Poeti nascosti o dimenticati – 2

Marc Chagall

Giovanni Ramella Bagneri

Dopo l’allegra stagione del grillo,
della cicala, il freddo
risale astuto la coda, s’insinua
nel pertugio, ferocemente azzanna:
ed io, prevista la perfida luna
di novembre, per rovinose plaghe
flagellate da svastiche mi aggiro;
un gallo rosso tra le braccia, canto,
voce di gallo con voce di gufo;
punito da denti di topo, lampada sotto il cappello,
percorro luoghi folli, m’infurio
e grido penitenza penitenza
finché non sia travolto tutto il nero del cielo,
Ezechiele venuto da lontano,
sparuto, spelacchiato lupo
vestito di agnello da due soldi. “

Giovanni Ramella Bagneri, da “Autoritratto con gallo” in Autoritratto con gallo, Mondadori, 1981.

Ferruccio Benzoni

Leon Wiczolkowski

Quante volte avrà squillato?
Squillerà a lungo nella casa
vuota dove non siamo più.
Rimanga pure là.
Eppure io ci credo
tra la lebbra di quei muri
in tanto deserto
ancora qualcuno risponde per me.
 
Ferruccio Benzoni da “L’amnesia dei morti” in Numi di un lessico figliale, Marsilio, 1995

Verbale


Verbale
(redatto da un flic)

Sono scappato con Doinel.
Anch’io volevo vedere il mare.
Ma già l’avevo visto e era un film
dalle parti di Pigalle.
Mio padre faceva l’operatore.
Era un mare triste e mi faceva pensare
a un azzurro capovolto
o a un vestito di quelli
pieghettati che portano le signore
alla domenica per andare a messa.

Ferruccio Benzoni, “Verbale” da Numi di un lessico figliale, Marsilio

Jean-Pierre Léaud interpreta Antoine Doinel nel film di F. Truffaut “I quattrocento colpi”

Gemma Bracco

Qui son palme pini platani giganti
che il vento percorre come il brivido
ombre tenui o scure
che sanno di fiume e di polvere
Da ogni buco sporgono
erbe di passaggio
bocche di leone oleandri e fichi trovatelli
sui tetti e sulle travi delle chiese
ciuffi stanno disseccando
ma fiamme cupe di geranio
si riaccendono più in là
Una luce si spegne
un’altra si illumina
non c’è riposo alla fame degli occhi
alla insaziabile rivincita
che continua anche nella più mesta grisaille
della sera cinerina
E’ tagliato il filo della giornata
ma prolungando nella notte
l’eco delle parole e dei sorrisi
il sonno ricuce la malinconia del mondo visibile
Getta la rete per la pesca scintillante
e tirala tra gli spruzzi
quando la luna l’ha irrorata d’argento
 
Gemma Bracco, “Passeggiata”, da Misure del tempo, Mondadori, 1993

Paul Cézanne

Joao Cabral de Melo-Neto

Sono tanti Severino
uguali in tutto nella vita:
con la stessa testa grossa
che a fatica si equilibra,
e le gambe tutte ossa,
e la pancia dilatata,
ed uguali anche nel sangue
così poco colorato.
E se siamo Severini
uguali in tutto nella vita,
moriremo d’uguale morte,
stessa morte severina.
 
       ***
 
E non c’è miglior risposta
dello spettacolo della vita:
vederla dipanare il filo
che anche si chiama vita,
vedere l’opera da essa,
tenacemente, costruita,
vederla germogliare come prima
in nuova vista esplosa;
anche quando è un’esplosione
come quella appena udita;
anche quando è un’esplosione,
come prima, in sordina,
anche quando è l’esplosione
di una vita severina.”
 
Joao Cabral de Melo Neto, da “Morte e vita severina”, trad. T. Barini e D. Ferioli, Einaudi, 1973

Adriano Sartori, “Il Sertao di tutti noi”

Italo Alighiero Chiusano

Freddo di neve
lavacro
ogni fiato un incenso.

I monti filo d’ascia
ghiacciata.
Crocchia il cielo
come seta
tesa.
Slittini
strilli di bimbi.
Flop flop di catene
sul cauto pneumatico.

Sogno?
Ricordo? O
fantastico?
Certo non vivo.
Troppo smaltato è quest’incanto.

Italo Alighiero Chiusano, “Neve a Vandorno”, Garzanti, 1987

Filippo De Pisis

Poca cosa chiedo!
Di pormi così al davanzale
di questa finestra qualunque
per guardare il cielo che si scolora.
Ho tanto sofferto
che il mio cuore è leggero
come una farfalla nel sole.
Un’ombra a pena di gioia
lo solleva e lo gonfia
come il vento placido lago.
Poca cosa chiedo,
guardar questo cielo
così puro, così vivo,
senza fretta,
e scordarmi di te
e di quando ero felice.

Filippo De Pisis, “Attimo”, da Poesie, Garzanti, 2003

Filippo De Pisis, Rue du Dragon, Parigi, 1930

Eliseo Diego

La poesia non è
che un discorrere nella penombra
del forno vecchio, quando,
lontani tutti, crepita

fuori il profondo bosco: poesia

non è che le parole
già amate, che col tempo
cambiano luogo e sono
nient’altro che una macchia, una
speranza che non dici;
la poesia non è
che la felicità, un discorrere
nella penombra, tutto
quanto è svanito ed è
ormai silenzio.
Eliseo Diego, “Non è”, trad. F. Tentori Montalto, da Poesie, Nuova Accademia, 1974

Jean-Pierre Duprey

Martha Nieuwenhuijs

Ho scoperto un grande sogno di ricordi
I fiori mi chiamano, i fiori che profumano di donne
Gli occhi dei fiori si tingono di lacrime

I pensieri vanno e vengono intorno a me

Il vento cambia spesso canzone
Il tempo cambia spesso cappotto
I fiori parlano sempre

La mia casa è in un angolo di cielo

Caddi malato in mezzo ai fiori
Quella sera, come la vita infinita
Io passeggio nella luna

Jean-Pierre Duprey, “Canzone nel vento” (1946), trad. P. Di Palmo, in Poesia, N.257, Crocetti, 2011
 




Poeti dimenticati o nascosti – 1

Giovanni Raboni, presentando nel 1988 la prima antologia dell’opera di Alda Merini (Crocetti Editore), scriveva che la poesia dell’autrice aveva sempre stentato a trovare «una collocazione adeguata nell’ambito degli studi del secondo Novecento» e accennava a quei manuali, quelle antologie che puntualmente risultano affollati di controfigure e comparse.
Ora nel pubblicare un ventaglio di autori poco noti o raramente ricordati, “Le Muse Inquiete” non hanno ambizioni e non potrebbero neppure averle visto l’esiguo numero di persone a cui si rivolgono queste pagine; tuttavia una lettura di autori che pochi ricordano o che non sono mai comparsi né in libreria, né sui giornali, se non di sfuggita e per il tempo che accompagna un nuovo libro, credo sia utile. Se non lo fosse pazienza. Spero quantomeno di aver proposto qualche pagina piacevole.
Proporrò una sequenza di autori in ordine alfabetico con i dati essenziali inerenti il testo, senza alcun commento. Le pubblicazioni sul blog avverranno a distanza di qualche giorno o anche solo di 24 ore l’una dall’altra.
Buona lettura.

