Il dottor Bergelon e i personaggi in fuga di Simenon

La fuga, lo straniamento a cui il personaggio va incontro allontanandosi dalle consuetudini, è uno dei temi che fondano la narrativa di Georges Simenon. Attraverso questo snodo narrativo Simenon racconta sia l’evasione, sia il trauma e la trasformazione del personaggio. Accade anche in Il dottor Bergelon  proposto ora nella traduzione per Adelphi di Laura Frausin Guarino che riprende il più netto originale, “Bergelon”, del 1939.  In questo caso è un evento inatteso a sradicare la vita quotidiana del protagonista, medico condotto in una cittadina di provincia  sulle rive della Loira. Bergelon ha appena fatto amicizia con il chirurgo proprietario di una lussuosa clinica e gli ha procurato il primo cliente, la moglie di un impiegato che, per la nascita del suo primo figlio, vuole il miglior trattamento possibile. Ma accade l’imprevisto. La donna deve essere operata, il chirurgo lascia la sua casa di notte quasi sbronzo insieme al dottor Bergelon e consorte. In una manciata di minuti la sorte si accanisce, il bambino e la donna muoiono. Ora bisognerà tacitare la coscienza. Soprattutto nel momento in cui il marito della vittima, Cosson, intuisce che qualcosa gli è stato nascosto e inizia a perseguitare il medico. Non il proprietario e chirurgo intervenuto ma proprio il modesto Bergelon, suo pari, quasi suo confidente. Con la consueta essenzialità, Simenon scrive l’incontro del giorno dopo: «Cosson ha le palpebre orlate di rosso, la cravatta allentata. Fuma una sigaretta che tiene con le dita macchiate di nicotina. Batte sul vetro, perché l’autista non si è fermato in tempo. Guarda Bergelon. Bergelon volta la testa dall’altra parte. Perché leggere un’accusa negli occhi del suo compagno? Non è proprio lui, invece, che sta facendo nascere quel dubbio, quel sospetto?»

La svolta

Nel mondo di Bergelon l’inquietudine si fa strada con lentezza. I rapporti con la moglie, timorosa d’ogni passo, e i due figli piccoli, appaiono sempre più aleatori. Cosson invece si fa minaccioso e infine recapita al medico una minaccia di morte. Ma Bergelon non lo teme, anzi circoscrive con curiosità intellettuale i suoi fastidi: osserva Cosson abbandonare il suo lavoro con una scusante, visita la prostituta con il quale l’uomo trascorre intere giornate, parla ad entrambi.  Si fa notare nel quartiere con la donna che, del resto, già conosceva a causa delle visite periodiche che svolgeva nel suo ambulatorio per le passeggiatrici…E infine non bada a nient’altro che al suo crescente spaesamento. Si direbbe anzi che il dottor Bergelon non aspettasse che uno scossone capace di sradicare la sua vita. Così con la scusa delle minacce anticipa la villeggiatura al mare, incontra una donna e, quando è raggiunto dalla moglie, sale su un treno. Destinazione: Le Havre, Anversa, Parigi. La fuga è però tale solo rispetto alla sua vita perché il medico avrà cura di far recapitare il nuovo indirizzo al minaccioso Cosson perché lo raggiunga e biglietti evasivi e rassicuranti alla moglie. Ad Anversa un vecchio compagno di scuola incontrato per caso lo invita a imbarcarsi con lui su un mercantile. Ma le cose prendono un’altra strada.

Rispecchiamento

Per quanto possa apparire paradossale, il medico in fuga si rispecchia in Cosson. Entrambi non vogliono conciliarsi con le loro vite. Ma non è un passato ingombrante a renderli più fragili. Bergelon vorrebbe rinunciare alla sua tranquillità priva di passioni; Cosson non accetta di pari passo il suo destino.

