“Assente come un procreatore”: dieci studi sulla poesia di Augusto Blotto

Cinquantasette corposi libri di poesia, un arco temporale che va dal 1950 al 2021: la scrittura di Augusto Blotto (1933 – 2024) pertiene agli itinerari più affascinanti e misconosciuti dell’intera repubblica delle lettere del Novecento. Ne parlò Sergio Solmi  su Paragone nel 1970 (si legge ora in Saggi critici, 1998), ma si devono  a Stefano Agosti i contributi più importanti e soprattutto recenti. Diaforia pubblica oggi col titolo voluto dall’autore, Assente come un procreatore , una sequenza di dieci studi accompagnati da una antologia di testi scritti tra il 1950 e il 2002 con un’ulteriore propaggine datata 2021. Chi scrive è della partita insieme a Giovanni Tesio, Antonio Belfiore, Chiara Serani, Antonio Rossi, Isabella Tomei, Gilberto Isella, Anna Chiarloni, Lorenzo Mari e Paolo Valesio.

«L’opera  – annuncia il curatore Daniele Poletti – è una macrostruttura articolata in libri editi e inediti, quasi sessanta in tutto, sinonimi di “messa in forma”, di piccoli ormeggi nel procelloso mare blottiano che non rendono ragione, se non in parte, della visione e della necessità di questa scrittura inesauribile. Per tale motivo l’autore incitava a tuffarsi, a prendere «a piene mani» dal forziere dei suoi versi.» Una metonimia del lavoro autoriale, suggerisce ancora Poletti, richiamando i tratti della poetica di Blotto  per cui l’autore è attraversato dal linguaggio e quindi « “detto”, mero strumento di procreazione».  Va pur aggiunto che questa non è la prima immersione nel mondo di un autore appartato e modernista, distante dall’avanguardia sua contemporanea, pur stando su di una prua che navigava in acque sconosciute. Nel 2009 un convegno all’Archivio di Stato di Torino aveva riunito diversi contributi (i saggi di Bárberi Squarotti, Agosti, Tesio, Philippe Di Meo e il mio, seguiti da una tavola rotonda con altri interventi, tutti confluiti negli atti della Giornata di Studio, Il clamoroso non incominciar neppure a cura di Mariarosa Masoero e Gabriella Olivero. Altri convegni si sono svolti alla Biblioteca cantonale di Lugano, poi a Biella lo scorso giugno, e ora a Torino, a breve (cioè il 17 ottobre) si avrà un ulteriore incontro con alcuni dei più giovani critici che hanno scritto sull’opera, introdotti da Giovanni Tesio e Daniele Poletti: Antonio Belfiore, Lorenzo Mari, Isabella Tomei; a loro si aggiunge infine la voce di Paolo Valesio, critico e poeta.

Gli esordi di Blotto

Straordinariamente diversi sono gli angoli prospettici delle dieci letture comprese in questo Assente come un procreatore. Ma a iniziare da chi si confronta per la prima volta con i testi di Blotto, come Antonio Belfiore, è irrinunciabile l’interpretazione complessiva del linguaggio autoriale fatta da Stefano Agosti, ovvero  quella di una lingua poetica (senza teoresi enunciata) che fa corpo con l’Evento, cioè con la nozione di Reale, la sua sincronicità nella moltidudine delle cose, le isotopie rimbaudiane dominanti… Se non agli esordi nel corpo più diffuso dell’opera. Belfiore si chiede se in questo contesto la poesia di Blotto possa essere letta, in apparenza paradossalmente, «come paesaggistica», notando che Blotto «intesse una singolare relazione con gli spazi». Un approccio che solo in superficie  potrebbe apparire riduttivo.  Da una intervista all’autore In marcia con la poesia di Augusto Blotto, che pubblicai in principio nel 2009 su La clessidra (ora si può leggere qui In marcia con la poesia di Augusto Blotto – Letture – Le Muse Inquiete )al mio saggio comparso in Il clamoroso non incominciar neppure, sussiste viceversa un comun denominatore referenziale nella consuetudine di Augusto Blotto al vagabondaggio nella natura insieme alla puntuale nominazione di luoghi e date per ogni testo e alla copiosità delle ricorrenze tematiche e lessicali.

