Sarà che la cultura non ha più alcuna ragion d’essere in questa vita? Che le sue funzioni di un tempo, acuire la sensibilità, l’immaginazione, far vivere il piacere della bellezza, sviluppare lo spirito critico delle persone, per gli esseri umani di oggi non contano più, perché la scienza e la tecnologia sono in grado di sostituirli al meglio?

Davvero si è più liberi in un mondo che parla con l’iphone, scarica film anziché raggiungerli fisicamente in una sala, si conosce con scambio di messaggini, fiaccole, stelle, figurine imbronciate? Davvero, si potrebbe aggiungere, fumare una sigaretta in un parco di decine di ettari danneggia bambini e deboli di cuore? Davvero tutto questo è la libertà e la scommessa della società liquida, oppure è la garanzia di un’umanità lentamente asservita, pronta a disfarsi della libertà? Le domande che lo scrittore Mario Vargas Llosa si è fatto nel suo ultimo piccolo libro, I venti, appena editato, sono proprio queste. Certo non con la scoperta perentorietà delle nostre righe, ma il protagonista del libro, un centenario che monologa, smarrito, e vaga lungo le strade di Madrid, ha dubbi analoghi. Insieme al suo amico Osorio si è dato appuntamento in piazza per protestare contro l’ennesima chiusura di una sala cinematografica. Ma si trova a contestare con altri quattro gatti, tutti vecchi, perché « i giovani di Madrid non si preoccupano per la scomparsa degli ultimi cinema della città; tanto non ci mettono piede».
Paper free society
Osorio definisce l’ amico un «inguaribile conservatore» e il centenario accetta di buon grado. Forse perché sospetta che la trionfale marcia verso il futuro sia una mistificazione. I libri per esempio. Nella Madrid del futuro (ma un futuro molto prossimo) sono rimaste in vita quattro librerie, più di quante ce ne siano a Parigi o a Londra. Il nuovo verbo propone infatti una straordinaria campagna per la salute di tutti con lo slogan Paper free society. «Ovviamente io non ci credo – ragiona il protagonista – sebbene tanti scienziati, compreso qualche Nobel, sostengano di aver dimostrato con numerosi esperimenti di laboratorio che la combinazione di carta e inchiostro da stampa è dannosa tanto quanto lo era quella del tabacco con la carta». Le biblioteche finiranno in cenere? L’antagonista Osorio dice che non importa perché i libri sono digitalizzati. La Biblioteca Nazionale di Madrid ha già chiuso i battenti senza tafferugli. «Ma è una vita priva di anima» protesta l’alter ego di Vargas Llosa. Peggio di questo c’è solo il romanzo commissionato al computer, scritto secondo i desiderata per i pochi che ancora leggono.
Come il Candide di Voltaire

Il premio Nobel Mario Vargas Llosa, scomparso appena tre mesi fa, ha scritto un romanzo filosofico, un pamphlet sullo stile del Candide di Voltaire. La differenza è che Voltaire metteva in ridicolo le idee del vacuo ottimismo di Leibniz, mentre lo scrittore di I venti racconta da una solida base storica le propaggini temporali del presente. E lo fa a tutto tondo, osservando il successo di certi spettacoli paragonabili a quelli circensi, constatando certe enfasi e prosopopee connaturate alle esposizioni di arte contemporanea. Osorio e il centenario in visita alle “Sculture per l’olfatto” sono un must: «C’erano circa venti bambolotti che vomitavano, urinavano, defecavano o suppuravano liquido (…) e per capire il significato della mostra, dovevi annusare i recipienti in cui quei bambolotti sgocciolavano le loro secrezioni.» Il protagonista non regge, ha l’ennesimo attacco d’ansia e come sempre non può trattenere le flatulenze, un vento – per l’appunto –che contrassegna lo scarto, il disagio davanti alla fatuità applaudita e cercata. Anche la filosofia, in questa Madrid del futuro, è ormai in ginocchio, come ovunque. Poche le facoltà, talvolta associate a quelle di Teologia e Gastronomia. Insomma qui Llosa tocca un nervo scoperto e di cui già si lamentava anni fa il filosofo tedesco Habermas ricordando come lo studio della filosofia fosse stato cancellato da molti licei tedeschi. «Ma se le idee in sé, scevre di finalità pratiche immediate, fossero sparite, di conseguenza, nella nostra società sarebbe svanita anche ogni forma di dissidenza e di contestazione».
Gli squilibrati
Per il vero non è così poiché nella società del futuro annunciato ci sono giovani che non convengono, non concordano, non si intruppano in questo limbo di tecnologia senza bellezza. Li chiamano Gli squilibrati e hanno «un atteggiamento disinteressato». Denaro, lavoro, produzione, non li toccano ma non ne fanno una tesi, non cercano condivisioni. Il centenario li guarda con simpatia e distanza. Lo spaventa il loro atteggiamento verso la carne e il sesso, due cose «senza le quali la mia gioventù e la mia età adulta sarebbero state private di molti piaceri». Intanto il protagonista camminando lungo le strade di Madrid, ricordando con nostalgia il suo amore cruciale per Carmencita, si è reso conto di aver dimenticato l’indirizzo di casa. Gli toccherà entrare in un labirinto sconosciuto come quello dei pensieri che non condivide, gli toccherà dormire all’addiaccio.
Dopo una giovinezza in cui Vargas Llosa è stato comunista, simpatizzante come Marquez di Fidel Castro, negli anni Ottanta era divenuto un sostenitore del liberismo, dottrina non meno impegnativa. Una posizione che via via è sfumata insieme alla sua scelta di lasciare il Perù per Madrid. Certo è che l’affondo polemico di questo romanzo non ha un bersaglio politico ma fa a brani la cultura coltivata da tecnologia e capitale, da slogan e proposizioni che hanno malridotto due millenni di umanesimo in cambio di una vita sospesa sul desk.
Marco Conti
Mario Vargas Llosa, I venti, pp. 86, Einaudi, 2025; euro 14,00