Le fughe nella narrativa di Simenon sono ugualmente  speculari: in Bergelon come in La fuga del signor Monde i protagonisti agiscono in cerca di scrollarsi di dosso la vecchia identità; ma in altre opere come Il signor Cardinaud (vedi la recensione su questo sito) e nel magistrale Il piccolo libraio di Archangelsk , la prospettiva del narratore è rovesciata perché sono i protagonisti di entrambi questi romanzi a subire la fuga della consorte e a doversi confrontare con  un mondo privo di senso e soprattutto con l’immagine di sé riflessa negli occhi degli altri. Figure speculari che in realtà nascondono  i pensieri esclusi e censurati della propria intimità, del sé segreto del personaggio. Mai tuttavia la censura sulla propria vita e il corrispettivo desiderio di altrove, di un’esistenza percepibile come una fuga a capofitto dentro il caos è stata presente come in L’uomo che guardava passare i treni. Antisegnano e forse capostipite delle fughe, il romanzo venne pubblicato nel 1938. Come in un testo lirico, l’immagine del commerciante Kees Popinga, che Simenon pone nelle prime pagine del libro, sintetizza il paradigma: nell’oscurità l’uomo  ha l’abitudine di osservare il passaggio di un treno, una visione che lo emoziona  «un treno della notte soprattutto, dalle tendine calate sul mistero dei viaggiatori.» Anche Bergelon potrebbe, in fondo, dire lo stesso.

Marco Conti

Georges Simenon, Il dottor Bergelon, pp. 195, Adelphi, 2022. Euro 18,00

Il  dialogo tra i vivi e i morti nella tradizione greco-romana

Orfeo

La mitologia greco-romana narra, spesso, le avventure di eroi che discendono nel Mondo dei morti per superare una prova o per accrescere la propria conoscenza: Eracle, la cui dodicesima fatica consiste nel rapire Cerbero dall’Ade; Teseo e Piritoo, che discendono agli Inferi per rapire Persefone e che, a seconda delle diverse versioni, vengono salvati da Eracle; Orfeo, che si reca nel regno di Plutone e Proserpina per impetrare la restituzione dell’amata sposa; Odisseo, che si ferma sulla soglia attendendo di parlare con l’ombra di Tiresia; Enea, che compie il viaggio, seguendo le indicazioni dell’ombra del padre, per conoscere la sua discendenza.

I morti, nel mondo classico, sono ombre che appaiono e parlano ai vivi in sogno come Anchise, che invita Enea a recarsi dalla Sibilla cumana, affinché lo accompagni nel viaggio ultraterreno (Eneide, V, vv. 721-740), oppure come Patroclo, “l’ombra del povero Patroclo”, che chiede ad Achille di essere sepolto per poter passare le porte dell’Ade, dal quale è escluso (Iliade, XXIII, vv. 65-92).

Le sepolture

La richiesta di sepoltura per poter entrare nel Mondo dei morti è un altro topos della letteratura greco-latina. I riti riservati ai defunti sono, infatti, fondamentali e preservano le ombre dal destino terribile di vagare fuori dagli Inferi a tempo indeterminato per i Greci, o per cento anni per i Romani (Eneide, VI, v. 325-330) Se nell’Iliade la supplica proviene dall’amato Patroclo, che chiede inoltre di essere sepolto insieme ad Achille, nell’Odissea questa preghiera è rivolta a Ulisse dal compagno Elpenore, il cui corpo è rimasto “insepolto” e “incompianto” sull’isola di Circe (Odissea, XI, 51-78). Quest’ultima ombra fornisce un ulteriore elemento: bruciare il suo corpo insieme alle sue armi ed erigere un tumulo in riva al mare preserverà Odisseo dall’ira divina (Odissea, XI, 72-75). I morti dialogano con i vivi, in ben precise circostanze. Le ombre dei morti, oltre ad apparire nei sogni, interagiscono con i vivi durante le loro catabasi, ovvero le discese negli Inferi, o quando vengono evocati.

I sacrifici di Odisseo

Odisseo, nel libro XI del poema dedicato al suo ritorno a casa, compie i sacrifici necessari ad evocare le ombre dei morti, seguendo le indicazioni di Circe, per parlare con Tiresia e farsi rivelare il futuro. Tagliate le gole degli animali (Odissea, XI, vv. 34 e sgg) fuori dall’Erebo si affollano donne, ragazzi, vecchi e guerrieri attirati dal sangue e dopo aver parlato con l’indovino, Ulisse dialoga con la madre, con Agamennone, con Achille e con altre ombre. Di cosa parlano le ombre? Di argomenti diversi. Tiresia predice il futuro e ripete più volte che i morti dicono il vero; la madre racconta della sua morte e spiega a Ulisse che le ombre sono incorporee, non possono essere abbracciate; Agamennone narra della sua morte al rientro da Troia per opera della moglie e mette in guardia dalle donne;  Achille chiede notizie del padre e del figlio Pirro/Neottolemo (avuto da Deidamia) e manifesta il rimpianto, affermando che preferirebbe essere un bifolco, un servo, un diseredato (Odissea, XI, vv. 488- 491) invece di ritrovarsi fra le ombre.