Osvaldo Licini

Adali – Mortty

Quand’ero molto piccolo,
e Joe e Fred giganti di sei anni,
mio padre, loro e io mescolammo terra
al concime del cortile.
E lì piantammo cocchi,
chiamandoli coi nomi di noi fratelli.
Le palme crebbero più in fretta di me;
e presto, prima che mi facessi uomo,
fiorendo, raggiunsero il loro scopo.
Simili agli orecchini delle mie sorelle
vennero i teneri fiori d’oro.
Le spiai crescere, da dorati a verdi,
e poi le noci grandi come la testa di Tata.
Desiderai il latte che sapevo là dentro.
Ascoltai sussurrare le foglie,
mormorare, chiacchierare, sussurrare le foglie,
quando si destavano i venti della notte.
Mi seguono ancora, nel lavoro e nel gioco:
quelle sussurranti foglie dietro la fessura
sulla capanna del sognare e divenire dell’infanzia.

G. Adali-Mortty, “Foglie di palma dell’infanzia“, trad. Vanna Gentili,) da Letteratura Negra. I poeti, (Ghana), a cura di Mario de Andrade, Editori Riuniti, 1961.

C.W. Aigner

Il tralcio di vite sopra
le strie di nubi bussa
da ore alla finestra
 
La pioggia fili d’argento
appesi
Una falena si alza
e cade si alza e cade
 
Pensa a me
adesso aprirò
pensa a me con sentimento
 

Christoph Wilhelm Aigner, “Lettera”, trad. R. Novello, In Seminare sguardi, Poesia n. 114, Crocetti, 1998.

Masao Yamamoto

Lorenzo Calogero

Tu parli e il tempo vola
dentro le mie mani.
 
Scendono da lontananze
le taciturne ombre dei boschi
e risplendono tuoni
da lontani traguardi.
 
E quelle che apparivano essere appassite chiome
velano le nuvole danzanti nel sole
e i lontani richiami.
Lorenzo Calogero, “Tu parli”, da Ma questo, Lerici, 1966

Evaporò nella mano

Evaporò nella mano
quanto ella sapeva.
Era un attimo infermo
e non so più come il sonno verde amaro
che da una lagrima si versa
s’inumidì di sogno. Dal letargo
una luna trasse a riva
una linea d’una vita.
Lorenzo Calogero, da “Evaporò in una mano”
in Ma questo, Opere poetiche, Lerici Editori, 1966

Plenilunio

Lo spazio concavo era
Una meravigliosa uccelliera,
dove a un nido, ad un bacio ignorato
fluivano meravigliosi i fiumi,

di cui vedevamo la meraviglia da lungi
nel nostro silenzio ch’era fame.

Lorenzo Calogero, da “Ma questo, Lerici, 1966

“Lo spazio concavo era una meravigliosa uccelliera”

Persiane verdi

I baci, le persiane verdi,
verdi alberi modesti, verdi mobili intorno
sulle piagge dell’orto.
Trepido è un disegno sui tetti.
Una corolla scivola su persone morte.
Sapevi quanto intatto, leggiadro un desiderio,
era colpo di un sogno dischiuso,
sogno chiuso leggero di una morte.
 
Lorenzo Calogero, “I baci, le persiane verdi”, in Opere poetiche, II, Lerici, 1966

Pierre Bonnard

Bartolo Cattafi

Domani apriremo l’arancia
il mondo arancia nel verde domani,
si poserà la nuvola lontana
con le zampe guardinghe di colomba
sopra il tetto di tegole vecchie
sopra il tempo piovuto rugginoso,
serberò al tuo petto quell’odore
d’arancia viva, di verde domani.

Bartolo Cattafi, “Domani”, in Poesie scelte, Mondadori, 1978

Gabriel Celaya

A volte quando mi perdo,
sento una cosa rara. Diciamo: la bellezza.
Bellezza? Parola vana.
Diciamo, non la bellezza, diciamo l’indifferenza
con cui si ammette tutto.
Diciamo, l’accettazione che rende tutto bello.
Diciamo come il riso si confonde col singhiozzo.
Diciamo come il piccolo e il grande sono alla pari
e come quelle onde che rompendosi non fanno rumore.
No è l’amore. E’ la pace
imparziale del ritmo del mondo:
la dolce luce del nulla.

Gabriel Celaya, Il Neutro,  trad. M. Conti, da Itinerario poetico, Catedra, 1982

Andrew Wyeth

Emanuel Carnevali

Il vento è uno stallone
selvaggio e splendido.
Il vento è un cavaliere
che cavalca sul dorso di una nuvola.
Il vento è uno sciocco
a far l’amore con gli alberi infedeli
che non lo ricambiano,
perché vorrebbe piegarli mentre loro
stendono le braccia al cielo.

***
Fumo

Tutto il fumo delle sigarette dei sognatori salì al cielo
e formò quella volta azzurra che si vede lassù.

Emanuel Carnevali (1897-1942), “Il vento è uno stallone” da Castelli sulla terra; “Fumo” da Neuriade in Il primo dio, Adelphi, 1978, trad. dall’americano di M.P. Carnevali.

John Constable

Corrado Bianchetto Songia

Parole vane, gesti, vino
e rose andati  amale. Al dito
l’anello si stringe, tu
che ti stringi sempre di più
nelle spalle…Ma sono lame
le ali che nascondi, so
che in un giorno sfavillante
d’ira tele vedrò
spiegate, per spiccare.
 
Corrado Bianchetto Songia, “Parole vane, gesti, vino”, da Esercizi d’astinenza, Firenze Libri, 1999

Tra le righe delle minute

Sono tra le righe delle mie minute
– in corpo zero, in margine –
le cose che non ti ho mai
detto, quelle che di me non sai. Fra le tue
scapole, alate di preghiera
come una lunga cicatrice…
 
Corrado Bianchetto Songia, “Sono tra le righe delle mie minute”, da La chiave a scheletro, a cura di M. Conti, Firenze Libri, 2007

Abiti quella chiaria laggiù

Abiti quella chiaria laggiù
nel verde acceso dei temporali
tra le ultime case e l’orizzonte
piatto della serra.
 
Da qui, da questa
collina brucata dal vento
e dalle nuvole – da me
 
a te – una distanza :
un anno di luce nel tempo
e nello spazio. Un buco
 
nero di lettere
mai spedite, mai
neppure scritte.

Corrado Bianchetto Songia, “Abiti quella chiaria laggiù“, da La chiave a scheletro, Mef, Firenze libri, 2007

Jòzef Czechowicz

inquietudine dal fuoco
cascata biancogrigia
i capelli arruffati di mia madre
quando li pettina sono divisi a metà
la tristezza irrompe dalla finestra
finire di sognare finire di dormire
giungere alle cattedrali con l’ultimo
giro di ruote
come fondo di un mosaico la mano
screpolata sul manico di una pala
può essere la mia un crimine
e un bel dono
janek joanna anna
bisbiglia lo stelo autunnale
come mai negli occhi umidi
quella rossa brace
così mi ha marcato il segno
andando a fondo vedo nell’abisso
vedo chi i miei giorni sgrossa
dal dolore e dalle cifre
non risolveranno niente
colonne ardenti in fila
si stendono
c’è la falce
soffierà un forte vento
Jòzef Czechowicz, “niente di più“, trad. P. Statuti, da Poesia, N 324, 2017, Crocetti Editore.

