Claustrofonia, autoironia della bellezza

Il secondo libro di Doris Emilia Bragagnini – Un verso che assume come tema il colloquio con la propria voce – Tra bellezza e ironia della bellezza

Paul Klee, 1935

«Mi decido per un foglio bianco/colore non a me predestinato» ; «Disegnava gestalt/ fiori come zanzare incapaci di volo »; «non si ha più sonno quando si teme d’invecchiare/le mani si fanno lunghe quanto rovi senza more»: cito otto versi di tre poesie differenti contenuti in una sorprendente raccolta di Doris Emilia Bragagnini.
In questi pochi frammenti già compaiono i segni indispensabili, le tracce luccicanti sul sentiero per  la lettura di Claustrofonia– Sfarfallii – armati – sottoluce.  Seconda raccolta dell’autrice, la si può interamente leggere nello scarto tra lingua e opera, tra lo strumento della nominazione e la sua estetica.
Doris Bragagnini prende in consegna il discorso lirico novecentesco e ne fa il suo oggetto, poesia sopra la poesia, invenzione su un codice, su una storia linguistica che all’autrice appare stinta e paurosa come la luna per Marinetti. Ecco allora il disegno, lo sfarfallio della Gestalt: la percezione di una forma che si annuncia e non si definisce, un’ombra che si carica di energia e resta sospesa, un linguaggio che non accetta progettualità ma si stabilisce più sinceramente nel tempo incerto  dell’indizio, della traccia. Il contraltare sarebbero le mani vecchie della storia lirica, spinose e senza frutti.

Semantica e ironia

Paul Klee

Questa scrittura vive insomma con un doppio distacco: il primo dovuto allo spostamento dei campi semantici, il secondo provocato dall’ironia. Entrambi separano dal registro lirico così come dal referente.  E dell’ironia parla del resto con dovizia Plinio Perilli nella prefazione. Ecco due esempi sia del mutamento di significato, sia dell’ironia:
 
semplifico ammutinando nel pensiero
ogni parola che si getti a tuffo
in conclamati deserti descrittivi
l’intraprendenza all’artificio
– gli stivali dalle sette leghe –
(da Mappa Valentino)
 
 ***
è una separazione secondaria quella tra te e me
il solito coniglio dal cilindro
procede per scomparse e apparizioni
si disarma alla carota del futuro. poi
indossavo tacchi alti e un cappotto troppo leggero
per dirti – sono io – quella qui dentro
(Gare de Lyon)

Un coniglio dal cilindro

Paul Klee

Il timbro sarebbe in potenza quello della prosa non fosse rimesso in gioco dalle immagini, dalle metafore stranianti delle locuzioni. Ma anche la figura usuale (il coniglio nel cilindro) si disfa e diventa un coniglio dal cilindro. Analogo è il procedimento con “Mappa Valentino” dove si evitano i «deserti descrittivi» separando gli stivali dalle sette leghe. E’ chiaro che in entrambe le citazioni lo slittamento semantico si innesta sullo slancio del distacco ironico.
In Fronte postazione  è invece un’intera topografia ad essere allusiva di questa attitudine proprio nel momento in cui il testo richiama un tema forte, ontologico, che assume il nastro avvoltolato dei ricordi:

ci sono avamposti sotto tegole dei tetti
con nascoste storie cifrate
del supporto da seccare è l’antro a togliere respiro
la ruvida coccia che tiene il dettaglio o l’ingombro che cade

nasce copiosa la voragine versata sul risarcimento danno
un rullo inceppato borderline
nell’ecatombe dei ricordi passati in prescrizione
le lacrime rimandate trattenute – causa buco grondaia.

Sotto il tetto

Paul Klee

La “postazione”, lo stare sotto il tetto, è un correlativo oggettivo dove le storie nascoste tolgono il respiro. Ma se qui l’altrove è un luogo che si incarica di assumere il passato e appare appena un poco più tradizionale, ecco in chiusura un cambiamento di registro e la strada dell’ironia come la lingua bassa di un cartello sul muro: «causa buco grondaia».  Alla stessa stregua di quei «centrini trapanati» dove è evidente lo humor concretizzato dal campo semantico della grossolanità verso il topos dell’ornamento, del ricamo diligente e femminile.

Paul Klee

L’amaca fenice

Doris Emilia Bragagnini porta altrove il suo referente e lo esplicita in Sol_a Gratia: « cerco la nota distorsiva – quella – capace di cancellare il nesso/l’ordine cruento mille volte verticale rinnegato con lo sguardo[non spero]» . In L’amaca fenice, il verso tendente al prosastico esplicita: «c’è un posto che non so quando dovrei dire quello che c’è/ ma che non trovo – lo faccio scomparire». Anche perché  «la sostanza congetturale stringe sugli arti come carta moschicida/ ti dondola sul nulla il palinsesto della vita, a favore di vento// il gancio – sospeso – al diritto d’uscita». Il colloquio con la propria «voce» è citato o alluso in varie parti del libro; il tema di una pronuncia che diviene forma e vive, come ogni autentico soprassalto di poesia, in un equilibrio precario, quasi in una specie di caviardage. Qui la parola può essere stillicidio e più frequentemente un asintoto, la linea curva che si approssima al nostro desiderio senza mai congiungersi. Allora  giunge lo scarto dell’invenzione, il battere e il levare dell’immaginario: la lirica volta le spalle al desiderio e si compie con pienezza:

Nido

Curo i miei fogli come in una culla, li accudisco
ci giro intorno se li lascio so sempre dove sono e ci ritorno
li riassesto li dispongo li sposto gli rimbocco le parole
accarezzandoli con gli occhi a volte li detesto
sempre con quella bocca aperta come passeri neonati
cip cip cip a chiedermi del cibo che ho nascosto o non ricordo
Evito i beccucci non li guardo, allungo tapparelle faccio ombra
forse si addormentano
(Nido)

Marco Conti
Doris Emilia Bragagnini, CLAUSTROFONIA, Sfarfallii – armati – sottoluce, Giuliano Ladolfi Editore, 2018

Introdotta da Plinio Perilli, la raccolta ha una postfazione di Laura Caccia



 


 


 

Camerana poeta ad Oropa

Lo Scapigliato, autore delle Oropee, era di casa nella vallata biellese

Giovanni Camerana, una pagina manoscritta del testo “Oropa”

I viaggi di Camerana

Ha quasi cinquant’anni Giovanni Camerana quando, ancora una volta, il 3 ottobre 1894, visita e girovaga tra la valle di Oropa e il santuario mariano più famoso delle Alpi. C’è già stato nel 1882, nel 1883, c’è stato nel 1894 in primavera e ora che si allungano le ombre dei faggi intorno al santuario, è  tornato.
 Questa volta è proprio l’immagine della Vergine Nera  a sedurlo, anziché l’atmosfera romantica dei monti e il contrappasso della quiete e della preghiera. In “Oropa. A la statua”, scrive nelle ultime due terzine del sonetto:

Tu sei nera ma bella

Tu sei mia Tu che sei nera ma bella,
Nera come la intensa lava Etnea;
Bella come gli Etnei clivi al bel sole;
 
Sei mia, perché sei nera e arcana e bella,
Mia fra i veli del sogno e dell’idea,
Mia nel bivio fra il sogno e le parole.

Il misticismo dei romantici

Alla bellezza e al misticismo sensuale romantici, tra suggestioni della natura e precarietà del vivere, Camerana fornisce alcune delle immagini più nitide. La chiostra dei monti, il verde denso delle vallate, la figura della Vergine nel sacello,  il santuario di pietra, le ombre e le nubi che si slanciano tra le gole, diventano la grammatica di una parte centrale della sua lirica, un motivo di ispirazione costante. E’ una angolazione più moderna e rispetto alle tele del contemporaneo Lorenzo Delleani.

