Proust e Céleste, a un secolo dalla morte

«Vedrai, il signor Proust è un uomo gentilissimo. Bisogna star molto attenti, questo sì, a non dispiacergli, perché osserva tutto: ma una persona così squisita non l’incontrerai mai».  Così Odilon alla giovane moglie Céleste Albaret, destinata a condividere per nove anni la vita di Marcel Proust, vale a dire gli ultimi dello scrittore e quelli che, dopo Du côté de chez Swann, accompagnano la redazione dell’opera intera. Domestica, amica, confidente, Céleste ha finito con l’essere l’unica testimone del lavoro come delle abitudini di Proust.   In questi giorni lo ha ricordato la Bibliothèque Nationale de France per il centenario della morte dello scrittore avvenuta il 18 novembre 1922. Lo ha fatto di pari passo con le parole precise di Céleste grazie a un video registrato nel gennaio del 1962 dalla Televisione nazionale francese (oggi riproducibile sul sito dell’INA).

Céleste Albaret era entrata nella vita dello scrittore come governante tramite il marito, chauffeur di cui Marcel era un cliente. Ma la vicinanza e la fiducia che condividono sono tali che, nel 1921, in una dedica Proust la definisce ormai «amica di sempre», «che ha sopportato la croce dei suoi umori», e così prossima non solo da battere a macchina il testo di Albertine scomparsa ma anche per ascoltare le osservazioni destinate alla scrittura e infine da inventare, proprio lei, il nome di paperoles (nella f.to qui sotto) per le aggiunte di fogli e foglietti incollati sui quaderni l’uno sotto l’altro.

Il piacere e i giorni

Le parole di Céleste sono del resto anche le sole di carattere biografico che abbiano la freschezza della vita vissuta e l’esattezza del documento. Le raccolse Georges Belmont dopo  cinque mesi di conversazioni in un libro firmato dalla stessa Albaret, Monsieur Proust, uscito in originale nel 1973  in coedizione Laffont-Opera Mundi (da Rizzoli nel ’76 con la traduzione di Augusto Donaudy). Stanca di sentire spacciare per verità le illazioni e i pettegolezzi,  Céleste a ottantadue anni decise così di uscire dal proprio riserbo. E le sorprese per chi aveva fatto della vita di Proust un percorso a tesi, furono diverse. A iniziare dall’assiduità al lavoro.

Dall’uscita del primo volume della Recherche Proust non pensa ad altro. Non vuole per esempio allontanarsi da Parigi e dalla sua casa durante la guerra. Non è vero, dice Céleste, che volesse spostarsi a Nizza, a Venezia o a Cabourg. «Qualche volta gli è capitato di avere voglia o bisogno di vacanze, di desiderare di andare a rivedere di sfuggita qualche cosa, una città, un paesaggio, un quadro, una chiesa come a Cabourg, quando mi aveva parlato dell’alta marea alla punta della Bretagna; ma il discorso era sempre lo stesso: “Quando avrò finito il mio libro ci andremo, cara Céleste, e vedrà che meraviglia…”. Finire il suo libro: solo questo contava. E da quell’autunno del 1914, più che mai la sua esistenza si organizzò unicamente intorno a quell’idea.»

E’ tanto deciso a non disperedere inutilemente le forze che non solo non si offre più una vacanza, ma rende i suoi contatti del tutto eccezionali e, alla fine di quell’anno, disdice l’abbonamento al telefono. «Agli altri forse spiegava che lo aveva fatto perché era rovinato. Una scusa. Certo è che continuò a spendere a suo talento. In realtà non voleva essere disturbato se non quando lo desiderava.» Ripensandoci, Céleste, che proviene da un ambiente popolare dove si vive all’aria aperta e con Proust si trova in un apppartamento in Boulevard Houssmann, dice: «Quel che ancora oggi mi meraviglia è la facilità con cui mi piegai e adattai a quel genere di vita, al quale non ero assolutamente preparata. Tutta la mia infanzia era trascorsa nella libertà della campagna e nell’affetto di mia madre. Andavamo a letto con le galline e ci alzavamo coi galli, diciamo così. Ed ecco che ora mi mettevo con la massima naturalezza a vivere di notte, come lui, e come se non avessi mai fatto altro.»

Come carta da musica

I giorni scorrono uguali in Boulevard Houssmann. Céleste e l’autore della Recherche non sembrano accorgersene. Cosa fa la governante in una casa in cui vive, a parte lei, una sola persona? Semplicemente tutto quello che non è da ascrivere al libro del “signor Proust” o alle divagazioni del medesimo, qualche concerto, qualche rarissima visita. «Facevo tutto, e quando non era questo era quello, il caffè, le pulizie, andare a telefonare o comprare qualcosa di speciale o a portare una lettera, metter della biancheria al caldo, preparare o cambiare le borse d’acqua calda, riordinare tutti i giornali e i fogli che lui lasciava a mucchi sulle lenzuola – e bisognava proprio riordinare, se no tutto quello un giorno, avrebbe finito con l’uscire dal letto, tanto ce n’era -, accendere e alimentare il fuoco del caminetto nella sua camera, preparare l’acqua per il pediluvio – ma tutto questo come cantando in una specie d’allegrezza, come un uccello che voli da un ramo a un altro. Certe volte ero stanca morta, ma non lo sentivo o non ci pensavo più di quanto pensassi ad andare a messa, perché non mi annoiavo mai, nemmeno per un attimo. Da una parte era una vita regolata come la carta da musica e dall’altra c’era sempre l’imprevisto, il fascino d’un gesto, d’una conversazione, il piacere che lui provava per aver lavorato bene o perché qualche cosa era stata ben fatta.» Tant’è che quando il marito, Odilon torna dalla guerra le dice: «Ma guarda, non avrei mai immaginato di ritrovarti qua…»

L’agenda quotidiana Céleste l’aveva in parte ereditata dal predecessore, Nicolas. In particolare c’era un rituale domestico che preludeva alla notte del Signor Proust: portare via il vassoio d’argento dal tavolo accanto al letto, metterne al suo posto uno di lacca con una tazza di infuso di tiglio e a fianco una bottiglia d’acqua d’Evian, la tazzina e la zuccheriera. Questo nel caso il signore avesse voglia di fare un infuso con il bollitore elettrico…Che in otto anni non accadrà mai. Viceversa lo scrittore faceva danni col bollitore sbagliandosi a premere una delle tre pere “elettriche”  che accendevano il bollitore, suonavano nella camera di Céleste o accendevano una lampada. Le chiamate in camera della governante erano sempre condite da un forse… «Forse domani le chiederò di portarmi un caffè un poco prima», «domani, forse, la pregherò di telefonare a questa persona». Un giorno, scoperto che Céleste, nei momenti vuoti si dedica a cucire merletti, sbotta: «Ma, Céleste, bisogna leggere!» E così le consiglia I tre moschettieri. Un divertimento inatteso, tant’è che ne parlano diverse volte, poi tocca a Balzac. «Ma io – dice Céleste a Georges Belmont – ragazzina com’ero, preferivo cucire.» Poche letture dunque, eppure della Recherche, l’ex ragazzina dirà: «Oggi ho capito che tutta le ricerca del signor Proust, tutto il suo grande sacrificio alla sua opera è stato quello di mettersi fuori del tempo per ritrovarlo. Quando non c’è più tempo, è il silenzio, Gli occorreva quel silenzio per usire solo le voci che voleva udire, quelle che sono nei suoi libri.»

