Il caso Augusto Blotto, una nuova opera e un’opera nuova

Augusto Blotto, scomparso il 29 maggio a Torino, è stato forse l’autore più prolifico del Novecento italiano e uno dei meno noti fino al nostro nuovo secolo quando la critica ha iniziato a valutare più approfonditamente i suoi testi, 27 opere a stampa, a cui si aggiungono altrettanti inediti, tutti corposi …

La poesia? Sui social è pop

La funzione della poesia è «trasmettere emozioni» e i social media consentono al poeta di «far circolare più liberamente le sue opere»: queste le convinzioni più condivise  secondo l’ indagine svolta nell’ambito del webinar tenuto il 26 maggio 2023, “Indagine sulla poesia (e sui poeti) 2023. Il trittico di Bosch. Webinar rewiew)”.  L’inchiesta svolta da Giorgio Marchetti e Guido Cornia [1] fa seguito a una precedente ricerca della rivista L’area di Broca del 17- 2018, con una diversa impostazione. Là dove la rivista lasciava aperte al commento le sue domande, Marchetti e Cornia hanno optato per risposte predefinite con l’opportunità per ogni tema di scrivere però il proprio parere sulla domanda.  Il confronto tra gli esiti delle inchieste sembra mostrare che questo primo tratto del XXI secolo riduce le aspettative della letteratura tra i fruitori e introduce la cultura pop nella cultura alta. Non solo perché sarebbero le “emozioni” a motivare l’esistenza specifica della forma poetica ma perché le risposte più diffuse inerenti alla domanda, “Come definiresti  la canzone d’autore (Lucio Battisti, Franco Battiato, Fabrizio De André, Bob Dylan)?” sono concordi: la canzone d’autore è poesia o perlomeno identifica la poesia contemporanea per il 71,4% degli interpellati dal webinar. La sollecitazione della rivista L’area di Broca consentiva addirittura un ventaglio di esperienze espressive più eterogeneo chiedendo:«Oralità, scrittura, virtualità: come interagiscono i differenti canali nella realizzazione del testo poetico?». Ma l’esito è risultato analogo con risposte tranchant come «Oggi la poesia è soprattutto cantata».

Battiato come Pasolini, Bob Dylan come Ginsberg

Marchetti e Cornia fanno a questo punto rilevare anche l’aspetto interpretativo del questionario che ha preceduto il loro, aggiungendo: «Rimaneva il dubbio se l’opinione espressa incidentalmente da alcuni degli intervistati rappresentasse un fenomeno esteso e condiviso, o solamente un’opinione isolata di secondaria importanza.» Le incertezze interpretative potevano essere ugualmente estese su altri soggetti viste le risposte a schema chiuso;  per questo il webinar ha lasciato una domanda aperta per ogni sezione e tema. A quest’ultimo studio hanno risposto 49 persone di cui il 36, 7% tra i 56 e i 65 anni e il 59, 2% (cito solo i dati maggioritari) con una laurea. Ed è forse quest’ultimo dato ad aggiungere un altro aspetto curioso. Le parole di Mogol cantate da Battisti, quelle di Bob Dylan e di Battiato, che in nessun momento separiamo nella fruizione da una melodia e un ritmo, avrebbero lo stesso status espressivo dei versi di Montale e di Char, di Ginsberg e di Celan? Parrebbe di dover rispondere affermativamente. Tanto più se si entra nel privato degli interlocutori di cui il 46% scrive e pubblica poesie , il 2% scrive «abitualmente poesie senza pubblicarle», il 14% «scrive raramente poesie senza pubblicarle» e finalmente il 36, 7%  non scrive poesie.

Inutile dunque assumere il canone della tradizione occidentale, inutile o velleitario proporre una visione storica della letteratura chiamando in causa l’identità della forma, rinnovabile certo ma non equivocabile con una seconda forma, vale a dire la canzone. Tanto più che la domanda fatta non chiamava in causa direttamente il testo letterario ma  proprio la canzone: «“Come definiresti la canzone d’autore?».

