Handke, Canto alla durata

Nel 1986 Peter Handke ha scritto un singolare poema sulle emozioni e le sensazioni della “durata”. Se non si dovesse scomodare Ungaretti con uno dei suoi libri più importanti, “Sentimento del tempo”, si potrebbe subito aggiungere che l’idea che permea Handke è un sentimento analogo. Ma nella “durata” dello scrittore austriaco sono ascritte cose molto vicine al vissuto quotidiano, dal paesaggio e i luoghi vissuti, agli oggetti d’uso, dall’idea di fedeltà all’abitudine inveterata…Per significare tuttavia che questo sentimento, non è afferrabile così comodamente.
«La durata – scrive – è la sensazione di vivere.» Handke cita Goethe, si sofferma sulla nozione più semplice e viva della continuità ma solo per dire che «la durata non nasce dalle catastrofi di ogni giorno,/ dal ripetersi delle contrarietà,/ dal riaccendersi dei conflitti,/ dal conteggio delle vittime./ Il treno in ritardo come al solito,/l’auto che di nuovo ti schizza addosso (…)». C’è molto altro e con un passo ritmico lento e discorsivo, con un incedere del verso modellato su quello della prosa asciutta dei suoi romanzi, Handke prosegue per molte pagine.

Les antiques. Saint-Rémy de Provence

Felice chi ha i propri luoghi della durata

Singolare è il sentimento della durata
anche alla vista di certe piccole cose
quanto meno appariscenti, tanto più toccanti:
un cucchiaio
che mi ha accompagnato in tutti i traslochi,
un asciugamano
appeso nelle stanze da bagno più diverse,,
la teiera sulla sedia di vimini (…)

E infine:
Felice chiunque abbia i propri luoghi della durata!
Egli, anche se venisse portato lontano
senza prospettive di ritorno nel suo mondo,
non sarà più un esule.

E anche i luoghi della durata non rifulgono di splendore,
spesso non sono nemmeno riportati sulle carte
oppure sono senza nome.

Lyon. Abbaini

Il sentimento della durata di Handke coinvolge quello dell’appartenenza e della convidisione, anziché del semplice scorrere temporale. Nelle ultime pagine del poema, scrive:

«La durata è il mio riscatto,
mi lascia andare ad essere.
Animato dalla durata
io sono anche quegli altri
che già prima di me sono stati sul lago di Griffen,
che dopo di me gireranno attorno alla Porte d’Auteuil
e tutti quelli con cui sarò andato
alla Fontaine Sainte-Marie.
Sostenuto dalla durata,
io, essere effimero,
porto sulle mie spalle i miei predecessori e i miei successori,
un peso che mi eleva (…)»


Per Handke la durata è «una grazia». Ed ecco nei versi successivi una pittura a larghe campiture, una declinazione di questo stare immersi nella condivisione del luogo e del tempo:

«La pioggia serale che cade nella pozzanghera del mattino,
i fiocchi di neve sospinti nella teiera,
le scritte sempre uguali sui camion dei corrieri
che sfrecciano sul ponte dell’autostrada sopra la Salzach.»

Un’esperienza del mondo

La prima edizione Einaudi del libro di Handke

Nella postfazione il traduttore del libro, Hans Kitzmüller, confronta questo poemetto con il sentimento che sorregge il poema di Attilio Bertolucci, La camera da letto. In effetti il verso è ampio e narrativo in entrambi e il testo di Bertolucci condivide l’intimità con i luoghi “della durata”.
Kitzmüller osserva però che, a fronte dei romanzi dello scrittore, questo testo è passato quasi inosservato. A maggiore ragione la cosa stupisce perché – concordando con il traduttore – si può ben dire che il tema sia «una delle riflessioni centrali di un grande autore».

Peter Handke

Peter Handke è nato a Griffen, in Carinzia, nel 1942 e ha ricevuto pochi giorni fa il premio Nobel per la letteratura 2019. Da tempo vive nei dintorni di Parigi dopo aver abbandonato l’Austria. Ha sempre scritto in tedesco. Tra i suoi libri più importanti, tradotti in italiano, sono da ricordare Infelicità senza desideri (1972), Garzanti 1976; La donna mancina (1976), Garzanti 1979; L’ora del vero sentire (1975), Garzanti 1980; Il peso del mondo (1977), Guanda 1981. Tra gli ultimi libri da Guanda è apparso Saggio su un luogo tranquillo nel 2012. Ha scritto anche alcune opere teatrali.

“Il bel niente” e la poesia

Piero Salabè con Il bel niente sembra auspicare la conclusione di una stagione letteraria ormai secolare che, avviata con l’alchimia del verbo, ha finito per abituare la poesia a ben modeste operazioni di laboratorio. Non per nulla si potrebbe passare sotto silenzio la bugia di Salabè che, senza citare Mallarmé si preoccupa di parafrasarlo per contraddirlo, stanco dell’abuso del significante (1) : «La poesia non è fatta/ di parole» è infatti l’incipit di reiner widerspruch (cioè pura contraddizione); incipit che rovescia  le sentenze di Mallarmé e Valery inerenti il dominio intellettivo e tecnico e infine – con più moderata accezione – di  Montale, perlomeno  quando disse che «nessuno scriverebbe versi se il problema della poesia fosse quello di farsi capire». Salabè, almeno alla lettura immediata si fa capire benissimo. Ma bisogna correre all’ultima pagina per scoprire come la parola poetica possa essere fintamente trasparente:
le parole
sono poco
più del nulla
 
ma anche il nulla
ricorda
è cosa fasulla

Nato a Roma nel 1970, Piero Salabè è autore di saggi sull’orientalismo nella letteratura tedesca. Ha tradotto diversi poeti italiani. “Il bel niente” edito da La nave di Teseo è il suo primo libro di poesia. Vive a Monaco di Baviera

La voce è in sé forma. Ha ragione dunque Claudio Magris ad affermare, nel risvolto di copertina del libro, che questi versi sono «di una ferma classicità e insieme di un’inedita, temeraria liricità». In breve, e con Barthes, qui le parole tornano ad essere «il segno di una cosa».  Tuttavia se le parole di Salebè ci convincono è proprio perché esse, anche nella classicità, sono ambigue, corrono a perdifiato nella loro verticalità  dietro a una nube e ad un’aura di allusioni e silenzi, di implicazioni e rimandi.  Il che potrebbe ugualmente tradursi con le stesse parole dell’autore nel testo già citato, reiner widerspruch, che hanno il timbro dell’aforisma:

poesia è l’ultima
concessione
dell’invisibile
ai non vedenti

Nel bel niente c’è tutto: da Saba a Montale

Dentro Il bel niente c’è tutto. C’è la storia della poesia novecentesca che non assume solo (come evidenzia Magris) il timbro montaliano (e più esattamente quello di Satura), c’è anche la scommessa classicista di Saba, c’è l’ineffabile di Ungaretti,  e si gioca persino col capostipite della lirica moderna, Charles Baudelaire, là dove si pronuncia: «le tombe sono letti/d’amore» richiamando con evidenza il verso «des divans profonds comme des tombeaux» di “La morte degli amanti”… mentre il mondo appare «incantabile», con riferimento e commento nel titolo hart aber fair (frei nach Baudelaire).
La provocazione più bella è però quella che rima amore con fiore volendo scommettere questa volta con Umberto Saba che, a ragione, diceva la rima amore-fiore la più ardua per il gravame di storia e banalità che si porta appresso. Salabè se ne fa carico e scrive: «Siate gentili col più bel fiore/ non raccontate il suo colore// non chiamate omosessuale/ il mio amore// che l’amore rifugge/ i corpi e i nomi».  Più avanti scherza e inventa un proprio prosaico carpe diem: «sfuturiamo l’amore/ cogliamo il fiore».
 

La lirica

Più tematico è invece il controtempo ungarettiano in Alessandria d’Egitto. Salabè usa il futuro e l’immagine del risveglio mattutino che l’autore de L’allegria porta con sé in diverse liriche: «un altro mattino/ mi alzerò// e scenderò nudo/ nelle strade della città/ straniera». Poco dopo riduce l’acrobata de I fiumi ad un burattino: «il mio corpo stanco/ si piegherà su se stesso/ finalmente burat-/tino».
Una versatilità, quella dell’autore, confermata da testi in spagnolo, in tedesco e in inglese che riproducono tuttavia un uguale e solido registro, se si preferisce una forma del tutto coerente.