La camera

Nelle sue memorie Céleste Albaret si diffonde anche sulla topografia dell’appartamento. Sulla camera dello scrittore in particolare che lei descrive come il «suo teatro». La camera, dunque: era molto grande e molto alta, con un soffitto di quattro metri, due doppie finestre, grandi anche quelle, ermeticamente chiuse quando c’era lui, come le persiane e le tende di raso blu foderate di mollettone. E poi grossi pannelli di sughero rivestivano le pareti e il soffitto. «Quando si entrava, quel che prima colpiva, a parte il sughero, era il blu. Il blu delle tende, precisamente. Lo si ritrovava perfino in un grande lampadario appeso al soffitto (…) sul caminetto di marmo bianco lavorato c’erano anche due lumi col globo blu, con in mezzo una pendola di bronzo dello stesso stile.» Tra le due finestre del salotto invece  c’era un armadio a specchio di palissandro, davanti all’armadio un pianoforte a coda appartenuto alla madre che raramente Proust suonava. E i libri? Proust li teneva ovunque, impilati sui tavolini nella sua camera, su un tavolo-scrivania e in due biblioteche girevoli zeppe di volumi. Sul comò invece si trovavano trentadue quaderni con la copertina di finta pelle e aprendoli si sarebbe potuta leggere la prima redazione dell’opera.

La camera di Proust (Foto BNF)

Gide il falso monaco, e il Goncourt

André Gide, come molti scrittori accecati da se stessi, non riconobbe né il talento, né la novità di  Du côté de chez Swann e rifiutò la pubbicazione per Gallimard. Proust quindi pagò di tasca sua l’edizione. Ma per Céleste Albaret Gide fu il solo responsabile di quella bocciatura. Nelle sue memorie lo definisce un personaggio falso che, comunque, non piaceva neppure a Proust. «Non aveva per Gide né affetto né stima. Non che gliene volesse per il rifiuto del manoscritto di “Swann”. Ripeto: era troppo generoso, nobile e tollerante verso gli umani. Di Gide non approvava né lo spirito dell’uomo né quello dell’opera, quantunque avesse una certa ammirazione per lo stile e il talento dello scrittore. Delle Caves du Vatican , per esempio, diceva: “Non è male”.» E una volta precisò: «Adesso vorrebbe trascinarmi nel suo clan. Ma siccome non vede che la propria idea m’intende a sproposito. Eppure non sono L’immoraliste.» Nel 1916 quando alcuni editori ormai si affacciano interessati ad ulteriori pubblicazioni, Proust decide di risolvere la questione tanto più che Gide si è ricreduto e glielo ha fatto sapere con un biglietto: «Da qualche giorno – gli scrive –  non lascio più il suo libro; me ne soprassaturo con grande piacere». Incarica quindi Céleste di portare una lettera a casa sua. Mentre la domestica aspetta la risposta, osserva lo scrittore: «Era avvolto in un saio di bigello di dove uscivano le mani. Nell’aspetto come nel volto e nello sguardo, c’era qualcosa di indefinibile che non mi piaceva: qualcosa di non vero, una falsa sincerità, o meglio una specie di sincerità obbligatoria. Gentilissimo peraltro.» Gide  scrive intanto a Proust che verrà a trovarlo il giorno stesso e infatti, Céleste è appena arrivata a casa quando si affaccia anche il visitatore. Poi Proust interroga la donna e visto che continua a dire che qualcosa non la convince, insiste. E Céleste: «Ora che l’ho visto non mi sorprende che abbia dato quella risposta per il suo manoscritto senz’averlo letto. E’ proprio da lui. Sentivo che si divertiva a mettermi in imbarazzo con lo sguardo. Mi venne tutt’a un tratto, dissi: “Il fatto è che ha l’aria di un falso monaco, signore. Sa quei monaci che ti guardano con un’aria tanto più religiosa in quanto devono nascondere la loro insincerità”. Scoppiò a ridere che la non finiva più.»

Nel 1919 il vento è cambiato. A dicembre À l’ombre des jeunes filles en fleurs ottiene il premio Goncourt, il primo dopo la guerra. Di fatto Proust è in concorso solo contro un altro concorrente, Roland Dorgèles per  Les croix de bois. «E’ stato detto – commenta ancora Céleste – che il premio l’ottenne brigando e grazie all’amicizia di Léon Daudet, il quale faceva parte della giuria. Lui, personalmente, non brigò: furono i suoi amici a pensare a lui per il premio Goncourt, e lui li lascò fare; tutto quel che fece fu di rispondere affermativamente, e dichiarandosi molto onorato, a una lettera dello scrittore J.H. Rosny Ainé che gli chiedeva se avrebbe accettato il premio qualora gliel’avessero dato». E’ certo che Daudet si sia dato da fare (come del resto avviene con le amicizie in ogni premio, di ieri e di oggi), ma lo stesso Rosny Ainé non nascose la sua preferenza. In quanto vincitore Proust riuscì ad avere una sorta di relazione delle chiacchiere della giuria. La battaglia per premiare Dorgèles a quanto pare si era accanita sull’età. Proust aveva 48 anni, Dorgèles non solo era giovane ma il testamento Goncourt  indicava che il riconoscimento doveva andare a un “giovane scrittore”. Un anticipo, verrebbe da aggiungere oggi, delle scaramucce sull’età e sulla produttività in fieri per l’industria editoriale. Leon Daudet ebbe però a quel punto la via spianata. Disse che il testamento essi non lo conoscevano perché questo parlava non di un giovane ma di un «giovane talento», sfoderando con ciò il documento seduta stante. Il romanzo di Proust prevalse con sei voti contro tre per Les croix de bois. 

Per quel che riguarda i clamori del successo, Marcel Proust fu chiaro con Céleste: «Mia cara Céleste, adesso che ho rimandato il signor Gallimard alle sue faccende mi rimane da dirle questo…Probabilmente suoneranno ancora molto alla nostra porta, perché finiranno pur col pescarmi. Non voglio ricevere nessuno. Soprattutto non i giornalisti, né i fotografi…Sono pericolosi e vogliono sempre saper troppo. Metta tutti alla porta.» Consegna rispettata.

Marco Conti

 

 


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Letture in casa Einaudi: i promossi e i bocciati

Come pensa e come giudica il consulente di una grande e prestigiosa casa editrice? Centolettori. I pareri di lettura dei consulenti Einaudi 1941-1991 risponde, almeno sotto il profilo storico a questa domanda. Cinquant’anni di opere, di valutazioni, ma soprattutto di impliciti confronti tra lettori ormai parte della storia letteraria e culturale italiana e autori ugualmente antologizzati.

Se si dovesse trovare un vistoso limite a questa antologia di schede di valutazione, questo sta semmai all’opposto: ovvero esordienti e sconosciuti  in queste schede editoriali pubblicate non ce ne sono,  benché frugando nel catalogo storico i nomi compaiano numerosi. Ma quello che è stato  l’editore più aperto e progressista  dal dopoguerra agli anni Ottanta (il presente è altra cosa),  mostra in questa rassegna di giudizi un setaccio a maglie strettissime. Così strette che qualche volta, benché raramente, perde opere destinate a contrassegnare i tempi: nella saggistica come della narrativa. E’ il caso, per esempio, della bocciatura di fatto di Hermann Broch nonostante il parere di Cesare Pavese che, nel 1947, compila la sua scheda su La morte di Virgilio, intuendo quasi con esattezza il futuro del libro.  Parlando di sé in terza persona, scrive: «Pavese è convinto che ci voglia il parere di un buon germanista e sospetta che Broch potrebbe diventare uno di quei nomi indispensabili come appunto Joyce o Th. Mann o Proust.» Ci azzeccò pur allargandosi un poco. Ma La morte di Virgilio venne pubblicato solo nel 1962 da Feltrinelli.

