Eliza Macadan,  Esattamente altrove e senza confini

L’estraneità al proprio tempo storico e le coniugazioni che nascono da questo continuo sottrarsi al mondo, sono il cuore della poesia di Eliza Macadan in un percorso ormai ultradecennale. Commentando Paradiso Riassunto, tredici anni fa,   segnalavo le giunture tra il vissuto storico dell’autrice e quello individuale scrivendo: «E’ un’attualità perenne quella che segna i versi di Eliza Macadan. Un’attualità dove il futuro è una promessa di ripetizione senza orizzonte».

Esattamente altrove, decimo libro dell’autrice romena nella nostra lingua dopo In ginocchio fino all’arcobaleno  (2020),  richiama quello stesso senso di inappartenenza alla storia, mostrando una autenticità indubitabile, se si vuole una sorta di zoccolo duro dell’ispirazione nel conflitto tra personale e culturale, tra la soggettività ristretta del quotidiano e l’eco di un tempo che in questi versi appare smembrato.

«Il secolo cammina ignaro»

Le poesie di quel primo tempo erano pronunciate con una intonazione ironica fin dal titolo (Paradiso riassunto) che oggi appare diluita quando non scomparsa, sostituita dalla visionarietà messa in evidenza da Fabrizio Dall’Aglio in terza di copertina. Si direbbe anzi che il verso, densamente vivo di immagini, raccolga ora una certa vena surrealista leggibile anche negli altri libri ma forse ora ritagliata in maniera più netta: «Il ricordo inghiottisce la piramide»; «Il sole scoppia in tuoni», «Il mezzogiorno sale sulle ruote» o nella smagliante sinestesia di «l’erba bruciata urla verde».

Tuttavia, ciò che rende più tagliente e personale il discorso di Eliza Macadan è  un verso assertivo che costantemente circoscrive quanto resta fuori, nel cortile della storia:  

Il secolo cammina ignaro
sotto il cielo di luglio,

I portoni delle chiese
si schiudono alle stelle
del mattino.

L’erba mangia
i cimiteri assonnati,
mentre un’anima svelta
batte le ali
senza guardare indietro.

E’ uno dei testi più affascinanti e sobri dell’ultima raccolta, dove ogni cosa vive solo attraverso l’immagine conclusiva dell’uccello/anima nello spazio abbandonato di un cimitero.  E’ propriamente questa immagine a entrare nel più ampio campo visuale enunciato, vale a dire «il secolo ignaro». Tra l’uccello e la storia si stabilisce una conflagrazione in cui sopravvive, per dirla con il romeno Eliade,  “l’eterno ritorno”. Non a caso del resto, poiché  in questo libro troviamo anche un curioso rovesciamento di una icona della poesia romantica, vale a dire un richiamo diretto al Poe di The Raven. Nell’omonimo “Il corvo” Eliza Macadan, l’uccello  «Non guarda, vola alto/ e non tradisce, perché ama/ una sola volta.// Sulla terra scende/ per pulire pestilenze, /mentre la vita sbatte la porta/ dietro di sé.» Ma  «mai dirà nevermore – / dirà fino alla fine/ encore et encore.» Il  «mai più» trasformato nel suo apparente contrario è misura sufficiente per intravedere il sorriso blasfemo, o si preferisce l’humor nero (eredità non solo surrealista) che alligna talvolta nella visione di Macadan.

Geografia senza tempo

Nata nella regione moldava della Romania, vissuta a Roma e a Bucarest, autrice in tre lingue (il francese oltre il romeno e l’italiano), Eliza Macadan  titola la prima sezione di questo libro “Vento senza patria”, e annoda costantemente il proprio vissuto al segno – al legame vorrei dire – della scissione. Un paradosso che permette a questa lirica di delineare uno spazio precario dove il presente si ripete e divora il tempo. Anche la grande storia appare qui altrettanto precaria e soprattutto senza orizzonte credibile: «Ha cent’anni la guerra che pensavamo/pianare dalle due parti del muro/ e non è finita» (p. 53),  e «non c’è più un’alleanza che porti/ speranza di pace le armi fanno rumore/ e vendono bene le propagande» (p. 55), poiché, come enuncia il primo verso del testo che ho già citato, «Il secolo cammina ignaro» (p. 52).

L’altrove geografico da cui parla Eliza Macadan è spazio sterminato e senza tempo, in ciò esatto e concluso. Tant’è  che, con una impennata di humor  e forse una allusione all’epigrafe di John Keats,  confessa:

Scrivo senza il significato mancante
sul bicchiere d’acqua
che tutti stiamo aspettando.

(da “ Il mezzogiorno sale sulle ruote”)

Marco Conti

Eliza Macadan, Esattamente altrove, pp. 57, DiFelice Edizioni, 2025; euro 10,00






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