Mangiare l’orso

Caccia all’orso. 1475-1481

Nel 1288 un gruppo di cacciatori di Coggiola uccide l’animale un tempo simbolo di coraggio ma anche emblema di un culto pagano. Da Artù a santa Ursula, all’orso predittivo attraverso la cronaca di un evento medievale biellese.

Mangiare l’orso. Nei primi giorni di marzo del 1288, l’orso viene imbandito sulle tavole di almeno tre famiglie e dei nobili Ferrero Fieschi a Masserano. Lo ha ucciso sulle montagne della Valsessera un gruppo di cacciatori di Coggiola, nel Biellese. Hanno usato lance lunghe due metri e si sono fatti forse accompagnare da una muta di cani. Il  documento che ne parla è conservato nell’Archivio civico di Vercelli ma non racconta i dettagli.  La preda non  è consueta. E di certo non si è trattato di cacciatori senza esperienza. Addentrarsi nel fitto dopo aver avvistato la tana dell’animale, o averlo visto da qualche cima, e appostarsi in silenzio non è cosa da tutti. Ci sono modi meno pericolosi  per catturarlo. C’è per esempio l’aggressione diretta nella tana con i cani, alcuni dei quali finiranno per morire presi dagli artigli di un animale che pesa duecento chili. Ma sulle montagne si sa che l’arte di cacciare l’orso ti lascia più spesso davanti a due strade.

Nel silenzio o nel chiasso della paura

La prima è riservata  ai pochi che conoscono ogni cosa della foresta: è la caccia nel silenzio, l’appostamento e l’irruzione improvvisa con una pioggia di lance, prima di affondare nel cuore una lama tenendosi lontani dagli artigli. E’ una tecnica che ormai non pratica nessuno da quelle parti.  Occorre avere l’orecchio capace di conoscere fremiti di foglie e rami spezzati dove la visualità del verde fitto diventa buio e  non lascia altro indizio. L’altra caccia, quella che viene usata sulle montagne biellesi, sta al polo opposto. Si tratta di impaurire l’orso, di produrre rumore, di far latrare i cani, di stanare la preda con corni, schiocchi, mentre i battitori armati di archi e lance proseguono la strada appiedati. Qualche volta sono seguiti da due, tre cacciatori a cavallo. A loro toccherà anche il compito di distrarre la preda, di portarla verso la direzione voluta.  Nessuno a quei tempi sottovaluta questo animale. L’orso non è soltanto una specie di alter ego bestiale dell’uomo,   capace di camminare su due gambe, di raccogliere frutti e  miele come l’uomo. E’ anche una specie accorta che si muove nella foresta come il cacciatore prudente, che evita lo scontro se non quando è inevitabile o provocato. Nel basso medioevo  forse la sua figura non è più contornata da una sorta di aura sacrale, ma è ancora un mito e in alcune aree è un culto.
Per tornare alla caccia, quel che sappiamo di certo è che il 15 marzo 1288  qualcuno stende la nota sull’avvenimento di Coggiola e  scrive che la testa dell’orso ucciso viene donata, insieme a un pezzo del costato,  al Vescovo di Vercelli.
E’ il corrispettivo ecclesiastico dei Ferrero-Fieschi, i signori del posto. Non  sono ancora ricchi come lo sarebbero stati cent’anni più tardi, ma  il trofeo avrebbe fatto ugualmente  bella figura, imbalsamato, nel Palazzo dei Principi di Masserano dove, in effetti, la tavola viene imbandita con altri quarti della preda.
Le regole, le convenienze, persino la dottrina in un certo senso, hanno imposto invece di portare la testa ursina al Vescovo.
  E’ un dono regale, e sotto questa regalità decapitata c’è una lunga storia che passa  attraverso molte pagine di racconti medievali, poemi, fiabe, arazzi, miniature, stemmi comunali come quello di Biella, dove compare l’orso davanti ad un albero, ma soprattutto attraverso tante sfaccettate  allegorie. E’ un dono che ha una storia fitta di trame e interroga tanto l’immaginario quanto la tradizione.