Nel ventiquattresimo libro ritorna l’Oltretomba ma questa volta i morti parlano fra loro, si raccontano, narrano della propria fine, anche se non è presente un vivente con cui dialogare.

Orfeo ed Enea, la discesa agli Inferi

Orfeo, Euridice, Hermes, V secolo a. C. (Museo archeologico di Napoli)

Nei poemi omerici si parla di morti, di ombre disposte al dialogo ma lo spazio del regno di Ade non è delineato. Le catabasi di Orfeo e di Enea configurano, invece, l’Aldilà latino. Orfeo ed Enea scendono realmente negli Inferi, anche se con finalità diverse: ottenere la restituzione della sposa morta e conoscere il destino. Il mito della discesa agli Inferi di Orfeo è raccontato dettagliatamente da Virgilio e Ovidio in epoca augustea. Il famoso citaredo ha una voce melodiosa, che ammansisce persino le belve feroci e, quando l’amata Euridice muore, decide di scendere negli abissi infernali per convincere Plutone e Proserpina a restituirgliela. La vicenda è narrata da Virgilio nelle Georgiche, in chiusura del quarto libro (vv. 454-530), e da Ovidio nelle Metamorfosi nel libro decimo (vv. 1-75).

L’Orfeo virgiliano scende suonando la cetra e le ombre si affollano intorno a lui mentre la ruota di Issione si ferma e Cerbero resta in silenzio con le tre bocche spalancate. Gli dèi infernali si lasciano commuovere e permettono agli amanti di ritornare verso la luce del sole, fissando, però, la condizione che il citaredo non si volti a guardare l’amata. Orfeo si volta e infrange il patto divino. L’ombra di Euridice parla e chiede allo sposo quale follia li abbia portati a pensare di poter sconfiggere la morte. Orfeo tenta invano di abbracciarla, come Odisseo aveva provato per tre volte a stringere la madre, mentre lei scompare per sempre. In Ovidio la vicenda è analoga ma l’ombra della fanciulla sussurra solo un impercettibile addio. In entrambi i testi il nocchiero dello Stige impedisce ad Orfeo una nuova discesa. Perché si volta? Virgilio attribuisce la perdita di Euridice all’amore e alla mancanza di memoria, in quanto il sentimento erotico genera la dementia. Il protagonista ovidiano è invece impaziente di guardare la sua sposa e non si fida completamente delle divinità infernali, dalle quali teme di essere preso in giro.

Orfeo, tornato sulla Terra, continua a cantare l’amata perduta e in questo modo, nel ricordo dei vivi, i defunti sopravvivono e la morte è sconfitta. La catabasi di Enea, nel libro sesto dell’Eneide, crea l’Oltretomba con una distinzione fra il buio Tartaro, sede dei dannati, e i Campi Elisi, un luogo luminoso, in cui si trovano i giusti.

Enea e la Sibilla Cumana

Il pio Enea è accompagnato dalla Sibilla cumana e dopo aver effettuato i sacrifici rituali i due entrano nel Vestibolo, dove trovano i mali che tormentano gli esseri umani e i mostri mitologici. Arrivati sulle rive dell’Acheronte vedono la folla di ombre accalcarsi verso la riva ma coloro che non hanno ricevuto sepoltura (come nei testi omerici) vengono respinti dal traghettatore infernale. Fra questi c’è Palinuro, il timoniere di Enea, che chiede, invano, ai due viaggiatori di portarlo con loro dall’altra parte del fiume. Il nocchiero che in prima istanza si rifiuta di far salire Enea sulla sua barca, perché «vietato è portar corpi vivi sullo stigio traghetto», (Eneide, VI, v. 391) è Caronte, descritto come un vecchio con una lunga barba e con gli occhi di fiamma (Eneide, VI, vv. 298-300). Questa descrizione del traghettatore di anime diventa iconica e si ritrova anche nel poemadantesco (Commedia, III, vv. 82-83; vv. 97-99; v.109):

Eneide (edizione 1776)
Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo […]

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier della livida palude
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote […]

Caron dimonio, con gli occhi di bragia

Enea e la Sibilla raggiungono l’altra sponda dell’Acheronte, dove nell’Antinferno affrontano Cerbero, il mostruoso cane a tre teste, reso inoffensivo da una focaccia di miele e sonnifero. Dopo aver superato il mostruoso canide addormentato vedono Minosse che scuote l’urna e indaga le colpe delle ombre. Come Caronte, anche questi personaggi sono ripresi da Dante nella costruzione dell’Inferno, in questo modo la Commedia unisce il mondo infero immaginato da Virgilio con quello cristiano del Medioevo occidentale.

