La strega di Miagliano

Storia di un’eretica condannata, delle convinzioni inquisitoriali e di alcuni culti pagani

Miagliano,, 22 giugno. L’arena del Festival di Miagliano ha ospitato quattro conferenze e una lettura. Nella foto un momento del mio intervento all’inaugurazione del Festival piemontese

Giovanna di Monduro

Nel 1470 bisbigliare incantesimi e fare pronostici sul tempo e sulla vita poteva portarti diritto al rogo dell’Inquisizione. E’ quello che accadde a Miagliano dove le autorità ecclesiastiche aprirono un processo contro Giovanna Monduro, sospettata di essere una masca, ovvero una strega, con tanto di compagne di congrega. Rileggendo gli atti del processo possiamo dire con certezza una sola cosa: Giovanna aveva un caratteraccio. Distribuiva maledizioni a destra e a manca, non accettava l’arroganza dei parenti, forse aveva il talento di una protofemminista. Per sua sfortuna viveva in campagna, vale a dire in un ambiente dove le credenze pagane risalite dal mondo romano e celtico avevano una storia secolare altrettanto antica.

Una fuga fallita

Originaria di Miagliano, sposata a un  miaglianese, viveva a Salussola col marito e un figlio facendo ora la contadina, ora la filatrice. Non sappiamo che età avesse ma la sua presunta adesione alla mascaria risaliva – a sentire lei, sottoposta a tortura – almeno a ventidue anni prima del processo che la condannò. Soltanto un anno dopo (segno che qualcosa non andava come di prammatica) venne bruciata al confine tra Miagliano e Tollegno.
La storia di questo processo entra nel merito il 5 febbraio del 1470 quando Giovanna  venne fermata a Salussola da un aiutante del vicario mentre tentava di fuggire. La donna sapeva che la sua libertà era ormai appesa ad un filo. Il suo nome era già stato fatto un mese prima dai suoi parenti in udienza per la morte sospetta di un nipote mentre, il giorno dopo, il 6 febbraio, le fu appioppato l’attributo di masca nella confessione di un’altra eretica: una certa Maddalena che sosteneva di essere andata al sabba con lei e di cui non si conosce la sorte. Ma certo non finì sul rogo.

Il sigillo creato per l’evento

“Non sono una strega ma…in sogno”

Inchiavardata in una cappella ancora una volta Giovanna parla a sproposito. Dice che non è una strega, ma riferisce anche che se è andata al sabba deve «essere stato per caso o in sogno». Un’affermazione incauta, a dir poco, perché gli Inquisitori sono convinti che alcune streghe usino degli unguenti per poter volare fino al luogo dei raduni. Questo è esattamente quanto emergerà in un altro processo di stregoneria, due secoli dopo, nel 1621, a Graglia, dove madre e figlia racconteranno di aver volato sopra i boschi dal Biellese fino alla Valle d’Aosta.
L’etnografia scoprirà solo nel Novecento l’effetto dell’uso di di pozioni con erbe psicotrope che portarono maghi e maghe (poiché questo sono in definitiva anche le streghe, là dove esisteva davvero un culto pagano) allo stato di incoscienza e ad avere la sensazione del volo. Oli, grassi, bevande che si accompagnano ad alcuni riti pagani rimasero nella cultura del pago e furono utilizzate dall’alto medioevo al Seicento.

Il 6 febbraio 1470

Ma torniamo ai fatti processuali. Il 6 febbraio è per Giovanna un giorno cruciale a suo discapito. E’ la stessa data in cui l’inquisitore, un certo Nicolao Costantino, domenicano, di Biella, dottore in teologia, priore a Vercelli, ascolta la testimonianza di Manfredo Vialardi, un nobile che racconta solo ciò che gli è stato riferito. E ancora una volta si parla di Giovanna che quattro anni prima facendo visita a sua nuora l’aveva messa in ansia perché Giovanna aveva fama di strega e la nuora aveva un bambino piccolo. Questa volta sarebbe però stata un’altra masca, Lanfranca, a vaticinare: «E’ inutile dare le medicine al bambino: egli vivrà ancora un anno da quando l’avete sentito gridare».
Il nobile dovette essere del tutto convinto del potere delle streghe perché commentò che il bambino morì esattamente nel giorno pronosticato.