TUCOO-CHALA (Pierre). – Gaston Fébus, prince des Pyrénées (1331-1391), Pau : J et D éditions, 1993

La cronaca di Novalesa

La Cronaca di Novalesa, per  esempio. Qui si si racconta che l’orso fece parte di un banchetto in onore di Carlo Magno.  Ma di certo non è stato il solo  ad apprezzarlo. Ancora in pieno Cinquecento la portata  costituiva un evento sulle tavole dei nobili.  In realtà ciò che volevano divorare non era la carne ma le qualità che rappresentava. E ciò che il Vescovo di Vercelli aveva avuto in dono non era un banchetto e un trofeo ma il simbolo abbattuto e vinto di molti peccati.
L’orso era stato, certo, il simbolo della forza e del coraggio, ma soprattutto era stato oggetto di culto pagano, era diventato un emblema di orgoglio e  lussuria che i poemi medievali raccontavano proponendo l’unione  dell’orso con le dame, ora divertendo e ora impaurendo le corti.
La sua prima raffigurazione in uno stemma è un indizio importante: compare sullo scudo di uno degli uccisori dell’arcivescovo di Canterbury, Tommaso Becket, nel 1190. E’ una miniatura, ma identifica il nemico della Chiesa. A Biella la prima  rappresentazione con un orso porta la data del 1379: un sigillo di dedizione della città ai Savoia. Per una sorta di nemesi, di intreccio tra mito e storia, tra etica e araldica, lo stesso orso si trova ancora oggi in un pregiato rivestimento di stoffa dorata che drappeggia l’altare della cattedrale di Santo Stefano.

Nei paesi i girovghi mostravano l’orso, in Francia (foto) come in altre parti d’Europa. Un costume ‘giustificato’ solo dalla povertà estrema di tanti e dall’ignoranza dei più…

L’orso e il mito: da Artù ai santi

In fondo ha vinto l’orso: forza e coraggio gli sono emblematicamente sopravvissuti nonostante  secoli di strategie  impegnate  a sostituire queste qualità con le rappresentazioni leonine  promosse dai chierici medievali. I tanti leoni apparsi sugli stemmi e nelle allegorie sostituivano un animale esotico, distante, con il vero padrone della foresta europea.
Fino all’anno mille fu una delle preoccupazioni del clero europeo; il calendario prevedeva delle forme di culto ursino via via sostituite da  santi che, di fatto,  hanno nomi assonanti: Ursula, Ursino, Orso, ma anche Martino.
Così non risulta molto onorevole  lo spettacolo, diffuso nell’Ottocento da parte di poveri girovaghi, di mostrare l’orso nelle fiere, opportunamente legato e con le fauci chiuse da una museruola.
 Persino la storia mitica di Artù iscrive  la specie animale dentro questo segno. Non solo nel nome del re ricavato dalla radice “art” (così come la divinità Artia)  ma nella leggenda e nell’epica,  visto che il giorno in cui Artù  estrae la spada conficcata nell’incudine per diventare un re è il 2 febbraio, giorno della Candelora,  giorno che per i celti della Gran Bretagna era una festa dedicata all’orso, mentre nel nostro calendario diventò la data che segna la fine del letargo dell’animale. L’orso che abitava le Alpi e il Biellese è diventato così un emblema del tempo, un proverbio e una tradizione. Gli etnologi  oggi lo chiamano  “orso predittivo”  perché esce dalla caverna nella notte tra i primo e il due febbraio. Se troverà  il cielo stellato tornerà a dormire per altri 40 giorni, perché l’inverno ancora non sarà finito. Se il cielo è nuvoloso, se le stelle sono nascoste, allora sarà buon segno. L’orso potrà uscire dalla tana. E questa volta, di sicuro, non sarà per incontrare i cacciatori

