Giudici, Sereni: Quei versi che restano sempre in noi

«Non lo amo il mio tempo, non lo amo». Così Vittorio Sereni nel 1965, nella poesia Il sonno. Intervistato in merito diciassette anni dopo, Sereni dirà: «La poesia, della quale ha citato un brano risale all’epoca del boom economico, non aderisce all’oggi. Comunque se mi fosse dato di cambiare qualcosa nella società attuale certamente cambierei tutto.»

Il che può bastare per dire che il disamore di Sereni prende in consegna la storia, da cui si discosta ma che egli abita anche nei versi, da Frontiera a Gli Strumenti umani. Un conflitto che appare vistoso rispetto alla vitalità e coesione della poesia di quegli anni, vale a dire nel secondo dopoguerra. E’ lo scorcio di tempo infatti in cui si affacciano, con quello di Sereni, i nomi di Giovanni Giudici, di Luciano Anceschi, di Franco Fortini (e con lui il Vittorini de Il Politecnico), e ancora, di Solmi, Gatto, Sinisgalli, del giovane Raboni, accanto alla neoavanguardia che coinvolge tanto Anceschi, quanto Balestrini, Porta, Pagliarani. La rubrica di nomi potrebbe addirittura proseguire solamente restando a Milano, come fa osservare la postfazione di Edoardo Esposito alla corrispondenza tra Giudici e Sereni, riunita  sotto il titolo Quei versi che restano sempre in noi, curata da Laura Massari.

Il carteggio

L’epistolario consegna ai lettori 25 lettere di Sereni e 23 di Giudici scritte tra il 1955 e il 1982. Il poeta di Luino è già direttore editoriale della Mondadori, Giovanni Giudici lavora invece come copywriter negli uffici milanesi della Olivetti, accanto a Franco Fortini. Ma i temi ricorrenti non attraversano i vissuti dei due autori se non con il tramite della poesia. Sereni inizia la corrispondenza per dire che apprezza i versi inviatigli da Giudici con la plaquette La stazione di Pisa. Ma l’amicizia resterà sul piano della discussione letteraria e della stima reciproca. E’ la scrittura ad assorbire ogni riflessione. A proposito del rapporto tra letteratura e storia, Giudici commenta: «Se non mi sostenesse l’illusione che i miei versi riescano in qualche (vicino o lontano) momento a incidere nel corpo della storia, a mutare in misura infima la storia del mondo, avrei già smesso di scriverli e li riserverei alle canzonette, come tu dici “di sinistra”». Così nell’aprile 1960, poco prima di dare alle stampe i versi di L’educazione cattolica. Vittorio Sereni tornerà sull’argomento in una lettera del 1974: «Non ho mai pensato che la poesia potesse aiutare a cambiare, tanto meno a cambiare qualcosa attorno a noi. Penso al massimo che immetta qualcosa in te o in me o in un terzo, in una piccola folla di terzi.»

Poesia e autenticità

L’autore di Un posto di  vacanza e Stella Variabile,  crede che l’etica del discorso poetico risieda sostanzialmente nella sua autenticità e urgenza. Lo dirà anche  scrivendo a Fortini e, su questo punto, non c’è alcun dubbio converge la stessa riflessione di Giovanni Giudici, più propenso tuttavia a proporre una visione politicamente articolata. Nel 1965, dopo aver letto Gli strumenti umani, scrive all’amico: « (…) si può cominciare a scrivere una poesia soltanto quando ciò si presenti come unica via d’uscita (perché forse qualsiasi altra alternativa, qualora si desse, sarebbe più giusta), come unico modo di trattenere qualcosa, di fissare qualcosa altrimenti destinato a non essere. Mi sembra che in questo senso si sia comportato l’autore degli Strumenti umani, complessivamente. Per questo le tue poesie dureranno, come dura tutto ciò che non è surrogabile.»

La storia

Per quanto la disillusione di Vittorio Sereni rispetto alla Storia abbia avuto conferme eccedenti ogni previsione (in fondo le profezie pasoliniane si sono fatte reali con puntualità), il discorso letterario del tempo ha avuto il merito di segnare la distanza tra quegli uomini, i loro ideali e il magma della vita. Tra gli anni Cinquanta e la fine degli anni Settanta, non solo le voci degli autori testimoniano un credito aperto verso il mondo, ma una reciprocità sul più vasto fronte della cultura e delle politiche culturali. L’editoria stessa li segue in vari modi e ne rappresenta una spia eloquente: vuoi con collane economiche ricche di apparati critici (Sereni crea con Il Saggiatore, “I paralleli”; Raboni i “Quaderni della Fenice”, dove compaiono molti esordienti), vuoi con i riflessi della neoavanguardia in ogni possibile sede prima di divenire una sorta di “polaroid” del tempo. La frammentazione delle esperienze e l’assenza di paradigmi che farà seguito a questo contesto, comporterà viceversa non solo l’esiguità del discorso letterario sulla storia, ma il dissolvimento dello stesso discorso storico-politico sulla letteratura, quando non la clausura nelle rubriche della disciplina o del successo.

Giovanni Giudici, Vittorio Sereni, Quei versi che restano sempre in noi. Lettere 1955-1982, Archinto, 2021, euro 21, 00

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