Britt Hallowell







Borne, poeta al suo tavolo

“Tanti uccelli/ che si direbbero gocce di pioggia”, dicono due versi di Borne

Tra i poeti francesi del Novecento il nome di Borne (1915 – 1962) è tra quelli meno conosciuti. Eppure i suoi versi accompagnano il lettore con un romanticismo straziato di immediata comprensione. Non sempre, certo. Tuttavia le immagini di Alain Borne sui temi del Desiderio e della Morte, sono una catena di anelli luminosi difficilmente equivocabile e sempre allusiva o, al contrario, perentoriamente pronunciata con voce ruvida, quando non feroce.
La prima antologia italiana dell’opera è stata realizzata qualche anno fa da Lucetta Frisa, poeta e traduttrice, con Poeta al suo tavolo, per le edizioni Joker.
Nell’introduzione Frisa cita una eloquente pagina del poeta: «Non ho mai smesso di cantare con voce ora triste ora rabbiosa la miseria umana: intima in Cicatrici, Neve, Brevi; collettiva in Controfuoco. Credo ancora che il destino dell’uomo sia atroce. Tuttavia la visione di una rosa luminosa o di un volto adolescente non ha mai cessato per un attimo di sedurmi e torturarmi con la sua caducità.»

Il canto del nulla

Alain Borne

«Per Philippe Jaccottet – scrive Lucetta Frisa nell’introduzione -, Borne soffre di una lacerante dicotomia tra la perfezione e la limpida bellezza della poesia e l’imperfezione oscura della vita, sfigurata dall’offesa della morte. La critica è stata unanime nel giudicarlo un poeta appartato e saturnino, un solitario fino all’ossessione, eminente rappresentante di una lirica erotica e disperata, sulla scia di Paul Eluard, ma meno fluente della sua e più arroccata a un proprio “trobar clus”.»
Ecco i primi versi che aprono il volume.

Poeta al suo tavolo

L’edera entra nella stanza senza amore
tavolo bianco, foglio bianco, anima bianca,
dai muri i morti lo guardano scrivere
anche l’edera sa che dovremo morire.

Il sangue scivola dal cuore alla mano.
Lui chiama la vita con parole ignote:
l’amore che descrive è forse per domani
giorno di sole dove tutto sarà nudo?

***

L’equivalenza tra lo slancio della scrittura e l’eros si legge nei versi di Per avere toccato il tuo corpo :

Per avere toccato il tuo corpo, la mia mano
saprà scrivere meglio.

Le stesse ore
suonano nella stessa aria
ed eccoci di nuovo divisi
da lei e da loro.

Ma il ricordo del tuo arrivo
è un nuovo inchiostro
a cui tornerò
per stendere davanti a me
un’altra luce e un’altra ombra.

E il desiderio di te
è nebulosa
dove già percepisco stelle nuove.

Ma la promessa del tuo corpo
mi trafigge prima di farmi fiorire
ed è col tuo lieve fantasma
di penna e pensiero
che qui mi addormento.

Attualità di Borne

La curatrice del volume si interroga sul rapporto di Borne con questo scorcio di secolo. Certo, risponde, superficialmente il romanticismo dell’autore può sembrare antiquato. Ma è proprio la cifra di questa poesia a motivarci in quanto «ci appare di una visionaria e sensuale inattualità, lontana da fasti surrealisti e manierismi lirici e intellettuali frequenti in una certa cultura francese del dopoguerra». Frisa mette in risalto l’autenticità contro il vezzo del nuovo ad ogni costo, contro l’intellettualismo che si ripete senza sosta; decide insomma che il vero non è parallelo al proprio tempo, ma vi si contrappone. E non trovo ragione per darle torto.
Ecco un’altra lirica tratta dall’antologia: “Solo l’acqua è nuda”:

Solo l’acqua è nuda
dorme
nella calura
e il desiderio scende dagli occhi,
e il desiderio
è una scure,
albero calmo,
una scure che ti percorre.
E i giunchi possono crescere,
dorme la fonte,
il bell’acero del tuo corpo,
dove in silenzio la linfa respira
una musica da liberare,
la sete bianca della tua luce
ti addormenta le vene del sangue
dove ogni foglia resta da leggere.

Un inedito

La casa di Alain Borne, a Saint-Pont, nell’Allier,

Solo con quella bellezza incallita delle cose
il prigioniero si ricorda d’una magnolia*
straziante come carne bruciata
 
Sa che là dolcemente
incensa sciami che là
dolcemente terrorizza uccelli che
là dolcemente abbaglia passanti
 
Si ricorda la carne il suo letto luminoso
e della spiga femminile
lentamente sgusciata
dell’abbraccio strozzato
sulla bellezza violenta
 
Sa si ricorda
ha solo il calore delle mani
le lievi lontane immagini sopra di sé
la luce vuota in un muro
messaggera invisibile dell’assenza
e il muro che accoglie la morte
contro di lui che la sfugge

da “Seul avec la beauté” Voix D’Encre, 1992
traduzione Marco Conti
 

* Nell’originale “d’un tulipier”, cioè “d’un liriodendro”, che altrove e in Francia è chiamato albero dei tulipani (una magnoliacea). E’ chiaro che il nome italiano non è familiare e che “albero dei tulipani”, ugualmente, non corrisponde ad un’immagine.






L’ultima esecuzione

Pieter Bruegel, “Trionfo della morte” (Dettaglio)

Il 23 giugno 1843, alla vigilia della festa di San Giovanni Decollato, il cappio venne tirato fuori dalla cassetta dov’era custodito e bruciato. Fu l’ultima volta.
Circa otto mesi prima quel cappio era stato messo intorno al collo di un emigrante. Giuseppe Gruppo, 23 anni, cossatese, aveva accoltellato sei volte il suo compagno di viaggio e l’aveva lasciato in un fosso. A notte inoltrata, a due passi da casa, pensava di avercela fatta. Erano arrivati in pianura dopo aver percorso i tornanti della Valle d’Aosta.
 Come nelle fiabe erano in due, con due sorti uguali e diverse: Giovanni Antonio Borio, quasi diciottenne, anche lui di Cossato, teneva il gruzzolo sprofondato in tasca dentro una borsa di pelle, stropicciata come un fazzoletto;  l’altro aveva perso le poche lire guadagnate oltrefrontiera giocandosele a carte. Come era capitato nell’osteria sotto casa decine di volte. Come sempre.
Preso l’involto dalle tasche, pulito il coltello nell’erba, ascoltato il silenzio intorno che faceva male alle ossa più del freddo, Giuseppe detto Bacolet, era scappato. Quella notte, sul tavolo di casa, contò sessantun lire, dieci centesimi e qualche moneta di rame. Era il 15 novembre 1842 e non avrebbe più fatto in tempo a giocarsi neppure la ferraglia.

