Natale, Natali… Tra Leopardi infreddolito e Virginia Woolf dedita al pâté

Natale tra i diari, nelle lettere, con le pagine di grandi autori. Di cosa era preoccupato Leopardi nel Natale 1827? Cosa si aspettava Sylvia Plath il giorno successivo ad un apparentemente quieto Natale del 1957? E Franz Kafka, praghese di famiglia ebraica? Virginia Woolf  nel 1938 ricevette dalla sua amica del cuore una strenna che le parve meravigliosa. Gli sterminati diari di Paul Léateaud non prestano, prevedibilmente,  troppa attenzione alla festività. Ma qualche giorno prima di Natale del 1913, durante una conversazione, egli si accorge di essere ormai un uomo maturo. Dylan Thomas, alla radio, inventa invece una fiaba per i bambini destinata a diventare un classico, mentre Ungaretti sta «con le quattro capriole di fumo del focolare».

Giacomo Leopardi

Il 24 dicembre 1827, il poeta dei “Canti” si trova a Pisa e risponde con una lettera al padre che l’ha rimproverato pochi giorni prima di non essere tornato a casa. Ma rispondendogli, Giacomo gli fa presente che Recanati è molto fredda e Pisa, al contrario, non conosce né vento, né nebbia.

«Il soggiorno poi di Recanati nell’inverno, quanto mi sarebbe stato caro per la presenza e la compagnia sua (del padre ndr) e de’ miei (che io preferisco ad ogni piacere), altrettanto, senza il minimo dubbio, mi sarebbe stato micidiale alla sanità. Ella si può ben accertare che l’uso del caminetto mi è impossibile assolutamente e totalmente; giacché anche lo scaldino, il quale adopero con moderazione infinita, m’incomoda assaissimo (…) Ma prescindendo dal fuoco, in Recanati io non avrei potuto vivere se non in casa, perché costì non v’è mai giorno senza vento o nebbia o pioggia: e se per miracolo si ha una giornata buona, io non posso passeggiare a causa del sole, giacché non v’è ombra né in città né fuori. (…) Qui non v’ è mai vento, mai nebbia; v’è sempre ombra, come in tutte le grandi città, e se si hanno giornate piovose, essendo io padrone delle mie ore e di pranzare la sera (come fo sempre), è ben difficile che non trovi un intervallo di tempo da poter passeggiare. Infatti dacché sono a Pisa, non è passato giorno che  io non abbia passeggiato per due in tre ore: cosa per me necessarissima, e la cui mancanza è la mia morte.»

Epistolario, Sansoni Editore, 1976

Franz Kafka

Kafka non scrive se non di sfuggita della Festa delle Luci ebraica, Hanukkah, che, come Natale pone al centro la storia sacra ma ha antecedenti nelle feste pagane per il solstizio. Tuttavia, il 25 dicembre 1911, scrive nel suo diario alcune belle pagine inerenti l’importanza delle letterature nazionali e di quella ebraica, soffermandosi su un curioso rito di circoncisione che si svolge in Russia dove è necessario tener lontani dalla madre del neonato gli spiriti malighi per sette giorni dopo la nascita  e ugualmente, quando i piccoli crescono, e diventano facile preda del Male nei giorni precedenti la circoncisione. Ma il giorno dopo Natale si dispiace soprattutto di non aver potuto scrivere quello che si riprometteva, forse per l’insonnia:

«Di nuovo ho dormito male ed è già la terza notte. Perciò ho passato in condizioni pietose i tre giorni di vacanza durante i quali speravo di scrivere cose che avrebbero dovuto aiutarmi a passare l’anno intero. La sera di Natale passeggiata con Löwy verso Stern. Ieri: Blümale oder die Perle von Werscahu, Fiorella, ossia la perla di Varsavia. Fiorella è onorata nel titolo con la definizione “perla di Varsavia” per il suo amore costante e per la sua fedeltà. Soltanto il collo libero alto e delicato della signora Tschissik spiega la formazione del suo viso. Il luccichio delle lacrime negli occhi della signora Klug, mentre cantava una melodia uniformemente ondulata, durante la quale gli ascoltatori stavano a capo chino, mi parve che per importanza sorpassasse di gran lunga il canto, il teatro, le preoccupazioni di tutto il pubblico, anzi anche la mia fantasia. (…) Ero solo con mia madre e anche ciò mi parve bello e facile: guardavo tutti con fermezza.»

da Confessioni e diari, Mondadori, 1972

Paul Léauteaud

I Diari di Léauteaud sono una miniera di bozzetti ma soprattutto di pagine di distesa narrazione e spesso di confessioni erotiche. Il 22 dicembre 1913, lo scrittore di Le petit ami, è però sorpreso perché un altro anno sta volgendo al termine e neppure si è accorto di essere ormai diretto verso la mezza età.