Un pozzo stregato

L’Inquisizione si prende una pausa mentre Giovanna resta ai ferri e il 13 febbraio compare in scena un’altra teste. Si chiama Elena di Naxo, abita a Villanova, e anche in questo caso, ricorre, come un’ossessione, la presunta capacità delle streghe di uccidere i bambini. Elena parla dello stesso bambino morto di cui parlò a gennaio sua madre, Antonia, moglie di Guglielmino Monduro.  Elena depone: «Mentre passava nei pressi della nostra cascina, Giovanna disse: “Sapevo bene che (il bimbo) non avrebbe potuto vivere”». E infine testimonia che una volta, siccome l’accusata aveva una pessima fama, le negarono di poter attingere al loro pozzo e Giovanna disse che, se non avesse potuto avere quell’acqua, avrebbe fatto in modo che non potessero berla neppure gli altri.
A rigore sorge il sospetto che l’accusata, sapendo di essere considerata una strega, non perdesse occasione per vendicarsi e impaurire la gente…

Maghe e streghe operano con le erbe e gli unguenti

Processi all’invisibile

Bisogna del resto aver chiaro che questa detective-story è paradossale come sono paradossali tutti i processi dell’Inquisizione: processando la stregoneria si processa infatti l’Invisibile. Dal punto di vista della Chiesa l’invisibile faceva capo al Demonio; secondo quanti praticavano la magia l’invisibile si riferiva alle divinità pagane e dunque al demonio; per il mondo laico…al nulla.
Vale però la pena di aggiungere – a scanso di equivoci e in merito alla diffusione delle credenze – che nel giro di un mese le carte del processo di Salussola mostrano già l’esistenza di tre presunte streghe e una diffusione del credo demonologico che tocca tre villaggi: Salussola, Villanova e Miagliano.

E’ dichiarata eretica

Il sabba

Il 13 febbraio si avvicenda al tribunale anche un nuovo inquisitore, Giovanni Domenico di Cremona, ugualmente dottore in teologia che sostituisce, non si sa per quanto tempo, l’inquisitore biellese. Tocca a lui decretare che Giovanna Monduro è eretica e a proseguire investigazione per conoscere la verità. In sostanza finora si è trattato – a voler interpretare gli atti – di una sorta di “istruttoria”; ora c’è il rinvio a giudizio vero e proprio…Ma nei fatti (e soprattutto statistiche alla mano) gli innocenti accusati ingiustamente sono rari e rarissimi risulteranno dopo il Concilio tridentino.
D’altra parte l’accusata è sola, non ci saranno testi a discarico, non ci saranno uffici difensivi.
L’inquisitore prepara una serie di domande per conoscere quando  e come la masca aveva stretto il patto col diavolo, come si presentava quest’ultimo, come si chiamava, se si era accoppiata con lui e quante volte lo aveva fatto, chi erano gli altri aderenti alla mascaria (cioè la congregazione e il sabba), dove si svolgeva il raduno, quali malefici aveva fatto, con quali strumenti, quante volte, se conosceva l’arte della medicina, a quante persone e a chi aveva fatto del male.
Un “questionario” come si vede che non prende in considerazione ipotesi diverse dalla colpevolezza.

“Sono innocente”…Iniziano le torture

Il 15 febbraio non ci sono risposte perché Giovanna nega di essere masca. L’inquisizione dispone quindi che venga torturata. Ed ecco comparire ogni possibile confessione. Ma non basta. In quello stesso giorno si ascoltano  altre testimonianze a suo carico. Tre donne dicono al loro vicario che una volta c’erano nell’orto due alveari, e uno di questi pendeva vicino al terreno di Giovanna. Le chiesero di poterlo prendere ma lei disse: «Poiché non posso averlo io, farò in modo che voi non l’avrete».  E riferiscono che Giovanna si mise in ginocchio, biascicò qualcosa, forse delle preghiere, un incantesimo ed ecco che le api, sia quelle già raccolte, sia quelle pendenti dall’alveare dell’albero,  volarono via. L’episodio risale a dieci anni prima, anno di grazia 1460.  Infine le tre ricordano che Giovanna si era opposta all’idea che suo figlio diventasse sacerdote. Una deposizione quindi che non lascia dubbi, non tanto sulla pretesa stregoneria sulle api, quanto sul fatto che le testimoni vogliano levarsela di torno.