Alle dieci vespertine

Delle sei coltellate inferte, due avevano toccato leggermente il cuore, due erano penetrate nel ventre. Giuseppe detto Bacolet aveva preso il compagno di viaggio alla sprovvista; lo aveva tenuto fermo nel buio dello stradone, aveva tentato di soffocare le grida mettendogli un fazzoletto sulla bocca. Secondo il referto non sembrò che  la vittima fosse riuscita a difendersi. Erano le ventidue o,   se preferite, “le dieci vespertine” scriveranno alla gendarmeria.
I due compagni di viaggio erano quasi a casa. I discorsi si facevano più rari e casuali.  Il ragazzo sentiva già lo scricchiolio della paglia del cuscino e si chiedeva perché l’amico fosse così silenzioso. Insieme alle prime case si vedeva  la macchia nera della collina di Quaregna e, poche ore più tardi, i due avrebbero scorto sicuramente un esercito di pali di vite, storti e grigi, ma in quel momento si indovinavano solo con l’immaginazione.
 Una manciata di minuti dopo le coltellate, appoggiandosi al bordo umido e appiccicoso del fosso, Giovanni scorse nel buio la sagoma di una cascina. Pensò che l’aveva scampata: se ce la faceva a camminare, ce l’avrebbe fatta anche a riprendersi. 
Quando il fittavolo della cascina Mon Frè lo aiutò ad entrare e a stendersi, Giovanni era sfinito e  disse l’essenziale: nome, cognome, residenza dell’aggressore, “il Bacolet”. Saranno le sue ultime parole.

“L’esecuzione” incisione di C.J. Visscher

L’arresto

All’alba Bacolet si alzò in piedi solo per porgere i polsi ai ferri.
In aula il procuratore, con voce stentorea, con la stessa durezza dei colpi inferti al ragazzo, raccontò:  «Arrivati insieme a Biella, il Bacolet trovò il tempo per andare dall’arrotino e affilare il coltello a molla. Lo stesso coltello usato per l’omicidio e trovato nelle tasche dell’aggressore».  Con un certo gusto per la tragedia annunciata, nei verbali lo scrivano annotò: «Cammin facendo egli aveva già estratto di tasca» il coltello e lo aveva  «tenuto aperto».  Uno svolazzo dello scrivano?
Di certo nel 1843 le cose procedono rapide. Ma c’era la testimonianza della vittima, il  movente, la refurtiva e l’arma del delitto.
 Tra il 1840 e il 1844 le esecuzioni capitali nel Regno di Sardegna erano state trentanove. Quella di Giuseppe Gruppo, fu l’ultima della provincia. Messa da parte la ghigliottina dei rivoluzionari, era tornata in auge la forca.
Il Bacolet aveva già pessima fama: rissoso, giocatore, minaccioso coi suoi stessi genitori. E come se non bastasse si disse che era “irreligioso”. Ai tempi era quasi un’aggravante. Un mese dopo l’omicidio, il 17 dicembre 1842, arrivò la sentenza di condanna alla pena capitale e la restituzione agli eredi del deceduto di “borsa e denari”.

Uno schiaffo per imparare

L’esecuzione era prevista nel luogo del delitto. Dunque la collina di Quaregna. Assi, chiodi, corda. Il luogo del peccato, il luogo della pena.  Il rituale è solenne e spettrale come un sogno di Kafka.
 Si incaricano i padri filippini di portare i conforti della religione; dalla relazione di condanna riportata nel contesto di una dettagliata ricerca*, sembra di capire che il carcerato  Giuseppe Gruppo abbia confessato.
Ma è certo che nell’inverno di 171 anni fa,  il minuscolo paese di Quaregna, per una volta diventa una meta ambita.
La macchina avviata è quella del grand guignol. Arriva il boia e l’aiutante, arrivano solitari e famiglie con carri e calessi, con cavalli, buoi; si fanno strada dalle cascine, dalla città, arrivano a piedi con i figli. Cent’anni dopo c’era chi ricordava di aver sentito il nonno raccontare quel che aveva a sua volta detto il nonno del narratore.
Alle esecuzioni si portavano i ragazzini e quando la corda era ormai tesa, il genitore dava uno schiaffo al figlio perché rimanesse impressa la fine che toccava a chi trasgrediva.
Ma le cose, in quegli anni, erano di gran lunga peggiori di quanto potesse minacciare una punizione esemplare.

Il patibolo

Dettaglio dell’incisione sopra riportata di C.J. Visscher

Il patibolo che venne eretto sullo sfondo della collina di Quaregna assomigliava poco a quello che gli spettatori della Metro Goldwin Mayer videro un secolo dopo in diversi film. Era fatto di tre assi, due conficcate al suolo, una terza trasversale che univa i pali. Il boia  arrivava a destinazione, col suo aiutante, il giorno precedente l’esecuzione. Arrivava da lontano – per quei tempi – da un’altra provincia. A Quaregna quello del “Bacolet” dormirà in una cascina che sarà chiamata a lungo “la casa del boia”. E partirà quasi di nascosto.
Il 5 gennaio 1843 è quasi mezzogiorno quando ha luogo l’esecuzione. Lo scenario è quello di  in una spianata, un prato dove si sente lo scroscio del torrente vicino.
 Il condannato Giuseppe Gruppo arrivò scortato e legato fin sotto il patibolo. Arrivò su un carro preceduto dai frati incappucciati. Sotto il patibolo c’era solo uno scranno e solamente per ricevere l’ultima benedizione. Intorno si sentiva il rumore montante della folla, un brusio fitto come un vespaio che copriva quello del torrente.
 I gesti, il rituale, furono sempre uguali. C’era chi porgeva un sorso di grappa al condannato poi la luce scompariva definitivamente con una benda sugli occhi. Anche le ginocchia vennero  legate.

La paura ti prende i piedi

Faticosamente, con il boia alle spalle, al condannato fecero salire i pioli di una scala appoggiata alla traversa del patibolo. Non c’era palco, non c’era corda pendente se non quella che era già stata messa al collo, indossata e penzolante  come un foulard, finché l’uomo non arrivava all’altezza giusta in modo da poter essere appesa. Il boia prendeva l’estremità  del cappio e lo fissava a un robusto chiodo conficcato sulla trave. Poi, quando la stretta era sicura, tornava all’altezza del condannato, legato, bendato e ancora sulla scala. Un colpo deciso, una spinta e il corpo annaspa nel vuoto. Ma non era finita. Non ancora.
La parola “tirapiedi” nacque in questo momento.
Tirapiedi, ovvero l’aiutante. Anche quel giorno, da terra l’aiutante prese i piedi del condannato mentre il boia appoggiato sul tronco trasversale del patibolo, a sua volta coi suoi piedi, spinse la testa dell’uomo su un lato. Le illustrazioni del tempo disegnano questo gesto. Crudo fino all’oscenità.
C’era silenzio ora sulla spianata, qualche mormorio velato, le proteste per l’imperizia, se qualcuno credeva di averne vista una negli esecutori. E finalmente si tornava al calesse, al carro, a casa. Con una storia da raccontare, con la paura e i sogni che ti tirano per i piedi.

M.C.

*La ricerca storiografica a cui si è fatto riferimento in ordine a nomi, date, modalità del procedimento, è di Sergio Marucchi


 

Tradizione e Décor

Verso il salotto di Nonna Speranza…Se il cellulare prende, se la Tv è digitale

E’ nel salotto di Nonna Speranza che vorremmo tornare. Ma solo per un fine settimana se il cellulare “prende” e la tivù è digitale. E’ in campagna, in una pace assediata di parabole, che si invera il sogno dell’autentico, il mito della tradizione, l’ecomuseo dei tortellini. Siamo realisti, chiediamo l’impossibile. Le lucciole e la Montedison, il vino Doc e la Shell, l’autostrada e il muretto a secco.
Qui passa il vintage e la tradizione, si ama Greta Garbo e si concupisce Scarlett Johansson, il tutto durante l’aperitivo ormai trasformato in un tripudio di Doc, di Dop e di modernariato e cattivo gusto. Ecco l’insalata con le olive taggiasche, ecco un melting pot di “cose” servite nel barattolo per la marmellata dei nonni sulla scansia alta, il tagliere di legno, la lastra di ardesia col salame serviti dopo essere saliti sul trespolo di Loreto (quello di Gozzano, beninteso) per piluccare il pomodorino il vetta allo sgabello, tra tapas con nacchere di castagne e musica ambient e Philipp Glass.