Il bel niente non è insomma un tentativo di letteratura camp di alto profilo. Salabè assume il discorso lirico del Novecento trattenendone l’essenza, ricapitolandone con ironia la memoria, lasciando infine fluire una visione personale e trasparente che vorrebbe indicare una strada di ritorno alla pronuncia classica. L’incedere discorsivo e stringato del verso, la parsimonia della metafora, il rinvio a una maschera poetica (che diventa tema anziché semplice divertimento in versi) continuamente svelata, sono l’evidenza di questo percorso. Il tema della poesia si fonde con quello amoroso ed entrambi rinviano ad un silenzio, a un immaginario che si fa specchio di se stesso.
Salabè sembra dire qualcosa di urgente, di ruvido, che convince oltre ogni chiosa:

nelle ore deserte
 
mi siedo
in un punto
poi
in un altro
 
mi affatica andare
sostare
 
sulla linea orizzontale
danza un giaguaro
senza veli
 
non sa che lo guardo
 
lo nego
ma anche lui mi nega
senza vedermi
 
l’occhio vede il deserto
non la sua fine
 

Non potrebbe essere questo sguardo, oltre la gibigianna degli specchi e della storia, quello della poesia?
 
Marco Conti

(1) Il riferimento coinvolge le poetiche che con Mallarmé e con Valéry in particolare invertono i presupposti dell’estetica classica tra referenti e forma, partendo la modernità dalla forma per approdare a un significato o, meglio, a molteplici significati. Cfr. H. Friedrich La struttura della lirica moderna (1956) trad. it. 1971 e succ.
 

Bolaño e i cani romantici

Un taccuino di Roberto Bolaño

Il mondo di Roberto Bolaño poeta non è dissimile da quello che il lettore scopre nelle pagine del romanziere. I due protagonisti di Detective selvaggi – letterati, sognatori, sbandati sulle strade del Sudamerica – sono oggi riflessi dal Tu poetico, oppure da un Lui senza ulteriori definizioni, ma entrambi perentori ed entrambi evanescenti. Il timbro, i temi, persino certe cadenze sono le stesse.
Per parlare di Roberto Bolaño, “detective” on the road e dell’autore delle poesie, bisognerà allora specificare che lo scrittore, con i suoi genitori, lasciò il Cile quand’era ragazzo per il Messico, ci tornò ai tempi di Allende, riuscì a scappare dal paese dopo il suo arresto e la sua liberazione nei giorni in cui l’esercito mise in atto il colpo di Stato e visse infine a Bercellona. Questo percorso, fatto con l’immaginazione, il desiderio e dunque la memoria di Bolaño, non può che assomigliare a questi versi: «Un amore indimenticabile/ E breve,/ Come un uragano?,/ No, un amore breve come il sospiro di una testa ghigliottinata». E’ in questi fendenti, come nel l’irruzione di figure e voci estreme, che riconosciamo la sua voce.

Una poesia per Dino Campana

Roberto Bolano (1953- 2003) è anche autore della raccolta di poesie “Tre”, editata nel 2017 da Sur. Tra i suoi romanzi maggiori: “I detective selvaggi”, “Chiamate telefoniche”, “2666”

A tratti si ha l’impressione di ascoltare la sua prosa spezzata (e resa più ellittica dal verso) come se leggissimo i versi di Jack Kerouac dopo essere entrati nei suoi Sotterranei o averlo seguito Sulla strada. Anche Bolaño, con queste poesie, intesse una topografia di percorsi marginali, erratici, avventurosi e potentemente visionari. Non citano mai Kerouac, ma non a caso citano Dino Campana assumendone la storia: «Ero portato per la chimica, la chimica pura./ Ma ho preferito fare il vagabondo. Ho visto l’amore di mia madre nelle tempeste del pianeta.». Così nel testo “Dino Campana rivede la sua biografia nell’ospedale psichiatrico di Castel Pulci”.  Un omaggio e anche una rifrazione del mondo abbordato dallo scrittore cileno e dai suoi personaggi.

I detective selvaggi in poesia

Un pagina del manoscritto I detective Selvaggi

Gli stessi Detective selvaggi sono citati espressamente ma con sprezzatura: una distanza mentale che si capovolge nella chiusura del testo attraverso il suo contrario, cioè un flagrante coinvolgimento. Ecco i versi iniziali e conclusivi «Sognai dei detective gelati, detective latinoamericani/ che cercavano di tenere gli occhi aperti/ in mezzo al sogno». E più oltre, alla fine: «Sognai detective perduti/ nello specchio convesso degli Arnolfini:/ la nostra epoca, le nostre prospettive, i nostri modelli del Terrore».

L’incubo, il sogno e la volontà del sogno

Un’altra pagina autografa

Non con questo che Bolaño si nasconda tra i versi. Anzi la poesia che regala il titolo al libro, I cani romantici, assume in prima persona la partitura ed è forse questo il timbro più forte dell’intera raccolta, replicato alle pagine successive con Autoritratto a vent’anni, Nella sala di lettura dell’inferno e ripreso ancora in altri testi. Proprio il verso narrativo ma lucido di visioni, di alterità, ricorda la parte migliore della lirica beat che Bolaño, ventenne nel 1973, ha sicuramente conosciuto. Un afflato che si fa strada dentro i suoi temi in questo attacco caricaturale e polemico: «Visto che ero pigmeo e giallo e di lineamenti gradevoli/ E visto che ero furbo e non ero disposto a farmi torturare/ In un campo di lavoro o in una cella imbottita/ Mi misero dentro questo disco volante». Altrove lo scrittore quasi rinuncia al verso, per poi rientrarvi quando avverte l’esigenza di incidere la parola  e scolpirla come accade in L’ultimo Selvaggio.  Tuttavia lo sguardo autoriale è inequivocabile, come nella confessione che dà il titolo al libro dove l’incubo del buonsenso borghese dice, «crescerai» e il sogno e la volontà del sogno lo contraddicono: «Sono qui, dissi, con i cani romantici/e qui resterò.» Chapeau.

Marco Conti

Roberto Bolaño, I cani romantici, (traduzione Ilide Carmignani), Sur, 2018, Euro 16,50

La poesia

La copertina di Coco Gothic (Cosimo Lorenzo Pancini Zetafonts, 2015)






A quel tempo avevo vent’anni
ed ero pazzo.
Avevo perso un paese
ma mi ero guadagnato un sogno.
E se avevo quel sogno
il resto non contava.
Né lavorare né pregare
né studiare all’alba
assieme ai cani romantici.
E il sogno viveva nel vuoto del mio spirito.
Una stanza di legno,
nella penombra,
in uno dei polmoni del tropico.
E a volte guardavo dentro me stesso
e visitavo il sogno: statua resa eterna
da pensieri liquidi,
un verme bianco che si contorceva
nell’amore.
Un amore sfrenato.
Un sogno dentro un altro sogno.
E l’incubo mi diceva: crescerai.
Ti lascerai alle spalle le immagini del dolore e del labirinto
e dimenticherai.
Ma a quel tempo crescere sarebbe stato un delitto.
Sono qui, dissi, con i cani romantici
e qui resterò.


I cani romantici da “I cani romantici”

Cenere, o terra

Nel suo ultimo libro Fabio Pusterla crea un flusso poematico che identifica la nostra Storia con gli elementi naturali

Fabio Pusterla, poeta svizzero di lingua italiana ha pubblicato con la casa editrice milanese diverse opere. Tra quelle più recenti, “Agerman” (2014); Corpo stellare (2010); “Folla sommersa” (2004) tutte edite da Marcos y Marcos. Del 2009 è l’ antologia, “Le terre emerse. Poesie scelte 1985-2008” editata da Einaudi. Ha tradotto dal francese diverse raccolte di Philippe Jaccottet. (la copertina di “Cenere, o terra” è di Luca Mengoni)

Storia umana e storia naturale si sovrappongono nell’ultimo cospicuo libro di Fabio Pusterla. Diviso in quattro sezioni con un prologo e un epilogo, Cenere, o terra è nondimeno tanto compatto nel suo immaginario quanto costruito, come capita ormai raramente nella poesia contemporanea.
Parlando si sé Pusterla scrive in una estesa nota: «Per qualche tempo, è parso all’autore che la scrittura lo stesse conducendo in una direzione assolutamente imprevista, cioè verso gli antichissimi quattro elementi fondamentali (terra, aria, acqua e fuoco); non già secondo il calcolo di un progetto, piuttosto attraverso un agguato dell’immaginazione». I testi sono stati scritti infatti dal 2014 in poi e diversi sono già apparsi in riviste, antologie, pubblicazioni d’arte. Ma non c’è alcun dubbio che non ci si trovi di fronte ad una “raccolta” né che, in conclusione, l’autore abbia realizzato semplicemente un adeguato collage.
Il filo conduttore non è solo tematico o di scrittura, ma strutturale: l’identità emergente da queste pagine è quella di un immaginario che rinvia continuamente alla natura e dalla natura alla storia o viceversa.

