Reverdy, il palpito delle ali

Pierre Reverdy autografo da Le chant des morts. Tériade Editeur, 1948

La poesia di Pierre Reverdy ha il fascino di certe immagini per un attimo baluginanti su uno schermo: distanti ed eloquenti sembrano chiederci una storia che continuamente evitano, aggirano, sottraggono. Una strada sconosciuta, il vento, un muro, il suono di una voce, «ces paysages confus ces jours mystérieux». Il mondo scorre, come su  uno schermo, senza che vi sia la possibilità di conoscerlo davvero. Reverdy stesso lo ha detto: « La poesia è il legame tra me e il reale assente. E’ da questa assenza che nascono le poesie».(En Vrac, Mercure de France, 1989) E ancora: «La poesia è in quello che non c’è. In quello che ci manca».

Nato a Narbonne il 13 settembre 1899, Reverdy morì all’abbazia di Solesmes nel 1960

C’è nei versi di Reverdy l’incanto dell’immagine  ma questa seduzione nasce nel suo avvertire l’ impenetrabilità del reale, la divisione tra il sé e il mondo. Le finestre da cui guarda, non meno dei sentieri che percorre, delimitano una alterità dello spazio che è soprattutto una alterità dell’anima. Il reale resta un luogo sconosciuto, un “al di là” oltre la superficie ingannevole delle apparenze, della materia e delle illusioni.
Soprattutto dopo l’esperienza parigina, la poesia di Reverdy sarà quella  di un contemplativo che  prende a piene mani  dalla natura  per distillare immagini nette, per dire l’immateriale e  l’ansia di assoluto. Nondimeno l’immaginario della sua poesia fu una delle esperienze più importanti precedenti il surrealismo benché del tutto autonoma.

Increspature del tempo

Più grido più il vento è forte
La porta si chiude
Trascina pelliccia e piume
E la carta che vola
Corro sulla strada dietro le foglie
Che s’involano
 
Il tetto si solleva
Fa caldo
Il sole è una calamita
Che ci sostiene
 
Chilometri distante
Mi piace il rumore che fai
Con i piedi
Mi si dice che corri
Ma non arriverai mai
 
Il vecchio cultore d’arte ha un sorriso idiota
Falsario e scassinatore
Una bestia nuova
Gli fa tutto paura
Inaridisce in un museo
E partecipa alle esposizioni
L’ho messo in un volume sull’ultimo scaffale
 
Non cade più la pioggia
Chiudi l’ombrello
Che possa vedere le tue gambe
Illuminarsi al sole
 
 Increspature del tempo, trad. M. Conti da “ La lucarne ovale” (1916)

Strada

Sulla soglia nessuno
                  Oppure la tua ombra
Un ricordo che rimarrà
La strada scorre
           E gli alberi parlano più vicini
Cosa c’è dietro
                Un muro
                               delle  voci
Le nuvole che s’alzarono
Nell’istante in cui passavo là
E lungo una transenna
                Dove stanno quelli che non entreranno

“Strada”, trad. M. Conti da “Les ardoises du toit” (1918)

La vertigine di vivere

Le figure attraverso cui scorrono i versi sono strutturali: il cielo, il giorno, la notte, il mare, il moto dell’aria. Elementi che non rinviano mai alla loro fisicità ma che vivono, indefiniti, nella tensione dello spazio. Così gli amori, la soggettività, i “tu” che si affacciano frequenti nell’opera, escludono ogni confessione e contingenza per partecipare a questa vertigine del cosmo e del nulla: «Tutto ciò che mi somiglia- scrive Reverdy- scappa nello stesso senso».

da Marco Conti, “Questi giorni misteriosi”, in La mosca di Milano, n. 19, 2008

Biobibliografia

Pierre Reverdy fece i suoi studi al liceo di Tolosa e al collegio di Narbona. Nel 1907 gli affari di famiglia subirono un tracollo e tre anni dopo Pierre partì per Parigi dove trovò lavoro come correttore di bozze. La collina di Montmartre (abiterà in rue Cortot accanto alla più famosa rue des Saules, uno dei pochi angoli che non sono stati del tutto stravolti dal tempo) lo avvicinò alla cerchia di pittori e scrittori cubisti: Picasso, Braque, Apollinaire, Gris, Jacob. In quello stesso periodo conobbe André Breton e Louis Aragon. Furono anni cruciali sotto il profilo letterario ma estreamente duri nella vita quotidiana. Nel 1915 raccolse le sue prime poesie col titolo Poèmes en prose, l’anno dopo pubblicò La lucarne ovale che introdusse con queste parole: «In quel tempo il carbone era diventato prezioso e raro come pepite d’oro ed io scrivevo in un solaio dove la neve cadendo tra le fessure del tetto diventava blu». Intanto Reverdy si era impegnato come volontario al fronte prima di essere riformato, nel 1916.