Giancarla Savino

Michel Houellebecq, l’ultima riva dell’Occidente

Michele Houellebecq si è addolcito?  L’humor nero e il sarcasmo sulla società occidentale  sono stati placati? La lettura di Annientare, ultimo e  decimo romanzo di Houellebecq, ha fatto sorgere queste domande  in alcuni recensori francesi. La storia e il registro usati sembrano giustificare questi interrogativi ma  forse solo per quell’attimo che trascorre tra l’ultima pagina dell’opera  e le voci a cui ci eravamo abituati: voci di personaggi in rotta di collisione con il mondo e isolati dal loro male oscuro.

I personaggi

Il primo romanzo di Houellebecq, nel 1994,  Estensione del dominio della lotta, aveva per protagonista uno sradicato, insofferente alla mondanità e depresso; Le particelle elementari (1998), chiamavano in causa due fratellastri complementari e altrettanto emarginati: uno scienziato senza emozioni e un docente di letteratura erotomane sovrastato dalla sua sensibilità  e dal caos interiore. Nel 2010 con La carta e il territorio l’autore assume un registro formalmente più composto: chiama in causa un fotografo, un personaggio altrettanto poco comune  che sbeffeggia il mondo di icone di cui è circondato; con Sottomissione (2015) il docente universitario che parla in prima persona svolge una critica acuminata della società occidentale ormai morente e sulla sua vita «senza gioia» per la quale non riesce neppure a provare alcuna disperazione. In Serotonina (2019)https://lemuseinquiete.it/serotonina-houellebecq-e-linfelicita-del-xxi-secolo/, Florent-Claude Labrouste, compagno di una giapponese dedita all’eros di gruppo, sopravvive alla sua depressione assumendo farmaci e guarda con fatalismo il nuovo paesaggio della globalizzazione  dove la morte della civiltà sembra tacitamente promessa. Ridurre con spese di piacere il suo conto in banca troppo cospicuo, è uno dei suoi ultimi vacui impegni.

Annientare

Il filo conduttore dell’ultimo romanzo di Houellebecq si chiama invece Paul Raison, è un mite, equilibrato  funzionario ministeriale  che,  con sua sorpresa, recupera il legame con la moglie dopo anni di indifferenza.  Non solo. A dispetto di ogni straniamento e deragliamento dell’attualità, egli cita (nome omen) Blaise Pascal. La riduzione della carica morale eversiva di Houellebecq,  per cui qualcuno ha parlato di un autore ormai apaisé (placato), fa capo a questa scelta, vale a dire ad una oggettivazione diversamente specchiata dei temi e delle tesi sulla società contemporanea. Ma forse questa oggettivazione è più ferale di quanto non lo sia nella precedente narrativa proprio in virtù di una figura ordinaria.  Attraverso il suo protagonista Houellebecq   regge comunque le fila di tre storie: la prima inerente il lavoro di Raison,  funzionario al ministero dell’Economia francese e in rapporto di amicizia con il ministro e futuro “premier” coinvolto direttamente nelle elezioni presidenziali; la seconda  gravitante intorno ad attacchi terroristici annunciati sul web con modalità formali misteriose senza precedenti; la terza infine è propriamente la vicenda esistenziale del cinquantenne: distante da ogni passione ma non dalla famiglia e dagli affetti.

La società

Paul Raison vede coincidere il proprio microcosmo individuale con quello di una società in declino, spaventosamente rimodellata dalla cultura imperante.  Certo, quest’ultimo tratto non diventa una forza dinamica della narrazione. Ma con potente perentorietà brilla in filigrana come si legge in alcune riflessioni: « Svalutare il passato e il presente a favore del divenire, svalutare il reale per preferire una virtualità situata in un vago futuro».  Questo è nulla di meno che un caposaldo germinato nelle scuole occidentali e nella considerazione comune con cui viene oggi osservata la vecchiaia, un tempo momento di bilancio e valore.  Ma Paul Raison vive nelle stanze del potere e su questo argomento, come di fronte alle trasformazioni sociali prese di mira dal terrorismo (l’infertilità; la pressione migratoria), osserva: «Un uomo politico poteva davvero influire sul corso delle cose?»….«E poi c’era qualcos’altro, una forza oscura, segreta, la cui natura poteva essere psicologica, sociologica, semplicemente biologica, non si sapeva cosa fosse ma era terribilmente importante perché da essa dipendeva tutto il resto, la demografia come la fede religiosa e, in definitiva, la voglia di vivere degli uomini e l’avvenire della loro civiltà. Il concetto di decadenza poteva anche essere difficile da circoscrivere, ma ciò non voleva dire che non fosse una realtà potente; e anche questo, soprattutto questo, gli uomini politici non erano in grado di influenzarlo.» (pp. 608-609). Se Houellebecq torna sui suoi passi è semmai nella considerazione della prassi politica, non certo rispetto alla visione complessiva del mondo occidentale.   Tra chi lo considera scrittore di “destra” spicca quel mondo intellettuale che, dopo aver taciuto per trent’anni sulla deriva e trasformazione delle motivazioni politiche della sinistra, è ora tutt’al più proteso a custodire la barzelletta del “politicamente corretto”, vale a dire a coprire le gambe delle sedie come in epoca vittoriana.

