Tahiti e le sue parole perdute

Simenon, Segalen, Gauguin, Darwin, i primi esploratori. Un viaggio estivo verso l’isola del Buon Selvaggio. Ma se mai c’è stato si è estinto con l’arrivo dei primi inconsapevoli globalizzatori

Tahiti, il clima mite e una popolazione che si è meritata lo stesso aggettivo. Frutti pendenti dagli alberi, amori liberi, nessun progetto di futuro ma un eterno presente  tra natura e tradizione. L’esatto opposto dell’Europa del Settecento che qui  approda, seduce con la pelle bianca e il vetro colorato delle perline, porta qualche coraggioso indigeno nel salotto mondano e,  in pochi decenni,  trasforma ogni cosa facendo quasi scomparire la popolazione dell’isola con nuove epidemie.

Oggi, mentre le piazze dei mercati finanziari si prendono virtualmente una pausa per caracollare con i loro broker sulle spiagge, perché non risalire la memoria di quella popolazione… Per contrappasso e magari per scoprire, attraverso i viaggiatori più diversi, la tentazione più antica della globalizzazione. A ritroso si potrebbero citare le pagine ambientate nei mari del sud di Melville, il mitico selvaggio del Mondo Nuovo di Aldous Huxley, il trasferimento in Tasmania della salvezza individuale nella pagine recenti di Paolo Giordano. Invece ci accontentiamo di  una lettura più specifica: dal momento in cui il mondo di Tahiti è capovolto a quello in cui arrivano i primi vascelli.

Georges Simenon. Disincantato come sempre, a Tahiti Simenon ci arriva nei primi anni Trenta e si diverte come non avrebbe mai sospettato. Ma a divertirlo o scandalizzarlo sono gli europei che hanno colonizzato l’isola e fanno quel che, potendo, avrebbero fatto in Europa.  La casistica compilata dallo scrittore sembra quasi dar ragione a Jean Jacques Rousseau e all’idea del Buon Selvaggio. Scrive Simenon:

«Ecco più o meno come si può suddividere la popolazione di Tahiti: 1. Gli indigeni, che non fanno niente; 2. I cinesi, che fanno affari; 3. I francesi, che fanno politica; 4. Gli stranieri, che fanno nudismo.»

Quando lo scrittore giunge nell’isola, sotto la pioggia battente (il clima pare il migliore del mondo ma c’è una stagione fluviale di piogge), l’impressione è poco incoraggiante: «Nel grigiore si distinguevano i campanili rossi di due chiese e qualche tetto immerso nella vegetazione. Quanto alle famose tahitiane, erano là, vestite con abiti di tela, azzurri, bianchi, verdi o rosa, tutte armate di un ombrellino. Solo una donna era nuda sotto un pareo, ma era una bionda, e quando salì a bordo scoprii che era una turista americana venuta a prendere il marito.»

da Tahiti o i gangster nell’arcipelago degli amori (1935) in “Georges Simenon, A margine dei meridiani”; trad. G. Girimonti Greco e F. Scala, Adelphi, 2021

Victor Segalen. Trent’anni prima capita a Tahiti con la marina francese un medico bretone che rimane a lungo sconosciuto nonostante un’opera tra le più originali: Victor Segalen scrive il suo primo libro, una specie di romanzo etnografico, proprio quando scopre i maori e la loro cultura. Il libro esce nel 1907 con un titolo paradigmatico, Les Immémoriaux (Gli immemorabili). Il cattolicesimo si è fatto avanti già nel XIX secolo, eppure Segalen  sceglie di raccontare i riti antichi con le parole e con gli occhi della popolazione locale. La caratteristica della sua narrazione è proprio questa: un punto di vista che non cerca l’esotismo per l’esotismo ma osserva il mondo tahitiano fingendosi, cercando di essere, un maori. Da qui discendono anche le difficoltà di lettura. Segalen chiama il suo protagonista “Il Recitante”, Terii. Eccolo nel primo capitolo:

«I maestri erano soddisfatti di Terii. E lui era fiero di quel suo segno – un cerchio bluastro tatuato sulla caviglia sinistra – che dimostrava la sua appartenenza agli haère-po; ma Terii puntava al segno che nobilita l’anca, poi quello sulle spalle, sul fianco, infine quello sulle braccia. E forse, chissà, prima della vecchiaia, avrebbe raggiunto il settimo grado, il supremo: quello dei Dodici dalla Gamba tatuata. Allora si sarebbe scrollato di dosso tutte le miserie che angustiano i contadini. Non sarebbe stato costretto a salire, per gli umidi boschi in cerca dei pesanti caschi di fei per sfamarsi: i fedeli avrebbero coperto il suolo del suo faré, con il cibo dei sacerdoti e quante belle donne avrebbero fatto l’amore con lui sperando in un rimedio alla sterilità.»

