Malet, La vita è uno schifo

«Mi sarebbe piaciuto avere dieci anni. La vita era uno schifo. La conferma veniva ogni giorno. Mi sarebbe piaciuto avere dieci anni. Non so perché ma mi sarebbe piaciuto avere dieci anni. Un immenso desiderio di avere dieci anni. La vita era uno schifo, era un ignobile, spaventoso ingranaggio, e noi tutti contribuivamo a perpetuarne la merda.»

Jean Fraiger, la voce che parla in prima persona in questa pagina, sta per compiere un assalto ad un furgone portavalori. Ma a disgustarlo non è l’azione ormai decisa e irrevocabile, ma la notizia letta in quei minuti su un quotidiano: “Sangue durante lo sciopero dei minatori. Gli scioperanti non rispettano le intimazioni e i militari sono costretti a far uso delle armi. Bilancio provvisorio: quattro morti e numerosi feriti…” Tra questi titoli, Jean legge dell’uccisione di una bambina di dieci anni che accompagnava il padre alla manifestazione.  

Surrealismo e anarchia

In copertina Léo Malet (1909-1996)

Nelle prime pagine di La vita è uno schifo, c’è quasi per intero lo spirito e la narrativa noir di Léo Malet, riconosciuto maestro del genere, spesso amato per il suo lessico spiccio, venato di argot ma capace al tempo stesso di improvvisi squarci lirici.  Eppure in questo romanzo non c’è solo l’appartenenza a un genere, c’è la rivendicazione anarchica, prima nel temperamento che nella politica e c’è l’appartenenza al movimento surrealista che, in quegli anni, fornì un nuovo statuto e una nuova lettura del noir come del cinema horror, del fumetto, dell’erotismo. In breve  quella che sarebbe poi stata semplificata per i consumatori degli anni Sessanta come cultura pop. Ma ciò che di quel mondo interessava a Malet e ai surrealisti schierati con Breton,  era tutt’altro: era la valenza trasgressiva, l’immaginario più libero cacciato dalla letteratura accademica e rigenerato dagli autori marginali. Malet, sedicenne (e già da diversi anni orfano dei genitori) approdò a Parigi in quel clima irriverente e fecondo, diventò chansonnier nel 1925 e sei anni dopo, nel 1931, fu invitato personalmente da Breton nel suo circolo di “apostati” laici.

La Trilogia

Oggi Di Léo Malet l’editore Fazi ristampa il lascito forse più importante, il trittico Trilogia Nera che riunisce i romanzi La vita è uno schifo (già pubblicata da Fazi nel 2000) , Il sole non è per noi, e Nodo alle budella, testo quest’ultimo rimasto a lungo misconosciuto finché nel 1969 le edizioni La Terrain Vague non ne fecero il terzo volume della Trilogia. A quel tempo Malet, pure  famoso in tutti gli ambienti letterari parigini, era noto principalmente per i polizieschi e per il personaggio del suo investigatore, Nestor Burma, un profilo destinato a rivaleggiare con il Maigret di Simenon e negli anni Sessanta con Sanantonio di Fréderic Dard. Ma il salto tra il noir e la vicenda poliziesca non è, come generalmente si crede, fatto di pochi gradini. E’ un balzo che rovescia invece le carte in tavola, che rivolge al lettore domande del tutto differenti rispetto alla detective-story e che ha solo un’ esile parentela con l’hard-boiled di Raymond Chandler.

Il Giallo e il Noir

L’edizione francese originale La Terrain Vague con la copertina di René Magritte

Dice bene Luigi Bernardi curatore della prima edizione di La vita è uno schifo: «Il noir autentico è romanzo psicologico intorno alla figura di una vittima, la scrittura noir è sempre dal punto di vista della vittima, che si racconta o si fa raccontare nella propria discesa (o precipizio che dir si voglia)  verso un punto di non ritorno.» E’ dunque l’esatto opposto del giallo o del poliziesco dove l’ordine sociale viene sovvertito da un evento delittuoso e il compito dell’investigatore è quello di individuare il male e ristabilire l’ordine. Per dirla con lo strutturalismo il poliziesco risponde alle domande chi e perché in ordine ai fatti. Viceversa per il noir di Malet o di Simenon solo perché e come sono interrogazioni implicite che impegnano l’esistenza, la psiche, le relazioni. Di pari passo il giallo presuppone  la chiarezza della logica investigativa o almeno l’intuito di un Maigret per raggiungere la trasparenza degli avvenimenti. Nel noir dello stesso Georges Simenon, la storia non propone alcuna soluzione, personaggi e ambienti mutano, il tempo non risana come in questo La vita è uno schifo, programmatico fin dal titolo come lo saranno i successivi della trologia

L’ultima trasgressione

In Léo Melet la struttura del noir è spesso circolare: la fine è solo una declinazione del principio, il personaggio lungi dall’intraprendere una catarsi si immerge completamente nel proprio mondo, come accade nel primo romanzo della trilogia. L’esito in sostanza era implicito; il caos rigenera se stesso. L’autore in una nota commentò il suo romanzo dicendo che non vi era estranea la psicoanalisi di Freud a sua volta investigatore della psiche. Ma di pari passo scrisse: «In fin dei conti è un romanzo d’amore e di passione, una disperata ricerca dell’assoluto affettivo, in cui ogni pagina porta in filigrana l’immagine onnipotente della donna, imperiosamente campeggiante sopra i tacchi a forma di pugnale delle sue scarpe assassine, con nei capelli e negli occhi i riflessi mortali dell’oro.» Un commento in cui riecheggia ancora la visione surrealista, il paesaggio straniante di Magritte che, non a caso, illustrò la prima edizione della Trilogia Nera.

François Morane

Léo Malet, Trilogia Nera, Fazi Editore; euro 19,00

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