Michela Silla, Cosa c’è di vero nelle città di mare

Le città di mare, il vento e con il vento una certa, discreta leggerezza formale. Michela Silla con il suo Cosa c’è di vero nelle città di mare, scrive un dialogo costante tra lo slancio aereo dell’immaginazione e le radici, la compattezza della terra. La cornice è quella enunciata dal titolo ma la poesia che vi si costruisce all’interno non ha nulla da spartire con l’impressionismo lirico. La Sardegna, l’insularità dell’autrice, è richiamata fin dalla prima poesia, “Janas”, una voce dialettale della tradizione orale che identifica creature mitiche, fate delle rocce colte come presenze dell’aria:

C’è sempre vento, i tetti bassi
sotto il cielo aperto e vasto
si inchinano
davanti a chi è rimasto
in questa terra di azzurro e malìe;
il mare chiama,
ma la città è campo vuoto
ferito dal sole
che scava muri di case invecchiate.
Dove sono ora le fate,
i canti di sirene, le foreste?
Non torni più, non torni più
se segui la voce di fata o strega –
l’onda alta sui telai d’oro;
e puoi vedere o fuggire
sembra dire la voce.
Vuoi vivere o fuggire?
Soffiate ancora,
Janas dalla pelle chiara
quasi trasparente,
su fronde di querce
stelle gigantesche
sulle teste di chi vuole vedere
e cerca senza paura
l’allegria che tuona,
coraggiosa e dura.

Qui come altrove i versi di Michela Silla sembrano richiamare la riflessione di Gaston Bachelard sull’immaginario poetico. L’aria e il vento intesi come forze esemplari di un’ontologia («Le vent se lève!… Il faut tenter de vivre» citava il filosofo francese da Il cimitero marino di Valéry) dove la terra è paradigma di stabilità e implicita protezione. Ma per l’appunto anche con questa scorta e abbrivio occorrerà avvertire che l’immagine poetica  si consolida anche per Michela Silla  come una sorta di evento dell’essere anziché una semplice rappresentazione.  Se le Janas ci portano nel dominio aereo dell’invisibile quasi trattenendo, attraverso la tradizione, la loro doppia valenza (di figure scaturite dalle rocce), nel testo successivo il verso riporta lo slancio immaginativo nella dimensione della storia e della contingenza:

Estate airone
estate volo notturno
da quale taglio nel buio
arriva la luce?
E quando voci accalcate
dai bar, dalle gelaterie
la sera abbassano il volume
e si diramano nelle vie
resta un’eco stanca
e tepore sui muri
per la vita piena
la vita tutta,
sembrava niente.

Il dialogo tra l’immaginario dell’aria e quello della terra è ora una domanda sospesa, una dialettica che investe ogni fibra e risponde con la materia compatta, rassicurante della quotidianità; cosicché anche il verso eponimo della raccolta, «Mi chiedo cosa ci sia di vero/nelle città di mare», sembra dare riscontro al movimento da cui scaturisce questa lirica: «La luce cade a terra, /qualcosa nasce dalle dita/ che si muovono nell’aria mentre danza.» (“Vortica su se stessa”).

Un dialogo senza fine

Sauro Albisani nella prefazione mette l’accento sulle costanti di luce e vento come quelle di «una spinta centrifuga» che si risolve «in una sintassi mai rigida, sempre pronta a dissolversi, a risolversi in una parola isolata». La pronuncia dà conto infatti di una tensione nominalistica, avvertibile soprattutto  nelle prime due parti del libro, accompagnata da una sintassi ellittica anche quando la voce si stempera con maggiore rotondità di pronuncia. Nel testo appena citato, l’incipit è netto («Estate airone») e  la metafora sostantivale coglie non il paesaggio ma ancora una volta un’immagine dell’aria evitando il ricorso alle forme più consuete della similitudine e dell’analogia. Scelta che si ritrova con  “La testa sulle mie ginocchia” dove compaiono isolati e luminosi i versi «occhi farfalla» e «volto alba». 

Sarebbe però fuorviante non recensire anche una pronuncia più distesa del verso riscontrabile fin dalla prima sezione dove il fuoco della lirica, in una forma ugualmente paratattica e scandita, è inerente soprattutto al dettaglio:

L’amore è tutto lì: nella bocca
che copia d’istinto la sua
quando le porgi il cucchiaino
e schiude le labbra la tua bambina.
Rosa il cielo e le canzoni
lungo la strada per il mare
oggi come allora
sui banchi di scuola scrivevo:
per sempre – ti guardavo,
capivi
.

Meglio ancora le semplici movenze di una quartina sembrano poter riunire il primo e il secondo tempo di questa poesia. Leggerezza e intensità si accordano su una pronuncia distesa, di sabiana immediatezza:

Lo aspettavi da sempre
questo ciliegio in fiore.
Ti era dovuto
e non lo sapevi?


Marco Conti
Michela Silla, Cosa c’è di vero nelle città di mare, pp. 67, I passatori, collana diretta da Davide Rondoni, Capire Ed. 2024

Back to Top
errore: Content is protected !!