
La costruzione dell’Infinito di Leopardi e le innovazioni formali di Pascoli, la soggettività di Ungaretti e quella che accompagna la voce di Pasolini, il registro di Sereni, La lingua di Zanzotto, le sorprese contenute nell’opera mastodontica di Augusto Blotto… E ancora, di pari passo, le isotopie di Roberto Coppini, il ruolo del tempo sospeso nei versi di Alessandro Ricci. Gli autori convocati da Stefano Agosti nel libro postumo La parola della poesia. Da Leopardi ad Augusto Blotto, sono quattordici (a cui si aggiungono in coda tre contemporanei francesi) accompagnati da quattro scritti sugli strumenti critici adoperati. Le intenzioni del critico sono evidenti e comunque ribadite da una nota editoriale: «Agosti negli ultimi anni della sua vita» aveva immaginato questo libro «come una sua personale introduzione alla poesia moderna e contemporanea». E davvero è difficile pensare in questo ambito a uno strumento più affilato.
La semplice e sommaria definizione di Ezra Pound per cui la poesia è linguaggio denso di significato, sembra presa in consegna per essere via via declinata con gli strumenti della linguistica e la speculazione della psicoanalisi, da Saussure a Greimas, da Freud a Lacan. Proprio Lacan è citato nell’ouverture per richiamare una proposizione sulla parola analitica la cui proprietà, dice, è quella di trasmettere quello che essa non dice. Agosti rimodella lo stesso enunciato per la parola letteraria, adeguata ad esprimere «ciò che non sta nell’ordine del discorso.» Analogo l’approccio per la linguistica dove svolge ruolo l’analisi di Roman Jakobson contestualizzando come la dinamica di ogni lingua sia irriducibile al significato.
Pascoli, il nostro Flaubert della poesia
Due delle indagini più ricche di sorprese sono proprio quelle di due caposaldi per cui si direbbe che tutto è stato detto e annotato. Agosti assume il campione dei campioni della poesia moderna, L’infinito, per portarlo al di fuori di ogni cliché. Considerate le direttrici della poesia, sia nell’ordine dell’immaginario come in quello del concetto, la dinamica del verso leopardiano, nell’analisi del critico, esclude tanto la figura quanto il concetto per proporre come qualificante dell’impatto sul lettore la sua «natura differenziale rispetto ai termini finiti e normativi del linguaggio». Il poeta che qualcuno ha voluto soprattutto filosofo, torna in sostanza in questa dettagliata analisi alla sua versatilità creativa. Non c’era invece questo dubbio a proposito di Giovanni Pascoli, di cui Agosti mette in evidenza una volta per tutte la carica innovativa del discorso lirico. Agosti accosta il ruolo di Pascoli nella poesia italiana a quello di Flaubert nella narrativa francese per misurarne la grandezza: «Alla pluralità delle sperimentazioni, già attuata in Madame Bovary, anno di stampa 1857, corrisponde la pluralità delle sperimentazioni non solo delle prime Myricae (edizioni 1891-1894), ma altresì del primo stupefacente nucleo di quelli che saranno i Poemi conviviali, rappresentato dai poemetti Gog e Magog, Alexandros e soprattutto, da quel vertice dello sperimentare pascoliano che è Solon, tutti apparsi in rivista nei primi mesi del 1895.» Agosti rinnova le osservazioni sulla funzione dell’onomatopea che furono di Contini e indaga la matrice sonora e simbolica da cui scaturisce il testo di Pascoli con una vasta incursione nel campo della prosodia classica e di quella ritmico-accentuativa per indicare l’operazione di sovvertimento realizzata con il passaggio da un sistema “tonale” a un sistema “atonale”: «Nella pratica attuale della poesia, osiamo affermare che nessuno, circa quest’ultimo punto, si è mai avventurato così lontano nell’ambito della sperimentazione.»