Marco Conti

4-fine/ Paul Auster e i tre cedri

Showdown

Con l’aria annoiata di sempre Sandro raddoppiò una giocata-limite di duecento euro, mentre sul tavolo erano già in ballo  fiches per ottocento euro ed io dovetti fare altrettanto pur avendo solo una coppia. Adam sorrise e mise sul tavolo un full di jack. Tanto bastava per il tris esibito dal nostro amico e per la doppia coppia del “muto”. Le prossime carte sarebbero state decisive. Peter avrebbe cercato di ridurre la posta e noi saremmo stati costretti e a barcamenarci per evitare una interruzione, consultare Fabio e semmai risederci ai tavoli.
Si scartò un nuovo mazzo. Guardai i miei due compagni, quello al tavolo e il barista. Non riuscii però  a intravedere  neppure un battito di ciglia. Fabio prese i posaceneri e ne portò quattro puliti. Adam chiese una minerale e fu servito, poi si diresse verso una porticina sul cortile e l’aprì per arieggiare la sala. Cominciavamo a sentire la stanchezza o quantomeno quella tensione che appena svapora sembra metterti del piombo dalla testa alle ginocchia. Poco prima mi ero sbagliato:  la serata era iniziata male e finiva peggio.
Si iniziò un nuovo giro mentre Fabio chiudeva la porta del personale di servizio. Alzai le carte e ne cambiai tre; Sandro due, Peter fece altrettanto e Adam disse d’essere servito.
Ancora una volta il tavolo accatastò un mucchio di gettoni. Toccava a Sandro, che rilanciò il massimo stabilito. Se avessimo perso eravamo morti. Guardai Fabio; lui chiuse gli occhi, un battito che forse non sfuggì ad Adam mentre Peter gettava le carte sul tavolo togliendosi di mezzo. Non mi rimaneva che seguire ancora una volta il gioco di Sandro. Perdemmo. Adam si alzò dal tavolo, si sgranchì le gambe e disse: «Vogliamo chiudere qui?».
Erano le quattro e trenta del mattino; fuori si sentiva qualche rumore provenire dai garage dei condomini.
«Abbiamo detto alle cinque» ribatté stizzito il mio compagno.
«Lo dicevo per voi due! »
Era una provocazione. Sandro si alzò e si appartò con Fabio,  poi il barista mi si avvicinò. «Finora hai vinto e perso con i miei soldi», adesso o lasci il tavolo o ci aiuti con quello che hai. Non intendeva parlare dei quattrocento euro che avevo ancora a disposizione, ma di liquidi miei.
Sapevo che avrei dovuto andarmene ma il gioco mi tormentava e incalzava come il Cenzullo del professore davanti alla ricotta insanguinata. Dissi che potevano contare su altri mille euro; tirai fuori il libretto degli assegni. Contanti non ne avevo.
«Accetta un assegno?» chiesi rivolto ad Adam.

Il tipo si scrocchiò le dita e sorrise: «Ho una proposta: mancano venti minuti alle cinque. Non ho voglia di passare le notti in bianco per un paio di migliaia di euro…E poi fino a oggi avete sempre vinto no? Quanto? Occhio e croce sono almeno cinquemila euro. Facciamo una sola partita, puntata minima mille euro. Se vinco ce ne torniamo a casa, se perdo ne facciamo un’altra alla stessa stregua, altri mille euro». Dissi che per quanto mi riguardava avevo chiuso. Sandro ribattè che la proposta era folle, del tutto sbilanciata a favore del «signor Adam». Pronunciò le parole come aveva fatto con me quando mi ero seduto. Ma questa volta sentivo soltanto l’ironia indispettita di quel signore a fior di labbra.
«Bene – ribatté l’altro – allora un solo giro di carte con duemila euro ciascuno in ballo». Si sarebbe così concluso con una puntata di seimila euro visto che Peter ci osservava dal bancone del bar sorseggiando il suo Grand Marnier. Ripetemmo per bene il programma, precisando che avremmo potuto cambiare le carte e alla fine ognuno di noi avrebbe girato sul tavolo le sue chances. «O vivi o morti» urlò Peter dal bancone.

 Sandro si consultò col suo finanziatore, io sentii che avvampavo  appallottolandomi come un riccio.  Dovevo giocare, ecco tutto. Dovevo mettermi in gioco. Non era questo quello che mi era sempre mancato? Non era quello che persino il professore aveva fatto ribellandosi alla famiglia quando era tornato da Napoli con la sua saracena dal culo nero? Pensai a tutto, alle porte che non avevo aperto, al film che non avevo sceneggiato per timore di perdere un posto in un liceo di provincia, al libro dalla carta ormai ingiallita che non avevo mai spedito.
«Ci sono – dissi con un tono di voce più alto del solito – io ci sono». Ripresi in mano l’assegno posato sul banco e lo strappai. Ne presi un altro, firmai e restituii le fiches al titolare del locale. Per qualche ragione la sua sortita non mi era piaciuta. Al tavolo ebbi al primo giro un tris di quadri, al secondo un full di assi. Deglutii e mi rilassai per pochi secondi, il tempo di vedere Sandro impallidire.
«Showdown!» disse Adam e gettò sul tavolo una scala di colore. Sandro richiuse il ventaglio delle carte: «Guardatele voi… Se vi fa piacere». In un attimo aveva indossato il suo giubbotto ed era alla porta.