Il Malleus Maleficarum di Institor e Sprenger. I due inquisitori domenicani pubblicarono nel 1487 il manuale per condurre i processi di stregoneria e riconoscere le ‘malefiche’. Il libro è conosciuto anche come Il Martello delle Streghe. Nel 1608 comparve anche il Compendium Maleficarum di Maria Francesco Guaccio

Giovanna e il sapere pagano

Messa ai ferri e torturata, Giovanna inventa, confessa  ciò che può sapere ma non necessariamente ciò che avrebbe fatto: da una parte ci sono infatti le credenze diffuse sulla stregoneria e sulla magia pagana, dall’altra ciò che il clero stesso ha proposto come stregoneria nelle predicazioni. Tuttavia in alcuni processi le contestualizzazioni delle confessioni sono specifiche, riportano conoscenze particolari non avvalorate dai trattati di demonologia e dunque neppure moneta corrente nelle predicazioni. Sono queste deposizioni a mostrare che esistevano convinzioni pagane e riti conseguenti. Ma nel caso della “strega di Miagliano” tutto questo non accade, lo scenario della trasgressione resta quello generale, tranne per un unico particolare emerso spontaneamente prima delle torture e dello stesso processo… Quel riferimento al sabba a cui la donna potrebbe essere andata in sogno. A conti fatti neppure questa circostanza dimostra però nulla, resta un indizio.

Le risposte di Giovanna

Nella xilografia una strega, il demonio e la Bestia

Giovanna rispondendo ai quesiti rispecchia complessivamente ciò che il clero crede di sapere sulla stregoneria, quindi l’impressione è che gli inquisitori abbiano ulteriormente specificate le domande in modo che l’accusata potesse ripetere il “credo” ecclesiale con qualche necessaria contestualizzazione. Di fatto l’imputata dice che ventidue anni prima,  quando abitava ancora a Miagliano, ed era inverno, era andata a filare in compagnia di una certa Agnesina e  – passando vicino a un muro – si sentirono degli zufoli, dei flauti, delle zampogne. Un’ora strana per i concerti… La donna che era con lei la invitò allora ad andare a “tripudiare” … parola che nasconde non solo l’accezione del divertimento ma anche quella del raduno stregonico e dell’orgia. Parola “colta”, cruciale nel contesto, ma chissà cosa aveva davvero riferito Giovanna nel dialetto locale del tempo.
Si parla anche dell’aspetto del demonio. Giovanna dice che veste di bianco, che ha un cappello nero, è giovane e bello e si chiama Zen.

L’amplesso con il diavolo

Resta ancora da stabilire chi partecipa al sabba con Giovanna e se la strega abbia avuto rapporti sessuali. Lei aggiunge, con modestia, che in effetti ci sono stati.
Il resto del dialogo, in estrema sintesi, escluse tutte le parole che le sono messe in bocca dall’ecclesiastico, lo si potrebbe immaginare così:
– Ha provato piacere?
– Non molto.
– Com’era il seme?
– Gelido.
– Lo avete rifatto?
– Sì un’altra volta.
– C’è stato coito sodomitico?
– Sì, una volta.
– Dove andavate a  svolgere il sabba ?
– Al Brianco di Salussola.

Il Bariletto

Emergono dalle domande anche gli strumenti dell’unzione o delle pozioni di erbe psicotrope. Si chiede a Giovanna dove tenesse bariletto e bastonetto.  Richiesta che mostra un implicito di cui ho già detto. Giovanna però risponde che Zen gli ha imposto di bruciarli. Forse nuovamente torturata fornisce poi un’altra versione: dovrebbero trovarsi sotto il pagliericcio oppure nell’aia. Ma non si trovano.
Secondo gli studi etnografici il bastonetto sarebbe quello che l’immaginario potrebbe aver trasformato nel manico della scopa poiché si presuppone che possa essere servito per spalmare gli unguenti psicotropi nelle parti più sensibili, cioè facili per l’assorbimento cutaneo.
 I testi dottrinali dei demonologi, il Malleus Maleficarum e il Compendium Maleficarum, riferiscono che gli inquisitori potevano anche cercare nel corpo della strega, attraverso uno spillone, un punto insensibile che sarebbe stato il segno del patto col diavolo (signum diaboli), oppure un semplice neo o una escrescenza in una parte nascosta del corpo.