Lorenzo Delleani, Museo del Territorio Biellese

Delleani

Ma chi oggi volesse promuovere un tour nel biellese letterario, potrebbe contare su una parte significativa dell’intera sua opera: quattro poesie imperniate su Oropa, due sulla valle d’Andorno, nove dedicate a Delleani dove vengono talvolta ripresi in chiave romantica gli scenari dipinti, varie poesie sulle montagne locali, dal Monte Mucrone al Monte Tovo, mentre altri sonetti risultano ispirati al santuario di Oropa o alla statua della Vergine Nera benché questi elementi agiscano sottotraccia.

Hugo: morte e bellezza

Il paesaggio montano biellese fornisce  a Camerana lo scenario per due temi che si rincorrono da Victor Hugo in poi tra romanticismo, simbolismo e crepuscolarismo:  quelli della bellezza, del sogno, e della precarietà. E’ Victor Hugo, nel 1871, a scrivere in un sonetto: “La Morte e la Bellezza sono due cose profonde” che comprendono “ l’ombra e l’azzurro”.
L’azzurro dei monti, l’ombra del sacello di Oropa, per esempio:

Tranquilla Oropa, ove sognai, lontano
Da tutti gli echi del mondo, tranquilla
Piazza, ove il fonte secolar zampilla
Ed è un bacio di pace il sol montano (…)

Il poeta scapigliato

L’edizione Streglio (1907), la prima in cui sono raccolti i suoi versi, per lo più sparsi su varie riviste. Negli anni Cinquanta arrivò l’edizione Garzanti con la prefazione e curatela di Francesco Flora

Il poeta scapigliato, il magistrato controvoglia di Casale Monferrato (la scelta della carriera gli fu imposta; in seguito Camerana non raccolse mai le sue poesie in volume proprio perché magistrato; il primo libro di sillogi  è edito da Streglio nel 1907, due anni dopo la sua morte), passa, torna, insiste ancora, discorre con l’estro di una poesia che ha come costante lo slancio mistico e una insistita figuratività. I “clivi”, le selve, il chiaroscuro che monti e boschi gli fanno sfavillare di fronte, sono un motivo ricorrente, un paesaggio che si presta al desiderio di infinito e al timbro malinconico che lo accompagna. Sia che volga lo sguardo al Mucrone, sia che si trovi ai piedi di un ruscello nella vicina Valle di Andorno.

Una delle rare immagini del poeta

La Vergine Nera

Su tutto insiste la figura misteriosa della Vergine Nera, quasi nascosta tra la roccia e il buio del sacello. E’ proprio questa presenza a costituire  però la traccia, l’indizio  di quell’ombra e  quell’azzurro citati da Hugo.  Nel profilo mariano di Oropa, Camerana vede il mistero e il trascendente della natura, al punto che questa presenza compare anche in alcune poesie che richiamano i dipinti dell’amico Lorenzo Delleani.

La statua lignea della Vergine al santuari di Oropa

Da Oropee

D’altro canto in questo modo “dipinge” in un certo senso, anche  il poeta:

A quest’ora, Lorenzo, il Santuario
Del tuo intelletto e del cor mio, le arcate
Grigie, i calmi cortili e la chiesuola
Sembrano tombe;
 
Quattro palmi di neve, un ciel di morte,
Chiuso il dì nella bruma orrida, cupe
Più che un abisso le notti, entro i quattro
Palmi di neve.  

Il paesaggio, la sua eco interiore, sono le seduzioni che Camerana ascolta e rende con la sensualità dell’immagine e del suono

La smemoratezza biellese

Lorenzo Delleani

Il Biellese, profondamente amato da Giovanni Camerana, non sembra però aver ricambiato questa attenzione. Mai visti una strada, un istituto, una sede intitolati allo scrittore; mai si è avvertita questa presenza come un termine di confronto per dire qualcosa di più  su questo territorio, oltre le ovvietà sulla terra dei telai e le stramorte, carducciane ciminiere fumanti, appropriati oggetti di archeologia industriale.
m.c.

Il santuario di Oropa a 1159 m. di altitudine; a sinistra il sacro monte



 

Poeti nascosti o dimenticati – 14 (fine)

Tra le Avanguardie e i Lirici Nuovi degli anni ’40

Tristan Tzara prima del dadaismo

Racconto al giardino
La tua sorte
E abbaiano i cani contro di me
E ridono di me i vicini

Fa freddo
Fuori nevica
Urla il vento come
Un lupo braccato

Campane di rame
Anelano vecchi dolori
Gli anni si smembrano
In palpebre d’inverno

Lia bionda Lia
Peccato che tu non veda
Il mare avvolto in
Nebbia color fumo

Peccato che tu non senta
Le seghe della luce
Nella culla del mare lontano
Come suona il legno delle barche rovinate

Peccato che tu non senta
Come si piegano gli alberi per baciarti
E come si ricongiungono le labbra delle onde perdute
Per conoscere il tuo volto

Qualcosa è caduto
E’ caduta una stella in lacrime
Brava gente pregate
Per lei

(dalle poesie scritte in romeno nel 1914)

Tristan Tzara, “Litania”, trad. Irma Carannante, da “Prime Poesie”, Joker

Grafica pubblicitaria di Federico Seneca, 1928

Filippo Tommaso Marinetti. Versi francesi

Ti porto il broncio
o vita mia
da cui la mia vita
fu rapita
da pensare a Budda
che alla vita
portò il broncio
Tutta la vita
vale a dire
tu

(agosto, 1924)

Filippo Tommaso Marinetti, “Ti porto il broncio
“, trad. M. Conti, dagli inediti francesi pubblicati da Einaudi nel 1971, “Poesie a Beny”

Luciano Folgore

Disegno di Eugène Grasset per l’inchiostro Le Marquet

Andirivieni di sole, d’ombre.
di persone,
brusiti scivolanti lungo i muri,
gridi sicuri,
strepito di trombe.
Ruote di carrozzoni
(striiidiii liman rotaie).
Vocio di merciaioli.
Femmine gaie con bocche a mulino
(spolverio delle parole)
e contratti smozzicati
(gesti larghi tra cifre rimbombanti).
Mattino.
Sole.
Tutta la primavera
in gola, nelle vene, tra i capelli.
Garofani socchiusi
(feritoie di rosso),
e vitalbe intrecciate,
e rose di libidine,
e giacinti (sonagli d’odore),
e glicine annegate nell’ebrezza.

Terrazze di verde, di petali, di stami,
più in alto della vita grezza
gonfia di voci, monete, materia.
Terrazze dell’amore
(sotto cantano fili telefonici nel vento).
E la solitudine dell’aria,
e l’ampiezza di ogni soffio,
molli, beate campane carnali.

Parapetti logori
dal peso di qualcuno che sporge;
muraglioni ciuffati
di verde,
camini sensibili di fumo.
Incensi di larghe terrazze;
l’amore va in alto,
sopra tutte le scale,
sopra tutte le soffitte,
ancora al di là delle tegole, degli abbaini.
Soverchia i fiori in attesa
(rivoluzione di popoli odorosi)
e tra i parafulmini di platino,
gestisce,
chiama,
risponde,
via, via,
per terrazze e terrazze e terrazze.

Linee di muri, giuochi di fumi,
tralci di molli profumi,
boccaporti di case,
prolungamenti d’ardore
sulla città che vegeta
per i grovigli immensi,
eccomi tutto,
nella vostra rete di fili di baci,
di trame, di sensi.

Luciano Folgore, “Terrazze”
, da Il canto dei motori, Edizioni futuriste di “Poesia”, 1912

Bruno Corra

Disegno di Giorgio Muggiano

Crepuscolo

…?…:

questo crepuscolo gonfio di nubi che bestemmia il firmamento si occupa troppo di me; sento due occhi di padule fissi sul mio spirito; sono le verdi paludi dei miei due anni di febbri che tornano a lambirmi: affògati con la tua lebbra d’aurora, con le tue piaghe di stelle!

Bruno Corra, “Crepuscolo”
da Con mani di vetro (1910-1914) in Madrigali e grotteschi, Facchi, 1919

Il surrealismo di Gérard Legrand

I bambini che giocavano attorno al pozzo comunale
Nell’erba color cuoio quando scivolano riflessi
Gusci d’uovo e champignon malva le trombe dei morti
Risposero con uno sguardo al vagabondo solitario
I druidi della neve univano i loro falcetti dorati
Molto più in alto dell’incrocio dove ammutoliva
Il vimine del vento per dormire in una chiusa selvaggia
E i ciottoli confesseranno l’ora delle stelle marine

Gérard Legrand, “Irraggiungibile”
trad. M. Conti da Des pierres de mouvance Editions surréalistes, 1953

Guy Rosey

A colei che mi sta molto lontana una confidenza

A colei che mi sta molto vicina un bacio

Alla terra un viaggio dietro le strade

Al cielo
una preghiera dietro le parole

Ai miei amici
qualche giocattolo che faccia credere alla felicità

A coloro che mi sono sconosciuti la felicità con cui farsi un giocattolo

Ai misteri
qualche fiore

Alla natura
un mostro che la vegli

A chi s’è ingannato
il mezzo per riuscire senza sembrare

A chi non mi crede
la follia per la musica

A chi non ha conosciuto l’amore
come diventare gigante

A chi l’ha conosciuto
come diventare infinitamente piccolo.

A coloro che sono visitati dalla luna
lenzuola immacolate per la muta delle nuvole

A coloro che mancano di vizi
il mezzo d’aver paura di se stessi

Guy Rosey, “A colei che mi sta molto lontana“, trad. R. Sanesi e A. Schwarz, in Benjamin Péret, La poesia surrealista francese, Schwarz editore, 1959

Da Luciano Anceschi, “Lirici Nuovi”, 1942

Manifesto pubblicitario firmato da ‘Maga’, Roma, 1929

Luciano Anceschi, a giusto titolo nume tutelare della critica poetica italiana fino alle soglie della neoavanguardia, presentò la seconda edizione dell’antologia “Lirici Nuovi” nel 1964 con una premessa che raccontava i criteri, il clima, le ragioni delle scelte fatte negli anni Quaranta. “L’antologia – scrisse – ha voluto rappresentare per exempla il secondo tempo della poetica del Novecento nella variante che, per intenderci, continueremo a chiamare ermetica”.

L’indice sorprende forse più delle note perché costituisce il ritratto già definito fino all’ultima pennellata di ciò che sarà la storia del primo e, in parte, del secondo ‘900.
I nomi sono quelli di: Campana, Cardarelli, Ungaretti, Saba, Onofri, Montale, Quasimodo, Vigolo, Solmi, Betocchi, Bertolucci, Gatto, Luzi, Penna, Sinisgalli, Sereni…Capiterà che Vigolo, Betocchi, Gatto, Sinisgalli, incontrino meno fortuna critica in seguito, ma nessuna fortuna toccò invece a tre nomi presenti in quell’antologia, sia pure un’esigua minoranza: Adriano Grande, Corrado Pavolini (diventato poi regista teatrale e di cinema) e Beniamino Dal Fabbro.

Adriano Grande

S’alternano ricordi, in una tesa
aria di fanciullezza chissà dove
ripresa: in una pausa che non fustiga
la fretta. Sembran pagine
di un album sullo schermo.

Rivedo le figure che alla vita
del bimbo un’esistenza
intrecciavan più acuta. Torna il senso
dell’avventura; e a vivere m’aiuta.

Torna la stella d’oro e torna l’ombra della tenda, la nera
frangua dell’òasi sul rosso
ciel della sera, il cavallo di legno,
la tenera mandòla. Ecco il lenzuolo
del morto che resuscita, la luna
che ride e piange senza convinzione.

Vedo il ragazzo che si muove a scatti,
corroso dalla scabbia, burattino
della miseria. Accanto a lui la seria
bambina con il fiocco
di seta nei capelli; e la sua bambola.
Ecco la coccinella sulla foglia
dell’araucaria, il fragore
della cascata nel vallo deserto,
il còndor che precipita, il predone
col fucile fumante, che a cavallo
fugge sull’orizzonte.

Anno 1926

Rivedo poi la tombola
di Natale e il pandolce, lo scoppiare
dei fuochi d’artificio, l’allegria
delle stelle filanti, gli onomastici,
le ricorrenze care. Ecco la prima
lettera d’un amore
fallace, ecco la lacrima
tenace della sposa abbandonata.

Ecco la coltellata
nel buio vicolo, il soffio del vento
sulle betulle, la stagnola opaca
del fiume all’alba…O inutile catalogo,
vana frondosità! Tu resti scialba,
mia vita, resti scialba. Questa rosa
spinosa che mi porto
nel cuore toglie senso
alle svagate immagini. Son corti,
anche se vuoti i giorni
che ti restano ancora, per sciuparli
in questo gioco. Fra tanta ricchezza
di tuo c’è solamente
una cadenza d’inespresso pianto.
Lontano: l’ho sentito in ogni cosa.,

Adriano Grande, “Album” da Il Maestrale, agosto 1942 in L. Anceschi, Lirici Nuovi, (1942; 1964)

Beniamino Dal Fabbro

A un odore di neve, a un cielo verde
d’un eguale cristallo in me d’eventi
remoti l’aria palpita, altro tempo
mi scande i giorni dell’adolescenza
immemore e profonda, l’ore trepide
che credevo l’estreme del mio sole.
Dal tenebroso golfo delle rupi
di prima sera nascendo, la luna
sopra spettrali calme di candore
argentina pendeva,…e all’indeciso
un’alba nuova favola era informe.
Nel concluso silenzio ed imploravo
al cembalo le febbri giovanili
del sangue lento e puro che languiva
nei magri polsi, e all’anima fluviale
dell’organo i confusi dolci fiati
corali e l’onda che m’avvolge immensa
in mari arcani di continua voce.

Beniamino Dal Fabbro, “A un odore di neve, a un cielo verde” da Villapluvia, 1932 in L. Anceschi, idem

F.to di Jane Long






Poeti dimenticati o nascosti – 13

Albino Pierro

Il numero tre mi è sempre piaciuto,
e ora che lo penso
si spacca sotto gli occhi
una bella melagrana rossa.
E io mi avvento e la mordo,
e i denti si piantano nel mezzo,
come un’altra bocca.
E ci baciamo a lungo,
muso a muso,
ci mescoliamo nella scorza,
come due fiotti di sangue.
Domani ne abbiamo tre,
e già mi tremano le ginocchia
al pensiero di trovarla,
proprio davanti alla mia porta,
la carrozza lucente del re.
 
Albino Pierro, “Il numero tre”, da Nu belle fatte  (Una bella storia), Almanacco dello Specchio, 1975, Mondadori.

Nelly Sachs

Grondai così dalla parola:
 
un frammento di notte
a braccia spalancate
una bilancia solo
per soppesare fughe
in questo tempo stellare
calata nella polvere
impressa d’orme.
 
E’ tardi ormai.
Ciò che è lieve mi lascia
e ciò che è greve
già vanno via le spalle
come nubi
braccia e mani
libere nel gesto.
 
Molto scuro è sempre il colore del ricordo
 
Mi riprende così
la notte in suo possesso.
 