Preghiera della rondine

Il prologo, “Preghiera della rondine” è un totem (postula una parentela allegorica) dove già nella prima quartina si legge compiutamente il traslato:
 
Verso la chiazza di luce sul fondo
verso il riflesso del sole
con la memoria dell’ombra
con la speranza del mare.

Un volo che si avventura « per tutte le cose precarie che splendono miti/ per tutte le cose del mondo. So solo/ volare impazzita rischiare/ un viaggio».

Pasolini appeso

Il prologo è una sorta di avvertenza al lettore che, col titolo della prima sezione, Pasolini appeso, apre l’uscio della storia contemporanea; uno scenario di desertificazione che ha due emblemi: il selfie che una ragazza scatta sul monumento dell’olocausto di Berlino, il Denkmal  («ho visto una ragazza/ mettersi in posa da cubista su una stele» si scandisce in “Sovrapposizioni a Berlino” ), e la scritta su un muro che inneggia all’omicidio di Pasolini: «ma lungo via Trinchese il segno nero/orrido sopra il muro: “Pasolini/ appeso”. Pasolini chi, ci chiediamo,/ Pier Paolo? Ma è già stato massacrato/ in vita e in morte: adesso ancora/ appeso? Vilipeso/ quarant’anni più tardi? E da chi?»

Luce invernale

Accanto a queste incursioni nella vita quotidiana, Pusterla annota  un paesaggio invernale, deprivato: «Poi finalmente si è fatto vivo il vento/ da giorni e giorni in agguato dietro i boschi» e «tutto sembrava un addio: costoni alti/ scissi in triangoli gialli, lame d’acqua/ metalliche e lanuggini/ inerti, forse di nebbie in dissolvenza,/ forse di fumi lontani». (“Luce invernale”).
Ecco dunque i due termini del discorso lirico, sui quali si dipanano diversioni oniriche  (“Tre sogni”) e apparizioni improvvise, folgori dell’immaginazione come su di un fondale distante ma ugualmente eloquente.

Pietre nere

“Nella luce e nell’asprezza” è il terzo tempo del libro e chiama in causa la pietra, il suo silenzio che è privazione di senso, privazione di umanesimo e deragliamento.
 
Lungo questo sentiero di silenzio:

pietre nere, pettirossi quasi immobili
su balze di muro o ringhiere,
lunghi gatti che guardano altrove.
 
E quando passi si stirano pigri,
i gatti, i pettirossi volano via.

Come si tu non ci fossi. O fossi già
tu andato via.

Tacciono l’acqua e i boschi

Lo scorcio appena sopra citato è connotazione di un futuro in disarmo di cui il testo annota diversi scenari. Con la pietra è chiamata in causa una volta stellata inquietante, fatta di meteore, nebulose, astri e disastri. La scrittura si è intanto addentrata fin dalla prima lirica in una foresta silenziosa, in una natura contigua e in sfacelo: «Tacciono l’acqua e i boschi/tacciono gli animali/ tace il cielo deserto/ e tacciono le ali» (“Nel silenzio. Lamento di F.K.”). Qui  vale la pena osservare che il registro è diverso: Pusterla adotta la quartina di ottonari con rime irregolari o assonanze forti per poi tornare al suo modulo più discorsivo e omogeneo al consueto dettato che, nella sua scrittura, ha variazioni solo per incontrare sincopi, ellissi, versi brevi.  

Zingonia

La direzione del percorso poematico è univoca anche quando la poesia assume valenze storicamente circoscritte come in “Lettere da Zingonia”, in riferimento al progetto architettonico – a  breve distanza da Milano e Bergamo – di un villaggio creato negli anni Sessanta e oggi divenuto ghetto, tra «periferie tangenziali che anellano/ Inurbamenti coatti progetti falliti/ posteggi d’orrore» e «controviali dove si cammina/ tra macerie»… Anche la storia, sembra di poter concludere, segue la ciclicità della natura. L’inverno si estende nel simbolo della pietra, tra i boschi silenziosi, nelle città e nelle opere derelitte. Tocca ascoltare ora l’onda in piena, la maturazione della fine. Ed è questo il teatro della sezione successiva, “Confuscazioni”.

Confuscazioni

Il movimento dell’acqua, il colore, lo stato, sono stati studiati da Leonardo da Vinci che ha creato anche una speciale nomenclatura. Tra i nomi compare “confuscazioni”

La parola è prelevata dal codice Leicester, una raccolta di scritti di Leonardo da Vinci dove  compare anche uno studio sull’acqua. E l’acqua ha moti, movimenti, colori, velocità, stati diversi. Leonardo ne inventa i nomi per definirne la natura e tra questi ecco le confuscazioni dopo termini come “sbalzamento” e “conrusione d’argine”. Un lemma che individua il fondersi alla vista della materia acquorea con altri materiali? Certo Pusterla appronta un campo semantico variegato per questa dizione leonardesca. Ancora più sicuramente qui si trova il centro nevralgico del libro, la sua ascesi e liberazione. La lirica di questa sezione racconta il sopravvenire delle acque, l’onda che tutto spoglia e rimette alla luce.

Quasi ovunque il colore dell’acqua
vista dall’altro estranea. Come forma
altra dell’essere che chiama e allontana,
verde menta o fangosa, limpidissima
o nera impenetrabile, ma sempre
pullulante, anche stagnando, sempre
in movimento verso direzioni
diverse. E sempre bella
e irraggiungibile, persa
paesaggio per paesaggio. Di canale
o do fiume, d’oceano o di torrente,
da ponti minimi o sterminati o distrutti.
Città dopo città, che ti aspettava. Ponti e porti.
(da “Ponti, rocce, sbalzi”)

Il custode delle acque

 Il libro anticipa con questa lirica un’allegoria più compiuta, tant’è che la  sequenza immediatamente successiva, cioè i 33 testi di  Ultimi cenni del custode delle acque,  ha retto autonomamente  un libro apparso nel 2016 e stampato da Carteggi Letterari. La sequenza è introdotta da una contestualizzazione narrativa fittizia che si riferisce tuttavia alla  “Casa del custode delle acque”, toponimo di un edificio sui navigli lombardi di Vaprio d’Adda. Un’ispezione mostra che la Casa è stata disertata da tempo. Al centro di un muro si legge una scritta che riconduce al trattato leonardesco “Delle acque”: «Il nulla nasce nel termine della cosa, dove finisce il nulla nasce la cosa; e dove manca la cosa, nasce il nulla»

All’interno di Cenere, o terra, Pusterla scrive con questa sezione la sua lirica più compatta e scolpita. L’allegoria del fiume che cerca il proprio corso e non ascolta nulla, l’acqua che riverbera la paura umana («hai paura lo so») vive di un ritmo sicuro, di immagini nitide; il Bachelard che chiedeva al poeta qual era il suo fantasma (Silfide, Ondina, Salamandra o Gnomo?) per entrare nell’immaginario dell’opera, troverebbe in queso caso la sua risposta. La materia acquorea scivola ora altrettanto bene tra significato e significante:

Viene la tumultuosa.

Sento l’erba che annuncia il rovescio
l’animale inquietudine parla.

Viene la tumultuosa,
a distruggere i ponti
a cambiare
 
e in chiusura dello stesso testo:
 
L’erba si rizza intanto come un pelo
ogni pietra si contrae.

Le salamandre cantano nel fuoco,
alzano la testa.

Più avanti si parlerà dell’acqua che indovina la paura dell’uomo e  inferisce:

La piena
non potrà essere rinviata per molto ancora. Anche tu vedi bene
i segnali, i topi fuggono
e in alto quel volo confuso
di corvi.
Ma io
non sono dio. E tu
non sei innocente.
E se forse nessuno lo è
alcuni lo sono di meno
e li servi
e di nuovo lo sai.
Una chiosa in cui si avverte il timbro e la gravità del sacro.
L’incedere più disteso e narrativo, in contrasto anche tematico, si fa strada con l’ultima sezione, “Lo splendore”, dove  l’emblema è il fuoco.

