Quarant’anni di poesia campana

La precarietà delle antologie, specie quelle poetiche, è generalmente garantita dalla attualità delle stesse. Sembra far eccezione la rivista “La Clessidra” che quest’anno ha pubblicato un corposo “speciale” dedicato alla poesia campana, vale a dire  un’antologia con 59 voci, inclusive di più generazioni. Dal primo libro di Franco Cavallo, negli anni Sessanta, all’ultimo di Giovanni Ibello nel 2018.  Si scorre un volume che percorre quindi i sussulti dello sperimentalismo, ribadisce la centralità del discorso lirico novecentesco e si conclude con i testi del poetry slam di Lello Voce e le scritture verbo visuali di Giorgio Moio.

Sandro Montalto e Prisco De Vivo hanno perlustrato il territorio senza seguire il bandolo di una poetica. «Non bisogna essere inclusivi a tutti i costi – scrive Montalto – certo: bisogna far capire quale genere di lavoro con la parola si vuole promuovere e soprattutto quale non si è interessati a amplificare; talvolta si può proporre un lavoro di gruppo, o l’accerchiamento a più teste di un particolare problema o argomento».

L’antologia dà conto dunque di approcci formalmente diversi e include alcuni autori scomparsi   come Franco Capasso, Franco Cavallo, Stelio Maria Martini, Michele Sovente, Ciro Vitiello. «L’unico criterio – scrive Montalto – tanto importante quanto difficile da definire» è «la credibilità del lavoro svolto».

Canone e dialettica

Un’opera di Prisco De Vivo

La ricognizione nella poesia campana rifrange l’interrogazione dallo scenario più generale: temi e forme mettono quanto mai in dubbio l’esistenza di un recente modello di riferimento, semmai sostanziano la molteplicità del dialogo rispetto al canone. In questo senso l’unico scarto dialettico rinvenibile è forse quello che modulava il secondo Novecento là dove Alfredo Giuliani, introducendo l’antologia I Novissimi, spiegava che, gli autori presenti in quelle pagine, segnavano un netto distacco dai “lirici nuovi” di Anceschi, cioè le voci di Ungaretti, Montale, Saba, su cui si innesteranno Sereni, Luzi, il primo Zanzotto. Viceversa se ci si dovesse raffrontare ai temi sollevati da Berardinelli (Il pubblico della poesia, 1975), cioè l’esistenza di un tempo ulteriore della lirica attraverso una trasformazione della lirica e un atteggiamento diverso rispetto alla tradizione, ci si troverebbe di fronte a percorsi individuali che restano tali a distanza di due-tre decenni. Ciò non certo in relazione alla poesia campana qui rilevata, oppure domani a quella lombarda, ma rispetto alla poesia italiana e non solo.

L’impressione è che il segno distintivo degli autori convocati dall’antologia sia la permanenza del discorso lirico dove la centralità dell’ “io” è attenuata e talvolta dislocata all’esterno o, altrimenti, frammentata nella contingenza. A questo corpus segnato da voci non confondibili né aleatorie, fa da controcanto l’autorialità di quanti hanno fatto della parola, del segno, il motivo principale delle loro pagine proseguendo una accezione della poesia sperimentale, mentre restano da interpellare quei testi che, dal 2000,  qualificano esperienze come quella di Francesca Moccia e  poetiche recenti che sembrano rinunciare a qualsiasi sguardo interpretativo sull’essere al  mondo, quasi per omogeneità con i trend culturali dominanti al di fuori dell’ambito letterario.

Tra le pagine dell’antologia

Al primo più cospicuo percorso partecipa il verso allusivo, costruito sulla indeterminazione degli enunciati di Guglielmo Aprile dove la soggettività è dislocata tra scena e visioni anziché pronunciata direttamente:

Sui fondali del mare 
troveremo il silenzio delle grandi chiese vuote
il buio serrerà le sue catene
filo spinato sulle palpebre
da interdire ogni raggio del ricordo
del variopinto mondo in superficie 
(“Ad essere coerenti”)

I testi di Vera D’Atri  (tra le sorprese più belle di questo percorso antologico)   propongono, viceversa, un discorso formalmente composto, essenziale, ma traslato ugualmente verso il mondo esterno, con timbro qualche volta venato di dolente ironia:

Molte scelgono il dolore,
lo vedono così familiare, così necessario,
così ben disposto a rendersi utile.

Molte hanno un’anima
che non sa aspettare spengono presto
la luce prima di provare a darsi la buonanotte.


