Poeti dimenticati o nascosti – 8

Samuel Beckett, Taccuini

Jacques Izoard

La mia nuda lentezza e il lento
movimento della lingua
lunga lingua o serpente
che la mano cerca e ferma,
ecco i miei timori d’ombra,
le mie fughe all’infinito.

Jaques Izoard, “La mia nuda lentezza e il lento” trad. M. Conti da Le bleu et la poussière”, Nrf Gallimard

Inutilmente cercavo
di disseccare i corpi addormentati
nel corso degli anni ai miei fianchi.
Era troppo tardi.
Il loro soffio diventato vapore
si confondeva alle mie lacrime.

Jacques Izoard, “Inutilmente cercavo” da Le Bleu et la poussière”, Nrf Gallimard

Orhan Pamuk, manoscritto

Vladimir Levchev

Libero azzurro solo –
il cielo.
Oscillante verde –
l’albero.
Cieco bianco solare –
il muro.
 
La speranza non aveva parole allora,
ma era grande – come il mondo.
Sognavamo un futuro di tramonto occidentale
senza solchi di frontiere.
Senza solchi di frontiere
ora viviamo nel radioso felice futuro.
Sempre più vecchi siamo – come il mondo,
sempre più promettenti sono le parole.
 
Il muro –
cieco, solare, bianco.
L’albero –
oscillante, verde.
Il cielo –
vuoto, azzurro, libero, solo.
 
Vladimir Levchev, “Quartiere Speranza“, trad. E Mirazchiyska e F. Izzo, da Amore in piazza, Terra d’ulivi edizioni, 2016

Fernando Pessoa, dattiloscritto originale

Giorgio Simonotti Manacorda

Breve ala
su la nuca raccolta,
come un ventaglio chiuso di memorie;
oltre il pilone del pioppo
migrò il filo
plumbeo dei giorni;
fosti speranza amica
al pettirosso
nella radura di neve,
geroglifico di sole
fiorito al ghiaccio dello stagno.
Ora l’allodola è un grido verticale
sui quadrivi del vento,
nel più chiaro brusio
che fanno i pali del telefono
fra zampine venute d’oltremare,
biplano tenerissimo
trasvolatore d’inverni.
Giorgio Simonotti Manacorda, “Oltre l’inverno”, da I banchi di Terranova, Einaudi, 1967

Henry Miller, Taccuino degli anni parigini

Sandro Montalto

Sempre gli va incontro.
Sempre sbatte e risbatte,
non fa che fallire
galleggiando tra le parole
vuota, morta.
E’ come la notte
che inizia e non finisce.
E’ solo questo
– questo – è tutto.
E’ come le stelle
del cielo,
scuro
e confuso
al mio occhio miope.

Sandro Montalto, “Sempre gli va incontro”
in Frammenti di percezione, da Il segno del labirinto, La vita Felice, 2011

George Perec, Cahiers de charge, 1972

Piera Oppezzo

Ho capito.
Ci sono più i giorni che la vita.
C’è di più il mattino tutto in avanti
poi il pomeriggio che sprofonda giù
la sera che ricomincia, dove andrà a finire?
Mi piace non mi piace
conta l’avventura che sono riuscita a inventarmi.
 
La concludo raggiungendo il cuscino.
Uno spazio dove mi dico
che ho consumato quanto potevo
usando tutto:
il colore di una maglietta
la curiosità il silenzio i toni di voce
una frecciata di intelligenza
il cuore che batte troppo in fretta
l’amore per l’entusiasmo
l’apatia che fa passare il tempo
la vigilanza che alimenta la paura.
 
Poi non è tardi ma è tardi.
E’ stato un viaggio che domani devo ripetere
facendo in modo che sia diverso.
Ogni volta mi devo accorgere
che si tratta di un pezzo di vita
che tutti questi pezzi (dicono)
dovrei metterli insieme
controllare se di fatto prendono forma
quali linee, che tratti vorrei
e se proprio ho bisogno (mi domando)
di guardarmi in una forma definita.
 
Piera Oppezzo, “Un viaggio che domani devo ripetere”, in Nuovi Argomenti, Aprile-Giugno 1978 N. 58

Vincent Van Gogh, Lettera a Emile Bernard

Angela Passerello

In una mano stringeva il bidone di latta
nell’altra il misurino forgiato con lo stagno
al ritorno dal giro dei clienti
il lattaio si fermava sulla piazza a recitare
i versi di Cielo d’Alcamo ai pochi rimasti
nessun libro o scrittura solo voce e poesia
nel discendere per la via la sua ombra
si allungava sulle pareti delle case

Angela Passarello, da “Frammenti senza dedica” in La mosca di Milano, n. 24 giugno 2011

Federico Garcia Lorca, Biglietto


 

Bianciardi, una vita da ribelle

Anarchico proclamato e primo della classe al liceo (ma nondimeno bacchettato da una madre severa, maestra di professione), Luciano Bianciardi appare oggi  allo sguardo della critica tra i pochi autentici outisder della letteratura italiana del Novecento. Bene ha fatto quindi Sandro Montalto, poeta e critico, a dedicargli un vivacissimo saggio (Bianciardi – Una vita in rivolta, Mimesis Edizioni) che percorre la vita e le pagine di questo intellettuale “disorganico” privilegiando il rapporto dello scrittore con il suo tempo, vale a dire gli anni in cui il Paese si affaccia al consumismo e alla rivoluzione culturale.

