Leiris, fino all’ultimo respiro

Il romanzo “Età d’uomo” porta la narrazione autobiografica alle estreme conseguenze. Le lezioni del surrealismo e dell’etnologia

Michel Leiris, foto di Charles Mallison (anni ’50)

L’opera di Michel Leiris costituisce un nuovo capitolo nella storia dell’autobiografia moderna, dove  Le confessioni di Jean Jacques Rousseau rappresentano l’ideale incipit. L’apporto nuovo è tale che appare riduttivo far coincidere semplicemente la novità con il dato principale della scrittura del proprio sé. Si può meglio parlare di una narrativa in prima persona che convoglia elementi  letterari importanti del Novecento: in primis il Surrealismo, pur nella scrittura misurata dell’autore e di pari passo la cultura etnologica che fu per Leiris professione e motivo di letteratura.

La regola del gioco

Manoscritto di “Fibrilles”

La tetralogia La regola del gioco, scritta nel secondo dopoguerra, gravita intorno alla ricerca introspettiva, ma ha il suo preludio con Età d’uomo, un romanzo concluso nel 1936 e pubblicato nel ’39. In Età d’uomo Leiris  scrive una confessione che cerca il dialogo con gli avvenimenti e gli oggetti più intimi: pensieri, sogni, sessualità, accadimenti minimi. La novità tuttavia non è soltanto inerente questo radicale affondo nella vita vissuta: c’è l’apporto della psicanalisi attraverso la quale Leiris ragiona dopo essersi sottoposto alla terapia, c’è implicito il raffronto etnologico dato dalle sue conoscenze, c’è soprattutto l’onirismo indagato oltre che dalla psicanalisi dal Surrealismo, movimento del quale l’autore ha fatto parte distaccandosi poi insieme a Georges Bataille e Antonin Artaud. 

Il tempo, la cronologia

Dattiloscritto autografo

Un altro elemento di novità scaturisce dal rifiuto della cronologia. Il racconto di Età d’uomo è diacronico, certo, ma il movimento di passato e presente diventa a un certo punto continuo, insistito. Leiris parte dai ricordi più vecchi fino all’inizio della vita coniugale e professionale. Ma dopo il trattamento psicanalitico pensa a sé in termini di inconscio e vita sessuale, di sogni e desiderio, ed è questo che scompagina l’ordine cronologico dei fatti. L’inconscio freudiano ignora il trascorrere del tempo, dunque questo viene reinventato dall’autore.

Età d’uomo

L’edizione Gallimard di Età d’uomo, il primo romanzo autobiografico
L’incipit del romanzo: il tema, il dettaglio, le emozioni

Si tratta inoltre della prima autobiografia dove alla vita vissuta nella sua interezza si aggiunge la critica. In Età d’uomo e nella tetralogia il movimento dialettico tra i due termini, evocazione di ricordi e sogni ed interpretazione è frequentissimo. Il che sconfessa una volta di più quanto viene spesso privilegiato dalla critica e dall’opinione comune in ordine al Surrealismo, basandosi su un cliché: ovvero che il carattere del movimento si sia tradotto letterariamente in una liberazione dell’inconscio e dunque dell’immaginario  attraverso automatismi più o meno verificabili dal dettato (per esempio I campi magnetici). Come è stato fatto osservare da Ivos Margoni, il Surrealismo «chiama il soggetto non solo a una liberazione automatica del supposto linguaggio dell’inconscio, ma anche all’interpretazione dei suoi prodotti e della loro valenza esistenziale, ideologica (…)»

Emozioni e pensiero

Anche per la rievocazione attraverso la memoria, il dettaglio rende vivo il testo narrativo

Nei Vasi comunicanti, così come in Nadja e in L’amore folle, Breton tenta puntualmente l’analisi dei sogni e degli objets trouvée. C’è dunque una dialettica e integrazione tra un momento e l’altro, tra irrazionale e razionale. «L’analisi dei sogni continua Margoni nell’introduzione a Carabattole (traduzione einaudiana di Fourbis) –  diventa così in Breton, e poi in Leiris, un’autoanalisi (con tutti i limiti notoriamente inerenti per lo stesso Freud a questa pratica), un’agnizione del soggetto da parte del soggetto stesso, assumendo con ciò una portata manifestamente autobiografica» (idem p. XII)

Temi e modelli

Dal punto di vista formale Età d’Uomo si suddivide attraverso alcune figure mitiche proposte dalla pittura, dall’opera e dalla tauromachia. In particolare il riferimento va a  Cranach il Vecchio per quanto riguarda il mito con l’evocazione simbolica delle figure di Lucrezia, Giuditta e  di Oloferne, i suoi amori e la sua fine e – ancora – alla Zattera della Medusa. All’interno di ogni sezione si hanno ulteriori riferimenti dall’opera musicale alla mitologia.

