Un amore misterioso di James Joyce

In una lettera del 1914 Italo Svevo chiede a Joyce: «Quando scriverà un lavoro italiano sulla nostra città?» Se a un certo punto Joyce non avesse accettato l’ invito di Pound di trasferirsi a Parigi, sarebbe probabilmente accaduto. A Trieste, l’autore di Ulisse sembrava a suo agio. Ci era arrivato con la moglie, Nora, nel 1904, e  si trasferì solo con i rombi della guerra nel 1915 per accasarsi in Svizzera, e poi tornare a Trieste dove ormai viveva anche il fratello minore, Stanislaus. Eppure, secondo Alessandro Gentili, curatore  di Giacomo Joyce, proprio questo libro minore sembra essere l’implicita risposta dello scrittore irlandese a Svevo. Libro anomalo, fatto di prose poetiche disposte come in un diario senza date, e totalmente assorbite da una figura femminile innominata e per questo misteriosa. L’edizione bilingue curata da Gentili fornisce nel merito una analisi straordinariamente documentata, a cui fanno seguito, con uguale acribia filologica, le note ai testi in fondo al volume. Ma la domanda circa l’identità  misteriosa resta sospesa nell’aria.

Chi?

Lo stesso Joyce dà nell’incipit l’impressione di voler idealizzare questo incontro: «Chi? Un volto pallido di pesanti pellicce odorose. Timide e tese le sue movenze. Porta un occhialetto. Sì: una sillaba secca. Un riso secco. Un battito secco di palpebre.»

Fin dall’esordio il testo rileva le sue caratteristiche formali più forti: una lingua ellittica che nasconde mentre rivela e una spiccatissima sensorialità, qualità del resto che si ritroverà in tutta l’opera di Joyce, ma che qui si ritaglia con evidenza proprio dalla stringatezza delle osservazioni. La prosa poetica venne scritta presumibilmente nel 1914 e si riferirebbe a uno scorcio di vita collocabile intorno al 1911. James Joyce e Nora erano giunti a Trieste nell’ottobre 1904 quando lui aveva 22 anni, appena conclusi gli studi universitari.  L’incontro con Nora è di poco precedente: il 16 giugno, giorno divenuto cruciale per l’epopea di Leopold Bloom collocata per l’appunto in questa data. Lo scrittore ottiene dalla Berlitz School l’incarico a Trieste (a quel tempo città mitteleuropea e parte dell’impero austro-ungarico), poi si sposta a Pola per essere infine trasferito ancora una volta a Trieste. E’ il periodo in cui scrive sia alcuni racconti poi riuniti nei Dubliners, sia i versi di Musica da camera, ed è un momento difficile, soprattutto per le incombenze economiche. Tant’è che, dopo aver tentato di  farsi accreditare come corrispondente da Dublino per il Corriere della Sera, non gli resta che moltiplicare le sue lezioni di inglese. L’incontro con le allieve, tutte dell’alta borghesia triestina, avviene in queste circostanze, come del resto, l’amicizia con Italo Svevo.

Tre volti

«Tornita e maturata: tornita al tornio del matrimonio misto e maturata nella serra dell’isolamento della sua razza.»

Per il biografo Richard Ellmann  la ragazza amata dallo scrittore era Amalia Popper, figlia di un agiatissimo uomo d’affari triestino di origini ebraiche che prese lezioni private da Joyce e che, dopo il matrimonio, tradusse i Dubliners. Circostanza variamente contestata dal marito, anche in base al fatto che Ellmann, nella seconda edizione della biografia, precisa una circostanza non vera, cioè che Amalia abitasse in via San Michele. Un’altra allieva di inglese dello scrittore, di famiglia ebraica e possibile ispiratrice del diario lirico sarebbe stata Emma Cuzzi, ma è un terzo nome a trovare una corrispondenza eloquente, quello di Anna Maria Schleimer: quest’ultima, ugualmente allieva dello scrittore, sarebbe stata impedita dal padre, commerciante, di sposare Joyce. L’ipotesi emerge da un saggio di Stelio Crise ma è confermata dalla saggista e biografa americana di Nora Bernacle, Brenda Maddox: «Anny aveva un anno  in più di Joyce e da lui aveva preso lezioni nell’autunno 1905. In parte ebrea, dal lato della madre, Emilia Baumeister, Anny era riservata, raffinata, brava nella musica. Un giorno Joyce la baciò e le fece una proposta di matrimonio. Seria o no che fosse la proposta (dopotutto lui era legalmente libero di sposarsi), Anny si sentì lusingata e ne parlò con il padre. Le lezioni di inglese giunsero a brusca fine. Il signor Schleimer era inorridito al pensiero che sua figlia si impegnasse con un misero insegnante di inglese. Joyce continuò comunque a scrivere ad Anny, e negli anni successivi le inviò i suoi libri, che lei custodiva gelosamente e mostrava ai visitatori a casa sua a Trieste. Non si sposò mai».

«Annie aveva in mano una copia dell’Ulisse tutta segnata»

Il mistero sembra quindi svelato una volta per tutte.  Questa identificazione è la sola ad avere corrispondenza con le dichiarazioni della donna. Il saggista e studioso di Joyce, Renzo S. Crivelli in  James Joyce. Itinerari triestini, sembra sottoscrivere riportando la testimonianza di una amica di Annie, Zora Koren Skerk a cui vengono mostrate le lettere di Joyce: « Aveva una copia dell’Ulisse tutta segnata. La vedevo sempre su di un tavolino in bella vista. Le lettere erano in un plico legato con un nastro rosso e non so dove siano finite dopo la sua morte.»

La possibilità che la prosa poetica sia articolata – come suggerisce Gentili – su una immagine ideale che mescola le tre figure non è naturalmente impossibile. Ma le parole di Annie non sembrano equivocabili neppure dopo aver scoperto che il nome di Amalia figura nella prosa del Finnegans Wake.  Joyce scriverà l’ultima pagina di questo piccolo libro con una sola frase dai contorni incerti e lirici quanto il resto: «Congedo: Amatemi, amate il mio piccolo ombrello».

f. m.

James Joyce, Giacomo Joyce (a cura di Alessandro Gentili), pp. 163, Passigli Editori, 2025; euro 14,50

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