Wagner, variazioni immobili

In Variazioni sul barile dell’acqua piovana Jan Wagner affaccia l’idea della natura come alterità: perfettamente riconoscibile, assolutamente ammirata ma irraggiungibile se non nella immaginosità dell’osservatore. Jan Wagner dà al lettore la sensazione di rievocarne la fattualità nella memoria infantile, come nella casualità del viaggio, eppure la proliferazione di analogie in cui il suo verso si spende, conferma anziché escludere l’estraneità del soggetto lirico.
Non a caso la quarta di copertina cita Philip Larkin: il movimento narrativo e il registro intimo di certi incipit, la distanza infine da cui si traguarda la giovinezza, ci lasciano questa impressione il tempo sufficiente di qualche quartina. Poco oltre scopriamo che Wagner è autore distantissimo dall’inglese delle “Nozze di Pentecoste” e in alcuni tratti certo più simile, al suo opposto, a Francis Ponge.

La castalda e il sogno di un despota

Alicia Rothman

non si sottovaluti la castalda,
che domina già nel nome – e per questo
ha fiori di un bianco pensile e casto
come il sogno di un despota.

ritorna sempre come un vecchio sbaglio
e smista i suoi segreti
per il buio delle braide e dei prati,
finché da qualche parte di nuovo non
[germogli
(…)

Quei fiori pensili e casti «come il sogno di un despota» sono ampiamente sufficienti a farci amare il verso di Wagner, ma l’ironia amara del distacco di Larkin è tutt’altra cosa. Basta sfogliare poche pagine di questa raccolta per trovare il vasto, netto vetro, su cui l’autore tedesco riflette e traduce i suoi referenti, consolidandoli, tramutandoli quasi in piacevole “frozen”.

Nero come una bibbia

«cosa era così blu come sere d’autunno/o nero come una bibbia? sospeso tra veli brumosi, tra acquazzoni d’ottobre, così asprigno/ da far contrarre ogni cosa? i prugnoli spinosi» (prugnoli).
Qui il verso dispiega il proprio divertimento, allude e chiede per rispondere direttamente richiamando non la poesia più antica dell’enigma, ma quella postmoderna, valga per tutti il libro di Craig Raine, “Un marziano manda una cartolina a casa”. Gli strumenti della seduzione lirica sono, in sostanza, in mostra con il loro terso tintinnio. Ecco la voce di “Saggio sulle zanzare”:

come se d’un tratto tutte le lettere
si fossero staccate dal giornale
e stessero come sciame nell’aria;

stanno come sciame nell’aria,
senza dare neanche una cattiva notizia,
muse precarie, scheletrici pegasi,

bisbigliano solo tra sé e sé; fatte
dell’ultimo filo di fumo, quando
la candela si spegne (…)


Lo stesso divertimento dell’immaginario replica altri testi: “saggio sui tovaglioli”, “saggio sulle carline”, “saggio sulle recinzioni”, “saggio sul sapone”. E’ in quest’ultimo che – cambiando il registro, rendendolo più suadente perché allusivo di un’esperienza – ci si imbatte in una partitura che richiama direttamente la nominazione di Ponge, quel suo sguardo rivolto al mondo eloquente e come sconosciuto degli oggetti:

ce n’era sempre un pezzo lì vicino
seguiva le proprie fasi,
diminuendo come quasi ogni cosa
per poi riapparire pieno, di un
[bianco
luminescente nella sua vaschetta.

pesava come una pietra nel pugno,
schiumava, rammolliva
lavandoci da caino ad abele.

e se accadeva di dimenticarsene,
si sbriciolava come un asteroide (…)

Certo l’autore porta l’oggetto della lirica dentro il vissuto (anziché farlo brillare nell’impersonalità come accade in Ponge) ma è piuttosto evidente che si tratta di un movimento funzionale poiché il centro gravitazionale del testo è rintracciabile esattamente tra forme e attribuzioni della cosa assunta:

il “noi” a cui il poeta fa spesso riferimento è ugualmente il segno flagrante e rivendicato di questa impersonalità. La chiusura del “saggio sul sapone” risulta così doppiamente chiara: « sediamo tutti al tavolo:/ notte illune, mani profumate.»

