Se la storia non ha senso, la contingenza può ben essere un destino. Si può allora dormire dentro una scatola di fiammiferi, nella custodia di un violino, su «panchine difficili da dimostrare». La non appartenenza, lo sradicamento dalla propria terra, la memoria come bene dolente e costante, sono il nord e il sud della poesia di Nikola Madzirov, poeta macedone di Strumica che ha visto la Jugoslavia divenire altri Paesi prima di abbracciare il mestiere di esule. «La staticità del mondo comunista, che garantiva pur sempre un simulacro di identità, si sgretola nel corso di pochi anni e il poeta passa da essere jugoslavo a macedone, in seguito macedone del Nord, in un paese da cui oltre un terzo della popolazione emigra, mentre chi resta vive nella precarietà», scrive Piero Salabè nella prefazione al volume di poesie di Madzirov, da lui curato per Crocetti con il titolo Ciò che abbiamo detto ci perseguiterà.
Un tempo vivevo ai bordi della città
come un lampione
a cui nessuno cambia la lampada.
I muri erano tenuti assieme dalle ragnatele
i nostri palmi invece dal sudore.
Ho nascosto il mio orsacchiotto
nelle fessure della muratura rimaneggiata
per salvarlo dai sogni.
La poesia Casa, che apre emblematicamente il volume, mette subito in contatto il lettore con il sentimento di abbandono e con una voce che tesaurizza il Novecento con originalità davvero rara. Immagine e tempo, iperboli e minuzie apparecchiate nel ricordo, sono gli strumenti principali di questi versi. Paesaggi desolati di periferia, commenta Salabè, e un immaginario che predilige oggetti umili, correlativi inusuali della condizione di emigrato, viaggiatore, ospite: «Vado e torno, vado e torno,/ come una ciabatta di plastica/ sulla battigia» scrive in Nasce la perfezione.
Come una barchetta di carta o un’anguria
La poesia di Madzirov ha linearità espressiva oggi rara da rinvenire (soprattutto nel contesto delle lingue romanze, strattonato da vari intellettualismi), puntualmente sostenuta da un registro che dall’elegiaco trascorre a un’ironia sommessa, talvolta vicina a Simic, altrove surreale: «Un giorno ci incroceremo/ come una barchetta di carta e un’anguria che si raffredda nel fiume» (Le ombre ci sorpasseranno) ; «Prova a nascere/ come la lancetta grande dopo mezzanotte/ e subito i secondi ti sorpassano» (Lancette dell’orologio); «Sono come un uccello migratore che /invece di partire continua a tornare» (La croce della storia). Le similitudini di Madzirov sono inattese quanto i suoi angoli di periferia abbandonati. In La croce della storia, l’incipit è perentorio e visionario:
Mi sono dissolto nei cristalli di minerali sconosciuti.
Vivo fra le città, invisibile
come l’aria tra due fette di pane.
Mi contiene la ruggine
sui bordi delle ancore.
La semplice descrizione diviene metafora per raccontare il paesaggio della memoria e la distanza. Il piccolo, il quotidiano, hanno allora due strade di fronte: quella incommensurabile della visione o, viceversa, il timbro di una clausola dirimente, sintesi simbolica e morale come accade in Il cielo si apre dove l’autore assume su di sé l’anonimato di una casa disabitata:
La casa che ho ereditato è senza numero,
i suoi nidi sono sfatti
e le crepe del muro sembrano le vene
di un amante accalorato.
La dentro dormono il vento
e le parole di assenze
condensate. E’ estate
e il timo calpestato espande il suo odore.
I monaci finiscono di recitare il rosario,
il cielo si apre affinché
tiri aria nelle nostre anime.
Gli alberi sono verdi e noi restiamo invisibili,
perché è l’unico modo in cui si potranno vedere
i nostri bambini non nati e la notte
che rende gli angeli
ancora più puri.
L’apertura degli ultimi versi è quasi una domanda, un auspicio visionario. Viceversa in Così cala una tipica notte d’estate, ogni immagine è disillusione e sentenza sul corso della storia. L’esodo dai Balcani si declina con l’eloquenza di una nazione e un mondo scomparsi in un battito di ciglia: «Nei cortili delle fabbriche/ dormono le statue dei seguaci/ di rivoluzioni annullate, sulle/ tombe simmetriche si scolorano i fiori di plastica/ mentre appassiscono quelli veri/». Ma nello stesso testo, lo scorcio realista e l’inciso morale si confrontano ugualmente con versi che colgono il dissesto dell’esistenza, l’identità presa nel laccio del caso. Lo scenario paradossole e ironico a cui Mazdirov dà voce mette in corto circuito caratteri opposti, prosaico e trascendente, colpa e innocenza per dissolversi infine in una feroce allegoria del nostro tempo:
la freccia del Senso Unico
indica Dio
il pescatore che getta l’amo nel fiume
strappa un pezzo di cielo,
c’è un bambino in cerca dell’Orsa Minore
e del pianeta da cui vorrebbe provenire,
una piuma prova a volare
sulla soglia di un assassino con un alibi in tasca.
Così cala una tipica notte d’estate:
la città arde nel rosso della luna
e le scale antincendio sembrano portare
in paradiso, anche se tutti
scendono
un gradino
dopo
l’altro.
Marco Conti
Nikola Madzirov, Ciò che abbiamo detto ci perseguiterà, a cura di Piero Salabè, pp. 129, Crocetti Editore, 2025; euro 16,00
