La strega di Miagliano

Storia di un’eretica condannata, delle convinzioni inquisitoriali e di alcuni culti pagani

Miagliano,, 22 giugno. L’arena del Festival di Miagliano ha ospitato quattro conferenze e una lettura. Nella foto un momento del mio intervento all’inaugurazione del Festival piemontese

Giovanna di Monduro

Nel 1470 bisbigliare incantesimi e fare pronostici sul tempo e sulla vita poteva portarti diritto al rogo dell’Inquisizione. E’ quello che accadde a Miagliano dove le autorità ecclesiastiche aprirono un processo contro Giovanna Monduro, sospettata di essere una masca, ovvero una strega, con tanto di compagne di congrega. Rileggendo gli atti del processo possiamo dire con certezza una sola cosa: Giovanna aveva un caratteraccio. Distribuiva maledizioni a destra e a manca, non accettava l’arroganza dei parenti, forse aveva il talento di una protofemminista. Per sua sfortuna viveva in campagna, vale a dire in un ambiente dove le credenze pagane risalite dal mondo romano e celtico avevano una storia secolare altrettanto antica.

Una fuga fallita

Originaria di Miagliano, sposata a un  miaglianese, viveva a Salussola col marito e un figlio facendo ora la contadina, ora la filatrice. Non sappiamo che età avesse ma la sua presunta adesione alla mascaria risaliva – a sentire lei, sottoposta a tortura – almeno a ventidue anni prima del processo che la condannò. Soltanto un anno dopo (segno che qualcosa non andava come di prammatica) venne bruciata al confine tra Miagliano e Tollegno.
La storia di questo processo entra nel merito il 5 febbraio del 1470 quando Giovanna  venne fermata a Salussola da un aiutante del vicario mentre tentava di fuggire. La donna sapeva che la sua libertà era ormai appesa ad un filo. Il suo nome era già stato fatto un mese prima dai suoi parenti in udienza per la morte sospetta di un nipote mentre, il giorno dopo, il 6 febbraio, le fu appioppato l’attributo di masca nella confessione di un’altra eretica: una certa Maddalena che sosteneva di essere andata al sabba con lei e di cui non si conosce la sorte. Ma certo non finì sul rogo.

Il sigillo creato per l’evento

“Non sono una strega ma…in sogno”

Inchiavardata in una cappella ancora una volta Giovanna parla a sproposito. Dice che non è una strega, ma riferisce anche che se è andata al sabba deve «essere stato per caso o in sogno». Un’affermazione incauta, a dir poco, perché gli Inquisitori sono convinti che alcune streghe usino degli unguenti per poter volare fino al luogo dei raduni. Questo è esattamente quanto emergerà in un altro processo di stregoneria, due secoli dopo, nel 1621, a Graglia, dove madre e figlia racconteranno di aver volato sopra i boschi dal Biellese fino alla Valle d’Aosta.
L’etnografia scoprirà solo nel Novecento l’effetto dell’uso di di pozioni con erbe psicotrope che portarono maghi e maghe (poiché questo sono in definitiva anche le streghe, là dove esisteva davvero un culto pagano) allo stato di incoscienza e ad avere la sensazione del volo. Oli, grassi, bevande che si accompagnano ad alcuni riti pagani rimasero nella cultura del pago e furono utilizzate dall’alto medioevo al Seicento.

Il 6 febbraio 1470

Ma torniamo ai fatti processuali. Il 6 febbraio è per Giovanna un giorno cruciale a suo discapito. E’ la stessa data in cui l’inquisitore, un certo Nicolao Costantino, domenicano, di Biella, dottore in teologia, priore a Vercelli, ascolta la testimonianza di Manfredo Vialardi, un nobile che racconta solo ciò che gli è stato riferito. E ancora una volta si parla di Giovanna che quattro anni prima facendo visita a sua nuora l’aveva messa in ansia perché Giovanna aveva fama di strega e la nuora aveva un bambino piccolo. Questa volta sarebbe però stata un’altra masca, Lanfranca, a vaticinare: «E’ inutile dare le medicine al bambino: egli vivrà ancora un anno da quando l’avete sentito gridare».
Il nobile dovette essere del tutto convinto del potere delle streghe perché commentò che il bambino morì esattamente nel giorno pronosticato.