Pierre Reverdy. Disegno di Robert Hadley


Nel 1917 pubblicò Le voleur du talan (Il ladro di talento, un poema in Italia tradotto da Antonio Porta per la collezione bianca di Einaudi); nel 1921 Coeur du chêne, quindi Cravates de chanvre, Les Epaves du ciel, Ecumes de la mer, sequenza che poi confluirà in Plupart du temps (1945). Nel 1926, abbandonata Parigi, scelse di vivere nelle vicinanze dell’abbazia di Solesmes in seguito a una propria radicale scelta religiosa. Trascorrerà qui il resto della sua vita, tranne qualche viaggio a Parigi, in Italia, Grecia, Spagna, Inghilterra: percorsi che non lasceranno sensibili tracce nella poesia. La sua produzione continuò tuttavia con numerose raccolte, riflessioni sulla poesia e un romanzo. Tra le sue opere: Grande Nature, La peau d’homme (romanzo), Pierre Blanche, Ferraille, Plein verre, Le chant des morts con 125 litografie di Picasso e alcune prose autobiografiche: Le gant de crin, Le livre de mon bord, En vrac.


 


 


Se la poesia va in edicola

Colloquio con Nicola Crocetti editore e direttore della rivista Poesia: un successo invidiato in Europa. “Pubblico i testi, i volti dei poeti”. Un’intervista del 2003 che continua – nel bene e nel male – a essere attuale per la fortuna editoriale e il clima sociale di oggi

«La poesia è quello che non esiste», scriveva il poeta Pierre Reverdy dando conto della tensione tra visibile e invisibile. Eppure cercando tra le vetrine e gli scaffali delle librerie, il paradosso di Reverdy potrebbe essere preso alla lettera. Giornali e televisioni ignorano la lirica contemporanea, mentre i maggiori editori nazionali di collane di poesia, da Mondadori a Einaudi, mandano in libreria (ma non tulle le librerie lo vogliono) un paio di copie per ogni pur rara pubblicazione. E’ un paesaggio desertificato che ha una clamorosa eccezione nella rivista mensile Poesia in edicola da quindici anni [così nel 2003, oggi la rivista ha compiuto 31 anni]. Con una tiratura di ventimila copie, è la rivista di poesia più diffusa e venduta in Europa. Il suo fondatore, editore e direttore, Nicola Crocetti, ha cominciato a occuparsi di poesia nel 1981 con una minuscola casa editrice che oggi figura tra le più prestigiose. Giornalista, Crocetti ha avvicinato la poesia come traduttore. Sue sono le versioni in italiano di una sessantina di raccolte, soprattutto dal greco: Ritsos, Elitis, Seferis, Kavafis; autore quest’ultimo per la cui traduzione ha ottenuto il premio Mondello.

Una fortuna inaspettata

Una foto giovanile di Crocetti con il poeta greco Ghiannis Ritsos

Oggi, alla svolta del terzo lustro, e dopo aver pubblicato circa 1500 autori di ogni paese sulle pagine della rivista, Nicola Crocetti pensa alla possibilità di proporre delle nuove edizioni straniere.Da cosa nasce tuttavia il successo di una pubblicazione dedicata esclusivamente alla forma più elitaria di letteratura, dove si succedono testi in lingua, versioni, commenti critici, profili autoriali e recensioni? Lo abbiamo chiesto a Nicola Crocetti.
Poesia gode oggi di una fortuna inaspettata. E’ l’unica rivista che quasi non ospita pubblicità ed è l’unica rivista letteraria che ha saputo imporsi aul mercato con un tenore culturale elevato. Quando ha cominciato si aspettava il successo? Che obiettivi aveva?
«Volevo fare qualcosa che non c’era, un mensile d’informazione che desse conto degli avvenimenti più importanti a livello nazionale e soprattutto che potesse formare un mosaico dello stato della poesia contemporanea; un mosaico con molte tessere di colore e valore letterario diverso».

