“Serotonina”: Houellebecq e l’infelicità del XXI secolo

Michel Houellebecq


L’infelicità è un rischio e la civiltà occidentale è il suo modello. Anche questa volta Michel Houellebecq non fa sconti e con il romanzo Serotonina affonda la sua penna nel ventre di una collettività ormai persa nella mitologia del consumo e nella desertificazione che gli si distende di fronte a perdita d’occhio. Una landa ricompensata da piaceri ambigui e minuscoli narcotici. Ecco allora spuntare tra una sigaretta e un caffè, tra un profilo seduttivo e un appartamento à la page, «una piccola compressa bianca, ovale, indivisibile». Si chiama Captorix, è una breve iniezione di serotonina, non promette alcuna felicità, ma tiene a bada la depressione, «non crea né trasforma; interpreta. Ciò che era definitivo, lo rende passeggero»; in breve è esattamente ciò che serve al protagonista della storia, Florent-Claude Labrouste che detesta non solo la sua vita ma persino i suoi due nomi di battesimo.

La storia di Florent

Florent ha 46 anni, un buon lavoro di funzionario al ministero dell’Agricoltura e una bella compagna giapponese di nome Yuzu che ogni giorno impiega sei ore per bagni, lavacri e make-up ed è indifferente a qualsiasi cosa non sia il proprio piacere. Per questo in anni di convivenza non ha mai fatto un regalo a Florent e, per questo, probabilmente, si dedica alle performance sessuali di gruppo alternando alle  gang bang pratiche erotiche con i cani.

I filmati sono sul suo computer e quando il compagno li scopre, decide di abbandonare lei e il grande appartamento che le paga.  Florent va a vivere in un anonimo hotel contento di sapere che entro pochi giorni scadrà l’affitto.

Per Captorix è il momento di entrare in scena: lo psichiatra non premette molto ma spiega che la pillola « trasformando la vita in una serie di formalità aiuta gli uomini a vivere, o almeno a non morire, per qualche tempo».

Vagabondaggio con le mucche normanne

I passi successivi sono quelli indispensabili per una nuova vita: un altro lavoro in Normandia (dove osserva gradualmente la crisi dell’agricoltura francese  precipitare nella fossa preparata dalle norme europee), uno sguardo agli amori vissuti , dove spiccano le delusioni di Claire, attrice sfortunata e ormai insidiata dalla couperose. Ma la libido fa difetto e Florant si rivolge al passato, alle sue storie importanti, al binario 22 della Gare Saint-Lazare quando vide per la prima volta Camille. Un lungo flashback e poi compare il viso rugoso del presente, i disagi si moltiplicano, la serotonina non basta. Meglio le escort? Persino quel pensiero, per Florant, è un impegno di scarse promesse. La natura in cui pensava di potersi immergere anche il protagonista di Estensione del dominio di lotta (Bompiani, 1994) per tornare a vivere e accettare se stesso è insufficiente. Questa volta sono i contorni verdissimi della Normandia a proporre al personaggio principale un rifugio temporaneo, tanto più che – come scrive Houellebecq con humor – «Quando mi ero separato da Claire, la mia condizione era stata sensibilmente lenita dalla frequentazione delle mucche normanne, per me erano state una consolazione, quasi una rivelazione».

Ma la storia non si ripete, non fino in fondo.

Una voce coinvolgente

Houellebecq scrive con Serotonina un altro capitolo dell’insofferenza che separa il XXI secolo dalla nozione di umanità e di umanesimo. Lo fa con una voce mai così dispiegata, con un periodare dal ritmo fluente, un registro che dal distacco iniziale confluisce verso una  pronuncia più intima e coinvolgente. E dove descrizione e humor hanno  il posto che loro spetta: nell’inventario di marche, nella topografia dei luoghi ambiti o fuggiti, nelle produzioni d’alta gamma, in breve nell’inutile, spicciola mitologia di strada di questa ormai consolidata attualità.

Concordiamo con lo scrittore: meglio, molto meglio le mucche normanne.

