Il vernacolo di Primo Levi

Clausura, uno dei racconti de ‘La chiave a stella’ propone il monologo di un operaio piemontese che racconta il suo lavoro

Primo Levi. Emissione filatelica

Il racconto ‘Clausura’

Nei corsi di Scrittura Creativa, accanto alle esercitazioni sul monologo interiore o sul monologo “orale” alla Kerouac, ho trovato utile entrare nell’officina di Primo Levi. Un racconto in particolare contenuto nel libro La chiave a stella. Si intitola Clausura. Non conta più di 15 pagine e ha un tema straordinariamente circoscritto: un operaio specializzato parla ad un interlocutore anonimo (e muto) della realizzazione e poi della rottura di una torre di ferro utile ad aspirare acidi di produzione industriale. Nonostante l’argomento e gli aspetti tecnici che comporta, Levi riesce a scrivere una storia di grande efficacia, attraverso la semplice mimesi del parlato e i dettagli del racconto in prima persona. La narrazione non propone alcuna drammatizzazione e la voce narrante non fa mai deroga al tema centrale, cioè lo svolgimento di un lavoro difficile. Solo verso la fine l’intervento dell’operaio all’interno di una struttura tubolare molto alta e poco areata, conosce un momento di tensione ma – per così dire – viene riassorbita dalla certezza che è il protagonista di quell’impresa a proporcela.

Il parlato del personaggio

Cesare Pavese

Levi usa un parlato medio-basso, popolaresco nelle locuzioni e nei lemmi così come nelle immagini e nei cliché utilizzati. La mimesi è perfetta, i particolari tecnici diventano suggestioni curiose che danno modo al protagonista di mostrare la sua psicologia e la sua umanità.
Nelle due pagine riprodotte troverete locuzioni tipiche del piemontese e in parte datate: « roba da non crederci»; «ogni modo» senza preposizione “in”; «oggi come oggi»; «me e degli altri»; «non c’era niente di fuorivia» per dire “Non c’era niente di speciale”; «ma cresceva, non così basta che sia».
E’ piuttosto evidente che questo modo di portare nel racconto la parlata popolare e la sua versione italianizzata è diverso dal modo usato, per esempio, da Cesare Pavese, dove i lemmi sono di origine piemontese ma presenti, per lo più, nella lessicografia dell’italiano e vicini all’italiano:  manso per animale, intabaccato per innamorato, paglione per pagliericcio, come emerge da una ricerca di Gian Luigi Beccaria.

L’incipit

Clausura, le prime due pagine

Esercitazione di Scrittura Creativa

Pensate a un personaggio come quello di Clausura, un artigiano, un operaio, ma anche a uno studente, un assicuratore (importante è che questo dato configuri in sé un’esperienza) che incontrate per caso, per esempio su di un vagone ferroviario. Voi dovete aprire le virgolette all’inizio e chiuderle alla fine del racconto. Il personaggio svolgendo il suo monologo a un interlocutore che non parlerà mai, racconterà di sé e dunque racconterà una storia. A questo punto potete togliete le virgolette (la cui funzione in questo contesto è solo quella di rendere presente a chi scrive la pseudo ricezione del narrato).

Osservazioni – 1

Cercate di avvicinarvi il più possibile al parlato, ma cercate anche di evitare che la storia comprenda fatti tragici o drammatici, eventi clamorosi. Di pari passo evitate di scrivere una storia fatta di banalità quotidiane generiche e condivise. Non scriverete cioè delle beghe del narratore col caporeparto, tranne nel caso in cui queste costituiscano una storia originale; non scriverete dello studente alle prese con un bullo, tranne nel caso in cui questa storia convogli conoscenze particolari, dettagli, sorprese.

Osservazioni – 2

Il tempo narrativo è affatto diverso dal tempo reale. Una conversazione che si svolge in un’ora, a prescindere dalle pause, può durare da trenta secondi a dieci minuti di lettura in un libro (nel caso l’incontro sia cruciale). Per il monologo il lavoro di sintesi è altrettanto indispensabile anche se qui ci occupiamo di una narrazione che coincide del tutto col monologo.
Dal punto di vista formale occorre anche evitare l’uso eccessivo di puntini di sospensione o altre modalità realistiche: con ciò intendo che il racconto non deve essere il “copia-incolla”, per esempio, di una registrazione. Sarebbe del tutto realistica ma anche illeggibile e noiosa.


Osservazioni conclusive

Di pari passo la storia dovrà essere approssimazione e mimesi del linguaggio parlato, avere attenzione per il carattere del personaggio, mai espresso in modo esplicito se non con le implicazioni di chi parla. A quest’ultimo proposito non si cerchi di definire a priori una psicologia: la si lasci semmai emergere dal ricordo, o persino da se stessi. Quando ascoltate un racconto articolato di qualcuno che ha vissuto un’esperienza non vi chiedete se è o non è coerente, ma dopo qualche secondo sapete se vi interessa oppure no.
In prima battuta un racconto ha lo stesso charme.  
Il testo potrà essere molto breve (due-tre pagine) ma non superiore a otto-dieci pagine .

