Haiku del giorno dopo

Circondato dal silenzio, definito da un’allusione morale, lo haiku è la forma poetica esotica  che ha avuto più ascolto in Occidente per quanto distante dalla nostra cultura. Niente sembra  più remoto dalla ridondanza di significati della lirica moderna. Eppure la  forma tripartita di questo genere, tra  enunciazione,  sospensione e chiusura, ha sedotto quasi come il frammento ungarettiano. Giorgio Moio, con Haiku del giorno dopo, sorprende dunque una volta di più non tanto perché poeta verbovisuale ma perché è stato negli anni Novanta il fondatore della rivista “Risvolti”, poi di “Frequenze poetiche” (proprio in questi mesi riprodotte in formato elettronico): la prima diretta alla rilettura della poesia d’avanguardia, tra Emilio Villa, Adriano Spatola, Edoardo Cacciatore, la seconda ugualmente fitta delle risorse della ricerca.Ma Haiku del giorno dopo sembra potersi leggere paradossalmente proprio in questa tensione, cioè nella creazione che si stacca dalle strade più frequentate.

Tradizione e modernità

Come ricorda nella prefazione Carmen Moscariello, Giorgio Moio si attiene alla forma classica dal punto di vista metrico, quello più severo: i versi procedono con cinque, sette e cinque sillabe, «un parsimonioso incedere sui sassi accidentati». Seguendo l’evoluzione della forma nel ‘900 giapponese, Moio non sempre accoglie invece il kigo, vale a dire il riferimento tematico alla stagione. Ma è per l’appunto da un secolo che la presenza di questo vincolo è stata lasciata a ogni singolo autore. Più stringente, nell’essenza del componimento, risultano essere invece l’ellisse, la concisione con o senza richiami alla periodizzazione del tempo e l’esclusione dei verbi della soggettività:

ascolta voce

canto d’onda marina:

il silenzio va

*

solchi di bianco

sulla neve caduta –

: poco colore

*

i frutti si colgono

nella provocazione –

: dell’attesa

Aldilà del tema stagionale,  negli haiku di Moio è presente quella del movimento. Mare, fiore, vento, frutto, sono oggetti sono trasferiti da una posizione ad un’altra, sia  nella accezione naturale, sia in quella traslata, così come accade al silenzio, alla neve e all’attesa (come provocazione) negli haiku appena citati. Lo stesso vale per questi versi:

semina sorte

acacia infiorata –

: sibila il vuoto

Qualche volta Moio fa del kigo o della scrittura un oggetto metaletterario e ironico: «qual è il kigo/ supremo dallo haiku- /: il caso del fico», frutto che in realtà è fiore e confonde due stagioni.

La filosofia

Secondo Roland Barthes lo haiku non vuole commenti. Con L’impero dei segni il semiologo prende in esame la tradizione nata nell’ambito del buddismo zen che con Matsuo  Bashō (monaco zen)  ebbe l’influsso forse più significativo su questo componimento. Ma in questo contesto svolge osservazioni in realtà estensibili a una vasta raccolta haiku affermando che  la forma lirica in questione non è una descrizione, non è un apologo in cerca di verità ma, viceversa, un evento. «La brevità dello haiku non è formale, lo haiku non è un pensiero ricco ridotto in forma breve, ma un evento breve che trova tutt’a un tratto la sua forma esatta.» Distante (più che esotico) dalla letteratura come è intesa in Occidente, lo haiku non avrebbe bisogno di essere carico di senso, né vorrebbe esserlo. Barthes cita questa traduzione di Bashō: «Come è ammirevole/  Colui che non pensa: “La vita è effimera”/ Vedendo un lampo.» Ciò non toglie che il genere abbia preso direzioni diverse e che mostri valenze etiche e metafisiche. Così quando leggiamo alcuni dei testi più densi di Moio, non ci sono remore nel recensirne il carattere morale e la densità del traslato che vi è inscritta:

della poetica

di un bocciolo di rosa –

: del resistere

*

succede pure

che una dalia appassisce

: ma non lo stelo

*

c’è una mosca

che saltando sul foglio –

: non si dispera

In quest’ultimo haiku l’implicazione pare proprio transitiva e meta letteraria. Qui il movimento non è solo quello della mosca: in absentia (ma non in contumacia) vediamo ogni autore nel suo laboratorio, proprio come Moio, là al suo tavolo, ancora una volta.

Marco Conti

Giorgio Moio, Haiku del giorno dopo, pp. 124, Bertoni Editore, 2024; euro 15,00

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