi, le ruvidità dell’ambiente contadino e le risorse salvifiche dell’immaginario femminile. Un tratto quest’ultimo che si coglie anche in un altro, più noto romanzo di Mireille Kuttel, La Pérégrine (in italiano tradotto con il dantesco Come sa di sale, Gribaudo Editore) dove la scrittrice rievoca le radici della propria famiglia attraverso l’emigrazione dal piccolo paese di Sala Biellese alla Svizzera.

Tra la Storia e gli umili

Mireille Kuttel Baudrocco ( Renens 1928 – Lausanne 2018 ) lavorò come giornalista per la Radio svizzera romanda ed esordì con la raccolta di racconti Jeu d’ombres a cui fece seguito una decina di romanzi, alcuni tradotti in italiano e in tedesco. Nel 1978 ha ricevuto il premio Shiller. Tra le opere maggiori: L’oiseau-sésame (1970), La pérégrine (1983), La conversation (1996). La “Rizière” per le Editions L’Age d’Homme è del 1993; la sua traduzione italiana, “La risaia”, (versione di Guido Carta) è comparsa nel 1999 a cura della Società operaia di mutuo soccorso di Villata


Come nelle pagine della Pérégrine la prosa di Mireille Kuttel si nutre di un doppio e diverso humus: da un canto si profila la storia sociale, la quotidianità severa del lavoro, quasi una minuscola etnografia dell’ambiente, dall’altro si ritaglia l’intimità delle sue figure femminili. Ma non c’è dubbio che “La risaia” – più di quanto accada altrove – renda visibile con i canti delle mondariso e i frustini risonanti delle caporale, proprio il mondo storicamente definito.

Le voci della pianura

Mireille Kuttel ha reso esplicita questa tensione verso la storia sociale riprendendo nella Risaia alcuni cospicui passi dal romanzo La casa senza lampada di Maria Giusta Catella, un’altra scrittrice conterranea, vale a dire biellese, vissuta nei primi del Novecento.
La prefazione di Gustavo Buratti (studioso del dialetto piemontese ed etnografo) visita queste connessioni chiarendo il valore documentario del romanzo. Il segno che fonda la narrazione dell’autrice svizzera non è del resto distante dall’opera specifica, dove le vite femminili non risultano mai contrassegnate da una valenza esclusivamente psicologica. Il canto delle mondine diventa così ipostasi di un controcanto interiore legato a doppio filo alla storia femminile.

Marco Conti



La biblioteca di Bioy Casares

Raccontare una storia per Bioy Casares significa interrogare la realtà. Quel che lo stile nasconde. Un’ ironica e paradossale lista di cose da evitare nella scrittura che coincide con la creazione letteraria

Monbazillac (Perigord), la biblioteca del castello (f.to G. Savino)

Con Adolfo Bioy Casares la letteratura è artificio e ironia del mistero ma non meno che in Borges la pagina letteraria è di pari passo un mezzo per interrogare il reale, per dubitarne. Lo si osserva leggendo il suo più famoso romanzo, L’invenzione di Morel (1940), ma è ugualmente un dato che percorre gran parte della sua narrativa.
Nella Antologia della Letteratura Fantastica, curata insieme a sua moglie Silvina Ocampo e a Jorge Luis Borges, scrisse che la narrativa sudamericana soffriva da tempo di gravi deficit nell’invenzione della trama «perché gli autori avevano dimenticato lo scopo principale della professione: raccontare storie».
Questo richiamo all’origine della letteratura non ha escluso che, nelle proprie creazioni, Bioy Casares abbia avvicinato con la letteratura esperienze inerenti l’identità dell’essere. Spesso le sue narrazioni sono formalmente macchine ben congegnate intorno a un referente (un dato fattuale) che quella specifica realtà narrativa si incarica in ultimo di sopprimere e negare.

L’altra avventura

Nel saggio La Celestina compreso nella raccolta La otra aventura, del 1968, Bioy Casares sostiene che la vita di un’opera è in stretta relazione al piacere interpretativo del lettore, in sé misterioso. Per l’autore, Verità e Bellezza non sono sufficienti a consolidare l’interesse per una creazione letteraria nel corso del tempo. Ciò che si fa avanti con la fortuna critica e la lettura di un’opera, secondo lo scrittore, è un quid misterioso. Un quid individuabile non in ciò che è presente nella macchina narrativa, ma in quanto è assente. Dunque ciò che lo stile nasconde e non ciò che rivela. Da qui la preminenza, in sede di critica letteraria, della lettura interpretativa.

Secondo Bioy Casares ci sono due modi per accostarsi all’opera: il primo, accademico, che si propone di seguire il percorso autoriale e filologico all’interno di uno schema predisposto, il secondo, viceversa, erratico; può incrociare quello accademico ma fa della deviazione il suo cuore pulsante. Una divisione che corrisponde grosso modo alla “teoria” e alla “pratica”. Il secondo approccio, più inerente agli scrittori, mette al primo posto il piacere della lettura mentre i valori della retorica ricevono un’attenzione relativa. L’oggetto più pervasivo in questo modello è l’esperienza stessa della lettura: sarebbe dunque la lettura, in definitiva, a trasmettere conoscenza e mistero simili a quelli della vita.