La campana dei Fugger

Gelso nero

Sarebbe tuttavia fuorviante una lettura che si limitasse a osservare la straordinaria proliferazione immaginativa di Wagner senza dire come queste “variazioni” e la verticalità dell’immagine trovino il movimento opposto, orizzontale, narrativo. Il verso diviene allora lo stralcio di una memoria davvero personale, di un quotidiano inseguito tra piccole evenienze, tra testimonianze animali e vegetali, quadri d’epoca, brani musicali, campane incrinate. Come accade, appunto, in “incrinatura”:

quando mi chiamarono dentro, l’estate,
con rondini, che tagliavano per i campi come scalpelli
rigorosi, con quei grappoli di tempesta
maturi dentro la cappella,

e proprio nell’istante in cui il gatto, come
punzecchiato, corse in cantina (primigenio contatto,
istinto animale), quasi dentro di me,
il rimbombo del campanile. erano le quattro.

il mattino seguente, il vicario ci fece andar
su: colombe di carbone, odore di bruciato,

la campana del tempo dei fugger –

solo andandole vicino si vedeva l’incrinatura,
che strisciava sul rame seghettata
come un insetto, sotto vetro prigioniera.


La violenza del volo delle rondini, la tempesta ammucchiata (in grappoli), così come l’incrinatura del fulmine simile all’impronta di un insetto…Wagner compone un piccolo capolavoro, con un solo movimento narrativo che non rinuncia al segno più perentorio dell’autore, quello di un traslato che è anche uno sguardo “assoluto”.

F.to Marinella Salvi (part.)

Variazioni decisive

Le “variazioni” di Jan Wagner ci riservano tuttavia un terzo tempo dove i tratti di questa poesia hanno un esito inaspettato. Sia la verticalità dell’immagine, tra similitudine e metafora, sia l’intimità del discorso narrativo hanno riferito fin qui di una natura distante in cui l’interlocuzione è sospesa tra la forma e i suoi attributi. Viceversa, nelle terzine che danno il titolo alla raccolta (“variazioni sul barile dell’acqua piovana”) la superficie del mondo evocato resta immobile ma la voce si fa frammentaria, il ritmo disteso si condensa in una notazione allusiva, l’immagine si sottrae sia al discorso, sia all’occasione narrativa.

alzai il coperchio
e guardai nell’occhio
gigante del merlo.

*
sotto il susino
dietro casa – sereno, freddo
come un maestro zen


E’ ancora il mondo quotidiano di “incrinatura”, e ugualmente la terzina ha il proprio centro nell’immagine, ma Wagner pone su ogni cosa uno sguardo che coglie la densità enigmatica del mondo. Il movimento creativo è opposto: la forma non genera altre immagini, non seduce attraverso il piacere fantastico del parallelismo; si concentra viceversa nella sua energia originaria e da questo nucleo assoluto e impenetrabile interroga.

vecchio come il giardino,
profumato come un lago di bosco. stava
lì un barile di stige
.
*
alzai il coperchio,
indietreggiai. il canto
del merlo s’oscurò.

Un passo lirico quasi irriconoscibile che scivola via dalle immagini più lievi e seducenti, ma che ci sorprende con un altro, forse più alto, regalo.

Marco Conti
© lemuseinquiete.it



Jan Wagner, Variazioni sul barile dell’acqua piovana, traduzione di Federico Italiano, Einaudi, 2019, euro 14,00










Poeti dimenticati o nascosti – 10

Stephan Tennant, Diario dal Marocco

Eduardo Mitre

Riuniamo una porta, una finestra
e quattro muri pensierosi
e abbiamo già una stanza.
Una camera è senza dubbio il luogo
dove meglio si sente piovere.
Le tre rivelazioni della stanza:
un fantasma, un’arancia, una donna.
Quella che a tavola non disse nulla
lo dice con lacrime nella stanza.
La tua stanza è più intima del tuo passato
nel bosco i nidi
e nella città le stanze.

