Einaudi: «Quando portavamo i manoscritti giù in cantina»

Ho conosciuto Giulio Einaudi in una giornata in cui un mal di denti, fino a quel momento sconosciuto, mi procurava fitte lancinanti. Solo un paio di analgesici riuscirono a rendermi presentabile per l’introduzione e l’intervista che dovevo svolgere in pubblico nell’aula magna di un liceo.

Ancora il mal di denti

Per chi, come me, aveva cominciato a leggere libri, con il piacere di inoltrarsi in un’avventura silenziosa e segreta, riconoscere i volumi dal dorso bianco e rosso sugli scaffali delle biblioteche o gli esili libretti con i versi in copertina, Giulio Einaudi faceva parte della propria galleria di miti. Così quel giorno lottavo non solo contro il mal di denti che mi aveva stordito ma con l’insofferenza che rischiava di trasformare curiosità, soddisfazione, interesse personale, in un’occasione perduta. Capita, qualche volta, che l’ostinazione ci renda liberi. E così salii sul palco, presi il microfono in mano e cominciai guardando ora il pubblico, ora Einaudi, la sua massa di capelli bianchi, gli occhi vivaci come un ragazzo sperando di non incappare in una pausa di troppo, in un racconto di maniera. Andò bene finché la fitta alla mascella non si fece risentire. Feci una pausa più lunga, Gigi Lacchia, dell’Agenzia Einaudi si avvicinò all’orecchio di Einaudi e sussurrò qualcosa. Non era difficile da intuire: proprio a lui qualche istante prima avevo confessato di aver preso in extremis degli analgesici.

Le domande, la requisitoria

Riuscii ad arrivare in fondo alla presentazione e a formulare la prima domanda, la seconda, la terza diventò un breve monologo. Giulio Einaudi era ormai da qualche anno in riposo forzato dopo la brutta avventura che aveva portato al commissariamento della casa editrice e non aveva intenzione di fare regali nel descrivere l’insulsaggine dei provvedimenti. Non sapeva il mondo, non sapevano i commissari, che una casa editrice storica con migliaia di volumi a spasso lungo la penisola, con centinaia di diritti d’autore, aveva crediti da riscuotere e risorse da spendere?

 Alla fine dell’intervista qualcuno tra il pubblico, con l’aria di chiedere ragione di una parzialità, mise l’accento sul ruolo avuto dalla casa editrice  nella politica della sinistra. Einaudi, anziché rivendicare, compitò un elenco di autori che in quegli anni raccontavano cose nuove, che rompevano i cliché e che in quel momento – era il 1998 – erano classici del Novecento e a nessuno sarebbe venuto in mente di trovargli un posto a Montecitorio. Dalla linguistica alla filosofia, dall’antropologia alla storia, da De Felice a Wittgenstein, da Propp a Marcuse. Ero felice per la verve che sapeva imprimere alle argomentazioni. Allievi e professori, politici convocati per l’occasione e curiosi, ascoltavano con la bocca disegnata ad “O” come gli spettatori sotto la Cappella Sistina.

Le donne di Pavese, i bombardamenti

A tavola dopo un paio d’ore, si animò per raccontarmi di Pavese: «Era sempre silenzioso, la sera durante le riunioni si sedeva in fondo, in disparte, fumava la pipa. Capitava che si alzasse improvvisamente e se ne andasse con un cenno di saluto.»

 E la donna dalla voce rauca, e Costance Dowling? Non ero riuscito a evitare questa faccenda delle donne… La lettura durante l’adolescenza del Mestiere di Vivere mi aveva preso per mano e accompagnato, gorgogliando, ribollendo fin lì,  davanti al testimone per eccellenza o, perlomeno, a quello che mi sembrava tale.

Giulio Einaudi inghiottì la torta – la cena era ormai conclusa – abbassò gli occhi, si mosse sulla sedia. Forse voleva aggiungere qualcosa di personale, ma non lo fece. «Eh.. fu una brutta botta, si sa com’era…soprattutto con l’ultima». Pensava a Costance credo, ma non chiesi di più. Invece parlammo del lavoro editoriale, della casa editrice durante la dittatura: « Durante i bombardamenti si lavorava con grande passione – disse con la leggerezza con cui sapeva parlare di tutto – ogni sera portavamo in cantina i manoscritti degli autori e i telefoni; poi il giorno dopo si riportavano su, negli uffici».

Vent’anni fa la morte dell’editore

Una memoria che nel nuovo millennio potrebbe prenderci alla gola per quanto rendeva implicito: tra la cantina e gli uffici, il ricordo di un’epoca che sapeva fare  d’ un gruppo d’intellettuali una comunità di ricerca e intenti, dove si riteneva che il mondo dovesse essere pensato anziché misurato in prodotto lordo.

Non avrei mai creduto che, appena un anno dopo, sarei stato costretto scrivere una pagina per ricordare Einaudi nel legno della memoria. Senza enfasi, come si usa tra piemontesi, ma ugualmente con una fitta più dolorosa di quella sentita sul palco. E senza possibilità di analgesico di sorta.

2 pensieri riguardo “Einaudi: «Quando portavamo i manoscritti giù in cantina»”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *