Auster: L’arte della fame

«Ancora oggi il senso di perdita è quasi insopportabile»: Paul Auster chiude così le sue brevi pagine dedicate a Franz Kafka, affettuosamente rievocato sul letto di morte mentre corregge le bozze di Il digiunatore, sofferente di una tubercolosi alla laringe che gli impedisce di bere e mangiare. Auster ne scrive con appassionata intelligenza in un libro di letture e note critiche dal titolo amaramente programmatico: L’arte della fame (Einaudi). Non sorprende che l’autore della Trilogia di New York dedichi due intensi capitoletti a Kafka. Paul Auster non solo è lo scrittore statunitense di sensibilità letteraria più marcatamente europea che oggi sia dato di leggere, ma è anche in certo modo un “nipote” dell’autore ebreo-praghese. Tutte le maggiori narrazioni di Auster portano con il loro percorso a una sorta di esilio, di emarginazione, spesso di spogliazione: dal protagonista di Mister Vertigo all’investigatore della trilogia, all’uomo in fuga di La musica del caso. Non solo. In Auster si percepisce il senso di straniamento come autentico “luogo” rivelatore di una condizione esistenziale.

Wolfson, Celan, Jabès

Non sono le sovrastrutture o i codici morali le coordinate entro cui i personaggi del suo romanzo amano e vivono, ma lo sono la ferocia e la follia nella cornice precaria della mondanità, delle convenzioni, del potere. Il mondo appare nelle sue pagine un po’ come appare il Castello agli occhi del protagonista, cioè dell’agrimensore di Kafka, oppure tramite quelli dell’adolescente ingenuo di America. Sarebbe però del tutto fuorviante leggere L’arte della fame solamente come lo specchio delle predilezioni di un grande autore. Il libro, fitto di osservazioni formali esplicitate senza sicumere filologiche, presceglie tematiche poco frequenti: l’uso del linguaggio nello scrittore schizofrenico Louis Wolfson, la presenza incombente della morte nella poesia di Paul Celan, le qualità estetiche nella poesia francese del Novecento. Queste ultime vengono evidenziate per chiarire alcuni aspetti salienti del linguaggio lirico moderno con autori come Pierre Reverdy, Jacques Dupin, André du Bouchet, Edmond Jabès, autori non facili ma essenziali per comprendere  come anche le forme della poesia possano divenire oggetti di sensibilità, sentimento, pensiero.

«La ricchezza produce povertà»

Come ogni scrittore autentico, Auster non divide la propria vita dall’arte. Così questo suo libro è fitto di incisi personali, di trame letterarie e biografiche, persino di note politiche e sociali come nel saggio “Pensieri su una scatola di cartone”, dove si racconta la nuova montante arroganza del potere economico. «La ricchezza- chiosa Auster – produce povertà», con ciò ribaltando l’assunto chiave delle politiche liberali e liberiste. E’ del resto il commento appropriato di un intellettuale che a lungo è vissuto di pochissimo alle più sordide discriminazioni, oggi molto spesso tramutate in diritto.

Marco Conti

Paul Auster, L’arte della fame, trad. M. Bocchiola, Einaudi, 2002

Marco Conti, La Nuova Provincia di Biella (Società e Cultura), 30.08.2003, p. 19

In moto e in barca con Robert M. Pirsig e l’ornitorinco

Lo scrittore con il figlio, Chris, in viaggio in motocicletta lungo le pianure americane

La lettura di Robert M. Pirsig è un contravveleno il cui potere cresce nel tempo. Negli anni dell’omologazione senza scappatoie, la voce di narrazioni filosofiche come quelle di Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, di Lila,  e ora dei saggi contenuti nell’antologia Sulla Qualità, ha la stessa evidenza di una sonata di Beethoven di fronte alle cantilene rap. Entrambe hanno fascino proprio. Ma la ragione per cui molti sarebbero propensi alla facilità del rap ha molto da condividere con le tesi di Pirsig che, nei saggi oggi ristampati, così come nel suo primo più celebre romanzo del lontano 1974, ci parla della metafisica della Qualità, ovvero del valore dell’ordine morale.

Per lo più Pirsig è stato letto sulla scorta della controcultura degli anni Settanta. Il viaggio col figlio e con gli amici nelle pianure americane, di cui parla nelle pagine di Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, e il riferimento alle pratiche buddiste,  sono state in passato coordinate sufficienti per relegare l’autore e il libro nella storia di quel movimento di ribellione, tra Jack Kerouac e gli altri beatnik. Eppure  questa parentela è superficiale.