La Mascaria

Il 20 febbraio, Giovanna dice che andava in mascaria  (al sabba o a tripudiare) con Maddalena (forse la donna che la chiamò in causa il 6 dello stesso mese) e il giorno dopo ritratta quanto ha detto in precedenza rispondendo al questionario e dunque anche ciò che ha detto il giorno prima. Si spiega: dice che era intontita, ma aggiunge che in realtà si trasformava in lepre insieme a Maddalena e alle altre per prendere in giro i cacciatori. In seguito racconta che uno dei figli dei Monduro, suoi parenti, era stato ucciso da lei e da Maddalena.
Persino gli accusatori, a questo punto, non possono fingere di non sapere che la masca sta inventando ma l’inquisitore riferisce che continuare nelle torture significherebbe portarla alla morte.

I culti pagani e i ‘Fana’

La nozione diffusa di medioevo, le versioni ecclesiali della stregoneria, hanno portato a divulgare un quadro del tutto falsificato della realtà storica ed etnografica.
Intanto non è vero che il medioevo fu l’età in cui avvenne la maggior parte dei processi di stregoneria e di condanne al rogo. E’ vero il contrario: l’alto medioevo fu l’età in cui la Chiesa ebbe un atteggiamento di maggiore comprensione per i culti pagani sopravvissuti: erano infatti i secoli più vicini al mondo romano e gallico e quindi alle consuetudini religiose sopravvissute nei villaggi di tutta l’Europa.
In quel tempo il sacerdote puniva spesso chi svolgeva pratiche magiche con la proibizione di entrare in chiesa per un certo periodo o la proibizione di accogliere l’ostia.  Di pari passo gli idoli venivano distrutti ma i luoghi di culto pagano (i  fana) restavano: proprio in quei luoghi, nelle vicinanze di sorgenti, megaliti, alberi di culto, si inserivano croci, Vergini, e si modificava poco per volta la tradizione orale. Valga per tutti quello che veniva ancora chiamato l’Albero delle Fate – in cui Giovanna d’Arco si raccoglieva a pregare – e le accuse anche a questo proposito che le fecero gli inquisitori quarant’anni prima della strega di Miagliano.

Sincretismi

I fuochi pagani per il solstizio invernale si sono mantenuti in diverse parti d’Europa e sono stati spesso riproposti dalla Chiesa come fuochi per la nascita del Redentore, Di pari passo la nascita di Cristo venne spostata al 25 dicembre già in epoca alto-medievale per cogliere l’opportunità di celebrarla nel momento in cui si celebravano i preesistenti culti solari a favore dei raccolti. In questa fotografia un’immagine del Fuochi dell’Abbondanza che si svolgono dopo la messa di mezzanotte a Natale nel paese di Masserano (Biella)

Questo complesso di fatti e sovrapposizioni si è trasformato in  riti sincretici accolti dal cattolicesimo (si pensi ai fuochi accesi in concomitanza col solstizio d’inverno e all’attenzione della Chiesa nello spostare la nascita di Cristo in quella data per poter raccogliere l’adesione del popolo nella notte del 24 dicembre), così come quello che più tardi è diventato superstizione ed eresia era mito, rituale magico, evocazione di culti diffusi e già differenziati a seconda delle regioni nell’alto medioevo. In epoca moderna, via via, quelle credenze si sono trasformate in semplici manifestazioni esteriori e folklore: si pensi al Giorno dei Morti, a Ognissanti, e lo si confronti con la preparazione del pasto per i morti e le candele accese nelle case in vaste aree italiane fino a pochi decenni fa. Un rito popolare risalente ad un’altra tradizione, cioè alla festività celtica di Samain del 31 ottobre.

