Proust e il miele della lettura

Marcel Proust nel parco di Illiers con i famigliari.

Nella solitudine di una stanzetta, all’ultimo piano di Combray (ovvero la casa delle vacanze di Illiers), in una stanza odorosa di iris «col profumo di una pianta di ribes selvatico venuta su di fuori tra le pietre del muro, che introduceva un ramo di fiori attraverso una finestra semiaperta», la sola di cui aveva la chiave, Marcel ama leggere e fantasticare. La Recherche si apre proprio con la lettura: quella che accompagna l’insonnia e soprattutto quella pomeridiana, nella stanzetta, o al contrario nel verde del parco, distante dalle voci dei familiari e degli amici, in solitudine.

Sul piacere e l’importanza della lettura Marcel Proust scriverà una prima volta nel 1906 introducendo i saggi di Sesamo e i gigli di John Ruskin, poi riprenderà le stesse note in una edizione a se stante intitolata Sulla lettura nel 1919,  ma il tema è già significativo nel romanzo Jean Santeuil (abbandonato nel 1901) e con ogni risorsa espressiva lo è usando questa volta la prima persona nelle pagine di  Du côté de chez Swann.

La lettura non è conversazione

Il piacere della lettura ripropone ora lo scritto del 1919 con l’aggiunta di una appendice coeva e di una intrigante prefazione di Emanuele Trevi, al quale non sfugge la perentorietà con cui Proust contraddice Ruskin pur scrivendo per l’autore l’introduzione alle conferenze di Sesamo e gigli in una edizione postuma. Ruskin rinnovava infatti la metafora antica della lettura come conversazione con i grandi del canone: Platone o Dante, Montaigne o Shakespeare. Viceversa Proust non ha un attimo di esitazione: leggere è proprio l’opposto di conversare. Nel dialogo scompare ogni ricchezza intellettuale, tutto è dialettica e si impoverisce. Invece, per Proust, la lettura consiste «nel venire a conoscenza del pensiero di un altro senza smettere di essere soli, vale a dire continuando a godere del vigore intellettuale che si ha in solitudine, e che la conversazione dissolve immediatamente, continuando a restare ispirati, in pieno lavorio fecondo della mente su se stessa».

Le censure

Un taccuino di Proust

Ognuno purché abbia amato leggere nell’infanzia, nell’adolescenza e oltre, sa che pende sull’assiduità alla lettura una sorta di interdetto: qualche volta bonario, in altri casi reciso. Il lettore rischia insomma l’aura dell’asociale, dell’autoemarginato, di colui in sostanza, che non condivide le sorti del gruppo. E Trevi ricorda le pagine spese a questo riguardo sul bovarismo come malattia e deragliamento dalla nozione di realtà; tesi a cui si presterebbe in paradigma del Don Chisciotte, benché in realtà il personaggio in questione sia semmai vittima di una sola lettura, di un solo immaginario. Ma abbandonando ora  le note di Trevi, il caso sollevato delle censure alla lettura sembra oggi più congruo ad una certa volgarizzazione delle idee sulla modernità: in sostanza quelle di un sotto-testo che intravede l’intelletto tecnologico e imprenditoriale come contraltare positivo della speculazione e dell’immaginazione intese come attività fine a se stesse. Non per nulla in alcuni paesi europei come la Germania, negli studi superiori non specificatamente dedicati, la filosofia è stata rimossa come disciplina a se stante. E non per nulla i progetti scolastici europei oggi insistono sulle cosiddette «conoscenze non cognitive». Ma torniamo a Proust.

Letture notturne

Dal canto suo lo scrittore francese ricorda nel saggio gli imperativi contrari alla sua passione per la lettura per lo più legati alla salute:

«E qualche volta, a casa, nel letto, molto dopo cena, anche le ultime ore della sera davano rifugio alla lettura, ma solo i giorni in cui ero arrivato agli ultimi capitoli di un libro, e non c’era molto da leggere per arrivare alla fine. Allora, rischiando una punizione se venivo scoperto e l’insonnia che, finito il libro, si sarebbe forse protratta per tutta la notte, non appena i miei genitori erano andati a coricarsi, riaccendevo il lume; mentre, sulla strada lì accanto, tra la casa dell’armaiolo e la posta, immerse nel silenzio, il cielo buio eppure azzurro era pieno di stelle e, a sinistra, sulla stradina in salita dove iniziava ruotando la sua strapiombante ascensione, si sentiva vegliare, mostruosa e nera, l’abside della chiesa (…)»

Il sapere, il cuore e il rito del miele

Neppure Proust tuttavia avalla indistintamente la lettura dell’erudito. Distingue viceversa l’attenzione per il sapere del letterato libresco da quella di chi, scrittore o meno, attraverso la lettura acquisisce maggiore sensibilità nella profondità della «vita spirituale». Per questo il romanzo, l’opera letteraria in genere,  sono gli strumenti con cui «il nostro cuore cambia». In breve noi siamo, anche, ciò che leggiamo.

Ma il mondo antico a cui  Proust fa riferimento era in realtà ancora più reciso nel conferire alla lettura un potere totale se non irenico rispetto alla mondanità. Nel mondo ebraico dell’alto medioevo l’apprendimento attraverso la lettura era celebrato addirittura con i crismi della religione. Nella festa di Shavuot, il giorno in cui Mosé ricevette la Torah, il bambino era iniziato al sapere: avvolto in uno scialle di preghiera era condotto al maestro del padre. Quest’ultimo gli mostrava l’alfabeto ebraico sulla lavagna e indicava la frase «Possa la Torah essere la tua occupazione». Il maestro quindi la leggeva e il bambino doveva ripeterla parola per parola. Dopodiché la lavagna veniva spalmata di miele e il bambino la leccava.

Marco Conti

Marcel Proust, Il piacere della lettura, pp. 89, Feltrinelli, 2020, euro 7,50

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