Ferrari,  “L’idiota di famiglia” e altre sciagure

C’è un mondo in cui passato e presente sono fusi insieme, dove i ricordi vengono pescati in modo “randomico” (come dice l’autore stesso), e il futuro non esiste, ma a compensazione, persone di generazioni diverse possono sedere attorno allo stesso tavolo, tutte egualmente giovani e le ragazze magari vestite di rosso. È il mondo in cui vive “il Nieri”, Franco Nieri professore di Storia e Filosofia e bolscevico in pensione, noto anche come Herr Professor. Geograficamente sta a Viareggio, ma per tutto il resto, lasciamo stare, perché con l’Alzheimer non si sa mai. “Il Nieri” si trova in un posto dove è facile confondere Cosmo, nipote ottenne imbronciato, con Igor, figlio mai all’altezza di cotanto padre, o “la Manola”, tuttofare della casa ormai ultrasettantenne, con la Clio, sogno erotico delle medie.

Qui tutti prima o poi hanno l’articolo davanti al nome, come a precisarne meglio l’identità, e quindi viene subito da chiedersi chi è L’idiota di famiglia che dà il titolo al romanzo: il padre brillante, onnisciente e rigido scivolato nella demenza o il figlio Igor, destinato a disattendere sempre le velleità paterne, a partire dal nome? Herr Professor, gli assegna un nome russo e lui nella vita che fa? Fa il traduttore, dall’inglese, di romanzi nordamericani, per giunta. Igor vive a Roma, o meglio ci viveva fino a quando una sorella allarmatissima, Ester, gli comunica che lo stato di salute del padre richiede un suo rientro immediato e per un tempo indefinito a Viareggio. Igor torna, ovviamente, e si tuffa nella realtà parallela di casa Nieri. Lo fa con ironia, rabbia, dolcezza e abnegazione. Questi aggettivi apparentemente contrastanti aprono al lettore le porte di un romanzo che ricalca la vita con grande verosimiglianza, finalmente. Niente racconto famigliare, niente saga con continui rintocchi di passato, L’idiota di famiglia di Dario Ferrari inscena invece in modo genuino, ma accorto e con una scrittura fluida e molto ben strutturata, la realtà, con tutto il suo côté di personaggi e avvenimenti improbabili.

Igor, ovvero dell’ironia e dell’autoironia

Come conseguenza, si ride tantissimo, a dispetto dei presupposti tragici profilati dalla trama. Si ride soprattutto grazie all’autoironia di un protagonista che conosce fin troppo bene i propri limiti di essere umano. Igor si vede come un intellettuale di seconda fila, uno che non è capace di creare nulla, al massimo trasla le creazioni altrui, crede di essere poco brillante e fin troppo assennato, e soprattutto, è calvo. Ed ancora giovane, per esserlo. La sua autoironia lo spinge a ripescare dal vissuto famigliare proprio quegli aneddoti che di preferenza vengono eclissati. Due su tutti. Quando sulla scia del padre decide di leggere L’idiota di Fëdor Dostoevskij, che “il Nieri” considera il capolavoro assoluto della letteratura e, naturalmente, non lo capisce, mettendo una pietra tombale su qualsiasi possibilità di recuperare punti agli occhi di un genitore fin troppo severo. E quando tutta la famiglia se ne va a Berlino dopo la caduta del muro. Il giovane Igor raccoglie tutti i suoi fondi per comprarsi onestamente un paio di pezzi di muro a titolo di souvenir, mentre sua sorella Ester, pensa bene di rubarli riempiendosi lo zainetto di preziosi calcinacci. Ecco, questa è Ester, eccentrica, un po’ svitata, che poltrisce beatamente sulle aspettative inesistenti che i genitori nutrono nei suoi confronti. La sorellina a cui viene perdonato tutto. Compreso l’arrivo di un figliolo di padre ignoto. Ester e il piccolo Cosmo vivono con il nonno, nella casa di famiglia; qui si andrà ad incastrare Igor, con il suo pc da traduttore a partita Iva e le ovvie domande sul futuro lavorativo che gli arrivano dall’intero creato. Che fine farà un traduttore, ora che c’è l’IA?

La letteratura accanto alla vita

Si apre così il secondo grande tema del libro, la letteratura accanto alla vita. Herr Professor ha dimenticato i connotati della moglie morta prematuramente, dei figli e degli amici, ricorda benissimo invece a chi va riferita una delle frasi più famose dell’Idiota: «la bellezza salverà il mondo». No, non la dice il principe il principe Myškin, a lui viene solo attribuita da un comprimario, e posta come una domanda: «la bellezza salverà il mondo?». Il professor Nieri in zona l’Alzheimer risponderebbe qualcosa come «frottole, perché questo è un mondo pieno di stronzi». Uno degli effetti collaterali della malattia è l’inserimento abbondante di volgarità varie, tra cui stronzo è di gran lunga la prediletta, in un vocabolario fino a lì ineccepibile. Domande filosofiche a parte, Dario Ferrari si prende il tempo, tra una traversia e l’altra dei suoi personaggi, di fare una serie di riflessioni interessanti sul mondo della letteratura, dall’uso della lingua fin giù ai concorsi letterari di grande spolvero e al business della formazione diretta agli aspiranti scrittori e traduttori. Non a caso proprio a Viareggio viene attribuito ogni anno uno dei premi italiani più prestigiosi che, tra le pagine de L’idiota di famiglia, farà da cornice all’incontro tra Igor e la sua ex fidanzata, Marta. Una nota, quest’ultima, a servizio esclusivo della trama, che non mancherà di stupire il lettore con una serie di interessanti personaggi secondari. Per altro la storia in sé non mette a disposizione grandi colpi di scena, ad un certo punto Franco Nieri muore, di lui si scopriranno nel frattempo molte altre doti oltre all’intelligenza. all’impegno politico e all’integrità. Più in generale sulla famiglia Nieri per intero, l’inaffidabile Ester compresa, il lettore avrà modo di farsi un’opinione che sarebbe uno spreco anticipare ora.

Gli altri personaggi e due note finali

Dario Ferrari, oltre ad essere un autore di grandi doti narrative, colto ma senza peli sulla lingua, ha la capacità rara di tratteggiare personaggi ai quali risulta davvero difficile non affezionarsi. A Viareggio i lettori di questo romanzo avranno dei nuovi amici, non solo tutti i Nieri, anche la Milagros, l’Ofelia, Idargo, Botero. Attenzione a Botero, che ne combinerà una delle sue, proprio durante il funerale di Herr Professor.

Due note finali: il titolo, come ricorda lo stesso Ferrari in margine alla narrazione, è il ricalco dell’omonimo saggio di Jean Paul Sartre su Gustave Flaubert; invece in merito a Dostoevskij si illustra che il principe Myškin, eroe fin troppo ingenuo e buono, così come lo pronunciamo in italiano, Miskin, farebbe per cognome “piccolo orso”, traducibile in vena nobiliare con Orsini. Un bel cognome. Ma la pronuncia corretta in russo sostituisce alla “i” una specie di “ü” e significa piccolo topo, topino, topastro. Myškin, il principe Del Topo. Anche al grande russo, l’ironia non mancava, accanto alla proverbiale, inevitabile tristezza.  

Laura Boerio

Dario Ferrari, L’idiota di famiglia, pp. 528, Sellerio, 2026; euro 18,00

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