Mastronardi, Bianciardi, Propp

Viceversa Gianfranco Contini legge Mastronardi e si fa prendere dall’interesse filologico  personale che vorrebbe ritrovare l’effervescenza linguistica e l’invenzione dell’autore del Calzolaio di Vigevano. Il critico alla fine boccia il romanzo pur con qualche perplessità. «Debbo confessarti – scrive – di non averci ritrovato la vivacità di invenzione poetica, più o meno espressa in forma vernacolare, che m’aveva interessato, anzi rapito, nel pezzo del “Menabò”. Anche questo è libro decorosissimo; ma appunto, forse il mastronardismo ci s’è sistemato in letteratura. L’autore riecheggia se stesso»…Con tutto questo il libro uscì nei “Coralli” nel 1962, cioè un anno dopo il parere del filologo.

Qualche volta la mancanza di tempestività editoriale è invece letale. Succede per La vita agra di Luciano Bianciardi. Guido Davico Bonino si pronuncia con entusiasmo per la pubblicazione ma il romanzo comparirà da Rizzoli in quello stesso anno.

Le schede dei lettori  dovevano corrispondere a precise caratteristiche ricordate da Ernesto Franco nella prefazione: la tempestività del rapporto, la brevità (circa una cartella), qualità in qualche caso giustamente snobbata, la delimitazione dei punti cardinali del libro, e infine quegli elementi di utilità come la possibile ricezione del testo da parte dei lettori, la sintesi dell’opera e infine il giudizio di valore. Un lavoro dopotutto non di poco conto che ogni esperto disciplinare svolge in modo diverso. Quando Clara Coïsson scrive del saggio di Vladimir Propp che oggi conosciamo col titolo Le radici storiche dei racconti di fate ( il titolo esatto sarebbe “Le radici storiche del racconto magico”) fornisce alla redazione Einaudi non una scheda ma una dettagliata perlustrazione utile a comprendere la novità critica dell’approccio.  La lettrice mette le mani avanti, dice di non essere in grado di dare un giudizio sull’opportunità di tradurre il testo in italiano, ma espone la materia con una tale chiarezza che non sarà difficile per l’esperto fornire un parere. Intanto il libro «è pieno di cose interessanti che dovrebbero attrarre non solo chi si occupa di folk-lore»…E infine riassume e illustra il punto di vista di Propp, la tesi per cui ogni racconto  attinge al mito, al rito iniziatico o all’immaginario della morte. Tant’è che Pavese, ricevendo il parere, scriverà della lettrice: «Farle un monumento»!

Cantimori boccia la scuola delle Annales

Di monumenti invece non si dovrebbe parlare per le schede di lettura di uno storico italiano di vaglia ma, col senno di poi, un po’ imbarazzante a leggersi. Delio Cantimori boccia la ricerca storica di Fernand Braudel, ovvero il celeberrimo Il Mediterraneo e il mondo mediterraneo nell’epoca di Filippo II . Lo fa con un piglio moraleggiante che sorprende: «Le ragioni (della bocciatura ndr) sono le seguenti: non ritengo utile, anzi dannoso, diffondere, per mezzo di una traduzione di un’opera così ben scritta, brillante, affascinante anche per la sua facilità ed evasività, e superficialità di riflessione e di concetti – il metodo, o il sistema, o il regime, o l’arte retorica, chiamateli come credete, del gruppo di L. Febvre, Morazé, Braudel,  ecc. ecc». Quel che non concepisce Cantimori sembra essere un’idea di storiografia che sposti l’attenzione dal singolo fenomeno storico alla durata e, dall’idealità e dall’istituzione, alla civiltà e alla cultura materiale. I nomi sopracitati da Cantimori  (a cui si dovrà aggiungere almeno Marc Bloch e Le Roy Ladurie), sono quelli degli studiosi che cambiarono, ampliandola, la storiografia del Novecento con la scuola delle Annales portando all’attenzione  il mondo sociale e la sua stratificazione.

 

Per fortuna Einaudi non ascoltò la lezione di Cantimori e il libro uscì nel 1953 nella Biblioteca di cultura storica. Lo stesso accade con l’opera di Dilthey, Critica della ragione storica al cui parere contrario si oppose Norborto Bobbio e con i Minima Moralia di Adorno, editato poi nei “Saggi”, nel 1955, con alcuni tagli di carattere ideologico che videro la luce altrove ma solo nel clima della contestazione, vale a dire nel 1976 col titolo posticcio ed esatto di Minima immoralia (L’erba Voglio Editore) .

L’entusiasmo di Lucentini

In prospettiva appaiono invece sempre azzeccate le scelte di Franco Lucentini, assunto nel 1954 come agente editoriale in Francia e lettore, contemporaneamente, di libri stranieri per le edizioni francesi Plon. E’ Lucentini a consigliare la traduzione di Le Voyeur e Les Gommes di Alain Robbe-Grillet. «Si tratta – commenta – di due libri eccezionali, che a mio avviso andrebbero pubblicati senz’altro (in vista non tanto delle loro possibilità commerciali immediate, quanto della data che segnano nella storia della narrativa (…) per non trovarvi poi ad esservi lasciati sfuggire per distrazione o per lentezza un autore della portata d’un Proust, d’un Kafka o d’un Moravia.» Lucentini coglieva la prospettiva più ampia. Nel sonnecchiante mondo editoriale italiano,  Le gomme uscì effettivamente poco dopo, nel 1956, mentre Il voyeur (edito in originale nel 1955) sarà pubblicato sempre da Einaudi solo nel 1962. Carlo Fruttero invece respinge in quegli stessi anni Flannery O’Connor e La Saggezza del sangue con grande severità:  i primi capitoli scrive a ElioVittorini sono promettenti «ma poi mi pare che incominci a barare, e tutta la storia prende un’aria di voluto e appiccicato. Alla fine ho sentito odor di Greenwich Village.» Il libro uscirà nelle edizioni Garzanti solo nel 1985.

Italo Calvino: La Duras è grande; impubblicabile Klossowski

Tra i lettori più prestigiosi compare Italo Calvino. Nel 1950 lo scrittore è affascinato da Marguerite Duras: «Caro Elio – scrive a Vittorini – da tempo non mi capitava di leggere un libro bello come il Barrage contre le Pacifique. L’ho letto da pochi giorni e non parlo d’altro: ma siccome non so che emettere esclamazioni di entusiasmo nessuno mi crede. Ora l’ho mandato a Natalia che è in montagna.» L’anno dopo Una diga sul Pacifico sarà stampato nella collana “I gettoni”. All’autore della trilogia I nostri antenati è invece indigesto l’erotismo cervellotico di Pierre Klossowski. Roberta Stasera e L’editto di Nantes, saranno infatti pubblicati da SucarCo, quasi trent’anni dopo la loro edizione originale in francese.  Calvino fulmina così l’autore francese in lettura: «Scrittore di detestabile impostazione ideologica e letteraria, è scrittore da non potersi né doversi pubblicare. Però devo confessare che antipatico non è, e che in tutte queste porcherie, non perde mai un suo sense of humor, cosa che difetta di solito ai mistici dell’erotismo.» Invece nonostante la raccomandazione che Roberto Bazlen  fa a Calvino di Vidiadhar Surajprasad Naipaul per A House for Mr Biswas, del 1961, la casa editrice alla fine non lo accetterà e Una casa per il signor Biswas uscirà tre anni più tardi con Mondadori.