C’è un fantasma nel mio tempo

Jean-Jacques Rousseau erborista

C’è un fantasma che si aggira postmoderno: si chiami autentico o tradizione, corteggia il tempo andato e fa la posta al Pil come il mito celta della Padania, come l’etnico dentro lo spot per il nuovo brand.
E’ un’onda lunga quella che si cavalca, arriva da lontano, addirittura da Rousseau, erborista solitario nel milieu del suo bosco appena segnato dal sentiero.
Ugualmente davanti a questo sipario dei migliori pensieri e delle emozioni, si inventa un mondo con altre credenziali. Il tripudio del materiale compensa il vuoto digitale, la linea rabescata del ramo scivola e arrampica sopra il laterizio; una seduzione collettiva, una rivendicazione del genoma. Non è una richiesta di radici, sono viceversa le radici che sollecitano nuove attenzioni.

Marco Conti da “Breviario di dissidenza“, Mimesis Edizioni, 2017


Joyce Mansour, 5 poesie

Joyce Mansour. ©foto di Man Ray

Cris, 1953

Mi piacciono le calze che rassodano le tue gambe.
Mi piace il busto che sostiene il tuo corpo tremante
Le tue rughe i tuoi seni ballonzolanti la tua aria affamata
La vecchiaia contro il mio corpo teso
La vergogna davanti ai miei occhi che sanno tutto
I vestiti che odorano del tuo corpo marcio.
Tutto questo alla fine mi vendica
Degli uomini che non hanno voluto saperne di me.

Déchirures, 1955

Selvaggina  da strada
 
 Ci sono le tue mani nel motore
Le mie cosce sulla testa
Il freno fra le ginocchia
La tua carne contro la mia pelle
C’è un uccello sul ventilatore
Un uomo sotto le ruote
 
 Le tue mani nel motore
Che si gingillano con un catorcio
C’è un gemito nel motore
Un poliziotto con il suo taccuino
Una strada nel retrovisore
Del vento fra le mie ginocchia
Alla guida un colosso senza testa
Queste sono le mie mani sul volante
Il mio sesso che candidamente implora

Il gruppo surrealista (anni ’50)

Phallus et momies, 1969

Fallo e Mummie
 
Ho seguito la strada parallela
Dietro il tulle delle tenebre
Fra le cosce dei miei antenati
Freccia la lingua ebraica
L’arte comincia dove il desiderio finisce
Sporca e opaca
Senza fiato
Membrane d’argento sulle bocche
Ho fatto un buco nella mia pelle
Come un edema bluastro nel fango
Saturno usa la freccia
Per solleticare il suo appetito
La morte può essere necessaria
Agli altri
Io odio i soddisfatti
Gli sterili i benestanti
Una morte segue l’altra senza conoscere il suo volto
Una donna attraversa le rotaie
In sangue in sangue insanguinata
Nessuno la vede nessuno dentro
L’ascensore
La gialla insostenibile voce del canarino
Impasto di arsenico e di colla
Lega le costole alle sbarre e non lascia nessun
Spazio all’uccello
Spaccare tutto
Infrangere l’immagine del pene paterno
Avvitato come una serpe in un vaso di Gallé
Schiacciare la sua testa sotto un tallone d’acciaio
(Un vago senso del ritorno
Piange nella forra
Passare oltre)
Ridere salendo i gradini della vecchia casa
Sventrare le comparse spiattellando le loro bigotterie
Odiare i febbrili, sgozzare i seduti
Sradicare i morti assopiti nei loro escrementi
Inghiottire sputare
Dimenticare maledire
La carne belante
Untuosa come un letto disfatto
Bisogna masticare eiaculare

Faire signe au machiniste, 1977

Un’altra immagine della scrittrice

Dall’asino all’analista e ritorno
 
C’era una volta
Un re chiamato Mida
Dalle dieci dita colpevoli
Dalle dieci dita capaci
E aurifere
Freud parlando del grande re mitico dice
Tutto ciò che io tocco diventa
Immondizia
Nelle Indie si dice che l’avarizia
Si nasconde nell’ano
Orbene Mida aveva orecchie d’asino
Asino ano anale
In Pelle d’Asino di Perrault
L’eroe anale
Il re innamorato di sua figlia
Il pene fecale
Il sadico dal sorriso così dolce
Possiede l’ano vivente
Che sputa oro dall’ano
E che morto servirà da scudo contro
L’incesto
Gioco di specchi
Di vetro e di vaio
D’oro e d’escrementi
D’anelli e d’anella
Anamorfosi
Nel casino dell’inconscio
Il pene paterno
Fa da guida
Guardate oh! guardate
La pelle d’asino
La fortuna del re presente e futuro
Sulla schiena della principessa fa il morto
Così l’oro puro diventa lordura
Come il fallo scintillante coperto di sperma grigio
La principessa per svestirsi aspetta che il pericolo dell’incesto
Passi
Bottom di Shakespeare fu asino lo spazio di un sogno
Così va la notte e la mia canzoncina:
asino 
          ano 
                 analisi 
                             analista
                                           analogo

André Breton con Joyce Mansour

Postume: Bleu comme le désert

Felici i solitari
Quelli che seminano cieli nella sabbia avida
Quelli che cercano la vita sotto le gonne del vento
Quelli col fiato in gola che corrono dietro un sogno svanito
Perché loro sono il sale della terra
Felici le vedette sull’oceano del deserto
Quelle che inseguono la volpe di queste distese oltre i miraggi
Il sole perde i suoi barbagli di piume all’orizzonte
L’eterna estate se la ride dalla tomba umida
E se un grido riecheggia fra le rocce sdraiate
Nessuno lo ascolta nessuno
Il deserto grida sempre sotto cieli impavidi
Un occhio fisso plana solo
Come l’aquila all’alba
La morte inghiotte la rugiada
Il serpente soffoca il topo
Sotto la tenda il nomade ascolta il tempo scricchiolare
Sulla ghiaia dell’insonnia
Ogni cosa aspetta una parola già pronunciata
Altrove

©Traduzioni di Marco Conti

Le poesie qui riprodotte sono tratte dall’antologia edita da Terra d’Ulivi Edizioni nel 2017. Introduzione, note, traduzioni sono di Marco Conti.

Nota biografica
Joyce Mansour nasce a Bawden, in Inghilterra, il 25 luglio 1928, con il nome di Joyce Patricia Adès da una famiglia ebrea residente in Egitto. I suoi nonni, originari di Aleppo, avevano fondato un’azienda che commerciava in cotone. Il padre di Joyce, David Adès sposa nel 1920 Nelly Nadia Adès, sua lontana cugina, e incentiva l’industria tessile che diventa una delle più grandi d’Egitto. La giovane Joyce (terza figlia della coppia, dopo David e Geany), fa dunque parte dell’alta società cosmopolita del Cairo. Compie i primi studi in Inghilterra e poi in Svizzera esprimendosi soprattutto in inglese, sua lingua materna; ciò pur avendo conoscenza del francese, destinato a diventare la lingua della sua opera letteraria prima ancora di trasferirsi stabilmente a Parigi nel 1956 dopo aver conosciuto e sposato Samir Mansour. E’ autrice di 21 opere tra poesia, prosa e teatro. E’ morta nel 1986 a Parigi.