                                                                                       Marco Conti

© Riproduzione riservata

Michel Houellebecq ‒ Serotonina
La nave di Teseo, Milano 2019
Pagg. 332, € 19
ISBN 9788893447393
www.lanavediteseo.eu

Un paesaggio normanno

Carnevali, poeta in nero

Emanuel Carnevali

Spaesato come un bambino, cinico come un vecchio, irruente e gentile, ma soprattutto compulsivo, rapido in ogni cosa, nei modi, nel pensiero. Persino come lavapiatti,nella Little Italy di New York, Emanuel Carnevali impressionò gli amici per la velocità con cui svolgeva il lavoro davanti a una pila di stoviglie che toccava il soffitto. Tra i suoi amici c’era il poeta William Carlos Williams che più tardi, nella sua autobiografia, parlando del libro di Carnevali, A Hurried Man(“Un uomo che ha fretta”), annoterà: «A ragione, si intitolava così». Un carattere che sembra essere passato, come un fluido, dalla vita alla pagina letteraria.

La corsa del desiderio

Leggendo i suoi versi o le sue prose, si ha spesso la sensazione che la rapidità tracimi insieme ad un dettato nervoso e straordinariamente energico.

E’ forse la stessa velocità che Calvino, nelle “ Lezioni americane”, definisce come «la corsa del desiderio verso un oggetto che non esiste». Da noi Carnevali e la sua furia poetica vennero invece scoperti lentissimamente, più o meno trentasei anni dopo la morte dell’autore (avvenuta nel 1942), con l’antologia “Il primo Dio” pubblicata da Adephi.

Nella vita di Emanuel Carnevali nulla avvenne con cadenze regolari e la malattia che lo colpì a Chicago, nel 1922, quando aveva appena intravisto il successo letterario come redattore della rivista Poetry, gli conquistò,sfortunatamente, la ragione di tanta fretta.

La vita

Era nato a Firenze nel 1897 da un famiglia della piccola borghesia. Suo padre, un impiegato troppo intransigente, è descritto dal poeta come il «più ignobile degli uomini» poiché addebita alla violenza paterna un tentativo di suicidio della madre, al contrario amatissima da Emanuel, ma morfinomane dopo una malattia. Di fatto la famiglia si sciolse. Quando Emanuel aveva sette anni, la mamma e la zia lo portarono con loro emigrando dalla Toscana nel Biellese. Per alcuni anni vissero tutti insieme a Cossato grazie al lavoro della zia. Eppure, anche qui, si abbatte l’ala nera della sventura e, come in un feuilleton di dubbio gusto, entrambe le sorelle si ammalarono e morirono a distanza di poco tempo l’una dall’altra. La prima adolescenza trascorsa in alcuni collegi pagati dal padre non migliorò i rapporti tra i due.

Sedicenne Emanuel si imbarcò con il fratello, Augusto, per New York. E’ il 1918 quando Carnevali vede dal ponte della nave le spiagge del New Jersey, «sparse tra le colline, punteggiate di casette simili a giocattoli giapponesi».

Black Poet

New York, anni Venti

Ma Emanuel non è l’immigrato tradizionale. E’ quello che Williams chiameràblack poet, è un ribelle, un maudit che in cima alle sue preferenze letterarie mette le poesie di Rimbaud, il Zarathustra di Nietzsche, le visioni libertarie di Whitman. Così, quando tornerà indietro con la memoria per scrivere le pagine del “Primo Dio”, ripensando al giorno in cui dalla nave vide spuntare le casette del New Jersey, aggiunge: «Dall’altro lato si poteva ammirare la statua della Libertà, se si aveva lo stomaco per farlo». I funzionari che salgono a bordo della nave chiedono come sempre agli emigranti se sono mai stati in prigione. Carnevali non se lo dimenticherà: «Questa, dunque era New York. Questa era la città di cui avevamo tanto sognato e questi erano i favolosi grattacieli. Provai una delle più grandi delusioni della mia vita infelice».