Delitto, castigo e pentimento: il caso di Roland Barthes

Complessivamente la selezione è orientata ai titoli importanti accolti da Einaudi e dunque i pochi dinieghi spiccano, come quello  per le Mythologies di Roland Barthes nella scheda firmata da Sergio Solmi. Per il critico e poeta italiano, Barthes «risente troppo» «del crescente provincialismo della cultura francese e dell’ideologismo delle nuove generazioni». Mitologie, (“Miti d’oggi” sarà poi il titolo italiano di Einaudi) che  raccoglie sotto temi diversi la funzione ideologica  della vita quotidiana, dalla pubblicità per la Nuova Citroen al Tour de France, secondo Solmi era «provinciale» in quanto francese,  essendo la Francia, specifica un inciso della scheda, tutt’altro che rappresentativa del mondo. Il commento di Solmi avveniva a ridosso dell’edizione francese del 1957. Il libro di Barthes venne poi stampato da Lerici nel 1962 e infine acquistato proprio da Einaudi 12 anni dopo la traduzione, quando ormai il nome del critico era affermato, nel 1974. Da quel momento è continuamente ristampato in ogni parte d’Occidente. Il provincialismo  non riguardava evidentemente la visione di Barthes.

Marco Conti

 

 
 


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Storie, storia e fiabe nell’Europa dei vagabondi

In una fiaba francese, I due viaggiatori, compaiono due soldati ormai in congedo che tirano ai dadi per stabilire chi dei due deve farsi cavare gli occhi. Il più fortunato farà l’accompagnatore del cieco ed entrambi potranno così mendicare con successo. Si direbbe un prezzo molto alto per un mestiere così povero. Ma in realtà il vagabondaggio e la mendicità sono una costante del mondo medievale e fin oltre le soglie del Settecento. Una delle storie più popolari dell’Italia settentrionale, Giovannino senza paura,  ha numerose varianti ma in ogni caso racconta la storia di un ragazzo avventuroso che si mette in strada e va  incontro alla fortuna: «girava per il mondo» dice la narrazione di Italo Calvino. Nella stessa raccolta, Fiabe italiane, troviamo ad Avellino Cricche crocche e Manico d’Uncino, dove si parla di ladri, truffatori, giramondo, che scommettono tra loro per vedere chi è più scaltro. Nel Monferrato i nomi di Cric e Croc venivano evocati in epoca moderna per raccontare storie di truffaldini.  In Spagna tra Cinquecento e Seicento si sviluppa la figura del pìcaro, ovvero il vagabondo di cui un primo esempio è Lazarillo de Tormes (1554). L’anonimo autore racconta di un povero orfano in cerca di fortuna: virtuoso ma costretto a rubare e ad ingannare per sfamarsi. La ricerca di cibo è motivo comune in moltissime fiabe europee. Per esempio la si trova spesso nei Racconti di Mamma l’Oca di Perrault indagati dallo storico Robert Darnton benché l’autore-raccoglitore delle storie sia un cortigiano e un intellettuale. Di pari passo gli stessi motivi fiabeschi si rintracciano con un carattere spesso più cupo e visionario nella raccolta dei fratelli Grimm  e diverse filastrocche popolari diffuse in Inghilterra, risalenti nella versione scritta al Settecento, mostrano come i bambini protagonisti siano affamati e parlano talvolta di mendicanti che minacciosi, nottetempo, attraversano le campagne e si avvicinano alle case.

Mendicanti, pellegrini, girovaghi

La storia istituzionale non ne parla o ne parla di sfuggita, ma la scuola delle Annales e la storia della cultura, dagli anni Cinquanta del Novecento in poi, hanno aperto le porte ad un mondo, quello rurale, che prima si poteva solo intravedere nella letteratura di finzione o nella tradizione popolare: fiabe, leggende, narrazioni realistiche come quella  dall’anonimo autore del Novellino, del Decameron di Boccaccio o del Trecentonovelle di Franco Sacchetti. Un salto indietro e ci si trova a cospetto di questi personaggi nelle numerose versioni del Romanzo arturiano, della Legenda aurea  attraverso le vicende di strada dei pellegrini, oppure, a ritroso nel passato, con le vite dei monaci benedettini nella Cronaca di Novalesa risalente all’XI secolo.

Questo eterogeneo spazio narrativo che dal basso medioevo scavalca i secoli e si protrae fino a ridosso dell’epoca moderna e del Settecento, può essere letto attraverso una opposizione: il mondo immobile del villaggio e della vita contadina e il mondo dei vagabondi, degli indigenti senza tetto, degli avventurieri, di truffatori e ladri, di predicatori e giullari e infine di zingari, artigiani girovaghi e mercanti. Storia della cultura ed etnologia hanno cercato talvolta di raccontare come questi due mondi comunicavano ed entravano in conflitto. La tradizione orale fornisce infatti alla letteratura e agli etnologi numerose testimonianze per addentrarsi nei secoli più lontani mostrando attraverso le fiabe il punto di vista dell’uomo comune nel medioevo. Certo la locuzione “uomo comune” è una approssimazione. Ma proprio il linguaggio è una spia delle idee che furono condivise. La letteratura e l’oralità hanno entrambe libertà di invenzione, ma la lingua, i personaggi e i motivi ricorrenti delle fiabe, dicono qualcosa di specifico e spesso di univoco sul passato.

“Il vagabondo ovvero sferza dei bianti”

Il vagabondaggio in questi contesti narrativi appare spesso come una scelta, ma nella realtà risulta essere piuttosto una necessità per chi non ha terra sufficiente da coltivare, per chi l’ha avuta e persa in seguito a un frazionamento oppure a una eredità divisa tra molti o, ancora, in seguito ad un’annata povera di raccolti e oberata di tasse e decime.

Il vagabondo si trova spesso a dover fingere per garantirsi la quotidianità. Le occasioni sono molte. La schiera di girovaghi è così ampia che si è prestata a una casistica dettagliata già nel Seicento. Rafaele Frianoro, a Viterbo, nel 1621, stampa Il vagabondo overo sferza dei Bianti, il cui sottotitolo illustra con eloquenza l’argomento: “Opera nuova nella quale si scoprono le fraudi, malitie, et inganni di coloro che vanno girando il Mondo alle spese altrui”. Un libro di successo tanto che nel 1828, a Pisa, se ne stampa ancora una edizione. Il saggio enumera le qualità di questa popolazione eterogenea secondo il tipo di truffa o il modo di avvicinarsi al borgo o al villaggio, alla chiesa o alla piazza. Frianoro avalla nel presentarli un altro racconto leggendario: i vagabondi erano in origine sacerdoti della dea Cerere scacciati da Roma e per questo chiamati “cerretani”. L’autore passa poi a enumerare le varie specie di girovaghi: ne conta 34 attribuendo ad ogni nome le qualità. I Bianti, o pitocchi, cercano vitto e denaro falsificando «bolle de’ Pontefici o de’ prelati, o di luoghi pii», promettendo indulgenze e di assolvere le colpe. Subito dopo vengono i Felsi che ugualmente si fingono pii con lo scopo di aggirare i malcapitati o di sapere che nelle case esistono tesori nascosti che solo loro possono trovare. Ci sono poi gli Affratti o falsi frati, mentre i falsi pellegrini che dicono di voler andare a Santiago di Compostela, a Loreto o a Gerusalemme si chiamano Bordoni (per il bastone che portano); seguono quelli che fingono piaghe purulente (Accapponi), la pazzia (Ascioni), il mal caduco (Accadenti), quelli che vendono perle false (Cagnabaldi), coloro che cercano solo pane e acqua dando d’intendere di disprezzare le il vino (Apezzenti) e c’è persino chi cerca farina per fare ostie (Affarinati), in realtà per mangiare qualcosa. E la lista ancora prosegue.