 


 
 


 
 
 

Le lettere di Isidore

Isidore Isou (autoritratto)

Il giorno di Pasqua del 1950, nella cattedrale di Notre-Dame, a Parigi, un domenicano si affacciò dal pulpito. Il suo fu un discorso di poche parole ma sufficiente a lasciare allibiti i fedeli: il sacerdote annunciò la morte di Dio e subito dopo lasciò velocemente la cattedrale. Il domenicano era un certo Michel Mourre, un artista che aveva indossato l’abito sacerdotale e dato corso alla provocazione ispirato dall’Internationale Lettriste, movimento di cui oggi si ricorda a malapena l’esistenza ma che negli anni Cinquanta e Sessanta contribuì non poco a sommuovere la vita artistica di Parigi, in qualche caso sovrapponendosi alle trasgressioni (e invenzioni) dei surrealisti. A capo di quel movimento che faceva di letteratura, musica, arti plastiche e cinema, un unico “ipertesto” (così si direbbe oggi) c’era un romeno, Isidore Isou, che non a caso elesse Parigi capitale della proprio avanguardia.

Una pagina del romanzo lettrista “Iniziazione all’alta voluttà” (1960)

“Iniziazione all’alta voluttà”

Nel 1960 Isidore Isou, pubblicò nelle edizioni Aux Escaliers
di Losanna Initiation à la haute volupté. E’ un esempio, il più importante, della voce “lettrista”: vi concorrono ipergrafia, disegno, narrazione, finalizzati in questo caso all’erotismo. Una storia d’amore nasce da una vicenda poliziesca: «Un giovane sicario professionista scriveva il critico Sabatier -cerca una giovane la cui testimonianza in una questione di omicidio rischia di mettere nei guai il capo per La missione dell’uomo per cui lavora è uccidere la ragazza.
Ma in rapporto al desiderio il reale diventa marginale: l’amore intenso che nasce dal loro incontro rifiuta questo fine, che pertanto sopravvive, fino a quando l’eroe non sarà ucciso da un altro sicario che si chiama Moshé e che rende implicito un simbolismo biblico accanto a un movimento dialettico a legge e desiderio. Nonostante l’uso del linguaggio metaforico che evita qualsiasi volgarità, il romanzo venne proibito alla sua pubblicazione per «oltraggio ai minori». Sul piano formale l’opera propone quindi una narrazione, ma non si accontenta di questo. Ogni gruppo di sei o di trentadue pagine é intervallato da note o segni di tipo diverso.

Metagrafia

Una copia del volume, oggi reperibile solo tra i librai antiquari

Isou chiamò questo mezzo espressivo metagrafia, la cui base è data dalle lettere dell’alfabeto intese come elementi utili per l’arte al posto degli oggetti figurativi, che pure compaiono nel romanzo. Per Isidore Isou sembra voler essere uno sviluppo della lezione offerta da Joyce con Finnegan’s Wake, dove si abbandona ogni referente sicuro. In generale, al dià dell’opera narrativa in questione, il lettrismo sostituì i termini fonetici con grafismi e disegni, introducendo degli elementi figurativi. Lo scopo fu quello di disgregare il senso ma creare un nuovo veicolo immaginativo. «Il nostro movimento – scrisse Isou – ha promosso il sistema romanzesco più importante per ricchezza creativa dopo Proust e Joyce».

Opere multimediali e poesia visiva

Un altro esempio di lettristmo di Isidore Isou

Ogni autore “lettrista” è quindi in certo modo multimediale: la poesia diventa suono e immagine, il cinema riduce gli elementi di montaggio a frammenti e, secondo l’Internazionale lettrista (che andò oltre i progetti di Isou, il cui manifesto egli scrisse adolescente nel 1942), si può risolvere paradossalmente in un cinema senza immagini come accadde in Hurlement en faveur de Sade realizzato da Debord nel 1952.
Plasticità, suono e parola si fondono di pari passo nella poesia. Isou nel 1947 scrive e pubblica “L’introduzione a una nuova poesia e a una nuova musica” in cui tratteggia una lirica narrativa e una lirica moderna che essenzializza il proprio discorso, (Isou dice ciselant), lo tende verso la sua massima concentrazione e lo dissolve in lettere e suoni. Di fatto il lettrismo ha anticipato la poesia visiva e negli an ni Settanta diventò un elemento dell’Internazionale situazionista.

Elsa Schiaparelli… Quando i bottoni sono labbra

La stilista Elsa Schiaparelli (Anni Trenta)

Non è celebre come Coco Chanel né un marchio popolare, eppure Elsa Schiaparelli vestiva Greta Garbo, Marlene Dietrich, Mae West, vale a dire l’Olimpo dello star system degli anni Trenta.
Torinese di origine, biellese di famiglia,  passò gran parte della sua vita a Parigi dove nel 1927 aprì una boutique che divenne un mito e che replicò con un altro atelier a Londra.
Il Museo della Moda e del Tessile parigino le ha dedicato una vasta retrospettiva una quindicina d’anni fa; nel 2012 lo ha fatto il Metropolitan Museum  of Art di New York abbinando il suo nome a quello di Miuccia Prada e da una manciata di mesi  data la riapertura della “Maison” a lei intitolata  nella capitale francese.
Nonostante le sue origini ( le stesse del cugino egittologo, Ernesto, a cui si deve il Museo Egizio di Torino) e lo straordinario successo proprio mentre l’industria tessile biellese si qualificava tra le più importanti in tutto l’Occidente, i due “marchi” non si incontrarono mai.  O per meglio dire: gli industriali non si fecero mai raccomandare dalla sua fama per creare un’immagine spendibile.

Il cappello-scarpa ideato dalla modista-artista

Elsa e André Breton

Eppure  Elsa Schiaparelli è per la moda del Novecento quello che Picasso rappresenta per l’arte. Fu la prima a ideare quei gioielli di plastica che furoreggiano ancora oggi, che si aprivano come corolle alle dita di Alda Merini; fu la prima e forse la sola nel mondo della moda ad aderire all’arte d’avanguardia, al surrealismo soprattutto, inventando cappelli stranissimi come il cappello-scarpa, oppure ideando lo scandaloso copricapo a forma di bistecca in omaggio ai suoi amici, André Breton e Salvador Dalì.  Di Eleonor Fini è la scultura di una bottiglietta rosa  per  un profumo destinato a diventare celebre, col nome  “Shocking”. Correva l’anno 1936 e  la stilista aveva già creato i profumi Salut, Souci, e Schiap.