Il rimpatrio

Appena quattro anni dopo, gli amici scrittori saranno costretti a fare una colletta per rimpatriarlo. Carnevali si è ammalato di encefalite letargica, ha sintomi parkinsoniani e sarà obbligato a passare il resto della sua vita in ospedale, a Bazzano, poi in una clinica che gli è pagata dall’editore e scrittore Robert McAlmon ed infine in un altro nosocomio neuropsichiatrico, a Bologna, dove muore nel 1942 soffocato da un boccone di pane. In clinica Carnevali corrisponde con Pound (che non gli rimprovera la stroncatura subita dal poeta italiano anni prima) e con Carlo Linati che già nel 1925 si è occupato di lui e che ne tradurrà per primo, in italiano, i versi e alcune pagine di prosa. Ma soprattutto continuerà a scrivere in inglese, poesie, racconti e la sua autobiografia.

L’opera

Poetry, la rivista in cui scrissero Carnevali e altri imagisti

Un’opera densa e originale, già tutta annunciata agli esordi e nelle letture americane.

Nelle note critiche l’anglista Linati osserva che con le sue poesie, i suoi racconti, Carnevali è capace di ricavare la bellezza dagli aspetti più squallidi del quotidiano. Un giudizio forse sopra le righe ma il tratto che meglio delinea l’opera – insieme a quella che Ezra Pound indicò come fury – è forse la compresenza del bello e del grottesco, del desiderio e della vacuità.

La fury del poeta è in fondo quella di una rabbia che ricava la sua linfa per contrappasso fluendo da un temperamento lirico. Il tratto intimistico, il timbro di sensualità esibita che deve qualcosa a Jules Laforgue, si sviluppa puntualmente nel disincanto :

«Sei
così povera di baci,
che ne sei così avara?»
E ancora:
«Faccio la mia serenata
battendo con il pugno chiuso
su un gong e un tamburo.
Ciò che voglio è darti
il suono di ciò che è un uomo»,

scrive in Serenade nel luglio del 1919. E’ lo stesso sguardo che, come sul ponte della nave in attracco a New York, si sposta dalle «casette simili a giocattoli giapponesi» alla irridente statua della Libertà, alla delusione dell’accoglienza. La franchezza di un pensiero che nulla vuole cancellare di ciò che è stato vissuto emotivamente,  percorre ugualmente le pagine meno inquiete dell’infanzia.

Cossato

Cossato, un’immagine del paese nei primi anni del Novecento

Tra queste il suo soggiorno a Cossato che acquista una scrittura mitografica nel ritmo nervoso e iperbolico della sua pagina. Cossato è per Carnevali il luogo della vita spensierata; descrive la bellezza di quella campagna, le incursioni tra i frutteti, cita e mette subito in disparte uno squallido incontro. Comincia con il parlare di Biella dove la zia aveva trovato lavoro come caporeparto in una fabbrica tessile.

Nei vent’anni di malattia successivi al ritorno in Italia, anche la poesia accentua questi elementi tranchants. Da Rimbaud ha imparato la sentenza tagliente, l’immagine grottesca e ficcante: «L’amore è una miniera nascosta nelle montagne della nostra vecchiezza», scrive in unadelle sue prime poesie.

Sherwood Anderson

Sherwood Anderson, che frequentò Carnevali poco prima che abbandonasse Chicago e la rivista Poetry, racconta nelle sue memorie i giorni in cui nuotavano spesso insieme in un lago: «Ci allontanavamo parecchio dalla riva, nuotando, finché io non mi spaventavo e tornavo indietro, mentre lui avanzava ancora verso il largo, finché pensavo che fosse veramente scomparso nell’ignoto – nella morte». Bracciata dopo bracciata nel buio denso dell’acqua: forse verso ciò che non esiste, come scrisse Calvino a proposito del desiderio della velocità e che si adatterebbe altrettanto bene ad una fuga. Ma in fondo non sono la stessa cosa?

Einaudi: «Quando portavamo i manoscritti giù in cantina»

Ho conosciuto Giulio Einaudi in una giornata in cui un mal di denti, fino a quel momento sconosciuto, mi procurava fitte lancinanti. Solo un paio di analgesici riuscirono a rendermi presentabile per l’introduzione e l’intervista che dovevo svolgere in pubblico nell’aula magna di un liceo.