Il viaggio

In entrambe le sue narrazioni, quella appena citata e Lila, pubblicata 17 anni dopo la prima, nel 1991 (circostanza che dice molto sulla letteratura come produzione editoriale o, al contrario, come autorialità), si parla di un viaggio. Tema costante non solo della beat generation ma delle letterature, antica e moderna. Negli anni Settanta il viaggio di Pirsig avviene su di una Honda di grossa cilindrata, in Lila, su di una barca a vela dal lago Ontario e lungo il fiume Hudson in compagnia di una giovane donna incontrata per caso. Due viaggi che comportano esperienze e rendono cruciale l’osservazione e la vicinanza.  Nelle prime pagine di Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta scopriamo subito come:

«C’è voluto un po’ per capire una cosa che sarebbe dovuta essere evidente: e cioè che queste strade sono davvero diverse da quelle principali. Sono diversi il ritmo di vita e la personalità della gente, gente che non sta andando da nessuna parte e non è troppo indaffarata per essere cortese. Gente che sa tutto sul “qui” e sull’ “ora” delle cose.» Oppure: «Per esempio abbiamo imparato a individuare sulla carta le strade buone. Se la linea è molto mossa, è un buon segno.»

Lo scrittore e il suo alter ego Fedro si preoccupano soprattutto di come passano il tempo del viaggio anziché del tempo che impiegano.  Il come diviene ragione dell’essere, tanto nella vita on the road come nella scrittura e, naturalmente, nel pensiero. Ed ecco il primo salto di qualità. E’ una ragione morale ad evidenziare il come attraverso un giudizio. Vale a dire che così come è preferibile viaggiare attraverso le provinciali per immergersi nelle vite occasionali, negli incontri, nel paesaggio, è preferibile ugualmente conoscere la manutenzione, il motore della motocicletta, anziché usarla come strumento. In breve identificare il proprio sentire e il proprio pensiero con l’oggetto. Il che vale anche per la scrittura del poeta o del romanziere. Ci sono in questa semplice nozione influssi del pensiero buddista zen, ma Pirsig va oltre: la sua riflessione prende le strade di una metafisica che avanzando dall’empirismo ne rovescia il valore. Lo dirà nei saggi Sulla Qualità, nelle conferenze, ma lo dice anche nelle opere narrative.

Lila

In Lila alcuni passi sono espliciti: «[…] la Qualità è la moralità. Sono la stessa cosa, identica cosa. E se la Qualità è la realtà prima, allora anche la moralità lo è. Il mondo è essenzialmente un ordine morale.» Ma attenzione, lo scrittore non ci parla del comportamento, ci parla della concezione del mondo. Siamo abituati a interpretare il mondo attraverso la divisione tra soggetto e oggetto, come gli empiristi. Per leggere «l’esperienza, la nostra cultura ci consegna un paio di occhiali mentali nelle cui lenti è incorporato il concetto di primato dei soggetti e degli oggetti». Ed è vero, aggiunge Pirsig, la conoscenza umana deriva dai sensi o dalla riflessione sui dati dei sensi. Ma l’empirismo (e molti approcci scientisti che da esso derivano) negano la validità dell’immaginazione e «considerano perciò non suscettibile di verificazione le sfere dell’arte, dell’etica, della religione, della metafisica. Su questo punto la Metafisica della Qualità si discosta dall’empirismo, perché afferma la verificabilità dei valori dell’arte, dell’etica, persino del misticismo, sostenendo che la loro interdizione è avvenuta per ragioni metafisiche e non già empiriche.»

L’autore di Lila rovescia in sostanza il presupposto: è la cultura, è l’eredità del pensiero occidentale a dirci che la divisione tra l’io e l’oggetto è un pensiero basilare per conoscere. L’interdizione è avvenuta «a causa dell’assunto, di ordine metafisico, che l’universo consiste di soggetti e oggetti e che tutto ciò che non può essere classificato come soggetto o come oggetto non è reale. Ma non esiste alcuna prova empirica a sostegno di questa affermazione. Essa è una semplice supposizione.»