Guinevere van seenus in un vestito schiaparelli, via pagina facebook @vintage now

Un vestito aragosta per Dalì  e Bottoni come labbra

L’anno dopo, un’altra collaborazione con Dalì, metterà in vetrina il vestito-aragosta. L’aragosta venne dipinta su un abito bianco da cui si stagliavano ciuffetti di prezzemolo. L’abito – oggi al Philadeplphia Museum Art – ebbe un seguito ideale ancora con l’estro dell’artista catalano che disegnò un modello da sera, bianco, con finti strappi che mostravano pezzi di tessuto rosa come se si intravedessero le carni. Con Jean Cocteau, Dalì diventò uno dei suoi disegnatori preferiti, mentre lei stessa si divertiva creando modelli di sfrenata immaginazione.
Nascono così i golf in cui compaiono foulard, cruciverba e tatuaggi che non sembrano disegnati ma realizzati insieme alla lana. E, tra le altre cose,un maglione trompe-l’oeil  che venne indossato dalla borghesia più ricca e anticonformista degli anni Trenta. Non poteva diventare un successo invece – ma un esempio di surrealismo inimitabile – un vestito fatto a cassetti di stoffa, al pari dei bottoni-sculture realizzati insieme a un altro artista, Jean Hugo. E bottoni a forma di labbra, di teste di animali, di calamai. Man Ray fu uno dei suoi estimatori più assidui.
La stilista è stata forse la sola, ieri come oggi, a investire con una immaginazione sfrenata il mondo della moda. Oggi infatti la Maison Schiaparelli non è solo la sua storia: in Place Vendôme 21 a Parigi veste Céline Dion, Cate Blanchett, Juliette Binoche

Elsa Schiaparelli a braccetto con Salvador Dalì
I bottoni di Elsa

Shoking Life

Nel suo libro, Shocking Life, del 1954, scrive: «Per inciso, ritengo che disegnare vestiti non sia una professione, ma un’arte. La consideravo un’arte molto difficile e di poca soddisfazione, perché un vestito, appena nato, è già qualcosa che appartiene al passato. Spesso devono intervenire molti elementi perché si possa realizzare un’idea che corrisponda esattamente a ciò che si ha in mente». Come essere più chiari? L’insoddisfazione di Elsa Schiaparelli riprende quella dell’artista che vede fatalmente la distanza tra la concezione e l’atto. I suoi abiti trompe-l’oeil dicono più di quanto non esprima la sua autobiografia. Quando nel 1927 cominciò a indossare un golf che simulava un fiocco, intrecciando due fili di diverso colore, doveva già esserle chiaro come fosse la creazione anziché l’uso, la sua stella polare.
Gli anni in cui lavorò a Parigi erano del resto quelli che riunivano scrittori e artisti destinati a cambiare il paesaggio del romanzo e della pittura. Non solo i surrealisti, suoi costanti compagni di strada, ma contemporaneamente Hemingway e Beckett, Bunuel e Giacometti,  Giorgio de Chirico e Filippo De Pisis, Chagall e Picasso.

Gli esordi letterari

Lei stessa aveva esordito con un’opera letteraria, una raccolta di poesie che scandalizzò la famiglia per la sensualità che la percorreva. Un esordio che le costò l’esilio in un collegio.
 “Fu un vero cataclisma – disse nel corso di un’intervista – che mi segnò per sempre. I giornali se ne occuparono ampiamente. Mio padre considerò la vicenda una terribile disgrazia e non lesse mai il libro. Fui mandata in un collegio della svizzera tedesca con l’intento di calmare il mio temperamento”.
Di versi veri e propri non pare ne abbia scritti più, ma le sue collezioni portano il segno dell’immaginazione come non è mai più accaduto. Non solo attraverso le invenzioni  clamorose ma anche nei titoli delle collezioni, (“La commedia dell’arte” è il titolo che sceglie per i vestiti del 1939), nei materiali, in idee coraggiose: sua è la scollatura cosiddetta “Diana”, cioè quella che lascia una spalla nuda.
Quando nel 1942 lascia Parigi e si imbarca per Gli Stati Uniti, organizza una mostra a New York. Con Breton, Duchamp e Calder crea l’atmosfera dell’Europa di quegli anni tendendo fili spinati che passano davanti alle opere in mostra, poi si occupa della raccolta di fondi, del ponte invisibile con la realtà.
 

Un altro modello Schiaparelli


 

Storia di un omicidio, un monastero e un gallo

L’affresco della Trinità censurata dal Concilio di Trento e, a fianco, la storia dell’impiccato al monastero cluniacense

La storia ha per protagonisti un impiccato, un gallo e un monastero cluniacense.  Il monastero è quello di Castelletto Cervo, il gallo e l’impiccato sono in un affresco che potrebbe essere quasi un cartiglio di grande eloquenza. Ma non è così. Anzi, la storia racconta in realtà i pellegrini dell’undicesimo secolo e un medioevo fitto di slanci verso l’assoluto accanto a tagliagole e tagliaborse.
Tra le quinte di tutto questo c’è il Genio del Luogo, la sua essenza, che si può immaginare appena avete svoltato dall’orrido degli svincoli che tagliano la pianura, tra Castelletto e Mottalciata, tra Biella e Vercelli, lungo la strada che fu quella per Santiago di Compostela.
 Non troppo in alto ma dominante nel verde della pianura, il monastero si confonde con un passato di bassa corte: le galline ci sono ancora, il silenzio della cascina anche. Tra le bifore, i mattoni rossi, il verde pallido della stagione e gli squarci del tempo appena rappezzati.

Come Casa Usher

Un ingresso all’abside murato

Anni fa chiunque poteva entrare nella chiesa in qualsiasi momento  come  tra i ruderi abbandonati di Casa Usher.  L’orrido, è chiaro, era quello a valle, quello dei magnifici “manufatti” di cemento, ma per convenzione il dizionario lo avrebbe aggiudicato all’antico monastero. Costruito mille e cento anni fa e immerso in una solitudine notturna di bellezze sbrecciate, di absidi polverose e robinie centenarie. Entrando, alla sinistra dell’altare una porta ti conduceva verso un’altra stanza dove si vede l’affresco, oggi restaurato, della Trinità: tre ieratici barbuti seduti ad una mensa, le dita alzate per indicare il numero tre. Un modo popolare per mostrare un concetto che ai vescovi del Concilio di Trento non piacque più.  Dal Concilio in poi ai pittori fu infatti vietato di rappresentare il mistero della Trinità con tre figure. Ed è un miracolo che quello non sia stato cancellato.
Viceversa a nessuno importò mai niente dell’enigmatica storia dell’impiccato. Accanto a San Giacomo compaiono un gallo, due pellegrini che pregano e un nobiluomo, mentre sullo sfondo una figura umana pende da una forca e sembra l’ultima cosa di cui ci si debba preoccupare.
Occorre quindi ricostruire questa storia che sta tutta in una lettera salvatasi dal tempo grazie ai monaci di Cluny.

Una lettera denuncia un omicidio

Il complesso del monastero

Tra il 1095 e il 1096, i titolati di Castelletto,  il conte Oberto di San Martino e il suo vassallo, un certo Ardizzone, si prendono il fastidio di scrivere una lettera all’abate di Cluny. Gli dicono che il piccolo monastero piemontese è gestito in modo scandaloso e che tra i viaggiatori ospitati  avvengono furti, aggressioni, rapine. C’è stato anche un omicidio. La chiesa e gli altri edifici annessi, trovandosi sulla strada del pellegrinaggio, sono molto frequentati. Tanti sono i viaggiatori  che si fermano  per la notte o per qualche giorno.
Nella missiva Conte e vassallo chiedono che il priore venga sostituito con quello precedente, un certo Garnerio a quel tempo impegnato nel comasco.
La faccenda è seria. 
Cosa sia avvenuto di preciso immediatamente dopo quella corrispondenza non si sa.  Di sicuro la missiva (che oggi si può consultare alla Biblioteca Nazionale di Parigi), non venne dimenticata.  E qualche tempo dopo il priore fu sostituito.
E l’impiccato? E il gallo?
Per saperne qualcosa di più, né il carteggio né l’affresco sono sufficienti. Bisogna ricorrere ad una leggenda che prende le mosse proprio dall’anno mille e spiega perché i religiosi abbiano successivamente fatto dipingere nella chiesa un San Giacomo (patrono di Santiago di Compostela e dei viaggiatori) in compagnia di un impiccato.

