Laura Boerio: la mela e il male secondo Ballard

Se si volesse sfogliare a caso le raccolte di poesia dell’ultimo decennio si troverebbero molti registri ma raramente una poesia attraversata dalle più svariate suggestioni della cultura pop. Pop, è meglio intendersi, non perché un testo si pretenda letteratura di consumo, ma per aver preso in prestito l’immaginario più diffuso: dal cinema, dalla letteratura di genere, dal costume e persino dagli amori letterari condivisi da diverse generazioni. Per fare un esempio, Henry Miller e Anaȉs Nin. Proprio questo è ciò che accade nel libro d’esordio di Laura Boerio, L’egoista.  Ma con altrettanta sicurezza si può aggiungere che questo macrocosmo risulta piegato ad una dialettica da cui traspare la filigrana autoriale. L’egoista è infatti diviso in due sezioni che dialogano attraverso l’opposizione. La prima assume lo stesso titolo del volume, la seconda si intitola “Il male necessario”. Come “L’egoista” inventa immagini e scene del desiderio, quella che sopravviene si fa carico dell’assenza, di un’amputazione che riemerge con la qualità ineludibile del contrasto.

Il torsolo, la mela e il desiderio secondo Ballard

«Non sei l’altra metà della mela» è l’incipit de “Il torsolo”  che altrove detta: «Somigli piuttosto al torsolo/ che addentavo sotto il sole lucido dell’estate,/ le mani legate dietro la schiena/ il frutto dondolante appeso al filo di un gioco».  In “Il desiderio secondo Ballard” la fantascienza lascia il posto a un sofisticato argomento metaletterario perché di verso in verso propone il topos che Roland Barthes ha ascritto al genere degli impossibilia, ovvero l’incontro eccezionale di elementi narrativi incongrui e contrari, un po’ come accade nell’eros incidentale di Crash, film che molti conosceranno prima ancora dell’opera letteraria. Laura Boerio scrive: «Il desiderio è soggetto,/ slegato dalla realtà piega le sbarre/ i bonobo escono inosservati dalle gabbie dello zoo/ e si fottono allegramente/ l’un l’altro/ nei giardini adiacenti alle scuole primarie»; così che l’accorrere delle guardie e i gelati che i bambini stanno gustando «illuminano» per questi ultimi «una porzione di futuro possibile.»

Il verso procede quasi sempre attraverso la scena di una narrazione in cui l’ironia è sottesa e l’immagine sembra talvolta mutuata da un serial come nel perentorio (“Desiderio I”):  «Non poggiate la pistola sul banco del testimone rancoroso/ la sete di giustizia farà brillare il calcio». In “Anaȉs e Henry – Finale” si legge invece:  «Stretta nel mio kimono/ studiavo la diplomazia che non infrange/ nessun bisquit/ smussavo gli stipiti/ della casa dell’amore» e in “Animali notturni” la metafora è accesa da una pupilla definita per la sua dilatazione «muscolo amoroso». Ma l’esito maggiore della sezione si ha forse nei versi in cui il dettato rinuncia a ogni referenzialità pop e persino al controcanto dell’ironia. Così in “Le scapole degli angeli”:

E’ tra le scapole che nascono i pensieri,

lì dove spuntano le ali degli angeli

e la peluria dorata dell’infanzia

dove l’amante sfiorando le ossa può toccare il cuore

o poggiando l’orecchio ascoltarne il battito,

dove il respiro s’allarga all’infinito

per soffiare via la sabbia e le delusioni

appiccicate alla schiena dei bambini.

Puoi sentire le loro grida nell’acqua

se le inghiotti

scendere dalle orecchie all’esofago,

fin giù in un luogo caldo del ventre

dove soffici lasciano cadere, un germoglio di felicità.

Il male necessario

L’ultima poesia della sezione precedente a “Il male necessario” sembra quasi introdurre i testi a venire:

Amo troppo la vita

quando penso di rischiare,

mi bussa sulla schiena

e mi viene a salvare.

La rima alternata è qui una felice occasionalità, ma questo secondo ventaglio di testi propone un verso di registro più alto, più tradizionale e non per questo distante dalla voce dominante: «La vita e la morte mi tirano per i capelli/ codini d’infanzia troppo stretti,/ rompete le righe dove potete/ lasciatemi la tenerezza dei luoghi nascosti.» L’anacoluto consente l’emersione di un accento di autentico lirismo insieme al più sommesso “parlato” della lingua. Con qualche eccezione anche in questa seconda parte del libro la scena forma il luogo deputato della poesia: «Arrampico i rami a forza di nocche sbucciate/ per scoprire dove finisce la cima degli alberi» è l’incipit di “Quel giorno che ero un ragazzo”. Più leggero invece è il tono della voce di “L’aprile delle meraviglie (2020 reloaded)”, fitto di referenze culturali: «Lotto da sola, nella mia stanza indosso/ quell’armatura di Alice,/ quando combatte il drago/ O-bla-di O-bla- dà canto»  .  Con questa scorta si fa strada l’opposizione dialettica di cui si accennava, quel moto dell’animo che diviene contrasto al desiderio: «Mi sei sempre sembrato più grande di me/ figuretta che dondola appesa ai tuoi bicipiti/ per affrontare la vita/ ogni mattina sbadiglio, tempero le meningi e i sogni.» Anche qui (“Azzurro Chéri”) il discorso devia lungo il suo itinerario con una non comune autoironia come accade nel testo successivo: «Sei San Sebastiano/ che prova a togliersi una spina dal fianco». Un’ultima costante autoriale del libro è raccolta intorno alle tante visioni e metonimie del corpo. La citazione del film di  Bertolucci col titolo “Ultimo tango”,  profila il protagonista di spalle in una memorabile inquadratura: è «il dorso largo» che «sprizza tragedia attraverso il cappotto» di Marlon Brando. Senza equivoco l’uso dell’immaginario pop è sancito del resto in prima persona con una esplicita dichiarazione di poetica.

Non so cosa creda la gente

della poesia,

forse l’immagina come un baraccone dello zucchero filato

o un sacchetto di pesci rossi stretto nella mano di un bambino.

E’ più Coney Island con tutte le attrazioni

vertigine e voltastomaco

casa dei mostri e specchi deformanti

gente con le pezze al culo in ruota panoramica,

in crocchio a puntate dove non vince mai nessuno.

A me piace il tiro al bersaglio,

se faccio centro

mi regalano un pelouche a forma di cuore.

Oltre l’allegorica e popolare Coney Island si avverte qui e là lungo questo percorso la memoria della  beat generation e della poesia femminile del tempo come uno sguardo trasversale, complice e ormai distante.

Marco Conti

Laura Boerio, L’egoista, pp. 65, L’Erudita, 2023, euro 16,00

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