Paul Raison e l’umanesimo di Houellebecq

Se la vita diurna del protagonista è quella di un benestante borghese, quella notturna possiede sogni devastanti: la narrazione procede quasi con puntualità attraverso queste due sensibilità; la prima pascaliana, la seconda visionaria,  fitta di terrori e di paesaggi catastrofici. Un’analoga divisione struttura l’intero romanzo: da un canto la quotidianità  spesa nella forme della consuetudine dei personaggi principali, dall’altro l’inatteso;  da un canto l’organizzazione della campagna elettorale (o la spartizione in comparti del frigo per le cose pertinenti al protagonista e quelle della moglie) e sull’altro versante gli atti terroristici contro un mercantile, una banca del seme e un barcone di migranti; tra la stabilità dei ruoli professionali e un clima sociale dove  ha attenzione solo il futuro, vale a dire il presente per il futuro.

Più che in altre opere Houellebecq  sfrangia qui la narrazione con le fisionomie  dei personaggi secondari. La stessa famiglia del protagonista riflette identità complesse: un padre pensionato dei servizi segreti colpito da ictus e “trafugato” dai familiari dalla residenza sanitaria, dove è costretto per legge solo perché ormai incapace di esprimersi; un fragile fratello minore restauratore di arazzi, sposato a una cinica giornalista che ricorre al seme di uno sconosciuto per la propria gravidanza pur non avendone necessità di coppia; una sorella cattolica capace di autentica pietas, una moglie che in tarda età ha scoperto il culto wiccan. E anche in questa galleria ogni figura sembra, se non  il contraltare dell’altra, il tassello di un mosaico sconnesso dove la discontinuità è però argomento narrativo. Il tema di fondo, come ogni tema davvero autoriale, resta quello che ha informato dal principio la narrativa di Houellebecq: il deragliamento della cultura occidentale.

Marco Conti

Michel Houellebecq, Annientare, pp. 743, La nave di Teseo, euro 23,00

Ulisse compie cento anni

E’ il 2 febbraio 2022, è il giorno dell’orso ed essendo una bella giornata l’orso è tornato nella grotta: farà freddo ancora, gelate, forse pioggia, forse neve, l’inverno continuerà. E’ anche il giorno di compleanno del romanzo di Joyce, Ulisse, un’idea, un paradigma per la narrativa occidentale, stampato e messo in vendita esattamente cento anni fa a Parigi da Sylvia Beach, di cui parlo in un altro articolo qui accanto (Shakespeare and Company, l’Ulisse e Sylvia Beach- Recensioni – Le Muse Inquiete). Un libro che non voleva nessuno per la sua prospettiva audace nell’eros, non perché difficile, come sappiamo tutti, come ci dicono i traduttori. Tra questi Gianni Celati che, nella sua versione einaudiana spiega in prefazione come ci siano nell’Ulisse, non solo i gerghi irlandese, britannico, sopravvivenze del gaelico, ma anche stratificazioni della lingua e «un ventaglio di versioni canterine che sono la spina dorsale joyciana per scavalcare tutti i discorsi e intendersi con diversi richiami musicali: dall’opera lirica alla filastrocca oscena, da un canto gregoriano» «al rumore della carrozza del viceré che passa sul lungofiume (“Clapclap, Crilelap”), dai nursery rhymes a una poesia tedesca sul canto delle sirene».