Il VII capitolo: Gli amori di Oloferne

Su cosa sia autentico

Per quanto riguarda la tauromachia, uno scritto dello stesso Leiris in prefazione al suo libro in seconda edizione pone un parallelo tra la scrittura confessionale e la tauromachia, come arte che ottiene il massimo risultato nel momento in cui l’uomo più si espone alla morte. «Il problema – dice L. – è di sapere se, in tali condizioni, il rapporto che stabilisco tra la sua autenticità e la mia non si basi su un semplice gioco di parole» (dalla prefazione a Età d’Uomo, edizione francese 1961; italiana in Medusa Mondadori, 1966

Il linguaggio

Dedica allo scrittore e filosofo Maurice Blanchot, autore che ha dedicato pagine importanti alla riflessione sulla scrittura

Un altro dato, riferito più alla Regola del Gioco nel suo complesso che al romanzo che la precorre, si deve osservare per il linguaggio di Leiris e ancora di più per l’attenzione che egli pone al lessico: entrambi sono vicini alla parola poetica. Leiris fin dagli esordi ha accompagnato del resto l’opera narrativa, etnografica e critica a quella poetica per quanto quest’ultima sia più rarefatta.

Tauromachia e letteratura: una nota

«Per diversi motivi – divergenze d’idee, frammischiate a questioni personali che sarebbe troppo lungo esporre qui – avevo rotto con il surrealismo. Tuttavia restava il fatto che ne ero impregnato. Ricettività per quanto ci appare come dato senza che lo abbiamo cercato (sul piano del dettato interiore o dell’incontro casuale), valore poetico dei sogni (considerati nello stesso tempo come ricchi di rivelazioni), larga fiducia concessa alla psicanalisi freudiana (…), ripugnanza per ogni trasposizione o adattamento, per ogni ingannevole compromesso tra i fatti reali e i prodotti puri della fantasia, necessità di dire le cose senza peli sulla lingua (…).»

Il passo riportato qui sopra lo scrive Leiris nel saggio già citato e intitolato “La letteratura considerata come tauromachia” che introduce il romanzo. L’autore si chiede se svelarsi davanti agli altri, senza alcun cesello esteriore, senza paura, non sia un atto simile a quello del torero seppure lo scrittore non rischia la morte. Da questa scommessa (Leiris parla dell'”Ombra di un corno” se non proprio di un corno autentico che si appresta ad affrontare) nasce questo affondo nel proprio sé, coscienza e inconscio, nascosto e palese, eros e thanatos.

Scrivere di sé

Da questa pagina, non meno che dal confronto con il romanzo d’esordio di Leiris, nascono ovviamente varie considerazioni per la scrittura di sé. Il confronto con il Novecento sul tema dell’autobiografia risulta infatti uno dei più fecondi per chi scrive. I modelli sono numerosi: Singer scrive fatti immaginari in romanzi autobiografici e fatti reali in romanzi d’invenzione; Giuseppe Berto e Philipp Roth prendono in prestito la psicanalisi (come Italo Svevo per primo), ma per farne pretesto di un lungo soliloquio con se stessi; Jean Paul Sartre racconta sotto il presidio dell’intelligenza ordinatrice, Vladimir Nabokov trasfigura il reale con la ricchezza del linguaggio immaginativo.

Michel Leiris era nato a Parigi nel 1901. Nel ’24 entrò a far parte del movimento surrealista e incontrò Georges Bataille. ‘Età d’uomo’ è editato nel 1939, a cui segue Biffures (1948), Fourbis (1955), Fibrilles (1966) e Frêle bruit (1976). Ha altresì scritto di etnologia ed è stato funzionario del Musée de l’Homme. E’ autore di due raccolte di poesia. E’ morto nel 1990

Poeti dimenticati o nascosti – 7

Pierre Albert-Birot

Se gli uomini fossero frutti
Pesanti rotondità pendenti
Non avrebbero bisogno di imparare la geometria
Non sarebbero mai disperati
Neppure morsi dai vermi
Neppure fusi in marmellate
Sarebbero felici come dei pomi
Gli uomini
Così tronfi di emme…
E le mele mangerebbero i frutti dell’ometo
Gran potenza della lettera
Sarebbe allora una mela che farebbe questa poesia
E avrebbe un gusto di serpente
E sarebbe una mela che l’avrebbe mangiata
la ragazza Eva
 
Pierre Albert-Birot, “Se gli uomini fossero frutti”, trad. M. Conti, da  La panthère noire (1938)  in Poèmes à l’autre moi, Nrf Gallimard

Jorie Graham

Isidore Isou, Les journaux des dieux (1950)

Questo è certo.
Il sogno non ha amici.
Il fondo è là ma la profondità lo nasconde.
I secoli non ci possono vedere.
Qui, in libertà.
(entrano gli altri)
A cosa servono questi occhi?
A cosa servono queste mani?
Sto ascoltando. Da molto tempo (guarda intorno)
Il “labirinto della frontiera” (gesti)
Tutta la gente nella storia (ancora gesti)
Il cuore in gola (riflettore sulla selva)
Poi i loro occhi erano aperti e seppero e
svanì la vista. Questo è certo.