«Una scoperta non troppo divertente stamani. Parlavo più che altro con me stesso dell’anno che sta per finire. «Ancora un anno di più» dicevo. B…mi ha chiesto allora: «Quanti ne hai?» «Quarantuno compiuti presto» ho detto, «Presto entrerò nel quarantaduesimo.» Ne ero convinto. B…mi ha detto che sbagliavo. Son nato nel 1872. Dunque è il quarantaduesimo anno che compirò presto e presto entrerò nel quaratantreesimo. Il mio quarantatreesimo anno! E’ vero! Eccoli, dunque, arrivare gli anni che desideravo tanto ardentemente quando ne avevo 20! Gli anni della quarantina. Gli anni che portano alla cinquantina! Gli ultimi begli anni di un uomo! La cinquantina? Ah! alla velocità con cui procede la vita, ci arriverò domani o dopodomani al massimo.» (Qui sotto nella f.to  Léauteaud) 

da Diario, 1893-1956 Garzanti, 1969

Virginia Woolf

Qualche giorno prima del Natale 1938, Virginia Woolf scrive una lettera per ringraziare la sua amata Vita Sackville-West di un regalo che ha appena ricevuto da lei…E racconta la quotidianità invernale in un cottage dell’Hampshire dove in quei giorni è ospite:

«Sì, è arrivato un pensiero davvero principesco – anzi, più di un pensiero. Il pâté ha salvato le nostre vite, i tubi ghiacciati, l’elettricità saltata, niente da mangiare, o se c’era non si poteva cucinare. Ed ecco il pacco da Strasburgo, così abbiamo mangiato pâté a pranzo e a cena  – magari potessi mangiare sempre pâté, sarei contenta anche di congerlarmi, se potessi mangiare fegato d’oca per sempre. Ma che stravagante che sei! E com’è – o era – tremendamente in accordo con il rosa, e le perle e il pescivendolo e il delfino quella crema rosa con dentro il gioiello nero del pâté. Oh, sì. E certo che c’entra l’amore – a cui ti riferisci in modo così criptico, conturbante. Mettilo per iscritto e allora entrerò in argomento.»

da Un anno con Virginia Woolf, Neri Pozza, 2021

Cesare Pavese

Il 25 dicembre 1948, Pavese, nel suo Il mestiere di vivere, svolge una annotazione non priva di filosofica profondità, e più legata alla cultura occidentale che non alla psicologia:

«Chi rinuncia con convinzione e con metodo, ha costruito la sua vita sulle cose cui rinuncia. In sostanza, non vede che queste. Strana mania di volere il doppione di ogni cosa: del corpo, l’anima, del passato, il ricordo, dell’opera d’arte la valutazione, di se stesso, il figlio…Altrimenti, i primi termini ci parrebbero sprecati, vani. E i secondi allora? E’ perché tutto è imperfetto? o perché si “vedono le cose soltanto la seconda volta?”»

da Il mestiere di vivere, Einaudi, 1952

Dylan Thomas

Nel 1945 il produttore della BBC Lorraine Davies chiede al poeta di “Colle delle felci” di fare alla radio un discorso natalizio per Children’s Hours, il programma dei bambini. C’erano delle resistenze in merito in quanto Thomas era ritenuto imprevedibile e la trasmissione doveva viaggiare su binari sicuri. Ma Dylan Thomas fece ben di più. Scrisse uno dei suoi brani migliori, fiabeschi, immaginosi, rapiti. Tant’è vero che venne pubblicato: Il Natale di un bambino in Galles rimase un racconto classico per i bambini, edito da noi da Emme Edizioni. Potrebbe essere introdotto da questi suoi versi: «Tutti i Natali rotolano giù dalla collina verso il mare bilingue come una luna fredda e precipitosa». Ecco alcuni brani del racconto:

«Ogni Natale era così uguale all’altro, in quegli anni dietro l’angolo di quella cittadina di mare ora priva di qualsiasi rumore salvo quello di voci lontane che parlano e che a volte risento un attimo prima di addormentarmi, che non riesco mai a ricordarmi se è nevicato per sei giorni e sei notti quando avevo dodici anni o se è nevicato per dodici giorni e dodici notti quando ne avevo sei.