Per concludere: l’ornitorinco

Pirsig mette il pensiero occidentale sulla graticola dei suoi fondamenti. Mostra in sostanza come l’empirismo sia metafisica e come lo sia qualsiasi valore di pensiero. Per conseguenza non esiste una verità unica. Se invece la realtà ultima è la “Qualità”, ovvero la spiegazione intellettuale più elevata, sia pure provvisoriamente, possono coesistere più verità. Per esempio l’ornitorinco. La zoologia premoderna classificava gli animali a seconda che le specie allattassero i piccoli o che deponessero le uova. I primi erano i mammiferi, i secondi gli uccelli e i rettili. Alla fine del Settecento, in Australia, si fece però la conoscenza con un nuovo animale, l’ornitorinco. Questo deponeva le uova ma poi allattava i piccoli come un mammifero. E siccome aveva il becco di un’anatra al posto delle fauci, ecco che qualcuno nel vecchio mondo pensò a falsi esemplari imbalsamati e realizzati mettendo insieme parti di animali diversi. La scienza alla fine inventò un nuovo ordine,  i Monotremi, che con l’ornitorinco comprende solo l’echidna. Tuttavia, soggiunge il nostro scrittore, il problema era la limitatezza degli scienziati e delle loro classificazioni; l’ornitorinco viveva senza problemi la sua natura da milioni di anni, L’alter ego di Pirsig, che nella narrazione prende il nome di Fedro (richiamando con questo il platonismo) è insomma più vicino allo stato vacillante dei quanti, che non a quello delle sostanze aristoteliche. Per essere più tranchant con la parole di Pirsig-Fedro: «Se usiamo la categoria di sostanza, la cultura non esiste. La cultura non ha massa, non ha energia. Non esiste strumento di laboratorio che permetta di distinguere una cultura da una non-cultura.» Ed ecco l’importanza della Qualità, ovvero di un’etica della conoscenza, dove un altro concetto aristotelico, quello di Causa, implica certezza, mentre quello di Valore rinvia a una preferenza. Le domande insomma si moltiplicano. Pirsig, filosofo venuto alla luce con la sua esperienza di viaggiatore, incontra la scienza attraverso la fisica quantistica: le particelle, egli dice all’unisono con i fisici, «preferiscono comportarsi come si comportano». L’ornitorinco, per il momento, è salvo.

Marco Conti

Robert M. Pirsig, Sulla qualità (a cura di Wendy K. Pirsig), pp. 164, Adelphi, 2024; Robert M. Pirsig, Lila. Indagine sulla morale 1° ed Adelphi, 1992; Robert M. Pirsig, Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, 1° ed. Adelphi, 1981

La poesia? Sui social è pop

La funzione della poesia è «trasmettere emozioni» e i social media consentono al poeta di «far circolare più liberamente le sue opere»: queste le convinzioni più condivise  secondo l’ indagine svolta nell’ambito del webinar tenuto il 26 maggio 2023, “Indagine sulla poesia (e sui poeti) 2023. Il trittico di Bosch. Webinar rewiew)”.  L’inchiesta svolta da Giorgio Marchetti e Guido Cornia [1] fa seguito a una precedente ricerca della rivista L’area di Broca del 17- 2018, con una diversa impostazione. Là dove la rivista lasciava aperte al commento le sue domande, Marchetti e Cornia hanno optato per risposte predefinite con l’opportunità per ogni tema di scrivere però il proprio parere sulla domanda.  Il confronto tra gli esiti delle inchieste sembra mostrare che questo primo tratto del XXI secolo riduce le aspettative della letteratura tra i fruitori e introduce la cultura pop nella cultura alta. Non solo perché sarebbero le “emozioni” a motivare l’esistenza specifica della forma poetica ma perché le risposte più diffuse inerenti alla domanda, “Come definiresti  la canzone d’autore (Lucio Battisti, Franco Battiato, Fabrizio De André, Bob Dylan)?” sono concordi: la canzone d’autore è poesia o perlomeno identifica la poesia contemporanea per il 71,4% degli interpellati dal webinar. La sollecitazione della rivista L’area di Broca consentiva addirittura un ventaglio di esperienze espressive più eterogeneo chiedendo:«Oralità, scrittura, virtualità: come interagiscono i differenti canali nella realizzazione del testo poetico?». Ma l’esito è risultato analogo con risposte tranchant come «Oggi la poesia è soprattutto cantata».