Le canzoni di James Joyce

Eppure  si parla di una giornata del signor Leopold Bloom. Se ne parla soprattutto con la mente, con il sogno, con il monologo con se stessi e come la filigrana di un foglio ovunque compare la canzone, il verso, il rinvio ad una armonia o a un ritmo.  Celati scrive che avendo attraversato la traduzione del romanzo come un oceano in tempesta ha avuto l’impressione che Joyce «non riuscisse a pensare a nulla che non fosse un fenomeno musicale al di là di tutte le imperanti categorie di verità logica o di certezza dialettica, che l’Umanesimo ha lasciato in eredità a tutto l’Occidente.»

Un compleanno e qualche domanda sul presente

A distanza di un secolo mentre celebriamo Ulisse c’è tuttavia un pensiero che risulta assai poco celebrativo: oggi Ulisse avrebbe trovato subito uno stampatore, qualcuno come Sylvia Beach ma poi non troppo come lei visto che la libraia aveva sostenuto le spese? Occorse un ventennio perché Joyce, già famoso, fosse remunerato con un contratto editoriale. La differenza sta tutta in questa domanda: oggi ce ne saremmo accorti? Poniamo nel 2032, Joyce avrebbe ottenuto il contratto editoriale? Oppure  Ulisse sarebbe rimasto impigliato nel chiacchiericcio dei social, nella marea di  cose stampate da piccoli e grandi editori?  Sarebbe stato insomma un testo tra gli altri e, come altri, nascosto da un gratuito e cospicuo ottenebramento per effetto dei media? La critica letteraria, o più esattamente cosa è rimasto in sua vece, se ne sarebbe accorta al di là della trasgressione di quelle pagine (il “politicamente corretto” oggi, la sessualità ieri)? E infine: davvero il XXI secolo è in cerca di qualcosa e quel qualcosa  non ha niente a che fare con quanto scriveva Marsall McLuhan: « Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre»?

Dall’alto a sinistra: James Joyce, i figli Giorgio e Lucia e la moglie Nora Bernacle

L’inchiostro di Virginia Woolf

Dal volume “Genio e inchiostro”, Harper Collins Italia, 2021

«Se volete essere sicuri che il vostro compleanno venga festeggiato di qui a trecento anni, la cosa migliore, indubbiamente, è tenere un diario», così scriveva Virginia Woolf nell’attacco di una sua recensione del 1920. L’articolo apparve il 28 ottobre sul Times Literary Supplement, l’importante rivista letteraria britannica nata come supplemento del Times nel 1902.

Virginia Stephen, ancor prima di essere Virginia Woolf, iniziò a collaborare con il supplemento settimanale del quotidiano inglese nel 1905, quando il direttore Bruce Richmond le propose di scrivere un pezzo di 1500 parole. A quella recensione ne seguirono altre e la collaborazione con il TLS durò per tutta la sua vita. Nel 2021, in Italia, la casa editrice Harper Collins ha pubblicato nel volume “Genio e Inchiostro” quattordici di quei saggi di critica letteraria, tradotti da Sara Sullam, con la prefazione di Ali Smith e l’introduzione di Francesca Wade.

Il lavoro di scrittrice

A ventitré anni Virginia iniziò il lavoro retribuito di scrittrice. Giunse, così, l’indipendenza economica anche se non il prestigio, perché fino al 1974 la politica del supplemento letterario fu di pubblicare articoli anonimi. Inizialmente, recensiva tutto ciò che le veniva inviato, non solo romanzi ma anche guide turistiche e libri di cucina. Ogni settimana riceveva un nuovo libro, del quale doveva scrivere e consegnarne il saggio critico entro il venerdì, talvolta, di persona, altre volte, al fattorino del Times che attendeva nel suo salotto mentre la Woolf finiva di battere a macchina. Una routine, una abitudine alla scrittura che la portò al suo primo romanzo. Scrivere per il TLS rappresentò una palestra di scrittura e è chiaro dalle sue parole riportate nell’introduzione «Gran parte del mio mestiere l’ho maturato scrivendo per lui: come comprimere; come vivacizzare; e mi ha anche fatto leggere con penna e taccuino seriamente»

Quando divenne romanziera e editrice, insieme al marito Leonard Woolf, proseguì a scrivere saggi critici ma dettò delle condizioni al direttore Richmond e prima fra tutte il poter scegliere di quali libri occuparsi. Dal 1920, infatti, attraverso i suoi articoli è possibile ricostruire il canone letterario della scrittrice inglese.