da Victor Segalen, Le isole dei senza memoria, trad. M. Baldini,  Meltemi, 2000

Paul Gauguin. E’ una curiosa concordanza che Paul Gauguin, come Segalen, non abbia avuto attenzione se non dopo la sua morte, avvenuta a Tahiti dove visse gli ultimi anni e dove scrisse Noa Noa. Scappato dalla Bretagna, scappato dalla compagnia intransigente di Van Gogh ad Arles, Gauguin approdò nell’isola polinesiana con un incarico formale del governo francese per conoscere l’arte del luogo. L’incontro sembra quello di due innamorati. Fin dal titolo (Noa Noa  è la ripetizione del lemma “profumo”) Gauguin  indica il piacere che gli comunicano  l’isola e gli isolani.  Le riserve che esprime invece sono tutte inerenti l’Europa. Quando sbarca a Papeete scopre che l’ultimo sovrano indigeno è morto da pochi giorni e che, da quel momento, sarebbe cominciata l’amministrazione francese. Ma se la valutazione politica lo scoraggia, non così accade per la quotidianità. Gauguin che proprio a Tahiti perfeziona le sue intuizioni pittoriche simboliste, scrive:

«Silenzio di una notte tahitiana. Udivo solo i battiti del mio cuore. Dal mio letto riuscivo a scorgere le canne allineate e distanziate della  capanna attraverso cui filtrava la luce della luna, simile a uno strumento musicale. Zufolo dei nostri antichi che da loro si chiama vivo – ma silenzioso – e canta la notte attraverso i ricordi. Mi addormentai al suono di quella musica. Sopra di me il grande tetto di foglie di pandano, dove si annidavano le lucertole. Potevo nel sonno immaginare lo spazio sopra la mia testa, la volta celeste, nessuna prigione soffocante».

“Noa Noa” venne pubblicato nel 1901 quando l’artista era già  tornato a Parigi e aveva avuto la fortuna di una cospicua eredità. Il simbolismo primitivista delle sue  tele non aveva però ottenuto l’adesione della critica e la sua giovane compagna mulatta lo  aveva lasciato rubandogli il denaro.  Gauguin decise di tornare a Tahiti. Nell’isola visse con una quattordicenne maori e  cercò in ogni modo di ostacolare la presenza e il governo europei. Trasferitosi nelle Isole Marchesi, invitò la popolazione a non pagare le tasse; morì pochi giorni dopo aver subito una condanna (per aver denunciato per schiavismo un sottufficiale). Ma questo fu anche uno dei periodi più fertili per la creazione. Come dieci anni prima avrebbe potuto ripetere:

«Noa Noa! Nessuna vita animale. Totale silenzio. Ma che veementi armonie nei profumi naturali che inebriano l’artista in viaggio! Che bei frutti nell’incandescenza policroma delle foglie, dei frutti, dei fiori. I suoi occhi erano stupiti dai continui splendori contemplati nella notte, dalle giornate piene colme di sensualità così caste, così ingenue (…)».

Paul Gauguin, Noa Noa, Les Éditions  G. Crès et C.,  Parigi, 1924; trad. F. Morane

Dagli anni Trenta di Simenon ai primi del Novecento di Segalen, Tahiti  suggerisce continuamente ad artisti e scrittori un  sentimento di  rimpianto per la  serenità perduta, per la cultura maori annichilita e imbastardita dalla presunzione europea. Ma quali furono le impressioni dei viaggiatori arrivati a Tahiti con altre motivazioni?

Charles Darwin. Nel 1835 l’autore de L’origine delle specie e L’origine dell’uomo, arriva nell’isola a bordo del suo mitico “Beagle”. Ha alle spalle un viaggio faticoso e ricco di osservazioni, reperti, specie botaniche. Ma proprio il teorico dell’evoluzionismo, il positivista, è tra i più entusiasti:

«Nulla mi piacque tanto quanto gli abitanti. Vi è una dolcezza nell’espressione delle loro fisionomie che bandisce subito l’idea di selvaggio, e un’intelligenza che mostra che sono una civiltà avanzata. I popolani lavorano a torso nudo ed è allora che i tahitiani si mostrano nel loro aspetto migliore. Sono molto alti, larghi di spalle, atletici e ben proporzionati.»

