Poeti dimenticati o nascosti – 4

Roberto Borra

Roberto Bertoldo

Arrendersi è una forza eretica,
dai monti anche il sole
dichiara la sua bestemmia.
E’ irrisorio screziare il cielo
con il nostro ultimo sangue
e se versiamo nel mare la chioma
che ha il verbo del cuore
venti gabbiani cancellano la devozione.
 
Roberto Bertoldo, “Arrendersi è una forza eretica” da La pergamena dei ribelli, Joker, 2011

Il mondo è ligio agli ordini dei capitani

Il mondo è ligio agli ordini dei capitani
che impiantano l’odio sui drappi e sulle monete:
le stelle litigano sulla carcassa del mare,
spezzano l’appello dei gabbiani, unghie di vento
forgiano cirri sul frontespizio delle onde,
nel rimessaggio del dolore sono saccenti
gli uomini con il pastrano, ma noi abbiamo
i loro bottoni d’avorio, ancora: i requiem
disfatti per la grandezza del coturno.
Un barlume ci appesta ed è il sole
trogolo per i nostri dipinti di felicità,
una tronchesina non basta per gli steccati
e nemmeno per le gole dei capitani.
Ci armiamo di incesti, noi figli dello stupro,
brandiamo le bombette come orinatoi,
si sente vacillare la tesa, nell’ora delle paure
divengono percosse, ma abbiamo schiene di tartaruga,
il male è un sorriso che scopre i denti,
è bianco l’orgoglio, da dentro le bocche
germogliano i confini.
Roberto Bertoldo, “IL mondo è ligio agli ordini dei capitani” da La pergamena dei ribelli, Joker, 2011

Angeli

Non ha significato nulla, per loro,
quella nebbia che si è alzata tra i pioppi,
né quel bosco che una volta
discesero tenendosi alle felci.
Sono balordi che ingrigiano
anche dentro. Fanno la spola
da una nuvola all’altra
e respirano solo aria di bergamotti.
Non dite loro qual è il significato
della passiflora né il profumo
che l’adagia sulle bestemmie.
 
Roberto Bertoldo, “Angeli”, da La pergamena dei ribelli, Mimesis, Hebenon, 2006

Chema Madoz

Alfredo De Palchi

Non li scrive i versi sul quaderno
della spesa a debito
il salterio dei poveri
li dice terragni
con inventiva anarchica, non fregi,
crudi che puzzano di letame nell’orto, del sigaro
monco, di corrosione…
– Niente
ti nausea quanto la scodella
di cioccolata alla prima
comunione; il prete mangia carne cotta
…nell’acqua –
commenta sardonico – e alla domenica con l’afa
mi carica sulla bicicletta
da corsa. In camicia senza colletto
e le mollette per la biancheria ai calzoni
dice la città: – Roma Parigi… –
e pedala
steso sulla mia schiena (il suo cappello
alto e largo mi fa ombra alla rapa oltre
il manubrio)
i piedi rattrappiti
in riparo tra fette di bambagia
nelle scarpe di pezza sforbiciate: – Lo vedi
da ogni direzione il campanile
carnivoro: ha poiane nei buchi -.
Alfredo de Palchi, da “L’assenza” (1954) in Paradigma, Mimesis Hebenon, 2006.

Quanto dannarmi

Quanto dannarmi…
di notte passeggio
senza camicia, con il foulard la giacca
di cammello le scarpe da tennis
– la sigaretta mi stordisce
alle vetrine reggipetti
mutandine, umido nylon che mi addossa
un sapore di bocca seno cosce;
guardo chi viene, non dico, la guardo
annuso la sottana
e ho nostalgia di me
dentro il tuo corpo
sinagoga.

Alfredo De Palchi “Quanto dannarmi”
, da Le viziose avversioni (1951-1996) in Paradigma, Mimesis Hebenon, 2006

Eric Mongeon

Michael Donhauser

Mattino è quando vedo e attendo.
Comincia con un primo grigiore, una pallida trasparenza.
E’ piuttosto esitante, velato all’inizio.
Non lo spuntare improvviso che debba essere annunciato.
Libera il giorno con lentezza, isola i rumori.
Riduce le parole a sottotitoli del suo muto lavorio.
O ripete nelle tracce l’esempio del gallo antico.
Nel tintinnio delle casse di birra, nello sbattere di porte.
Manca altrimenti ogni punto di riferimento.
Dissolve ogni memoria a vantaggio della visibilità.
Dell’evidenza, della facciata.
Di esso mi resta infine soltanto un presentimento.
Come di un mattino. Come fosse mattino di un mattino.