Nelly Sachs, ”Grondai così dalla parola”, trad. I. Porena, da Poesie, Einaudi, 1971

Olli Sinivaara

Stamane il cielo si strappa,
saltano le cuciture del ritmo circadiano,
 
all’inizio le nubi crepate da una breccia
un’apertura dai morbidi contorni,
 
labbra da cui discende
la polvere imbiancata della costa mediterranea,
 
un velo ambrato di sudore
lungo strade pedonali madide,
 
dove i sacchetti d’immondizia ricordano:
qui si sa amare e dimenticare,
 
nuotare come all’ultima luna,
affondare nell’acqua sporca,
 
rianimare i gabbiani per il volo
e annegare di nuovo, scomparire di nuovo
 
verso isole più lontane,
isolette saldate d’argento,
 
ventaglio cencioso
che stamane si spande
 
sulla cupola della città,
quando le nubi si estinguono,
 
sbiadisce nel blu e scolora.
 
Olli Sinivaara, “Stamane il cielo si strappa”, trad. A. Parente, da Il limite della neve. La nuova poesia finlandese, Mimesis-Hebenon, 2011

Ekaterina Sokolova

Mi son voltata indietro, metà della vita è trascorsa:
intorno vedo alberi cavi, come libri, accostati.
Oltre vedo una gita: m’hanno mostrato per primo il nord,
poi il sud m’hanno mostrato.
 
In alto pini rotondi e pochi familiari:
perché non hai nulla, perché sei una strana bambina.
Né l’oscurità del nord, né del su la luce marina
m’han potuto formare.
 
Ma adesso in alto in alto
immersa nell’erba ho la testa
i piedi in un’acqua celeste
l’erba dell’acqua ancor più silente
l’acqua più in basso dell’erba si stende.
 
Ekaterina Sokolova, “Mi son voltata indietro, metà della vita è trascorsa”, da La massa critica del cuore. Antologia di poesia russa contemporanea. Cura, scelta e traduzione di Massimo Maurizio,  Mimesis-Hebenon, 2013

José Moreno Villa

Ho fatto una D coricata come una barca
e tutta la camera è diventata una spiaggia.
Sentivo il rumore arricciato della riva
e il catrame che c’è sotto la luce marina.
La D ha una bianca vela panciuta
la sua scia,
il suo pennone,
la sua bandiera.
Venne a me superando il monte,
il cancello, la scala, la porta chiusa.
Venne senza pescatori,
senza remi, né reti, né acciughe.

Ecco dunque la D inclinata,
lancia incagliata sulla riva,
non so dove perduta
e ritrovata sopra il mio nome.

José Moreno Villa, “D”, trad. V. Bodini, da Giacinta la rossa, Einaudi, 1972

Cecilia Vincuña

Da piccola avevo dei conigli e mi piacevano tanto
che non mi staccavo da loro durante tutto il giorno.
li guardavo senza sosta ma non mi venne mai in mente
che erano animali che mangiavano e fu così
che morirono. io non riuscivo a capire perché
era successo dato che loro “sapevano” che
io li amavo. per me esisteva solo un tipo
di morte ed era quella di dolore o tristezza.
poi, uno zio mi chiese che cosa davo da
mangiare ai conigli e io lo trovai molto strano.
gli dissi che non gli davo niente, chiesero ai
grandi e tutti risposero che essendo
miei gli animaletti si supponeva che li
alimentassi io. gran commozione per la morte dei
conigli.
tutti considerarono che ero scema e sna-
turata. a me non importò, ma pensai
che da allora in poi avrei dato da mangiare
a tutte le cose che mi piacevano perché voleva
dire che c’erano due tipi di morte: quella di
fame e quella di dolore.
Cecilia Vincuña, “Maniera in cui scoprii i due tipi di morte”, in Giovani poeti sudamericani, Einaudi, 1972.

Alain Veinstein

Se ti dicessi tutto quel che vorrei dire
avrei la gola insanguinata
pervaderei ogni grano di polvere
delle scintille della mia tensione.
Subito – ho un bel mantenere il silenzio –
m’ inabisso nella notte fredda
come una palla di fuoco.
Nell’oscurità che mi accoglie
faccio tremare pozze di luce.

Alain Veinstein, “Se ti dicessi tutto quel che vorrei dire” trad. M. Conti, da “L’heure d’hiver”, Edition du Seuil, 2009

Paolo Volponi

La notte è parallela al giorno;
ne sostiene l’anelante
andatura
istante per istante.
La notte è più grande e sottile
e cede senza paura
a ogni speranza vile
del giorno.
La notte non è sicura
proprio come un soggetto
che cerca sempre misura
fra origine e ritorno.
Il giorno invece è un oggetto
che pesa e si oppone intorno
alla sua stessa parvenza.
Il giorno finisce
senza…
La notte è immortale,
e non concepisce,
quale vestale
della propria assenza
continua che compatisce.
 
Paolo Volponi, “La notte è parallela al giorno” da Con testo a fronte, Einaudi, 1986

Juan Rodolfo Wilcock

Non i prodotti chimici danno la pace
ma il silenzio e la consapevolezza
del tempo che trascorre.
 
Non le finzioni argute danno la gioia
ma l’amore e la consapevolezza
del tempo che trascorre.
 
Non le rare teorie danno la comprensione
ma la rinuncia e la consapevolezza
del tempo che trascorre.
 
Juan Rodolfo Wilcock, da “I tre santi” in Poesie, Adelphi, 1980


 

Poeti dimenticati o nascosti – 12

Wanda Lins

Sans foi ni loi
sans foi ni loi
sans feu ni lieu
sans maître sans chien sans dieu
 
sans joie
 
sans toi
qui étais tout cela
 
et sans savoir pourquoi pourquoi pourquoi.
 
Wanda Lins, da “Les Monstrillons”, Albert Meynier, 1986

Roberto Sanesi



Dove l’aprile, con tutti
i pregiudizi innescati dall’autunno,
rimane appollaiato sulla groppa
della neve e per mesi, per anni.
frastagliato
da un ramo di betulla, arrochito
come una volpe,
mi dicono
che il brigante usignolo si annidava
nel folto degli argenti, dei muschi,
con un cappuccio di funghi velenosi,
nell’ocra dei cespugli, al tramonto,
e fulminava col fischio i viandanti.
Fra una nota e l’altra
una minuscola slitta ti percorre il mignolo.
 
Roberto Sanesi, da Alterego e altre ipotesi, Munt Press, 1974

Georges Scheadé

Pierre Alechinsky

L’enorme tristezza di un cavallo passeggia nelle nuvole
E tu in questa stanza
Sogni senza parola
Della più tenera infanzia di un viaggio
Sul reame dei muri

Georges Scheadé, Poésies V; XI, trad. M. Conti, da Les poèsie, Nrf Gallimard, 2008

Stefano Simoncelli

Vieranski

E’ me che sfidi scattando
sui pedali della bicicletta?
E’ per sfinirmi che inarchi distendi le reni
involandoti come fumo
nuvola dalla bionda zazzera malandra
lungo rettilinei curve di viali
che la prima caduta di piogge e foglie
ha finalmente liberato dai turisti
attardatisi ad alleviare
mali cittadini?
 
– Se è così non sopporterà
il mio cuore: arranco dietro la tua ruota
mi manca il fiato. meglio ch’io mi fermi dove
la strada un poco s’inerpica,
ch’io ritorni dove lei la previdente
l’appassionata compagna
sta preparando un balsamo di baci
e rose devastate.
 
Stefano Simoncelli, “Gareggiando con un bambino in bicicletta”, da Nuovi Argomenti, nn. 63-64, 1979,

Leonardo Sinisgalli

Si può prende la felicità
per la coda come un passero.
Si possono dimenticare i debiti
che abbiamo con il mondo.
Un lampo di beatitudine
non offende il nostro vicino.
Lui dorme sulla panchina,
il passero gli vola intorno.
Lui sogna il lebbroso
ma sentiamo che il suo male
non è contagioso.
 
