Guglielmo Aprile: la poesia civile, la poesia dipinta

E’ poesia civile, e dunque controcorrente, l’ultima scritta da Guglielmo Aprile con Falò di carnevale, un titolo che come i suoi testi gioca sulla valenza della consuetudine e dell’allegoria. Allegoria nel suo significato più ampio di metafora costante, continuata, insistita. Il discorso poetico di Aprile (tra i suoi libri Nessun mattino sarà mai l’ultimo, L’assedio di Famagosta, Calipso, Il talento dell’equilibrista) si articola qui attraverso piccole occasioni quotidiane, oggetti e contingenze, che assumono valore metaforico e infine allegorico per un’epoca, un modo di vivere. Come accade in questo “Biglietto sul comò”:

Portiamo avanti la versione apocrifa
di una storia vecchissima (il calesse
che voleva raggiungere la luna),
fino in fondo e con coerenza incrollabile.

Ci resteremo comprensibilmente
male, quando tornati alla solita
passeggiata per conciliare il sonno,
spalancata e deserta troveremo

la voliera, e i cassetti trafugati
della nostra orgogliosa collezione
di coccarde floreali e di biglietti
di auguri, che accumulammo negli anni –

ma per il momento non ci pensiamo.

    

Medioevo di saccheggi

Riccardo Deiana, uno dei giurati che ha consegnato al libro di Aprile il premio “Narrapoetando”, parla diffusamente nella sua nota introduttiva di una poesia che non fa mai sperare e dove «solo il buio/  tiene fede alla parola data»: osservazione che, in effetti, potrebbe essere confermata da decine di locuzioni come quel «medioevo di saccheggi» con cui è connotata con precisione  economica l’epoca presente. L’autore non sceglie tuttavia la strada dall’epigramma, sia pure con gli esiti mediati di lirismo come nell’ultimo Montale o nelle amarezze centellinate di Luca Canali. Guglielmo Aprile  procede con strofe scolpite su un incipit di registro riflessivo dove prevale sovente la prima persona plurale. Un noi  destinato alla sconfitta attraverso l’illusione, la credulità, l’errore. Il discorso lirico si accende quindi con un’immagine esemplare, una metafora, una metonimia su cui il verso pronuncia l’essenziale. Spesso la poesia di Falò di carnevale utilizza il campo semantico del viaggio, inteso non tanto nella sua accezione più propria ma come movimento, ritorno, geografia immaginata. In “Aliante” ecco per esempio «Il borsone da viaggio/ comprato neanche un anno fa e neanche/ una volta usato, si va/ strappando qua e là nelle cuciture// Per errore o per distrazione,/ la cometa è scivolata nel water, /la pista di decollo/ cosparsa di aspirine scadute.(…)». In “Guado”, «L’incrocio delle strade/ è una bocca di mantide,/ una ghigliottina in cui passa il vento.» In “Binario vuoto”,  «Il brusio di fondo della stazione/ gremita già alle sei di lingue nere/ tampona una falla, occulta un’enorme// sfasatura».

Più incisivamente la trasposizione di immagini si fa talvolta visionaria e allitterante; come accade nella prima quartina di “Immagine dipinta”:

Queste aree verdi ariose e curatissime
mentono: la domenica
ha le tasche gonfie di uccelli morti,
il sole ha gli occhi cuciti di spine.

Essere e storia

Se la contingenza degli anni diviene epoca, l’epoca diventa condizione dell’esistenza. Lo sguardo dell’autore abbraccia allora una dimensione in cui il contrasto dialettico con la storia sfuma per lasciare il posto a un più profondo disagio.  In alcune poesie Aprile sembra voler seguire il consiglio di Wallace Stevens, là dove è prioritario l’esito astratto attraverso la concretezza, l’evocazione del mondo sensibile. Osservazione di scorta, quest’ultima,  alla lettura formale nello scarto tra i diversi testi. Così accade nei versi di “Imperatrice” dove il percorso immaginativo insegue di quartina in quartina il dato sostanziale della precarietà eludendolo se non con il tramite iconico conclusivo.

La cenere non è mai sazia 
di nuovi corpi, ha fame 
di luminarie, addobbi in cartapesta; 
 umilia gli eserciti delle stelle. 

Le braccia imitano ali, sprigionano
 fiamme al loro agitarsi; poi resta 
una chiazza di fuliggine dove 
a volare provammo goffamente, 

e un monogramma scuro 
segna la fronte di tutte le rose.  

Marco Conti

Guglielmo Aprile, Falò di carnevale, FaraEditore, 2021, euro10, 00

(opera prima classificata al concorso Narrapoetando 2021)

Quarant’anni di poesia campana

La precarietà delle antologie, specie quelle poetiche, è generalmente garantita dalla attualità delle stesse. Sembra far eccezione la rivista “La Clessidra” che quest’anno ha pubblicato un corposo “speciale” dedicato alla poesia campana, vale a dire  un’antologia con 59 voci, inclusive di più generazioni. Dal primo libro di Franco Cavallo, negli …

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