Il signor Cardinaud

Scritto nel 1941 il romanzo di Georges Simenon ha per protagonista un piccolo borghese. Antieroe in bilico su un precipizio

La messa, un vermut al bar, l’arrosto a casa. E’ la domenica del Signor Cardinaud, assicuratore di vaglia che si aspetta di diventare socio dell’agenzia per cui lavora. Lo scenario è quello di Les Sable d’Olonne, un paese della Vandea con un porto che si affaccia sull’Atlantico. Ma nelle pagine di Simenon non c’è indizio dell’andirivieni caotico di una cittadina portuale, nessun inciso della solarità marina e neppure di una lontana linea d’orizzonte. Il lettore ha piuttosto l’impressione di essere immerso in una qualsiasi provincia, chiusa in se stessa, come chiuso in se stesso è Hubert Cardinaud, sposato con una donna che ama e da cui sa di non essere riamato. L’orizzonte che Simenon suggerisce è quello quieto e ingrigito del suo protagonista.

La storia

«Era contento, contento di essere la persona che era, di trovarsi lì, di quanto aveva fatto dal giorno della prima comunione, ricevuta in quella stessa chiesa, contento di quanto aveva fatto dal giorno del suo matrimonio – era un sabato, e quel sabato nella sola Notre-Dame-de-Bon Port ne erano stati celebrati sette..». Ecco, il mondo di Hubert Cardinaud così prevedibile e tranquillo precipita in quello stesso giorno, dopo la sosta al bar, il sorbetto per il figlio, appena aperta la porta di casa e avvertito l’odore del pranzo bruciato. La graziosa moglie, Marthe, non c’è. La figlia più piccola di otto mesi è dalla vicina. Hubert non trova messaggi e dopo aver girovagato inutilmente tra i suoceri supponenti e i propri genitori non gli resta che accettare il semplice dato di fatto. La moglie lo ha lasciato. Tanto più che i tremila franchi messi da parte non sono al loro posto.

Georges Simenon mette subito alle strette il protagonista. La ricerca di Marthe comporta anche la diffusione della notizia. E con questa il pettegolezzo, la malevola o benevola supponenza. Come quella del titolare dell’agenzia di assicurazioni che un giorno rifiuta a Cardinaud un prestito che il giorno dopo – appena saputo del dramma familiare – è contento di concedergli insieme a quindici giorni di ferie anticipate. Hubert, impiegato modello, deve infatti assentarsi per trovare Marthe.
Quando infine scopre che la moglie è scappata con il suo primo amore, Émile, e soprattutto quando viene a sapere che l’ex fidanzato è un delinquente di poco conto, rientrato dal Gabon dove è stato costretto a vivere di stenti, la narrazione sembra dover prendere la strada del noir. Ma Simenon è abile a tenere sospeso il lettore su questo filo sottile.

Un uomo ostinato

«Guardò senza apparente emozione il ritratto appeso sopra il letto, il volto di Marthe, inespressivo, con il capo un po’ inclinato verso la sua spalla perché così aveva suggerito il fotografo, e respinse fermamente la tentazione. Allora si sentì di nuovo pervadere da quella serenità che aveva sempre cercato e aveva da poco conquistato. Poté guardarsi allo specchio soddisfatto.
Non avrebbe gettato la spugna!
»
Il protagonista di Simenon non è per nulla attratto dal mondo torbido che ha dovuto lambire per cercare Marthe, né l’inquietudine lo acceca fino al punto di non apprezzare il balcone fiorito che il giorno prima di partire gli gli suggerisce l’idea di una nuova vita. Preferisce continuare la ricerca, scontrarsi con una situazione che potrebbe farsi improvvisamente drammatica e cupa. «Sarebbe andato a riprendersi Marthe, l’avrebbe riportata a casa (…)». Senza protervia Hubert è un antieroe felice del suo ruolo, convinto che ogni cosa debba avere un proprio posto.