Leonardo Sinisgalli, “Il passero e il lebbroso“,  da L’ellisse, Mondadori, 1974

Cinzia Soldano

Paul Klee

Non ti ho mai detto
ancora
cosa succede all’ombra
dell’albogatto?
Vieni con me una sera. Te lo dirò
all’ombra
dell’albogatto.
L’ombra dell’albogatto
è proprio
una gran cosa.
Non che si veda

né fuoco fatuo
né si respiri fiore di eliotropio
né, mai, ti accadrà di trasognare: “dolce era
il tempo/ che mi ravvolgeva
l’ombra
dell’albogatto”.
L’ombra dell’albogatto,
no,
è un’altra cosa.
Ah, l’ombra dell’albogatto…

Brilla nel fondo della scatola nera?
Somiglia all’istante dell’alzabandiera?
L’ombra dell’albogatto è dove
ti porterò una sera.

Cinzia Soldano, “L’albogatto” in AA. VV. Il grande blu, il grande nero. Transeuropa, 1988

Lucia Sollazzo

Mirtha Dermiaseche

Vedo la sorte mia in tuo colore
noctua, se al chiaro sole
sconfini, occhi e piuma d’errore
esatto il grido breve del tuo gelo.
E buia perfori il più lucente velo
del silenzio fiorito,
ardenti, infinite
leghe in fumo volando
ad incendiate lande
che in giallo sguardo miri.

Lucia Sollazzo, “Vedo la sorte mia in tuo colore” da Noctua, Manni ed. 1998

Sergio Solmi

Christophe Badani

Va facendosi il mondo d’anno in anno
sempre più bello. Nel sole arretrando
s’addolcisce e si fa minuta ed intima
la strada cittadina, come il cavo
di due mani accostate, a rivelare
il prezioso accento d’una fronda
o un frammento d’azzurro, e il verde tram
sopraggiungendo fa d’ogni stagione
primavera.
O tu lindo nitido
mondo, i tuoi queti rumori!
Domani,
giunta la sua bellezza al colmo, forse
la fragile pellicola d’un tratto
schianterà lacerata. Sarà solo
l’immenso fiore di fumo di questa
nostra storia incendiata a sollevarsi
tremando contro un abolito cielo?
Sergio Solmi, “Fermata facoltativa” (1955) da Poesie, meditazioni e ricordi, Adelphi, 1983

Poeti dimenticati o nascosti – 11

Federico Garcia Lorca, Cartolina

Ana Maria Moix

Mio fratello Terencio comprava libri di Sartre nel mercato di libri di San
Antonio e li leggeva di nascosto da mio padre – si chiama Jesus, è monarchico e sentimentale -, il quale assicurava che Sartre era la reincarnazione del demonio e che i suoi lettori diventavano immediatamente schiavi al servizio di Satana. Un giorno, all’uscita dalla scuola, dissi a mio fratello: voglio diventare scrittrice. Tu?
Ma non volevi diventare trapezista? Sì, ma adesso voglio diventare scrittrice. Terencio mi disse che non sarei stata mai una buona scrittrice perché non ero “impegnata”.
A me in realtà, quello che piaceva era suonare la tromba in una strada buia. Ma allora, né io né i miei fratelli sapevamo nulla della vita; avevamo imparato tutto da libri, fumetti, film e canzoni.
Ho già detto che quello che mi piace è suonare la tromba in una strada buia, per questo ho scritto le Ballate del Dolce Jim, perché desideravo, un bel giorno, suonare la tromba in una strada buia. Più tardi ho capito che ho sempre suonato la tromba in una strada buia.

Ana Maria Moix, da “Poetica”, trad. M. Lamberti, in “Poesia”, n. 92, Crocetti

Roberto Roversi

“…bruciano i vetri delle biblioteche
gli scaffali di legno odorano di onde di boschi
avvampano i libri chiedono pietà
o muoiono in silenzio o scendono in battaglia contro il tempo
che li tempesta. Cenere nelle biblioteche con gli avidi pipistrelli
chini sopra gli ultimi fogli. Fumo”

Roberto Roversi, da “La partita di calcio“, Pironti, 2001

E’ ancora da vedere se la povertà di ieri

“E’ ancora da vedere se la povertà di ieri
era più triste della ricchezza esplosa
polvere di ghiaccio tra le pietre
in questi giorni rassegnati a un piccolo destino.
Il pane che l’Europa tocca muore.
Il viaggio così finisce. Il cavaliere così si allontana.
Mi rifiuto di sottoscrivere
qualsiasi forma di patto
con il diavolo. Mani di uomini neri
strisciano le lamiere arrugginite.”
 
Roberto Roversi, da “La partita di calcio”, Pironti editore, 2011.

Tomasz Ròzycki

Manoscritto arabo XII sec.

Immagina un momento che io viva qui
che qui sia nato, e i miei genitori
abbiano un negozietto qui da sempre
e io frequenti un bar in rue du Temple
 
con una cameriera gentile, che non ci sia mai stata
Europa dell’est, nessuna cantina
per nascondere i vicini, nessuna
deportazione o retata, né incubi
 
di gente che si presenta alla porta,
immagina: un gatto allunga il collo
al sole del balcone, gioca a scacchi
il tipo a destra con la cameriera,
 
lui segue le sue mosse, lei portando
il caffè, come per caso, con l’anca urta la scacchiera.
 
Tomasz Ròzycki, “Truppe alle manovre”, trad. L. Masi, in Hebenon, nn 3-4, Mimesis Hebenon, 2009.   

Beppe Salvia

Un raggio ha dimorato tra misure
rigorose e chiare di calici, e
senza chiudersi in pigre filature
tra i vetri ha brillato un segno d’oro, e
l’ho sentito il tinno sonoro di quel
lume e il coro, come uno specchio avanti
al primo grido dei mille vetri del
prisma che pur frange acque indolenti
dell’iride dei lumi, non parenti
siamo noi di luci che riposano,
 
livida limatura d’ardesia note
quadrettature d’un foglio ha rese
metro imperativo e falso di vita
che non valse a far pittura scoperta
di quell’ombre di polvere ferrigna.
Beppe Salvia, “Il raggio la polvere il foglio” dall’ inserto culturale “Fine Secolo” del quotidiano Reporter, 23 aprile 1985

Rossella Tempesta

Gérard de Nerval, Genealogia fantastica

Molto bella l’estate
per questo suo camminare a piedi nudi nella casa
sentire come è fresco il duro marmo
sentire la vostra presenza anche nelle stanze vuote
anche nell’ordine così provvisorio delle cose:
stanno in bilico
e non si sedimentano poiché amano lasciarsi travolgere
dalle vostre guerre stellari
aspettano di essere centrifugate dall’energia magnetica
dei vostri salti.
Qui, qui. Mi troverete davanti a questo scenario azzurro
su cui dondolano le campanelle della buganvillea
e le vele bianche dei vacanzieri.

Rossella Tempesta, da “Libro domestico” in Nuovi poeti italiani, 6. Einaudi, 2012

Antonio Martinez Sarriòn

Stephane Mallarmé . Lettera autografa indirizzata a Laura Mery (1890)

Meraviglie del cine gallerie
di luce intermittente in mezzo ai fischi
bambini con le mamme giù in platea
tra le pantere un indiano si sforza
di raggiungere i frutti più dorati
ivonne de carlo balla in sherazade
non so se una danza musulmana o un tango
amore dei miei quindici anni marilyn
fiumi della memoria così amari
e poi la cena fredda e insipida
e gli occhi brucianti come fari
 
Antonio Martinez Sarriòn, “Il cinema del sabato”, trad. M.P. Lamberti, da Poesia, n. 87, Crocetti, 1995

Manoscritto arabo. XII secolo


 
 


Poeti dimenticati o nascosti – 10

Stephan Tennant, Diario dal Marocco

Eduardo Mitre

Riuniamo una porta, una finestra
e quattro muri pensierosi
e abbiamo già una stanza.
Una camera è senza dubbio il luogo
dove meglio si sente piovere.
Le tre rivelazioni della stanza:
un fantasma, un’arancia, una donna.
Quella che a tavola non disse nulla
lo dice con lacrime nella stanza.
La tua stanza è più intima del tuo passato
nel bosco i nidi
e nella città le stanze.

