Esenin, Anna e la rivoluzione

Poema autobiografico, eppure poema sulla rivoluzione d’ottobre; poema lirico eppure poema fitto di contesti, realismo, dialogo. Anna Snegina, scritto tra la fine del 1924 e l’inizio del 1925, è l’ultima opera di Sergej Esenin ed è il punto di contatto delle poetiche russe del tempo.  Passigli manda in libreria una nuova edizione dell’opera a cura di Riccardo Mini che riprende la traduzione e l’ampio saggio della prefazione di Iginio De Luca. Il tema prende spunto dal ritorno di Esenin al villaggio natale dopo una lunga assenza e dopo la rivoluzione di febbraio del 1917: una rivolta popolare spontanea di operai, contadini, soldati, nata nelle piazze (uno dei protagonisti rilevanti fu il padre dello scrittore Vladimir Nabokov) che anticipò quella bolscevica ad ottobre, anche se l’obiettivo era ben diverso proponendosi di istituire una repubblica democratica. Esenin scrisse il poema in meno di due mesi raccontando quel ritorno al suo passato che tuttavia è carico di passioni nel presente e, di pari passo, mettendo al centro della vicenda l’incontro  con Anna Snegina, l’amore della sua adolescenza. Da questo contesto si avvia l’intreccio dei registri lirici e narrazioni realistiche: le condizioni di vita dei contadini, la lotta contro l’autocrazia russa e la successiva vittoria dei Soviet nell’ottobre di quello stesso anno. 

«Ma sarebbe un errore – commenta De Luca – leggere il poema in chiave esclusivamente autobiografica. Risolvendo il personaggio nell’autore, riducendo tutto il poema a un diario privato, si incrinerebbe l’autonomia dell’opera, fraintendendo la sua ragione segreta.» L’attenzione del poeta è infatti rivolta a rielaborare criticamente il vissuto nel cuore della storia e lo fa con una versatilità riconosciuta anche dalla critica sovietica dopo le iniziali riserve.

Radovo, il villaggio

Il poema inizia con la descrizione di Rodovo attraverso la voce composta e misurata di un vetturino:

«Il nostro villaggio è Radovo,
circa duecento focolari.
A chi li ha visti
i nostri luoghi sono cari.
Siamo ricchi per il bosco e l’acqua,
ci sono pascoli, ci sono campi.
E lungo tutta la distesa
si son piantati i pioppi.»

Ma alla terza strofa la serenità del quadro agreste, prende la strada della critica e volgendosi al passato prerivoluzionario, Esenin scrive:

«Pagavano i tributi puntualmente,
ma, terribile giudice, lo staršina
sempre vi aggiungeva una misura
di farina e di miglio.
E per evitare guai,
davamo senza angustia l’eccedenza.
L’autorità è l’autorità, per questo,
e noi solo umile gente.»

Di ottava in ottava Esenin affonda il coltello nelle piaghe. Non c’è solo l’autocrazia predatoria, c’è ugualmente la penuria a un passo da Radovo:

«Dal vicino villaggio, Kriuša,
ci guardavano torvi i contadini.
Cattiva era la loro esistenza
quasi tutto il villaggio di gran lena
arava con un solo aratro
a una coppia di brenne estenuate.

Quale abbondanza potevi qui aspettarti
solo quel tanto per non morire.
Di nascosto tagliavano la legna
dal nostro bosco.
[…]»

Anna e Sergej

Il poema si snoda in cinque parti con un epilogo che riprende circolarmente l’inizio. Esenin alterna la voce dei personaggi di Radovo, con la propria voce. La terza parte ha per protagonisti proprio Sergej e Anna durante un incontro che si risolve in dissidio e ha per esito un nuovo capitolo con i due protagonisti che si allontanano dal loro villaggio. La prospettiva così articolata permette di scrivere un’opera in cui al timbro confessionale si alterna quello narrativo e più prettamente lirico, in particolare attraverso due lettere, che chiudono il racconto.