«I social come strumento di diffusione della poesia»

Questi esiti, per quanto relativi a un piccolo campione di persone, sembrano testimoniare più la condivisione di cliché sociali  (la poesia è emozione, il cantautore è poeta) che non un orientamento letterario, per quanto acquistino profilo sul lungo termine anche i cliché. Le risposte inerenti l’effetto dei social media sulla poesia, chiudono il cerchio. Sia la maggioranza dei poeti (66, 7%) che quella dei non poeti (64%) concorda nel considerare positivo l’effetto dei social media sulla poesia. Il contrario lo affermano il 20,8 % dei poeti e il 28% dei non poeti.

I poeti preferiti

Dylan Thomas (Wikimedia Commons)

Uno sguardo particolare emerge da un altro quesito di Marchetti e Cornia là dove essi chiedono di indicare i poeti preferiti. Il maggior numero di preferenze (15) è per Leopardi, 7 per Montale, 9 per Ungaretti, 5 per Neruda. Le chiose dei curatori rilevano come su un totale di 92 poeti citati (non vi era limite nel segnalare uno o diversi nomi), il 54, 8% è italiano, il 45,2% di altre aree linguistiche. In maniera coerente vengono però talora citati alcuni cantautori come Fabrizio De André e Roberto Vecchioni. L’indagine, sottolineano gli autori del webinar, mette infine in evidenza che «tra i poeti che hanno 56 anni o più,  i primi otto poeti hanno ricevuto il 40,3% delle preferenze (vale a dire 27 preferenze su un totale di 67), mentre nella fascia di età inferiore ai 56 anni, essi hanno ricevuto solo il 15,4% delle preferenze (cioè 4 preferenze su 26)».

Essendo cruciale nel corso di entrambe le indagini il riconoscimento dei cantautori come poeti, ci sarebbe da chiedersi perché pressoché tutti gli intervistati  e autori producano soltanto testi letterari da pubblicare o non pubblicare. Altre riserve sulla esemplarità dei campioni e sulla loro cultura poetica sorgono nel momento in cui tra gli autori preferiti si leggono i nomi più importanti della storia letteraria italiana sino a metà Novecento (con Leopardi che ha il maggior numero di preferenze si affacciano Pascoli, Montale, Ungaretti e Quasimodo) con tre sole trasgressioni: per Caproni (3 preferenze), per Pasolini (nella foto sotto il titolo) e Rosselli, con due preferenze ciascuno. E ugualmente ci si può chiedere perché tra gli stranieri con almeno due preferenze figurino solo nomi ugualmente popolari o classici (Baudelaire, Prévert, Neruda, Dickinson, Shakespeare, Szymborska) a cui fa parzialmente eccezione Dylan Thomas, al quale la cinematografia ha però dedicato più di un film.

L’utilità della poesia

La cultura di massa fa capolino anche nel quiz che ho finora tralasciato: a cosa serve la poesia? La rivista con uno schema a risposte aperte  registrava che un terzo dei 32 intervistati negava qualche utilità alla poesia. Ma come sottolineavano gli autori della seconda ricerca qui commentata, il dato risultava «alquanto sorprendente, considerato che la quasi totalità degli intervistati era composta da veri e propri “professionisti” della poesia» con alle spalle pubblicazioni o libri. Il webinar ha capovolto l’esito del quesito domandando invece quale sia la funzione della poesia. Solo il 4,1% non ne attribuisce alcuna o non sa in cosa consista. Il 10% dice che la funzione della poesia è quella di ampliare la comprensione del mondo, il 16% «esprimere l’inesprimibile», il 4,1 «combattere  la cultura di massa» mentre per la maggioranza, cioè il 38,8 % già citato in apertura, la poesia «trasmette emozioni». Un compito certamente ineludibile e ancora una volta condiviso con il mondo dell’immagine, dei cantautori, della musica. La lingua e l’animo della poesia, lo scarto che la lingua poetica imprime alla forma aprendo spazi di conoscenza sotto-tematici e creando per questo una trasgressione al codice, non è per gli intervista una circostanza evidente e dunque rilevabile percentualmente, da comunicare e privilegiare. Del resto l’ipotetico parallelo con il cantautorato implica con certezza l’estraneità di questa nozione che, tuttavia, resta come un fatto non eludibile né eluso da oltre un secolo di critica.

m.c.


