
Per Vladimir Majakovskij il poeta del mondo moderno doveva essere un artista sodale delle rivoluzioni del tempo: quella socialista e quella che aveva le forme, i colori del futurismo. Sergej Esenin, legato al mondo rurale aveva tutt’altra visione. Le sue pagine testimoniano la bellezza, lo spirito, le tradizioni del popolo russo. In queste due premesse è quasi implicito che nell’opera di Majakovskij prevalgano il discorso e l’azione, mentre per Esenin risultino decisivi l’immagine e la rappresentazione. L’opera in cui forse si legge meglio quest’ultima visione è il poema drammatico Pugačëv che torna ora in libreria nella versione (con testo originale a fronte) di Iginio De Luca, oggi curata per Passigli da Riccardo Mini.
Pubblicato nel 1922, Pugačëv è l’eroe perfetto per la sensibilità di Esenin, lontana dal marxismo e dall’ideologia, ma ancorata alla vita e alla storia delle masse contadine russe. Emel’jan Pugacev è il capopopolo di una delle più grandi insurrezioni contro l’Impero zarista del XVIII secolo. Esenin lo ritrae come simbolo del riscatto, dando così riscontro a una figura che non può non piacere ai rivoluzionari ma che, nello stesso tempo, incarna motivi trasversali per ogni rivolta contro il potere. Durante la scrittura, Esenin ha in mente la rappresentazione teatrale («le didascalie rimaste nell’autografo ne sono una conferma» commenta De Luca nella prefazione), tuttavia, facendo deroga alle consuetudini, non è all’azione, al dinamismo della scena, che l’autore dà rilievo. Il dramma lirico di Esenin vuole l’accento sulla parola, sulla voce dei personaggi, e il poeta stesso, nelle letture che precedono e accompagnano la pubblicazione, offre un esempio eloquente di questa costante tensione imperniata sul verso, sul registro lirico. La storia delle messe in scena risulta però scarna: «a parte una lettura del poeta al teatro Mejerchol’d, a Mosca, non viene mai rappresentato.» Il tempo darà modesto riscontro ai desideri dell’autore facendo dell’opera soprattutto una lettura. In Italia l’ultima rappresentazione di Pugačëv è però del 2012, nel teatro Parenti di Milano, con la regia di Maurizio Schmidt, ma i precedenti sono rari.

La creazione dell’opera
Sergej Esenin lavorò meticolosamente al suo testo dal 1920. La filologia mette in risalto numerose varianti e molte successive correzioni sull’autografo. La rivolta dei contadini cosacchi è un mondo ormai sepolto: al poeta tocca documentarsi. I primi due quadri del dramma si richiamano alle sommosse avvenute tra il 1771 e il 1772 prima della sollevazione contadina al centro della scena che copre un arco di tempo più ampio, tra il ’73 e il ’75. Esenin si reca sui luoghi più significativi e scrive alcune parti dell’opera che sarà poi pubblicata «contemporaneamente a Mosca, Pietrogrado e Berlino». La tentata rivoluzione aveva già richiamato l’attenzione di Puškin in due opere di carattere nettamente romantico: Storia della rivolta di Pugačëv del 1834 e La figlia del capitano, un racconto scritto due anni dopo. Secondo Esenin (ne dà riscontro il prefatore) Puškin aveva però falsato il carattere della rivolta, del suo protagonista e aveva dato più riscontro ai nobili, ai repressori, piuttosto che ai loro contestatori. Iginio De Luca cita il critico sovietico Evgenij Naumov: «In Pugačëv la fantasia creatrice di Esenin è alimentata non solo dal passato della Russia ma anche dal suo presente rivoluzionario». Ma De Luca non manca di precisare il dato forse più cospicuo tralasciato comprensibilmente nel mondo sovietico: Esenin esprime con il suo poema «le ragioni più profonde del suo cuore. Pugačëv non è soltanto l’eroe di una società in rivolta, ma è pure il simbolo della natura contadina del poeta, l’immagine lirica di Esenin.» Innegabilmente la sua poesia, l’immaginismo – di cui il poeta russo fu fondatore – pone al centro del suo testo la metafora, la similitudine, il simbolo (spesso religioso) e una musicalità che non si avrà nel più celebrato verso di Majakovskij. Fin dai primi versi, l’invenzione lirica è straordinaria:
Pugačëv:
Come sono stanco e il piede mi duole!…
Nitrisce la strada nella distesa inquietante.
Sei tu, sei tu, Čagan dei briganti,
asilo di selvaggi e di straccioni?
Io amo il rame delle steppe
e il suolo impregnato di sale.
La luna si rotola nell’erba bagnata
come un orso giallo.
Sono qui, finalmente!
Come catena di onde l’armata dei nemici
s’è infranta; non sono riusciti a issare sull’asta
di tremula la vela della mia testa.
(…)
Modernismo e tradizione
L’immaginismo, che nulla ha da spartire con il contemporaneo imagismo di Pound (1909-1917), assume tuttavia il carattere che sarà presto dominante nella poesia europea: una pronuncia più asciutta, un verso che procede attraverso analogie, talvolta l’indeterminazione del discorso. De Luca richiama per esempio le frequenti sinestesie inerenti l’udito e la vista («sorda è l’annunciazione dei suoi raggi»; «le tenebre blu hanno risuonato sulle immense pianure»). I colori appaiono con frequenza anche nell’evocazione del mondo rurale: le icone, gli arabeschi decorativi sui legni delle isbe e nell’artigianato. Esenin accompagna le ragioni sociali del popolo delle steppe, degli agricoltori con la cultura che gli è prppria, spesso nutrita di letture bibliche (come in Chagall), spesso di leggende che parlano di una natura miracolosa e di animali favolosi. Ecco un altro scorcio di questo temperamento raro: Vorrei come un monello dar capriole nell’oro delle erbe/ e abbattere le nere cornacchie delle croci dei campanili azzurri.
Marco Conti
Sergej Esenin, Pugačëv, (a cura di Iginio De Luca, nuova edizione a cura di Riccardo Mini), pp. 136, Passigli Editori, 2025; euro 14, 50