Michael Donhauser, “Il mattino”, trad. G. B. Bucciol, in “Poesia”, Crocetti, 2007


Maciek Lesniak

Juan Gelman

In ogni punto, un volto
di me che non è mio. Che tacciano
le finestre, il mondo.
Cosa faccio qui ai piedi di una parola
che non si lascia dire?
Inutile inseguirla, lei sa
che la sua unica casa è se stessa.
Non capirò mai come cantano i grilli
che cesellano la notte.
In quell’animaletto è racchiusa
la lontananza di esserci. La notte
che mi copre la mano
“autunna” fra nebbie andate
ed i motivi lenti
fanno freddo al cuore.
 
Juan Gelman, “La spirale” trad. L. Branchini, in Poesia, n. 295, Crocetti, 2014

Eugène Guillevic

La casa
Non era così grande.
 
Dipende, alla fine,
Da quel che  si chiama grande.
 
Si poteva andare
Da una stanza all’altra
Senza trovarci.
 
Così un giorno
in cui m’ero perso
Dietro la sala del consiglio
 
lei era là, accanto alla finestra,
In una stanza vuota
Dove c’era stato il sole.

Eugene Guillevic, “La casa”, trad. M. Conti, da “Autres”, in Etier, Nrf, 1980

Ci vorrebbe un piccione

Ci vorrebbe un piccione
Preferibilmente bianco
 
Fermo nell’aria
Proprio sopra di te,
 
E che restasse là,
Con te nella sera,
 
Senza agitarsi troppo
Dal momento che è là
 
Perché tutto ciò che si vede
Non smetta mai
Di precipitare
 
Nell’immobilità.
 
Eugène Guillevic, “Ci vorrebbe un piccione”,trad. M. Conti, da “Autres”, in Etier, Gallimard Nrf, 1980

Edmond Jabès

Dice che la luna è un cappello di sabbia, e calpesta la luna.
I folli hanno collere inaudite. Dice che le stelle sono picchi di sale, e sala
due volte i suoi cibi. I folli sono maghi. Penso questa canzone dormendo
tra i tuoi capelli. Dove tu m’abbandoni, io più non vedo. Egli dice anche che
con le nostre mani farà una sciarpa. Ma so che mente
 
Edmond Jabès, “Canzone per una terra promessa”, trad. A. Prete, da Canzoni per il pasto dell’orco, edizioni di barbablù, 1985

Canzone per il ritorno delle rondini

Masao Yamamoto

Se prendessi le tue braccia
e le tagliassi in quattro
tu avresti tante braccia
come fossi quattro.
 
Imperatori
e quattro imperatrici
quattro malori
e quattro ore felici.
 
Se prendessi la tua bocca
e la tagliassi in quattro
tu avresti tante bocche
come se fossi quattro.
 
Laghi
e quattro
lune
quattro maghi
e quattro dune.
 
Se prendessi il tuo cuore
e lo tagliassi in quattro
tu avresti tanti cuori
come rompessi il quattro.
 
Alveari
e quattro
fondi
quattro altari
e quattro mondi.
 
Edmond Jabès, “Canzone per il ritorno delle rondini”, trad. A. Prete, da Canzoni per il pasto dell’orco, Edizioni Barbablù, 1985

Il remo e la vela

La lettera mente alla parola che mente alla frase che mente all’autore che mente.
La lettera sogna la parola che sogna la frase che esaudisce la parola che esaudisce la lettera.
La lettera scioglie la parola che scioglie l’immagine che scioglie il giorno.
La frase orna la parola che orna la lettera che orna l’assenza.
La lettera spende la parola che spende la frase che spende il libro che spende lo scrittore che si rovina.

Edmond Jabès, da “Il remo e la vela” in “Du blanc des mots et du noir des signes” (1953-1956). Trad. M. Conti. E. Jabès, Le seuil le sable, Gallimard Nrf, 1993

autografo


 



 

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