La mescalina di Henri Michaux

Un disegno di Henri Michaux per Miserabile miracolo

Philippe Jaccottet divise il linguaggio di Henri Michaux in diversi momenti:  la prosa precisa e distaccata del viaggio e delle esperienze reali, poi  quella più libera dei racconti immaginari e delle invenzioni, mentre l’esito migliore, andrebbe cercato nella scrittura di versetti brevi, regolari, di tono elevato. Ma Jaccottet pensava a una lingua poetica a cui Michaux, nonostante le apparenze, rimarrà sempre estraneo.  Dalle note di viaggio in Ecuador alla poesia di Giorni di silenzio, lo scrittore belga non condivide sulla pagina il crisma dell’empatia, parte integrante del canone, fosse pure con il distacco  di Beckett o l’onirismo dei surrealisti. Fin dall’inizio Michaux  scrive mostrando questo scarto rispetto alla norma; un rifiuto che, a posteriori, risulta evidente nell’esordio delle prose poetiche di Chi fui (1927) come nelle note del suo viaggio in Ecuador: osserva, si guarda, non si riconosce mai.  Ragione in più per scoprire come un autore di questo temperamento riesca a raccontare l’esperienza della mescalina. Quodlibet manda infatti in libreria Miserabile miracolo (1957) tradotto da Claudio Rugafiori  e accompagnato da un saggio di Carlo Mazza Galanti con l’esplicativo sottotitolo “Mescalina”.

Le scale della mescalina

La prima edizione, 1956

L’assunzione di mescalina, cioè il succo del peyote, ha avuto in letteratura molti predecessori  entusiasti:  da Jean Paul Sartre ad Aldous Huxley passando dai dadaisti e dalla beat generation. Sartre ha allucinazioni in cui vede granchi e aragoste, dice «che non era male» e  tornerà ad assumerla; per Huxley è addirittura «l’esperienza più straordinaria e significativa che gli esseri umani possano fare». Michaux  nelle pagine di Miserabile miracolo, ne è affascinato: osserva il mondo che «si ritira a una certa distanza, a una distanza sempre più grande. – Mentre ogni parola si fa densa, troppo densa ormai per venire pronunciata, parola piena di per se stessa, parola in un nido, e intanto il rumore del fuoco di legna nel caminetto diventa la sola presenza». La coscienza si dissolve, le visioni si moltiplicano e lo scrittore ne darà conto anche attraverso molti disegni, quarantotto dei quali sono inclusi in questa edizione del libro. Tirando le somme scriverà di essersi trovato «in una situazione tale che cinquanta onomatopee diverse, simultanee, contraddittorie, a ogni mezzo secondo mutevoli, ne sarebbero la più fedele espressione». E cita lo psichiatra Havelock Ellis per cui la mescalina «elude la forma».   Probabilmente è proprio Miserabile miracolo uno dei pochi, se non l’unico racconto letterario capace di riportare l’immaginario di questo allucinogeno con la precisione di un viaggio reale come quelli che lo scrittore ha già fatto:

«A volte una scala di vetro, una scala come la scala di Giacobbe, una scala con più scalini di quanti sarebbe possibile salirne in tre vite intere, una scala con dieci milioni di gradini, una scala senza pianerottolo, una scala fino al cielo, l’impresa più formidabile, la più insensata dalla torre di Babele in poi, saliva nell’assoluto. Di colpo non la vedevo più. La scala che saliva al cielo era sparita come bollicine di champagne, e io continuavo la mia precipitosa navigazione, lottando per non ruzzolare, lottando contro strattoni e risucchi, contro infinitesimali piccolezze sussultanti, contro tele tese, contro zampe arcuate.»