Lo splendore

L’acqua torna calma, il passo ritmico si distende, la fuga è conclusa. Pusterla rende implicito che il primordiale domina sulla Storia. In “Pizzo dei tre signori”, il verso detta:
 Tre signori.
Il primo nome è la distanza,
il fuoco che brucia lontano,
con tenera angoscia;
poi viene mite il signore
dell’aria e del sangue, la piuma
che splende e scompare;
e infine il terzo è nome di pietra,
radicata nei millenni che dicembre
di avere pazienza e fiducia.

Ovidio a Tomi

In quest’ultimo suo tempo il libro vive ormai di emblemi e rinvii colti nettissimi: Ovidio esiliato a Tomi  parla, chiosa, domanda.  Gli ultimi versi de “I fuochi di Tomi”, sembrano voler rimettere in causa ogni sapienza per rintracciarne una più alta, distante dal chiasso infernale del XXI secolo, così come da quel selfie sul monumento dell’Olocausto. Per il nostro autore il poeta latino riflette:
 
Se manca tutto più chiara è la sorte
più terso il vivo fuoco e i suoi colori
più onesti. Forse anche tu lo sai.
Forse lo ignori. Ti appresti
a quali onori, a quali
olocausti?

Dalla letteratura contemporanea Pusterla richiama un altro poeta, Milo De Angelis, nella lirica che offre il titolo alla sezione . Il riferimento intreccia il motivo della vertigine della giovinezza e quello della misura: «No non di tutto è facile parlare. E in questo caso/bastano due millimetri a tagliare/ il tempo con la lama: due millimetri in più,/ due millimetri in meno, e tutto cambia,/ luce o buio, fiore o secca/definitiva. (…)». Il testo porge quindi questo inciso: «Millimetri: era il titolo/ di un libro molto amato,/ ma già ringhiava dentro,/ dura, la disadorna, falci e forbici/La vertigine dunque lasciamola muta (…)».

Nell’unità del tutto

Il fuoco è sempre in cerca di un’esca: «Ciangotta nell’erba?/Nelle felci? Nella terra rossastra su cui/ salgono svelte betulle, si allargano castagni?/Foglie autunnali, fiamme verso il cielo, scintille./ Fuoco scomparso, fuoco sempre qui./ Sera bigia di luci assorte.»
L’epilogo sembra comporre il referente etico del testo. La figura giovanile richiamata al termine del percorso nella poesia “Lucio”,  è un nuovo invito shelleiano alla custodia del mondo sia pure nella sua implicita e feroce armonia: cosa guarda Lucio?
 
La cincia sopra il filo, il merlo in volo,
il cielo che rinnova
l’acqua d’abisso, il fuoco, l’ala verde
dell’anitra non sono altro da lui
 
La «vita che comincia nell’unità del tutto», scrive gli ultimi versi: «Porta ogni cosa in sé, porta anche noi.»
 
Marco Conti
© Riproduzione riservata

Fabio Pusterla, Cenere, o terra, pp. 220, Marcos y Marcos, 2018.  €.20,00


 








 


 

Claustrofonia, autoironia della bellezza

Il secondo libro di Doris Emilia Bragagnini – Un verso che assume come tema il colloquio con la propria voce – Tra bellezza e ironia della bellezza

Paul Klee, 1935

«Mi decido per un foglio bianco/colore non a me predestinato» ; «Disegnava gestalt/ fiori come zanzare incapaci di volo »; «non si ha più sonno quando si teme d’invecchiare/le mani si fanno lunghe quanto rovi senza more»: cito otto versi di tre poesie differenti contenuti in una sorprendente raccolta di Doris Emilia Bragagnini.
In questi pochi frammenti già compaiono i segni indispensabili, le tracce luccicanti sul sentiero per  la lettura di Claustrofonia– Sfarfallii – armati – sottoluce.  Seconda raccolta dell’autrice, la si può interamente leggere nello scarto tra lingua e opera, tra lo strumento della nominazione e la sua estetica.
Doris Bragagnini prende in consegna il discorso lirico novecentesco e ne fa il suo oggetto, poesia sopra la poesia, invenzione su un codice, su una storia linguistica che all’autrice appare stinta e paurosa come la luna per Marinetti. Ecco allora il disegno, lo sfarfallio della Gestalt: la percezione di una forma che si annuncia e non si definisce, un’ombra che si carica di energia e resta sospesa, un linguaggio che non accetta progettualità ma si stabilisce più sinceramente nel tempo incerto  dell’indizio, della traccia. Il contraltare sarebbero le mani vecchie della storia lirica, spinose e senza frutti.

Semantica e ironia

Paul Klee

Questa scrittura vive insomma con un doppio distacco: il primo dovuto allo spostamento dei campi semantici, il secondo provocato dall’ironia. Entrambi separano dal registro lirico così come dal referente.  E dell’ironia parla del resto con dovizia Plinio Perilli nella prefazione. Ecco due esempi sia del mutamento di significato, sia dell’ironia:
 
semplifico ammutinando nel pensiero
ogni parola che si getti a tuffo
in conclamati deserti descrittivi
l’intraprendenza all’artificio
– gli stivali dalle sette leghe –
(da Mappa Valentino)
 
 ***
è una separazione secondaria quella tra te e me
il solito coniglio dal cilindro
procede per scomparse e apparizioni
si disarma alla carota del futuro. poi
indossavo tacchi alti e un cappotto troppo leggero
per dirti – sono io – quella qui dentro
(Gare de Lyon)

Un coniglio dal cilindro

Paul Klee

Il timbro sarebbe in potenza quello della prosa non fosse rimesso in gioco dalle immagini, dalle metafore stranianti delle locuzioni. Ma anche la figura usuale (il coniglio nel cilindro) si disfa e diventa un coniglio dal cilindro. Analogo è il procedimento con “Mappa Valentino” dove si evitano i «deserti descrittivi» separando gli stivali dalle sette leghe. E’ chiaro che in entrambe le citazioni lo slittamento semantico si innesta sullo slancio del distacco ironico.
In Fronte postazione  è invece un’intera topografia ad essere allusiva di questa attitudine proprio nel momento in cui il testo richiama un tema forte, ontologico, che assume il nastro avvoltolato dei ricordi:

ci sono avamposti sotto tegole dei tetti
con nascoste storie cifrate
del supporto da seccare è l’antro a togliere respiro
la ruvida coccia che tiene il dettaglio o l’ingombro che cade

nasce copiosa la voragine versata sul risarcimento danno
un rullo inceppato borderline
nell’ecatombe dei ricordi passati in prescrizione
le lacrime rimandate trattenute – causa buco grondaia.

Sotto il tetto

Paul Klee

La “postazione”, lo stare sotto il tetto, è un correlativo oggettivo dove le storie nascoste tolgono il respiro. Ma se qui l’altrove è un luogo che si incarica di assumere il passato e appare appena un poco più tradizionale, ecco in chiusura un cambiamento di registro e la strada dell’ironia come la lingua bassa di un cartello sul muro: «causa buco grondaia».  Alla stessa stregua di quei «centrini trapanati» dove è evidente lo humor concretizzato dal campo semantico della grossolanità verso il topos dell’ornamento, del ricamo diligente e femminile.

