Il fenomeno Siddhartha: come il buddismo sedusse l’Occidente

Hermann Hesse

Un romanzo lirico intriso di misticismo, ambientato fra asceti e mendicanti, stillante di riflessioni filosofiche perfino nei rari momenti di sensualità: sembrerebbe la formula di un libro votato all’ insuccesso, invece quella che ha fatto di Siddharta, di Hermann Hesse, uno dei bestseller più venduti. Lo si trova nelle classifiche, in queste settimane, accanto a Covatta e a Calvino, a Shakespeare e a De Crescenzo, a un passo dal romanzo tempestivamente tratto dal film di Bertolucci Piccolo Buddha. Ma portarlo in vetrina non è l’effetto irradiante del grande schermo, perché l’archeologia del costume lo diseppellisce già accanto ai sessantottini, con Marcuse, Sartre e Garcia Lorca. E se si fa un salto generazionale più avanti, fra i pimpanti e ignari yuppie degli anni Ottanta, ecco nuovamente lo smilzo volumetto ricomparire come per miracolo sotto i riflettori. È un caso? Apparentemente sembra qualcosa di più: un fenomeno, o una specie di nemesi storica, poiché nel mondo dell’edonismo, della società dello spettacolo e del cinismo come viatico per il successo, l’esile ma densa parabola di Hesse rasenta di controsenso, sembra imperscrutabile quanto la sfinge di Giza davanti ai turisti americani, rappresenta, in breve, un intenso contrappasso

La variante di una leggenda

Pubblicato nel 1922, Siddhartha, è il romanzo che più direttamente delle altre opere di Hesse svolge il tema della ricerca di se stessi e lo fa con un racconto che costituisce una variante della leggenda del principe Gautama, ovvero il “piccolo Buddha” a cui viene dato il nome di Siddhartha, “colui che ha raggiunto il suo scopo”.

 Per il buddismo, il giovane principe si sposò sedici anni e condusse una vita agiata e tranquilla fino ai ventinove, quando decise di abbandonare il suo palazzo e diventare un monaco vivendo con gli asceti brahmani, più o meno 500 anni prima di Cristo. Il personaggio del romanzo ricalca in effetti gli stessi passi, ma con occidentale caparbia, e si spinge oltre: se Buddha rinuncia alla vita abbracciando l’ascesi spirituale, il Siddharta di Hesse lascia il bosco dei saggi dove impara il digiuno e la pronuncia dell’”Om”, dove si medita e ci si immedesima nel volo dell’airone e nella pelle dello sciacallo, per andare incontro al caos della città, della vita mondana e dell’eros. Soltanto dopo perviene alla stessa conclusione, al satori, vale a dire all’illuminazione del Buddha.

Contro l’edonismo

Ma ciò che ha avvinto la cultura underground degli anni Sessanta e poi le generazioni successive è probabilmente la sensazione di spalancare – aprendo il libro di Hesse – l’antiporta del mondo occidentale, il santuario in cui tutti i miti del progresso dello scientismo sono una tabula rasa, un coloratissimo caleidoscopio di illusioni. In uno dei capitoli più memorabili del romanzo, Hesse scrive: «Adesso egli era pieno di sazietà, di miseria, di morte, non c’era più nulla al mondo che lo potesse attirare, rallegrare, consolare». Appoggiato ad un albero, Siddharta guarda allora l’acqua verde del fiume, il simbolo di ciò che scorre, immutabile, uguale a se stesso, vita dopo vita come il ciclo delle reincarnazioni. La liberazione coincide così finalmente con la fine di ogni desiderio, di tutte le tensioni esistenziali che portano a nuove rinascite e a nuovi dolori. Come dire che la cultura positiva dell’Ovest, che l’avventurosa rincorsa intrapresa per reificare la felicità, è poco più di un rutilante Luna Park. Basta invece spostare il velo di Maja, cioè il diaframma dell’illusione, per scoprire il raggiro, per raggiungere se non la saggezza almeno il primo soffio di verità.

Da Schopenhauer a Michaux

Questa non consolatoria filosofia, questa religione senza divinità, ha iniziato a sedurre e inquietare l’Occidente almeno due secoli fa, almeno da quando Schopenhauer pubblicò Il mondo come volontà e rappresentazione: una tesi conficcata fra Kant e Fichte che – lo si voglia dire oppure no – corre parallelamente all’idea centrale del buddismo, secondo la quale il male è determinato dal desiderio, dall’atto teso ad affermare l’individualità e destinato perpetuamente a fallire. Debiti filosofici, adesioni, poesie ispirate all’aura di Gautama, non si contano.  Tra i viaggiatori – nello spazio nella mente – che approdano fra le montagne del Tibet ci fu Henri Michaux che, «con la memoria irritata dalle relazioni dei pedanti», percorse l’Asia a diverse latitudini. Curiosamente, questo scrittore nato dall’alveo surrealista, che a 57 anni s’inizia alla mescalina e ritiene la civiltà occidentale «un vicolo cieco», scrive il suo primo libro sull’Oriente, Un barbaro in Asia, con l’attenzione di un etnografo eccentrico, mentre è nelle poesie che lascia trasparire un’interiorità intrisa di buddismo e di tantrismo. Un altro irregolare, Paul Claudel, anarchico del cattolicesimo, subì il richiamo mistico del Gautama che, in Conoscenza dell’est, definisce «il principe della Pace», ma il sorriso del Buddha è rimasto collaterale alla sua opera.

I Vagabondi del Dharma

Il capitolo più intenso e burrascoso fra il mondo intellettuale e l’ascesi del Nirvana arrivò con la beat generation e con il suo anticipatore, Henry Miller, che cercò di elaborare una filosofia in grado di coniugare il buddismo con la sua personale visione del mondo. Allen Ginsberg, Jack Kerouac (entrambi nella foto a destra) , giocarono la stessa partita. I vagabondi del Dharma oltre ad essere uno dei romanzi più immediati e riusciti di Keruac, è la cronistoria di una scalata alla saggezza Zen. E si direbbe che tutti i protagonisti di quell’avventura abbiano già meditato la parabola di Hesse: sulla strada e in cerca di orge, fra bevute e riunioni nei boschi, Kerouac e compagni replicano la ricerca di Siddharta con i mezzi e il mondo (naturalmente) che hanno a disposizione: hanno letto il Libro tibetano dei morti e conoscono il panteismo di Shelley, si sono appassionati alle Foglie d’erba di Whitman e ai voli onirici di Breton, hanno sfogliato Emerson e Thoreau, ma diversamente dal principe Gautama non possono lasciare né il palazzo né la città. Più forte della voce dell’ascesi, quella del sogno americano è arrivata anche sui versanti dell’Himalaya. Kerouac scrive: «La vita è malata / I cani tossiscono / Le api volano / Gli uccelli beccano / Gli alberi segano / I boschi piangono / Gli uomini muoiono / I libri mentono / Le formiche volano / Salutano».

Marco Conti

In Eco di Biella, 17 Gennaio 1994, p. 11

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