[1] https://www.youtube.com/watch?v=kiaDsGYLxaE&ab_channel=Arpabirmana)

L’amore e l’amore dell’amore, una antologia in versi

L’amore e l’amore dell’amore, l’assenza e la sua nomenclatura. Non a te nudo amore, l’antologia che attraversa i secoli con oltre un centinaio di poesie scelte da Nicola Crocetti e Massimo Recalcati, è un mosaico quanto mai eterogeneo: ci sono le fonti della poesia latina e greca, c’è più copiosamente la modernità, ci sono alcune trasgressioni formali, come l’inserimento dei bei versi di una canzone di Claudio Lolli. Curiosamente non compare la fonte trobadorica della poesia lirica e amorosa dell’Occidente. Ma in maniera forse compensativa e attinente si staglia un esemplare sonetto di Petrarca tratto dal “Canzoniere”, Erano i capei d’oro e l’aura sparsi. E’ qui, con questa scorta, che inizia il viaggio dell’editore di poesia e traduttore, Crocetti, e dello psicanalista Massimo Recalcati. E allora si può ben capire perché Marcabru e Arnaut, Vantadour e Rudel non compaiano. Il sonetto petrarchesco è infatti un esempio di quell’amore sublimato nello spirito, prossimo dopotutto al celebre amor de lohn a lungo indagato dalle pagine – tra filologia e mito –  di Leo Spitzer, di Denis de Rougemont, di Costanzo Di Girolamo. Un dato infatti è certo: la poesia d’amore occidentale nasce dall’assenza o, per dirlo altrimenti, sorge su di una negazione, un impedimento. Lo notò Huizinga, ne fece una mitologia de Rougemont ponendo nel mondo cataro le radici del mito di Tristano e Isotta, la cavalleria e – naturalmente – i poeti provenzali. Ecco allora che l’esca d’amore di Petrarca si rivela negli ultimi versi angelica forma non cosa mortale simile in definitiva a uno spirto celeste, un vivo sole.

«Bellezza fuggitiva»

Giorgio Caproni (f.to Dino Ignani. Wilimedia commons)

L’interpretazione certo può essere più mondana e in questo ci viene in aiuto, subito dopo, la modernità di Charles Baudelaire con A una passante. Qui la lontananza è dissidio emblematico di ciò che seduce e fugge: «Un lampo…poi la notte! Bellezza fuggitiva/ che con un solo sguardo la vita m’hai ridato, / non ti vedrò più dunque che nell’eterna riva?» Un teorico avrebbe subito da notare che il connubio romantico e freudiano di Amore e Morte si ricompone in un solo verso e con ciò rinvia – ancora – alla radice trobadorica e spiritualista. Ma l’Ottocento di Baudelaire si rivolge ad altro più consono ai tempi: al dissidio, alla scena dell’assenza dell’oggetto amato. Lavandare di Pascoli, una delle sue poesie più belle, lo conferma nel paesaggio agreste dove la solitudine si fa immagine nelle parole dall’amata: «quando partisti, come son rimasta!/ come l’aratro in mezzo alla maggese.» E pazienza se le giovani generazioni dell’iphone dovranno sfogliare qualche dizionario per scoprire cosa sia la maggese. Quel che subito sostanzia Pascoli, come Caproni, Achmatova come Ungaretti, nelle pagine di questo libro è il sentimento dell’assenza che Roland Barthes nel suo discorso sull’eros chiosa così: «L’altro è assente: lo convoco dentro di me affinché mi trattenga sul margine di questa compiacenza mondana, che mi spia. Faccio appello alla sua verità». Come accade con il maestro del koan buddhistico evocato dal semiologo: il maestro tiene il discepolo con la testa sott’acqua fino all’ultimo momento; poi lo rianima e spiega: «quando desidererai la verità come hai desiderato l’aria, allora saprai cos’è.»

Da Platone a Dickinson e Celan

Emily Dickinson (wikimedia commons)

Crocetti e Recalcati  non hanno commesso l’imprudenza di disegnare un percorso storico nella poesia d’amore. Ci sono le tracce di questo itinerario, da Ibico e Saffo, da Platone a Catullo, da Petrarca a Tasso. Ma il cuore di questa selezione è nella contemporaneità e nella versatilità della lirica amorosa che –sottolinea Recalcati nell’introduzione – implica lo straniamento. L’incontro d’amore «assomiglia ad una visitazione», «un imprevedibile che fora ogni automatismo, un urto imprevisto che fa apparire una luce nel buio.» E’ la «quiete accesa» di Ungaretti, è la ricomposizione dell’intero di Platone, è la ricostituzione di un mondo trascorso, cui allude Paul Celan in uno dei due testi selezionati, Spiaggia bretone, oppure la corporeità che declina in capelli e labbra, in petto e seni, in fronte e ciglia. L’antologia ne mostra diverse accezioni pur distante da quegli autori che hanno scritto della sensualità e della passione in maniera più fragorosamente erotica. Non compaiono né gli eccessi dell’amor profano cinquecentesco, né quelli del surrealismo erotico (figura viceversa il disegno leggero dei versi di Éluard) , né la voce del sonetto di Patrizia Valduga. Le scelte fatte, del resto, corrono lontano dalle ovvietà. Tra le autrici del primo e del secondo Novecento italiano compare una delle più belle poesie di Antonia Pozzi, Canto della mia nudità, accanto ai versi di Cristina Campo, di Alda Merini, di Mariangela Gualtieri. Per la seconda parte del secolo scorso, l’esemplarità pare scaturire più dalla trasparenza del verso che dalla autorità di una voce (Candiani, Arminio, Lerro, Vocich), come d’altro canto è scontato in un’antologia tematica. Conviene allora distillare le parole di Rilke e di Montale, di Auden e di Ritsos. Oppure tornare alla profetica anticipazione della poesia di Emily Dickinson, di cui i due curatori ci regalano nella versione di Massimo Bacigalupo, un verso franto e lancinante: Vorrei morire – per sapere – / un sapere da nulla – / strilloni salutano la porta – / carretti – ci traballano davanti – La faccia del mattino – scruta ardita nella finestra – fosse solo mia – la licenza dell’infima mosca – // case serrano la casa/ con spalle di mattoni –/ carboni – rotolati – rimbombano – vicini – tanto –/  a quella piazza che il suo piede attraversa / forse, in quest’attimo – / mentre io – qui – sogno – »

Marco Conti

AA.VV. Non a te nudo amore. Poesie d’amore scelte da Nicola Crocetti e Massimo Recalcati, pp. 135, Crocetti Editore, 2024; euro 16,00

Poletti, il piacere della scrittura complessa

Roland Barthes ha distinto il piacere del testo dal suo godimento. Nel primo caso Barthes parla di «lettura che appaga» e che risulta «confortevole», nel secondo, di lettura che «mette in stato di perdita», «che fa vacillare le assise storiche, culturali, psicologiche, del lettore». Questa distinzione torna in mente leggendo l’insolito ventaglio riunito da Daniele Poletti con il programmatico titolo di Continuo. Repertorio di scritture complesse. Repertorio, dice il sottotitolo, non antologia e tantomeno antologia di poesia «complessa», anche se la matrice del fare poetico prevale in fin fine sulle altre. Il concetto di base, cioè quello di «scrittura complessa» si deve allo stesso curatore che chiarisce i termini del percorso: «L’idea di scrittura complessa viene da me inaugurata – in modo quasi indolente – nel 2014. Non si tratta di una categoria critica, di una corrente costituita o individuabile o di un manifesto (seppure la situazione delle lettere, almeno in Italia, lo richiederebbe), piuttosto di un osservatorio su quelle scritture che risultano incompatibili con precisi inquadramenti di comodo.»

Opportunamente nell’introduzione il critico cita Munari, per il quale complicare è facile e semplificare difficile, ma con l’aggiunta chiarificatrice che complessità e complicazione non appartengono allo stesso insieme: «complessità è pensiero frastagliato che si ramifica in atti diversificati.» Di pari passo ha ruolo la nozione per cui nella scrittura complessa non vale soprattutto l’operazione (linguistica, artistica) di togliere ma quella di attraversare «nella sua unità, in modo attivo e partecipativo.» Insomma non Petrarca è l’ideale, ma lo sono Dante, Rabelais, Folengo, Leporeo, Garzoni.