Eduardo Mitre, “La stanza”, trad. A. M. Molina, in Poesia, n. 221, Crocetti, 2007

Eugenio Montejo


Guillaume Apollinaire, calligrammi

Parlano poco gli alberi, si sa.
Passano tutta la vita meditando
e muovendo i loro rami.
Basta guardarli in autunno
quando si riuniscono nei parchi:
soltanto i più vecchi conversano,
quelli che donano le nuvole e gli uccelli,
ma la loro voce si perde tra le foglie
e assai poco percepiamo, quasi niente.
 
E’ difficile riempire un piccolo libro
coi pensieri degli alberi.
Tutto in essi è vago, frammentario.
Oggi, ad esempio, mentre ascoltavo il grido
di un tordo nero, di ritorno verso casa,
grido ultimo di chi non attende un’altra estate,
ho capito che nella sua voce parlava un albero,
uno dei tanti,
ma non so cosa fare di quel grido,
non so come trascriverlo.
 
Eugenio Montejo, “Gli alberi”, trad. L. Rosi, da Poesia, Crocetti, n. 234, 2009

Maija-Liisa Nyman – 1

Manoscritto di Beatrix Potter

Dopo le nozze giunse la primavera.
 
In Iraq si combatte ancora e
il popolo di Dio rivendica sangue.
Le mattine leggo con attenzione il giornale.
 
Gli alberi in fiore. Mi disperdo in minute goccioline.
Se volete sposarvi,
andate a Las Vegas.

Maija Liisa Nyman – 2

Prigioniera in quaranta metri quadri, in sole due stanze,
con la bicicletta all’ingresso, non si riesce a passare
se non si chiede con le buone, se non si accarezza delicatamente
il corno destro
e la piccola cicatrice del parafango.
 
E giù per le scale, dal terzo piano al primo,
è dei bambini russi.
 
Il russo non lo parlo, nemmeno
una buona parola.
 
Maija-Liisa Nyman, due poesie, da Il limite della neve. La nuova poesia finlandese, cura e traduzione  di Antonio Parente, prefazione Siru Kainulainen, Mimesis-Hebenon edizioni, 2011

Giancarlo Pontiggia

Jean Cocteau, autoritratto

Ritorno ogni volta dove
l’ombra trova il suo confine
compagna del silenzio,
 
nella polvere delle strade che svoltano
contro cieli alti.
 
Chi passava,
sollevando lo sguardo, vedeva
oleandri ruvidi e selvosi, ancora
celati in un sonno remoto.

tra i pochi frammenti di quel cielo
fiammante e impervio
rassicuro i vostri sciami ronzanti, e riprendo
il cammino;
 
(oh, ma quali ombre e quali
urti?)
 
Di giugno, come vi ripeto, nell’ora
del meriggio che acceca, della polvere e del fuoco,
ai margini dei campi, in un impluvio
verdissimo di ombre, tra quei segni,
in quella direzione, con passi
certi
 
come un’antica preghiera
 
Giancarlo Pontiggia, “Di giugno, come vi ripeto, nell’ora”, da Con parole remote, Guanda, 1998.

Ramon Palomares

John Vernon Lord (taccuino di Sicilia)

Ecco arrivare il notte
colui che ha stelle nelle unghie,
con passo furioso e cani tra le gambe
alzando le braccia come un fulmine
aprendo i cedri
buttandosi i rami addosso
molto lontano.

Entra come se fosse un uomo a cavallo
e passa per l’androne
scrollandosi di dosso il temporale.

E smonta e comincia ad indagare
e ricorda e allunga gli occhi.

Guarda i paesi che sono
gli uni sui declivi e gli altri acquattati nei burroni
ed entra nelle case
a vedere come stanno le donne
e spazza le chiese attraverso le sacrestie e i campanili
spaventando quando pesta per le scale.

E si siede sulle pietre
indagando senza pace.

Ramon Palomares, “Il notte”, trad. H. G. Robles e U. Bonetti, in Giovani poeti sudamericani, Einaudi, 1972

Vasko Popa

Manoscritto ebraico del XIV secolo. Carmen figurata per i racconti di Haggadah

La piccola scatola mette i primi dentini
e cresce un poco in lunghezza
e pure in larghezza e in profondità
e in tutto quello che ha
e ancora la piccola scatola cresce
l’armadio in cui stava dentro
sta ora dentro di lei
lei cresce e diventa più grande
adesso la stanza sta dentro di lei
non solo, ci stanno la casa il borgo
la terra e il mondo in cui prima abitava
la piccola scatola ricorda l’infanzia
è forse per via della sua nostalgia
che piccola piccola di nuovo si fa?
e adesso lì dentro ci sta per intero
il mondo ridotto in miniatura
è facile metterlo dentro una tasca
lo perdi lo rubi così facilmente
proteggi la piccola scatola.

Vasko Popa, “La piccola scatola”, trad. A. Cattaneo da C. Simic Il cacciatore di immagini, Adelphi, 2005. Popa è ritenuto tra i maggiori poeti serbi contemporanei; in Italia è sconosciuto. Il testo qui presentato è stato tradotto da Charles Simic e poi volto in italiano.

Craig Raine

Alice nel Paese delle meraviglie, decontestualizzazione

Fu possibile ridere
mentre i motori fischiavano nel ribollimento,

e chiedersi che aspetto avranno le nubi –
neve spalata, Apple Charlotte,

Tufty Tails… ho goduto
il Mare d’Irlanda, le navi erano difetti

in una buia distesa di lenzuola.
E poi Belfast di sotto, una radio

con tutto il dietro divelto,
tra l’astrazione agricola

dei campi. Intricata,
ordinata e sistemata con metodo. Le finestre

brillavano come gocce di fusibile –
tutto era elettricamente connesso.

Pensai ai regali di nozze,
cose bianche da tè,

raggruppate su una credenza,
mentre si entrava nella nube

e non si era in alcun luogo –
una sposa in velo, che rideva

del senso dell’evento, solo
semi impaurita da una casa vuota

con quel ribollimento delle tende
dalla finestra della camera da letto.

Craig Raine, “In volo per Belfast, 1977”, trad. C.Pennati, da A Martian Sends a Postacard Home (Un marziano manda una cartolina a casa), Oxford University Press, 1979, in Trame, N. 9, 1992

Raizan

Lewis Carrol, manoscritto illustrato

Oh mondine! –
di non fangoso
c’è solo il vostro canto.

Raizan, “Mondine” da Il muschio e la rugiada. antologia di poesia giapponese, Bur, 1996

Jacques Réda

Carmen figurata. Ancora un manoscritto ebraico di leggende di Haggadah

Un po’ di me se ne va trotterellando
Nel costume da bagno rosso.
L’oceano si muove appena.
Portando via un po’ di lei
Già fugge senza che lo sospettiamo,
Perché – scomparso io –
Lei non avrà mai corso
Così per nessuno
Fino all’onda scintillante
Che il mare rinnova
Salendo verso il secchiello, la paletta,
Segni dell’oblio.
 