Bioy Casares e il piacere del testo

In questo contesto, e pur giungendo da strade straordinariamente diverse, Bioy Casares sfiora i concetti di “piacere” e di “godimento” del testo enunciati da Roland Barthes con Il piacere del testo (1973). Barthes è quanto mai distante da una ontologia del misterioso, ma almeno in un punto la sua analisi si avvicina a quella dello scrittore argentino: precisamente dove Barthes scrive: « se il testo arriva a farsi ascoltare indirettamente produce in me il miglior piacere». Quell’ “indirettamente” è un crocevia comune come lo è la felicità rivendicata dall’autore argentino come dato conclusivo dell’esperienza del lettore e dello scrittore.

Disciplina e piacere

Silvina Ocampo e Adolfo Bioy-Casares

Nella stessa raccolta di saggi (spesso l’autore prende in prestito un’opera per dar luogo al commento critico, dalle lettere di Santayana alla vita di Kipling) compare anche un curioso testo, Libri e Amicizia, dove si parla del sodalizio con Borges e dove si propone un racconto metaletterario. E’ la storia di un giovane alla ricerca delle opere di uno scrittore defilato, ormai defunto, che aveva fama di aver raggiunto la perfezione stilistica. Il giovane riesce a mettere le mani solo su qualche testo di nessun significato e va quindi a frugare nella casa dell’autore dove trova i fogli di una lista intitolata “Cose da evitare in letteratura”.

Cose da evitare in letteratura

La lista è davvero severa, così drastica e completa che – una volta accolta nella pratica – diventerebbe impossibile scrivere una qualsiasi opera creativa…

Ecco le cose da evitare:
– Curiosità, paradossi psicologici: omicidi per buon cuore, suicidi per appagamento.
– Interpretazioni sensazionalistiche di certi libri e personaggi: la misoginia di Don Giovanni ecc…
– Co-protagonisti chiaramente ed eccessivamente dissimili: Don Chisciotte e Sancio, Sherlock Holmes e Watson.
– Romanzi con co-protagonisti identici, come in Bouvard e Pécuchet. Se l’autore inventa un tratto caratteriale per uno dei due, è costretto a reperire un equivalente anche nel secondo.
– Personaggi descritti attraverso le loro peculiarità, come in Dickens.
– Qualsiasi cosa nuova o sorprendente. I lettori colti non hanno piacere dalla villania di una sorpresa.

– Giochi oziosi con tempo e spazio: Faulkner, Borges, ecc.
– Scoprire in un romanzo che il vero eroe è la prateria, la giungla, il mare, la pioggia, il mercato azionario.
– Poesie, situazioni, personaggi con cui il lettore – Dio ce ne scampi!- possa identificarsi.
– Espressioni che possano diventare proverbi o citazioni: sono incompatibili con la coerenza di un libro.
– Personaggi che possano diventare miti.
– Elencazioni caotiche.
– Un vocabolario ricco. I sinonimi. Le mot juste. Qualsiasi tentativo di precisione.
– Descrizioni vivide, mondi pieni di ricchi dettagli fisici, come in Faulkner.
– Il Background, l’ambiente, l’atmosfera. Il caldo tropicale, l’ebbrezza, la voce alla radio, espressioni ripetute come un ritornello.

– Gli inizi e le conclusioni meteorologiche. Le personificazioni, “Le vent se lève! Il faut tenter de vivre!“.
– Qualsiasi metafora. Soprattutto quelle visive. Per essere più precisi, le metafore tratte dall’agricoltura, dal mondo marinaro o dalla finanza. Come in Proust.
– L’antropomorfismo.
– I libri che fanno da parallelo ad altri libri. L’Ulisse e l’Odissea.
– I libri che fingono di essere menù, album di foto, cartine stradali, programmi di concerti.
– Qualsiasi cosa possa ispirare illustrazioni. Qualsiasi cosa che possa ispirare un film.
– L’elemento estraneo: scene domestiche in un romanzo giallo. Scene drammatiche in un dialogo filosofico.
– L’elemento scontato. Il pathos e le scene erotiche nelle storie d’amore. Gli enigmi e i crimini nei gialli. I fantasmi nelle storie soprannaturali.
– La vanità, la modestia, la pederastia, la mancanza di pederastia, il suicidio.

Cose da fare in letteratura

Adolfo Bioy Casares e Jorge Luis Borges si saranno divertiti non poco nel comporre la lista censoria, non meno – è da auspicare – dei loro lettori. La lunga peregrinazione tra le cose da evitare, non solo comprende il meglio della letteratura moderna e contemporanea… e lo stesso Borges; non solo ironizza sulle qualità negandole, ma costituisce per qualche aspetto un elenco di consigli pratici, diretti e indiretti: una sorta di vademecum per chi vuole avvicinarsi al piacere di leggere e di scrivere oppure – con Roland Barthes – al piacere del testo letterario.

Marco Conti