Tenersi pronti

Nel 1919, in occasione del centenario della nascita della scrittrice George Eliot, Woolf si accinse a leggere tutte le sue opere per lavorare al pezzo pubblicato il 20 novembre e inserito in questa raccolta della Harper Collins. Nello stesso periodo iniziò un nuovo taccuino dedicato a raccogliere appunti sullo scrittore Thomas Hardy, amico del padre, perché il direttore del TLS l’aveva invitata a “tenersi pronta” per la pubblicazione dell’articolo celebrativo in occasione della morte dello scrittore. Lavorò a quelle pagine per quasi dieci anni. “I romanzi di Thomas Hardy” (presente in questa raccolta) venne pubblicato, infatti, il 19 gennaio 1928. Il saggio, passando in rassegna i diciassette volumi di narrativa dello scrittore, si sofferma sui personaggi e sul motivo per cui vengono ricordati, sul genio dell’autore e gli attribuisce il merito di aver donato «una visione del mondo e del destino umano per come si sono rivelati ad un’immaginazione sorprendente, ad un genio profondo e poetico, a un animo gentile e umano».

Una pagina manoscritta della Woolf

Tenere un diario

Virginia Woolf si è attenuta all’indicazione che lei stessa aveva fornito nell’incipit del saggio su John Evelyn e ha lasciato oltre a romanzi, racconti, recensioni, lettere anche i suoi diari. Attraverso questi Francesca Wade nell’Introduzione affianca le riflessioni di Woolf ai saggi contenuti in Genio e Inchiostro permettendo al lettore di avvicinarsi ulteriormente alla straordinaria e acuta scrittrice inglese che ha trasformato in opera narrativa anche gli articoli di critica letteraria.

Giancarla Savino

Virginia Woolf, Genio e Inchiostro, pp. 317, Harper Collins Italia, 2021

Shakespeare and Company, l’Ulisse e Sylvia Beach

James Joyce: 5, rue de l’Assomption, Parigi“. È l’estate del 1920  quando Joyce compare alla Shakespeare and Company di Sylvia Beach, paga sette franchi e compila la sua scheda per ottenere in prestito un libro. Sylvia Beach ha da poco aperto una libreria per i tanti americani e inglesi residenti a Parigi ma, ben presto,  quella che gestisce diventerà soprattutto una biblioteca circolante. Joyce è arrivato nella città su consiglio di Ezra Pound e sta cercando di far pubblicare a puntate Ulisse su una rivista americana. Vive di occasionali lezioni di lingue. Ne conosce nove e molto bene l’italiano, il francese, il tedesco, lo spagnolo. Eppure è in difficoltà su ogni fronte: non solo i soldi scarseggiano, ma i censori americani, come quelli inglesi, non trovano di meglio che far chiudere le riviste dove le gesta di Leopold Bloom, e i suoi pensieri erotici più arditi, vengono stampati. Ci penserà Sylvia Beach, impegnando gran parte del suo tempo e le poche sue risorse disponibili, a far uscire la prima edizione del capolavoro di Joyce.

Il racconto di Shakespeare and Company

Sylvia Beach nella sua libreria

Il fastoso racconto della Shakespeare and Company  scritto dall’artefice della libreria e della prima edizione di Ulisse, è oggi pubblicato da Neri Pozza con una bella prefazione di Lidia Manera, nella traduzione di Elena Spagnol Vaccari.  E’ un libro fitto di notizie curiose e, soprattutto, un testo cruciale per capire il rapporto degli scrittori nordamericani con  l’Europa  degli anni Venti e Trenta, vale a dire un ventennio che coincide con il modernismo e un cambio sostanziale del paradigma letterario. L’autrice  scrisse le memorie nel 1956 quando aveva 68 anni. Nella sua “bottega” passarono, e si fermarono, non solo Joyce (che sarà il maggior beneficiario dell’intraprendenza della libraia), ma anche Ezra Pound, Robert McAlmon, André Gide, D.H. Lawrence, Valery Larbaud,  Gertrude Stein, Paul Valéry, Scherwood Anderson e naturalmente Ernest Hemingway di cui, nel 1923, si vedevano in vetrina le copie del suo primo libro, Three Stories and Ten Poems, racconti e poesie.

A cento anni esatti dalla prima edizione

Ora sono passati 100 anni dalla prima avventurosa edizione di Ulisse, consegnata all’editrice il 2 febbraio 1922, quarantesimo compleanno di James Joyce.