In Ungaretti, il percorso trova un altro caposaldo e Agosti visita (con una scelta formale innovativa) la discontinuità e invenzione con cui la poesia agisce sulla soggettività passando dalla parola rarefatta dell’ Allegria alla sovra determinazione verbale del Sentimento. L’operazione vale anche per chiarire come allusione, evocazione e indeterminazione (per usare un concetto complessivo alla maniera di Friedrich) diventino costanti o, con De Benedetti, si possa parlare di «non obbligatorietà dei significati». E’ il passo ulteriore che, coi tramiti di Valery e di Reverdy, accompagna in quegli anni la poetica novecentesca inoltrandosi ben oltre la metà del secolo.
Pasolini, la lingua del Padre, la lingua della Madre
Nel leggere le tre opere cruciali della poesia pasoliniana (Le ceneri di Gramsci, La religione del mio tempo, Poesia in forma di rosa), Stefano Agosti ha accolto una considerazione dello stesso Pasolini quando ha voluto rilevare la presenza, nella tessitura dei suoi versi, di razionalità e passione, l’una contro l’altra armate. Per il critico si tratta di due lingue che possono sintetizzarsi in una lingua del Padre come codice del significato e della sintassi e in una lingua del canto, del mormorio «a- significante», intesa come parola materna. Forme conviventi e intrecciate. Ma per il critico (che torna qui in un secondo saggio sull’autore) è altrettanto rilevante nei testi la costante dei traslati della morte, quasi come un indizio presentito.
«Blotto e la scrittura del reale»
Arrivando al XXI secolo, Agosti dedica alcune pagine ad autori scarsamente frequentati come Roberto Coppini, Alessandro Ricci, Maria Clelia Cardona. Ma l’attenzione che assegna ad Augusto Blotto prosegue un interesse critico che dal saggio introduttivo a La vivente uniformità dell’animale (2003), si stende fino alla giornata di studio dedicata a Blotto nel 2009 e confluita in un ventaglio di saggi (con Agosti, scrissero tra gli altri Barberi-Squarotti e Giovanni Tesio) sotto il titolo Il clamoroso non incominciar neppure, a questo scritto qui contestualizzato, già apparso in una rassegna di studi. La circostanza va segnalata io credo non tanto in ordine alle postille lasciate sui manoscritti (come pure attesta una nota editoriale), ma perché tra le qualità inscritte nella modernità, Stefano Agosti individua un elemento formale che dal Rimbaud dei Dernier vers approda alla percezione del reale del poeta torinese: modus che diviene in Blotto esaustivo della lettura poetica del mondo ed estesosi dagli ultimi anni Cinquanta del ‘900 agli anni Dieci del nuovo secolo con una sessantina di opere tra testi editi e inediti.
Ma ecco la ricognizione. Per Agosti il silenzio di Rimbaud (ventenne) nasce da «una “invenzione” semantico-sintattica di natura aberrante, che prefigurava lo sconvolgimento delle strutture non solo linguistiche ma addirittura concettuali e cognitive.» Uno di questi testi, citato ora per la seconda volta dal critico, è quello in cui l’autore della Saison tesse i suoi versi procedendo da una isotopia.
«Entends comme brame/près des acacias/ en avril la rame/viride du pois! » Il verbo che regge il periodo, commenta Agosti, cioè l’azione di bramire «che sottende come agente il cervo, lessicalmente assente, presenta come soggetto semantico-grammaticale l’incongruo “rame” (ramo, branca) per di più non già di “bois” ma di “pois”, pisello. L’isotopia semantica della “cervinità” rappresentata da “brame” non trova modo di affermarsi grammaticalmente perché destituita di un soggetto-agente adeguato, qui sostituito da “rame du pois”»

Ora questa stringente analisi non sarebbe tanto rilevante se la poesia di Blotto non procedesse di verso in verso rompendo proprio l’ordine del discorso per inglobare il reale «in quanto esorbitante tutte le figure del concetto e le articolazioni del significato.» Con ciò lasciando in sospeso il senso. Sergio Solmi occupandosi dei versi di Blotto negli anni Sessanta aveva parlato di una scrittura divergente volendo indicare appunto una frase che si scosta dalle attese della sintassi. Per Agosti lo stesso procedimento può definirsi costituito da isotopie inconcluse, o sospese, che si accompagna a una «incessante elaborazione lessicale, che va dall’invenzione di vocaboli a partire dalle etimologie, vere o presunte, all’iscrizione di elementi lessicali dedotti da altre lingue, dalla formazione ex novo di deliziosi diminutivi e ipocorismi all’uso di parole dotte e termini tecnici, o viceversa, di estrazione vernacolare». In questo modo ogni frase prosegue in un enunciato che tende a collegarsi a un elemento del reale che risulterà sempre inconcluso. Rappresentazioni analoghe ma non altrettanto puntuali vengono richiamate a proposito della poesia di Cesare Greppi, di Amelia Rosselli, in qualche caso di Lorenzo Calogero o in ambito francese in Jarry e Artaud. In una costruzione così fatta è esclusa una riduzione concettuale del testo, vale a dire una parafrasi, ma in positivo Agosti cita in primis la possibilità di presentare (non rappresentare) il Reale, in opposizione a ciò che si definisce la realtà «e cioè quanto sta oltre l’ordine del discorso entro il quale si sistemano le varie rappresentazioni de mondo». Il critico veronese cita questi cinque versi come specimen del verso blottiano: «L’anestesia in bianco e nero ch’è il vedere/ carrellato dal trasporto (margine e onde/ i colli spazzol’ispida) assume creta/ – molto lene – di colori che restano/ però disegno, schisto d’intonaco.» Va aggiunto che l’opera di Blotto dissemina anche altre sorprese, non tutte di lettura così complessa. Il critico cita l’esordio del poeta con Magnanimità (1951) ripreso in un antologia curata recentemente da Giovanni Tesio, I mattini partivi, dove proprio questo testo offre una lezione diversa. Agosti parla di sontuosità del dettato. E di fatto questa ricchezza offre già il segno della incessante cattura del Reale di verso in verso, ma articolata, ancora, per tornare a Lacan, con la realtà: «I mattini partivi quando ombra queta/ dalle gronde arrossate immobilmente/ ascoltava madrepora che andava/ rosa nerastra, fiati, fiumi, ultime/ nuvole della notte sulla città (…)».
Marco Conti
Stefano Agosti, La parola della poesia. Da Leopardi ad Augusto Blotto, pp. 347. il Saggiatore, 2024; euro 26, 00

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