Un pozzo stregato

L’Inquisizione si prende una pausa mentre Giovanna resta ai ferri e il 13 febbraio compare in scena un’altra teste. Si chiama Elena di Naxo, abita a Villanova, e anche in questo caso, ricorre, come un’ossessione, la presunta capacità delle streghe di uccidere i bambini. Elena parla dello stesso bambino morto di cui parlò a gennaio sua madre, Antonia, moglie di Guglielmino Monduro.  Elena depone: «Mentre passava nei pressi della nostra cascina, Giovanna disse: “Sapevo bene che (il bimbo) non avrebbe potuto vivere”». E infine testimonia che una volta, siccome l’accusata aveva una pessima fama, le negarono di poter attingere al loro pozzo e Giovanna disse che, se non avesse potuto avere quell’acqua, avrebbe fatto in modo che non potessero berla neppure gli altri.
A rigore sorge il sospetto che l’accusata, sapendo di essere considerata una strega, non perdesse occasione per vendicarsi e impaurire la gente…

Maghe e streghe operano con le erbe e gli unguenti

Processi all’invisibile

Bisogna del resto aver chiaro che questa detective-story è paradossale come sono paradossali tutti i processi dell’Inquisizione: processando la stregoneria si processa infatti l’Invisibile. Dal punto di vista della Chiesa l’invisibile faceva capo al Demonio; secondo quanti praticavano la magia l’invisibile si riferiva alle divinità pagane e dunque al demonio; per il mondo laico…al nulla.
Vale però la pena di aggiungere – a scanso di equivoci e in merito alla diffusione delle credenze – che nel giro di un mese le carte del processo di Salussola mostrano già l’esistenza di tre presunte streghe e una diffusione del credo demonologico che tocca tre villaggi: Salussola, Villanova e Miagliano.

E’ dichiarata eretica

Il sabba

Il 13 febbraio si avvicenda al tribunale anche un nuovo inquisitore, Giovanni Domenico di Cremona, ugualmente dottore in teologia che sostituisce, non si sa per quanto tempo, l’inquisitore biellese. Tocca a lui decretare che Giovanna Monduro è eretica e a proseguire investigazione per conoscere la verità. In sostanza finora si è trattato – a voler interpretare gli atti – di una sorta di “istruttoria”; ora c’è il rinvio a giudizio vero e proprio…Ma nei fatti (e soprattutto statistiche alla mano) gli innocenti accusati ingiustamente sono rari e rarissimi risulteranno dopo il Concilio tridentino.
D’altra parte l’accusata è sola, non ci saranno testi a discarico, non ci saranno uffici difensivi.
L’inquisitore prepara una serie di domande per conoscere quando  e come la masca aveva stretto il patto col diavolo, come si presentava quest’ultimo, come si chiamava, se si era accoppiata con lui e quante volte lo aveva fatto, chi erano gli altri aderenti alla mascaria (cioè la congregazione e il sabba), dove si svolgeva il raduno, quali malefici aveva fatto, con quali strumenti, quante volte, se conosceva l’arte della medicina, a quante persone e a chi aveva fatto del male.
Un “questionario” come si vede che non prende in considerazione ipotesi diverse dalla colpevolezza.

“Sono innocente”…Iniziano le torture

Il 15 febbraio non ci sono risposte perché Giovanna nega di essere masca. L’inquisizione dispone quindi che venga torturata. Ed ecco comparire ogni possibile confessione. Ma non basta. In quello stesso giorno si ascoltano  altre testimonianze a suo carico. Tre donne dicono al loro vicario che una volta c’erano nell’orto due alveari, e uno di questi pendeva vicino al terreno di Giovanna. Le chiesero di poterlo prendere ma lei disse: «Poiché non posso averlo io, farò in modo che voi non l’avrete».  E riferiscono che Giovanna si mise in ginocchio, biascicò qualcosa, forse delle preghiere, un incantesimo ed ecco che le api, sia quelle già raccolte, sia quelle pendenti dall’alveare dell’albero,  volarono via. L’episodio risale a dieci anni prima, anno di grazia 1460.  Infine le tre ricordano che Giovanna si era opposta all’idea che suo figlio diventasse sacerdote. Una deposizione quindi che non lascia dubbi, non tanto sulla pretesa stregoneria sulle api, quanto sul fatto che le testimoni vogliano levarsela di torno.