I bibliofili osserveranno che sul frontespizio compare la data del 1921, ma i lettori di Shakespeare and Company  capiranno per quale ragione le cose andarono diversamente. Del resto la storia della pubblicazione del capolavoro modernista di Joyce è fitta almeno quanto la giornata di Leopold Bloom. A cominciare dalla domanda che Sylvia Beach fece allo scrittore dublinese: quante copie ne vorrebbe? «Una dozzina» fu la risposta. Più avvertita la libraia-editrice ne fece pubblicare mille e nel giro di pochi anni l’impresa nata per passione diventò storia della letteratura. Mese dopo mese alla Shakespeare and Company  arrivarono proposte di edizioni che Sylvia fu costretta a declinare non avendo né le risorse né il tempo per curare i testi e, nel contempo, mandare avanti la biblioteca circolante, cioè la sua sola fonte di reddito. Arrivò per esempio D.H. Lawrence che si era visto rifiutare la pubblicazione del romanzo, per l’epoca arditissimo, L’amante di Lady Chatterley, e si affacciò al negozio di rue de l’Odéon 12 anche Henry Miller, in compagnia di Anaïs Nin («amica dall’aria di giapponesina» scrive Sylvia)  per proporre  Tropico del cancro. Miller fu consigliato di rivolgersi all’editore della Obelisk Press, Jack Kahane, che infatti divenne il suo primo editore. Lo stesso Kahane si era già presentato alla “Shakespeare” per organizzare una collaborazione, il che dice in modo eloquente come  era stata interpretata, agli esordi, l’opera joyciana.

Una schiera di scrittori e artisti emigrati a Parigi

Sylvia Beach spiega che il romanzo di Joyce, a quei tempi stigmatizzato dalle leggi americane e inglesi, finì col creare intorno a lei l’aura della trasgressione. Era fiera di aver colto con Joyce la sua grande occasione ma le risorse non le consentivano nuove avventure. Basti pensare che, nell’autunno del 1919, la libreria fu fondata dopo il seguente telegramma inviato da Sylvia alla madre: «Apro libreria Parigi. Prego spedire soldi». Ed era figlia di una insegnante e di un pastore presbiteriano. Shakespeare and Company  nacque in sostanza dalla passione per la letteratura e dal sodalizio con Adrienne Monnier che già aveva un’analoga biblioteca circolante. In quegli anni  il franco si era svalutato e questa circostanza, accanto al fascino di Parigi, aveva portato molti artisti e scrittori americani a cercare una sistemazione nella capitale con i pochi soldi che avevano a disposizione.

I ritratti: Joyce cantante, Pound falegname, Hemingway rude dal cuore d’oro

L’edizione 1959 di Harcourt e Brace delle memorie di Sylvia Beach

L’atmosfera che aleggiava a Parigi si avverte nelle pagine del libro attraverso le figure che Sylvia Beach tratteggia con la noncuranza dell’entusiasmo e quell’indipendenza che si rispecchia in molti degli scrittori di cui si parla e nelle riviste letterarie del tempo: ora The Egoist, ora The Little Rewiew, ora Commerce. Una moneta, quest’ultima inerente l’indipendenza,  di cui ci sarebbe bisogno oggi, sopra ogni altra cosa…

Il libro porta a spasso il lettore tra le memorie parigine così come fece Hemingway con il suo romanzo autobiografico, Festa mobile, e con analoga nostalgia; per quanto Sylvia avvolga la sua prosa con un’infinità di dettagli, di notizie, di ritratti. Impagabile quello di Joyce, il quale reduce dalla lunga parentesi triestina, intercala i suoi discorsi con l’italiano “già”, che intona ogni tanto una canzone (in gioventù aveva pensato anche di dedicarsi al canto e nell’Ulisse si trova traccia del canto e della filastrocca); che arrossisce quando si parla in termini volgari della sessualità e che, per l’Ulisse, vuole assolutamente una copertina blu del blu della bandiera greca… Un colore che non si trova e sarà importato dalla Germania. Ma vividi sono anche i ritratti di Pound (falegname a tempo perso, orgoglioso dei suoi mobili da lui stesso intagliati), di Hemingway che non vuol leggere in pubblico (e lo farà solo quando Sylvia avrà bisogno di denaro per non chiudere bottega), di Robert Mcalmon, sensibile e perennemente pronto a sostenere i suoi amici e poeti imagisti…Benché Joyce parlando con Sylvia del Mcalmon ipersensibile e di Hemingway, al contrario uomo rude, soggiunga che probabilmente nella realtà le qualità sono invertite. Certo, sulla corazza di Hemingway, l’autore delle “epifanie” dublinesi,  aveva visto giusto.

Marco Conti

Sylvia Beach, Shakespeare and Company, pp. 281, Neri Pozza Editore, Euro 14,50

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