
Con il secondo volume di Settologia, dal titolo rimbaudiano Io è un altro e tradotto nuovamente da Margherita Podestà Heir per La Nave di Teseo, si delinea sempre di più l’inesorabile preghiera lanciata da Jon Fosse con altre 288 pagine ritmate da un solo e mai interrotto periodo. Nei capitoli dal tre al cinque della monumentale opera dello scrittore norvegese, vincitore del premio Nobel 2023, continua il racconto, a tratti lucido e a tratti delirante, del solitario e anziano pittore Asle. Il presente, con l’amico omonimo ricoverato all’ospedale per delirium tremens e il vicino Asleik che attende una risposta all’invito dalla sorella per Natale, si alterna a memorie del passato e riflessioni sulla religione, con due soli capisaldi: ogni nuova parte comincia con la visione del «dipinto con le due linee, una viola e una marrone che si intersecano al centro» (p.11), su cui tanto si era già interrogato il protagonista, e finisce con l’uomo che impugna il rosario e chiede a Dio di aver pietà di lui.
L’ identità
«Sigve dice che questo pittore, quello che si chiama Asle come lui, che ha più o meno l’età di Asle, forse qualche anno in più, e che gli somiglia, be’, aveva quasi divorato tutto in un boccone» (p.193)
Un po’ come la nebbia che abita la mente di Yambo, protagonista della Misteriosa fiamma della regina Loana (Bompiani) di Umberto Eco, a mano a mano dissipata prima del tracollo finale, anche qui sembra venir meno la confusione del pittore, che caratterizzava i primi due capitoli. Non è un caso che vengano riempiti molti buchi di trama, ripercorrendo gli anni giovanili di Asle. Si parla del trasferimento ad Aga per il Liceo e poi a Bjorgvin all’Accademia, in cui emergono le figure del giovane Sigve, che lo inizia all’alcol e alla lettura – due gli autori citati, che non possono esser esclusi da un gioco metanarrativo di affiliazione, Beckett e Trakl – e Asle, un pittore spiantato che vive nei sotterranei dell’hotel Stranda e continua ad assurgere al ruolo di doppio. Ma è soprattutto la poetica dietro al misterioso quadro con due linee a prender forma, e, di rimando, quella di Fosse.
Nella preghiera silenziosa della pittura
«Anch’io mi sono ritirato dalla vita, un po’ come un monaco, penso, per immergermi in questo dipingere privo di parole, sì, nella solitudine, come mi verrebbe da dire se non suonasse così sbagliato, penso, però in effetti mi sono ritirato nella preghiera silenziosa della pittura» (p.247)
È una vita monacale quella scelta da Asle dopo la morte della moglie Ales, un’esistenza in cui la pittura scaturisce dal dolore e dal silenzio, condizioni intrinsecamente legate alla presenza di Dio. Al contrario di molta letteratura contemporanea, qui sembra esserci il recupero di «una funzione spirituale-riflessiva» dell’arte, che sempre di più scompare dalla società moderna, prefigurandone la morte, come denunciato dalla filosofa Lucrezia Lombardo1. In un dialogo forse immaginario, forse allucinato, con la defunta consorte, il pittore intuisce l’«unità invisibile» (p.170) di corpo e anima, di forma e contenuto – ecco di nuovo il «buio luminoso»! -, a cui deve aspirare un’opera, dando così alla verticalità del gesto pittorico il senso ultimo della ricerca.
Ma quest’intuizione, così come la ritrovata lucidità, si scontrano con un conflitto interiore che si perpetra fin dalle prime pagine dei nuovi capitoli di Settologia. Inizia lentamente a diffondersi un rifiuto artistico, finora sconosciuto: «Non voglio più dipingere, penso, e penso che Dio si celi sempre» (p.248). L’aver collegato sempre di più una realtà divina alla propria arte, cozza nell’interiorità di Asle con il limite della parola umana che «non può dire nulla, non a chiare lettere, può solo comunicare qualcos’altro» (p.250). Ed è quindi su questo terreno di gioco che si scontra, in forma dialettica, un’ossessione per il protagonista, a cui non può che seguire un nuovo crollo, mediato soltanto dalla preghiera.
Lorenzo Germano
Jon Fosse, Io è un altro (Settologia III-V), pp. 304, La Nave di Teseo, 2023; euro 22,00
- «Esito estremo sarà la morte dell’arte, che dopo avere costruito mondi, teorie, visioni e universi vedrà il poiéin perdere la propria ragione d’essere, liquefarsi perché integrato socialmente, tanto da rinunciare alla funzione spirituale-riflessiva che sapeva ricongiungere l’uomo con la parte più profonda di sé». Lucrezia Lombardo, Due saggi dirompenti, Divergenze, p.22 ↩︎