Paul Klee

L’amaca fenice

Doris Emilia Bragagnini porta altrove il suo referente e lo esplicita in Sol_a Gratia: « cerco la nota distorsiva – quella – capace di cancellare il nesso/l’ordine cruento mille volte verticale rinnegato con lo sguardo[non spero]» . In L’amaca fenice, il verso tendente al prosastico esplicita: «c’è un posto che non so quando dovrei dire quello che c’è/ ma che non trovo – lo faccio scomparire». Anche perché  «la sostanza congetturale stringe sugli arti come carta moschicida/ ti dondola sul nulla il palinsesto della vita, a favore di vento// il gancio – sospeso – al diritto d’uscita». Il colloquio con la propria «voce» è citato o alluso in varie parti del libro; il tema di una pronuncia che diviene forma e vive, come ogni autentico soprassalto di poesia, in un equilibrio precario, quasi in una specie di caviardage. Qui la parola può essere stillicidio e più frequentemente un asintoto, la linea curva che si approssima al nostro desiderio senza mai congiungersi. Allora  giunge lo scarto dell’invenzione, il battere e il levare dell’immaginario: la lirica volta le spalle al desiderio e si compie con pienezza:

Nido

Curo i miei fogli come in una culla, li accudisco
ci giro intorno se li lascio so sempre dove sono e ci ritorno
li riassesto li dispongo li sposto gli rimbocco le parole
accarezzandoli con gli occhi a volte li detesto
sempre con quella bocca aperta come passeri neonati
cip cip cip a chiedermi del cibo che ho nascosto o non ricordo
Evito i beccucci non li guardo, allungo tapparelle faccio ombra
forse si addormentano
(Nido)

Marco Conti
Doris Emilia Bragagnini, CLAUSTROFONIA, Sfarfallii – armati – sottoluce, Giuliano Ladolfi Editore, 2018

Introdotta da Plinio Perilli, la raccolta ha una postfazione di Laura Caccia



 


 


 

Camerana poeta ad Oropa

Lo Scapigliato, autore delle Oropee, era di casa nella vallata biellese

Giovanni Camerana, una pagina manoscritta del testo “Oropa”

I viaggi di Camerana

Ha quasi cinquant’anni Giovanni Camerana quando, ancora una volta, il 3 ottobre 1894, visita e girovaga tra la valle di Oropa e il santuario mariano più famoso delle Alpi. C’è già stato nel 1882, nel 1883, c’è stato nel 1894 in primavera e ora che si allungano le ombre dei faggi intorno al santuario, è  tornato.
 Questa volta è proprio l’immagine della Vergine Nera  a sedurlo, anziché l’atmosfera romantica dei monti e il contrappasso della quiete e della preghiera. In “Oropa. A la statua”, scrive nelle ultime due terzine del sonetto:

Tu sei nera ma bella

Tu sei mia Tu che sei nera ma bella,
Nera come la intensa lava Etnea;
Bella come gli Etnei clivi al bel sole;
 
Sei mia, perché sei nera e arcana e bella,
Mia fra i veli del sogno e dell’idea,
Mia nel bivio fra il sogno e le parole.

Il misticismo dei romantici

Alla bellezza e al misticismo sensuale romantici, tra suggestioni della natura e precarietà del vivere, Camerana fornisce alcune delle immagini più nitide. La chiostra dei monti, il verde denso delle vallate, la figura della Vergine nel sacello,  il santuario di pietra, le ombre e le nubi che si slanciano tra le gole, diventano la grammatica di una parte centrale della sua lirica, un motivo di ispirazione costante. E’ una angolazione più moderna e rispetto alle tele del contemporaneo Lorenzo Delleani.

Lorenzo Delleani, Museo del Territorio Biellese

Delleani

Ma chi oggi volesse promuovere un tour nel biellese letterario, potrebbe contare su una parte significativa dell’intera sua opera: quattro poesie imperniate su Oropa, due sulla valle d’Andorno, nove dedicate a Delleani dove vengono talvolta ripresi in chiave romantica gli scenari dipinti, varie poesie sulle montagne locali, dal Monte Mucrone al Monte Tovo, mentre altri sonetti risultano ispirati al santuario di Oropa o alla statua della Vergine Nera benché questi elementi agiscano sottotraccia.

Hugo: morte e bellezza

Il paesaggio montano biellese fornisce  a Camerana lo scenario per due temi che si rincorrono da Victor Hugo in poi tra romanticismo, simbolismo e crepuscolarismo:  quelli della bellezza, del sogno, e della precarietà. E’ Victor Hugo, nel 1871, a scrivere in un sonetto: “La Morte e la Bellezza sono due cose profonde” che comprendono “ l’ombra e l’azzurro”.
L’azzurro dei monti, l’ombra del sacello di Oropa, per esempio:

Tranquilla Oropa, ove sognai, lontano
Da tutti gli echi del mondo, tranquilla
Piazza, ove il fonte secolar zampilla
Ed è un bacio di pace il sol montano (…)

Il poeta scapigliato

L’edizione Streglio (1907), la prima in cui sono raccolti i suoi versi, per lo più sparsi su varie riviste. Negli anni Cinquanta arrivò l’edizione Garzanti con la prefazione e curatela di Francesco Flora

Il poeta scapigliato, il magistrato controvoglia di Casale Monferrato (la scelta della carriera gli fu imposta; in seguito Camerana non raccolse mai le sue poesie in volume proprio perché magistrato; il primo libro di sillogi  è edito da Streglio nel 1907, due anni dopo la sua morte), passa, torna, insiste ancora, discorre con l’estro di una poesia che ha come costante lo slancio mistico e una insistita figuratività. I “clivi”, le selve, il chiaroscuro che monti e boschi gli fanno sfavillare di fronte, sono un motivo ricorrente, un paesaggio che si presta al desiderio di infinito e al timbro malinconico che lo accompagna. Sia che volga lo sguardo al Mucrone, sia che si trovi ai piedi di un ruscello nella vicina Valle di Andorno.

Una delle rare immagini del poeta

La Vergine Nera

Su tutto insiste la figura misteriosa della Vergine Nera, quasi nascosta tra la roccia e il buio del sacello. E’ proprio questa presenza a costituire  però la traccia, l’indizio  di quell’ombra e  quell’azzurro citati da Hugo.  Nel profilo mariano di Oropa, Camerana vede il mistero e il trascendente della natura, al punto che questa presenza compare anche in alcune poesie che richiamano i dipinti dell’amico Lorenzo Delleani.

La statua lignea della Vergine al santuari di Oropa

Da Oropee

D’altro canto in questo modo “dipinge” in un certo senso, anche  il poeta:

A quest’ora, Lorenzo, il Santuario
Del tuo intelletto e del cor mio, le arcate
Grigie, i calmi cortili e la chiesuola
Sembrano tombe;
 
Quattro palmi di neve, un ciel di morte,
Chiuso il dì nella bruma orrida, cupe
Più che un abisso le notti, entro i quattro
Palmi di neve.  

Il paesaggio, la sua eco interiore, sono le seduzioni che Camerana ascolta e rende con la sensualità dell’immagine e del suono

La smemoratezza biellese

Lorenzo Delleani

Il Biellese, profondamente amato da Giovanni Camerana, non sembra però aver ricambiato questa attenzione. Mai visti una strada, un istituto, una sede intitolati allo scrittore; mai si è avvertita questa presenza come un termine di confronto per dire qualcosa di più  su questo territorio, oltre le ovvietà sulla terra dei telai e le stramorte, carducciane ciminiere fumanti, appropriati oggetti di archeologia industriale.
m.c.

Il santuario di Oropa a 1159 m. di altitudine; a sinistra il sacro monte



 

Poeti nascosti o dimenticati – 14 (fine)

Tra le Avanguardie e i Lirici Nuovi degli anni ’40

Tristan Tzara prima del dadaismo

Racconto al giardino
La tua sorte
E abbaiano i cani contro di me
E ridono di me i vicini

Fa freddo
Fuori nevica
Urla il vento come
Un lupo braccato

Campane di rame
Anelano vecchi dolori
Gli anni si smembrano
In palpebre d’inverno

Lia bionda Lia
Peccato che tu non veda
Il mare avvolto in
Nebbia color fumo

Peccato che tu non senta
Le seghe della luce
Nella culla del mare lontano
Come suona il legno delle barche rovinate

Peccato che tu non senta
Come si piegano gli alberi per baciarti
E come si ricongiungono le labbra delle onde perdute
Per conoscere il tuo volto

Qualcosa è caduto
E’ caduta una stella in lacrime
Brava gente pregate
Per lei

(dalle poesie scritte in romeno nel 1914)

Tristan Tzara, “Litania”, trad. Irma Carannante, da “Prime Poesie”, Joker

Grafica pubblicitaria di Federico Seneca, 1928

Filippo Tommaso Marinetti. Versi francesi

Ti porto il broncio
o vita mia
da cui la mia vita
fu rapita
da pensare a Budda
che alla vita
portò il broncio
Tutta la vita
vale a dire
tu

(agosto, 1924)

Filippo Tommaso Marinetti, “Ti porto il broncio
“, trad. M. Conti, dagli inediti francesi pubblicati da Einaudi nel 1971, “Poesie a Beny”

Luciano Folgore

Disegno di Eugène Grasset per l’inchiostro Le Marquet

Andirivieni di sole, d’ombre.
di persone,
brusiti scivolanti lungo i muri,
gridi sicuri,
strepito di trombe.
Ruote di carrozzoni
(striiidiii liman rotaie).
Vocio di merciaioli.
Femmine gaie con bocche a mulino
(spolverio delle parole)
e contratti smozzicati
(gesti larghi tra cifre rimbombanti).
Mattino.
Sole.
Tutta la primavera
in gola, nelle vene, tra i capelli.
Garofani socchiusi
(feritoie di rosso),
e vitalbe intrecciate,
e rose di libidine,
e giacinti (sonagli d’odore),
e glicine annegate nell’ebrezza.