«Siete vivo?…Sono molto contenta…
Anch’io come voi, sono viva.
Così spesso sogno il recinto,
il cancelletto e le vostre parole,
Ora sono lontana da voi…
In Russia è l’aprile.
E di lanugine blu
la betulla si copre e l’abete.
Ed ecco, mentre alla carta affido
la malinconia delle mie parole,
voi, forse, a caccia col mugnaio
l’orecchio tendete agli urogalli.
Sovente vado al porto
e ora lieta ora sgomenta
fisso tra i battelli sempre più a lungo
la rossa bandiera sovietica.
Ora laggiù à giunto il potere.
La mia strada è chiara…
Ma voi come un tempo mi siete caro,
come la patria e la primavera».

Questa partitura tra due versanti formali ha indotto la critica a paragonare Anna Snegina all’ Evgenij Onegin di Puškin, tanto più che, negli anni in cui il poema è stato scritto, gli slanci dell’avanguardia e dello stesso immaginismo russo, di cui Esenin era un esponente, arrivavano agli sgoccioli. La struttura del poema è del tutto modellata dalle forme classiche, quartine con rime alternate, come in Puškin, con echi che rinviano talvolta alle canzoni popolari.
Iginio De Luca fa rilevare del resto che il poema si contrappone formalmente a Pugačev (link: Pugačëv, la rivoluzione di Esenin tra le isbe e la steppa – Le Muse Inquiete) opera del tutto ispirata dall’immaginismo fitto di metafore e accenti visionari. In Anna Snegina il parallelismo della metafora si riduce, talvolta diventa similitudine, mentre diviene eccezionale l’uso di quelle metafore che contrassegnarono Esenin e altri autori come Anatolij Mariengof e Vadim Šeršenevič, vale a dire «L’unione, mediante lineetta, di due sostantivi, il primo come equivalente metaforico del secondo.» De Luca cita, del testo in esame, una sola occorrenza di questo tipo: “La mia offesa/ nella palude pianse/ la prefica-beccaccia» e un solo esempio di sinestesia con la medesima tecnica.

Dietro la finzione

Anna Snegina riprende nella finzione il ritorno di Esenin a Kostantinovo nei mesi estivi del 1917-18, anche se il paese di Rodovo esiste nella stessa regione. La sorella del poeta, Aleksandra Alesandrovna Esenina, dirà: «Nel nostro Konstantinovo non c’era niente di notevole. Era un villaggio tranquillo, pulito, che annegava nel verde». La figura di Anna è stata modellata su quella di L.I. Kasina, una giovane, colta, feudataria del posto a cui Sergej dedicò anche la poesia Zelënaja pričëska (Verde pettinatura). «A noi bambini di campagna – disse ancora Alseksandra – questa tenuta sembrava favolosa. Trattenevamo il respiro alla vista degli enormi arbusti fioriti di lillà o di gelsomini, che circondavano la casa padronale, dei sentieri cosparsi di pulita sabbia gialla, della signora che passeggiava in una bella e lunga veste, o dei suoi bambini con cappelli di paglia a grandi falde, che ruzzavano nel giardino.» Il giovane Sergej veniva invitato dai coetanei nella villa e nonostante le perplessità della famiglia continuò a frequentare la casa dove si innamorò Lidija Ivanovna Kasina più vecchia di lui di alcuni anni; la ritrovò poi a Mosca, nel 1918, ormai ventitreenne. L’intera parabola di Esenin è destinata a concludersi tragicamente sette anni dopo, la notte del 28 dicembre 1925, a San Pietroburgo quando il poeta è appena trentenne. La versione ufficiale è che Sergej si sia impiccato a una trave del suo appartamento, ma come scrive la nota di Mini, molti dubbi rimangono insoluti su quella morte in tempi di epurazioni e arbitrio fatti regola.

Marco Conti

Sergej Esenin, Anna Snegina, pp. 116; Passigli Editori, 2026; euro 14,50

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