Senza manifesto

Il repertorio così raccontato parrebbe se non un manifesto almeno una dichiarazione di gusto e di orientamento, un segno per i manovratori nel bailamme dell’estetica dei consumi e dello spettacolo. Le scelte fatte da Poletti non consentono però questo percorso: lo stesso curatore spiega che non c’è «un obiettivo o una categoria di riferimento per la scrittura complessa.» L’avanguardia e lo sperimentalismo (quello anni ’60 e ’70) non hanno ruolo, benché proprio la complessità risulti indigesta alla nozione di lettura o di letteratura di consumo con le valenze politiche che questo concetto implica. Un dato costante per tutte le esperienze chiamate in causa è individuabile nel fatto che tra opera d’arte e comunicazione non vuole esserci qui alcun rapporto di necessità. Per Poletti i «bei libri sono scritti come in un lingua straniera» e l’opera d’arte è comunque un atto di «resistenza» e strumento contro l’omogeneizzazione del sistema capitalistico.

Gli autori convocati, il caso di Augusto Blotto

Morena Coppola, da Quadrati d’Atòr introdotta da Marco Giovenale in “Continuo”

Gli autori convocati propongono scritture con radici diverse: ci sono poeti, ci sono artisti multimediali, autori sperimentali come Franck Leibovici ed eclettici come Lucio Saffaro (1929-1998), pittore prima che scrittore, poeta e matematico. L’arco temporale dei testi è contrassegnato dalla contemporaneità. La presenza di Augusto Blotto con versi degli anni Sessanta è un’eccezione del tutto formale, come precisa Chiara Serani: «Inserire dei testi degli anni Sessanta in un repertorio di poesia contemporanea potrebbe sembrare una mera provocazione o un divertissment, ed è invece una scelta che centra alla perfezione e omaggia appieno la straordinaria attualità – trans-storica – dell’opera di Augusto Blotto». E’ il caso forse più interessante e incisivo, non solo rispetto al concetto di scrittura complessa. Blotto venne già salutato da Sergio Solmi come un autore impervio e originalissimo, mentre nel 2003, Stefano Agosti, introducendo La vivente uniformità dell’animale (Manni), indicò nel concetto di scrittura divergente, cioè di indipendenza del piano semantico da quello sintattico, il carattere dominante della poesia di Blotto…Opera costituita da una ventina di volumi pubblicati e oltre il doppio di inediti (o quantomeno non stampati) ai quali altro potrà forse seguire. Gli altri autori sono Daniele Bellomi (introdotto da Francesco Muzzioli), Alessandro De Francesco (con una nota di Brunella Antonmarini), Marilina Ciaco (Bianca Battilocchi), Marco Mazzi (introdotta da Erica Romano), Luigi Severi (Gian Luca Picconi), Niccolò Furri (Fabio Teti), Morena Coppola (Marco Giovenale), Gabriele Stera (con nota di Andrea Inglese), Alessandra Greco (Lorenzo Mari), i già citati Leibovici (Gabriele Stera) e Lucio Saffaro (introduzione di Gisella Vismara).

Visualità, grafismi, complessità

Alessandro De Francesco, da Orbite instabili, in “Continuo”

Tra i percorsi poetici più ricchi ci sono le pagine di Luigi Severi, Ecloghe, dove la tradizione è un prestito fondante ma utilizzato per «destituire l’ecloga della sua natura elegiaca per consegnarla» a «una nuova sostanza tragica» (Gian Luca Picconi):

«a. Vicino all’inizio, deve essera stato un giorno d’estate, stavamo insieme in un giardino nero, e da lontano ne vedevi le mura. Glicini, cavi d’acciaio, altri appigli. E’ una specie particolarmente robusta, chioma e fuso anche ad altezza elevata.»

«b. Si può morire, cantavi, ma al centro dela luce. Sorridevi al pensiero. Facevi anche foto, è un ambiente ideale. Sopra passavano i caccia, ma per andare altrove (…)».