Un interrogatorio

«Io mi chiamo Pompeo, sono nato in Trevi di Spoleto, posso avere da sedici anni in su circa, non ho arte alcuna, sono stato preso da vostri esecutori in S. Jacomo delli Spagnoli perché accattavo la limosina per la chiesa, mentre si dicevano le messe». Così risponde un accattone imprigionato a Roma nel 1595 e interrogato nel carcere di Ponte Sisto con tanto di notaio. Subito dopo Pompeo è richiesto di dire se conosca degli altri mendicanti della città. «Signore – risponde il ragazzo – fra noi poveri mendicanti ci sono diverse compagnie in segreto (…). La prima si chiama Compagnia delli Grancetti, che sono quelli che mentre accattano l’elemosine nelle chiese fra la moltitudine di persone, se possono tagliano borse e saccocce». Pompeo racconta poi degli Sbasiti che fingono di essere morenti e si accucciano in terra, mentre i Baroni sono invece sani e pigri e vanno chiedendo solo elemosine. L’elenco non coincide con quello di Frianoro, ma le “qualifiche” sono simili e avvalorate da un secondo interrogatorio, con cui un nuovo arrestato completa a suo modo la lista di Pompeo elencando altri 17 gruppi tra cui, quello mondano – per così dire – degli  Spillatori, cioè coloro che barano giocando a dadi o a carte, come mostra la pittura di Caravaggio e come raccontano in più di un’occasione i novellieri italiani e il “Lazarillo” spagnolo.

Il medioevo e l’avventura

Jacques Le Goff  in La civilizzazione dell’Occidente medioevale parla dell’estrema «mobilità degli uomini del medioevo» definendola sconcertante. L’insicurezza appare diffusa in ogni momento della vita, tanto da poter essere discutibile persino il senso della realtà, ovvero l’apparire delle cose e della natura. Piero Camporesi, nel celebre saggio che accompagna la riedizione di alcuni testi storici sull’argomento, Il libro dei vagabondi (1973) cita a proposito le rime di Fazio degli Uberti: «Folle è qual crede, in questo mondo, loco/ dove si possan tener fermi i piedi,/ che tutto è buffa e truffa e falso gioco.» Non a caso la fiaba celebra l’astuzia della volpe e del gatto, spaventa attraverso il lupo famelico nel travestimento di Cappuccetto Rosso e risolve con la magia e la stregoneria il bene e il male. Così è in decine di motivi fiabeschi come ne L’anello magico, una storia del Trentino dove il girovago ha la fortuna di capitare su di un potere magico dopo aver fatto una buona azione, e sul versante opposto, in centinaia di narrazioni che raccontano inganni, incubi e combattimenti con la strega, ora bellissima, ora tenebrosa e orribile. All’inganno delle apparenze che insidia perfino i pellegrini sulla via di Santiago di Compostela con demoni che prendono il posto di San Giacomo, fanno riscontro nel mondo reale le prosaiche e variegate finzioni dei bianti dove il travestimento immaginato dalla fiaba si concretizza con pochi gesti e molte parole. La Commedia dell’arte ne fisserà alcuni tratti comici con i panni di Arlecchino.  

Il costo della fame e del vagabondaggio

In una dettagliata ricerca pubblicata su Annales nel 1970, lo storico francese Richard Gascon si occupa della crescita urbana e dell’immigrazione nella Lione del XVI secolo. Secondo i documenti reperiti il costo del pane per la giornata di una famiglia di quattro persone, alla metà della retribuzione quotidiana di un salariato. I poveri, nei villaggi che lavoravano la terra, e i salariati giornalieri erano insomma esposti al rischio di scendere ancora nella scala sociale. Lo dimostrano indirettamente le leggi e le sanzioni contro l’accattonaggio, la cui crescita in ogni paese, coincide con la diffusione della peste nera. Tra il 1349 e il 1351 i re di Francia, Castiglia, Portogallo e Inghilterra, cominciano a legiferare nel merito. Viceversa le prime politiche assistenziali europee iniziano due secoli dopo con misure tese a far gestire alle autorità municipali il problema della povertà e dei vagabondi. Severe misure contro il vagabondaggio appaiono a  Parigi nel 1545, a Venezia nel 1540, a Grenoble nel 1545, a Strasburgo nel 1522, nei Paesi Bassi nel 1531. Ma i provvedimenti sono poco più che patrie galere: si redigono gli elenchi degli indigenti stranieri e dei vagabondi, si obbligano quindi al lavoro, sotto custodia, i mendicanti sani, si escludono dalla amministrazione della Chiesa le opere pie, gli ospedali della carità. Le sanzioni qualche volta colpiscono non solo gli accattoni, ma anche chi li aiuta. Nell’Europa del cristianesimo, è difficile immaginare una politica più ipocrita e controproducente. Nel Seicento nascono nelle grandi città europee le Case per il Lavoro, gli Ospizi, gli Ospedali di Carità.

Il caso piemontese

 Carlo Emanuele II nel 1650  fonda a Torino l’Ospizio di Carità per accogliere circa seicento persone tra mendicanti, malati e ragazzi di qualsiasi età e sesso. La struttura garantisce il cibo e obbliga al lavoro se le condizioni di salute lo permettono. Chi cerca di scappare o non si presenta all’appello viene frustrato o incarcerato. Solo trent’anni più tardi l’Ospizio pensa di rivolgersi ai torinesi residenti e in stato di povertà portando a casa loro il cibo. Il ricovero stabile era invece richiesto ai vecchi non sposati o vedovi, ai ragazzi dai 7 ai 14 anni e agli invalidi. Dopo l’ingresso tuttavia gli indigenti sani dovevano lavorare. Tra il 1651 e il 1700 sono diciannove gli editti piemontesi contro i vagabondi e chi li aiuta. Torino contava in quel periodo 43.000 abitanti e i poveri erano circa 8000. La politica sabauda fu quantomeno infruttuosa. Disoccupazione, aumenti dei prezzi dei cereali, portarono a ridurre l’ospitalità coatta dei vagabondi, ad annullare i servizi di sostentamento a domicilio. Nel 1740 mentre l’Ospizio registrava un enorme passivo i mendicanti aumentavano e i vagabondi arrestati erano il doppio di quelli di un anno prima.

Medioevo e modernità

Ciò che accade tra il Cinquecento e il Settecento, ovvero il tentativo di reprimere l’accattonaggio e i vagabondi, anziché segnalare un maggiore sensibilità per le esigenze collettive, sembra indicare la semplice volontà di nascondere la complessità dello Stato moderno e seppellire il principio di realtà. Reprimere e punire si potrebbe dire con Michel Foucault. Forse, e paradossalmente è la tradizione e la letteratura a fornirci, senza statistiche e documenti, una percezione più vicina al vero soprattutto se si pensa a quel doppio status della popolazione rurale, ora contadina, ora artigiana ma sempre in predicato di diventare massa errante, indigente, biante e cerretano. Le rime di Fazio degli Uberti, citate da Camporesi, dicono che il vivere è gioco d’azzardo e la finzione norma, come celebra lo stesso rituale carnevalesco e il mondo delle fiabe, con i suoi traslati, le allegorie, ma anche come scorta immaginifica di tutte le iniziazioni. Cosi recitano alcune rime carnascialesche del Cinquecento:

Pellegrin, donne in questo abito strano

sìan, che gabbando il vulgo e ‘l mondo andìamo.

In ogni loco, ogni clima, ogni parte

è ‘l viver nostro archimia, astuzia e arte.