Battiato come Pasolini, Bob Dylan come Ginsberg

Marchetti e Cornia fanno a questo punto rilevare anche l’aspetto interpretativo del questionario che ha preceduto il loro, aggiungendo: «Rimaneva il dubbio se l’opinione espressa incidentalmente da alcuni degli intervistati rappresentasse un fenomeno esteso e condiviso, o solamente un’opinione isolata di secondaria importanza.» Le incertezze interpretative potevano essere ugualmente estese su altri soggetti viste le risposte a schema chiuso;  per questo il webinar ha lasciato una domanda aperta per ogni sezione e tema. A quest’ultimo studio hanno risposto 49 persone di cui il 36, 7% tra i 56 e i 65 anni e il 59, 2% (cito solo i dati maggioritari) con una laurea. Ed è forse quest’ultimo dato ad aggiungere un altro aspetto curioso. Le parole di Mogol cantate da Battisti, quelle di Bob Dylan e di Battiato, che in nessun momento separiamo nella fruizione da una melodia e un ritmo, avrebbero lo stesso status espressivo dei versi di Montale e di Char, di Ginsberg e di Celan? Parrebbe di dover rispondere affermativamente. Tanto più se si entra nel privato degli interlocutori di cui il 46% scrive e pubblica poesie , il 2% scrive «abitualmente poesie senza pubblicarle», il 14% «scrive raramente poesie senza pubblicarle» e finalmente il 36, 7%  non scrive poesie.

Inutile dunque assumere il canone della tradizione occidentale, inutile o velleitario proporre una visione storica della letteratura chiamando in causa l’identità della forma, rinnovabile certo ma non equivocabile con una seconda forma, vale a dire la canzone. Tanto più che la domanda fatta non chiamava in causa direttamente il testo letterario ma  proprio la canzone: «“Come definiresti la canzone d’autore?».

«I social come strumento di diffusione della poesia»

Questi esiti, per quanto relativi a un piccolo campione di persone, sembrano testimoniare più la condivisione di cliché sociali  (la poesia è emozione, il cantautore è poeta) che non un orientamento letterario, per quanto acquistino profilo sul lungo termine anche i cliché. Le risposte inerenti l’effetto dei social media sulla poesia, chiudono il cerchio. Sia la maggioranza dei poeti (66, 7%) che quella dei non poeti (64%) concorda nel considerare positivo l’effetto dei social media sulla poesia. Il contrario lo affermano il 20,8 % dei poeti e il 28% dei non poeti.

I poeti preferiti

Dylan Thomas (Wikimedia Commons)

Uno sguardo particolare emerge da un altro quesito di Marchetti e Cornia là dove essi chiedono di indicare i poeti preferiti. Il maggior numero di preferenze (15) è per Leopardi, 7 per Montale, 9 per Ungaretti, 5 per Neruda. Le chiose dei curatori rilevano come su un totale di 92 poeti citati (non vi era limite nel segnalare uno o diversi nomi), il 54, 8% è italiano, il 45,2% di altre aree linguistiche. In maniera coerente vengono però talora citati alcuni cantautori come Fabrizio De André e Roberto Vecchioni. L’indagine, sottolineano gli autori del webinar, mette infine in evidenza che «tra i poeti che hanno 56 anni o più,  i primi otto poeti hanno ricevuto il 40,3% delle preferenze (vale a dire 27 preferenze su un totale di 67), mentre nella fascia di età inferiore ai 56 anni, essi hanno ricevuto solo il 15,4% delle preferenze (cioè 4 preferenze su 26)».

Essendo cruciale nel corso di entrambe le indagini il riconoscimento dei cantautori come poeti, ci sarebbe da chiedersi perché pressoché tutti gli intervistati  e autori producano soltanto testi letterari da pubblicare o non pubblicare. Altre riserve sulla esemplarità dei campioni e sulla loro cultura poetica sorgono nel momento in cui tra gli autori preferiti si leggono i nomi più importanti della storia letteraria italiana sino a metà Novecento (con Leopardi che ha il maggior numero di preferenze si affacciano Pascoli, Montale, Ungaretti e Quasimodo) con tre sole trasgressioni: per Caproni (3 preferenze), per Pasolini (nella foto sotto il titolo) e Rosselli, con due preferenze ciascuno. E ugualmente ci si può chiedere perché tra gli stranieri con almeno due preferenze figurino solo nomi ugualmente popolari o classici (Baudelaire, Prévert, Neruda, Dickinson, Shakespeare, Szymborska) a cui fa parzialmente eccezione Dylan Thomas, al quale la cinematografia ha però dedicato più di un film.