Marilina Ciaco in Ouroboros include versi e scrittura prosastica che Bianca Battilocchi definisce «plurileggibili»: il che, al di là dei rimandi all’avanguardia, sembra riferirirsi a un linguaggio polisemico atipico e ai temi di Emilio Villa tra i quali, per l’appunto, la figura mitica dell’uroboro. Ecco alcuni versi:

ho incontrato troppo tardi le persone per poterle amare 
ho incontrato troppo tardi le persone per poterle non amare 

arriva un giorno, è tardi 
le persone sono arrivate e così se ne vanno 
uno dice non me l'aspettavo 
l'altro dice c'era da aspettarsi

tempo impiegato per: quello che non sono
altro tempo per: la vita da immaginare 
la storia di una vita è una storia delle grammatiche 
quelle che impari e quelle di cui non sai liberarti  

Del tutto esemplari rispetto all’opera i testi scelti di Augusto Blotto dove i registri lirico e prosastico si incontrano con lemmi inusuali, mentre il flusso discorsivo evita ogni coordinazione tra figure referenziali e immaginario come in questo incipit di Tranquillità e presto atroce (Rebellato) risalente agli anni 1960-1961:

Dall'inverno orletto di selve, crogiolo 
del budino rosso ha lumeggiato, e scabro, lo stanchino, 
vi era tanto fiume, la feluca e lo zoccolo 
del beige, e impiglio di foglie in quella bisaccia. 

Rispetto a queste esperienze, la letterarietà prende la strada di una poesia visiva straniante in Alessandro De Francesco, Morena Coppola (Giovenale cita come nuclei storici di derivazione di questa poetica Artaud e Sanguineti) e Gabriele Stera: quest’ultimo in una accezione del tutto provocatoria e ludica. Altrove il tema concettuale di testo e paratesto sembrano prevalere sulla scrittura fino a renderla oggetto traslato nel suo insieme. E’ il caso di Marco Mazzi con vernici industriali dove l’appunto introduttivo con il quale Erica Romano rileva che l’autore assume per tema «le vernici in quanto tali», è del tutto condivisibile ma lascia aperta la questione se l’opera sia pertinente al tema della scrittura complessa. La godibilità non sembra poter concretizzarsi sulla lingua, piuttosto in un’azione. Ugualmente in Niccolò Furri l’opera in forma di repubblica si incarica di produrre senso attraverso la caricatura e la polisemia di modelli mediali comuni; per Fabio Teti «Furri parassita contesti mediali e semiotici preesistenti, adibendoli a usi impropri». Da qui i grafismi di messaggi, i simboli del web. Certo si può ben parlare di sovvertimento ma attraverso un ordine concettuale diverso da quello letterario, criticamente rilevante nei confronti di ciò che Marcuse, citato da Poletti, chiamava «il linguaggio dell’amministrazione totale». Tuttavia è dai tempi di Joseph Beuys, e dunque dagli anni Sessanta, che il linguaggio artistico più avanzato segue questo “sovvertimento” senza che l’habitat del capitale ne avverta l’impatto. Resta cruciale viceversa il tema enunciato e il notevole ventaglio di esperienze confluito in questo libro.

Marco Conti

AA.VV. Continuo. Repertorio di scritture complesse (a cura di Daniele Poletti), dreamBook edizioni, 2023; euro 22.00

Elisa Ruotolo: Alveare, ovvero il cuore del mondo

«Là dentro la Città vive una strana notte/ dove il riposo è bandito dalle opere/ e il chiasso accompagna le ore»; «E’ un roveto che scotta d’ira – questa casa». Le voci che parlano, rispettivamente quella del narratore e dell’ape Regina, sono voci totalizzanti. La città è l’alveare e l’alveare è il mondo. Elisa Ruotolo, autrice di Ho rubato la pioggia, evoca – proprio come ha fatto nei suoi racconti – il destino dell’essere. Lo fa con i versi di Alveare, un poemetto appena edito da Crocetti, dove  i punti di vista si intrecciano. Si ascoltano le voci dell’apicoltore, del narratore, ma soprattutto parla l’alveare, riflettendosi nelle voci  della Regina «madre di tutti» (ma, confessa, «non governo me stessa») e degli altri destini: La Pupa, La Bottinatrice, La Magazziniera, la Nutrice, Il  Fuco, fino alla Peste, per tornare in chiusura del libro al “noi” corale della collettività in viaggio: la Sciamatura verso nuovi campi, nuove arnie e quindi La Città Nuova.