Il Malleus Maleficarum di Institor e Sprenger. I due inquisitori domenicani pubblicarono nel 1487 il manuale per condurre i processi di stregoneria e riconoscere le ‘malefiche’. Il libro è conosciuto anche come Il Martello delle Streghe. Nel 1608 comparve anche il Compendium Maleficarum di Maria Francesco Guaccio

Giovanna e il sapere pagano

Messa ai ferri e torturata, Giovanna inventa, confessa  ciò che può sapere ma non necessariamente ciò che avrebbe fatto: da una parte ci sono infatti le credenze diffuse sulla stregoneria e sulla magia pagana, dall’altra ciò che il clero stesso ha proposto come stregoneria nelle predicazioni. Tuttavia in alcuni processi le contestualizzazioni delle confessioni sono specifiche, riportano conoscenze particolari non avvalorate dai trattati di demonologia e dunque neppure moneta corrente nelle predicazioni. Sono queste deposizioni a mostrare che esistevano convinzioni pagane e riti conseguenti. Ma nel caso della “strega di Miagliano” tutto questo non accade, lo scenario della trasgressione resta quello generale, tranne per un unico particolare emerso spontaneamente prima delle torture e dello stesso processo… Quel riferimento al sabba a cui la donna potrebbe essere andata in sogno. A conti fatti neppure questa circostanza dimostra però nulla, resta un indizio.

Le risposte di Giovanna

Nella xilografia una strega, il demonio e la Bestia

Giovanna rispondendo ai quesiti rispecchia complessivamente ciò che il clero crede di sapere sulla stregoneria, quindi l’impressione è che gli inquisitori abbiano ulteriormente specificate le domande in modo che l’accusata potesse ripetere il “credo” ecclesiale con qualche necessaria contestualizzazione. Di fatto l’imputata dice che ventidue anni prima,  quando abitava ancora a Miagliano, ed era inverno, era andata a filare in compagnia di una certa Agnesina e  – passando vicino a un muro – si sentirono degli zufoli, dei flauti, delle zampogne. Un’ora strana per i concerti… La donna che era con lei la invitò allora ad andare a “tripudiare” … parola che nasconde non solo l’accezione del divertimento ma anche quella del raduno stregonico e dell’orgia. Parola “colta”, cruciale nel contesto, ma chissà cosa aveva davvero riferito Giovanna nel dialetto locale del tempo.
Si parla anche dell’aspetto del demonio. Giovanna dice che veste di bianco, che ha un cappello nero, è giovane e bello e si chiama Zen.

L’amplesso con il diavolo

Resta ancora da stabilire chi partecipa al sabba con Giovanna e se la strega abbia avuto rapporti sessuali. Lei aggiunge, con modestia, che in effetti ci sono stati.
Il resto del dialogo, in estrema sintesi, escluse tutte le parole che le sono messe in bocca dall’ecclesiastico, lo si potrebbe immaginare così:
– Ha provato piacere?
– Non molto.
– Com’era il seme?
– Gelido.
– Lo avete rifatto?
– Sì un’altra volta.
– C’è stato coito sodomitico?
– Sì, una volta.
– Dove andavate a  svolgere il sabba ?
– Al Brianco di Salussola.

Il Bariletto

Emergono dalle domande anche gli strumenti dell’unzione o delle pozioni di erbe psicotrope. Si chiede a Giovanna dove tenesse bariletto e bastonetto.  Richiesta che mostra un implicito di cui ho già detto. Giovanna però risponde che Zen gli ha imposto di bruciarli. Forse nuovamente torturata fornisce poi un’altra versione: dovrebbero trovarsi sotto il pagliericcio oppure nell’aia. Ma non si trovano.
Secondo gli studi etnografici il bastonetto sarebbe quello che l’immaginario potrebbe aver trasformato nel manico della scopa poiché si presuppone che possa essere servito per spalmare gli unguenti psicotropi nelle parti più sensibili, cioè facili per l’assorbimento cutaneo.
 I testi dottrinali dei demonologi, il Malleus Maleficarum e il Compendium Maleficarum, riferiscono che gli inquisitori potevano anche cercare nel corpo della strega, attraverso uno spillone, un punto insensibile che sarebbe stato il segno del patto col diavolo (signum diaboli), oppure un semplice neo o una escrescenza in una parte nascosta del corpo.