Terrazze di verde, di petali, di stami,
più in alto della vita grezza
gonfia di voci, monete, materia.
Terrazze dell’amore
(sotto cantano fili telefonici nel vento).
E la solitudine dell’aria,
e l’ampiezza di ogni soffio,
molli, beate campane carnali.

Parapetti logori
dal peso di qualcuno che sporge;
muraglioni ciuffati
di verde,
camini sensibili di fumo.
Incensi di larghe terrazze;
l’amore va in alto,
sopra tutte le scale,
sopra tutte le soffitte,
ancora al di là delle tegole, degli abbaini.
Soverchia i fiori in attesa
(rivoluzione di popoli odorosi)
e tra i parafulmini di platino,
gestisce,
chiama,
risponde,
via, via,
per terrazze e terrazze e terrazze.

Linee di muri, giuochi di fumi,
tralci di molli profumi,
boccaporti di case,
prolungamenti d’ardore
sulla città che vegeta
per i grovigli immensi,
eccomi tutto,
nella vostra rete di fili di baci,
di trame, di sensi.

Luciano Folgore, “Terrazze”
, da Il canto dei motori, Edizioni futuriste di “Poesia”, 1912

Bruno Corra

Disegno di Giorgio Muggiano

Crepuscolo

…?…:

questo crepuscolo gonfio di nubi che bestemmia il firmamento si occupa troppo di me; sento due occhi di padule fissi sul mio spirito; sono le verdi paludi dei miei due anni di febbri che tornano a lambirmi: affògati con la tua lebbra d’aurora, con le tue piaghe di stelle!

Bruno Corra, “Crepuscolo”
da Con mani di vetro (1910-1914) in Madrigali e grotteschi, Facchi, 1919

Il surrealismo di Gérard Legrand

I bambini che giocavano attorno al pozzo comunale
Nell’erba color cuoio quando scivolano riflessi
Gusci d’uovo e champignon malva le trombe dei morti
Risposero con uno sguardo al vagabondo solitario
I druidi della neve univano i loro falcetti dorati
Molto più in alto dell’incrocio dove ammutoliva
Il vimine del vento per dormire in una chiusa selvaggia
E i ciottoli confesseranno l’ora delle stelle marine

Gérard Legrand, “Irraggiungibile”
trad. M. Conti da Des pierres de mouvance Editions surréalistes, 1953

Guy Rosey

A colei che mi sta molto lontana una confidenza

A colei che mi sta molto vicina un bacio

Alla terra un viaggio dietro le strade

Al cielo
una preghiera dietro le parole

Ai miei amici
qualche giocattolo che faccia credere alla felicità

A coloro che mi sono sconosciuti la felicità con cui farsi un giocattolo

Ai misteri
qualche fiore

Alla natura
un mostro che la vegli

A chi s’è ingannato
il mezzo per riuscire senza sembrare

A chi non mi crede
la follia per la musica

A chi non ha conosciuto l’amore
come diventare gigante

A chi l’ha conosciuto
come diventare infinitamente piccolo.

A coloro che sono visitati dalla luna
lenzuola immacolate per la muta delle nuvole

A coloro che mancano di vizi
il mezzo d’aver paura di se stessi

Guy Rosey, “A colei che mi sta molto lontana“, trad. R. Sanesi e A. Schwarz, in Benjamin Péret, La poesia surrealista francese, Schwarz editore, 1959

Da Luciano Anceschi, “Lirici Nuovi”, 1942

Manifesto pubblicitario firmato da ‘Maga’, Roma, 1929

Luciano Anceschi, a giusto titolo nume tutelare della critica poetica italiana fino alle soglie della neoavanguardia, presentò la seconda edizione dell’antologia “Lirici Nuovi” nel 1964 con una premessa che raccontava i criteri, il clima, le ragioni delle scelte fatte negli anni Quaranta. “L’antologia – scrisse – ha voluto rappresentare per exempla il secondo tempo della poetica del Novecento nella variante che, per intenderci, continueremo a chiamare ermetica”.

L’indice sorprende forse più delle note perché costituisce il ritratto già definito fino all’ultima pennellata di ciò che sarà la storia del primo e, in parte, del secondo ‘900.
I nomi sono quelli di: Campana, Cardarelli, Ungaretti, Saba, Onofri, Montale, Quasimodo, Vigolo, Solmi, Betocchi, Bertolucci, Gatto, Luzi, Penna, Sinisgalli, Sereni…Capiterà che Vigolo, Betocchi, Gatto, Sinisgalli, incontrino meno fortuna critica in seguito, ma nessuna fortuna toccò invece a tre nomi presenti in quell’antologia, sia pure un’esigua minoranza: Adriano Grande, Corrado Pavolini (diventato poi regista teatrale e di cinema) e Beniamino Dal Fabbro.

Adriano Grande

S’alternano ricordi, in una tesa
aria di fanciullezza chissà dove
ripresa: in una pausa che non fustiga
la fretta. Sembran pagine
di un album sullo schermo.

Rivedo le figure che alla vita
del bimbo un’esistenza
intrecciavan più acuta. Torna il senso
dell’avventura; e a vivere m’aiuta.

Torna la stella d’oro e torna l’ombra della tenda, la nera
frangua dell’òasi sul rosso
ciel della sera, il cavallo di legno,
la tenera mandòla. Ecco il lenzuolo
del morto che resuscita, la luna
che ride e piange senza convinzione.

Vedo il ragazzo che si muove a scatti,
corroso dalla scabbia, burattino
della miseria. Accanto a lui la seria
bambina con il fiocco
di seta nei capelli; e la sua bambola.
Ecco la coccinella sulla foglia
dell’araucaria, il fragore
della cascata nel vallo deserto,
il còndor che precipita, il predone
col fucile fumante, che a cavallo
fugge sull’orizzonte.

Anno 1926

Rivedo poi la tombola
di Natale e il pandolce, lo scoppiare
dei fuochi d’artificio, l’allegria
delle stelle filanti, gli onomastici,
le ricorrenze care. Ecco la prima
lettera d’un amore
fallace, ecco la lacrima
tenace della sposa abbandonata.

Ecco la coltellata
nel buio vicolo, il soffio del vento
sulle betulle, la stagnola opaca
del fiume all’alba…O inutile catalogo,
vana frondosità! Tu resti scialba,
mia vita, resti scialba. Questa rosa
spinosa che mi porto
nel cuore toglie senso
alle svagate immagini. Son corti,
anche se vuoti i giorni
che ti restano ancora, per sciuparli
in questo gioco. Fra tanta ricchezza
di tuo c’è solamente
una cadenza d’inespresso pianto.
Lontano: l’ho sentito in ogni cosa.,

Adriano Grande, “Album” da Il Maestrale, agosto 1942 in L. Anceschi, Lirici Nuovi, (1942; 1964)

Beniamino Dal Fabbro

A un odore di neve, a un cielo verde
d’un eguale cristallo in me d’eventi
remoti l’aria palpita, altro tempo
mi scande i giorni dell’adolescenza
immemore e profonda, l’ore trepide
che credevo l’estreme del mio sole.
Dal tenebroso golfo delle rupi
di prima sera nascendo, la luna
sopra spettrali calme di candore
argentina pendeva,…e all’indeciso
un’alba nuova favola era informe.
Nel concluso silenzio ed imploravo
al cembalo le febbri giovanili
del sangue lento e puro che languiva
nei magri polsi, e all’anima fluviale
dell’organo i confusi dolci fiati
corali e l’onda che m’avvolge immensa
in mari arcani di continua voce.

