
Vita autentica o vita banale, cioè in una parola, inautentica. Per Martin Heidegger l’uomo comune si vota alla quotidianità e alla norma, a sua volta informata dalla storia; l’uomo autentico si conosce quando ascolta il proprio vivere come un’esperienza originale e irripetibile. Ma per Ingeborg Bachmann questi concetti espressi in Essere e Tempo, non dicono l’essenziale. Per la studentessa austriaca che, nel 1950, discute la sua tesi di laurea proprio su Heidegger, la scelta proposta è del tutto astratta poiché vi è assente un criterio morale capace di distinguere il giusto dall’ingiusto. La riflessione della futura scrittrice ha alle spalle il disastro del secondo conflitto mondiale, il nazismo, le ideologie che, attraverso la griglia formale ed esistenzialista di Heidegger, potrebbero legittimare qualsiasi scelta. L’affondo è quindi deciso per quanto proprio il concetto fondante di Essere e Tempo sia destinato ad accompagnare la Bachmann per l’intera sua breve vita: quello di «essere per la morte». Proposizione che non vuole costituire una ricerca della fine ma, al contrario, definire la vita nella consapevolezza del limite. «Col mio assassino, il tempo, io sono sola» scrive nella breve lirica “Corrente”, oggi antologizzata tra le poesie sparse. Bachmann costeggerà nell’intera sua opera questa nozione come un totem che non può essere eluso. Per la poetessa di Il tempo dilazionato, il testo che dà il titolo al primo libro, il tempo dell’esistenza è un tempo “a credito”; quindi anche se l’esistenza non si declina come essere per la finitudine – come vorrebbe il filosofo tedesco – la precarietà resta comunque una continua presenza nel quotidiano. Tanto da poter diventare una ragione per discutere intorno alle istituzioni politico-sociali: in I modi del morire (libro che la scrittrice austriaca non concluderà) parlerà della violenza sugli uomini, invisibile e normata, vale a dire un “morire” accettato dal mondo borghese come normale.
Il centenario della nascita (1926-1973)
Il centenario della nascita di Ingeborg Bachmann (1926 – 1973) richiama oggi l’attenzione sulle pagine dell’opera letteraria, ma indirettamente anche sulla storia recente. Quell’impersonalità della vita inautentica descritta da Heidegger, forse oggi sarebbe diversamente raccolta dalla riflessione della scrittrice davanti alla sterminata impersonalità implicita prima nel processo di globalizzazione e poi in quello della digitalizzazione dell’esperienza. E se non ha rilievo la storia fatta di ipotesi, sicura è invece la voce dell’autrice che queste idee accompagna in poesia e in prosa con il paradigma dell’autenticità. A lungo si è parlato del suo percorso letterario insolito, nato con la poesia e proseguito con la narrativa. La frattura, osservata in vari modi e tempi dalla critica, sembrea oggi aleatoria se non apparente. Il linguaggio di Ingeborg Bachmann rimase saldamente ancorato al dettato esistenziale: un linguaggio traslato in modi e registri (simbolici, lirici, immaginativi), che si possono leggere fin dall’ esordio con il già citato Il tempo dilazionato del 1953. Un libro straordinariamente maturo (l’autrice aveva 27 anni) in cui verso e strofe incidono con forza il conflitto tra l’individuo e la storia, qui ripreso nella traduzione di Maria Teresa Mandalari:
S’avanzano giorni più duri.
Il tempo dilazionato e revocabile
già appare all’orizzonte.
Presto dovrai allacciare le scarpe
e ricacciare i cani ai cascinali:
le viscere dei pesci nel vento
si sono fatte fredde.
Brucia a stento la luce dei lupini.
Lo sguardo tuo la nebbia esplora:
il tempo dilazionato e revocabile
già appare all’orizzonte.
Laggiù l’amata ti sprofonda nella sabbia,
che le sale ai capelli tesi al vento,
le tronca la parola,
le comanda di tacere,
la trova mortale
e proclive all’addio
dopo ogni amplesso.