Marco Conti

Bibliografia

Il Novellino, Rizzoli, 1992

Trattato dei bianti, over pitocchi, e vagabondi, col modo d’impare la lingua furbesca, Italia, 1823

F. Braudel, Civilisation matérielle, économie et capitalisme (XV-XVIII siècles), A. Colin, 1979

P. Burke, Scene di vita quotidiana nell’Italia moderna, Laterza, 1988

I. Calvino, Fiabe italiane, Einaudi, 1956

P. Camporesi (a cura di), Il libro dei vagabondi, Einaudi, 1973

Evelina Christillin, Poveri, vagabondi e mendicanti, in Prometeo n. 58, Mondadori, 1997

R. Darnton, I contadini raccontano fiabe in “Il grande massacro dei gatti e altri episodi della storia culturale francese”, Adelphi, 1988

P. Delarue e M.L. Ténèze, Le conte populaire français, Maisoneuve & Larose, 1976-1985

Fazio degli Uberti, Il Dittamondo e le rime (a cura di G. Corsi). Laterza, 1952

R. Frianoro, Il vagabondo ovvero Sfera de’ bianti e vagabondi in P. Camporesi, Il Libro dei vagabondi, cit.

B. Geremek, La reclusione dei poveri in Italia (secoli XIV-XVII), in Mélanges en l’honneur di Fernand Braudel, Privat, 1972

J. Le Goff, La civilisation de l’Occident médiéval, Arthaud, 1964

C. Perrault, I racconti di Mamma l’Oca, Einaudi, 1957

F. Sacchetti, Trecentonovelle, Einaudi, 1970

C. S. Singleton (a cura di),  Canti carnascialeschi del Rinascimento, Laterza, 1936

Némirowsky, Scrivere fa passare il tempo

Irène Némirowsky. Da “La vita di Irène Némirowsky” di Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt

«Irène trasferita oggi improvvisamente destinazione Pithiviers (Loiret).» Con queste parole Michel Epstein comunica a André Sabatier, redattore della casa editrice Albin Michel, che la moglie, Irène Némirovsky, è stata arrestata il 13 luglio 1942. Il marito della scrittrice chiede di intervenire a chiunque gli venga in mente fra le personalità di spicco con cui gli Epstein erano in rapporto prima della guerra. Passa giorni frenetici a scrivere telegrammi e lettere senza riuscire ad avere notizie sulla sorte della moglie ebrea apolide, come definita per motivarne l’arresto.

La fama

Irène Némirovsky è una scrittrice molto nota sia in Francia sia in altri paesi dalla pubblicazione di David Golder, nel 1929. Questo romanzo richiama l’attenzione del pubblico perché l’editore, dopo aver letto il manoscritto, cerca di rintracciare l’anonimo autore tramite un annuncio sul giornale. Némirovsky, infatti, aveva lasciato come recapito una cassetta di fermoposta ma, occupata dalla gravidanza, non ne aveva potuto controllare il contenuto. Quando si presenta all’editore Grasset risponde a molte domande per convincerlo di essere l’autrice di quell’opera che lo aveva tanto affascinato. Da cosa nascono i dubbi di Grasset? Probabilmente dal fatto che non si aspetta che a scrivere un libro finito e maturo sia la piccola ed esile brunetta che si trova dinanzi. Nelle interviste degli anni successivi alla pubblicazione emerge dalle descrizioni della giovane scrittrice il contrasto fra la ragazza che sembra una liceale e la sua scrittura che, spesso, duramente tratteggia personaggi meschini. Il romanzo due anni dopo la pubblicazione ha un adattamento cinematografico e ciò rende Irène Némirovsky molto famosa.

Gli ultimi libri

La fama, però, non la mette al sicuro dai rastrellamenti, nonostante le aspettative del mondo culturale che la circonda. Tra il 1940 e il 1942 continua a pubblicare le sue opere e i suoi racconti ricorrendo a pseudonimi, Pierre Nérey e Charles Blancat, e facendosi pagare con versamenti a favore della donna cattolica e ariana alla quale verrà alla fine ceduta la patria potestà delle figlie. Quindi tra la nascita del governo di Vichy e la data della deportazione Némirovsky continua a scrivere e a essere pubblicata, anche se le leggi antisemite non lo consentono. La figlia Denise racconta in Sopravvivere e vivere che la madre «scriveva in modo febbrile», come se si rendesse conto di non avere più tempo. In quell’ultimo soggiorno a Issy-l’Évêque, lontana dalla sua vita parigina, Irène scrive racconti e Suite francese, l’ultimo romanzo incompiuto e inedito fino agli anni Duemila, consapevole che le sue opere si pubblicheranno postume come dichiara a André Sabatier un paio di giorni prima dell’arresto («Saranno opere postume, temo, ma scrivere fa passare il tempo», 11 luglio 1942).

In cerchio tenendosi la mano

Il 13 luglio 1942, quindi, i gendarmi si presentano a casa Epstein per arrestare Irène, le ordinano di preparare una valigia mentre le bambine vengono mandate al piano di sopra e non possono ascoltare nulla. Al momento di partire, secondo l’usanza russa, si tengono tutti per mano in silenzio e, come ricorda Denise, non versano lacrime. Da quel momento il marito invia lettere e telegrammi a editori, intellettuali, ambasciatori, funzionari della Croce Rossa, cerca di dimostrare che la moglie è un’importante scrittrice, antibolscevica, convertita al cattolicesimo e malata di asma cronica e che «l’internamento in un campo di concentramento significherebbe per lei la morte» (Michel Epstein all’ambasciatore di Germania Otto Abetz, 27 luglio 1942). Le sue lettere, alcune pubblicate in appendice a Suite francese, non ottengono i riscontri sperati e a settembre, scrivendo ad André Sabatier, propone uno scambio perché lui sarebbe più utile al posto di Irène o in alternativa chiede di essere portato vicino a lei. Non sa che un certificato di Auschwitz indica come data di morte di Irène Némirovsky il 19 agosto 1942, alle ore 15 e 20. Michel non sa nemmeno che la moglie è ad Auschwitz mentre continua a scrivere alla ricerca di notizie e, quando viene arrestato a sua volta insieme alle bambine, in ottobre, pare quasi sollevato, o questa è perlomeno l’impressione che ne ricava la figlia maggiore. Ma la sua sorte è segnata: presto anche il marito finirà nelle camere a gas di Auschwitz.

La sorte delle figlie

Al momento dell’arresto, però, un ufficiale tedesco, mostrando una fotografia della propria figlia, libera le due bambine e il padre affida a Denise una valigia marrone e la sorellina più piccola, che ha cinque anni. Pochi giorni dopo Denise si salva da un arresto grazie alla sua maestra che la nasconde in camera da letto, ma questo evento decreta l’inizio della fuga delle giovani Epstein accompagnate da Julie Dumot, la cattolica ariana che ne ha la potestà. Di nascondiglio in nascondiglio Denise trascina la valigia marrone contenente fotografie, carte e il “quaderno” di mamma, che non è un diario ma il manoscritto di Suite francese, l’ultimo romanzo incompiuto. Denise ha due ricordi indelebili di quella fuga: dover nascondere il naso perché secondo Julie poteva rivelare l’origine ebraica e imbavagliare con una sciarpa la sorella di cinque anni per impedirle di piangere o ridere e per costringerla a tacere. Anche a distanza di anni, racconta Denise, le capita di nascondere con la mano il naso incontrando degli estranei per strada e non indossa sciarpe o foulard.

