Campi d’ostinato amore

E’ difficile trovare nella poesia italiana un’opera coesa e perennemente ispirata come quella di Umberto Piersanti. L’ultimo suo libro, Campi d’ostinato amore, (La Nave di Teseo) ne è la conferma anche là dove il testo volge lo sguardo all’attualità più bruciante come  in “Primavera bugiarda”, dove la rinascita della natura racconta la clausura obbligata della pandemia («che gli umani serra/dietro sbarrate porte») fino a far rimpiangere «L’acque scure,/ il cielo polveroso,/ i giorni inconsapevoli, / felici». Ma il timbro della lirica di Piersanti è prima di ogni cosa quello ancorato a una memoria dei luoghi, degli affetti, della natura, che dice non solo l’aura del passato ma il presente più vivo. C’è  qui, come copiosamente si trova nelle pagine centrali di Luoghi persi, (Einaudi, 1994), una botanica capace non di nominare nella semplice metonimia della natura, ma di farsi energia della passione, dell’atteggiamento verso le cose e la poesia.

“Vagelia”

Così in “Vagelia” dove la pronuncia innesta una sequenza di ricordi familiari e più diffusamente nell’inanellarsi di immagini risalenti dall’infanzia in cui i «i margini del bosco» sembrano contenere il tempo mitico di ogni prima apparizione al mondo:

 a quale terra antica
 mi riporti,
 a quale ora
 fuori dai millenni,
 acceso ciclamino
 d’un giorno d’acqua?
 tra l’edera perfetta
 e tripartita
 il muschio soffice
 e soffuso
 ai margini del bosco
 ….. 

Quel santo che vola sopra i campi

Umberto Piersanti

Allo stesso mondo partecipa uno degli scorci lirici più forti e visionari in Esami d’ammissione dove la memoria resuscita «quel santo che vola/ sopra i campi/ e le case/aiuta gli scolari», mentre trapassando dalle Cesane al «mondo nuovo»  con “La pula”, il confronto tra generazioni sembra interrompersi: «oggi le storie/ i giovani le hanno/ scritte su vetri/ con la pelle confusi/ dentro le mani».

Jacopo

Il titolo del libro riprende quello di una poesia nella sezione “Jacopo”, dedicata al figlio sofferente di una grave forma di autismo. Il discorso lirico interpella allora una ricezione sconosciuta del mondo fin dall’incipit con una citazione carducciana: «I cori che vanno eterni/ tra la terra e il cielo,/ ma tu li ascolti/ Jacopo quei cori?» e poi, in una scansione viva e rapida prosegue tematicamente con gli altri testi della sezione sino a un finale che incide la voce con forza:

 Jacopo del riso
 e dello sconforto,
 sei nella vita
 quella svolta improvvisa
 che non t’aspetti,
 la tragica bellezza
 che i tuoi giorni inchioda
 al suo percorso 

In questo libro il verso si è fatto breve, la parola brilla in una scansione più netta, certo distante dall’endecasillabo tradizionale ma ugualmente modellato su questa matrice. Il paesaggio che vi si dipana  trascorre tra la vicenda della memoria e un tempo che la scarta, sconfina in un territorio di evocazione  presente, come suggerisce il titolo “Altrove”. Umberto Piersanti precisa «no, non in una foresta di simboli/questa casa» escludendo il rinvio a Baudelaire, e ugualmente «fuori/ da ogni plaga della memoria»: parrebbe di dover intendere che quella “casa” è traslato, identità della voce poetica che continuamente si rinnova:

 un canto ti raggiunge
 nella luce,
 tra i legni del solaio
 trapela lieve,
 non sai chi è la donna
 che l’intona
 e t’entra nel sangue
 e ti rallegra
   

L’età breve

Anche i luoghi conosciuti diventano allora luoghi primigeni, identità sottratte alla contingenza del ricordo e della Storia come accade in “Ballata delle Cesane”: «ma davvero voi,/ mie Cesane/ sconfinate con la Galassia?». Immaginario e fisicità si toccano in questo “altrove” nominato e circoscritto fino a che «le Cesane immense/ su nell’aria,/ oltre la luna/ che di giorno appare/ ombra di nebbia chiara, un po’ arruffata,/ vanno verso la notte/ gelata e buia/ che cancella le stelle/ e ogni altro lume ».

Verso la fine del libro la sezione “L’età breve” riaffaccia con il mondo perlustrato dall’infanzia alla giovinezza, un tempo mitico dove ogni cosa si ferma per sempre a dispetto della mutevolezza e delle metamorfosi degli anni. Qui le cose sono nominate una volta per sempre, i colori scintillano o sprofondano, gli incontri saranno sortilegi:

l’età dell’oro
 è una valle remota,
 l’età dell’oro
 è una breve stagione,
 tu resta nel trifoglio
 quanto puoi,
 quella ragazza abbraccia
 con gli occhi chiusi,
 l’età dell’oro
 è la più fugace 

                                                                                                 Marco Conti
Nota Biobibliografica

Umberto Piersanti è nato a Urbino nel 1941 e ha insegnato sociologia della letteratura all’Università di Urbino.  Ha esordito nel 1967 con La breve stagione. Ha pubblicato dodici raccolte di poesia, tra cui Luoghi persi (Einaudi, 1994), L’albero delle nebbie (Einaudi, 2008), Tra alberi e vicende (Archinto, 2009), Nel folto dei sentieri (Marcos y Marcos, 2015) e inoltre alcune opere di narrativa e saggistica. Nel 2005 è stato candidato al premio Nobel per la letteratura. Ha ottenuto tra gli altri i premi Alfonso Gatto, Pavese, e il Premio nazionale Letterario Pisa.

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