I documenti

La diffusione dei culti risalenti dal mondo romano e celtico  è conosciuta e documentata proprio dalla Chiesa. Gli esempi sono tanti…Ne farò solo qualcuno: nell’alto medioevo, dal secolo VI e fino al mille, molti usi pagani sono impliciti nei cosiddetti Poenitentialia, i testi che si occupano di punire chi faceva ricorso a quegli usi. L’atteggiamento del clero è però di disponibilità, rispetto a quanto accadrà in seguito. Il Canon Episcopi è del X secolo e qui si parla estesamente delle donne che hanno il potere di compiere incantesimi e malie, di cavalcare sopra i demoni di notte.  La versione più completa del documento parla espressamente di Diana dea dei pagani (che a quel tempo  è da intendere in una accezione etimologica: dea di coloro che vivono fuori dalla città, nei villaggi, tra le campagne e le foreste).

Diana

Il nome di Diana non può essere casuale perché nella classicità Diana è Artemide e Artemide è Ecate triforme (con le teste di tre animali). Quest’ultima è una divinità notturna e fin dalla classicità è collegata alla magia, ai riti di fecondità, tanto che gli autori cattolici di area Italiana e Francese (gallo-romana) parlavano dei  Demoni riferendosi  alle stesse figure che i contadini gallo-romani chiamavano DIANI.
Sotto i nomi di “stregoneria” e “magia” vivevano insomma le religioni che avevano perso nella lotta contro il cristianesimo. Un esempio marginale ma qui di significato si ha nella storia dell’ebraismo medievale all’interno del mondo cristiano. Benché  a parlare per primo della magia come eredità di ignoranti, di gente votata al demonio, sia l’Antico Testamento e quindi la THORA’ (prima ancora dei Concili cattolici), la paura del diverso ritornò potente nell’Europa medievale dove il ghetto ebraico esisteva in quasi tutte le città di qualche rilievo demografico. In ordine alla stregoneria se ne ha un esempio eloquente. Il nome Sabba  per indicare il raduno delle streghe deriva da Shabbat  e la stessa riunione veniva anche chiamata in alcuni documenti come nella parlata, Sinagoga.

Un caso di culto estatico

Carlo Ginzburg in due saggi memorabili (I Benandanti, Einaudi, 1966 e Storia Notturna, Einaudi, 1989)  riunisce una serie di clamorose testimonianze storico-etnografiche e folkloriche per interpretare il raduno sabbatico e il volo notturno delle streghe, rilevando la presenza di culti realmente praticati nell’Europa  più contigua al Rinascimento. In particolare i culti agrari nel Friuli del Seicento sono oggettivati da una presenza – sconosciuta fino ai documenti studiati da Ginzburg – di uomini dediti al culto della fertilità chiamati Benandanti: questi si presentarono davanti all’Inquisizione come difensori delle coltivazioni agricole contro i demoni, o più precisamente contro le “streghe” e gli Strion. Dopo aver assunto sostanze psicotrope, tra cui la segale cornuta (cioè la segale parassitata) cadevano in uno stato di trance attraverso il quale – come gli sciamani della Siberia e di altri Paesi – potevano volare e incontrare in combattimento le forze avverse, i demoni. Tanto basta, almeno in questo contesto, per rispondere in merito alla fattualità e alla sopravvivenza del paganesimo sino alle soglie della modernità e oltre. Ma è altrettanto sufficiente per comprendere come il sogno appena citato da Giovanna Monduro, possa essere stato quantomeno una conoscenza diffusa, la presenza di una cultura “altra”, a fianco di quella accettata.

Nel volume compaio temi e i motivi simbolici delle leggende, accanto agli stessi racconti orali: la stregoneria è presente massicciamente nella tradizione biellese e piemontese. Saggi e narrazioni raccolte nell’edizione Giovannacci del 2004 sono accompagnati dalla traduzione in piemontese di alcune leggende fatta da Gustavo Buratti. Numerose note consentono comparazioni con altre tradizioni orali. La prefazione è di Pier Carlo Grimaldi, già docente di etnologia all’Università di Torino.