Successo e inediti

Finita la guerra termina anche la loro fuga e quando i primi sopravvissuti dai campi iniziano a rientrare a Parigi anche le due sorelline vanno ad attenderli con in mano il cartello con scritti i loro nomi. Osservando, però, quei volti Denise si rende conto che se anche i suoi genitori le passassero davanti lei non li riconoscerebbe e alla fine decide di non andare più né in stazione né all’Hôtel Lutetia perché «un giorno dici basta anche a questa dolorosa ricerca divenuta insopportabile e cominci invece a fantasticare». Denise è convinta che i suoi genitori prima o poi ritorneranno come molti “enfants cachés” che attendono inutilmente per tutta la vita di rivedere i propri cari. Intanto a Parigi riprendono le pubblicazioni delle opere della madre, che l’editore aveva atteso a dare alle stampe. Anche dall’estero arrivano richieste per pubblicare le opere di I. Némirovsky. Nel dicembre del 1945 un giornalista olandese, W. Tiderman, cerca di contattare la scrittrice, scrivendole presso la casa editrice Albin Michel, al fine di ottenere un racconto originale da far uscire a puntate sul giornale in Olanda. Albin Michel pochi giorni dopo risponde che la lettera non può essere trasmessa alla sua destinataria perché «la signora Némirovsky, infatti, è stata arrestata nel luglio 1942 e poi, pare, deportata in Polonia. Dal giorno del suo arresto nessuno ha più saputo niente di lei».

L’ultimo romanzo incompiuto

Nella primavera del 2004, dopo oltre sessanta anni dalla morte dell’autrice, la figlia Denise consegna a Olivier Rubinstein direttore delle edizioni Denoël la copia del racconto incompleto, scritto con un inchiostro azzurro e una grafia minuta su quel quaderno, che si era portata dietro nella valigia marrone. Il lavoro di decodifica fatto con una lente di ingrandimento aveva occupato quasi due anni ed era rimasto poi a disposizione della famiglia nella libreria di casa. Suite francese vede, così, la pubblicazione nonostante ci siano solo due parti delle cinque previste da Irène Némirovsky.

Nella libreria di casa in una cartellina, però, è conservata anche una copia dattiloscritta della prima parte del romanzo incompiuto; questa stesura definitiva era svolta, secondo le parole del nipote, da Michel Epstein che aveva il compito di battere a macchina gli scritti della moglie. Nell’ottantesimo anniversario della morte di Irène Némirovsky Adelphi edizioni pubblica Tempesta in giugno, la prima parte nella sua seconda versione con quattro nuovi capitoli.

Giancarla Savino

Denise Epstein, Sopravvivere e vivere, pp. 181, Adelphi, 2010

Olivier Philipponnat, Patrick Lienhardt, La vita di Irène Némirowsky, pp.515, Adelphi, 2009

Irène Némirowsky, Suite francese, pp  415, Adelphi, 2005

L’eredità di Franz Kafka, una storia lunga un secolo

E’ una fortuna per la letteratura che Max Brod non abbia eseguito la volontà di Kafka, almeno quanto lo è che Ottaviano non abbia bruciato l’Eneide di Virgilio, così come gli era stato chiesto dal poeta. Ma tutto sommato Virgilio ha avuto più fortuna perché la storia dei manoscritti di …

Il cielo, la terra, la zucca, il corvo e l’argilla

Le nascite dell’umanità nel racconto delle mitologie

L’umanità è nata bucando il cielo o il sottosuolo. Come un meteorite o come una quercia. In ogni caso è stata una prelibatezza, un frutto o la selvaggina a far decidere il primo uomo di lasciare la dimora originaria. Poi l’apertura si è chiusa e così la specie si è diffusa sulla terra e tutti gli altri sono rimasti in cielo oppure nel sottosuolo.

La mitologia riporta diverse tradizioni, ma quelle delle origini ctonie sono tra le più diffuse seguite forse da quelle uraniche. Entrambe conferiscono implicitamente alla Terra e al Cielo quel ruolo cosmogonico recitato da altri miti che assumono la creazione dell’uomo come conseguenza di uno stato primordiale in cui gli elementi sono mescolati e utilizzati da un demiurgo. Ma per tornare alla sola nascita dell’umanità, due esempi della tradizione orale, spiegano piuttosto bene questo immaginario ancestrale: tra i Mandan, nel nord del Dakota, dice il mito, gli uomini erano approdati sulla terra grazie alla lunga radice di una vite che là, in alto, mostrava una chiazza di luce. Arrampicandosi un coraggioso riuscì a scoprire la superficie della terra con i suoi animali. Invece tra i Warao della Guyana gli antenati vivevano in cielo e grazie a una liana, dopo aver visto tutti gli animali che si trovavano in terra, un certo Okonoroté decise di tentare l’avventura. Scesero in tanti finché una donna in cinta ostruì il foro.

Una città sotterranea

I miti antropogonici di questo tipo sono numerosi anche in Africa, in particolare nel nord-est dove prevale l’origine celeste dell’umanità, mentre nell’Ovest del continente, nel clan Baatshona dei Santokrofi, si racconta che fu un’antilope la prima cosa che videro gli uomini emergendo da una città sotterranea, ed è per questo che l’antilope è un tabu e un animale che non si mangia. Analogo è il mito che si trova in Ghana nella popolazione Ashanti dove sono sette gli uomini  che, dopo un’intensa pioggia, giunsero dal cielo portando con loro il fuoco.

Ashanti (Ghana)

Cento uova per cento nomi

Darwin non si dispiacerebbe nel sapere che, viceversa, altre popolazioni considerano gli uomini nati dagli animali. In questo caso i miti privilegiano l’uovo come strumento generativo. In Indonesia il dio Ranyng Atalla un giorno discese dal cielo e trovò sette uova; ne prese due e vide che uno conteneva un uomo e l’altro una donna. Ma entrambi sembravano ormai morti.  Atalla si recò allora dal creatore per chiedergli il soffio divino, ma il dio del cosmo era assente, allora Atalla si rivolse al dio del vento, Ranyny Atalla che accondiscese ma nello stesso tempo soffiò sulle uova anche il destino della morte. In Vietnam sono  addirittura cento le uova  ad aver creato il genere umano, ma questo si spiega quando si comprende che il numero dà conto dei “clan” esistiti, uno per ogni  nome familiare vietnamita.

In Tanzania, presso la popolazione Sandawe, un gruppo etnico di cacciatori-raccoglitori che impararono l’agricoltura dai Bantu verso metà Ottocento, si dice che il loro antenato-eroe Matunda  sia cresciuto dall’albero del pane. Un giorno aprendolo fece uscire la iena, la pecora, una donna con due bambini e Wangu, l’uomo che poi sposò la sorella di Matunda, mentre quest’ultimo fece lo stesso con la sorella di Wangu.

Nati da una zucca

Le nascite dalla vegetazione sono distribuite ugualmente tra l’Africa e le Americhe. Per gli Apinaye, che vissero nell’altopiano brasiliano erano il Sole e la Luna i primi a comparire sulla terra, nozione comune ad altre latitudini. Là furono però proprio loro a creare il genere umano mettendo sotto l’acqua delle zucche. Non solamente in Brasile tuttavia…Infatti il dato ritorna altrove: proprio da una zucca nacquero gli uomini secondo un mito laotiano che riporta un gesuita vissuto in quelle missioni, Giovanni Filippo De Marini, fin dal 1663.

Tra i nativi dell’Alaska, Unaligmut, nel tempo in cui sulla terra non c’erano uomini, il primo comparve dal baccello di una leguminosa, cadde al suolo in piedi già uomo fatto. Allora, alzato lo sguardo, vide comparire qualcosa di scuro che camminava barcollando. Era un corvo che, spinto su il becco come fosse una maschera,  si trasformò anche lui in persona. La figura del corvo è quella, per diverse popolazioni nordamericane, che identifica il demiurgo e, infatti, proprio il corvo spiega al primo uomo di aver creato lui quella leguminosa ben identificata dal mito: L. maritimus.