Il sogno
non ci darà indicazioni
è illegittimo
sospende su di noi immense aride ali
soffre con noi si deteriora
non è identico alla consapevolezza
spesso si stende sotto il pavimento della cattedrale
dovrebbe risparmiarci
oh certo che dovrebbe risparmiarci
considerando la brevità come una dolce curiosità
le ali che continuano ad aprirsi e chiudersi a
ritmo costante
come se nulla stesse accadendo
senza mai fare un cenno o implorare perché ci
restiamo
è spigoloso, è nero-corvino,
forse di vista debole
è umile è autentico
(benché naturalmente impercettibile)
di solito a letto la notte le ali
sono legate
le senti come un’escrescenza
del buio
benché naturalmente rimanga tutto lo stesso
(nessuna delle lettere è stata salvata).

Questo è certo: l’anima che ci
penetra
che non si distenderà
dèi vaghi
nessun possibile ripristino d’ordine
città splendente trattenuta all’arpione
delle ali
tocco ricordato mani esauste
fiamma che addenta l’aria nel
suo unico corpo di vivida singolarità
polvere sul fuoco che diventa fuoco
e come saremo obbedienti
polvere sul fuoco
sull’apparenza
mela in mano
sulla scia delle ali
(“muto addolorarsi della Natura”)
(ti perderai sarai abbandonato)
piegandoti cercando il ninnolo perduto
(cielo calmissimo)
pallida luce delle ragioni
anima che cammini in cerchi
scriba stanco.

Vola dico, redini in
mano
tu che ora rimuovi secoli
chiedimi aiuto
offrendo la tua all’improvviso
Ruota senza volti su di sé
E’ successo d’essere

Jorie Graham, “Distanza intermedia” trad. A. Francini, in “Poesia”, n. 217, Crocetti.

Michel Leiris

L’età più bella delle vacanze
l’età delle finestre aperte
dei pori smaglianti d’acqua

L’età di cuori senza zavorra
di versi nella sabbia fradicia
per ogni battito della marea
scolpiti sui castelli

L’età più bella della sabbia
ad ogni istante illuminata dalla marea
carezzata dai bagni
l’età dai cuori aperti
che non pesa né bagna
l’acquaforte di nessun rimorso

L’età della sabbia
versata a piene mani
dalle cime dei castelli

L’età dei cuori
che il mare scolpisce granello dopo granello.

Michel Leiris, “Age des cœurs“, trad. M. Conti, in Haut Mal, Nrf Gallimard, 1969

Primo Levi

Alessandro Verdi, Quaderno d’artista

Ecco, è finito: non si tocca più.
Quanto mi pesa la penna in mano!
Era così leggera poco prima,
Viva come l’argento vivo:
Non avevo che da seguirla,
Lei mi guidava la mano
Come un veggente che guidi un cieco,
Come una dama che ti guidi a danza.
Ora basta, il lavoro è finito,
Rifinito, sferico.
Se gli togliessi ancora una parola
Sarebbe un buco che trasuda siero.
Se una ne aggiungessi
Sporgerebbe come una brutta verruca.
Se una ne cambiassi stonerebbe
Come un cane che latri in un concerto.
Che fare, adesso? Come staccarsene?
Ad ogni opera nata muori un poco.
 
Primo Levi, “L’opera”, da Poesie in Opere complete, Einaudi, 1997

Libero De Libero

Mail art

L’estate succhia
alle radici il miele.

I paesaggi sono
caduti dal cielo.

Come uccelli
dormono i frutti.

L’eco si intrica
al richiamo marino.

E’ caduta la stagione
lunare, nel mio guanciale
la tua voce ha
fatto il nido.

Libero De Libero, “Richiamo”, da Solstizio (1930.1932) in Poesie, Mondadori, 1980

Attilio Lolini

Questo è un paese immobile
un catalogo della muffa

dicono che è tempo d’iniziare
non importa cosa

come quando andava
alla tabella dei treni
tanto per far intendere
che non sarebbe partito.

Attilio Lolini, “La muffa“, da Notizie dalla necropoli (1974-2004), Einaudi, 2005