Beniamino Dal Fabbro, “A un odore di neve, a un cielo verde” da Villapluvia, 1932 in L. Anceschi, idem

F.to di Jane Long






Poeti dimenticati o nascosti – 13

Albino Pierro

Il numero tre mi è sempre piaciuto,
e ora che lo penso
si spacca sotto gli occhi
una bella melagrana rossa.
E io mi avvento e la mordo,
e i denti si piantano nel mezzo,
come un’altra bocca.
E ci baciamo a lungo,
muso a muso,
ci mescoliamo nella scorza,
come due fiotti di sangue.
Domani ne abbiamo tre,
e già mi tremano le ginocchia
al pensiero di trovarla,
proprio davanti alla mia porta,
la carrozza lucente del re.
 
Albino Pierro, “Il numero tre”, da Nu belle fatte  (Una bella storia), Almanacco dello Specchio, 1975, Mondadori.

Nelly Sachs

Grondai così dalla parola:
 
un frammento di notte
a braccia spalancate
una bilancia solo
per soppesare fughe
in questo tempo stellare
calata nella polvere
impressa d’orme.
 
E’ tardi ormai.
Ciò che è lieve mi lascia
e ciò che è greve
già vanno via le spalle
come nubi
braccia e mani
libere nel gesto.
 
Molto scuro è sempre il colore del ricordo
 
Mi riprende così
la notte in suo possesso.
 
Nelly Sachs, ”Grondai così dalla parola”, trad. I. Porena, da Poesie, Einaudi, 1971

Olli Sinivaara

Stamane il cielo si strappa,
saltano le cuciture del ritmo circadiano,
 
all’inizio le nubi crepate da una breccia
un’apertura dai morbidi contorni,
 
labbra da cui discende
la polvere imbiancata della costa mediterranea,
 
un velo ambrato di sudore
lungo strade pedonali madide,
 
dove i sacchetti d’immondizia ricordano:
qui si sa amare e dimenticare,
 
nuotare come all’ultima luna,
affondare nell’acqua sporca,
 
rianimare i gabbiani per il volo
e annegare di nuovo, scomparire di nuovo
 
verso isole più lontane,
isolette saldate d’argento,
 
ventaglio cencioso
che stamane si spande
 
sulla cupola della città,
quando le nubi si estinguono,
 
sbiadisce nel blu e scolora.
 
Olli Sinivaara, “Stamane il cielo si strappa”, trad. A. Parente, da Il limite della neve. La nuova poesia finlandese, Mimesis-Hebenon, 2011

Ekaterina Sokolova

Mi son voltata indietro, metà della vita è trascorsa:
intorno vedo alberi cavi, come libri, accostati.
Oltre vedo una gita: m’hanno mostrato per primo il nord,
poi il sud m’hanno mostrato.
 
In alto pini rotondi e pochi familiari:
perché non hai nulla, perché sei una strana bambina.
Né l’oscurità del nord, né del su la luce marina
m’han potuto formare.
 
Ma adesso in alto in alto
immersa nell’erba ho la testa
i piedi in un’acqua celeste
l’erba dell’acqua ancor più silente
l’acqua più in basso dell’erba si stende.
 
Ekaterina Sokolova, “Mi son voltata indietro, metà della vita è trascorsa”, da La massa critica del cuore. Antologia di poesia russa contemporanea. Cura, scelta e traduzione di Massimo Maurizio,  Mimesis-Hebenon, 2013

José Moreno Villa

Ho fatto una D coricata come una barca
e tutta la camera è diventata una spiaggia.
Sentivo il rumore arricciato della riva
e il catrame che c’è sotto la luce marina.
La D ha una bianca vela panciuta
la sua scia,
il suo pennone,
la sua bandiera.
Venne a me superando il monte,
il cancello, la scala, la porta chiusa.
Venne senza pescatori,
senza remi, né reti, né acciughe.

Ecco dunque la D inclinata,
lancia incagliata sulla riva,
non so dove perduta
e ritrovata sopra il mio nome.

José Moreno Villa, “D”, trad. V. Bodini, da Giacinta la rossa, Einaudi, 1972

Cecilia Vincuña

Da piccola avevo dei conigli e mi piacevano tanto
che non mi staccavo da loro durante tutto il giorno.
li guardavo senza sosta ma non mi venne mai in mente
che erano animali che mangiavano e fu così
che morirono. io non riuscivo a capire perché
era successo dato che loro “sapevano” che
io li amavo. per me esisteva solo un tipo
di morte ed era quella di dolore o tristezza.
poi, uno zio mi chiese che cosa davo da
mangiare ai conigli e io lo trovai molto strano.
gli dissi che non gli davo niente, chiesero ai
grandi e tutti risposero che essendo
miei gli animaletti si supponeva che li
alimentassi io. gran commozione per la morte dei
conigli.
tutti considerarono che ero scema e sna-
turata. a me non importò, ma pensai
che da allora in poi avrei dato da mangiare
a tutte le cose che mi piacevano perché voleva
dire che c’erano due tipi di morte: quella di
fame e quella di dolore.
Cecilia Vincuña, “Maniera in cui scoprii i due tipi di morte”, in Giovani poeti sudamericani, Einaudi, 1972.

Alain Veinstein

Se ti dicessi tutto quel che vorrei dire
avrei la gola insanguinata
pervaderei ogni grano di polvere
delle scintille della mia tensione.
Subito – ho un bel mantenere il silenzio –
m’ inabisso nella notte fredda
come una palla di fuoco.
Nell’oscurità che mi accoglie
faccio tremare pozze di luce.

Alain Veinstein, “Se ti dicessi tutto quel che vorrei dire” trad. M. Conti, da “L’heure d’hiver”, Edition du Seuil, 2009

Paolo Volponi

La notte è parallela al giorno;
ne sostiene l’anelante
andatura
istante per istante.
La notte è più grande e sottile
e cede senza paura
a ogni speranza vile
del giorno.
La notte non è sicura
proprio come un soggetto
che cerca sempre misura
fra origine e ritorno.
Il giorno invece è un oggetto
che pesa e si oppone intorno
alla sua stessa parvenza.
Il giorno finisce
senza…
La notte è immortale,
e non concepisce,
quale vestale
della propria assenza
continua che compatisce.
 
Paolo Volponi, “La notte è parallela al giorno” da Con testo a fronte, Einaudi, 1986

Juan Rodolfo Wilcock

Non i prodotti chimici danno la pace
ma il silenzio e la consapevolezza
del tempo che trascorre.
 
Non le finzioni argute danno la gioia
ma l’amore e la consapevolezza
del tempo che trascorre.
 
Non le rare teorie danno la comprensione
ma la rinuncia e la consapevolezza
del tempo che trascorre.
 
Juan Rodolfo Wilcock, da “I tre santi” in Poesie, Adelphi, 1980


 

Poeti dimenticati o nascosti – 12

Wanda Lins

Sans foi ni loi
sans foi ni loi
sans feu ni lieu
sans maître sans chien sans dieu
 
sans joie
 
sans toi
qui étais tout cela
 
et sans savoir pourquoi pourquoi pourquoi.
 
Wanda Lins, da “Les Monstrillons”, Albert Meynier, 1986

Roberto Sanesi



Dove l’aprile, con tutti
i pregiudizi innescati dall’autunno,
rimane appollaiato sulla groppa
della neve e per mesi, per anni.
frastagliato
da un ramo di betulla, arrochito
come una volpe,
mi dicono
che il brigante usignolo si annidava
nel folto degli argenti, dei muschi,
con un cappuccio di funghi velenosi,
nell’ocra dei cespugli, al tramonto,
e fulminava col fischio i viandanti.
Fra una nota e l’altra
una minuscola slitta ti percorre il mignolo.
 
Roberto Sanesi, da Alterego e altre ipotesi, Munt Press, 1974

Georges Scheadé

Pierre Alechinsky

L’enorme tristezza di un cavallo passeggia nelle nuvole
E tu in questa stanza
Sogni senza parola
Della più tenera infanzia di un viaggio
Sul reame dei muri

Georges Scheadé, Poésies V; XI, trad. M. Conti, da Les poèsie, Nrf Gallimard, 2008

Stefano Simoncelli

Vieranski

E’ me che sfidi scattando
sui pedali della bicicletta?
E’ per sfinirmi che inarchi distendi le reni
involandoti come fumo
nuvola dalla bionda zazzera malandra
lungo rettilinei curve di viali
che la prima caduta di piogge e foglie
ha finalmente liberato dai turisti
attardatisi ad alleviare
mali cittadini?
 