La Mascaria

Il 20 febbraio, Giovanna dice che andava in mascaria  (al sabba o a tripudiare) con Maddalena (forse la donna che la chiamò in causa il 6 dello stesso mese) e il giorno dopo ritratta quanto ha detto in precedenza rispondendo al questionario e dunque anche ciò che ha detto il giorno prima. Si spiega: dice che era intontita, ma aggiunge che in realtà si trasformava in lepre insieme a Maddalena e alle altre per prendere in giro i cacciatori. In seguito racconta che uno dei figli dei Monduro, suoi parenti, era stato ucciso da lei e da Maddalena.
Persino gli accusatori, a questo punto, non possono fingere di non sapere che la masca sta inventando ma l’inquisitore riferisce che continuare nelle torture significherebbe portarla alla morte.

I culti pagani e i ‘Fana’

La nozione diffusa di medioevo, le versioni ecclesiali della stregoneria, hanno portato a divulgare un quadro del tutto falsificato della realtà storica ed etnografica.
Intanto non è vero che il medioevo fu l’età in cui avvenne la maggior parte dei processi di stregoneria e di condanne al rogo. E’ vero il contrario: l’alto medioevo fu l’età in cui la Chiesa ebbe un atteggiamento di maggiore comprensione per i culti pagani sopravvissuti: erano infatti i secoli più vicini al mondo romano e gallico e quindi alle consuetudini religiose sopravvissute nei villaggi di tutta l’Europa.
In quel tempo il sacerdote puniva spesso chi svolgeva pratiche magiche con la proibizione di entrare in chiesa per un certo periodo o la proibizione di accogliere l’ostia.  Di pari passo gli idoli venivano distrutti ma i luoghi di culto pagano (i  fana) restavano: proprio in quei luoghi, nelle vicinanze di sorgenti, megaliti, alberi di culto, si inserivano croci, Vergini, e si modificava poco per volta la tradizione orale. Valga per tutti quello che veniva ancora chiamato l’Albero delle Fate – in cui Giovanna d’Arco si raccoglieva a pregare – e le accuse anche a questo proposito che le fecero gli inquisitori quarant’anni prima della strega di Miagliano.

Sincretismi

I fuochi pagani per il solstizio invernale si sono mantenuti in diverse parti d’Europa e sono stati spesso riproposti dalla Chiesa come fuochi per la nascita del Redentore, Di pari passo la nascita di Cristo venne spostata al 25 dicembre già in epoca alto-medievale per cogliere l’opportunità di celebrarla nel momento in cui si celebravano i preesistenti culti solari a favore dei raccolti. In questa fotografia un’immagine del Fuochi dell’Abbondanza che si svolgono dopo la messa di mezzanotte a Natale nel paese di Masserano (Biella)

Questo complesso di fatti e sovrapposizioni si è trasformato in  riti sincretici accolti dal cattolicesimo (si pensi ai fuochi accesi in concomitanza col solstizio d’inverno e all’attenzione della Chiesa nello spostare la nascita di Cristo in quella data per poter raccogliere l’adesione del popolo nella notte del 24 dicembre), così come quello che più tardi è diventato superstizione ed eresia era mito, rituale magico, evocazione di culti diffusi e già differenziati a seconda delle regioni nell’alto medioevo. In epoca moderna, via via, quelle credenze si sono trasformate in semplici manifestazioni esteriori e folklore: si pensi al Giorno dei Morti, a Ognissanti, e lo si confronti con la preparazione del pasto per i morti e le candele accese nelle case in vaste aree italiane fino a pochi decenni fa. Un rito popolare risalente ad un’altra tradizione, cioè alla festività celtica di Samain del 31 ottobre.

