Cose spiegate bene a proposito di libri

Un libro sui libri: a cominciare dalla  materia prima, la carta, per passare ai ruoli di chi li realizza e infine ai produttori, vale a dire gli editori, i loro marchi, le loro scelte. Il quotidiano il Post, giornale on line, ha mandato in libreria la sua prima  rivista cartacea che, esemplarmente, si occupa di quanto ho appena scritto. Cose spiegate bene. A proposito di libri, è un magnifico baedeker che può  accompagnare una marea di lettori curiosi dell’industria del libro, e di quanto partecipa alla sua creazione, i caratteri tipografici preferiti, il modo con cui si scelgono le copertine, le quote percentuali che dividono oggi il mercato degli editori. Non solo. Chi volesse avvicinarsi alla storia del libro come indice della cultura antropologica nel tempo del liberismo e del digitale, avrebbe di che riflettere. Magari cominciando dai titoli pubblicati dal 1929 al 2019.

Tanti titoli, ma quante seconde edizioni?

Un grafico intitolato “Novant’anni di libri” racconta la progressione delle opere stampate nel corso dell’ultimo e penultimo secolo. Nel 1929 si stamparono 8154 nuovi titoli e bisognò aspettare il 1967 per arrivare più o meno al raddoppio: 15.119.  Ma da quel momento l’editoria sembra non farsi scrupoli: nel 1996 arriva a mandare in libreria 51 mila titoli e nel 2019 la quota, che comprende la manualistica come il romanzo, conta 86.475 nuovi volumi.

Se i grandi successi restano rari, come e più di quelli ottocenteschi quando i romanzi dovevano prima passare dalle pagine dei giornali per arrivare al grande pubblico, anche le riedizioni di best seller nel XXI secolo sono merce pregiata per qualsiasi titolo che non costituisca un classico. In tre anni Edmondo De Amicis con i racconti di Cuore, arrivò ad avere settantadue edizioni. Era il 1886. Oggi, fatte le dovute proporzioni di mercato e alfabetizzazione, una progressione simile è impensabile anche per quelle opere milionarie che dalla carta passano al digitale, al serial televisivo o al cinema, come Cinquanta sfumature di grigio. Nel 2012 il romanzo di James vendette in Italia un milione  e 135 mila copie. Ma il confronto, impari tra questi due mondi,  è tutto nostro.

La fabbrica del libro

Gli autori di Cose ( in redazione Arianna Cavallo, Gabriele Gargantini, Ludovica Lugli, Giacomo Papi, Marco Verdura)  si fanno leggere restando ben ancorati ai mestieri del libro nell’attualità. Quanto tempo ci vuole per fare un libro? Se Simenon scriveva i suoi noir in due o tre settimane, Stefano D’Arrigo impiegò 25 anni per il monumentale Horcynus Orca. In compenso il primo passaggio di editing non dura più di tre mesi e l’impaginazione, la correzione di bozze, la redazione del paratesto al massimo 6 settimane. Il titolo? E’ naturalmente l’autore a deciderlo, ma non sempre la prima idea è quella definitiva. Umberto Eco per esempio voleva titolare il suo primo e più noto romanzo, “Delitti all’abbazia”; per sua fortuna gli amici gli indicarono uno degli ultimi titoli in lista, Il nome della rosa. Anche Fitzgerald non era convinto di Il grande Gatsby, preferiva “I milionari oppure  “Tra mucchi di cenere. Altre domande si affollano nella mente dei lettori, specie se “mangiatori di libri”. Come sono nati i tascabili? Cosa fa l’editor? Quali sono i font preferiti dagli scrittori italiani?