Ci lasciammo con un ultimo abbondante whisky, un Lagavulin invecchiato offerto da Fabio. Ci stringemmo la mano e notai che il mio amico era cambiato ancora una volta. Peggio delle saracene. Aveva perso almeno cinquemila euro ma aveva la faccia distesa e il fair play che all’inizio della serata attribuivamo allo sconosciuto: come ci fosse stata una carta da passare sottobanco.
Mi tornò in mente quest’immagine mentre mi mettevo a letto. Un paio d’ore e sarei stato nuovamente in auto verso la scuola. Spensi e riaccesi il cellulare. Nessuna notizia dei miei amici invitati alla serata di Paul Auster; non un solo messaggio.

Due mesi dopo il locale chiuse i battenti. Un collega mi disse che da tempo navigava in cattive acque. Uno dopo l’altro erano ormai decine, tra negozi, bar, discoteche, le attività che si erano fatte persuadere dalla bontà dei nuovi orizzonti europei; ma forse anche questa era una storia come quella di Cenzullo.
Un giorno, poco prima di Natale, incontrai Peter appiccicato allo stipite di un bar. Mi fermai per salutarlo.
«Non hai avuto molta fortuna» disse dopo gli auguri di rito. Scossi il capo:
«Cioè?».
«La partita» disse in un soffio sorridendo.
«Certo, alla sala biliardi… Mi ero fatto prendere dall’entusiasmo…»
«Adam e Fabio se ne sono andati»
 Ancora non capivo. Ma la truffa, se di truffa si poteva parlare, era risaputa, almeno tra i giocatori come Peter e Sandro.
In breve, la sera delle fate ci avevo rimesso duemila euro; Sandro a quanto pare ne aveva lasciate sul tavolo qualche centinaio nelle ultime partite e il bottino imbastito notte dopo notte aveva permesso ai due di chiudere bottega e filarsela.
«Insomma il locale era di Adam, e Fabio gli faceva da secondo scegliendo i polli. Io e te per esempio…».
Cominciava a nevicare.
Mi sistemai la sciarpa e porsi la mano: «Buon Natale Peter!»

(fine)

© Marco Conti per le Museinquiete.it

“Buon Natale, Peter!”

3/ Paul Auster e i tre cedri

(3 Segue)

Un fico ritorto

«Mi lasci così a becco asciutto?» gli gridai alludendo alla storia, mentre già affrettava il passo. In strada c’era il  chiasso dei fine di settimana e una pioggia sottile imperlava il tettuccio delle auto.
«Il resto è un feuilleton –  mi urlò ormai distante; poi fece qualche passo verso di me, si sporse come se si fosse trovato dietro a una finestra – … La storia è che quella volta Cenzullo si è portata a casa la saracena ma…non c’era nessuna colomba in vista né allora né mai… E anche se oggi ci fosse sarebbe troppo tardi…» Cominciò a ridacchiare e non aveva ancora finito quando svoltò in un’altra via.
Spensi la sigaretta. Non saprei dire se davvero volevo raggiungerlo. Ero convinto che abitasse nel quartiere  e infatti vidi la sua sagoma in fondo alla via sul bordo del marciapiede. Salii sull’auto. Augusto camminava a passi incerti e veloci. Mi fermai ad un semaforo preoccupato che mi vedesse seguirlo. Feci appena in tempo a scorgerlo svoltare e quando ripresi la marcia era scomparso.