L’utilità della poesia

La cultura di massa fa capolino anche nel quiz che ho finora tralasciato: a cosa serve la poesia? La rivista con uno schema a risposte aperte  registrava che un terzo dei 32 intervistati negava qualche utilità alla poesia. Ma come sottolineavano gli autori della seconda ricerca qui commentata, il dato risultava «alquanto sorprendente, considerato che la quasi totalità degli intervistati era composta da veri e propri “professionisti” della poesia» con alle spalle pubblicazioni o libri. Il webinar ha capovolto l’esito del quesito domandando invece quale sia la funzione della poesia. Solo il 4,1% non ne attribuisce alcuna o non sa in cosa consista. Il 10% dice che la funzione della poesia è quella di ampliare la comprensione del mondo, il 16% «esprimere l’inesprimibile», il 4,1 «combattere  la cultura di massa» mentre per la maggioranza, cioè il 38,8 % già citato in apertura, la poesia «trasmette emozioni». Un compito certamente ineludibile e ancora una volta condiviso con il mondo dell’immagine, dei cantautori, della musica. La lingua e l’animo della poesia, lo scarto che la lingua poetica imprime alla forma aprendo spazi di conoscenza sotto-tematici e creando per questo una trasgressione al codice, non è per gli intervista una circostanza evidente e dunque rilevabile percentualmente, da comunicare e privilegiare. Del resto l’ipotetico parallelo con il cantautorato implica con certezza l’estraneità di questa nozione che, tuttavia, resta come un fatto non eludibile né eluso da oltre un secolo di critica.

m.c.


[1] https://www.youtube.com/watch?v=kiaDsGYLxaE&ab_channel=Arpabirmana)

Tutte le camere d’albergo del mondo: la scrittura del romanzesco

Nel fragile orlo che separa la pigrizia dal genio s’incunea Gherardo Bortolotti, scrittore che non riesce mai a incasellarsi in un genere. Tutta la produzione del bresciano «bordeggia la dimensione romanzesca» senza mai riuscire a scrivere un romanzo, oscillando tra prosa e poesia sul tema dell’infraordinario, una dimensione leggendaria ed emotiva che scavalca gli affanni  delle ore salariate e delle necessità economiche. Una voce troppo originale per non essere intercettata dalla sensibilità di Dario Voltolini per le sue Pennisole, collana di Hopefulmonster che racchiude brevi perle di scrittori italiani. In Tutte le camere d’albergo del mondo la (falsa) incapacità bortolottiana di creare un’opera compiuta viene portata all’estremo, mettendo in scena un personaggio, «che potremmo chiamare Gherardo», nell’atto continuo di immaginare nuove trame, che formano i capitoletti del volume. Un gioco di scatole cinesi in cui l’autore fa una caricatura di se stesso nel difficile processo di scrittura sempre frustrato e mai concluso.

Una postmoderna mille e una notte

Gherardo Bortolotti

Come nei suoi precedenti esperimenti letterari, Bortolotti ricorre alla numerazione per stimolare il lettore alla ricerca di un significato che unisca i testi, i quali vanno dal 1002 al 1101: l’idea è di simulare una postmoderna Mille e una notte, prendendo a modello Sherazade che racconta infinite storie al re persiano per interrompere il suo macabro rituale di uccidere le donne con cui giace. In questo caso il protagonista, che quando viene nominato si chiama Gherardo, inventa altrettante vicende che vorrebbe trasformare in romanzi, destinate però a restare pura potenza: si va da storie d’amore (Subendo il fascino delle alternative) a racconti di alieni (Fiumane marziane) e fantascientifici (Sulle pallide sponde lunari), passando per il noir (Standard di successo nel mondo libero) e il romanzo adolescenziale (Poche volte, poche cose), solo per citare alcuni dei titoli più divertenti.

In equilibrio in un gioco di specchi

Trait d’union è il protagonista, che passa le giornate in ufficio e le serate steso sul divano a guardare la tv, tranne qualche aperitivo nei weekend o rapide uscite al supermercato. Per tutto il libro lo accompagniamo nelle fantasticherie senza capirne i desideri sopiti. In Un’avanguardia apparente dello spirito un primo indizio: vuole scrivere una raccolta di «aforismi vuoti, di formulazioni di condizioni di vita correnti ma ignote», che sembri il tentativo di un antropologo del futuro di raccogliere stralci «delle nostre vicende inconcludenti, frante e comunque dolorose». Ma è nell’ultimo capitolo, che il narratore tradisce il suo delicato gioco di specchi e rivela il motore di tutto. È biografico l’oggetto mancato per pagine e pagine, una volontà primigenia che non trova pace, se non nella moltiplicazione: «Subito dopo, fuori dal negozio, pensa che vorrebbe scrivere un romanzo dal titolo Tutte le camere d’albergo e dedicarlo a suo padre che gli ha insegnato senza volerlo il senso del romanzesco e delle vicende incomplete». Ma anche questa rimane soltanto una «trama sbilenca e frammentaria», in un volume che potrebbe continuare all’infinito.

Lorenzo Germano

Gherardo Bortolotti, Tutte le camere d’albergo del mondo, con una postfazione di Dario Voltolini, pp. 153, hopefulmonster editore, 2022; euro 12,00.

