Handke, Canto alla durata

Nel 1986 Peter Handke ha scritto un singolare poema sulle emozioni e le sensazioni della “durata”. Se non si dovesse scomodare Ungaretti con uno dei suoi libri più importanti, “Sentimento del tempo”, si potrebbe subito aggiungere che l’idea che permea Handke è un sentimento analogo. Ma nella “durata” dello scrittore austriaco sono ascritte cose molto vicine al vissuto quotidiano, dal paesaggio e i luoghi vissuti, agli oggetti d’uso, dall’idea di fedeltà all’abitudine inveterata…Per significare tuttavia che questo sentimento, non è afferrabile così comodamente.
«La durata – scrive – è la sensazione di vivere.» Handke cita Goethe, si sofferma sulla nozione più semplice e viva della continuità ma solo per dire che «la durata non nasce dalle catastrofi di ogni giorno,/ dal ripetersi delle contrarietà,/ dal riaccendersi dei conflitti,/ dal conteggio delle vittime./ Il treno in ritardo come al solito,/l’auto che di nuovo ti schizza addosso (…)». C’è molto altro e con un passo ritmico lento e discorsivo, con un incedere del verso modellato su quello della prosa asciutta dei suoi romanzi, Handke prosegue per molte pagine.

Les antiques. Saint-Rémy de Provence

Felice chi ha i propri luoghi della durata

Singolare è il sentimento della durata
anche alla vista di certe piccole cose
quanto meno appariscenti, tanto più toccanti:
un cucchiaio
che mi ha accompagnato in tutti i traslochi,
un asciugamano
appeso nelle stanze da bagno più diverse,,
la teiera sulla sedia di vimini (…)

E infine:
Felice chiunque abbia i propri luoghi della durata!
Egli, anche se venisse portato lontano
senza prospettive di ritorno nel suo mondo,
non sarà più un esule.

E anche i luoghi della durata non rifulgono di splendore,
spesso non sono nemmeno riportati sulle carte
oppure sono senza nome.

Lyon. Abbaini

Il sentimento della durata di Handke coinvolge quello dell’appartenenza e della convidisione, anziché del semplice scorrere temporale. Nelle ultime pagine del poema, scrive:

«La durata è il mio riscatto,
mi lascia andare ad essere.
Animato dalla durata
io sono anche quegli altri
che già prima di me sono stati sul lago di Griffen,
che dopo di me gireranno attorno alla Porte d’Auteuil
e tutti quelli con cui sarò andato
alla Fontaine Sainte-Marie.
Sostenuto dalla durata,
io, essere effimero,
porto sulle mie spalle i miei predecessori e i miei successori,
un peso che mi eleva (…)»


Per Handke la durata è «una grazia». Ed ecco nei versi successivi una pittura a larghe campiture, una declinazione di questo stare immersi nella condivisione del luogo e del tempo:

«La pioggia serale che cade nella pozzanghera del mattino,
i fiocchi di neve sospinti nella teiera,
le scritte sempre uguali sui camion dei corrieri
che sfrecciano sul ponte dell’autostrada sopra la Salzach.»

Un’esperienza del mondo

La prima edizione Einaudi del libro di Handke

Nella postfazione il traduttore del libro, Hans Kitzmüller, confronta questo poemetto con il sentimento che sorregge il poema di Attilio Bertolucci, La camera da letto. In effetti il verso è ampio e narrativo in entrambi e il testo di Bertolucci condivide l’intimità con i luoghi “della durata”.
Kitzmüller osserva però che, a fronte dei romanzi dello scrittore, questo testo è passato quasi inosservato. A maggiore ragione la cosa stupisce perché – concordando con il traduttore – si può ben dire che il tema sia «una delle riflessioni centrali di un grande autore».

Peter Handke

Peter Handke è nato a Griffen, in Carinzia, nel 1942 e ha ricevuto pochi giorni fa il premio Nobel per la letteratura 2019. Da tempo vive nei dintorni di Parigi dopo aver abbandonato l’Austria. Ha sempre scritto in tedesco. Tra i suoi libri più importanti, tradotti in italiano, sono da ricordare Infelicità senza desideri (1972), Garzanti 1976; La donna mancina (1976), Garzanti 1979; L’ora del vero sentire (1975), Garzanti 1980; Il peso del mondo (1977), Guanda 1981. Tra gli ultimi libri da Guanda è apparso Saggio su un luogo tranquillo nel 2012. Ha scritto anche alcune opere teatrali.