 


 


 


 

Storia di un omicidio, un monastero e un gallo

L’affresco della Trinità censurata dal Concilio di Trento e, a fianco, la storia dell’impiccato al monastero cluniacense

La storia ha per protagonisti un impiccato, un gallo e un monastero cluniacense.  Il monastero è quello di Castelletto Cervo, il gallo e l’impiccato sono in un affresco che potrebbe essere quasi un cartiglio di grande eloquenza. Ma non è così. Anzi, la storia racconta in realtà i pellegrini dell’undicesimo secolo e un medioevo fitto di slanci verso l’assoluto accanto a tagliagole e tagliaborse.
Tra le quinte di tutto questo c’è il Genio del Luogo, la sua essenza, che si può immaginare appena avete svoltato dall’orrido degli svincoli che tagliano la pianura, tra Castelletto e Mottalciata, tra Biella e Vercelli, lungo la strada che fu quella per Santiago di Compostela.
 Non troppo in alto ma dominante nel verde della pianura, il monastero si confonde con un passato di bassa corte: le galline ci sono ancora, il silenzio della cascina anche. Tra le bifore, i mattoni rossi, il verde pallido della stagione e gli squarci del tempo appena rappezzati.

Come Casa Usher

Un ingresso all’abside murato

Anni fa chiunque poteva entrare nella chiesa in qualsiasi momento  come  tra i ruderi abbandonati di Casa Usher.  L’orrido, è chiaro, era quello a valle, quello dei magnifici “manufatti” di cemento, ma per convenzione il dizionario lo avrebbe aggiudicato all’antico monastero. Costruito mille e cento anni fa e immerso in una solitudine notturna di bellezze sbrecciate, di absidi polverose e robinie centenarie. Entrando, alla sinistra dell’altare una porta ti conduceva verso un’altra stanza dove si vede l’affresco, oggi restaurato, della Trinità: tre ieratici barbuti seduti ad una mensa, le dita alzate per indicare il numero tre. Un modo popolare per mostrare un concetto che ai vescovi del Concilio di Trento non piacque più.  Dal Concilio in poi ai pittori fu infatti vietato di rappresentare il mistero della Trinità con tre figure. Ed è un miracolo che quello non sia stato cancellato.
Viceversa a nessuno importò mai niente dell’enigmatica storia dell’impiccato. Accanto a San Giacomo compaiono un gallo, due pellegrini che pregano e un nobiluomo, mentre sullo sfondo una figura umana pende da una forca e sembra l’ultima cosa di cui ci si debba preoccupare.
Occorre quindi ricostruire questa storia che sta tutta in una lettera salvatasi dal tempo grazie ai monaci di Cluny.

Una lettera denuncia un omicidio

Il complesso del monastero

Tra il 1095 e il 1096, i titolati di Castelletto,  il conte Oberto di San Martino e il suo vassallo, un certo Ardizzone, si prendono il fastidio di scrivere una lettera all’abate di Cluny. Gli dicono che il piccolo monastero piemontese è gestito in modo scandaloso e che tra i viaggiatori ospitati  avvengono furti, aggressioni, rapine. C’è stato anche un omicidio. La chiesa e gli altri edifici annessi, trovandosi sulla strada del pellegrinaggio, sono molto frequentati. Tanti sono i viaggiatori  che si fermano  per la notte o per qualche giorno.
Nella missiva Conte e vassallo chiedono che il priore venga sostituito con quello precedente, un certo Garnerio a quel tempo impegnato nel comasco.
La faccenda è seria. 
Cosa sia avvenuto di preciso immediatamente dopo quella corrispondenza non si sa.  Di sicuro la missiva (che oggi si può consultare alla Biblioteca Nazionale di Parigi), non venne dimenticata.  E qualche tempo dopo il priore fu sostituito.
E l’impiccato? E il gallo?
Per saperne qualcosa di più, né il carteggio né l’affresco sono sufficienti. Bisogna ricorrere ad una leggenda che prende le mosse proprio dall’anno mille e spiega perché i religiosi abbiano successivamente fatto dipingere nella chiesa un San Giacomo (patrono di Santiago di Compostela e dei viaggiatori) in compagnia di un impiccato.