«La maggior parte degli uomini è tatuata e le decorazioni seguono le parti del corpo in modo così grazioso che hanno un effetto molto elegante. (…) Le donne sono tatuate nello stesso modo degli uomini e frequentemente anche sulle dita. E’ ora quasi universale una moda tutt’altro che bella, e cioè quella di radersi i capelli della parte superiore della testa in forma circolare, in modo di lasciare soltanto una corona esterna. I missionari hanno cercato di persuadere la gente a cambiare questa abitudine, ma “così vuole la moda” è una risposta sufficiente a Tahiti come a Parigi.»

Charles Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo, trad. F. Marenco, Einaudi, 1989

James Cook. La testimonianza dei viaggi di Cook apparve in tre volumi nel 1773 scritta da John Hawkesworth sulla base dei diari dell’esploratore; l’opera fu uno dei maggiori successi di vendite del secolo. Il resoconto, contestato all’epoca perché troppo poco severo nel descrivere i costumi, è tuttavia stringato e si attiene alle osservazioni del viaggiatore. Nel resoconto del suo secondo viaggio, il capitano Cook annota che i maori sono turbolenti come bambini: saliti sul vascello durante il pranzo non smettono di correre da un posto all’altro; divorano tutto quello che gli si offre ma rifiutano il vino e i liquori. Vogliono bere solo acqua, meglio se zuccherata. Hanno una spiccata predilezione per le bottiglie di vetro, la carta bianca, i nastri colorati e disdegnano il ferro, che non conoscono, finché non viene loro mostrata la sua resistenza. Spesso i più audaci e i capi vanno a far visita al vascello:

«I Tahitiani si affrettavano per salire a bordo e si comportavano con gli inglesi con disinvoltura e familiarità sorprendenti. Ammiravano il candore dei corpi; spesso sbottonavano i vestiti come per convincersi che erano uomini fatti come loro».

Cook è sorpreso in particolare dalle loro abitazioni: «agli otaȉtiani è sufficiente un hangar per mettersi al coperto dalle piogge e dalla rugiada notturna; il clima di quest’isola è forse uno dei più deliziosi della terra, le case qui sono quasi tutte aperte dai quattro lati». E davanti queste capanne si vedevano frequentemente «gli isolani coricati o seduti alla maniera orientale sul prato verde trascorrendo intere ore in conversazione o riposo assoluto.»

da: Second voyage de Capitaine Cook autour du monde, et dans les Régions du pôle austral. Depuis 1772 jusques en 1775, A Paris, chez J.E. Gabriel Dufour, libraire, 1806. Trad. M. Conti

Louis-Antoine de Bougainville. Il comandante della fregata “La Boudeuse” salpò da Nantes nel novembre 1766. Il 2 aprile era a Tahiti dove Bougainville si fermò per tredici giorni. Secondo gli storici il racconto che fece di quella visita contribuì a diffondere  la nozione del “Buon selvaggio”. Ma certo è che non influì sul Rousseau scrittore del Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza del 1754 e neppure sul Contratto sociale, stampato nel 1762.

Bougainville descrive metodicamente come un naturalista: parla dei prodotti dell’isola: noci di cocco, banane, l’igname, la zucca indiana «e molte radici mangerecce»; hanno legname ma ne fanno poco uso tranne che per le piroghe «costruite con legno di cedro». Mentre «per quanto riguarda i quadrupedi abbiamo visto solo maiali, cani di razza piccola ma graziosa oltre che a topi in gran quantità. Gli abitanti possiedono galline domestiche del tutto simili alle nostre.» Ma «i vegetali e il pesce sono il loro principale alimento: raramente mangiano carne; i bambini e le ragazze non ne mangiano mai e questa dieta contribuisce senza dubbio a tenerli immuni da tutte le nostre malattie.» Secondo Bougainville benché sull’isola ci siano due razze differenti, il loro carattere «è mite e umano. Non pare che ci siano nell’isola guerre civili o contrasti privati benché il paese sia diviso in piccoli cantoni, ciascuno con il proprio capo»…«Parrebbe che, per le cose assolutamente necessarie alla vita, non esista diritto di proprietà e che tutto appartenga a tutti.»

da Marco Ciardi (a cura di), Esplorazioni e viaggi scientifici nel Settecento, Bur, 2008

Soltanto un anno dopo un altro navigatore, questa volta l’inglese Samuel Wallis, sbarcò sull’isola polinesiana di Taiarapu, ma i nativi gli parvero così aggressivi che dalla nave spararono qualche colpo di cannone per intimorirli.  Chissà se i marinai di Wallis avrebbero saputo spiegare meglio l’accaduto o, viceversa, se  a Taiarapu, gli indigeni erano particolarmente perspicaci.

 

 

 

 

 

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