Eduardo Mitre, “La stanza”, trad. A. M. Molina, in Poesia, n. 221, Crocetti, 2007

Eugenio Montejo


Guillaume Apollinaire, calligrammi

Parlano poco gli alberi, si sa.
Passano tutta la vita meditando
e muovendo i loro rami.
Basta guardarli in autunno
quando si riuniscono nei parchi:
soltanto i più vecchi conversano,
quelli che donano le nuvole e gli uccelli,
ma la loro voce si perde tra le foglie
e assai poco percepiamo, quasi niente.
 
E’ difficile riempire un piccolo libro
coi pensieri degli alberi.
Tutto in essi è vago, frammentario.
Oggi, ad esempio, mentre ascoltavo il grido
di un tordo nero, di ritorno verso casa,
grido ultimo di chi non attende un’altra estate,
ho capito che nella sua voce parlava un albero,
uno dei tanti,
ma non so cosa fare di quel grido,
non so come trascriverlo.
 
Eugenio Montejo, “Gli alberi”, trad. L. Rosi, da Poesia, Crocetti, n. 234, 2009

Maija-Liisa Nyman – 1

Manoscritto di Beatrix Potter

Dopo le nozze giunse la primavera.
 
In Iraq si combatte ancora e
il popolo di Dio rivendica sangue.
Le mattine leggo con attenzione il giornale.
 
Gli alberi in fiore. Mi disperdo in minute goccioline.
Se volete sposarvi,
andate a Las Vegas.

Maija Liisa Nyman – 2

Prigioniera in quaranta metri quadri, in sole due stanze,
con la bicicletta all’ingresso, non si riesce a passare
se non si chiede con le buone, se non si accarezza delicatamente
il corno destro
e la piccola cicatrice del parafango.
 
E giù per le scale, dal terzo piano al primo,
è dei bambini russi.
 
Il russo non lo parlo, nemmeno
una buona parola.
 
Maija-Liisa Nyman, due poesie, da Il limite della neve. La nuova poesia finlandese, cura e traduzione  di Antonio Parente, prefazione Siru Kainulainen, Mimesis-Hebenon edizioni, 2011

Giancarlo Pontiggia

Jean Cocteau, autoritratto

Ritorno ogni volta dove
l’ombra trova il suo confine
compagna del silenzio,
 
nella polvere delle strade che svoltano
contro cieli alti.
 
Chi passava,
sollevando lo sguardo, vedeva
oleandri ruvidi e selvosi, ancora
celati in un sonno remoto.

tra i pochi frammenti di quel cielo
fiammante e impervio
rassicuro i vostri sciami ronzanti, e riprendo
il cammino;
 
(oh, ma quali ombre e quali
urti?)
 
Di giugno, come vi ripeto, nell’ora
del meriggio che acceca, della polvere e del fuoco,
ai margini dei campi, in un impluvio
verdissimo di ombre, tra quei segni,
in quella direzione, con passi
certi
 
come un’antica preghiera
 
Giancarlo Pontiggia, “Di giugno, come vi ripeto, nell’ora”, da Con parole remote, Guanda, 1998.

Ramon Palomares

John Vernon Lord (taccuino di Sicilia)

Ecco arrivare il notte
colui che ha stelle nelle unghie,
con passo furioso e cani tra le gambe
alzando le braccia come un fulmine
aprendo i cedri
buttandosi i rami addosso
molto lontano.

Entra come se fosse un uomo a cavallo
e passa per l’androne
scrollandosi di dosso il temporale.

E smonta e comincia ad indagare
e ricorda e allunga gli occhi.

Guarda i paesi che sono
gli uni sui declivi e gli altri acquattati nei burroni
ed entra nelle case
a vedere come stanno le donne
e spazza le chiese attraverso le sacrestie e i campanili
spaventando quando pesta per le scale.

E si siede sulle pietre
indagando senza pace.