– Se è così non sopporterà
il mio cuore: arranco dietro la tua ruota
mi manca il fiato. meglio ch’io mi fermi dove
la strada un poco s’inerpica,
ch’io ritorni dove lei la previdente
l’appassionata compagna
sta preparando un balsamo di baci
e rose devastate.
 
Stefano Simoncelli, “Gareggiando con un bambino in bicicletta”, da Nuovi Argomenti, nn. 63-64, 1979,

Leonardo Sinisgalli

Si può prende la felicità
per la coda come un passero.
Si possono dimenticare i debiti
che abbiamo con il mondo.
Un lampo di beatitudine
non offende il nostro vicino.
Lui dorme sulla panchina,
il passero gli vola intorno.
Lui sogna il lebbroso
ma sentiamo che il suo male
non è contagioso.
 
Leonardo Sinisgalli, “Il passero e il lebbroso“,  da L’ellisse, Mondadori, 1974

Cinzia Soldano

Paul Klee

Non ti ho mai detto
ancora
cosa succede all’ombra
dell’albogatto?
Vieni con me una sera. Te lo dirò
all’ombra
dell’albogatto.
L’ombra dell’albogatto
è proprio
una gran cosa.
Non che si veda

né fuoco fatuo
né si respiri fiore di eliotropio
né, mai, ti accadrà di trasognare: “dolce era
il tempo/ che mi ravvolgeva
l’ombra
dell’albogatto”.
L’ombra dell’albogatto,
no,
è un’altra cosa.
Ah, l’ombra dell’albogatto…

Brilla nel fondo della scatola nera?
Somiglia all’istante dell’alzabandiera?
L’ombra dell’albogatto è dove
ti porterò una sera.

Cinzia Soldano, “L’albogatto” in AA. VV. Il grande blu, il grande nero. Transeuropa, 1988

Lucia Sollazzo

Mirtha Dermiaseche

Vedo la sorte mia in tuo colore
noctua, se al chiaro sole
sconfini, occhi e piuma d’errore
esatto il grido breve del tuo gelo.
E buia perfori il più lucente velo
del silenzio fiorito,
ardenti, infinite
leghe in fumo volando
ad incendiate lande
che in giallo sguardo miri.

Lucia Sollazzo, “Vedo la sorte mia in tuo colore” da Noctua, Manni ed. 1998

Sergio Solmi

Christophe Badani

Va facendosi il mondo d’anno in anno
sempre più bello. Nel sole arretrando
s’addolcisce e si fa minuta ed intima
la strada cittadina, come il cavo
di due mani accostate, a rivelare
il prezioso accento d’una fronda
o un frammento d’azzurro, e il verde tram
sopraggiungendo fa d’ogni stagione
primavera.
O tu lindo nitido
mondo, i tuoi queti rumori!
Domani,
giunta la sua bellezza al colmo, forse
la fragile pellicola d’un tratto
schianterà lacerata. Sarà solo
l’immenso fiore di fumo di questa
nostra storia incendiata a sollevarsi
tremando contro un abolito cielo?
Sergio Solmi, “Fermata facoltativa” (1955) da Poesie, meditazioni e ricordi, Adelphi, 1983

Poeti dimenticati o nascosti – 11

Federico Garcia Lorca, Cartolina

Ana Maria Moix

Mio fratello Terencio comprava libri di Sartre nel mercato di libri di San
Antonio e li leggeva di nascosto da mio padre – si chiama Jesus, è monarchico e sentimentale -, il quale assicurava che Sartre era la reincarnazione del demonio e che i suoi lettori diventavano immediatamente schiavi al servizio di Satana. Un giorno, all’uscita dalla scuola, dissi a mio fratello: voglio diventare scrittrice. Tu?
Ma non volevi diventare trapezista? Sì, ma adesso voglio diventare scrittrice. Terencio mi disse che non sarei stata mai una buona scrittrice perché non ero “impegnata”.
A me in realtà, quello che piaceva era suonare la tromba in una strada buia. Ma allora, né io né i miei fratelli sapevamo nulla della vita; avevamo imparato tutto da libri, fumetti, film e canzoni.
Ho già detto che quello che mi piace è suonare la tromba in una strada buia, per questo ho scritto le Ballate del Dolce Jim, perché desideravo, un bel giorno, suonare la tromba in una strada buia. Più tardi ho capito che ho sempre suonato la tromba in una strada buia.

Ana Maria Moix, da “Poetica”, trad. M. Lamberti, in “Poesia”, n. 92, Crocetti

Roberto Roversi

“…bruciano i vetri delle biblioteche
gli scaffali di legno odorano di onde di boschi
avvampano i libri chiedono pietà
o muoiono in silenzio o scendono in battaglia contro il tempo
che li tempesta. Cenere nelle biblioteche con gli avidi pipistrelli
chini sopra gli ultimi fogli. Fumo”

Roberto Roversi, da “La partita di calcio“, Pironti, 2001

E’ ancora da vedere se la povertà di ieri

“E’ ancora da vedere se la povertà di ieri
era più triste della ricchezza esplosa
polvere di ghiaccio tra le pietre
in questi giorni rassegnati a un piccolo destino.
Il pane che l’Europa tocca muore.
Il viaggio così finisce. Il cavaliere così si allontana.
Mi rifiuto di sottoscrivere
qualsiasi forma di patto
con il diavolo. Mani di uomini neri
strisciano le lamiere arrugginite.”
 
Roberto Roversi, da “La partita di calcio”, Pironti editore, 2011.

Tomasz Ròzycki

Manoscritto arabo XII sec.

Immagina un momento che io viva qui
che qui sia nato, e i miei genitori
abbiano un negozietto qui da sempre
e io frequenti un bar in rue du Temple
 
con una cameriera gentile, che non ci sia mai stata
Europa dell’est, nessuna cantina
per nascondere i vicini, nessuna
deportazione o retata, né incubi
 
di gente che si presenta alla porta,
immagina: un gatto allunga il collo
al sole del balcone, gioca a scacchi
il tipo a destra con la cameriera,
 
lui segue le sue mosse, lei portando
il caffè, come per caso, con l’anca urta la scacchiera.
 
Tomasz Ròzycki, “Truppe alle manovre”, trad. L. Masi, in Hebenon, nn 3-4, Mimesis Hebenon, 2009.   

Beppe Salvia

Un raggio ha dimorato tra misure
rigorose e chiare di calici, e
senza chiudersi in pigre filature
tra i vetri ha brillato un segno d’oro, e
l’ho sentito il tinno sonoro di quel
lume e il coro, come uno specchio avanti
al primo grido dei mille vetri del
prisma che pur frange acque indolenti
dell’iride dei lumi, non parenti
siamo noi di luci che riposano,
 
livida limatura d’ardesia note
quadrettature d’un foglio ha rese
metro imperativo e falso di vita
che non valse a far pittura scoperta
di quell’ombre di polvere ferrigna.
Beppe Salvia, “Il raggio la polvere il foglio” dall’ inserto culturale “Fine Secolo” del quotidiano Reporter, 23 aprile 1985

Rossella Tempesta

Gérard de Nerval, Genealogia fantastica

Molto bella l’estate
per questo suo camminare a piedi nudi nella casa
sentire come è fresco il duro marmo
sentire la vostra presenza anche nelle stanze vuote
anche nell’ordine così provvisorio delle cose:
stanno in bilico
e non si sedimentano poiché amano lasciarsi travolgere
dalle vostre guerre stellari
aspettano di essere centrifugate dall’energia magnetica
dei vostri salti.
Qui, qui. Mi troverete davanti a questo scenario azzurro
su cui dondolano le campanelle della buganvillea
e le vele bianche dei vacanzieri.

Rossella Tempesta, da “Libro domestico” in Nuovi poeti italiani, 6. Einaudi, 2012

Antonio Martinez Sarriòn

Stephane Mallarmé . Lettera autografa indirizzata a Laura Mery (1890)

Meraviglie del cine gallerie
di luce intermittente in mezzo ai fischi
bambini con le mamme giù in platea
tra le pantere un indiano si sforza
di raggiungere i frutti più dorati
ivonne de carlo balla in sherazade
non so se una danza musulmana o un tango
amore dei miei quindici anni marilyn
fiumi della memoria così amari
e poi la cena fredda e insipida
e gli occhi brucianti come fari
 
Antonio Martinez Sarriòn, “Il cinema del sabato”, trad. M.P. Lamberti, da Poesia, n. 87, Crocetti, 1995

Manoscritto arabo. XII secolo