 Il vicolo era una stradina senza uscita e dopo un paio di palazzi sembrava aprirsi in un cortile fangoso. Scesi dall’auto e giunsi fino in fondo accorgendomi che i condomini nascondevano due vecchie case con le balconate di ferro, una persiana penzolante sui cardini, buie le finestre. Non mi sembrò vero che Augusto potesse vivere in quelle catapecchie. In un angolo della corte c’era un vecchio fico storto che sporgeva le braccia come nel racconto che mi aveva fatto. Dopotutto il professore poteva essersi inventato il seguito della sua storia, così come il fico napoletano. La sua saracena poteva aver abitato sempre in quel cortile e magari aveva gettato la secchia nel pozzo, un rudere si ritagliava ancora accanto all’alberello. Oppure aveva semplicemente immaginato il fico nel suo cortile trovando che fosse una bella cosa da raccontare.  Sì, le storie, proprio come la mia serata, biforcavano almeno due sentieri per volta. Mi avvicinai a un cancello ma la cassetta postale appesa con uno spago non indicava nessun nome.  Del resto non c’era giustificazione per il mio inseguimento notturno fino alla porta di casa. Men che meno a quell’ora. E se mi fossi sbagliato? Mi allontanai e poco dopo vidi accendersi una luce gialla all’estremità della casupola. Troppo tardi. Il mattino seguente tutto sarebbe sembrato più ovvio e semplicemente non ci avrei pensato più.
«Non vada scalzo chi semina spine», così si concludeva la nostra fiaba. D’altra parte che spine stavo seminando? A quell’ora della notte l’unica cosa certa  era che non volevo tornare a casa, sentire il freddo avvolgermi, aspettare che la gatta trovasse comodo l’incavo delle mie ginocchia prima di addormentarci insieme.

Tornai sulle strade ormai luccicanti e vuote, ripassai nella piazza dove il corteo aveva lasciato a terra qualche fazzoletto di carta tricolore, inseguii un’auto che mi pareva potesse essere quella di Caterina, una ragazza che avevo rivisto senza poter ricordare le nostre fughe in ascensore …Avevamo quindici anni e nella notte l’ascensore era diventato il nostro pied-à-terre. Un’alcova stretta e sicura. Bastava farlo arrivare alle soffitte, infilare un quaderno tra le porte e se per sfortuna qualcuno l’avesse richiamato, c’era tutto il tempo di sistemarci, togliere il quaderno e rispedire l’alcova da basso. Non accadde mai.
Alle due  la birreria doveva aver chiuso, ma quando ripassai davanti alle vetrate vidi in fondo al locale una lucetta accesa. Scesi e mi affacciai.

Una partita a poker

Le porte erano chiuse e stavo tornando indietro quando mi sentii chiamare. Fabio aveva sporto la testa. «Arrivi al momento giusto» disse sottotono. «Leone va via, abbiamo bisogno di qualcuno che faccia il quarto…». Il poker era nelle corde dei ritardatari. Ma prima di sedermi al tavolo Fabio mi spiegò che era una serata speciale perché c’era un nuovo arrivato, un presuntuoso, uno che si giocava due, tremila euro per volta, perdendo quasi sempre.
«Se pensi che abbia due o tremila euro da buttare sei uscito di melone», gli buttai lì chiedendogli una birra. «Non preoccuparti, i soldi te li presto io adesso. Se vinci, in coppia con Sandro, a voi tocca il venti per cento. Se perdete, pago io tutto, il tetto è di tremila».

Non c’era voluto molto per spiegare l’arcano. Si trattava di spennare l’ultimo arrivato che a quanto pare non lesinava su niente. Fatti suoi, mi dissi, mentre mi presentavano al tavolo. Il tipo, un uomo sulla cinquantina, segaligno, un blazer grigio sulla camicia aperta azzurrina targata Corneliani, mi spalancò un ampio sorriso mentre chiudeva la raggera delle sue carte. Sandro mi dette un’occhiata e poi guardò serio Fabio che, a sua volta, fece un cenno.
«Non sono un grande giocatore» dissi sedendomi appena concluso il giro. Sul tavolo c’erano solo alcuni gettoni di colore diverso. Sandro mi ragguagliò sul loro valore con grande cortesia. Aveva la voce suadente, il lessico pretenzioso di chi voleva fingersi di un’altra classe sociale. Colsi un bagliore negli occhi della vittima, un certo Adam Sanesi.
«Il limite è di duecento a puntata», aggiunse Sandro.