Lavorare Stanca: mito e poesia in Cesare Pavese

La I edizione della raccolta di poesia “Lavorare stanca” venne editata nel 1936 da Solaria

Operai e contadini, meccanici e selciatori, muratori e prostitute, disoccupati della grande fabbrica torinese e maestrine, carrettieri ed emigranti arricchiti. L’umanità di Cesare Pavese, si ritaglia nella solitudine e nel lavoro. Proietta l’ombra dello scrittore isolato e il confronto con un mondo inappagante, segnato dalla  povertà e da un orizzonte intristito, tra dittatura e ignoranza. Forse anche per queste ragioni Lavorare stanca, avrà fortuna solo postuma.

 La raccolta  di poesie  uscì la prima volta nel 1936, preventivamente letta e censurata dal regime; poi  venne pubblicata nel 1943 quando, per lo meno, qualcuno cominciò a recensirla. A far velo a quest’opera  così originale non  fu solo il clima letterario del tempo dominato dall’ermetismo, ma anche il mondo evocato, così nettamente materiale e impastato da una voce che non annuncia né idealità né catarsi. Sì, per Pavese “Lavorare stanca”.

 Il lavoro è servitù dice inequivocabilmente la poesia “Antenati” , amarissima nel ritratto antropologico («siamo pieni di vizi, di ticchi e di orrori») e netta nel definire i desideri: «solo il lavoro non basta a me e ai miei,/ noi sappiamo schiantarci, ma il sogno più grande/ dei miei padri fu sempre un far nulla da bravi./ Siamo nati per girovagare su quelle colline,/ senza donne e le mani tenercele dietro alla schiena».

La lingua,  il dialetto, il mito

Le poesie di questa raccolta sono brevi storie che per il loro carattere, e la presenza di lemmi e locuzioni mutuate dal dialetto, vengono assimilati alla stagione neorealista. Tuttavia la loro unicità va oltre. Non solo perché la scelta del lessico, come ha osservato Beccaria, sulla scorta dei quaderni donati dalla sorella dello scrittore, è una selezione di termini confluiti nel vocabolario di italiano (il Maffei del 1855 per la precisione) dal piemontese, ma anche per il ruolo che, nella poesia come nei romanzi pavesiani, svolge il simbolo e il mito: la scena primaria registrata nell’infanzia e densa di emozioni, di segni, rivisitata in un secondo tempo dalla cultura e dalla maturità dell’intellettuale e dell’uomo adulto. Così in La luna e i falò  come tangenzialmente nelle sue prime poesie e  in modo eloquente nelle ultime de La terra e la morte. Ecco allora l’equivalenza antica e perlustrata da Pavese in termini etnografici fin dalle sue letture di Frazer (Il ramo d’oro) e di Eliade, dove Terra e Donna possono essere predicate reciprocamente l’una con il nome dell’altra.

A questo riguardo ecco un dei testi più significativi tratti da questa silloge:

Tu sei come una terra

Tu sei come una terra
che nessuno ha mai detto.
Tu non attendi nulla
se non la parola
che sgorgherà dal fondo
come un frutto tra i rami.
C’è un vento che ti giunge.
Cose secche e rimorte
t’ingombrano e vanno nel vento.
Membra e parole antiche.
Tu tremi nell’estate.

Ma non è solamente la mitologia personale a rendere unica la voce di Pavese, insieme alla lingua creata; l’autore di Lavorare stanca  porge il verso attraverso un parlato che monologa e descrive:

Ho scoperto che, prima di nascere, sono vissuto
sempre in uomini saldi, signori di sé,
e nessuno sapeva rispondere e tutti eran calmi.

Così in “Antenati”. Il mondo evocato in queste pagine trattiene non solo l’eredità della terra, delle campagne, ma anche quella mondanità in senso filosofico kierkegaardiano, che racconta il quotidiano di prostitute sfiancate («la stuoia sul letto/ la sporcavano con le scarpacce soldati e operai /i clienti che fiaccan la schiena» dice in “Pensieri di Deola”), e di ozio forzato (in “Ozio”) dove il disoccupato un tempo andava in barca «ma dal fiume si vede la fabbrica, e fa brutto sangue». Così per il giovane delle Langhe è quasi un mito l’emigrante tornato con un gruzzolo dai “Mari del Sud”. La sua figura  è quella di «un gigante vestito di bianco,/ che si muove pacato, abbronzato nel volto,/ taciturno». Quel silenzio, quella forza trattenuta, che Pavese guarda come un segno di fortunata  irraggiungibile e maschia maturità.

Cesare Pavese