Ancora il mal di denti

Per chi, come me, aveva cominciato a leggere libri, con il piacere di inoltrarsi in un’avventura silenziosa e segreta, riconoscere i volumi dal dorso bianco e rosso sugli scaffali delle biblioteche o gli esili libretti con i versi in copertina, Giulio Einaudi faceva parte della propria galleria di miti. Così quel giorno lottavo non solo contro il mal di denti che mi aveva stordito ma con l’insofferenza che rischiava di trasformare curiosità, soddisfazione, interesse personale, in un’occasione perduta. Capita, qualche volta, che l’ostinazione ci renda liberi. E così salii sul palco, presi il microfono in mano e cominciai guardando ora il pubblico, ora Einaudi, la sua massa di capelli bianchi, gli occhi vivaci come un ragazzo sperando di non incappare in una pausa di troppo, in un racconto di maniera. Andò bene finché la fitta alla mascella non si fece risentire. Feci una pausa più lunga, Gigi Lacchia, dell’Agenzia Einaudi si avvicinò all’orecchio di Einaudi e sussurrò qualcosa. Non era difficile da intuire: proprio a lui qualche istante prima avevo confessato di aver preso in extremis degli analgesici.

Le domande, la requisitoria

Riuscii ad arrivare in fondo alla presentazione e a formulare la prima domanda, la seconda, la terza diventò un breve monologo. Giulio Einaudi era ormai da qualche anno in riposo forzato dopo la brutta avventura che aveva portato al commissariamento della casa editrice e non aveva intenzione di fare regali nel descrivere l’insulsaggine dei provvedimenti. Non sapeva il mondo, non sapevano i commissari, che una casa editrice storica con migliaia di volumi a spasso lungo la penisola, con centinaia di diritti d’autore, aveva crediti da riscuotere e risorse da spendere?

 Alla fine dell’intervista qualcuno tra il pubblico, con l’aria di chiedere ragione di una parzialità, mise l’accento sul ruolo avuto dalla casa editrice  nella politica della sinistra. Einaudi, anziché rivendicare, compitò un elenco di autori che in quegli anni raccontavano cose nuove, che rompevano i cliché e che in quel momento – era il 1998 – erano classici del Novecento e a nessuno sarebbe venuto in mente di trovargli un posto a Montecitorio. Dalla linguistica alla filosofia, dall’antropologia alla storia, da De Felice a Wittgenstein, da Propp a Marcuse. Ero felice per la verve che sapeva imprimere alle argomentazioni. Allievi e professori, politici convocati per l’occasione e curiosi, ascoltavano con la bocca disegnata ad “O” come gli spettatori sotto la Cappella Sistina.

Le donne di Pavese, i bombardamenti

A tavola dopo un paio d’ore, si animò per raccontarmi di Pavese: «Era sempre silenzioso, la sera durante le riunioni si sedeva in fondo, in disparte, fumava la pipa. Capitava che si alzasse improvvisamente e se ne andasse con un cenno di saluto.»

 E la donna dalla voce rauca, e Costance Dowling? Non ero riuscito a evitare questa faccenda delle donne… La lettura durante l’adolescenza del Mestiere di Vivere mi aveva preso per mano e accompagnato, gorgogliando, ribollendo fin lì,  davanti al testimone per eccellenza o, perlomeno, a quello che mi sembrava tale.

Giulio Einaudi inghiottì la torta – la cena era ormai conclusa – abbassò gli occhi, si mosse sulla sedia. Forse voleva aggiungere qualcosa di personale, ma non lo fece. «Eh.. fu una brutta botta, si sa com’era…soprattutto con l’ultima». Pensava a Costance credo, ma non chiesi di più. Invece parlammo del lavoro editoriale, della casa editrice durante la dittatura: « Durante i bombardamenti si lavorava con grande passione – disse con la leggerezza con cui sapeva parlare di tutto – ogni sera portavamo in cantina i manoscritti degli autori e i telefoni; poi il giorno dopo si riportavano su, negli uffici».

