L’avvelenatore. Altissimo tra i fantasmi della memoria

Chi si approccia alle prime pagine dell’Avvelenatore (Bompiani), pensando di leggere il classico giallo da portare sotto l’ombrellone, rimarrà deluso. Il testo che ha per le mani non è un semplice thriller, ma un brillante romanzo famigliare a costruzione poliziesca, che indaga il rapporto tra il protagonista Arno Paternoster e il padre morto dopo un volo di oltre dieci metri dal terrazzo della sua villa. Perno della storia è Borgo Spirito, paesino immaginario dell’Astigiano che ricalca il vissuto di Emanuele Altissimo, oggi professore a Torino ed ex studente della Scuola Holden. A quattro anni di distanza dall’esordio di Luce rubata al giorno (Bompiani), lo scrittore continua a indagare le trame sotterranee che percorrono gli affetti più stretti, che spesso si rivelano menzogneri e impenetrabili nella loro interezza.

“Tutta la vita era stata una guerra contro mio padre. Da bambino fuggivo i suoi divieti, da ragazzo cercavo un modo per liberarmi di lui, da adulto rispondevo alle sue estorsioni economiche con gli avvocati” (p.136). L’avvelenatore è in primis un libro di fantasmi e di guerre combattute con loro: la presenza più forte nelle 222 pagine che lo compongono non appartiene tanto al mondo dei vivi, quanto a quello di chi non c’è più, ma continua a tormentare chi è rimasto. Il padre, rievocato ossessivamente da Arno, permea pensieri e azioni del protagonista, messo faccia al muro da tutto il rimosso possibile, proprio a partire dalla tragica scoperta. Ed è il paese dell’infanzia, nella campagna piemontese, a ospitare un percorso di formazione in cui nessun interlocutore è affidabile, né gli anziani che lo hanno visto crescere, né tantomeno gli amici, che si rivelano pieni di segreti, ma neppure lui stesso. Tanto che al lettore viene spesso da dubitare della sua innocenza.

Campagna e metropoli: viaggio dantesco in 33 capitoli

Ed è il teatro in cui si svolge lo scontro psicologico e fisico tra presente e passato a rimanere il punto di forza del romanzo. La placida vita di paese, contrapposta a quella metropolitana, riserverà le sorprese più grandi lungo l’arco dei trentatré capitoli (un numero forse non casuale, che rispecchia i viaggi danteschi alla scoperta dell’ultraterreno). Da comunità di sentimenti e affetti genuini, Borgo Spirito mostrerà man mano il suo lato più amaro ad Arno. “Concimi azotati, fosforo e potassio immessi nella terra via endovenosa, cloruro e nitrato di ammonio nelle arterie dei campi. I contadini li spargevano dopo l’aratura per assicurarsi che penetrassero in profondità” (p.193). La terra inquinata dai pesticidi, un problema di cui si parla troppo poco per le colline Unesco, è la giusta metafora per descrivere una realtà invisibile, coperta dal nitore della superficie, che rappresenta al meglio l’umanità nel suo peggio. Un punto da cui ripartire per trovare finalmente la catarsi anelata da anni.

Lorenzo Germano

Emanuele Altissimo, L’avvelenatore, pp. 222, Bompiani, 2023; euro 18,00

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