Poletti, il piacere della scrittura complessa

Roland Barthes ha distinto il piacere del testo dal suo godimento. Nel primo caso Barthes parla di «lettura che appaga» e che risulta «confortevole», nel secondo, di lettura che «mette in stato di perdita», «che fa vacillare le assise storiche, culturali, psicologiche, del lettore». Questa distinzione torna in mente leggendo l’insolito ventaglio riunito da Daniele Poletti con il programmatico titolo di Continuo. Repertorio di scritture complesse. Repertorio, dice il sottotitolo, non antologia e tantomeno antologia di poesia «complessa», anche se la matrice del fare poetico prevale in fin fine sulle altre. Il concetto di base, cioè quello di «scrittura complessa» si deve allo stesso curatore che chiarisce i termini del percorso: «L’idea di scrittura complessa viene da me inaugurata – in modo quasi indolente – nel 2014. Non si tratta di una categoria critica, di una corrente costituita o individuabile o di un manifesto (seppure la situazione delle lettere, almeno in Italia, lo richiederebbe), piuttosto di un osservatorio su quelle scritture che risultano incompatibili con precisi inquadramenti di comodo.»

Opportunamente nell’introduzione il critico cita Munari, per il quale complicare è facile e semplificare difficile, ma con l’aggiunta chiarificatrice che complessità e complicazione non appartengono allo stesso insieme: «complessità è pensiero frastagliato che si ramifica in atti diversificati.» Di pari passo ha ruolo la nozione per cui nella scrittura complessa non vale soprattutto l’operazione (linguistica, artistica) di togliere ma quella di attraversare «nella sua unità, in modo attivo e partecipativo.» Insomma non Petrarca è l’ideale, ma lo sono Dante, Rabelais, Folengo, Leporeo, Garzoni.

Senza manifesto

Il repertorio così raccontato parrebbe se non un manifesto almeno una dichiarazione di gusto e di orientamento, un segno per i manovratori nel bailamme dell’estetica dei consumi e dello spettacolo. Le scelte fatte da Poletti non consentono però questo percorso: lo stesso curatore spiega che non c’è «un obiettivo o una categoria di riferimento per la scrittura complessa.» L’avanguardia e lo sperimentalismo (quello anni ’60 e ’70) non hanno ruolo, benché proprio la complessità risulti indigesta alla nozione di lettura o di letteratura di consumo con le valenze politiche che questo concetto implica. Un dato costante per tutte le esperienze chiamate in causa è individuabile nel fatto che tra opera d’arte e comunicazione non vuole esserci qui alcun rapporto di necessità. Per Poletti i «bei libri sono scritti come in un lingua straniera» e l’opera d’arte è comunque un atto di «resistenza» e strumento contro l’omogeneizzazione del sistema capitalistico.

Gli autori convocati, il caso di Augusto Blotto

Morena Coppola, da Quadrati d’Atòr introdotta da Marco Giovenale in “Continuo”

Gli autori convocati propongono scritture con radici diverse: ci sono poeti, ci sono artisti multimediali, autori sperimentali come Franck Leibovici ed eclettici come Lucio Saffaro (1929-1998), pittore prima che scrittore, poeta e matematico. L’arco temporale dei testi è contrassegnato dalla contemporaneità. La presenza di Augusto Blotto con versi degli anni Sessanta è un’eccezione del tutto formale, come precisa Chiara Serani: «Inserire dei testi degli anni Sessanta in un repertorio di poesia contemporanea potrebbe sembrare una mera provocazione o un divertissment, ed è invece una scelta che centra alla perfezione e omaggia appieno la straordinaria attualità – trans-storica – dell’opera di Augusto Blotto». E’ il caso forse più interessante e incisivo, non solo rispetto al concetto di scrittura complessa. Blotto venne già salutato da Sergio Solmi come un autore impervio e originalissimo, mentre nel 2003, Stefano Agosti, introducendo La vivente uniformità dell’animale (Manni), indicò nel concetto di scrittura divergente, cioè di indipendenza del piano semantico da quello sintattico, il carattere dominante della poesia di Blotto…Opera costituita da una ventina di volumi pubblicati e oltre il doppio di inediti (o quantomeno non stampati) ai quali altro potrà forse seguire. Gli altri autori sono Daniele Bellomi (introdotto da Francesco Muzzioli), Alessandro De Francesco (con una nota di Brunella Antonmarini), Marilina Ciaco (Bianca Battilocchi), Marco Mazzi (introdotta da Erica Romano), Luigi Severi (Gian Luca Picconi), Niccolò Furri (Fabio Teti), Morena Coppola (Marco Giovenale), Gabriele Stera (con nota di Andrea Inglese), Alessandra Greco (Lorenzo Mari), i già citati Leibovici (Gabriele Stera) e Lucio Saffaro (introduzione di Gisella Vismara).