I documenti

La diffusione dei culti risalenti dal mondo romano e celtico  è conosciuta e documentata proprio dalla Chiesa. Gli esempi sono tanti…Ne farò solo qualcuno: nell’alto medioevo, dal secolo VI e fino al mille, molti usi pagani sono impliciti nei cosiddetti Poenitentialia, i testi che si occupano di punire chi faceva ricorso a quegli usi. L’atteggiamento del clero è però di disponibilità, rispetto a quanto accadrà in seguito. Il Canon Episcopi è del X secolo e qui si parla estesamente delle donne che hanno il potere di compiere incantesimi e malie, di cavalcare sopra i demoni di notte.  La versione più completa del documento parla espressamente di Diana dea dei pagani (che a quel tempo  è da intendere in una accezione etimologica: dea di coloro che vivono fuori dalla città, nei villaggi, tra le campagne e le foreste).

Diana

Il nome di Diana non può essere casuale perché nella classicità Diana è Artemide e Artemide è Ecate triforme (con le teste di tre animali). Quest’ultima è una divinità notturna e fin dalla classicità è collegata alla magia, ai riti di fecondità, tanto che gli autori cattolici di area Italiana e Francese (gallo-romana) parlavano dei  Demoni riferendosi  alle stesse figure che i contadini gallo-romani chiamavano DIANI.
Sotto i nomi di “stregoneria” e “magia” vivevano insomma le religioni che avevano perso nella lotta contro il cristianesimo. Un esempio marginale ma qui di significato si ha nella storia dell’ebraismo medievale all’interno del mondo cristiano. Benché  a parlare per primo della magia come eredità di ignoranti, di gente votata al demonio, sia l’Antico Testamento e quindi la THORA’ (prima ancora dei Concili cattolici), la paura del diverso ritornò potente nell’Europa medievale dove il ghetto ebraico esisteva in quasi tutte le città di qualche rilievo demografico. In ordine alla stregoneria se ne ha un esempio eloquente. Il nome Sabba  per indicare il raduno delle streghe deriva da Shabbat  e la stessa riunione veniva anche chiamata in alcuni documenti come nella parlata, Sinagoga.

Un caso di culto estatico

Carlo Ginzburg in due saggi memorabili (I Benandanti, Einaudi, 1966 e Storia Notturna, Einaudi, 1989)  riunisce una serie di clamorose testimonianze storico-etnografiche e folkloriche per interpretare il raduno sabbatico e il volo notturno delle streghe, rilevando la presenza di culti realmente praticati nell’Europa  più contigua al Rinascimento. In particolare i culti agrari nel Friuli del Seicento sono oggettivati da una presenza – sconosciuta fino ai documenti studiati da Ginzburg – di uomini dediti al culto della fertilità chiamati Benandanti: questi si presentarono davanti all’Inquisizione come difensori delle coltivazioni agricole contro i demoni, o più precisamente contro le “streghe” e gli Strion. Dopo aver assunto sostanze psicotrope, tra cui la segale cornuta (cioè la segale parassitata) cadevano in uno stato di trance attraverso il quale – come gli sciamani della Siberia e di altri Paesi – potevano volare e incontrare in combattimento le forze avverse, i demoni. Tanto basta, almeno in questo contesto, per rispondere in merito alla fattualità e alla sopravvivenza del paganesimo sino alle soglie della modernità e oltre. Ma è altrettanto sufficiente per comprendere come il sogno appena citato da Giovanna Monduro, possa essere stato quantomeno una conoscenza diffusa, la presenza di una cultura “altra”, a fianco di quella accettata.

Nel volume compaio temi e i motivi simbolici delle leggende, accanto agli stessi racconti orali: la stregoneria è presente massicciamente nella tradizione biellese e piemontese. Saggi e narrazioni raccolte nell’edizione Giovannacci del 2004 sono accompagnati dalla traduzione in piemontese di alcune leggende fatta da Gustavo Buratti. Numerose note consentono comparazioni con altre tradizioni orali. La prefazione è di Pier Carlo Grimaldi, già docente di etnologia all’Università di Torino.


 


 


 


 

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