Jacques Réda, “Tashi a quattro anni”, trad. Marco Conti, da L’adozione del sistema metrico, Gallimard, 2004

Angelo Maria Ripellino

Italo Calvino, Nota per le Lezioni Americane

Il buon tempo antico era una grossa mela
posata su una nuvola d’ovatta,
uno specchio barocco con una succosa candela,
una rossa rosa spampanata.
Il buon tempo antico era mia madre
col macinino del caffè tra le ginocchia,
e le nere gelse e i sonagli del mare
e il crepitare verdognolo di una ranocchia.
Il buon tempo antico era il signor Botticelli
con un bouquet di variopinte primavere
e una manciata di tremuli uccelli.
Era il calduccio di casa nelle umide sere,
l’infuso di tolù, menta e limone
e i pupi di zucchero sul canterano.
La casa ora è cieca, ma un fioco lampione
si ostina a illuminarla, avvizzito guardiano.
 
Angelo Maria Ripellino, “Il buon tempo antico era una grossa mela” da Autunnale barocco, Einaudi, 1990




Poeti dimenticati o nascosti – 9

Paolo Bertolani

Un paese. Che muore
nell’unico minuscolo emporio, nel lavoro.
“Colpo
di grazia, non trovi?!, alla nostra ormai decrepita
malinconia di sinistra”.
“E i sindacati?”. Lo chiedemmo
guardando dalla nebbia del bicchiere verso
il banco di mescita.
“Stanno seduti a un tavolo lontano. Dietro un esercito
di telefoni. Di carta stampata”.
 
Paolo Bertolani, da “Contributo per un programma di volantini”, in Nuovi Argomenti, n. 56, 1977, Garzanti.

Raffaele De Luca

Chissà dove sono morta
dove sono rinata
in quale alito fresco ho disperso
la mia cenere.
Eppure primavera pulviscolo rosa
ci da il sole
ci da questi dolci artigli
che rigano la faccia.
Chissà in quali improbabili universi
torneremo a rinascere
saremo bruma, saremo squame
saremo questa pietra fresca
che si accende al sole?
Poi non saremo più niente
debordano verso il nulla le parole
chi noi chi
ora che una voce roca ancora chiama
intreccia castelli intreccia
aspira alla foce il fiume
ora che nel buio si perde
quest’ultimo animale.
 
Raffaele De Luca, “Chissà dove sono morta”, da Ombre Rosse, N. 33 Marzo 1981, Savelli Editori

Michael Ondaatje

Pavone significa ordine
canguri che lottano significano pazzia
oasi significa che ho scoperto l’acqua
posizione del francobollo – testa del tiranno
orizzontale, o “poliziotti a cavallo”,
significano pericolo politico
date false significano che
non sono dove dovrei essere
quando parlo del tempo
intendo affari
una cartolina in bianco dice
che sono nel deserto.
 
Michael Ondaatje, “Traduzioni delle mie cartoline”, trad. S. Albertazzi, in Linea d’ombra, n. 89. 1994.

Alexandre O’Neill

Dove sono gli orologi che ci davano
il tempo generoso
le dita virtuose dei piedi
musicali del tempo
le sale dove il lusso apriva le ali
e volava di sedia in sedia
di sorriso in sorriso
fino a cadere esausto e felice
nel cuscino azzurrissimo del sonno

Oggi non è facile il tempo
non è più il vostro tempo
viandanti del sogno che divide
dolci fratelli della rosa
colonne del tempio dell’Immobile
prudenti amici della vertigine
deliziati poeti di un’angoscia
senza visceri reali
non è più vostro il tempo

Spose dell’invisibile
non è vostro il tempo
Orologi dell’eterno
non è vostro il tempo


Alexandre O’Neill, da “Con la voce contraffatta della poesia” in La Parola interdetta, poeti surrealisti portoghesi, trad. A. Tabucchi, Einaudi 1971

Roberto Pazzi

Certe volte mi ricordo di cose
che non ho mai visto,
di persone e linguaggi
che non ho mai conosciuto,
vedo passare nella mia stanza
notti che non ho vissuto
e per le strade avanzare con vele bianche
giornate senza nessuno dei vivi a bordo.
Cerco allora il buco da cui sono uscite
tutte le cose che non sono mie:
forse qualcuno verrà a chiedermi
come mai le viva io,
dovrò protestare che non ne so niente,
che non le ho rubate a nessuno.
Altre volte non ho paura,
mi pare di non dovermi difendere,
di dovermi salvare soltanto dalle cose mie;
sento che la mia prigione
è uno spazio elastico quanto la mia memoria
e che le uniche fughe sono queste.
 
Roberto Pazzi, “La prigione della memoria”, da Calma di vento, Garzanti, 1987.

A casa mia,
quando veniva il fumista,
era una specie di festa,
un trambusto con la fuliggine
dappertutto
e mia madre vinta
dalla caligine
di quell’uomo.
E l’Emma mi guardava
guardare incantato
quel fumista mago
che poteva tutto.
Roberto Pazzi, “Il fumista”, da Calma di vento, Garzanti, 1987

Véronique Pittolo

A seconda dell’umore, lei mi chiamava: “Giorno Mio, Notte Mia”…
Bionda, graziosa, occhi particolari.
Rimpiangeva ormai quello che chiamava il suo poeta
Lamentoso, il colore dei suoi capelli,
il piano dove aveva vissuto…
Di notte, sotto i suoi passi, il chiasso del métro,
lo sguardo della gente, le promesse,
La camicetta bianca rendeva il suo volto inaccessibile,
carne cancellata sotto la stoffa.
La sua bellezza la faceva tremare,
la sera in cui le cose accaddero.
Véronique Pittolo, A seconda dell’umore lei mi chiamava…”  trad. M. Conti da “Montage” , Fourbis, 1992.

Poeti dimenticati o nascosti – 8

Samuel Beckett, Taccuini

Jacques Izoard

La mia nuda lentezza e il lento
movimento della lingua
lunga lingua o serpente
che la mano cerca e ferma,
ecco i miei timori d’ombra,
le mie fughe all’infinito.

Jaques Izoard, “La mia nuda lentezza e il lento” trad. M. Conti da Le bleu et la poussière”, Nrf Gallimard

Inutilmente cercavo
di disseccare i corpi addormentati
nel corso degli anni ai miei fianchi.
Era troppo tardi.
Il loro soffio diventato vapore
si confondeva alle mie lacrime.

Jacques Izoard, “Inutilmente cercavo” da Le Bleu et la poussière”, Nrf Gallimard

Orhan Pamuk, manoscritto

Vladimir Levchev

Libero azzurro solo –
il cielo.
Oscillante verde –
l’albero.
Cieco bianco solare –
il muro.
 
La speranza non aveva parole allora,
ma era grande – come il mondo.
Sognavamo un futuro di tramonto occidentale
senza solchi di frontiere.
Senza solchi di frontiere
ora viviamo nel radioso felice futuro.
Sempre più vecchi siamo – come il mondo,
sempre più promettenti sono le parole.
 
Il muro –
cieco, solare, bianco.
L’albero –
oscillante, verde.
Il cielo –
vuoto, azzurro, libero, solo.
 
Vladimir Levchev, “Quartiere Speranza“, trad. E Mirazchiyska e F. Izzo, da Amore in piazza, Terra d’ulivi edizioni, 2016

Fernando Pessoa, dattiloscritto originale

Giorgio Simonotti Manacorda

Breve ala
su la nuca raccolta,
come un ventaglio chiuso di memorie;
oltre il pilone del pioppo
migrò il filo
plumbeo dei giorni;
fosti speranza amica
al pettirosso
nella radura di neve,
geroglifico di sole
fiorito al ghiaccio dello stagno.
Ora l’allodola è un grido verticale
sui quadrivi del vento,
nel più chiaro brusio
che fanno i pali del telefono
fra zampine venute d’oltremare,
biplano tenerissimo
trasvolatore d’inverni.
Giorgio Simonotti Manacorda, “Oltre l’inverno”, da I banchi di Terranova, Einaudi, 1967

Henry Miller, Taccuino degli anni parigini

Sandro Montalto

Sempre gli va incontro.
Sempre sbatte e risbatte,
non fa che fallire
galleggiando tra le parole
vuota, morta.
E’ come la notte
che inizia e non finisce.
E’ solo questo
– questo – è tutto.
E’ come le stelle
del cielo,
scuro
e confuso
al mio occhio miope.