Non ti guardare intorno.
Allacciati le scarpe.
Rimanda indietro i cani.
Getta in mare i pesci.
Spengi i lupini!
S’avanzano giorni più duri.
Le immagini sono raccolte in rapida successione, gli oggetti sono nominati per il loro valore, al contempo marginale ed emblematico: la partenza attraverso l’immagine della scarpa, cani e cascinali intesi come scampoli della quotidianità più umile, l’orizzonte come segno dello spazio che identifica ugualmente il tempo, i pesci nel vento o nell’aria come visione e ricordo prelevato dalla descrizione del diluvio universale nelle Metamorfosi di Ovidio e nelle Odi di Orazio (I, 2): in queste ultime si legge: «piscium et summa genus haesit ulmo» («la razza dei pesci rimasta incastrata in cima all’olmo, [“dov’era prima il nido delle colombe”, scrive]»); rievocazione che rinforza in entrambi i poeti latini (e ora nella Bachmann), l’idea di sovvertimento.
Le riedizioni e l’assenza della poesia

Stupisce che in occasione del centenario della nascita non vi siano state riedizioni dell’opera poetica pur avendo questa rappresentato il fulcro della fortuna letteraria dell’autrice. L’edizione italiana dei due volumi (Il tempo dilazionato e Invocazione all’Orsa Maggiore accresciuta da liriche apparse in alcune riviste) è del 1987, grazie alla curatela di Maria Teresa Mandalari, per Guanda, col titolo Poesie. Adelphi, oggi editore di molte altre opere di narrativa e prosa, ha stampato nel 2023 la sola raccolta Invocazione all’Orsa Maggiore, curata del germanista Luigi Reitani.
Le riedizioni per il centenario hanno dato spazio alla prosa e alla saggistica, in forza probabilmente di un maggiore impatto in libreria. Adelphi ha pubblicato la raccolta di saggi e discorsi A occhi aperti (2025) e riproposto i racconti di Il trentesimo anno, mentre una nuova collana, Microgrammi, ha accolto Requiem per Fanny Goldmann: un frammento narrativo che appartiene al ciclo Todesarten, cioè Cause di morte. Di pari passo anche Malina e Il libro di Franza (ugualmente progettati dall’autrice come capitoli di quel ciclo narrativo) sono presenti nel catalogo Adelphi (con alcune varianti di edizione: Il Libro di Franza è stato preceduto da Il Caso Franza unito a Requiem per Fanny Goldmann in una stampa del 1988). Dello stesso editore sono i racconti di Tre sentieri per il lago e alcuni saggi tra cui il celebre Letteratura come utopia e la recente raccolta di discorsi A occhi aperti (2025).
Per chi ha amato i versi e si è interrogato sulla figura della scrittrice, la novità più interessante è un agile libro di Fleur Jeaggy, Gli ultimi giorni di Ingeborg (ancora Adelphi), uscito anche in tedesco lo scorso giugno: un percorso fatto dei ricordi dell’amicizia con la Bachmann e di note diaristiche, spesso straordinariamente vivaci e incredule davanti alla morte della scrittrice austriaca, avvenuta a soli 47 anni in circostante mai del tutto chiarite. Ingeborg viveva a Roma dal 1953 e morì nell’incendio del suo appartamento.
Non ultimi sono da segnalare i saggi sull’opera editati in questo scorcio: Un viaggio a Klagenfurt di Uwe Johnson (L’orma Editore, 2026) e, di Rita Svandrlik, Scrivere per esistere, vita e opere di Ingeborg Bachmann, pubblicato quest’anno da Carocci: eterogeneo itinerario nel mondo letterario e nella vita della scrittrice, mai come in questo caso intimamente legati. Svandrlik evita infatti una storia cronologica lineare, preferendo incrociare lettere, opere, vita e rispecchiamenti nella ricezione critica.