Anni e anni fa, quando ero bambino, quando c’erano i lupi nel Galles e uccelli del colore delle sottanine rosse di flanella sfrecciavano oltre le colline che avevano forma d’arpa (…) quando cavalcavamo senza sella per le folli e felici colline, nevicava e nevicava. (…) La nostra neve non veniva solo giù dal cielo da secchi di intonaco bianco, usciva dalla terra come uno scialle e nuotava e fluiva dalle braccia e le mani e i corpi degli alberi; la neve cresceva nottetempo sui tetti delle case come un muschio puro e bianco come un nonno, si posava minuta sui muri delle case come edera bianca e si posava sul postino, mentre apriva il cancello, come un turbine di stupidi, insensibili, bianchi e strappati auguri di Natale.(…) C’erano i Regali Utili: scialli del passato quando si andava in carrozza e che ti sommergevano, e guanti fatti per giganteschi bradipi; sciarpe zebrate fatte di una sostanza simile a una gomma setosa che tirandola, come al tiro alla fune, si allungava fino alle galosce; berretti scozzesi che ti accecavano come i copri-teiere accecano le teiere e cappelli da ussaro in pelle di coniglio e passamontagna per vittime di tribù di cacciatori di teste”; ma più strampalati ancora erano i “Regali Inutili”: sacchetti di gelatine umide e multicolori e una bandiera bella ripiegata e un naso di cartapesta e il berretto di un conducente del tram e una macchinetta che forava i biglietti e aveva un campanello che suonava; mai una catapulta; una volta, per sbaglio, sbaglio che nessuno ha mai saputo spiegarsi, una piccola accetta; e un’ochetta di celluloide che faceva, quando la schiacciavi, un suono assolutamente non da ochetta, una specie di muggito miagolante che avrebbe potuto fare un gatto con ambizioni di mucca; e un libro da pitturare nel quale potevo colorare con i colori che volevo l’erba, le piante, il mare e glia animali, e ancora oggi le pecore luminose blu-cielo stanno pascolando l’erba rossa sotto gli uccelli verdi dai becchi arco balenati (…). Guardando dalla finestra della mia stanza la luce della luna e l’infinita neve color fumo, potevo scorgere le finestre illuminate di tutte le altre case della nostra collina e sentivo la musica che da esse saliva verso la lunga notte che scendeva. Abbassavo la lampada a gas, entravo nel letto, dicevo delle parole al buio intimo e santo, e poi dormivo.»

da Il mio Natale nel Galles, Emme Edizioni, 1981

Sylvia Plath

Il giorno dopo Natale del 1958, Sylvia Plath fa il punto della sua vita e nonostante le impressioni di Ted Hughes sembra che sia tutt’altro che serena. Ha 26 anni e le domande che le si affacciano sono soprattutto quelle inerenti la propria stabilità economica. Il matrimonio col poeta inglese è ormai un dato accertato:

«Una fredda mattina postnatalizia. Un buon Natale. Perché ero felice, dice Ted. Ho giocato, scherzato, accolto mamma con affetto. Certo la odio, ma non solo. Le…voglio anche bene. Dopotutto, come si suol dire, è mia madre. «Non può essere invadente se non glielo permetti». Allora odio e paura derivano dalla mia insicurezza. Dovuta a che cosa? E come combatterla? Paura di fare scelte affrettate che escludono le alternative. Nessuna paura di sposare Ted, perché lui è elastico, non m’imprigionerà. Problema: vogliamo entrambi scrivere, abbiamo un anno. E poi? Niente lavoretti occasionali. Una professione sicura e lucrosa. Psicologia?»

da Diari, Adelphi, 1998

Giuseppe Ungaretti

Facendo deroga alla cronologia, alle note diaristiche e alle lettere, vale però forse la pena di chiudere questa sequenza con un frammento di una delle più luminose poesie di Ungaretti che porta la data di Napoli, 26 dicembre 1916 e il titolo di “Natale”: «Qui/ non si sente/ altro/ che il caldo buono.// Sto/ con le quattro/ capriole/di fumo/ del focolare».

da Poesie, Mondadori, 1974

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