Il racconto di Simenon

Georges Simenon

Entrambe le figure, quella del protagonista e quella di Marthe, sono delineate da Simenon eludendo la furia di ogni passione. Entrambe sembrano accogliere con senso pratico disfatte, contingenze, umori. Hubert Cardinaud non si offende di fronte alla fuga della moglie, davanti alla volgarità e alla superbia, né cerca una qualsiasi rivalsa. E se la donna che ha sposato dovrebbe aver trovato, almeno per sé, la propria rivincita, sapremo presto che le cose stanno altrimenti e hanno seguito un altro sentiero.
La narrazione misura ogni cosa con la voce del protagonista. Hubert Cardinaud, perlomeno, sa cosa sia, per sé, la serenità: un balcone di gerani, la stima dei notabili, l’arrosto della domenica. Una quotidianità piccolo borghese che si fa contagiare, in queste pagine, dalla meschinità e dal cinismo, vivendo in bilico sul precipizio.
Ma l’arte di Simenon è quella di farci restare esattamente su quel crinale, con stupore e convinzione, e senza un solo appiglio.

Marco Conti

Georges Simenon, Il signor Cardinaud, traduzione di Sergio Arecco, Pp.136, Adelphi, 2020
Euro 16,00



14 parole per fare un Simenon

Georges Simenon a Parigi, 1962. Fonds Simenon de l’Université de Liège

La frase breve e limpida è sempre stata per me, e non solo per me, un modello di riferimento. Così pretendeva Hemingway nei suoi racconti e con questo modello si è sentito a suo agio Raymond Carver. In modo diverso lo stesso è valso per Georges Simenon. Tra gli scrittori più vicini a noi si potrebbe citare ancora, a questo riguardo, Agota Kristof oppure, in certi romanzi (e solo in quelli), Italo Calvino. Non è d’altra parte il caso di spendere del tempo per dire che, se la brevità è attributo richiesto nel giornalismo, non lo è affatto in letteratura.
L’economia di un testo può essere sopravanzata da altre necessità di timbro, di carattere autoriale, e da circostanze insondabili per le quali solo l’esito ha significato e giustifica la scelta di una maggiore eloquenza, esattamente come accade per il periodare più stringato.
E’ sufficiente pensare a Proust, a Virginia Woolf,  a Céline, a Faulkner, a Gadda e a tantissimi altri.
Ma sembra indubbio che un testo “economico” sia più facilmente leggibile senza per questo essere superficiale. Un esempio? Samuel Beckett, accanto a tutti i romanzieri citati più sopra, compreso Simenon  la cui scorrevolezza non nega affatto originalità e profondità, benché in passato alcuni critici francesi abbiano voluto relegarlo nell’ambito dei romanzieri “popolari”.
Ma poiché si parla di lunghezza e lungaggini, di brevità e incisività dei testi letterari, dirò in base a una insolita analisi statistica, come hanno scritto i romanzieri di lingua francese e quale sia il numero di parole per cui ha senso parlare di brevità. Mi rifaccio alle analisi quantitative eseguite da François Richaudeau: Simenon: une écriture pas si simple qu’on le penserait. In: Communication et langages, n°53, 3ème trimestre 1982. pp. 11-32. A questo studio rinvio per una verifica più dettagliata e più ampia.
E’ evidente che l’analisi compiuta non ci dirà nulla sulla qualità estetica, ma non così sul carattere degli autori e persino su come hanno scritto al di là degli esiti numerici. Anzi devo anticipare che percorrere questa strada riserva almeno una grossa, enorme, sorpresa.

Come è stata fatta l’analisi

Di Georges Simenon sono state inventariate 238 opere narrative tra il 1929 e il 1972; altre sono state scritte dall’autore con pseudonimi (durante la giovinezza di cronista in Belgio e poi in Francia) e altre ancora sono state create dopo questa data. In quel periodo la media dell’autore è di sei romanzi all’anno; seicento milioni sono le copie vendute in 55 lingue diverse.
Richaudeau ha proceduto analizzando 25 romanzi, esaminando 192 frasi all’interno di ogni volume e sempre trattenendo la prima, l’incipit. E’ così arrivato a 4799 frasi che davano luogo a 72.245 parole.
Non contento di questa delimitazione l’autore ha preso in esame la cronologia già selezionata per ricavare dieci titoli: due dal ’40 al ’41, due dal ‘50 al ’51 e così via fino al ’72 badando di alternare un romanzo a un poliziesco, cioè un Maigret.
 Ed ecco come è stato calcolato il numero di parole per quella che è una astrazione, cioè la frase di lunghezza media. Lo studioso ha preso in esame tutte le parole di ogni frase e ha diviso la cifra per il numero di frasi.