La sua esperienza di giornalista e di traduttore ha giocato un ruolo importante nel tracciare il profilo della rivista?
«Traducendo si legge e quindi si interpreta. E’ un modo di avvicinarsi alla poesia che di dà la percezione della qualità del testo. Il fatto di essere un giornalista ha contribuito ad evitare un taglio rigorosamente accademico, pur senza sacrificare nulla alla qualità. I lettori Poesia sono molto spesso di appassionati (che in parte coincidono con gli stessi poeti) , ma non ho voluto fare una rivista per specialisti che hanno a disposizione decine di altre pubblicazioni».

I lettori sono quindi un pubblico eterogeneo e non addetti ai lavori a vario titolo…
«Ormai sono migliaia lettere, le telefonate, le testimonianze ricevute da Poesia e, in base a queste, è diventato chiaro che la composizione dei lettori taglia trasversalmente la composizione del paese: ci sono intellettuali, studenti, professionisti, sicuramente molti poeti e aspiranti poeti ma ci sono anche casalinghe, operai, addirittura adolescenti di tredici, quattordici anni, e persino suore di clausura».

Migliaia di autori nelle edicole dei villaggi

Facciamo un bilancio di questa esperienza.
«Andando con ordine devo dire, per prima cosa, che dopo quindici anni,ho pubblicato moltissimi poeti, circa 1500 e, ognuno di loro, con un ventaglio significativo di testi, non solo con una o due liriche. Sarebbe come offrire un pranzo e fermarsi agli antipasti. Complessivamente le poesie pubblicate sono più di quindicimila. Secondariamente ho dato un volto a ogni autore. Mostrare i volti dei poeti è una cosa che non aveva mai fatto nessuno; il merito va anche al fotografo Giovanni Giovannetti che ha messo a disposizione il suo enorme archivio. Per terza cosa vale la pena di sottolineare la diffusione della rivista, più di ventimila copie. Il che significa che Poesia è reperibile. Prima della nostra pubblicazione, chiunque vivesse in uno degli ottomila comuni d’Italia sprovvisto di una libreria (e credo siano davvero tanti, ci sono città con quarantamila abitanti che non dispongono di una vera e propria libreria) non aveva l’opportunità di avvicinarsi alla poesia. Invece in ogni villaggio c’è un’edicola. Aver mandato Poesia in edicola significa aver dato una reperibilità senza precedenti».

Da sinistra: il poeta e critico Sandro Montalto, l’editore Nicola Crocetti e Marco Conti, autore e traduttore, durante gli appuntamenti letterari di Fuoriluogo, a Biella nel 2018: convegno con il quale sono state ripercorse alcune tappe dell’attività editoriale di Crocetti in occasione dei trent’anni di vita della rivista “Poesia”

La piccola editoria

Lei è anche editore di libri di poesia (chi parla ha esordito con lo stesso editore) e recentemente di narrativa greca contemporanea. La domanda è d’obbligo: come va la piccola editoria
«Si svolge un lavoro di nicchia. Gli editori oggi sono 4.200 ma la maggior parte non trova spazio in libreria…Anzi più del 90 per cento degli editori non entrano in libreria».
Il che vale in particolare per la poesia?
«Per la poesia il discorso vale per tutti gli editori. La ragione di questa esclusione è che mai nessuno parla di poesia sui mezzi di comunicazione. Se un cantautore di terza categoria fa un Cd se ne dà nortizia nei telegiornali, ma se esce un libro di Zanzotto, di Luzi, di Raboni, a stento ne parla qualche quotidiano».

La società dello spettacolo

Questo significa anche che la figura dell’intellettuale, dello scrittore, ha un peso minore nel clima sociale del Duemila?
«Certamente il poeta non è assimilabile alla gente di spettacolo. Perché quando esce un il libro di un romanziere si fa un tour promozionale, si parla del personaggio, dell’uomo, della sua famiglia su giornali e televisioni? Lo si fa per il regista, per i pittori, per i romanzieri, ma non con i poeti».
Quale potrebbe essere il nuovo obiettivo di Poesia?
«Quello di proporre delle edizioni straniere. Dovunque la rivista è stata presentata ho sentito dire: “noi non abbiamo una pubblicazione così…” E’ un’idea per ora in fase di studi».
Marco Conti

Intervista pubblicata da La Nuova Provincia di Biella, l’8 Febbraio 2003; pag. 23

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