 Calò subito il silenzio. La partita sarebbe andata avanti finché uno dei giocatori non fosse rimasto all’asciutto e se si proseguiva senza intoppi avremmo smesso alle cinque in punto. Accadesse quel che doveva accadere. Per me era una passeggiata: di Fabio mi fidavo e, d’altra parte, tremila euro potevo racimolarli allo sportello bancario se proprio avessi dovuto. Ma non sarebbe accaduto. Fabio prese una sedia e si sedette alle spalle di Sandro. Era l’unico spettatore.
C’era la possibilità che la posizione delle dita sulle carte fossero dei segnali (così mi aveva spiegato uno zio che qualche esperienza ce l’aveva; in fondo tutta la mia erudizione in materia era nata giocando con lui o contro di lui), e in questo caso rimaneva comunque da stabilire se il ruolo di Fabio fosse unicamente quello dello spettatore e finanziatore.
Quanto a me non avrei saputo decifrare un bel niente. Il mio ruolo era quello di aumentare la puntata seguendo la strategia di Sandro ed evitare così che il nostro uomo se la cavasse con qualche centinaio di euro. E’ vero, il modo con cui mi erano state presentate le cose non era corretto, ma chiunque poteva fare lo stesso senza trasgredire alcuna regola del poker. L’uomo in Corneliani doveva essere abbastanza esperto per saperlo, così come il quarto giocatore che conoscevo soltanto di vista: un certo Peter, un tipo di poche parole chiamato “il muto”.

 La questione di fondo era che sia Adam Sanesi che Fabio erano disposti a spendere, e Sandro aveva fama di essere un gran giocatore.
Mentre giravano le carte della prima mano mi sorpresi a pensare che Fabio doveva avere una fiducia assoluta nel suo giocatore perché, se mai fosse accaduto che il nuovo arrivato avesse avuto un accordo con Sandro per dividere le proprie vincite, ne sarebbe uscita una truffa o addirittura una faida. Una cosa in cui non ci avrei mai messo becco.
Nel giro di mezz’ora vinsi una bella cifra e benché sapessi che i soldi non erano miei, ebbi una scarica di adrenalina. In un attimo quella serata zeppa di imprevisti noiosi mi trasformò in un giocatore che guardava l’orologio con dispetto. Proprio non avrei voluto che fossero già le tre di notte. Tra me e Sandro ero quello che aveva la meglio e mentre le fiches sul suo tavolo si erano dimezzate, le mie erano pericolanti per l’altezza delle loro torri imbastite. Degli altri due era  Peter ad essere messo male, mentre lo sconosciuto aveva quasi la mia fortuna. Inaspettatamente Fabio a quel punto mi disse che Non sapeva se meritavo quel successo.

Le cose cambiarono però in un battibaleno.

(3 – Continua)

2 / Paul Auster e i tre cedri

(2- segue)

Napoli andata e ritorno

«Vagamente è troppo poco».
«C’era un principe se non sbaglio che cercava la sua sposa e la trovò nei frutti di cedro…»
«E’ così o meglio…Se non vogliamo fare di ogni erba un fascio le cose sono più interessanti. Allora…La storia dice che il padre, il Re in questione, voleva una discendenza ma il figlio, il principe Cenzullo, non ne voleva sapere. Un bel giorno tagliando una ricotta si ferì a un dito e fu affascinato dal sangue sgorgato sul latte. Sta di fatto che in quel momento decise di partire per cercare una ragazza bianca e rossa come quel latte…»
«In genere – interruppi – il principe cerca tre mele rosse e quando le apre sente una vocina, ecco allora spuntare la fata.»
«Già, ma nel nostro caso Cenzullo naviga mari, perlustra terre e alla fine capita nell’isola delle Orche dove incontra due vecchie che gli consigliano di scappare lontano: “Squaglia di qua se non vuoi servir da merenda”, dice la seconda vecchia. Ma saprai che questo ricordo mi viene dal mio caro Croce, che ha tradotto  dal napoletano il libro…. saprai che Basile scrisse le fiabe nel milleseicento…».

La mia irritazione a quel punto gareggiava con la curiosità. Partito con l’intenzione di raccontare i modelli della fiaba nel nostro gruppo di lettura, mi toccava risentire una storia che avevo letto almeno tre o quattro volte. Ugualmente, mentre lo invitavo fuori dal locale per poterci accendere una sigaretta, mi resi conto che per Augusto  sarebbe stato umiliante se non lo avessi fatto finire. Così mi raccontò del terzo incontro decisivo, di come alla fine Cenzullo si trovò in un boschetto “dove le ombre facevano palazzo ai prati perché non fossero veduti dal sole”. Smontato da cavallo vicino ad una fontana il ragazzo cominciò a tagliare il primo cedro vedendo spuntare la fata che gli chiese da bere, e troppo meravigliato per la sorpresa, la vide anche scomparire.