La leggenda del gallo e dell’impiccato

Dettaglio dell’affresco della Trinità: San Giacomo, patrono dei viaggiatori e alla sua destra il patibolo, il gallo, i familiari dell’impiccato

Si racconta che una famiglia diretta in Spagna si era fermata nel monastero per la notte. Ma il mattino successivo il padre di famiglia – così dice la leggenda – venne svegliato e portato di peso davanti al signore del posto mentre gli altri pellegrini se la svignavano rapidamente.
 Al presunto colpevole fu mostrata una scarsella vuota trovata accanto al suo pagliericcio. Era l’ennesimo  furto ma questa volta si conosceva il responsabile.  Processo e condanna furono rapidi come l’esecuzione, fissata per l’alba del giorno successivo.  
Ogni cosa era già decisa quando il figlio del condannato giurò che suo padre era innocente e che era disposto a prendere il suo posto sul patibolo.  Detto e fatto.  Il giudice si convinse che il ragazzo diceva la verità, ed era quindi colpevole. Ma le cose si complicarono.
Nella notte la madre del condannato ebbe una visione. «Andrai domani da giudice – le disse San Giacomo – e dirai esattamente queste parole:  “Liberate mio figlio perché egli è vivo”».  Insomma,  il patrono dei viaggiatori si prese il disturbo di comparire in sogno. Com’ era possibile, del resto, si chiedeva la donna,  che un innocente fosse impiccato?

Racconti sulla strada di Santiago

Così, di buon’ora, la madre  bussò alla casa del giudice e  lo trovò seduto davanti al tavolo imbandito.  Poiché  non sapeva come iniziare il discorso,  finì per ripetere le parole del sogno: «Libera mio figlio perché lui è vivo». Il giudice la guardò sogghignando: «Tuo figlio è vivo come questo pollo sul tavolo». E in quel preciso momento il pollo riacquistò d’un colpo il suo piumaggio colorato mentre il ragazzo si alzò dal tavolaccio del patibolo.
Qualche decennio dopo la leggenda diventò un affresco o, forse, l’affresco della Trinità e di San Giacomo prese a prestito un racconto di devozione colto sulla strada di Compostela.

Marco Conti

Pellegrini in un affresco medioevale


 

 


 

Desnos, poesia e gioco

Robert Desnos (1900-1945), il primo a sinistra accanto a J. Cocteau

Era una foglia

Era una foglia con le sue linee
Linea della vita
Linea della fortuna
Linea del cuore                                                                                                                                       Era un ramo alla fine della foglia
Linea biforcuta, segno di vita
Segno di fortuna
Segno del cuore
Era un albero alla fine del ramo
Un albero degno di vita
Degno di fortuna
Degno del cuore
Cuore inciso, bucato, trafitto,
Un albero che non vide mai niente
Radici vigne di vita
Vigne di fortuna
Vigne del cuore
Alla fine delle radici era la terra
La terra semplicemente
La terra tutta tonda
La terra tutta sola attraverso il cielo
La terra.

Robert Desnos, “Era una foglia”, trad. M. Conti, da “Fortunes”, Gallimard, 1945

Cantafavole, cantafiori

La prima edizione della raccolta poetica Chantefables, Chantefleurs venne editata da Gallimard nel 1930.

Una formica di diciotto metri
Con un cappello in testa
Non esiste, proprio non esiste.
Una formica che trascina un carro
Pieno di pinguini e anatre
Non esiste, proprio non esiste.
Una formica che parla francese
E latino e giavanese
Non esiste, proprio non esiste.
Eh! Perché poi proprio no?

Robert Desnos, “Una formica”, trad. M. Conti, da Chantefables, Chantefleur, 1930. La poesia venne musicata per la prima volta da Joseph Kosma per Juliette Greco nel 1950.

P’oasis

Una delle numerose antologie poetiche di Desnos (s.d.)

À Louis Aragon.

Nous sommes les pensées arborescentes qui fleurissent sur les chemins des jardins cérébraux.
Soeur Anne, ma Sainte Anne, ne vois-tu rien venir… vers Sainte Anne?
— Je vois les pensées odorer les mots.
— Nous sommes les mots arborescents qui fleurissent sur les chemins des jardins cérébraux
de nous naissent les pensées.
Nous sommes les pensées arborescentes qui fleurissent sur les chemins des jardins cérébraux.
Les mots sont nos esclaves.
— Nous sommes
— Nous sommes
— Nous sommes les lettres arborescentes qui fleurissent sur les chemins des jardins cérébraux.
Nous n’avons pas d’esclaves.
— Soeur Anne, ma soeur Anne, que vois-tu venir vers Sainte Anne ?
Je vois les Pan C
Je vois les crânes KC
Je vois les mains DCD
Je les M
Je vois les pensées BC et les femmes MÉ
et les poumons qui en ont AC de l’RLO
poumons noyés des ponts NMI
Mais la minute précédente est déjà trop AG — Nous sommes les arborescences qui fleurissent sur les déserts des jardins cérébraux.

P’oasis

Siamo i pensieri arborescenti
che fioriscono sui sentieri dei giardini
cerebrali.
Sorella Anna, Sant’Anna mia,
non vedi niente in arrivo a Sant’Anna?
– Vedo i pensieri esalare parole
– Noi siamo le parole arborescenti che fioriscono
sui sentieri del giardini cerebrali.
Le parole sono nostre schiave.
-Noi siamo
-Noi siamo
-Noi siamo le lettere arborescenti che fioriscono
sui sentieri dei giardini cerebrali.
– Non abbiamo schiave.
– Sorella Anna, sorella Anna mia,
non vedi niente in arrivo a Sant’Anna?
Io vedo i Pe.nsieri
Io vedo i crani S.chiacciati
Io vedo le mani M.orte
Le A.mo
Vedo i pensieri B.aciati e le donne A.mate
e i polmoni che ne hanno abbastanza dell’A. ria, l’A.li, o
polmoni annegati dai ponti nemici.
Ma l’istante che precede è già V.ecchio – Siamo le
arborescenze che fioriscono sui deserti cerebrali.

da “Corps et Biens”, (Gallimard, 1930), trad. M. Conti

*Robert Desnos, nato nel 1900 a Parigi e morto nel campo di concentramento nazista di Therensienstadt in Cecoslovacchia è stato tra i primi ad aderire al Movimento Surrealista. La sua opera d’esordio porta accanto suo nome quello di Rrose Sélavy, un personaggio fittizio inventato da Marcel Duchamp. Dal 1924 al 1929 è redattore della rivista La Révolution Surréaliste,ma rompe con Breton dopo che quest’ultimo ha orientato il gruppo verso la politica comunista. Scrive alcune raccolte poetiche e testi che diventeranno canzoni come quello qui tradotto (La formica); è autore di prose e saggi sulla pittura del tempo. Morirà di febbre tifoide nel campo di concentramento dove è stato recluso quando già le truppe sovietiche erano entrate nel lager.

Rue Mazarin, 6 Paris