Sandro Montalto, “Sempre gli va incontro”
in Frammenti di percezione, da Il segno del labirinto, La vita Felice, 2011

George Perec, Cahiers de charge, 1972

Piera Oppezzo

Ho capito.
Ci sono più i giorni che la vita.
C’è di più il mattino tutto in avanti
poi il pomeriggio che sprofonda giù
la sera che ricomincia, dove andrà a finire?
Mi piace non mi piace
conta l’avventura che sono riuscita a inventarmi.
 
La concludo raggiungendo il cuscino.
Uno spazio dove mi dico
che ho consumato quanto potevo
usando tutto:
il colore di una maglietta
la curiosità il silenzio i toni di voce
una frecciata di intelligenza
il cuore che batte troppo in fretta
l’amore per l’entusiasmo
l’apatia che fa passare il tempo
la vigilanza che alimenta la paura.
 
Poi non è tardi ma è tardi.
E’ stato un viaggio che domani devo ripetere
facendo in modo che sia diverso.
Ogni volta mi devo accorgere
che si tratta di un pezzo di vita
che tutti questi pezzi (dicono)
dovrei metterli insieme
controllare se di fatto prendono forma
quali linee, che tratti vorrei
e se proprio ho bisogno (mi domando)
di guardarmi in una forma definita.
 
Piera Oppezzo, “Un viaggio che domani devo ripetere”, in Nuovi Argomenti, Aprile-Giugno 1978 N. 58

Vincent Van Gogh, Lettera a Emile Bernard

Angela Passerello

In una mano stringeva il bidone di latta
nell’altra il misurino forgiato con lo stagno
al ritorno dal giro dei clienti
il lattaio si fermava sulla piazza a recitare
i versi di Cielo d’Alcamo ai pochi rimasti
nessun libro o scrittura solo voce e poesia
nel discendere per la via la sua ombra
si allungava sulle pareti delle case

Angela Passarello, da “Frammenti senza dedica” in La mosca di Milano, n. 24 giugno 2011

Federico Garcia Lorca, Biglietto


 

Poeti dimenticati o nascosti – 7

Pierre Albert-Birot

Se gli uomini fossero frutti
Pesanti rotondità pendenti
Non avrebbero bisogno di imparare la geometria
Non sarebbero mai disperati
Neppure morsi dai vermi
Neppure fusi in marmellate
Sarebbero felici come dei pomi
Gli uomini
Così tronfi di emme…
E le mele mangerebbero i frutti dell’ometo
Gran potenza della lettera
Sarebbe allora una mela che farebbe questa poesia
E avrebbe un gusto di serpente
E sarebbe una mela che l’avrebbe mangiata
la ragazza Eva
 
Pierre Albert-Birot, “Se gli uomini fossero frutti”, trad. M. Conti, da  La panthère noire (1938)  in Poèmes à l’autre moi, Nrf Gallimard

Jorie Graham

Isidore Isou, Les journaux des dieux (1950)

Questo è certo.
Il sogno non ha amici.
Il fondo è là ma la profondità lo nasconde.
I secoli non ci possono vedere.
Qui, in libertà.
(entrano gli altri)
A cosa servono questi occhi?
A cosa servono queste mani?
Sto ascoltando. Da molto tempo (guarda intorno)
Il “labirinto della frontiera” (gesti)
Tutta la gente nella storia (ancora gesti)
Il cuore in gola (riflettore sulla selva)
Poi i loro occhi erano aperti e seppero e
svanì la vista. Questo è certo.

Il sogno
non ci darà indicazioni
è illegittimo
sospende su di noi immense aride ali
soffre con noi si deteriora
non è identico alla consapevolezza
spesso si stende sotto il pavimento della cattedrale
dovrebbe risparmiarci
oh certo che dovrebbe risparmiarci
considerando la brevità come una dolce curiosità
le ali che continuano ad aprirsi e chiudersi a
ritmo costante
come se nulla stesse accadendo
senza mai fare un cenno o implorare perché ci
restiamo
è spigoloso, è nero-corvino,
forse di vista debole
è umile è autentico
(benché naturalmente impercettibile)
di solito a letto la notte le ali
sono legate
le senti come un’escrescenza
del buio
benché naturalmente rimanga tutto lo stesso
(nessuna delle lettere è stata salvata).

Questo è certo: l’anima che ci
penetra
che non si distenderà
dèi vaghi
nessun possibile ripristino d’ordine
città splendente trattenuta all’arpione
delle ali
tocco ricordato mani esauste
fiamma che addenta l’aria nel
suo unico corpo di vivida singolarità
polvere sul fuoco che diventa fuoco
e come saremo obbedienti
polvere sul fuoco
sull’apparenza
mela in mano
sulla scia delle ali
(“muto addolorarsi della Natura”)
(ti perderai sarai abbandonato)
piegandoti cercando il ninnolo perduto
(cielo calmissimo)
pallida luce delle ragioni
anima che cammini in cerchi
scriba stanco.

Vola dico, redini in
mano
tu che ora rimuovi secoli
chiedimi aiuto
offrendo la tua all’improvviso
Ruota senza volti su di sé
E’ successo d’essere

Jorie Graham, “Distanza intermedia” trad. A. Francini, in “Poesia”, n. 217, Crocetti.

Michel Leiris

L’età più bella delle vacanze
l’età delle finestre aperte
dei pori smaglianti d’acqua

L’età di cuori senza zavorra
di versi nella sabbia fradicia
per ogni battito della marea
scolpiti sui castelli

L’età più bella della sabbia
ad ogni istante illuminata dalla marea
carezzata dai bagni
l’età dai cuori aperti
che non pesa né bagna
l’acquaforte di nessun rimorso

L’età della sabbia
versata a piene mani
dalle cime dei castelli

L’età dei cuori
che il mare scolpisce granello dopo granello.

Michel Leiris, “Age des cœurs“, trad. M. Conti, in Haut Mal, Nrf Gallimard, 1969

Primo Levi

Alessandro Verdi, Quaderno d’artista

Ecco, è finito: non si tocca più.
Quanto mi pesa la penna in mano!
Era così leggera poco prima,
Viva come l’argento vivo:
Non avevo che da seguirla,
Lei mi guidava la mano
Come un veggente che guidi un cieco,
Come una dama che ti guidi a danza.
Ora basta, il lavoro è finito,
Rifinito, sferico.
Se gli togliessi ancora una parola
Sarebbe un buco che trasuda siero.
Se una ne aggiungessi
Sporgerebbe come una brutta verruca.
Se una ne cambiassi stonerebbe
Come un cane che latri in un concerto.
Che fare, adesso? Come staccarsene?
Ad ogni opera nata muori un poco.
 
Primo Levi, “L’opera”, da Poesie in Opere complete, Einaudi, 1997

Libero De Libero

Mail art

L’estate succhia
alle radici il miele.

I paesaggi sono
caduti dal cielo.

Come uccelli
dormono i frutti.

L’eco si intrica
al richiamo marino.

E’ caduta la stagione
lunare, nel mio guanciale
la tua voce ha
fatto il nido.

Libero De Libero, “Richiamo”, da Solstizio (1930.1932) in Poesie, Mondadori, 1980

Attilio Lolini

Questo è un paese immobile
un catalogo della muffa

dicono che è tempo d’iniziare
non importa cosa

come quando andava
alla tabella dei treni
tanto per far intendere
che non sarebbe partito.

Attilio Lolini, “La muffa“, da Notizie dalla necropoli (1974-2004), Einaudi, 2005