«Sì – continuò – anche qui il numero tre è magico. Solo all’ultimo momento intagliando il terzo cedro avviene il miracolo. Esce la fata, chiede di poter bere, e lui gli porge l’acqua. Ecco allora una bellezza paragonata alla soppressata di Nola e al prosciutto d’Abruzzo. Ma è nuda e così decide di nascondere la fata sopra un albero; riprende il cavallo e va a preparare le nozze dicendole che tornerà con i vestiti che debbono vestire le principesse. Il resto è noto…»

Non ero affatto d’accordo. Il resto era importante ma il professore in un attimo si era rabbuiato come se gli fosse venuto in mente qualcosa di sgradevole. Tirò fuori da una scatola un sigaro e ci volle un minuto buono per scartarlo e accenderlo. A quel punto io avevo cominciato a raccontargli quanta importanza avesse dato Paul Auster alla narrazione orale e come in alcuni romanzi si ritrovassero le stesse situazioni della fiaba. Certo la conclusione dello scrittore non poteva essere la serenità ritrovata, i denari disseppelliti eccetera eccetera…Anzi i protagonisti non concludevano la ricerca o quando lo facevano il finale non era consolatorio.

Avevo l’impressione che Augusto non mi ascoltasse più; rientrammo al caldo della birreria, e questa volta il mio amico ordinò due whisky, chiedendomi soltanto dopo se volevo altro.
«La storia di Cenzullo – riprese con una voce mogia che non gli conoscevo – è che quando arriva alla fontana non trova più la fata ma la saracena, la serva che ha preso il suo posto e così torna al paese scornato con una sposa miserabile, o come dice lei stessa “un anno faccia bianca, un anno culo nero”».
«Dimentica una parte professore…»
«Mah…a me sembra che la sostanza sia questa».
«La colomba e il finale sono importanti»
«Già…fossero rose e colombe, lo sarebbe…»

Non raccolsi il commento. Dissi: «La saracena alla fontana ha infilato uno spillone in testa alla fata e subito una colomba è volata via mentre l’infingarda ha preso il suo posto. E poi il finale, lo sa meglio di me, è decisivo. Quando celebrano il matrimonio con la serva nera appare una colomba che la saracena fa uccidere per mangiarsela. Allora il cuoco…»
«…Il cuoco esegue l’ordine e butta via l’acqua della bollitura nel cortile. Tre giorni dopo sorge un cedro e nel giro di altre tre giornate spuntano i frutti. Il Re vuole mangiarli ma ecco che gli nascono di fronte una, due, tre fate. L’ultima è quella di Cenzullo. La serva è messa al rogo e la fata diventa principessa».
«Allora se la ricordava!»

«Un altro!» Augusto voltò la sedia verso di me: «Mi faresti un piacere se fossi meno formale. Manca solo che mi dai del ‘voi’ come nel Ventennio…».
Mi raccontò che quella fiaba la conosceva quasi a memoria ma che per lui la storia finiva quando la saracena prendeva il posto che non le spettava. 
C’era stato un giorno, mi disse Augusto, in cui aveva lasciato casa:

«Fu subito dopo l’università ma ero un Cenzullo che non sapeva dove andare e che non aveva neppure l’auto. Sono salito su un treno e mi sono detto che sarei andato giù fino a Napoli dove un amico mi aveva invitato qualche mese prima.  Non sapevo se davvero sarei andato a trovarlo, ero soltanto disgustato per quello che mi succedeva intorno. La fidanzata aveva rotto tirando in ballo delle storie ridicole e, per rincarare la dose, avevo perso il posto di supplente dai salesiani nel momento in cui ne avevo più bisogno».
Mi chiedevo se il giorno dopo si sarebbe pentito di questa confessione. Cercai di scherzarci sopra e siccome non la smetteva, alla fine mi dissi che non toccava a me togliermi dall’imbarazzo.