Ritmi

Qui come nel viaggio in Ecuador o nelle poesie di Giorni di silenzio(1978), la porta dell’immaginario è spalancata ma senza enfasi o artifici, senza iperboli perché l’iperbole è in definitiva inscritta nello stile, in un metabolismo autoriale capace di dare vita a forme minimali, a sensazioni sfuggenti. In Giorni di silenzio, la poesia “Distrattamente, ritmi” si fonda tematicamente su una sequenza ritmica che ricorda proprio le forme allusive ripetute dei suoi disegni emersi con la mescalina:

Fratelli di cominciamenti oscuri

ritmi

ritmi, mentre si legge,

o si riposa, o si crede di riflettere

Giunti da mano distratta

cuori accompagnatori

che negli oggetti, nei mobili familiari

si mettono a parte

a pulsare

Propagatori dei niente

niente che vogliono essere qualcosa

Fondamenti

Fondamento che parla in battimenti

come un uccello con due note

due per tutta una vita

con due sole note torna in patria

(…)

La frase è il passaggio

Henri Michaux (dettaglio)

Il linguaggio è teso ad ascoltare e contemplare il ritmo, qualità astratta, esattamente come il mondo allucinogeno della mescalina. In Ecuador, raccontandoci i colori, le strade e le montagne come dipinti di Klee, Michaux a un  tratto (il 20 febbraio), scrive: «La frase è il passaggio da un punto di pensiero a un altro punto di pensiero. Il passaggio è incluso in una manica pensante. Se nello scrittore questa manica non è nota, egli è giudicato in base ai passaggi». Questa “manica” è una sorta di serbatoio di risorse intellettuali. Tant’è che poi spiega: «A nessuno viene in mente che nella manica  [lo scrittore] aveva di che dire tutt’altro, e perfino il contrario di ciò che ha detto».

Visione e paura

Se la mescalina presa ad alti dosaggi regala al poeta una marea montante di sensazioni che si spingono fino ad annullare la coscienza («I marosi dell’oceano mescalinico si erano riversati su di me, squassandomi, ribaltandomi come ghiaia minuta»), il relativo racconto è nondimeno puntuale. Il peyote immerge Michaux in un mondo di rette e curve, di bianchi e violetti, uno spettacolo che egli recensisce come il turista che non è mai stato neppure sulle strade del Sudamerica e dell’Asia. Intorno a questa prova mistica resta da comprendere perché Michaux, alieno da ogni pregiudiziale moralistica, usi l’ossimoro “miserabile miracolo”. Perché miserabile? Si può tentare di rispondere solo cercando in queste pagine una nozione di limite. Un passo del libro racconta come, ore dopo l’assunzione, la soggettività sia stata annullata in una sorta di disastro. Gli effetti della mescalina erano finiti: «Tutto rientrava nell’ordine, ma non io. Fino a che punto possa essere atroce, atroce in essenza, non trovo nessun mezzo per dirlo, e mi sento quasi un falsario a tentarlo». Poco oltre si paragona a una capinera nelle scie turbinose delle eliche di un quadrimotore, poi precisa: «L’orrore consisteva soprattutto in questo, che ero soltanto una linea. Nella vita normale si è sfera, una sfera che scopre panorami.»

La dose eccessiva di mescalina rende ciò che incuriosiva ed entusiasmava un pericolo perdurante dopo le visioni. Per ristabilirsi lo scrittore ingurgita tutto lo zucchero può senza successo, telefona a un medico ma si sente troppo calmo per ottenere l’allarme necessario ad essere aiutato. Michaux va a letto ma il disagio resta: «Ed era proprio al centro di me stesso, soltanto lì, uno sporco piccolo turbamento, un piccolo qualcosa di perverso, una cosa da niente, ma di quelle che possono far deragliare tutto».

Marco Conti

Henri Michaux, Miserabile miracolo. Mescalina (a cura di Carlo Mazza Galanti) pp. 228, Quodlibet, 2025; euro 16,00

Nota: Nell’articolo le traduzioni delle citazioni  sono mie oppure  tratte dall’antologia di Adelphi, Brecce, nella versione di Diane Grange Fiori.

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