Il diavolo nel cassetto

Il romanzo di Paolo Maurensig, ambientato in un borgo delle Alpi svizzere: tra il thriller e l’atmosfera della narrazione gotica

Bestiario medievale, la volpe

Di ritorno dal suo celebre Viaggio in Italia, Goethe si fermò in un villaggio incassato tra le montagne svizzere. Colpa di un guasto della carrozza. Ma l’incidente ha fatto la fortuna di quel paese: tant’è vero che due secoli dopo, lo scrittore romantico non solo ha un monumento nella piazza, ma è celebrato da ben tre locande ognuna delle quali annovera il merito di averlo ospitato in quella celeberrima notte.
Potrebbe essere tutto; invece non è. Se ne accorge a proprie spese il reverendo Cornelius inviato a Dichtersruhe (non d’invenzione che significa “riposo del poeta”) per aiutare il vicario ormai troppo vecchio per sopperire alle necessità del borgo. Padre Cornelius si sente subito a disagio. Nessuno sembra prenderlo sul serio ma, soprattutto, ad ogni messa i fedeli si contano sulle dita di una mano.
«L’aspetto del paesaggio – dice il sacerdote – rispecchia il carattere dei suoi abitanti: accogliente d’estate, mortalmente squallido nella stagione fredda».

Un paese di scrittori

Il demonio porge i suoi ‘desiderata’

Riservati fino al mutismo, gli abitanti di Dichtersruh covano una passione segreta. Così segreta che padre Cornelius deve appostarsi come un detective all’ufficio postale per scoprire cosa sono i voluminosi pacchi che puntualmente sono consegnati agli uffici di spedizione. La sorpresa è grande: nella piccola vallata svizzera gli scrittori pullulano come zanzare nelle risaie. E’ sufficiente che, con una scusa o con l’altra, il vicario cominci a discettare dal pulpito sulle opere letterarie più importanti, perché la piccola chiesa si riempia all’inverosimile.
Ed è proprio in questo frangente che il diavolo gioca le sue carte.
Lo racconta padre Cornelius a un apprendista scrittore, Friedrich, che è giunto in paese per seguire un convegno di psicanalisti in cerca di manoscritti da consegnare alla piccola casa editrice di cui è diventato consulente. Tra i relatori c’è proprio il sacerdote che propone una tesi ben curiosa.

Il Maligno fra di noi

Padre Cornelius parla diffusamente del Male, parla del Diavolo e spiega che ormai, visto il mondo laicizzato, il demonio non segue il solito canovaccio a cui tutti erano abituati. Alcuni psicanalisti escono dalla sala protestando ma il sacerdote continua sostenendo che oggi, l’attività spirituale è ormai consegnata alla letteratura e proprio questo può diventare il campo di azione del maligno.
Scettico il giovane editor ascolta la tesi, gli pare che Cornelius si esprima attraverso simboli eloquenti, vorrebbe prendere in consegna il manoscritto, proporlo alla stampa. Scoprirà molto di più di quanto era stato raccontato in pubblico.

Una narrazione a incastro

Secondo il protagonista del romanzo, Cornelius, la volpe è una incarnazione del Maligno

Paolo Maurensig riprende qui la tradizione gotica coniugandola con humor agli attributi prosaici e laicissimi del XXI secolo. Come nel suo romanzo più famoso, La variante di Lűneburg (straordinario romanzo d’esordio, nel 1993, tradotto in venti lingue) anche Il diavolo nel cassetto è un romanzo a incastro. Il narratore riordinando la casa trova un manoscritto che non ha mai letto dove un anonimo autore racconta la vicenda di Dichtersruh narratagli da un terzo sconosciuto, forse lo stesso padre Cornelius.
La scrittura di Maurensig vive interamente intorno ai personaggi insoliti e affascinanti che sa creare. Se nella Variante di Lűneburg le esistenze si spendevano nel mondo (nettamente simbolico) degli scacchi, qui è la narrazione stessa ad essere la tentazione che disperde le vite, l’incarnazione di una ossessione che tenta, divora ed elegge. Ma tocca sempre con felicità narrativa il nostro immaginario.

Marco Conti

Paolo Maurensig, “Il diavolo nel cassetto”, pp. 115, Einaudi, 2018