Visualità, grafismi, complessità

Alessandro De Francesco, da Orbite instabili, in “Continuo”

Tra i percorsi poetici più ricchi ci sono le pagine di Luigi Severi, Ecloghe, dove la tradizione è un prestito fondante ma utilizzato per «destituire l’ecloga della sua natura elegiaca per consegnarla» a «una nuova sostanza tragica» (Gian Luca Picconi):

«a. Vicino all’inizio, deve essera stato un giorno d’estate, stavamo insieme in un giardino nero, e da lontano ne vedevi le mura. Glicini, cavi d’acciaio, altri appigli. E’ una specie particolarmente robusta, chioma e fuso anche ad altezza elevata.»

«b. Si può morire, cantavi, ma al centro dela luce. Sorridevi al pensiero. Facevi anche foto, è un ambiente ideale. Sopra passavano i caccia, ma per andare altrove (…)».

Marilina Ciaco in Ouroboros include versi e scrittura prosastica che Bianca Battilocchi definisce «plurileggibili»: il che, al di là dei rimandi all’avanguardia, sembra riferirirsi a un linguaggio polisemico atipico e ai temi di Emilio Villa tra i quali, per l’appunto, la figura mitica dell’uroboro. Ecco alcuni versi:

ho incontrato troppo tardi le persone per poterle amare 
ho incontrato troppo tardi le persone per poterle non amare 

arriva un giorno, è tardi 
le persone sono arrivate e così se ne vanno 
uno dice non me l'aspettavo 
l'altro dice c'era da aspettarsi

tempo impiegato per: quello che non sono
altro tempo per: la vita da immaginare 
la storia di una vita è una storia delle grammatiche 
quelle che impari e quelle di cui non sai liberarti  

Del tutto esemplari rispetto all’opera i testi scelti di Augusto Blotto dove i registri lirico e prosastico si incontrano con lemmi inusuali, mentre il flusso discorsivo evita ogni coordinazione tra figure referenziali e immaginario come in questo incipit di Tranquillità e presto atroce (Rebellato) risalente agli anni 1960-1961:

Dall'inverno orletto di selve, crogiolo 
del budino rosso ha lumeggiato, e scabro, lo stanchino, 
vi era tanto fiume, la feluca e lo zoccolo 
del beige, e impiglio di foglie in quella bisaccia. 

Rispetto a queste esperienze, la letterarietà prende la strada di una poesia visiva straniante in Alessandro De Francesco, Morena Coppola (Giovenale cita come nuclei storici di derivazione di questa poetica Artaud e Sanguineti) e Gabriele Stera: quest’ultimo in una accezione del tutto provocatoria e ludica. Altrove il tema concettuale di testo e paratesto sembrano prevalere sulla scrittura fino a renderla oggetto traslato nel suo insieme. E’ il caso di Marco Mazzi con vernici industriali dove l’appunto introduttivo con il quale Erica Romano rileva che l’autore assume per tema «le vernici in quanto tali», è del tutto condivisibile ma lascia aperta la questione se l’opera sia pertinente al tema della scrittura complessa. La godibilità non sembra poter concretizzarsi sulla lingua, piuttosto in un’azione. Ugualmente in Niccolò Furri l’opera in forma di repubblica si incarica di produrre senso attraverso la caricatura e la polisemia di modelli mediali comuni; per Fabio Teti «Furri parassita contesti mediali e semiotici preesistenti, adibendoli a usi impropri». Da qui i grafismi di messaggi, i simboli del web. Certo si può ben parlare di sovvertimento ma attraverso un ordine concettuale diverso da quello letterario, criticamente rilevante nei confronti di ciò che Marcuse, citato da Poletti, chiamava «il linguaggio dell’amministrazione totale». Tuttavia è dai tempi di Joseph Beuys, e dunque dagli anni Sessanta, che il linguaggio artistico più avanzato segue questo “sovvertimento” senza che l’habitat del capitale ne avverta l’impatto. Resta cruciale viceversa il tema enunciato e il notevole ventaglio di esperienze confluito in questo libro.