In Etiopia (tra i Konso) Dio è Wuaka, il Cielo che per prima cosa fa la Terra poi provvede all’acqua e infine siccome sono uniti si alza dalla Terra. Facendolo scopre due zucche da cui nacquero un uomo e una donna.

Un corvo

Nativi americani Tlingit

Particolarmente vivace è il mito antropogonico tra i Tlingit nel nord ovest del Canada. Anche questo gruppo etnico riconosce nel Corvo un demiurgo come in altre popolazioni  nord-americane il ruolo è svolto dalla figura del Coyote. Uno degli antropologi più importanti, Franz Boas, già nel 1916, mise a confronto in uno studio le due mitologie.

Ad ogni modo il Corvo dei Tlingit è un profilo complesso che viene raccontato come il demiurgo (“Corvo alla fonte di Nass”) che possiede una casa nella quale c’è il Sole, la Luna, le stelle e la luce del giorno. Ma questo creatore invisibile ha accanto altre divinità. Una di queste chiamata “Vecchia-di-sottoterra”. Di fatto una volta Nas- caki-yel (cioè il Corvo che vive alla fonte di Nass”)   creò l’Airone in forma di uomo e dopo di lui il Corvo-Yel, entrambi sapienti. Dopo di loro la divinità creò degli uomini da una roccia e da una foglia al tempo stesso, ma la roccia era lenta e la foglia rapidissima. Per questo gli altri umani nacquero da una foglia. Nas-caki-yel disse: «Vedete questa foglia. Dovete essere come lei. Quando cade dal ramo e marcisce, non ne resta nulla».  Ed è per questo che nel mondo c’è la morte.

Franz Boas

L’uomo di argilla

Tutto sommato più recente sembra l’immaginario della tradizione giudaico-cristiana. In Genesi (I, 26, II, 7) Dio modellò l’uomo con la polvere cresciuto con l’humus, tant’è che Adamo nell’etimo popolare assume anche l’attributo di “Argilloso”. In Paraguay il racconto della nascita minerale è straordinariamente più articolato. Si dice che dio sotto forma di un coleottero mandò in terra una razza di esseri potenti, poi modellò l’uomo e la donna con l’argilla che si trovava fuori dal buco terragno in cui si trovava. Ma erano ancora uniti come gemelli siamesi. I predecessori non li volevano e li perseguitavano, così la coppia primordiale si rivolse a dio (sotto forma di insetto) perché li separasse e potesse difendersi meglio. Fu così che nacque la loro progenie. La mitologia di Nias (un’isola accanto a Sumatra, in Indonesia)  propone una nascita ugualmente minerale. La tradizione orale rinverdisce questo mito in un canto funebre recitato dopo la morte di un capo. Sotto l’aspetto formale si tratta di un poema in cui ogni nuovo soggetto sono ripetuti e variati dal verso facendo procedere l’azione  mentre di pari passo viene recitato dal solista e poi cantato e danzato da un coro. Ecco un esempio nel momento in cui la divinità crea la stirpe dei Mahara:

Prese dalla terra, un pugno pieno,
prese dalla terra, quanto è grande un uovo,
quando vide la sua ombra nell’acqua,
quando vide la sua ombra nel fondo.
La portò seco al villaggio, sotto la casa comune,
la portò seco al villaggio, sotto l’abitazione:
il suo pezzo di terra, quanta ne sta in un pugno,
la terra, tanto quanto è grande un uovo. 
La modellò in una figurina d’antenato,
la modellò in forma di un bambino.
Prese i piatti della bilancia,
prese i piatti per pesare.
Prese il peso in forma di un pollo,
prese il peso in forma di un gallo,
lo mise sul piatto della bilancia,
lo mise sui piatto per pesare,
Pesò il vento a peso d’oro,
però il vento, a peso di farina.
Quando lo mise sul piatto della bilancia,
quando lo mise sul piatto per pesare,
lo portò alle labbra della sua bocca,
lo portò al fiato del suo respiro.
Perciò egli parlò come fanno gli uomini,
perciò egli favellò come fa un bambino

L’aquila e le grotte

Non sono questi i soli miti antropogonici. Altrove si raccontano nascite dall’acqua, dalla pelle di una divinità o da una coppia primordiale come riporta un mito della Terra d’Arnhem in Australia. Ma neppure è detto che, per la tradizione orale,  uomo e donna abbiano una nascita comune. I nativi Salina, in California, raccontavano che l’Aquila Calva una volta  fece una figura d’argilla che crebbe poco a poco pur restando addormentata. Allora l’Aquila si strappò una penna e gliela mise vicino creando la donna. Ma l’uomo dormiva ancora. Così l’Aquila divina batté le ali per svegliarlo e metterlo di fatto al mondo. Dopo le nascite sotterranee, quelle dovute a un animale risultano diffuse nelle Americhe, nell’Africa subsahariana e nelle terre dell’oceano Pacifico, mentre nel continente eurasiatico prevale la tradizione orale dell’umanità forgiata dalla terra. 

Alcuni studiosi, tra cui Jean-Loïc Le Quellec, ritengono che sia possibile interpretare le diverse mitologie attraverso una filogenesi che accompagna il cammino dell’homo sapiens dall’Africa  all’America, passando dallo stretto di Bering,  con varianti sconosciute (perché più recenti secondo questa tesi) nel continente africano. Sulla matrice mitica della nascita sotterranea sembra innestarsi anche la tradizione orale dell’uomo nato dall’argilla diffusa nel continente eurasiatico e quindi ugualmente secondaria. Il che appare congruo per gli esiti degli studi antropologici e archeologici inerenti alla diffusione dell’homo sapiens. Quarantamila anni fa, nel Paleolitico superiore, troviamo infatti nell’Europa occidentale, con una particolare diffusione in Francia e in Spagna (nell’arco franco-cantabrico) decine di grotte con incise disegni (animali, segni, profili umani) che continuano ad essere oggetto di ricerca. Secondo Le Quellec il racconto mitologico delle origini dell’uomo è all’origine di quelle rappresentazioni.

Marco Conti

Bibliografia

Giovanni Filippo de Marini, Istoria et relatione del Tunchino e del Giappone con la vera relatione ancora d’altri regni e province di quelle regioni e del loro governo politico, Libri 5, Tipografia Moscardi, Roma, 1665; Max Müller, Mythologie comparé, Laffont, 2002 per Essais sur la mythologie comparée (1873) e Nouvelles Études de mythologie (1898); Edmond Perragaux, Chez les Achanti, in Bulletin de la Societé Neuchâtelloise de Géographie, n. 17, 1906; Franz Boas, Tsimshian Mithology,  “31 st Annual Report”, Washington, 1916; Miti e leggende degli indiani d’America, ( a cura di Richard Erdoes e Alfonso Ortiz), Mondadori, 1994; Raffaele Pettazzoni, Miti e leggende vol. I, (a cura di Giovanni Filoramo), Utet Libreria, 1990 (prima edizione, 1948-1963); Jean-Loïc Le Quellec, L’origine de l’humanité selon les mythes, in Variations sur l’histoire de l’humanité, Éditions la ville brûle,  2018

Anteprima/ Una scrittrice sul sentiero del sale

Centinaia di miglia sulla costa occidentale sud dell’Inghilterra. Una costa ventosa, ruvida di arbusti, di rododendri giganteschi, di precipizi improvvisi a pochi metri dal sentiero. E’ in questo scenario fitto di solitudini e sorprese che i protagonisti del romanzo di Raynor Winn, marito e moglie cinquantenni, si inoltrano dopo aver …

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