Dentro La rossa goletta con Sara Fruner

Sara Fruner con La rossa goletta  porta a vele spiegate un po’ di leggerezza nel mare, se non tempestoso almeno proteiforme, della poesia italiana. Leggerezza di pronuncia, va detto, ma niente affatto del sostrato che la agita. Negli anni in cui il quotidiano sembra informare la poesia, sia pure attraverso numerose parcellizzazioni o disarticolazioni dell’essere, Sara Fruner non circoscrive l’esperienza, non fruga e non monologa con la percezione del sè, e di rado  permette alla soggettività di emergere e farsi discorso. Insomma, la piccola goletta porta nella sua stiva le sorprese cui la stessa autrice sembra alludere nell’epigrafe del libro fatta di stratificazioni e storia della parola, con una lezione etimologica sulle origini del veliero: sostantivo che ci raggiunge dal francese goélette, ma che indica anche un pesce (la rondinella di mare)  e il goëland, cioè il gabbiano con annesso un richiamo – a ritroso – delle voci più antiche delle lingue celtiche. Dopo questa premessa la prima poesia che dà il titolo al libro sembra quasi prendere ispirazione e accompagnare il lettore nei territori assai poco frequentati della poesia gaelica basso medievale con cui condivide l’enigma e la carica di suggestione:

era tutto nero
il riparo in cui stavo

era molto caldo
il manto lontano

ora è la rossa goletta
che veste le mie ossa

e di un mare antico
che ho piena la testa



Viceversa il corposo libro di Sara Fruner (autrice di due romanzi e poeta che alterna l’italiano all’inglese) farà puntualmente deroga tanto alle immagini visionarie quanto agli orizzonti più distanti. Sarà l’immagine colta tra gli oggetti di ogni giorno, ma tolta dalla referenzialità del contesto, a dare fisionomia alla lirica combinando il registro e la cadenza, lievi, con un sentimento di fuggevolezza espresso con traslati di perentoria semplicità. Uno strumento poetico dunque dove l’apparente immediatezza dice altro. Forse si potrebbe persino aggiungere, parafrasando Blanchot, che, se del quotidiano non sappiamo nulla, allora tutto è possibile.

La crepa nel piatto

«hai visto/ c’è una crepa/ sotto il giardino/ della minestra/ spunta lassù/ in cima alla fondina/ accanto alla finestra». L’incipit di La crepa nel piatto è  l’autentico paradigma del libro: non il veliero e la sua implicita nostalgia di significato, ma la contingenza  e l’ontologia iscritta nel consueto sono le costanti su cui l’immaginario dispone la parola. Un verso breve, raro nella poesia di questi anni, che dal discorso allusivo prende altre strade come accade nel locutorio Nel mentre, dove si dà puntuale istanza etica: «respiri normale/ il telefono squilla/ maledici le scale // nel mentre/ qualcosa succede/ alle vene della terra/ in cima al crinale// il ghiaccio estinto/ il futuro consunto/la fine che ha fame» ». Peraltro il senario nella poesia antica è il verso più ricco di variabili. La rossa goletta ne fa incetta: utilizza  liberamente quinari, senari, settenari che terminano spezzando la cadenza enunciata per adeguare il dettato alla pronuncia colloquiale con rime o assonanze capaci talvolta di conferire affettività: «la gamba sospesa/ di nuovo sul ciglio/ una spanna nel vuoto/ di nero velluto/ la presa che affanna/ in cerca di appiglio» (Amore, ritratto); oppure: « appendo a un chiodo/ questo piccolo giorno/ lo lascio sospeso/ una grinza di calza/ in attesa di un dono» (Il chiodo). In Simultaneamente le quartine porgono invece tre immagini allusive nelle quali sembra definirsi lo stesso tema della scrittura:

L’iris è in boccio
sul davanzale
trovi parcheggio
senza girare

l’apostrofo mozza
una vocale
sanguina copiosa
l’elisione

è la tua presa
che decide
cosa tenere
cosa scartare

Il verso dell’autrice procede con poche diversioni dalla connotazione dell’immagine  enunciata dai titoli: Fenomenologia dell’ostrica, Il cappello, Il piatto crepato, La formica,  La moneta, Il cruciverba, Il chiodo, La campana, Il paesaggio marino; significativamente quest’ultima poesia scandisce i correlativi della precarietà dopo aver estromesso lo spazio: «il remo sfasciato/ la chiglia fallata/ lavora l’usura/ salta la rotta// l’amaro ingoiato/ il mare singulta».  Fruner definisce la tensione attraverso l’ellisse, con continue  sincopi sulla materia e sulla propria soggettività a cui, qui e là, fanno parziale eccezione testi di maggiore densità. Tra questi la voce di Al di là del muro dove un improvviso scarto finale capovolge il sentimento iniziale : «arrivai a un piccolo foro/ dentro un grosso muro/ ho fallito tutto/ spifferai nei pertugio/ amori storti/ amici andati/ tentativi morti/ prim’ancora/ di essere nati// non posso saperlo/ ma indovino/ la mia voce/ è gerla/ piena di cibo/ e dall’altra parte/ cresce un bambino».

Marco Conti

Sara Fruner, La rossa goletta, pp. 192, Crocetti Editore, 2024; euro 17,00



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