Le avvisaglie di questa vena ribellistica, del resto, non mancavano e sono puntualmente recensite. Ecco Bianciardi adolescente che scrive a Mussolini chiedendogli le dimissioni ed eccolo, in quegli stessi anni di liceo, pronto a sbeffeggiare l’ermetismo ungarettiano scrivendo versi così concepiti: «QUIETE Oggi/ riposo », oppure «CONTRASTO Pastasciutta/metafisica».

Ma la satira, anticipata fin da queste sortite, sarà soltanto l’aspetto più superficiale di una narrativa che nel 1962 suggerisce la rivolta sessantottina e soprattutto la distanza tra il mondo metropolitano e le aspirazioni dell’uomo liberate da retaggi e vincoli. 

Le due parole chiave di quei tempi, l’alienazione dell’uomo marcusiano e la rivoluzione politica vagheggiata da una parte importante della Sinistra, non sono però la formula con cui l’autore della Vita Agra immagina il riscatto futuro. Scriverà: «Ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economico- sociale divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano». Un obiettivo che, negli ultimi anni della sua vita, non gli sembrerà più perseguibile. E tantomeno a livello letterario poiché proprio nelle pagine critiche scritte su Bianciardi da Carlo Bo, Geno Pampaloni e Michele Rago, si è sempre avvertito un motivo di riduzione della qualità dello scrittore nel suo stesso farsi oggetto narrativo di ironia, oppure in un presunto trasferimento degli autori tradotti, sulle pagine della Vita Agra e di altri testi, quando non si porti in giudizio addirittura il ruolo dell’intellettuale.

Sandro Montalto propone, rispetto a quest’ultimo concetto, le osservazioni fatte da Nicolas Martino, il quale addebita a Bianciardi il ruolo tradizionale dello scrittore «arrabbiato di professione», mentre poco più avanti  trascrive una nota di Gian Carlo Ferretti che così si esprime: « Si può dire fin d’ora che in articoli, lettere e racconti-saggio Bianciardi non vede o non vuol vedere la vivacità e creatività della vita intellettua­le, letteraria, teatrale, cinematografica degli anni Cinquanta (e poi Sessanta) a Milano e in Italia, perché continua più o meno consapevolmente a vivere in una dimensione provinciale, arroccato».

Al tema trasgressivo per eccellenza il critico dedica una parte cospicua del saggio. Non a caso, poiché il sesso e la libertà sessuale contrassegnano il mondo dello scrittore toscano sia come traduttore che come narratore avendo egli, di pari passo, un ruolo centrale nella rivoluzione culturale, nell’acquisizione del pensiero psicanalitico e nella migrazione da una sponda all’altra dell’oceano dei motivi ribellistici della generazione beatnik.

Ecco un passaggio sintomatico dello stilema bianciardiano nella Vita Agra:  «E poi ogni anno, al volgere della primavera, ciascun villaggio sceglierebbe il suo bel prato, e lì s’intratterrebbero, da stelle a stelle, due o tre­cento coppie di copulanti, sulla sfondo del cielo terso, durando lo strillare delle cicale, ma senza ventilazione di ninfe bianco velate, con accompa­gnamento dei cori che vanno eterni dalla terra al cielo, e in un angolo, gialla, ferma, inattiva, una macchina trebbiatrice della premiata ditta Cosi­mini di Grosseto. Lo so, finirebbe la civiltà moderna: cesserebbe ogni incentivo alla produzione dei beni di consu­mo (…)».

L’itinerario proposto approda così  all’ultimo Bianciardi, ormai disilluso, critico verso la Sinistra imperativa e imperante nelle sedi culturali.  Distante da questi diktat lo scrittore si proclama anarchico «nel senso – specifica – che auspico una società basata sul consenso e non sull’autorità». La sintesi di Montalto è articolata e tersa: «Ha ormai capito fino in fondo che gli si chiede di esercitare “la professione dell’incazzato”, e che non è più ormai un momentaneo gioco di società al quale ci si poteva anche adattare un poco: ha ormai anche timore di manifestare le sue incazzature autentiche perché potrebbero sembrare ad alcuni una posa, o l’obbedienza a una legge di mercato».

Sandro Montalto, BianciardiUna vita in rivolta, Mimesis, 2017