Un’allegoria tra i classici

In seconda di copertina l’autrice commenta: «Sono voci piene o solo accennate, eppure ciascuna rivela il suo bisogno di essere, di vivere, di alimentare una ciclicità che rappresenta – per noi, come per le api – l’unica eternità possibile.» Alveare nasce come allegoria che rovescia il tema classico, quello che innerva il quarto Libro delle Georgiche virgiliane a cui, nel 1539, si unisce il poema didascalico Le api di Giovanni Rucellai: non sono le api ad essere come gli uomini ma è la storia umana a imitare quella dell’alveare. Se Virgilio credeva come Aristotele che «l’aerea rugiada del miele» fosse «dono celeste», anziché il prodotto dei fiori, nei versi di Alveare, il nettare è fatica e penuria:

Il dio della Città è feroce 
cura le nostre pesti, eppure
ci affama.

Vivere è allora «disfare l’eterno/ è scoprirne la menzogna», «da quando ogni fiore – negli occhi fa male». Nel gioco delle parti la storia umana irrompe solo per negare ogni presunzione bucolica con le parole dell’Apicoltore: «Il pastore può forse amare /la moltitudine che si dà ciecamente al suo governo?». «Come lui lo è del gregge/ io sono la creatura dell’alveare», «io dio d’un nettare che sgorga/ non in obbedienza di un volere/ ma in soddisfazione d’una necessità». Il suo sguardo è ugualmente quello di un escluso: «Osservo senza comprendere/ restando incompreso.»

Dove inizio e fine coincidono

Il verso di Elena Ruotolo, fitto di scenari più che di immagini, ha un registro compatto. Cambia il punto di vista dei monologanti chiamati in causa ma la visione resta ancorata a un destino che non ammette repliche, ad una storia cresciuta come l’alveare nel ciclo del tempo, tra luce e buio, vita e apparente stagnazione invernale. «Quanto serve per stare al mondo?», si chiede l’ape Magazziniera: «Un chicco o il campo in cui si perde?/ Un acino o la sua vite intera?/ Un fiore o il fondo che lo nutre?» Solo la Sciamatura, questo viaggio rituale al termine di un ciclo di lavoro e accumuli, forma uno scarto, un nuovo immaginario: «Esiste per noi una sola domenica/ allora smettiamo il rigore del gesto utile/ e l’esilio allenta il peso della rovina.»

Il disegno poetico di Elisa Ruotolo ha qualcosa di antico e vivido, porta in sé, col tema, quella cadenza ineludibile che è stata degli antichi senza appartenere a nessuno, dove fine e inizio coincidono. Ecco un frammento dell’incipit dedicato all’Inverno:

Ogni voce è persa e dagli occhi non arriva
grazia. Inospitale, il gelo ci fa dormire e ottunde
la profezia del verde. Tutto cade dall’alto
la pioggia lava, poi la neve imbianca
e fa di noi soldati che obbediscono contro cuore
alla trincea e già raccontare non sanno
la propria memoria.  

Marco Conti

Elisa Ruotolo, Alveare, pp. 83, Crocetti Editore, 2023; euro 12,00

Api in un manoscritto medioevale

Raboni, la poesia parla da lontano

Salerno Editrice pubblica un’ampia edizione critica di “Cadenza d’inganno”, libro-chiave che riunì 17 anni di vita del poeta lombardo Parler de loin, ou bien se taire…L’invito di La Fontaine  messo in epigrafe da Giovanni Raboni alla prima raccolta di poesie, “Le case della Vetra”, non è mai stato così dissonante  rispetto …

Laura Boerio: la mela e il male secondo Ballard

Se si volesse sfogliare a caso le raccolte di poesia dell’ultimo decennio si troverebbero molti registri ma raramente una poesia attraversata dalle più svariate suggestioni della cultura pop. Pop, è meglio intendersi, non perché un testo si pretenda letteratura di consumo, ma per aver preso in prestito l’immaginario più diffuso: dal …

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