Il Garamond

Senza neppure spalancare la porta della bibliofilia, Cose racconta che «quasi tutti i libri italiani sono in Garamond, anzi, per essere più precisi, in Simoncini Garamond, un carattere disegnato nel Cinquecento da un tipografo francese – Claude Garamond – e rimaneggiato  nel 1958 da un tipografo bolognese, Francesco Simoncini.» Con rarissime eccezioni. La prima (poco più di un vezzo) è quella di Einaudi che si fece disegnare una variante di quello stesso carattere. Adelphi invece ha adottato il Baskerville, disegnato nel 1757 e più contrastato del Garamond, al quale si ispirò anche il celebre tipografo italiano, Giambattista Bodoni, da cui il nome del “carattere” utilizzato in ogni edizione di pregio da Franco Maria Ricci.

Al computer ogni scrittore oggi può scegliere il suo font. Il libro del Post passa in rassegna alcuni autori: Donatella Di Pietrantonio ha cominciato con Helvetica, poi si è convertita al Garamond come Marco Missiroli e Alessandro Baricco.  Nicola Lagioia e Valeria Parrella scrivono invece le loro cartelle in Times new roman 14, «interlinea 1,5, giustificato ovviamente, rientro a sinistra 1, 5 e  a destra lo stesso. Perché così mi viene una cartella di 1800 battute» precisa la Parrella. 

Gli editori

Il paesaggio dell’editoria è rivisitato dai curatori del libro con la perentorietà delle cifre e la precisione dei dettagli. Il quadro che emerge è il fedele specchio del neoliberismo con il mercato italiano che, nel 2019,  fa capo per il 26,2% al gruppo Mondadori, con i marchi di quelle che prima erano case editrici indipendenti: Rizzoli, Einaudi, Piemme, Fabbri, Sperling e Kupfer, Electa. Segue il gruppo Mauri Spagnol con il 10,6% (che controlla Garzanti, Salani, Longanesi, Bollati Boringhieri, Tea, Vallardi, Ponte delle Grazie e il 90 per cento di Guanda, il 51% di Newton Compton, il 49 di Chiarelettere. Gli altri titolari sono Giunti (8.7%), Feltrinelli (5,4%), De Agostini 1,6%).  Restano tutte le altre  sigle a dividersi il 47,5 del mercato editoriale. Ma tra queste compare, con una certa sorpresa, la prestigiosa Adelphi, la neonata Nave di Teseo, Sellerio, il Mulino, Neri Pozza, Cairo, E/O, Cortina, il Saggiatore e altre ancora. In questa quota trovano posto anche le multinazionali Pearson, HarperCollins, McGraw-Hill.  Nel corso degli ultimi nove anni gli “indipendenti” hanno però avuto il vento in poppa acquistando otto punti percentuali, quasi uno all’anno dal 2011, quando la tavola era apparecchiata con solo il 39,5 per cento dell’intero business. Il fatturato 2019 dell’industria del libro? 1422 milioni.

Investigatori e Ghostwriter

La rivista (così annunciata da il Post per cadenza, ma sotto le spoglie formali di libro) come ogni periodico apre illuminate “finestre” su dettagli specifici: ecco allora la nota di Michele Serra “Sull’editore”  e un capitolo sulla curatela di Concita De Gregorio…e, ancora, le pagine su chi sono i Ghostwriter. Ed ecco l’atlante  degli investigatori italiani – da Montalbano di Camilleri a Lazzaro Sant’Andrea di Pinketts – e la storia di due campioni della narrativa del vecchio e del nuovo secolo: Sellerio con i suoi piccoli elegantissimi volumi e la collana Stile Libero, uno scaffale einaudiano nato per tenere insieme generi e giovani, il basso e l’alto. Ma questa, ormai, è storia…

Cose spiegate bene. A proposito di libri. Con testi di Concita De Gregorio, Giacomo Papi, Francesco Piccolo, Michele Serra, Luca Sofri, Chiara Valerio, Iperborea, pp. 238, Euro 19,00

Pennati, modulando il silenzio

Da  Sotteso blu (Einaudi, 1983) il segno distintivo di Pennati è l’aderenza all’osservazione dell’evento, al fatto naturale pronunciato con un lessico ricco, eloquente, e con una “voce” senza coloriture di tono. La forza lirica di questo dettato, ciò che lo individua, è l’accumulazione di segni, il dividersi e moltiplicarsi degli …

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