Molte vengono dal chiuso,
ma, lo giuro, hanno la pazzia del vento. 
(Molte scelgono il dolore”)

Antonio Spagnuolo scrive un verso paratattico dove spesso assume il “tu” autobiografico, o referenziale, per porgere  una compatta poesia di associazioni analogiche, e incisi della memoria che dialogano con il passato e il paesaggio:

Potesse adagiarsi l’illusione candida
fra gli alberi e gli uccelli, fra le strade deserte, 
il respiro del vento sospingerebbe
il cervello che dorme nel torpore
a nuovi insulti, a leghe inaspettate
in cerca di vecchie musiche tra i versi.
(da “Ancora tu”)

Milo De Angelis ha definito Giovanni Ibello «il più antico tra i giovani poeti» il cui verso crea «il respiro cosmico dei grandi poemi greci e indiani». Le poesie di questa antologia ne offrono un cospicuo indizio nella misura di narrazione e visionarietà:

Cercava la risacca delle pinete
fiutava l’ombra di un ago sul fondale,
la panacea di un abbandono.
Conta fino a zero, le dissi
salta nell’arco cinerino.
E’ tutto calmo
qui è davvero tutto calmo,
il sole è una biglia di benzodiazepina.
C’è ancora un intreccio
di gelsomini carbonizzati sulla pietra.
L’estate,
una valanga di aceto sopra i fiori.
Ma in questo valzer di occhi crociati
non dire una parola,
non parlare.
Troveremo un altro modo per fare alta la vita.
(“La poesia è un lunghissimo addio”)

Ad una classicità che riverbera il proprio tempo e il proprio agire, si inscrive la poesia di Mariastella Eisenberg, alla quale si confà un verso netto, trasparente, senza ornamenti né scarti improvviso di ritmo e scena:

Franeranno
tempo e spazio su di te
Non importa
Ti amo a memoria
quietamente disperata
(“Franeranno”)

Gli sperimentalisti, gli outsider

Una nozione più transitiva del tema lirico si ha invece nell’opera di Giorgio Moio dove da un accento giocoso si passa a una riflessione su linguaggio e ritmo poetici, alla poesia visuale. Qui la parola è frequentemente il tema e la metonimia del testo a ridosso di un’esperienza  artistica nomade in cui trova spazio anche la mail art.

G. Moio “Oltre”
Ci sono parole nell’aria
dove le foglie s’accoppiano col vento
i fiumi scorrono a rilento
le lucciole fanno luce anche di giorno

la pioggia non lava i peccati

(da "Ci sono parole nell'aria")

E in “E’ tempo di gridare”, troviamo:

ho appena scritto una poesia/
                                    : I just wrote a poem
o per meglio dire
una specie di poesia assonanzata

A ritroso l’antologia dà conto di quell’area dialettica, rispetto alla centralità del canone, di cui si diceva prima. Fra tutti valgano le pagine dedicate allo sperimentalismo di Franco Cavallo, fondatore con Vassalli e Squarotti della rivista “Ant.ed” e poi di “Altri termini” con Felice Piemontese, autore quest’ultimo ugualmente presente nelle pagine della “Clessidra”.  Su di altro versante si colloca la poesia visiva di Ciro Vitiello e i poemi- collage di Stelio Maria Martini con il quale si chiude l’itinerario ideale dei poeti nati dall’effervescenza degli anni Sessanta.

Tra gli outsider un capitolo a parte riguarda Lello Voce. Qui, ritmo e discorso, diventano performance attraverso un’articolazione del verso che poggia su istituti classici, vale a dire parallelismi di suono e di immagine ma con un lessico d’uso, un parlato che definisce ogni testo: «questo ricordo non lo racconto lo nego l’annego/ questo ricordo non lo ricordo lo scrivo e se ne va/ questo rimpianto non lo conservo lo fischio lo sfrego/ e poi l’accendo come fosse una vocale focaia un altolà» (da “Milonga mutante”).

La verità del presente

La molteplicità pare essere il discrimine nel paesaggio degli ultimi quarant’anni, sia pure con scarti che allontanano e confermano il canone vicendevolmente. Il discorso critico e le ambizioni autoriali hanno  ora mantenuto sottotraccia, ora chiamato in bella mostra, la richiesta di una cesura dalla tradizione, cesura a volte velleitaria. Ancora e sempre si affaccia  quella che Bloom ha chiamato «l’angoscia dell’influenza», amplificata a maggior ragione dalle domande del XXI secolo. Ma valeva ieri e vale oggi la solare considerazione fatta da Franco Fortini (Le poesie di questi anni, 1955): non sappiamo cosa sia «la verità del nostro presente».

Marco Conti

La Clessidra, semestrale di cultura letteraria, nn. 1-2 2019, Speciale poesia campana, pp. 343, Joker Editore, 2021

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