Lavorare Stanca: mito e poesia in Cesare Pavese

La I edizione della raccolta di poesia “Lavorare stanca” venne editata nel 1936 da Solaria

Operai e contadini, meccanici e selciatori, muratori e prostitute, disoccupati della grande fabbrica torinese e maestrine, carrettieri ed emigranti arricchiti. L’umanità di Cesare Pavese, si ritaglia nella solitudine e nel lavoro. Proietta l’ombra dello scrittore isolato e il confronto con un mondo inappagante, segnato dalla  povertà e da un orizzonte intristito, tra dittatura e ignoranza. Forse anche per queste ragioni Lavorare stanca, avrà fortuna solo postuma.

 La raccolta  di poesie  uscì la prima volta nel 1936, preventivamente letta e censurata dal regime; poi  venne pubblicata nel 1943 quando, per lo meno, qualcuno cominciò a recensirla. A far velo a quest’opera  così originale non  fu solo il clima letterario del tempo dominato dall’ermetismo, ma anche il mondo evocato, così nettamente materiale e impastato da una voce che non annuncia né idealità né catarsi. Sì, per Pavese “Lavorare stanca”.

 Il lavoro è servitù dice inequivocabilmente la poesia “Antenati” , amarissima nel ritratto antropologico («siamo pieni di vizi, di ticchi e di orrori») e netta nel definire i desideri: «solo il lavoro non basta a me e ai miei,/ noi sappiamo schiantarci, ma il sogno più grande/ dei miei padri fu sempre un far nulla da bravi./ Siamo nati per girovagare su quelle colline,/ senza donne e le mani tenercele dietro alla schiena».

La lingua,  il dialetto, il mito

Le poesie di questa raccolta sono brevi storie che per il loro carattere, e la presenza di lemmi e locuzioni mutuate dal dialetto, vengono assimilati alla stagione neorealista. Tuttavia la loro unicità va oltre. Non solo perché la scelta del lessico, come ha osservato Beccaria, sulla scorta dei quaderni donati dalla sorella dello scrittore, è una selezione di termini confluiti nel vocabolario di italiano (il Maffei del 1855 per la precisione) dal piemontese, ma anche per il ruolo che, nella poesia come nei romanzi pavesiani, svolge il simbolo e il mito: la scena primaria registrata nell’infanzia e densa di emozioni, di segni, rivisitata in un secondo tempo dalla cultura e dalla maturità dell’intellettuale e dell’uomo adulto. Così in La luna e i falò  come tangenzialmente nelle sue prime poesie e  in modo eloquente nelle ultime de La terra e la morte. Ecco allora l’equivalenza antica e perlustrata da Pavese in termini etnografici fin dalle sue letture di Frazer (Il ramo d’oro) e di Eliade, dove Terra e Donna possono essere predicate reciprocamente l’una con il nome dell’altra.

A questo riguardo ecco un dei testi più significativi tratti da questa silloge:

Tu sei come una terra

Tu sei come una terra
che nessuno ha mai detto.
Tu non attendi nulla
se non la parola
che sgorgherà dal fondo
come un frutto tra i rami.
C’è un vento che ti giunge.
Cose secche e rimorte
t’ingombrano e vanno nel vento.
Membra e parole antiche.
Tu tremi nell’estate.

Ma non è solamente la mitologia personale a rendere unica la voce di Pavese, insieme alla lingua creata; l’autore di Lavorare stanca  porge il verso attraverso un parlato che monologa e descrive:

Ho scoperto che, prima di nascere, sono vissuto
sempre in uomini saldi, signori di sé,
e nessuno sapeva rispondere e tutti eran calmi.

Così in “Antenati”. Il mondo evocato in queste pagine trattiene non solo l’eredità della terra, delle campagne, ma anche quella mondanità in senso filosofico kierkegaardiano, che racconta il quotidiano di prostitute sfiancate («la stuoia sul letto/ la sporcavano con le scarpacce soldati e operai /i clienti che fiaccan la schiena» dice in “Pensieri di Deola”), e di ozio forzato (in “Ozio”) dove il disoccupato un tempo andava in barca «ma dal fiume si vede la fabbrica, e fa brutto sangue». Così per il giovane delle Langhe è quasi un mito l’emigrante tornato con un gruzzolo dai “Mari del Sud”. La sua figura  è quella di «un gigante vestito di bianco,/ che si muove pacato, abbronzato nel volto,/ taciturno». Quel silenzio, quella forza trattenuta, che Pavese guarda come un segno di fortunata  irraggiungibile e maschia maturità.

Cesare Pavese

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