Vent’anni fa la morte dell’editore

Una memoria che nel nuovo millennio potrebbe prenderci alla gola per quanto rendeva implicito: tra la cantina e gli uffici, il ricordo di un’epoca che sapeva fare  d’ un gruppo d’intellettuali una comunità di ricerca e intenti, dove si riteneva che il mondo dovesse essere pensato anziché misurato in prodotto lordo.

Non avrei mai creduto che, appena un anno dopo, sarei stato costretto scrivere una pagina per ricordare Einaudi nel legno della memoria. Senza enfasi, come si usa tra piemontesi, ma ugualmente con una fitta più dolorosa di quella sentita sul palco. E senza possibilità di analgesico di sorta.

Boris Vian, Cantilene in gelatina

Distruggono il mondo
A pezzettini
Distruggono il mondo
A colpi di martello
Ma non importa
Non m’importa davvero
Ne resta abbastanza
Basta che ami
Una piuma azzurra
Un sentiero di sabbia
Un uccello impaurito
Basta che ami
Un esile filo d’erba
Una goccia di rugiada
Un grillo del bosco
Possono frantumare il mondo
A pezzettini
Ne resta abbastanza per me
Ne resta abbastanza
Avrò sempre un po’ d’aria
Un filo di vita
Nell’occhio un po’ di luce
E il vento tra le ortiche
E ancora, e ancora
Se mi ficcano in prigione
Ne resta abbastanza per me
Ne resta abbastanza
Basta che ami
Questa pietra corrosa.
Questi uncini di ferro
Dov’è rimasto un po’ di sangue
L’amo, l’amo
Il tavolaccio consumato del mio letto
Il pagliericcio e la rete
La polvere del sole
Amo lo spioncino che s’apre
Gli uomini che sono entrati
Che avanzano, che mi portano via
Ritrovare la strada del mondo
E ritrovare il colore
Amo questi due lunghi montanti
Questo coltello triangolare
Questi signori vestiti di nero
E’ la mia festa e ne sono fiero
Amo, amo
Questo paniere traboccante di suoni
Dove sto per posare la testa
Oh, l’amo davvero
Basta che ami
Un esile filo d’erba azzurra
Una goccia di rugiada
Un grazioso uccellino impaurito
Distruggono il mondo
Con i loro martelli pesanti
Ne resta abbastanza per me
Ne resta abbastanza, cuore mio.


Boris Vian, “Distruggono il mondo”, trad. M. Conti, da Cantilènes en gelée, ed. 10/18/1970

Augusto Blotto, La vivente uniformità dell’animale

Nulla è perduto: la compagnia

del mio corpo ai colli saprà seguitare

la vista, l’accomiatare (scalini scesi)

cercherà odori d’angolo e la nobiltà

riflessiva userà a quella pace il vigore

necessario: pontili di città

schierati rugiadosi, velari o filiera

disserrano il remoto marino delle aurore.

Lindo incamminati, brolo, fra reti

solatìe di cortili brulli, in collina:

essa pàna l’adusato, del sollievo

costola o color biondo-addormo, giungendo

i piedi in uno sparato piombar qui angelico

il vetere, dimesso, d’un circoscritto albino

perlustrare in infanzia sol dintorni vicini:

potersi verificare ancora tutto!

Augusto Blotto, incipit da “La vivente uniformità dell’animale” (con un saggio introduttivo di Stefano Agosti), Manni, 2003

Di Ruscio, forse un giorno

Forse un giorno mio figlio racconterà a mio nipote
che il nonno era comunista e questa frase
acquisterà un sapore assurdo
come se vi avessero detto che il mio bisnonno
era giacobino e regicida
comunque io non ho fatto che scrivere versi
ho messo carta davanti alla belva
e quando scrissi una lunga poesia per un parto
improvvisamente avvenuto in vicolo Borgia
una lunga poesia di cui rimane solo un verso
“i tuoi piedi che ancora non hanno toccato terra”
questo verso potrai adoperarlo
per una divinità ancora non incarnata
nonostante tutto incarnato come ero

Luigi Di Ruscio, “Forse un giorno (…)” da Poesie scelte, Marcos y Marcos, 2019

Luigi Di Ruscio (Fermo 1930-Oslo 2011)