Ramon Palomares, “Il notte”, trad. H. G. Robles e U. Bonetti, in Giovani poeti sudamericani, Einaudi, 1972

Vasko Popa

Manoscritto ebraico del XIV secolo. Carmen figurata per i racconti di Haggadah

La piccola scatola mette i primi dentini
e cresce un poco in lunghezza
e pure in larghezza e in profondità
e in tutto quello che ha
e ancora la piccola scatola cresce
l’armadio in cui stava dentro
sta ora dentro di lei
lei cresce e diventa più grande
adesso la stanza sta dentro di lei
non solo, ci stanno la casa il borgo
la terra e il mondo in cui prima abitava
la piccola scatola ricorda l’infanzia
è forse per via della sua nostalgia
che piccola piccola di nuovo si fa?
e adesso lì dentro ci sta per intero
il mondo ridotto in miniatura
è facile metterlo dentro una tasca
lo perdi lo rubi così facilmente
proteggi la piccola scatola.

Vasko Popa, “La piccola scatola”, trad. A. Cattaneo da C. Simic Il cacciatore di immagini, Adelphi, 2005. Popa è ritenuto tra i maggiori poeti serbi contemporanei; in Italia è sconosciuto. Il testo qui presentato è stato tradotto da Charles Simic e poi volto in italiano.

Craig Raine

Alice nel Paese delle meraviglie, decontestualizzazione

Fu possibile ridere
mentre i motori fischiavano nel ribollimento,

e chiedersi che aspetto avranno le nubi –
neve spalata, Apple Charlotte,

Tufty Tails… ho goduto
il Mare d’Irlanda, le navi erano difetti

in una buia distesa di lenzuola.
E poi Belfast di sotto, una radio

con tutto il dietro divelto,
tra l’astrazione agricola

dei campi. Intricata,
ordinata e sistemata con metodo. Le finestre

brillavano come gocce di fusibile –
tutto era elettricamente connesso.

Pensai ai regali di nozze,
cose bianche da tè,

raggruppate su una credenza,
mentre si entrava nella nube

e non si era in alcun luogo –
una sposa in velo, che rideva

del senso dell’evento, solo
semi impaurita da una casa vuota

con quel ribollimento delle tende
dalla finestra della camera da letto.

Craig Raine, “In volo per Belfast, 1977”, trad. C.Pennati, da A Martian Sends a Postacard Home (Un marziano manda una cartolina a casa), Oxford University Press, 1979, in Trame, N. 9, 1992

Raizan

Lewis Carrol, manoscritto illustrato

Oh mondine! –
di non fangoso
c’è solo il vostro canto.

Raizan, “Mondine” da Il muschio e la rugiada. antologia di poesia giapponese, Bur, 1996

Jacques Réda

Carmen figurata. Ancora un manoscritto ebraico di leggende di Haggadah

Un po’ di me se ne va trotterellando
Nel costume da bagno rosso.
L’oceano si muove appena.
Portando via un po’ di lei
Già fugge senza che lo sospettiamo,
Perché – scomparso io –
Lei non avrà mai corso
Così per nessuno
Fino all’onda scintillante
Che il mare rinnova
Salendo verso il secchiello, la paletta,
Segni dell’oblio.
 
Jacques Réda, “Tashi a quattro anni”, trad. Marco Conti, da L’adozione del sistema metrico, Gallimard, 2004

Angelo Maria Ripellino

Italo Calvino, Nota per le Lezioni Americane

Il buon tempo antico era una grossa mela
posata su una nuvola d’ovatta,
uno specchio barocco con una succosa candela,
una rossa rosa spampanata.
Il buon tempo antico era mia madre
col macinino del caffè tra le ginocchia,
e le nere gelse e i sonagli del mare
e il crepitare verdognolo di una ranocchia.
Il buon tempo antico era il signor Botticelli
con un bouquet di variopinte primavere
e una manciata di tremuli uccelli.
Era il calduccio di casa nelle umide sere,
l’infuso di tolù, menta e limone
e i pupi di zucchero sul canterano.
La casa ora è cieca, ma un fioco lampione
si ostina a illuminarla, avvizzito guardiano.
 
Angelo Maria Ripellino, “Il buon tempo antico era una grossa mela” da Autunnale barocco, Einaudi, 1990