Mi parlò di una certa Sara, di una ragazza che aveva conosciuto tramite il suo compagno di studi. Sembrava che andassero d’accordo e «un bel giorno – riprese – eccomi convinto…Ah  c’era un albero di fichi nel cortile dove viveva, era da vedere, ritorto come un ricamo abbandonato, sembrava davvero di stare fianco a fianco al Basile. Ma i soldi stavano per finire. Me ne sono andato e sono tornato la settimana successiva. Al suo posto non c’era nessuna saracena e men che meno una serva. Lei era esattamente la stessa, bianca e rossa, trecce nere, un culo che faceva girare la testa anche agli asini».
Augusto si fermò qui. Si rimise il giubbotto, andò alla cassa dove non riuscii a pagare nulla di quanto avevamo ordinato.

(2 – continua)

J.Heiden (part.)

Paul Auster e i tre cedri

Una sera, non molto tempo fa, volevo raccontare una storia.  Immaginavo di farlo intorno a un tavolo, come un tempo davanti a un camino. Gli ingredienti c’erano tutti e ad essere sinceri ricalcavano un cliché che avevo sempre trovato fastidioso: una notte piovosa, il vento che spazzava le prime foglie cadute, la giornata festiva che sarebbe seguita. Ma dopotutto non dipendeva da me. La storia che volevo raccontare parlava di uno scrittore, dei suoi personaggi vagabondi e di quanto  quei vagabondi assomigliassero agli eroi delle fiabe. Ero rimasto nell’incertezza fino all’ultimo. Mi dicevo che le fiabe erano – e letteralmente sono – storie troppo vecchie per piacere o sorprendere davanti alla mole di immagini e intrecci dei romanzi.

Ad ogni modo mi trovavo ormai sul posto. Accese le luci, acceso il fuoco nella stufa, mi ero messo a sedere. Ma dopo una decina di minuti ancora non  vedevo nessuno. Un corteo celebrativo con fiaccole e microfoni aperti era passato davanti alla casa sciogliendo nell’aria un brusio sottile come una polvere e poco dopo si era slacciato in una piazza cupa, troppo grande anche per le celebrazioni.

Così ero salito in auto pensando che una partita a biliardo non sarebbe stata una cattiva idea. In città c’era un locale con undici tavoli di biliardo aperto sette notti su sette. Le tende scure che drappeggiavano le pareti, i neon accesi sui panni verdi e un vecchio mobile intarsiato dove i proprietari tenevano i giochi della dama e degli scacchi, mi rendevano familiare l’atmosfera di un vecchio film. Se Paul Newman fosse improvvisamente entrato, labbra increspate, occhi luminosi e stecca alla mano, avremmo cercato di vedere dov’era la cinepresa, lasciando in disparte il tempo e qualsiasi brandello di ragione.

Quando Augusto mi venne incontro all’ingresso abbracciandomi non avevo ancora raggiunto il biliardo e, senza lasciarmi dire niente di più di qualche saluto, mi invitò al suo tavolo.
Augusto era stato mio insegnante e neppure trent’anni prima assomigliava al suo nome. Piccolo, macilento,  la faccia rossa intaccata da due rughe alle guance… Ora con il giubbotto di velluto e la barba bianca  fin sotto gli occhi, sembrava più a un pastore che ad un insegnante in pensione. Mi resi immediatamente conto  che il professore mi parlava come fossero passati pochi giorni dal momento in cui avevo lasciato la scuola.
Dopo aver ordinato due birre cominciò a interrogarmi. Da dove arrivavo a quell’ora della notte? Davvero insegnavo anch’io? Avevo in mente di raffrontare i vagabondi delle fiabe con Paul Auster e magari anche con Samuel Beckett, infilandomi in un ginepraio di citazioni? Ero troppo colto o troppo ingenuo? E perché non avevo continuato a scrivere quelle poesie?

Augusto era uno dei miei primi lettori e probabilmente tanto gli era bastato, o forse, semplicemente, non aveva avuto notizia di quello che avevo scritto dopo.
«Te la ricordi la fiaba di Basile? Voglio dire Il Pentamerone…La fiaba dei Tre cedri che vi avevo spiegato guardando quei pioppi andati a male nel cortile?»
Mi fece la domanda mentre seguiva con gli occhi la ragazza che ci aveva appena serviti.
La ricordavo ma in quel momento mi infastidiva il suo tono e la voglia di salire in cattedra. Dissi: «Vagamente…»

(1 – continua)

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E. Hopper (particolare)