Marco Conti

AA.VV. Continuo. Repertorio di scritture complesse (a cura di Daniele Poletti), dreamBook edizioni, 2023; euro 22.00

Ventre, la riscoperta del corpo di Della Cioppa

«Mi sono uccisa il giorno del mio compleanno. Non ricordo l’ora, faceva caldo». È lo sconvolgente incipit di Giulia Della Cioppa, che in Ventre (Alter ego) racconta il contrasto tutto femminile tra madre e figlia. «Ci deve essere stato un tempo in cui le donne hanno educato alla brutalità», si legge nel primo romanzo della scrittrice campana, dove il conflitto psicologico si alterna a un piano di primordiale di violenza. Il rapporto lacerato della ventiseienne Margherita con la madre, fatto di traumi e «scontri tra mannare», può trovare pace soltanto nel suicidio, che però fallisce e la ragazza si ritrova in un letto d’ospedale, orfana di tutti i sensi tranne la vista. Inizia così un delirante percorso di crescita, proposto con lo sguardo straniante e i ricordi agrodolci della giovane, se è vero che «quando il dolore smette di colpire, fosse pure per un secondo, lascia un posto su un’oasi di pace».

«Non mi toccavo quasi mai a mani nude»

Procedendo con una scrittura rapida e spezzata, Della Cioppa tratteggia la vicenda di un corpo, sede di emozioni e residui di un gioco di attrazione e repulsione della madre: «Avevo male alla pancia quando stavo in macchina con lei, mi si accartocciava il ventre». Una materialità che è croce e delizia, desiderio e rifiuto, violenza e dolcezza. Se l’assenza fisica è inizialmente una liberazione da pulsioni disgustose per Margherita («Non mi toccavo quasi mai a mani nude»), diviene poi epicentro di una riscoperta della centralità del corpo attraverso le cure, anche sadiche, dell’infermiera Bianca. È lei l’elemento che smuove l’immobilità della ragazza in coma, quando intuisce la sua capacità di vedere e comprendere ciò che avviene attorno a lei. S’instaura così, oltre all’impossibile dialogo mentale finora intrattenuto con ospiti e medici, una reale comunicazione tra le due – attraverso lo sbattere delle palpebre Margherita può assentire o meno  ̶  che sfocia nel tentativo di ritrovare gli stimoli percettivi della ragazza inferendo tagli e ferite con un bisturi la notte, quando tutti sono via.

Femminile e maschile

Nel caleidoscopio di personaggi femminili  ̶   il maschile è rifiutato in tutto per tutto, perfino nel perdere la verginità, e il padre non è mai citato  ̶  occupano un posto di rilievo anche altre figure, seppur marginali nella trama principale. Una è Cintia, compagna di stanza di Margherita, che si trova in uno stato di coma irreversibile, ferita a morte dal compagno: «Un verme l’ha presa a martellate in testa. Pare fosse il suo fidanzato e lei il suo feticcio». Nelle poche scene in cui è presente, viene dipinta una drammatica storia di violenza ed eutanasia, in cui vediamo i genitori della ragazza, più o meno coetanea della protagonista, incapaci di deciderne la fine. È allora un’amica, una «cagna sciolta», a farsi carico di quella responsabilità, ingaggiando una battaglia condivisa anche dai pensieri di Margherita: «Solo se rinascesse senza corpo, se non avesse memoria, potrebbe valutare l’ipotesi di vivere in una teca». In una delle pagine più struggenti del libro, la protagonista osserva la processione del neurologo, del medico legale e dell’anestesista, trasfigurati in moderni re magi, giunti a dare l’addio alla giovane, deformata a Cristo morente, più che nascente. Un epilogo diverso dalla protagonista che invece, ancora soggiogata dalla madre, andrà in contro a nuova vita.

Lorenzo Germano

Giulia della Cioppa, Ventre, pp.144, Alter Ego Edizioni, 2023; euro 16,00

Zeta, mezzo secolo di poesia

1967. Ezra Pound legge alcune poesie al Festival dei due mondi di Spoleto. «Pound apparve malfermo, come una sorpresa. Capelli scompigliati in un palco vicino alla prima fila del pubblico. Un lungo applauso. Un vecchio che stentava ad alzarsi, poi appena ritornato il silenzio, quella voce che ascoltavo per la prima …

Trevi: una coperta infeltrita nella casa del mago

Se l’autobiografia presuppone certezza e l’autofiction l’interrogazione sul proprio tema, non c’è dubbio che Emanuele Trevi con La casa del mago aggiunga un altro tassello a quest’ultimo genere,  fra storie vissute e sospese. Protagonista, come annuncia il titolo, non è soltanto la figura del mago, ovvero del padre del narratore; lo …

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