La leggenda del gallo e dell’impiccato

Dettaglio dell’affresco della Trinità: San Giacomo, patrono dei viaggiatori e alla sua destra il patibolo, il gallo, i familiari dell’impiccato

Si racconta che una famiglia diretta in Spagna si era fermata nel monastero per la notte. Ma il mattino successivo il padre di famiglia – così dice la leggenda – venne svegliato e portato di peso davanti al signore del posto mentre gli altri pellegrini se la svignavano rapidamente.
 Al presunto colpevole fu mostrata una scarsella vuota trovata accanto al suo pagliericcio. Era l’ennesimo  furto ma questa volta si conosceva il responsabile.  Processo e condanna furono rapidi come l’esecuzione, fissata per l’alba del giorno successivo.  
Ogni cosa era già decisa quando il figlio del condannato giurò che suo padre era innocente e che era disposto a prendere il suo posto sul patibolo.  Detto e fatto.  Il giudice si convinse che il ragazzo diceva la verità, ed era quindi colpevole. Ma le cose si complicarono.
Nella notte la madre del condannato ebbe una visione. «Andrai domani da giudice – le disse San Giacomo – e dirai esattamente queste parole:  “Liberate mio figlio perché egli è vivo”».  Insomma,  il patrono dei viaggiatori si prese il disturbo di comparire in sogno. Com’ era possibile, del resto, si chiedeva la donna,  che un innocente fosse impiccato?

Racconti sulla strada di Santiago

Così, di buon’ora, la madre  bussò alla casa del giudice e  lo trovò seduto davanti al tavolo imbandito.  Poiché  non sapeva come iniziare il discorso,  finì per ripetere le parole del sogno: «Libera mio figlio perché lui è vivo». Il giudice la guardò sogghignando: «Tuo figlio è vivo come questo pollo sul tavolo». E in quel preciso momento il pollo riacquistò d’un colpo il suo piumaggio colorato mentre il ragazzo si alzò dal tavolaccio del patibolo.
Qualche decennio dopo la leggenda diventò un affresco o, forse, l’affresco della Trinità e di San Giacomo prese a prestito un racconto di devozione colto sulla strada di Compostela.

Marco Conti

Pellegrini in un affresco medioevale


 

 


 

Mito, poesia, oralità: il basilisco e la leggenda dei tre Laghi

Il basilisco ripreso nel medioevo dalla descrizione di Plinio. Sul capo c’è un diadema

Da Plinio al medioevo, il rettile che cammina in piedi

Dalla letteratura medioevale, alle leggende, ai racconti fantasy di oggi,  il drago mostra di avere nel nostro immaginario una vitalità eccezionale. Così straordinaria che si può rintracciare persino la sua evoluzione narrativa.
Dal mito alla fiction passando ora dalla narrazione orale, ora dalla scrittura vicendevolmente. Se si comincia con Plinio il Vecchio se ne ha un’idea precisa poiché persino Plinio nella sua Historia Naturalis  si è già basato su altri racconti: Aristotele per cominciare e, per continuare,  Nicandro di Colofone ed Erodoto. Ma la lista potrebbe continuare. Sta di fatto che nel Libro ottavo dedicato agli animali terrestri, Plinio comincia col raccontare che accanto al Nigri, sorgente del Nilo (così si pensava) vivesse la Catopleba: una fiera con la testa pesante che tiene sempre rivolta verso terra «altrimenti farebbe strage del genere umano, perché tutti quelli che l’anno fissata negli occhi sono morti subito. Identica è la proprietà del serpente basilisco. Lo genera la provincia della Cireneica, non è più lungo di dodici dita e lo si riconosce per una macchia bianca sulla testa, a mo’ di diadema. Col sul sibilo mette in fuga tutti i serpenti, e non muove il suo corpo come gli altri, attraverso una serie di volute, ma avanza stando alto e dritto sulla metà del corpo. Secca gli arbusti non solo toccandoli, ma col suo soffio, brucia le erbe, spezza le pietre» (Storia Naturale, vol. VIII. 77, 78).
Ecco per sommi capi la genesi di un drago: tale nel racconto orale, tale nei fumetti.
 