Il fraseggio dello scrittore

La conclusione è che Simenon risulta tra gli autori più stringati di tutta la letteratura francese: la media è di 12, 6 parole per frasi correnti (esclusi i dialoghi). La media sale a 14, 1 con il romanzo per il quale ha impiegato più tempo e al quale teneva di più, cioè  Le campane di Bicêtre e a 20 parole di media per la frase-tipo di La finestra dei Rouet, scritto in concomitanza con  l’autobiografico Pedigree.
Questa circostanza sembra casuale ma non lo è. Infatti tutti i sei libri autobiografici di Simenon hanno un periodare decisamente più ampio. I tre delitti dei miei amici ha una lunghezza media di frase di 20, 3 parole; Per Pedigree (prima parte) 14, 3; per Pedigree  seconda parte 20, 7; la terza parte 19, 4 ; Memorie intime, 18, 8; Mi ricordo, 17.  Inoltre nella prima parte di Pedigree la lunghezza media tra le frasi più lunghe (quindi calcolate a parte) è di 88 parole e di 78 nella seconda parte.

La memoria: Simenon come Proust

Andrew Wyeth

Questa perlustrazione va tuttavia oltre gli obiettivi previsti: sia in rapporto ad altri autori contemporanei, sia in relazione ai temi.
Richaudeau ha infatti scoperto che l’autore di gialli e di noir diventa straordinariamente più prolisso quando parla dei propri ricordi e del sonno o del sogno.  I libri autobiografici dell’autore belga hanno impennate di periodi lunghissimi,  raggiungendo in una frase fino a 187 parole. In breve la frase analitica, ipotattica di Proust, e quella di Simenon, risultano ugualmente complesse e concentriche quando si tratta di raccontare la propria memoria, vale a dire l’oggetto per eccellenza di Marcel Proust.
«E’ sorprendente – scrive Richaudeau  – che analizzando le frasi di Marcel Proust, abbia rilevato le stesse correlazioni fra la lunghezza e i temi: i ricordi, il sonno».
E’ l’unico dato così eclatante emerso da questa indagine, quando viceversa non risultano differenze sistematiche tra i gialli di Maigret e quelli di altri romanzi scritti da Simenon nello stesso periodo. Il che sembra suggerire un dipendenza dal tema per le scelte stilistiche o comunque consuetudinarie. Lo studioso si  è chiesto se Simenon non si sentisse prigioniero di automatismi psichici, di un flusso – in sostanza –  inconscio ma «implacabile, di esteriorizzazione della scrittura». Il nucleo semantico si imporrebbe così prescindendo dalla sua formalizzazione.
Riferendosi all’autore di Maigret, si è talvolta parlato, inoltre, di “processo medianico” della scrittura. I suoi riti prima di mettersi alla macchina, i brevi sonni per almeno 15 giorni durante la stesura, sembrano avere un ruolo. Ma di questo parlerò in un altro momento.
Vale la pena invece riportare i dati  inerenti gli stili di altri scrittori.

Le frasi più lunghe: Descartes e Proust

Il primato delle frasi più complesse non è di un romanziere ma di un filosofo: René Descartes. L’autore del Discorso sul metodo non temeva i periodi labirintici: la lunghezza media della frase comprende ben 74 parole; Rabelais si accontentava di 25; Michel de Montaigne, scrittore moralista del Cinquecento, si serviva mediamente di 30 parole.
L’autore che dà convenzionalmente l’avvio al romanzo moderno, Gustave Flaubert,  scrive Madame Bovary usando 22 parole per frase, tranne nei dialoghi, che risultano più lunghi come avviene per tutti gli altri autori esaminati. Stendhal per il Rosso e il Nero ne aveva usate 25.
Ed ecco qualche curiosità del Novecento francese: il filosofo Bergson usa 30 parole per la sua Evoluzione Creatrice contro le 22 di Paul Valery, le 15 dei romanzi di Jean Giono, e le 12 del giallista Frédéric Dard con il suo Sanantonio, tra i più celebrati negli anni Sessanta e stringato, evidentemente, più di Simenon.
E l’autore della Ricerca del tempo perduto? Al di là di quanto abbiamo scoperto a proposito delle narrazioni sulla memoria, la media di Proust è di 43 parole. Un tuffo nelle profondità come una lunga apnea. Ma sempre, si direbbe, con una stella marina da riportare in superficie.
 
Marco Conti
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Il Maigret per il cinema anni Cinquanta, interpretato da Jan Gabin (alla sinistra nell’immagine)