Le prospettive di lettura

Augusto Blotto negli anni Sessanta

In questo nuovo libro, il mio saggio  si occupa invece della formazione della poesia di Augusto Blotto dove evidenzio come alcuni  caratteri formali, definitisi verso la fine degli anni Cinquanta,  sono netti e distinti rispetto sia dalle voci liriche del secondo ‘900, sia dall’avanguardia. Da un canto il realismo e la politica di  Il 1950, civile, dall’altro la memoria lirica di Dolcezza, bonomia.  In entrambi i casi il flusso del verso e delle immagini sono ancora normati con molte ellissi, ma la soggettività (poi inglobata fin quasi a scomparire del tutto nel testo) è avvertibile con evidenza. La filologia di Magnanimità (davvero il primo libro, composto nel 1951 ed editato da Schwarz nel 1957) consegna invece un’esperienza più germinale, vale a dire l’uso dell’immagine fantastica di matrice surrealista («la rossa fedeltà della guancia marinara», «le foglie sono creste di draghi teneri nel nativo mattino») dove i nessi sono straniati mentre il punto di vista è quello eterodiegetico di un testimone, quasi fosse un primo approccio per quell’assiduo nominare le cose scomparendo dietro di esse. Fin da queste esperienze, il passo, la voce,  sembrano di indiscutibile originalità e distanti dalle esperienze più singolari di quel tempo: Laborintus (1956) di Sanguineti, oppure dal successivo espressionismo di Amelia Rosselli in Variazioni belliche nel 1964. La figura dell’ ellisse rispetto alla linea narrativa e confessionale, come rispetto al soggetto in dialogo esplicito col mondo,  sarà il passo decisivo per arrivare a quella che Agosti definisce «la lingua dell’Evento» capace di procedere per successive isotopie.

Il sublime, il discorso musicale

Chiara Serani assume la strabiliante nominazione di Blotto per porgere quasi un paradosso: il sublime raggiunto per trascendenza e numero con una poesia che si colloca sotto la «soglia più alta», ovvero il limen. Timore e terrore, ma anche ammirazione vi partecipano e creano diletto, sulla scorta delle indicazioni di Burke (Inchiesta sul Bello e il Sublime). Insomma si profila un ritratto del lettore davanti all’opera blottiana con diversi incisi pertinenti alla discontinuità del verso e alla visionarietà programmatica di questa poetica.

Antonio Rossi, privilegiando un singolo testo, “Magistra campagna”,  approccia invece un’interpretazione che suddivide la poesia in sei parti, comparate a sei movimenti musicali. La composizione, un centinaio di versi, risale al 2008 e come tanti altri testi porta in calce il luogo, Cravanzana, nelle Langhe, paese in cui Blotto ha trascorso varie estati. Tra rari lemmi, sineddochi, e una puntuale dilatazione dello spazio – come sotto altro profilo ha suggerito Belfiore – l’analisi filologica mostra una rilevanza assoluta del paesaggio in quanto esperienza e dunque nodo cruciale, tanto da richiamare Robert Walser e le sue passeggiate a loro volta necessarie. Lo stesso scrittore austriaco scrisse quanto avrebbe potuto ribadire Blotto: «A spasso – risposi – ci devo  assolutamente andare per ravvivarmi e per mantenere il contatto col mondo: se mi mancasse il sentimento del mondo,  non potrei più nemmeno scrivere mezza lettera dell’alfabeto» (La passeggiata).

Ragioni, a piene mani per l’ “enfin”!

Anche Isabella Tomei riprende le qualità della lingua blottiana riferendosi ai primi  testi e rilevando «il suo bisogno perenne di un rapporto diretto con la materia», dove l’asse paradigmatico ha preso il sopravvento su quello del sintagma. Il saggio valuta gli elementi grammaticali e sintattici che formano la specificità della poesia fino a decidere che «Blotto genera, in risposta agli stimoli della realtà, una propria grammaticalità che è, sì, per forza di cose, appartenente alla difficoltà, eppure non è radicalmente avulsa dalla comunicazione»  pur rifiutando le parole in libertà o la scrittura automatica di marca surrealista. La peculiarità della lettura di Tomei risiede tuttavia nel bisturi con cui si riconosce  sul corpo della produzione centrale e ben oltre, «una situazione di pluristilismo», vale a dire la coesistenza nei testi di due linee divergenti: la prima affluente nella tradizione lirica, dunque lineare e composta; la seconda centrifuga, inventiva che disinnesta l’istanza razionale. Questo dialogo di opposti  e di «modelli cognitivi» risulta per Tomei  uno strumento formale che ha il suo paradigma in Ragioni, a piene mani per l’ “enfin”! [su questo sito si veda: Il caso Augusto Blotto, una nuova opera e un’opera nuova – Poesia – Le Muse Inquiete]. Qui «la divisione degli stili in funzione dialettica diminuirà notevolmente, per raggiungere una coesione tutta interna alla strofa e al verso».