Il drago alato: il suo fiato è una fiamma

Boewulf

Questo poema di incerta datazione (parrebbe del VI secolo) e senza autore conosciuto riporta all’iconografia ancora oggi in auge: ha spire luccicanti (come squame), fiato di fuoco e la figura del serpente. Ma attenzione…nel 1500 inglese un naturalista ne conta almeno tre tipi: con ali e senza piedi, senza ali né piedi, con ali e piedi (E. Topsell, Histoire of Serpents or the Seconde Booke of Living Creaturers, London, 1608). Ma per venire alla storia: Boewulf è un eroe, un combattente che affronta il temibile drago Grendel, un essere che – si evince dal testo – non è semplicemente un animale pericoloso, ma una figura che appartiene a un altro mondo e contemporaneamente una manifestazione del male, che vola sopra le case bruciandole, una oggettivazione della Notte e, insieme delle viscere della terra.
 
Nel XXXV libro Boewulf si prepara allo scontro ed il nemico è descritto con queste parole:
 
«Ma qui mi aspetto la guerra
del suo fuoco rovente, del fiato, del veleno.
per questo ho su di me la cotta e lo scudo.
Dal custode del tumulo non scapperò un piede (…)»
Vv. 2521-2524
 
Grendel custodisce un tesoro, dei gioielli; Plinio ci parla di un serpente che secca gli arbusti col fiato;  moltissime leggende ci parlano di un serpente che incanta e che ha un diamante infilato nel capo.
Il mito riprende dunque se stesso.
Saxo-Gramaticus nelle Gesta Danorum dirò che è gigantesco e alato. Paolo Diacono nell’VIII secolo cita il drago nella sua storia dei Longorbardi con caratteri simili.
E’ tutto? Neppure per sogno.

Tarasque, Scürsc e  Serpentana

Dal medioevo in poi il Basilisco, ovvero il drago Grendel, prende altri nomi a seconda dei luoghi in cui l’immaginario lo racconta.
Una ( tra le tante) Vita di Santa Marta di autore anonimo ma del XIII secolo, lo cita a Tarascona, nei pressi di Arles, e dice che vive nascondendosi ai bordi del Rodano quando non vola sopra le case, come viene spesso raffigurato con le fiamme in bocca seminando morte. Sarà questo animale mitologico che verrà tramutato nella Tarasque, un mostro che compare ancora oggi nel folklore provenzale, sia pure in una versione iconografica terrificante ma addomesticata.
Nel 1814 (e al di là naturalmente delle tante incarnazioni apparse nei poemi nel corso del tempo e in un numero ancora maggiore di leggende), lo scrittore Carlo Amoretti scrive una ristampa del suo Viaggio da Milano ai tre laghi e racconta dell’esistenza di “lucertoloni alpigiani” che succhiano il latte delle vacche. La cosa curiosa è che Amoretti dice che fino a quel tempo si credeva leggendaria l’esistenza di questi animali. Invece delle specie di Iguani (questo il termine usato) «esistono tuttavia nei nostri monti».

Ecco la Serpentana o lo Scursc delle leggende

Il serpente fa crescere i fiori in inverno

Il mitico basilisco col tempo è diventato lo Scűrsc della tradizione orale nel Piemonte occidentale (ma diversi sono i nomi che gli sono attribuiti di provincia in provincia).
Parente prossimo del drago volante, anche  lo Scűrsc contiene un prezioso segreto, un diamante  in testa.
 In alcune versioni valligiane delle Prealpi si racconta che, a dicembre già avanzato, una donna uscì di casa per prendere della legna dalla catasta, vicino all’orto. Proprio in quel momento sentì un profumo leggero di fiori, un odore che capita di sentire solo in primavera quando fioriscono le robinie. E infatti, fatto qualche passo più oltre, vide che l’acacia era fiorita e avvicinandosi, tra le altre piante secche come pali, vide sotto il tronco della robinia un serpente. Nero come la pece, arrotolato, diffondeva intorno a sé il caldo del suo corpo. La leggenda dice che dove rimase a dormire tutto divenne così arido che non crebbe più l’erba…Così duemila anni dopo, ecco la storia di Plinio che fu storia di Aristotele.