Prescegliendo ancora in un corpus di analisi e suggerimenti, il saggio di Gilberto Isella recensisce la capacità dell’opera di sconcertare, di sovvertire l’ordine del discorso con una scrittura definita come decostruzione creativa di «luoghi e paesaggi» oltre ogni tentazione mimetica; Isella richiama anzi le parole dell’autore quando egli stesso ribadisce «la coscienza di creazione del paesaggio».  Come Tomei  anche Anna Chiarloni  individua nella silloge Ragioni, a piene mani per l’ “enfin”! un momento privilegiato dell’opera che esprime la natura dialogica del testo perché capace di liberare la fantasia del lettore. Ma l’accento di questo saggio cade, inaspettatamente, sulla vis comica di Blotto, ovvero l’ironia e l’autoironia, colta fin nell’incipit della sezione “Da pagina 2000”: «Nel mio mestiere di resurrezioni/ reiterate, magari ebdomadarie/ splendono, luce di lapide, ammirazioni/ sia alla fatica sia alla fortuna».  Chiarloni scrive forse il saggio più inatteso per un poeta che ha assorbito tutta l’attenzione critica sull’eccezione della propria lingua. Valga per tutte questa citazione a raccontare non solo l’invenzione versale ma l’eterogeneità dei temi e degli accenti: «Grasso e liscio navòn da pulcinella giovane/ son apparso alla fine di giornata di vento, / sbiancato nella gran luce, teso nell’unta pelle: apparenza attillato per anco, protendente»…Insomma Pulcinella e le maschere napoletane, «giovanotto tirato a lucido per la serata», annota Chiarloni; ma andrà ugualmente chiarito che il navòn spesso inteso come naso di cui ci sarebbe l’accrescitivo (a Napoli lo si va a toccare sulla statua di Pulcinella perché porti fortuna) non avrebbe qui, fosse così inteso, etimo corretto, poiché navòn discende da napo, cioè la rapa, dal latino napus: dunque il “rapone” Pulcinella e il giovanotto del testo.

Politica e dialettica

Uno dei primi testi blottiani, Il 1950,  civile,  avvia anche la ricerca di Lorenzo Mari (Blotto: civile/anticivile, totale/ antitotale?) che mostra sotto un profilo sia formale che tematico quanto Tomei ha cercato  nello scomporsi dei versi tra linearità razionale e tradizionale ed una espressività centrifuga, divergente. Insomma il discorso dialettico si profila per Mari in una «contrapposizione di blocchi testuali – spesso identificabili non soltanto come singole strofe o sezioni di un testo, ma anche come alternanza di elementi all’interno dello stesso periodo – di diverso segno (politico, culturale, assiologico ecc.) e con una formulazione di tesi e antitesi […] senza possibile sintesi finale.»  La tendenza di questa dialettica, interpellata da Mari in una conversazione con l’autore,  è addirittura quella di «intridersi» nello stesso locus testuale. Di più.  Il movimento contrastativo già avvertito in Il 1950, civile, si sviluppa, costante, lungo il percorso autoriale.

Il falsetto

Paolo Valesio in una intelligente reminiscenza dell’opera, tenta la ricerca della “totalità” attraverso ciò che risulta assente. Si fanno potenzialmente largo, in questo modo,  nuovi percorsi. In Blotto, incide Paolo Valesio, è assente il filo rosso dell’autobiografismo, «l’io dell’autore fa capolino in certi angoli, senza continuità narrativa»; assenti sono le descrizioni di personaggi concreti, reali o immaginari; mancano riferimenti specifici alle abitudini del promeneur solitaire, e le descrizioni precise dei paesaggi, e al dunque riferimenti a eventi storici, a opere d’arte o letterarie, apostrofi, dialoghi. Ma il discorso di Valesio non si diffonde poi nel merito dei contorni di queste assenze (come la mancanza di autobiografismo dal corpo dell’opera) e affaccia un nuovo connotato: la voce in falsetto come «eccedenza che procede verso il basso piuttosto che verso l’alto rispetto al senso di lirica altezza della musica (e della parola) tradizionalmente intese». Quella che pare una voce minuscola, appunto un falsetto, può rivelarsi allora «una voce eccedente» dove  si affaccia ansia e ironia. Il modernismo di Blotto si distanzierebbe proprio in questo ulteriore passo: «perché dà un’idea – conclude Valesio –  per quanto sommaria della grande tradizione antecedente da cui Blotto si libera con la sua voce eccedente.»

Marco Conti

AA.VV. «Assente come un procreatore» La scrittura inesauribile di Augusto Blotto. Antologia poetica e saggi critici a cura di Daniele Poletti; pp. 301;  edizioni [dia-foria, 2026; euro 20,00

*Due testi da Il 1950, civile e La vivente uniformità dell’animale  sono compresi alla voce “Augusto Blotto” tramite questo link: Poesia di autori poco noti.lemuseinquiete.it – Le Muse Inquiete

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